# Flavio Pintarelli | Writer & Strategist > Lavoro come consulente indipendente per creare efficaci strategie di marketing e comunicazione; uso le parole per capire, raccontare e cambiare la realtà. Public Ghost content for AI and LLM tooling. This file includes a bounded export of public pages first, then recent public posts. Append `.md` to any post or page URL to get the content in Markdown (for example, `/example-post.md`). ## Pages ### Flavio Pintarelli, scrittore URL: https://flaviopintarelli.it/scrittore/ Last updated: 2026-06-17T11:42:28.000Z ## Scrivo per capire il mondo Perché le parole ci aiutano a comprendere il tempo in cui viviamo e a sentirci meno soli dentro le sue contraddizioni. Pratico una scrittura che prova a creare legami, avvicinare le persone e aiutarle a sentirsi meno sole davanti al futuro che prende forma. Cerco di capire il presente attraverso le tecnologie che ci parlano, gli immaginari che ci danno forma, le memorie che ritornano e i territori da cui guardiamo il mondo. Intreccio questi elementi con esperienza personale, osservazione sociale, ricerca e immaginazione narrativa. Da qui nascono i saggi, i romanzi e i testi personali con cui provo a capire il modo in cui lo spirito del tempo ci attraversa. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/Flavio__5511-1.jpg) Questo sono io, quando ho il blocco creativo. ### Dove posso leggere quello che scrivi? 📡 ****Sul blog** È il centro della mia presenza digitale: il posto in cui penso in pubblico e tengo insieme le mie linee di ricerca. Ci trovi storie, saggi, appunti, recensioni e aggiornamenti sugli eventi che organizzo o a cui partecipo. Funziona anche da archivio per tutto quello che pubblico altrove. 🛜 ****Su magazine e riviste** Collaboro con riviste, magazine e giornali. Scrivo soprattutto non fiction, giornalismo culturale e saggistica. Se vuoi farti un’idea dei temi che tratto, c’è un [tag dedicato che raccoglie (quasi) tutto ciò che non è finito sul blog](https://flaviopintarelli.it/tag/collaborazioni/). 📚 ****Nei libri** Sono figlio del ceto medio riflessivo di questo paese: scrivere e pubblicare libri, per me, ha ancora il fascino irresistibile del successo. Non è vero, naturalmente. Ma non riesco a smettere. In [questa pagina](https://flaviopintarelli.it/libri-flavio-pintarelli/) trovi l’elenco completo dei libri che ho scritto o a cui ho partecipato come autore. --- ****Scrivi un sacco, come faccio a seguirti?** Il modo migliore è iscriverti a **Strategie dell’Universo*, la newsletter per chi cerca connessioni inattese tra le cose e le persone. [Scopri Strategie dell'Universo ](https://flaviopintarelli.it/newsletter) --- ## Vuoi propormi una collaborazione editoriale? Il modo migliore è parlarne insieme. Scrivimi e raccontami cosa hai in mente. Fissiamo un appuntamento e ne parliamo. [📧 Scrivimi!](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ### Radio URL: https://flaviopintarelli.it/radio/ Last updated: 2019-01-09T09:04:34.000Z La radio ha rappresentato, negli anni, un terreno di sperimentazione e crescita importante. Le mie esperienze radiofoniche hanno origine dall'interessamento del giornalista Paolo Mazzucato, che mi ha permesso di collaborare con la sede RAI di Bolzano partecipando a e creando in prima persona programmi radiofonici. ## Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale *Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale* è un format prodotto da Paolo Mazzucato per la sede RAI di Bolzano, da me ideato e condotto. Si tratta di un approfondimento sui temi della cultura digitale che tiene insieme interviste a ospiti esperti e specialisti locali. Il programa è andato in onda per due stagioni tra il 2014 e il 2015. [Vai all'achivio delle puntate](https://flaviopintarelli.it/tag/hashtag/) ## Cronache, racconti di ieri e di oggi *Cronache, racconti di ieri e di oggi* è un format di storytelling ideato da Paolo Mazzucato, a cui ho partecipato come autore e voce narrante in quattro puntate. [Vai all'archivio delle puntate](https://flaviopintarelli.it/tag/cronache-racconti-di-ieri-e-di-oggi/) ### Libri URL: https://flaviopintarelli.it/libri-flavio-pintarelli/ Last updated: 2023-09-05T19:35:24.000Z In questa sezione ho raccolto tutti i libri che ho scritto e le raccolte a cui ho collaborato nel ruolo di autore. ## Saggi e romanzi ### Il velo (Alpha e Beta, 2023) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) ### Cronache della Metropoli (Ledizioni, 2019) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/cronache-della-metropoli/) ### Stupidi giocattoli di legno (Agenzia X, 2014) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/) ### Su Facebook (:duepunti, 2013) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/su-facebook/) ## Antologie, raccolte, collettanee ### Datacrazia (D Editore, 2018) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/datacrazia/) ### Odi (Effequ, 2017) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/odi-quindici-declinazioni-di-un-sentimento/) ### #costruirestorie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione (404: file not found, 2013) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/costruirestorie-nuovi-linguaggi-e-nuove-pratiche-di-narrazione/) ### Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione Ente dello Spettacolo, 2011) [Vai alla scheda del libro](https://flaviopintarelli.it/costruirestorie-nuovi-linguaggi-e-nuove-pratiche-di-narrazione/) ### Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli. URL: https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/ Last updated: 2025-02-07T11:04:15.000Z *Stupidi giocattoli di legno* è il saggio che ho scritto sullo skateboarding. Ne affronta gli aspetti culturali, sociali, estetici, sportivi e politici. È pubblicato da Agenzia X. ## Quarta di copertina > Più stile di vita che sport, lo skate caratterizza l’identità di alcune comunità urbane, creando una precisa consapevolezza del ruolo del soggetto nello spazio in cui vive ogni giorno. Stupidi giocattoli di legno è un saggio che propone un dialogo con una molteplicità di opinioni e differenti punti di vista, offrendo così uno sguardo originale sul fenomeno. Architettura, urbanistica, semiotica, filosofia e scienze cognitive sono le discipline mobilitate per leggere i codici di una cultura giovanile che ha l’irrefrenabile desiderio di riscrivere e piegare costantemente lo spazio che ci circonda, sfuggendo nel contempo alle costrizioni dominanti. Un percorso a cui si aggiungono le voci dei protagonisti: skater, progettisti, filmaker e produttori. Il primo tentativo in Italia di riflettere su questo fenomeno usando la cassetta degli attrezzi delle scienze umane, lasciando la parola a chi lo skateboarding lo vive giorno per giorno, nella mente, sul proprio corpo e negli spazi che lo circondano. --- ### [Acquista il libro](https://www.agenziax.it/stupidi-giocattoli-legno?ref=flaviopintarelli.it) --- ## Notizie, eventi e presentazioni [Leggi tutte le novità sul libro](https://flaviopintarelli.it/tag/stupidi-giocattoli-di-legno/) --- ## Recensioni Cosa si dice in giro a proposito del libro? Di seguito una lista delle recensioni di *Stupidi Giocattoli di Legno* Marta A su [milanox](http://www.milanox.eu/cultura-recensione-di-stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) *Scivolare è una cultura*, Enrico Azzini su [A gust in the gallery](http://agustinthegallery.wordpress.com/2014/11/07/scivolare-e-una-cultura-flavio-pintarelli-stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) Luca Gricinella su Rumore *Stupidi Giocattoli di legno* a *Olio di Canfora* su Radio Popolare. Ascoltate il [podcast](http://podcast.radiopopolare.it/canfora%5F09%5F02%5F2015.mp3?ref=flaviopintarelli.it) Mattia S. su [Ululati Solitari](http://www.ululatisolitari.com/2015/04/stupidigiocattolidilegno.html?ref=flaviopintarelli.it) Intervista a *Flatlandia*, programma radiofonico di *Radio Onda d'Urto*. La potete sentire [sul sito della radio](http://flatlandia.radiondadurto.org/2015/04/08/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) Un [ricordo della presentazione Romana](http://www.bunkerskatepark.org/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) al Bunker Skatepark. Su [bisk8visual](http://www.bisk8visual.com/?ref=flaviopintarelli.it) di Aprile 2015 trovate una segnalazione del libro Sul numero di Aprile del [giornale di strada *Scarp De Tenis*](http://www.blogdetenis.it/?ref=flaviopintarelli.it) lo skate è in copertina. All'interno c'è un bel report di Paolo Riva sulla scena milanese e una mia piccola intervista. ### Su Facebook URL: https://flaviopintarelli.it/su-facebook/ Last updated: 2019-09-24T09:28:14.000Z *Su Facebook* è il saggio che ho dedicato al più famoso dei social network. Affronto il modo in cui Facebook e i social network formattano la nostra esperienza del mondo. Il volume uscì in ebook per :duepunti, nella collana (deep:). ## Quarta di copertina > Questo libro parla di Facebook ma non ne racconta la storia e neppure t’insegna come fare business utilizzando il più popolare e diffuso dei social network. È un saggio di teoria dei media sui modi in cui Facebook struttura la nostra esperienza del mondo e in quali strettoie del pensiero ci conduce. Ma allo stesso tempo evidenzia alcune possibili vie di fuga: strategie, tattiche e tecniche per stare “dentro e contro” Facebook e i social network in generale. --- ### [Acquista il libro](https://www.amazon.it/Facebook-deep-Flavio-Pintarelli-ebook/dp/B00H2Z4SHC/ref=sr%5F1%5F2?%5F%5Fmk%5Fit%5FIT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=flavio+pintarelli&qid=1562601002&s=gateway&sr=8-2&ref=flaviopintarelli.it) --- ### Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data URL: https://flaviopintarelli.it/datacrazia/ Last updated: 2019-09-24T09:28:48.000Z *Datacrazia* è una raccolta di saggi curata da Daniele Gambetta. Tutti i testi rappresentano un tentativo di mappare il dibattito sui *big data*, facendone emergere la dimensione politica e conflittuale. Alla raccolta ho partecipato con un saggio dal titolo *Mondo Data*. ## Quarta di copertina > La diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali e l’aumento esponenziale delle capacità di calcolo stanno radicalmente trasformando la società, dalla politica alla ricerca scientifica, dai rapporti sociali alle forme di lavoro, in modo tutt’altro che trasparente. Pochissimi gruppi privati hanno la possibilità di determinare processi su scala globale, traendo enormi profitti dalle informazioni che ognuno di noi produce ogni giorno. Gli algoritmi, spesso descritti come strumenti neutrali e oggettivi, giudicano medici, ristoranti, insegnanti e studenti, concedono o negano prestiti, valutano lavoratori, influenzano gli elettori, monitorano la nostra salute. Datacrazia indaga, con spirito multidisciplinare e critico, i rischi e le potenzialità delle nuove tecnologie, provando a immaginare un futuro all’altezza delle nostre aspettative. --- ### [Acquista il libro](http://deditore.com/prodotto/datacrazia/?ref=flaviopintarelli.it) --- ### Odi. Quindici declinazioni di un sentimento URL: https://flaviopintarelli.it/odi-quindici-declinazioni-di-un-sentimento/ Last updated: 2019-09-24T09:29:15.000Z *Odi. Quindici declinazioni di un sentimento* è una raccolta di racconti curata da Gabriele Merlini per Effequ. Tutti gli interventi provano a raccontare questo sentimento viscerale e potente, dando vita a un affresco di voci molto diverse tra loro. Il mio racconto si intitola [*Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini*](https://flaviopintarelli.it/2017/11/29/il-carnevale-in-cui-ho-imparato-a-odiare-i-miei-vicini-su-maz/) ## Quarta di copertina > Quanti modi ci sono di odiare? Con quanti nomi si chiama l’odio, quanto ci serve, quanto se ne vede e quanto se ne subisce? È ormai chiaro che il sentimento che più di tutti si affaccia nel nostro tempo è proprio questo, l’odio: negli sfoghi sui social, nei muri che si alzano o si vogliono alzare, nel rifiuto dello straniero, nella furia delle tifoserie, nelle difficoltà relazionali che degenerano e in innumerevoli altre forme, più sottili o più evidenti. È quindi il caso di raccontarlo, questo sentimento, e di farlo con la voce di coloro che si sforzano di tracciare al meglio quello che viene detto il contemporaneo. Ecco dunque quindici giovani autori che, ciascuno con percorsi differenti, si stanno affermando nel variopinto spazio narrativo italiano, chiamati a cimentarsi intorno al tema dell’odio, parlando di contrapposizioni, di crisi, di rancori e ancora oltre. Il tutto trattato con gli stili più disparati e più consoni ai singoli, dalla distopia al reportage, dal serioso al dissacratorio, dall’aulico alla farsa, e così via, per completare quindici storie, quindici facce di un sentimento che sembra proprio rappresentarci, ora, all’inizio di questo millennio. --- ### [Acquista il libro](https://www.effequ.it/odi/?ref=flaviopintarelli.it) --- ### #costruirestorie. Nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione URL: https://flaviopintarelli.it/costruirestorie-nuovi-linguaggi-e-nuove-pratiche-di-narrazione/ Last updated: 2019-09-24T09:30:02.000Z *#costruirestorie. Nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione* raccoglie gli interventi di un ciclo di incontri tenuto nel 2012 presso l'Università degli Studi di Siena. Ho partecipato al volume con un saggio dedicato a Storify e alle logiche del montaggio narrativo. ### [Scarica il libro](https://quattrocentoquattro.wordpress.com/2013/03/21/costruirestorie-nuovi-linguaggi-e-nuove-pratiche-di-narrazione/?ref=flaviopintarelli.it) ### Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi URL: https://flaviopintarelli.it/sguardi-incrociati-cinema-testimonianza-memoria-nel-lavoro-teorico-di-marco-dinoi/ Last updated: 2019-09-24T09:31:25.000Z Progettata come omaggio e prolungamento del lavoro teorico di Marco Dinoi, questa raccolta di saggi mette insieme il lavoro di diversi autori interessati al rapporto tra cinema, memoria e testimonianza. Vi ho partecipato con un saggio dedicato al rapporto tra corpo, spazio e potere in due opere di Paolo Sorrentino e Orson Welles. ## Quarta di copertina > Dieci anni fa, l’11 settembre 2001, il mondo assistette senza fiato al reiterarsi ossessivo e sempre uguale della sequenza televisiva del crollo delle Torri Gemelle. Nel tentativo di reagire all’orrore, furono in molti a recitare come un mantra la frase “sembra un film”, aprendo la strada all’intuizione che in quel momento si stesse chiudendo un’era e che anche il cinema dovesse essere coinvolto in una profonda e radicale riscrittura della storia. Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi, curatori di Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione Ente dello Spettacolo, pagg. 276, € 14.90) riprendono il filo delle teorie raccolte in Lo sguardo e l’evento, opera postuma di Dinoi, interrogandosi – proprio a partire da questa sequenza televisiva così fondamentale per il nostro tempo – sul ruolo dell’immagine e sulla sua capacità di guidare lo spettatore verso il ruolo di testimone. Il volume – in cui trovano spazio innesti di pensiero e teorie eterogenee – è un coro di voci teso a fornire una mappa, o quantomeno una guida, per destreggiarsi nel complesso percorso teorico tratteggiato nel libro di Dinoi, lasciandoci riflettere sulle eco visibili e invisibili dell’11 settembre sul cinema e spingendoci a ripensare l’«archivio di immagini del passato come un doppiofondo continuamente convocabile in seno al presente». --- ### [Acquista il libro](https://www.mondadoristore.it/Sguardi-incrociati-Cinema-na/eai978888509562/?referrer=inmbol121002&int%5Fsource=bol&int%5Fmedium=crosslink&int%5Fcampaign=lancio&ref=flaviopintarelli.it) --- ### Cronache della Metropoli URL: https://flaviopintarelli.it/cronache-della-metropoli/ Last updated: 2021-12-23T10:22:57.000Z *Cronache della Metropoli. Sei personaggi in una società possibile* è una raccolta di racconti pubblicata da Ledizioni nella collana Quant. È il primo titolo di narrativa della collana e le storie che ho raccontato al suo interno partono da eventi e dati reali, che hanno funzionato come innesco per la narrazione. Sono racconti in cui confluiscono alcune delle mie ossessioni degli ultimi anni: il ruolo della tecnologia, il modo in cui essa sta cambiando il nostro modo di vivere, l'automazione e la computazione come elementi regolatori della nostra vita. Non c'è, in queste storie, una presa di posizione netta sul futuro. Utopia e distopia appaiono a seconda del punto di vista da cui si osserva ogni vicenda. ## Quarta di copertina > Che cos’è la Metropoli ? È una rete, un sistema che muove informazioni, dà forma a nuove relazioni e consuma risorse. Forse non ce ne siamo accorti, ma stiamo già vivendo all’ interno dei suoi confini. I racconti di Cronache della Metropoli utilizzano dati reali del nostro presente come innesco per la narrazione e proiettano le tendenze che stiamo vivendo verso uno scenario in cui l'utopia di alcuni è la distopia di altri. I personaggi entrano in relazione con questa macchina immane e vivono situazioni ordinarie in un contesto nuovo, diverso, potenziale: la giornata di un moderatore di un social network, i dubbi di un' intelligenza artificiale, uno straniero misterioso che si dissolve nel nulla. Un po’ Black Mirror, un po’ Mirrorshades, Cronache della Metropoli prolunga la teoria nel le sue finzioni, per speculare sui futuri che già viviamo e che inventeremo. --- ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2021/12/Cronache-della-Metropoli---copertina.jpg) #### Cronache della Metropoli [Acquista il libro](https://www.ilquant.it/n/cronache-della-metropoli-flavio-pintarelli.html?ref=flaviopintarelli.it) --- ## Notizie, eventi e presentazioni [Leggi tutte le novità sul libro](https://flaviopintarelli.it/tag/cronache-della-metropoli/) --- ## Recensioni Cosa si dice in giro a proposito del libro? Di seguito una lista delle recensioni di *Cronache della Metropoli*. - [*Cronache della Metropoli* a Zeppelin su Rai Alto Adige (dal minuto 35)](http://www.raibz.rai.it/it/index.php?media=Pra1576153500&ref=flaviopintarelli.it) - [*Tecnoutopia o distopia tecnologica?* la scheda di Cronache della Metropoli su Fantascienza.com](https://www.fantascienza.com/25355/tecnoutopia-o-distopia-tecnologica?ref=flaviopintarelli.it) - [*Moderazione e rivoluzione*, un estratto da *Cronache delle Metropoli* pubblicato su Not](https://not.neroeditions.com/moderazione-e-rivoluzione/?ref=flaviopintarelli.it) - [*Ecco perché non dovreste leggere Cronache dalla Metropoli* recensione di Jakob Flint su Barricate di Carta](https://barricatedicarta.noblogs.org/ecco-perche-non-dovreste-leggere-cronache-dalla-metropoli/?ref=flaviopintarelli.it) - [*Theory fiction all'italiana* una ricognizione del genere a cura di Dario De Marco, su L'Indiscreto](https://www.indiscreto.org/theory-fiction-allitaliana/?fbclid=IwAR1JiRz-ADG-3dINBKQCikZHQCvQyqpt%5FchxwvgKL5WkpitrPnCMIgTIuGw&ref=flaviopintarelli.it) ### Come metterti in contatto con me URL: https://flaviopintarelli.it/contatti/ Last updated: 2026-06-11T06:59:27.000Z ## Mi piace conoscere persone nuove; ti spiego come contattarmi! ****Se vuoi propormi un progetto, una collaborazione editoriale, invitarmi a partecipare a un evento o semplicemente iniziare una conversazione, il modo migliore per farlo è scrivermi una mail.** 📧 ****Il mio indirizzo è: pintarelli.flavio \[at\] gmail.com** - **Se mi scrivi per un progetto di comunicazione**, raccontami chi sei, cosa stai costruendo, dove senti attrito e che tipo di aiuto immagini. - **Se mi scrivi per una collaborazione editoriale**, raccontami che cosa hai in mente, per quale contesto e con quali tempi. ### Mi trovi anche sui social. - Uso [**LinkedIn**](https://www.linkedin.com/in/pintarelliflavio/?ref=flaviopintarelli.it) per lavoro, progetto e networking professionale. - Sono su [**Facebook**](https://www.facebook.com/flavio.pintarelli) per parlare e promuovere la mia attività di scrittore. - Mando ogni domenica la mia [**newsletter**](https://flaviopintarelli.it/newsletter/) per chi vuole leggermi sempre. - Passo ogni tanto su [**Bluesky**](https://bsky.app/profile/flaviopintarelli.it?ref=flaviopintarelli.it) e nel **Fediverso** (@index@flaviopintarelli.it) per passare il tempo - Qualche volta entro su **X** dove sono diventato la parte oscura di me stesso. Seguila a tuo rischio e pericolo. ### Marketing Strategist URL: https://flaviopintarelli.it/marketing-strategist/ Last updated: 2026-05-27T15:03:54.000Z ## Lavoro come marketing strategist, a Bolzano e altrove Aiuto imprenditori, founder e agenzie a dare una direzione chiara ai progetti di comunicazione, trasformando la loro visione in azioni e risultati. Senza una direzione chiara, un progetto di comunicazione accumula azioni, ma non costruisce nulla. Puoi avere idee, canali, contenuti, fornitori e persone coinvolte. Ma se manca una rotta, la comunicazione rischia di disperdersi: produce attività, non costruisce visibilità, coerenza e possibilità reali per il futuro della tua organizzazione. **Come marketing strategist, lavoro insieme a imprenditori, founder, professionisti e agenzie per allineare obiettivi, priorità, persone e canali.** Intervengo sia quando la comunicazione non c’è e va costruita da zero, sia quando esiste già ma è dispersa, incoerente o non sta producendo i risultati desiderati. ![Il marketing strategist Flavio Pintarelli](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/Flavio__5559-3.jpg) Questo sono io, pronto a lanciare un progetto. ## Le aree in cui lavoro 🟣 ****Posizionamento strategico**: capisco il mercato, comprendo i bisogni del pubblico e costruisco l’identità del brand. 🟣 ****Content marketing**: definisco canali, format, contenuti, processi e obiettivi per permettere al brand di parlare con continuità al suo pubblico. 🟣 ****Copywriting**: scrivo testi che chiariscono il posizionamento, danno forma all’identità del brand, raccontano ciò che conta e guidano chi legge verso una scelta o un’azione. 🟣 ****Partnership di confronto strategico**: aiuto i clienti a vedere meglio i problemi, chiarire le opzioni e prendere decisioni più solide. 🟣 ****Campagne di comunicazione**: progetto e coordino campagne costruite attorno a messaggi chiari, pubblici definiti e obiettivi precisi. ## Come lavoro Dare direzione alla comunicazione significa prendere decisioni. Per questo, nei progetti che gestisco, mi muovo seguendo alcuni principi molto concreti. - **Pragmatismo:** penso in modo strategico, ma allineo ogni obiettivo ai limiti che non posso superare e alle risorse che ho a disposizione. - **Responsabilità:** tutelo i miei clienti e prendo decisioni mettendo al centro il loro interesse, la tenuta del progetto e la qualità del lavoro. - **Creatività:** quando incontro un ostacolo, non mi fermo. Cerco soluzioni intelligenti e percorribili, coerenti con il contesto in cui sto lavorando. - **Trasversalità:** porto nei progetti riferimenti, idee e strumenti che intercetto anche col mio lavoro di scrittore, perché spesso le soluzioni migliori nascono fuori dal recinto in cui stiamo guardando. - **Utilità:** semplifico il lavoro di chi collabora con me, trasformando la visione del cliente in priorità, scelte e azioni condivise. ****Flavio è un professionista con cui avviare progetti a lungo termine, perché ha migliorato il nostro posizionamento sul mercato, coordinando il lavoro necessario a costruire l’immagine del nostro hotel e tutti i partner coinvolti.** Martina Carnessalini, **Hotel Vittoria* ## 5 progetti che ho seguito #### Hotel Vittoria Ho diretto il riposizionamento e la comunicazione dell’Hotel Vittoria di Dimaro, trasformando l’identità della struttura in un’idea di vacanza lenta e rigenerante. Da questa direzione è nato il payoff ***Ricarica l’anima**, raccontato attraverso newsletter, touchpoint digitali e campagne. Dopo quattro anni, una recensione iniziava così: “Già il nome dice tutto… Ricarica l’anima. Ed è stato proprio così.” #### Università per Stranieri di Siena All’Università per Stranieri di Siena servivano tre cose: chiarezza, identità e sistema. Come strategist, insieme a Dinamo Digitale, ho facilitato un workshop con il Rettore e il suo team e contribuito a costruire le basi di un’identità più chiara e posizionante. Da lì sono nati il concept delle campagne immatricolazioni 2025/26 e 2026/27 e la riprogettazione dell’ecosistema di comunicazione digitale dell’ateneo, con una funzione più precisa per ogni canale. #### Aldo Menini - Nell’inferno della comunicazione Aldo Menini voleva promuovere il suo libro, ma il problema non era il libro. Era il funnel. Doveva farsi conoscere come autore e costruire intorno a sé un pubblico affezionato. Per questo ho elaborato una strategia di content marketing centrata su un canale YouTube, di cui seguo anche la regia editoriale. Nei primi sei mesi, 650 persone si sono iscritte al canale e i contenuti hanno generato 2.500 ore di visualizzazione. #### **phase:shift* Giulio e Piero avevano un canale Telegram con un format forte: monitoravano media, report e fonti da tutto il mondo per individuare segnali deboli di trasformazioni globali e sintetizzarli per i loro iscritti. Il progetto però restava chiuso in un canale troppo isolato per produrre l’impatto che desideravano. Per questo ho proposto di portarlo su Substack e li ho affiancati nella definizione di promessa editoriale, sistema di contenuti, identità di marca e strategia di sostenibilità. **phase:shift* è nata così. Dal lancio, a novembre 2025, 310 persone hanno scelto di iscriversi e circa il 40% legge regolarmente i contenuti. #### Positional Quando abbiamo iniziato a lavorare a una nuova linea di stationery, Gianluca Seta — designer e direttore creativo di Studio Eremo — mi ha detto: “Se non ho un nome, faccio fatica a dare una direzione artistica.” Il mio compito non era solo trovare un nome, ma costruire un’identità capace di orientare la comunicazione del progetto. Da questo lavoro è nato Positional, un nome costruito attorno alla qualità “posizionante” che quegli oggetti potevano conferire a chi li avrebbe scelti. Intorno al nome ho creato una cornice narrativa capace di tenere insieme luogo di produzione, qualità manifatturiera e vocazione alla bellezza. La frase ***Made in Italy to beautify hard times** è nata per questo. ## Due parole su di me Nel 2010 ho iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione. Gestivo pagine social, scrivevo testi e contenuti digitali. In 10 anni sono passato dalla scrittura alla progettazione di sistemi editoriali, fino alla strategia: posizionamenti, campagne, piani marketing, ecosistemi digitali e progetti di comunicazione. **Nel corso della mia carriera ho capito una cosa: per trasformare una visione in azioni e risultati non basta avere una strategia. Bisogna metterla in pratica, farla camminare e allineare le persone che devono darle forma.** Dal 2022 lavoro come marketing strategist indipendente. Vivo a Bolzano e lavoro ovunque da remoto. ## Ti interessa lavorare con me? Scrivimi e raccontami che cosa stai costruendo, dove senti attrito e quale direzione vorresti dare alla tua comunicazione. [📧 Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ### Il velo URL: https://flaviopintarelli.it/il-velo/ Last updated: 2025-12-10T07:50:01.000Z *Il velo* è il mio primo romanzo, pubblicato nella collana *Traven Books* dall'editore Alpha e Beta di Bolzano. Ho iniziato a lavorarci nel 2017 e rappresenta il punto di arrivo di un percorso durante il quale ho provato a confrontarmi con la narrativa, per ampliare la cassetta dei miei attrezzi di scrittura. Ma *Il velo* è anche l'insieme di una serie di riflessioni sull'ultimo decennio di vita della e nella mia città, che ho provato a raccontare sfumando le distanze fra romanzo e reportage, memoir e autofiction, cronaca del quotidiano e racconto del perturbante. ### Quarta di copertina > Alex è un trentenne copywriter che si sente ingabbiato in un lavoro ripetitivo e insoddisfacente. A rendere più acuta la sua insofferenza è il percepire nettamente intorno a sè i segni del collasso ambientale a cui il pianeta appare destinato, mentre tutti, nella ricca quanto claustrofobica provincia in cui è nato ed è tornato a vivere, sembrano ignorarli. Quando un’editrice locale gli propone di scrivere un reportage sul nuovo volto che sta assumendo l’Alto Adige, egli accetta senza indugi, convinto che quell’incarico possa riscattarlo dalla mediocrità e al tempo stesso contribuire a rimuovere un velo: uno schermo ingannevole di benessere e armonia, un matrimonio mistico con la tradizione di cui si nutrono l’iconografia turistica e gli spettri del passato che infestano la sua terra, ipotecandone il futuro. La dedizione assoluta con cui affronta il compito, tuttavia, gli fa perdere di vista i bisogni di Serena, che per amore lo ha seguito a Bolzano e che più di ogni altra cosa desidera diventare madre. Quella di Alex diventa ben presto un’autentica ossessione, nella quale si rinnova un’antica maledizione che grava sulla sua famiglia e che finisce per perseguitarlo con il suo carico di rimossi e sinistre presenze simboliche. Solo specchiandosi in Manfred, un indecifrabile fotografo giunto ad affiancarlo nella realizzazione del reportage, proverà a inquadrare in una nuova prospettiva i frammenti della sua vita e a ricomporli. E a sciogliere il dilemma tra le ambizioni dello scrittore e le responsabilità del futuro padre. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Il-velo---Flavio-Pintarelli---copertina.jpeg) #### Il velo **Fissai le orbite vuote, il cranio lucido e il ghigno che aveva stampato sulle labbra: vi scorsi una venatura di beffa. Pensai che sarei presto tornato polvere mentre lui, defunto da secoli, avrebbe continuato a esistere. Mi colse lo sgomento. Poteva davvero cambiare, una terra che si era scelta una mummia per nume tutelare?* [Acquista il libro](https://www.raetia.com/it/travenbooks/880-il-velo.html?ref=flaviopintarelli.it) ### Notizie, eventi e presentazioni [Leggi tutte le novità sul libro.](https://flaviopintarelli.it/tag/il-velo/) ### Recensioni Cosa si dice in giro a proposito del libro? Di seguito una lista delle recensioni d*e Il velo*. - [*I fantasmi del Sudtirolo*, Gabriele di Luca, ff](https://sentierinterrotti.wordpress.com/2023/05/11/i-fantasmi-del-sudtirolo/?ref=flaviopintarelli.it) *Il termine “fantasmi” sia preso alla lettera, dato che “Il velo”, e in ciò a mio avviso risiede la sua chiave di lettura più stimolante, è attraversato da una vera e propria teoria degli spettri. Pintarelli vi ricorre convocando in modo esplicito le riflessioni che pensatori come Jacques Derrida, Simon Reynolds e Mark Fisher hanno intessuto sul concetto di “Hauntology”, vale a dire la dipendenza che qualsiasi fenomeno presente trae da un insieme di condizioni che lo precedono, rendendolo “inquietante” proprio perché eternamente revenant, redivivo.* - [*Il velo*, Maurizio Ferrandi, Salto](https://www.salto.bz/it/article/12052023/il-velo?ref=flaviopintarelli.it) *Dopo i decenni nei quali, come ci racconta Carlo Romeo nella sua*[ *antologia*](https://www.salto.bz/it/article/07042023/scorci-di-un-confine?ref=flaviopintarelli.it) *della letteratura sull’Alto Adige, questa terra era sfondo di narrazione in pochissimi casi, ora assistiamo ad una netta inversione di tendenza. Nel nuovo secolo pare che i narratori trovino sempre più avvincente l’ambientare le storie in un territorio i cui elementi di fascino si combinano con contraddizioni antiche e recenti.* - Intervista con Alessandra Tortosa, Post It 15/05/2023, Rai Alto Adige [Ascolta il podcast.](http://raibz.rai.it/it/index.php?media=Pra1684153500&ref=flaviopintarelli.it) - [*Sakoku significava "Paese chiuso"*, Luca Albani, Il lettore digitale](https://lettoredigitale.com/2023/05/18/flavio-pintarelli-il-velo-sakoku-significava-paese-chiuso/?ref=flaviopintarelli.it) *“Il velo” è il racconto di un sabotaggio, il tentativo di un bolzanino sfuggito alla logica dei blocchi voi/noi – rappresentato nella mia esperienza dal ragazzo di destra che ho citato in apertura – di narrare un Alto Adige oltre la contrapposizione etnica, muro contro muro che si mantiene in vita artificialmente per accentuare un’originalità del territorio sfruttata in chiave turistica.* - [*Inverno artificiale*, Not](https://not.neroeditions.com/inverno-artificiale/?ref=flaviopintarelli.it) Un estratto dal romanzo - Presentazione del romanzo in streaming con Max Carbone e Gabriele di Luca, Oskowebtv 05/06/2023. [Guarda il video](https://www.youtube.com/watch?v=JgtErk3kBf0&ref=flaviopintarelli.it). - [*Trentino: vittima del suo stesso marketing da cartolina*, Lorenzo Postai, Eco Raffiche](https://echoraffiche.com/trentino-vittima-del-suo-stesso-marketing-da-cartolina/?ref=flaviopintarelli.it) *Pare che nei territori alpini i libretti di marketing turistico abbiano avuto più successo tra gli autoctoni che tra i turisti: si abdica a qualsiasi autocritica e messa in discussione dello status quo, facendo sempre riferimento a quella che Pintarelli chiama “spocchia da primi della classe”. L’ossessione per le classifiche tra città è sintomo di questa “spocchia”: laddove si evidenzia un problema, si citano queste classifiche sulla vivibilità.* - [Libri d'estate*,* Martin Hofer, Yanez Yanes](Volevo poi rilassarmi in Alto Adige, con Il velo, romanzo d’esordio di Flavio Pintarelli, ma invece di sfogliare una guida alle bellezze locali mi sono imbattuto nel racconto di un ritorno alle origini sul quale aleggiano fantasmi privati e di un territorio silenziosamente infiammato da contraddizioni – etniche, linguistiche, storiche, politiche – mai risolte.) *Volevo poi rilassarmi in Alto Adige, con Il velo, romanzo d’esordio di Flavio Pintarelli, ma invece di sfogliare una guida alle bellezze locali mi sono imbattuto nel racconto di un ritorno alle origini sul quale aleggiano fantasmi privati e di un territorio silenziosamente infiammato da contraddizioni – etniche, linguistiche, storiche, politiche – mai risolte.* - [Le zone d'ombra del Sud Tirolo, Guia Cortassa, Esquire Italia](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a45733757/il-velo-romanzo-recensione/?ref=flaviopintarelli.it) *Nella distopia contemporanea, il velo di Maya che nasconde la realtà è fatto di branding e storytelling, di curatela dei contenuti, di spazi sottratti alla propria funzione e alla propria natura per essere trasformati in Instagram opportunities – immagini tutte uguali di viaggi tutti uguali che cercano di posizionare chi le scatta più vicino possibile alla narrazione corrente, a colpi di hashtag e influencer marketing. Overtourism e travel-washing trasformano luoghi dalla storia (e dalle problematiche) secolari in scenografie mute, integrate, allineate, educate. Un velo che avvolge anche quella porzione d'Italia che si giostra tra le definizioni di provincia autonoma di Bolzano (quella ufficiale), Alto Adige (quella lasciata in eredità dal fascismo) e Sud Tirolo (quella storicamente più esatta)* - [L’Alto Adige dietro l’immagine dorata*,* Marco Pasquali, Roma Cultura](L’Alto Adige dietro l’immagine dorata) *Ma la mia recensione non sarebbe completa se omettessi di parlare di Manfred e di Serena. Il primo è il fotografo d’agenzia che segue Alex come gregario; in realtà sa vivere meglio di lui e solo alla fine sapremo dei suoi problemi familiari (due bambine a carico e una moglie morente). Ha un rapporto con la natura (peraltro molto vicina alla città) migliore di Alex, che ogni tanto raggiunge una sorta di delirio sciamanico confrontandosi con la componente stavo per dire pagana della sua terra, simboleggiata dalle tre “madonne” (o parche?) , Aubet, Cubet e Quere venerate dai contadini. Serena invece è la donna di Alex, non è bolzanina ma vuole la sua parte di amore da Alex e alla fine diventerà anche madre, convincendo il nostro copywriter a cambiar vita e superare il culto del lavoro “glamour”.* - [Bolzano non è più in Kansans, intervista a Flavio Pintarelli, Daniele Ferriero, Quants](https://quantsmagazine.com/prodotto/n-15-2024/?ref=flaviopintarelli.it) - [Bilinguismo altoatesino: ostacolo o opportunità?](https://www.youtube.com/watch?v=ylnPaF7X%5Fa4&ref=flaviopintarelli.it) Un intervista a cura dell'Istituto Dante Alighieri di Innsbruck, realizzata in occasione della Settimana della Lingua Italiana. Si parla anche de *Il velo*. ### Forget_me_not URL: https://flaviopintarelli.it/forget_me_not/ Last updated: 2023-04-19T13:24:33.000Z _No content available._ ### Chi sono URL: https://flaviopintarelli.it/biografia-flavio-pintarelli/ Last updated: 2026-06-17T11:46:32.000Z ## Piacere, mi chiamo Flavio. Scrivo per capire il mondo. Faccio strategia per aiutare persone e organizzazioni a comunicare con più direzione dentro il mondo che cambia. Vivo a Bolzano, in Alto Adige/Südtirol. Un territorio di confine dove lingue, culture, memorie e immaginari convivono senza mai fondersi del tutto. Qui ho imparato a guardare le cose da vicino e da lontano, con i piedi in provincia e la testa rivolta al mondo, consapevole della memoria e senza mai perdere di vista il futuro. Nel 2010 ho iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione, scrivendo testi e contenuti digitali. Negli anni sono passato dalla scrittura alla progettazione editoriale, poi alla strategia: ho costruito siti, gestito profili social, creato sistemi di contenuti, diretto campagne, scritto piani marketing, elaborato posizionamenti. **Oggi lavoro come marketing strategist indipendente.** Aiuto imprenditori, founder e agenzie a dare una direzione chiara ai progetti di comunicazione: chiarisco obiettivi, stabilisco priorità, allineo persone e canali, trasformo visioni in azioni e risultati. **Accanto a questo lavoro, e dentro il modo in cui lo faccio, c’è la scrittura.** Scrivo saggi, romanzi e testi personali per leggere il presente attraverso tecnologie, immaginari, memoria e territori. Ho pubblicato libri, racconti e saggi, e ho collaborato con testate e riviste come *Il Tascabile*, *Internazionale*, *Esquire*, *Domani*, *Valigia Blu* e *Guerre di Rete*. **La scrittura mi ha insegnato a cercare le parole giuste. La strategia mi ha insegnato che le parole, da sole, non bastano: devono diventare scelte, processi, priorità, azioni.** 🧭 **Se sei qui per leggere quello che scrivo, puoi partire dalla pagina* [***Scrittore**](https://flaviopintarelli.it/scrittore/)**. Se vuoi capire come posso aiutarti a dare direzione a un progetto di comunicazione, vai alla pagina* [***Strategist**](https://flaviopintarelli.it/marketing-strategist/). ![Ritratto a mezzo busto di un giovane adulto.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/Flavio__5545-3-1-1.jpg) Questo sono io, in posa televisiva. ### Strategie dell'Universo URL: https://flaviopintarelli.it/newsletter/ Last updated: 2026-04-13T15:09:12.000Z ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/10/mondi-1.gif) ## Ciao, sei su **Strategie dell'Universo.* La newsletter per chi cerca connessioni inattese tra le cose e le persone. La scrivo ogni settimana per trovare un senso nei frammenti del presente, collegando cultura, politica, immaginari e narrazioni. È anche un modo per stare insieme attraverso la scrittura e sentirci un po' meno soli in un mondo dove siamo sempre più distanti. ### Due cose utili se stai pensando di iscriverti. *Strategie dell’Universo* ti porta via mail i contenuti che pubblico sul mio blog. Ne esce uno ogni domenica sera, non di più. Preferisco scrivere poco e in modo regolare, piuttosto che pubblicare troppo e troppo spesso. Il blog è il posto in cui scrivo per mettere a fuoco le idee e pensare insieme a chi mi legge. Ci condivido gli *spin-off* di progetti e ricerche, racconto storie a cui tengo, archivio i testi che pubblico sulle riviste, segnalo gli eventi che organizzo o a cui partecipo. Ah, questo non è uno spazio verticale. Qui mi muovo libero tra tecnologia e cultura digitale, comunicazione e scrittura, *note taking* e *knowledge management*, *worldbuilding*, Alto Adige e immaginario alpino. I filoni cambiano con me: alcuni restano, altri si fermano, altri ancora nascono. Se cerchi idee oneste, argomentate e senza hype, ti piace la scrittura come pensiero condiviso e vuoi una conversazione vera invece del solito rapporto tra *creator* e *follower*, iscriviti usando il modulo qui sotto. ## ****Leggimi nella tua mail.** Iscriviti a **Strategie dell’Universo*, la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. ## ## Posts ### Pulviscolo #7-8 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/07/26/riviste-libri-intelligenze-artificiali/ Last updated: 2026-07-27T11:49:27.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo**, la mia rubrica mensile di link scelti e commentati: particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare che meritano di non disperdersi nel flusso. Un ricordo estivo a cui torno spesso è la prima rivista di videogiochi che ho sfogliato. Si chiamava *Game Power* e se Prismo fosse ancora on line potrei linkarti il pezzo che Costanzo Raiser aveva scritto per raccontare gli albori dell'editoria videoludica italiana. Purtroppo Prismo non esiste più; quindi ti devi fidare di me quando ti dico che *Game Power* fu una testata capace di cambiare il gioco, presentandosi come alternativa *gonzo* alla più compassata *The Game Machine*. Le riconosco un'influenza enorme sullo scrittore che sono diventato. Per questo devo ringraziare mio nonno, che me la comprò durante una vacanza al mare dalle parti di Jesolo. Era giugno. E quei fogli di carta coloratissimi, zeppi di battute e riferimenti culturali alti e bassi tutti da decifrare, mi piacquero così tanto che il mese dopo chiesi e ottenni di avere un altro numero. E quando l'ho avuto tra le mani ho scoperto la consuetudine editoriale di numerare 7-8 l'uscita di luglio di un mensile cartaceo. Perché - è abbastanza ovvio - ad agosto la gente va in ferie ma la numerazione non può saltare, sia mai che la gente perda il conto e vada in confusione. Ho ripescato questo aneddoto per dirti una cosa a cui probabilmente sei già arrivato: il blog va in ferie. Per tutto il mese di agosto non uscirà nessun post. La pausa servirà a ricaricare le mie batterie e a farti venire voglia di tornare a leggermi quando riprenderò a pubblicare. Se nel frattempo hai voglia di scrivermi, fallo. Leggo le mail e i commenti. Se posso, rispondo. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. ![Una donna con un vestito elegante e tacchi a spillo cammina per strada, osservata dalla commessa di un negozio con un grembiule bianco.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/06/Ed-Templeton.jpg) Questo scatto di Ed Templeton mi fa impazzire. A te? ## Ehi, sto scrivendo un libro nuovo! E volevo dirlo a te prima che agli altri. L'ho iniziato qualche settimana fa, ma conto di fare il grosso del lavoro in autunno. Ah, ha già qualcuno che lo pubblica: uscirà per [D Editore](https://deditore.com/?ref=flaviopintarelli.it) e sono davvero contento di collaborare con Emmanuele, perché è stato subito entusiasta dell'idea. Quale idea dici? Ah, giusto, non ti ho ancora detto che il libro parla di come la logica industriale digitale sta cambiando il modo in cui gli stati si fanno la guerra. La data di uscita ancora non c'è - devo prima finirlo - ma non preoccuparti, ti terrò aggiornato. ![Droni di tipo quadricottero in in magazzino.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/06/Drone-factory.webp) ## Imola, la città dei matti. Questa primavera ho lavorato per [HIBOU](https://hiboucoop.it/?ref=flaviopintarelli.it), una cooperativa di Imola che si occupa di soluzioni tecnologiche per la conservazione del patrimonio culturale. Il mio compito? Rendere accessibili tre testimonianze raccolte nel corso del lavoro per lo spazio museale LIMI, Laboratorio imolese sulla memoria delle istituzioni manicomiali. Un lavoro importante, perché per quasi un secolo i manicomi sono stati per Imola quelle che la FIAT è stata per Torino: l'attività economica attorno alla quale girava tutta l'economia della città. È nata una miniserie pensata per YouTube, di cui ti lascio qui la *playlist*. Mi farebbe piacere se tu la guardassi, perché quella dei manicomi (e della loro chiusura) è una memoria che ci riguarda tutte e tutti ed è importante tenerla viva. Se decidi di farlo ti chiedo una cortesia: guarda la *playlist* per intero (dura circa 30'). Oppure guarda un video alla volta, ma se lo fai guardalo fino alla fine. Sono cose che piacciono all'algoritmo. Queste sono le cose che mi piace fare per lavoro. Se hai bisogno di qualcuno che diriga un progetto di comunicazione, scrivimi. ## L'intelligenza artificiale è la voce di nostri pensieri. [Venkatesh Rao](https://venkateshrao.com/?ref=flaviopintarelli.it) è il tipo di professionista a cui cerco di assomigliare. Di base è un consulente, ma allo stesso tempo scrive e fa ricerca. Qualche settimana fa, sulla sua newsletter - si chiama *Contraptions* \- ha pubblicato un pezzo intitolato *Strange Knowledgability*. Parla della nascita del concetto di enciclopedicità e di come stia cambiando con l'avvento degli LLM. Verso la fine del testo c'è un passaggio che ho trovato verissimo e dice così: ***Back in the day, the most common compliment I got was something like “you put words to what I was thinking.” Now that function is well served by LLMs.*** [Strange KnowledgeabilityHuman knowing in perspectival encyclopedicity![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2Fd2a0b054-e060-44a3-a6a5-85471a56710d-2Fapple-touch-icon-180x180-2da9a345-4925-492b-a4ac-9c7e0c00460a.png)ContraptionsVenkatesh Rao![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2F8aa89c98-eaae-487c-abf4-371bb09118a0_1056x704-a0dc37a2-662c-4542-9dc0-cd2c75692a73.png)](https://contraptions.venkateshrao.com/p/strange-knowledgeability?publication%5Fid=9973&post%5Fid=203619218&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true&ref=flaviopintarelli.it) Clicca qui sopra e leggi tutto il post ⤴️. ☄️ Hai trovato una particella che merita di finire nel prossimo ****Pulviscolo**? Segnalamela nei commenti o via mail e raccontami perché dovrei assolutamente conoscerla. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Leggere meno, scegliere meglio URL: https://flaviopintarelli.it/2026/07/19/leggere-meno-scegliere-meglio/ Last updated: 2026-07-19T18:08:26.000Z Non saprei più ritrovarla, ma ricordo bene una massima che ho incrociato tempo fa su X. Diceva, più o meno, che la qualità di ciò che impari è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni che consumi. Detto altrimenti: se leggi, ascolti o guardi qualcosa in maniera compulsiva - libri, articoli, podcast, documentari, tutorial; il formato non cambia nulla - probabilmente non stai imparando. Ti stai intrattenendo. È un pensiero potente, perché mette in discussione un principio a cui ho creduto a lungo: più informazioni accumuli, più diventi capace di pensare. Oggi la vedo diversamente. Imparare non è una questione di quantità, ma di qualità. E soprattutto di ciò che fai con quello che incontri. Aver [introdotto il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura](https://flaviopintarelli.it/2024/02/19/metodo-zettelkasten/) ha senza dubbio contribuito a farmi arrivare a questa conclusione. Una conclusione che sfida un assunto profondamente radicato nella mia educazione — e forse nella nostra. «Vuoi diventare grande? Leggi libri», dice Marco Paolini nella scena de *Il racconto del Vajont* in cui spiega com’è nato il suo amore per la lettura. Eppure, dopo essere stato per decenni un lettore onnivoro, oggi leggo meno. Non soltanto perché ho meno tempo e più cose da fare, ma perché ho imparato a selezionare ciò che merita davvero la mia attenzione: quello che vale la pena leggere, ascoltare o guardare. Selezionare, del resto, è uno dei principi alla base del metodo Zettelkasten. Ed è anche un ottimo modo per stare a galla nel diluvio di contenuti a cui siamo esposti ogni giorno. Riducendo quasi a zero il costo di produrre e distribuire informazione, la tecnologia digitale ha fatto esplodere il numero di contenuti disponibili. Prima di adottare il metodo, mi capitava spesso di aprire la mia app di *read it later* \- uso [*Reader*](https://readwise.io/read?ref=flaviopintarelli.it) e mi trovo da dio - e scorrere le centinaia di articoli salvati. Ne sceglievo uno, lo leggevo e alla fine avevo la sensazione di aver fatto il mio dovere contro l’istupidimento imperante. La verità - lo avrai intuito - è che mi stavo soltanto intrattenendo. Chiariamoci: non c’è niente di male nell’intrattenersi con i contenuti online. Io lo faccio ancora, e di continuo. Ho solo smesso di pensare che equivalga automaticamente a migliorarmi. Oggi, quando decido di leggere qualcosa di significativo, non mi basta più arrivare in fondo. Devo trasformarlo in un appunto, inserirlo nella *slipbox* in cui conservo il materiale che mi servirà per scrivere e collegarlo agli appunti che contiene già. Questo rende la lettura più attiva e meno pigra. E ne aumenta l’attrito. È un attrito salutare, che ha fatto bene alla mia capacità di scrivere testi migliori e con maggiore costanza. Perché [ridurre la distanza tra lettura e scrittura](https://flaviopintarelli.it/2024/12/14/metodo-zettelkasten-lettura-scrittura/) significa svolgere in anticipo una parte del lavoro. Ma lo Zettelkasten mi aiuta a lavorare meglio su ciò che ho già scelto. Non mi dice necessariamente che cosa valga la pena scegliere. Per questo serve un secondo filtro. All’inizio di quest’anno ho letto [*Antifragile*](https://www.ilsaggiatore.com/libro/antifragile?ref=flaviopintarelli.it) di Nassim Nicholas Taleb. È un libro divertente e provocatorio, che gioca a mettere in discussione molti dei luoghi comuni con cui spieghiamo il funzionamento delle persone, delle cose e del mondo. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. A un certo punto Taleb introduce la [legge di Lindy](https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto%5FLindy?ref=flaviopintarelli.it). Il nome deriva da Lindy’s, una gastronomia di New York in cui alcuni comici si riunivano per discutere le novità del mondo dello spettacolo. Nel 1964 Albert Goldman raccontò una convinzione diffusa tra loro: poiché ogni comico disponeva di una quantità limitata di materiale, un’esposizione mediatica troppo intensa avrebbe finito per abbreviargli la carriera. Da quella storia Benoît Mandelbrot ricavò poi un principio diverso e più generale, che Taleb avrebbe esteso alle cose non deperibili: libri, idee, tecnologie, opere culturali. Secondo la legge di Lindy, più a lungo qualcosa è riuscito a sopravvivere, più a lungo è ragionevole aspettarsi che continui a farlo. Il fatto che leggiamo ancora Shakespeare, per esempio, è uno degli indizi più forti del fatto che le sue opere continueranno a essere lette. Non possiamo dire lo stesso del bestseller più chiacchierato del momento, che potrebbe scomparire dalla conversazione nel giro di pochi mesi. Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che è vecchio sia migliore, giusto o vero. La durata non è un certificato di qualità. È un’informazione. Un’idea che ha attraversato generazioni ha superato più prove di un’idea comparsa ieri nel nostro feed. Questo non la rende infallibile, ma le attribuisce una probabilità maggiore di restare rilevante. Applicata al principio di selezione su cui si basa il metodo Zettelkasten, la legge di Lindy diventa così una bussola per decidere a cosa dedicare attenzione e che cosa trascurare senza troppi problemi o sensi di colpa. Quando scelgo che cosa leggere, posso chiedermi non soltanto: mi interessa? Mi serve? Ma anche: da quanto tempo questa cosa riesce a restare rilevante? Lo Zettelkasten mi costringe a elaborare ciò che leggo. La legge di Lindy mi aiuta a decidere che cosa merita di essere elaborato. Questo non significa ignorare il presente o leggere soltanto classici. Significa smettere di trattare ogni novità come se avesse lo stesso diritto di entrare nella nostra testa. Dentro il diluvio dei contenuti, il tempo è forse il miglior editor che abbiamo a disposizione. Non è infallibile, ma è molto più severo di noi. Tu come scegli ciò a cui dedicare attenzione? E quanto conta, nelle tue scelte, il fatto che qualcosa abbia già resistito alla prova del tempo? Sono curioso di saperlo: scrivimelo nei commenti. 💡 ****Vuoi approfondire il metodo Zettelkasten?** [Esplora tutti gli articoli e le risorse che gli ho dedicato](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/). ****🗃️ Vuoi imparare a usare il metodo Zettelkasten?** Posso aiutarti a costruire un sistema di note adatto al tuo modo di lavorare, per collegare meglio le idee e trasformarle più facilmente in testi, progetti e pensiero. Scrivimi per raccontarmi che cosa vuoi ottenere e capire insieme quale percorso può esserti utile. [Parlami del tuo percorso ](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Smettete di chiamarli social URL: https://flaviopintarelli.it/2026/07/12/smettete-di-chiamarli-social/ Last updated: 2026-07-12T18:01:44.000Z Una mattina d’estate, all’inizio degli anni Dieci, ero di passaggio a Siena. La sera prima ero stato invitato a presentare un collettivo di cui facevo parte alla festa di SEL, in un paese dei dintorni. Diretto a Roma da quella che sarebbe diventata la mia compagna, mi trovavo a dover ingannare alcune ore in quella che, fino a pochi anni prima, era stata la mia città universitaria. Ne approfittai per fare due passi nel centro storico e rivedere quei luoghi che, non molto tempo prima, mi erano appartenuti. Quantomeno in un certo modo. Arrivato in piazza Salimbeni, dove ha sede la grande banca che governa i destini della città, estrassi lo *smartphone* dalla tasca e, sotto la statua dedicata a Sallustio Bandini, mi scattai un rudimentale *selfie*. La fotocamera frontale, al tempo, era ancora un accessorio d’avanguardia. Riguardai la foto e, con pochi tocchi, la postai su Twitter che, all’epoca, era un luogo rapido, vibrante, intriso di un fascino hipster che mi aveva completamente catturato. Una decina di minuti dopo aver affidato lo scatto ai circuiti digitali del fu uccellino blu, il telefono emise un trillo. Sullo schermo era comparsa una notifica: qualcuno aveva risposto alla fotografia. Sbloccai il dispositivo per aprire l’applicazione. @puncox, un utente con cui interagivo spesso, mi aveva risposto. Laconico, il tweet diceva soltanto: “guarda bene”. Per alcuni istanti rimasi perplesso a osservare quelle due parole, di cui faticavo ad afferrare il senso. Poi compresi che si riferiva alla fotografia e mi misi a guardarla con più attenzione, chiedendomi cosa, di preciso, avrei dovuto notare. Era forse un dettaglio della statua? Pensai che magari avesse visto una scritta oltraggiosa e accarezzai lo schermo con due dita per ingrandire l’immagine. Ne sfiorai la superficie alla ricerca di un indizio che mi svelasse il mistero. Non trovai nulla. Quindi battei due volte per far tornare la fotografia alle sue dimensioni originali. Fu in quel momento che capii. Alle mie spalle c’era una persona. Senza saperlo, avevo catturato con l’obiettivo un passante che, proprio in quell’attimo, attraversava il vuoto della piazza tra me e la statua. E, cosa assai strana in un luogo di solito molto affollato, lo faceva da solo. Abbastanza isolato da essere facilmente riconoscibile da chiunque lo avesse visto immortalato. “Non ci posso credere?!? Sei tu?” scrissi in risposta al tweet di @puncox. Qualche minuto dopo il telefono vibrò una seconda volta: “sono io”. “Beviamoci un caffè” risposi immediatamente e, tempo una decina di minuti, @puncox e io ci incontrammo di persona dopo mesi di frequentazione digitale. Quell’incontro ha contribuito a definire una parte importante della mia esperienza dei social network che, da quel momento in avanti, per me sono stati a lungo un veicolo di relazione. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. Fino ad allora, infatti, una certa ansia sociale aveva sempre costituito un ostacolo alla mia socialità. Conoscere nuove persone mi risultava difficile. Spesso avevo bisogno di tempo e spazio per entrare in confidenza con qualcuno e, vista da fuori, quella difficoltà mi faceva apparire distaccato e snob. Un vero stronzo. Con i social era tutto diverso. La prima fase di una conoscenza avveniva attraverso interazioni a distanza, mediate da un flusso di parole, immagini e piccoli segnali digitali che mi permetteva di costruire intimità con gli altri senza dover rinunciare a una posizione sicura. Questo non voleva dire rinunciare per forza al momento dell’incontro. Voleva dire posticiparlo e, soprattutto, poterlo gestire anche quando avveniva in totale serendipità, come mi era successo nella mattina d’estate che ho usato come apertura per questo post. In quegli anni non ho solo desiderato incontrare molte delle persone che ho conosciuto online. Ho anche pianificato di farlo in modo intenzionale. Viaggiare - per svago o per lavoro - diventava l’occasione per conoscere qualcuno che, almeno in parte, conoscevo già e con cui era possibile saltare proprio quella prima fase del fare conoscenza che, per me, risultava imbarazzante quasi fino alla paralisi. Oggi tutto questo non è più possibile allo stesso modo. I software che ancora ci ostiniamo a chiamare social - un po’ per abitudine e un po’ perché i loro padroni ci marciano - hanno ormai perso gran parte della loro capacità di abilitare forme di socialità e si sono trasformati in piattaforme al servizio della *creator economy*. Questo è il motivo per cui il vostro feed di Facebook è stato progressivamente invaso da contenuti di utenti a cui non avete mai chiesto amicizia, pagine che non avete mai scelto di seguire e gruppi a cui non vi siete mai iscritti. E no, non è un inspiegabile calo di qualità. È una scelta. Una strategia precisa di riposizionamento che ha avuto luogo nel lato in ombra delle piattaforme, in quella stanza dei bottoni a cui non abbiamo accesso: il *backend* dove opera l’algoritmo che determina cosa vediamo più spesso e cosa vediamo più di rado. Oggi l’algoritmo sceglie quali contenuti potrebbero piacerci in base ai segnali che esprimiamo quando abitiamo le piattaforme, categorizzandoci in *cluster* più o meno precisi. Allo stesso tempo, gli stessi algoritmi testano i contenuti che pubblichiamo alla ricerca di un pubblico a cui potrebbero piacere e, quando capiscono di averlo trovato, allargano progressivamente la portata del test, dandoci l’inebriante sensazione di essere riusciti a fare il giro della rete. È grazie a questa capacità che gli utenti più consapevoli, costanti e organizzati di ogni piattaforma riescono a costruire audience gigantesche e a mettere a valore la loro presenza digitale. Le piattaforme, nel frattempo, monetizzano quelle audience, la loro attenzione, i loro dati e le code lunghe generate da chi produce contenuti per alimentarle. In questo modo, quelle che un tempo erano reti orizzontali di utenti connessi tra loro finiscono per tornare a essere strutture verticali, in cui pochi grandi nodi assorbono la maggior parte dell’attenzione disponibile. Come un miliardario che sequestra la ricchezza collettiva per i suoi scopi privati. Le piattaforme, insomma, hanno smesso di servire la nostra socialità. Ed è per questo che sarebbe ora che smettessimo di chiamarle per quello che non sono più e iniziassimo a chiamarle con un nome diverso e più appropriato: *macchine dei contenuti*. ****La tua comunicazione ha bisogno di una direzione?** Lavoro con imprenditori, founder e agenzie quando le attività aumentano, ma manca una rotta capace di tenere insieme obiettivi, persone, canali e priorità. Se vuoi raccontarmi che cosa stai costruendo e dove senti attrito, scrivimi. [Raccontami il tuo progetto ](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2026/07/05/la-menzogna-svelata-del-bilinguismo-altoatesino-su-il-tascabile/ Last updated: 2026-07-05T18:03:55.000Z Di *Lingue Matrigne* \- l'ibrido narrativo di Gabriele Di Luca sul mito del bilingusmo altoatesino - ho già avuto occasione di parlare qualche settimana fa, quando l'ho [presentato alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano](https://flaviopintarelli.it/2026/05/24/lingue-matrigne-presentazione-bolzano/). Torno a parlarne perché, ormai un paio di mesi fa, *Il Tascabile* ha pubblicato una mia riflessione proprio su temi aperti dal libro di Gabriele. Un libro importante non solo perché, come ho già avuto modo di scrivere, ha dato voce a qualcosa che molte persone pensavano ma anche perché attraverso le sue pagine scorre lo spirito del tempo. In *Lingue Matrigne*, infatti, non vengono solo anticipati molti dei temi che hanno accompagnato le cronache locali degli ultimi 12 mesi. Ma questi temi vengono anche articolati in un senso molto chiaro, diretto e sfidante. Per Gabriele - lo chiamo per nome perché siamo amici, avevo dimenticato di dirlo - il bilinguismo è un mito istituzionale, la cui funzione è quella di sorreggere la menzogna di una convivenza - quella tra i gruppi etnici della provincia autonoma di Bolzano - che non si è mai davvero compiuta o risolta. Una mancanza di equilibrio che diventa evidente in molte della tensioni a cui la realtà e le sue dinamiche danno vita oggi, nel mondo sempre più globalizzato in cui gli abitanti dell'Alto Adige/Südtirol vivono senza più potersi cullare nell'illusione di non farne parte. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. Nel pezzo che ho scritto provo a legare insieme i temi del libro e anche a fare qualcosa che Gabriele ha scelto di non fare: ipotizzo una *pars construens*. Nulla di particolarmente dirompente, sia chiaro. Ma pensare che il luogo in cui vivo possa essere diverso dal suo ideale eterno è un gesto intellettuale adeguato al [periodo di turbolenze e cambiamenti radicali in cui viviamo](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/). Non pensi anche tu lo stesso? > Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia. [La menzogna svelata del bilinguismo altoatesinoA partire dal libro Lingue matrigne di Gabriele Di Luca, una riflessione sulle crepe di un sistema che promette convivenza e produce separazione.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-7.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/La-menzogna-svelata-del-bilinguismo-altoatesino.jpg)](https://www.iltascabile.com/societa/menzogna-svelata-bilinguismo-altoatesino/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino" su Il Tascabile PS. Tre anni fa ho pubblicato un romanzo che tocca di traverso alcuni dei temi che toccano sia *Lingue Matrigne* che il pezzo su *Il Tascabile.* Ti lascio il link alla scheda del libro: ⤵️ [![CTA Image](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/04/Il-velo-banner.jpg)](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) **💃 Il velo* è il mio primo romanzo. È uscito nel 2023 per le edizioni **alphabeta*. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Vuoi saperne di più? [Leggi la scheda del libro ](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #6 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/06/28/europa-fugazi-linguaggio/ Last updated: 2026-06-28T17:53:00.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. L'ho lanciata a inizio anno, questo vuol dire che sono passati sei mesi. E sei mesi è un buon lasso di tempo per iniziare a fare un primo bilancio. Parto dicendo che avevo pensato *Pulviscolo* come a un modo per prendere fiato tra un post e l'altro, aiutandomi a rispettare la cadenza di pubblicazione che ho scelto: non è andata così. Curare link è più difficile di quanto pensassi. Molto più difficile che scrivere un post. Quindi, alla fine della fiera, è andata a finire che questa rubrica è diventata il principale "ostacolo" di questo progetto editoriale. Nutrirla passando in rassegna le letture tra un numero e l'altro non basta, perché facendolo mi sono accorto che leggo quasi sempre le stesse fonti, degli stessi argomenti e nei medesimi posti. E non basta neppure passare in rassegna i vasti archivi di cose salvate e lette in passato, perché il tempo ha fatto il suo corso e molte hanno perso il valore che avevano rappresentato. Dunque, leninianamente, che fare? Ancora non lo so bene o di preciso. So che *Pulviscolo* resterà almeno fino alla fine dell'anno, ma probabilmente evolverà in qualcosa di più libero lasciandosi alle spalle certe rigidità. Dentro la testa mi girano formule come *jam session*, *freeform*, *freestyle*. Se siano adeguate non lo so, ma se ti interessa scoprirlo insieme resta connesso oppure scrivimi e raccontami in che modo *Pulviscolo* potrebbe darti di più. Alla prossima! ![La plaza coperta di un centro commerciale con palme e una vasca d'acqua.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/06/IMG_20260602_101404-moshed-06-22-11-36-11-452.jpg) Questo centro commerciale in provincia di Brescia è un tempio **vaporwave* precipitato nella pianura padana. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. ## Europe 2031: una novella che ipotizza il futuro. Qualche giorno fa ho letto [*Europe 2031*](https://europe2031.ai/?ref=flaviopintarelli.it), una novella scritta da un piccolo [gruppo di ricercatori, think tankers e investitori](https://europe2031.ai/about/?ref=flaviopintarelli.it) che lavorano dove s'intersecano l'intelligenza artificiale di frontiera e le politiche europee. La descriverei come un grido d'allarme sul ritardo con cui le istituzioni comunitarie si stanno muovendo in questo settore. Se riesci a chiudere un occhio sulla qualità letteraria - che è scarsa, metto le mani avanti - confrontarsi con la visione del futuro che propone. Ancora più interessante è farlo leggendo anche qualcosa a proposito di [*EuroStack*](https://eurostack.eu/?ref=flaviopintarelli.it), l'iniziativa per la sovranità digitale europea, a cui *Europe 2031* fa un *dissing* piuttosto esplicito. Su un piano più *meta*, è curioso vedere come una questione politica e industriale si giochi oggi anche sul piano delle narrazioni. Per questo qui sotto ti lascio un *paper* sulla cosiddetta *useful fiction*, ovvero il genere letterario che nasce come commistione di *fiction* e *non fiction* e ha come obiettivo quello di educare attraverso l'uso integrato di tecniche narrative e analisi di ricerca per creare scenari plausibili per il futuro sviluppo di eventi di vario genere. Un po' quello che ho provato a fare io nei miei esperimenti di *worldbuilding*. [Thinking The Unthinkable With Useful FictionIssue\_2-Singer.pdf383 KBdownload-circle](https://flaviopintarelli.it/content/files/2026/06/Issue%5F2-Singer.pdf "Download") ## Fugazi?! Ancora!!! Lo so. Lo so. Sono monotematico. Un fissato. Ma come posso non segnalare questa intervista a un Brendan Caty cinquantenne pacioso che ti racconta cos'ha significato - e ancora significa - far parte di una delle band più importanti del rock alternativo di sempre? ## Il linguaggio è cambiato Il *Drop* numero #50 di *Reincantamento* \- ciao Alessandro! - è un estratto da [*Hackerare il Linguaggio*](https://www.krisispublishing.com/prodotto/hackerare-il-linguaggio/?ref=flaviopintarelli.it) di Martina Maccianti, pubblicato dai boys di krisis publishing. Parla di come le tecnologie digitali hanno trasformato il linguaggio in una funzione operativa, facendogli perdere la sua capacità di veicolare senso. Se le permesse sono queste il libro dovrebbe essere una 💣. [Drop #50\. Hacking Language. Words, Bugs, and the Politics of the SayableWhat happens to language when words become functions? Martina Maccianti maps the transformation of language from a vehicle of meaning into an operational unit.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2Ff38ef083-f594-4269-ba44-ad0808f5e0eb-2Fapple-touch-icon-180x180-82c9b6b01edcf17683050d8a7cadf4a9537e5c7e56941eacfa2723d4a688595e.png)REINCANTAMENTO DropsREINCANTAMENTO and Martina Maccianti![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2F5fa73d1e-0726-44fe-8744-d844c9f1bb50_2160x2700-84dee2b3fe35e859babd08592eaad553fed1a49cffa7e6e0fa50cdeeebdc7764.png)](https://reincantamentox.substack.com/p/drop-50-hacking-language-words-bugs?publication%5Fid=1710678&post%5Fid=198847994&isFreemail=true&token=eyJ1c2VyX2lkIjoxNzE5NywicG9zdF9pZCI6MTk4ODQ3OTk0LCJpYXQiOjE3Nzk2OTkwMjgsImV4cCI6MTc4MjI5MTAyOCwiaXNzIjoicHViLTE3MTA2NzgiLCJzdWIiOiJwb3N0LXJlYWN0aW9uIn0.cYgHcv7Aj%5FDXU2HiCCwkmMAMkOKYZ8ETe%5FJDBj2NNQ0&r=d9p&triedRedirect=true) ps. i regaz di krisis hanno una newsletter. Si chiama *Troublers,* studia le politiche della rappresentazione e sa fare alla grande quello che non so fare io: curare gli stramaledetti linkx. [Troublers | Krisis Publishing | SubstackTroublers è la newsletter di Krisis Publishing sulle politiche della rappresentazione, un miscuglio di teoria, fiction, AI e internet culture che vi invita a vedere il mondo come realmente non è. Click to read Troublers, by Krisis Publishing, a Substack publication with thousands of subscribers.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2Fa080ec7f-7c45-4428-8a5e-8acd232db417-2Fapple-touch-icon-180x180-a5f180ec-e821-4200-b8f5-f6957afd97d7.png)TroublersKrisis Publishing![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Ftroublers.substack.com-2Ftwitter-2Fsubscribe-card-e543bb20-9ffc-428f-9329-58d53ca52496.jpg%3Fv%3D1682003585%26version%3D9)](https://troublers.substack.com/) Facciamo che ti iscrivi? ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni URL: https://flaviopintarelli.it/2026/06/21/damokles-ii-timm-ulrichs/ Last updated: 2026-06-21T17:54:30.000Z Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che [attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo](https://flaviopintarelli.it/2024/11/18/i-blog-non-li-legge-piu-nessuno/). Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare. Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi? Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto. Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco. Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto. ![L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Damokles-II-Timm-Ulrichs-.jpg) Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala. Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto. Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo. Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga. Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: *Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci*. Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto? A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene. Tutto, in *Damokles II* \- così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene. ## Esplora con me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla [mia amica Guia](https://controlartculture.substack.com/), che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca. Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.” Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai. E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori. Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### La resistenza è un Cinzano ghiacciato URL: https://flaviopintarelli.it/2026/06/14/la-resistenza-e-un-cinzano-ghiacciato/ Last updated: 2026-06-14T17:54:04.000Z Quando passi una parte considerevole del tuo tempo online è difficile valutare quanto i trend della *internet culture* siano rilevanti per la maggior parte delle persone. Quindi se conosci i *Mind Enterprises* puoi saltare i prossimi paragrafi. Se invece non li hai mai sentiti nominare, sappi che sono un duo musicale italiano: Andrea Tirone, detto *Secco*, e Roberto Conigliaro, detto *Baffone*. Si distinguono per un suono italodisco, riletto in chiave contemporanea attraverso influenze electro, funk e pop. E pur essendo in giro da un bel po’ di tempo — il progetto nasce nel percorso musicale di Tirone già negli anni Dieci, mentre il duo si consolida più avanti — i due sono diventati famosi, anzi virali, soprattutto lo scorso anno. Lo hanno fatto grazie a una serie di *shorts* video in cui rendevano visibile il loro suono con un immaginario dall’estetica *vintage*, caratterizzato da un esplicito richiamo all’Italia degli anni ’80: quella in cui, per rubare le parole al mio amico Massimo, “anche gli spazzini andavano in giro con il Mercedes”. Un universo visivo che alle loro sonorità disimpegnate unisce due elementi: l’impressione di opulenza *demodé* degli oggetti di scena e lo sprezzo meccanico delle loro movenze, che li fanno assomigliare a una versione calabrese dei *Kraftwerk*. I *Mind Enterprises* appaiono come l’assemblaggio di due macchine del disimpegno, catapultato nel nostro presente distopico da un passato in cui *we were kings*. Il soggetto collettivo che s’incarna nell’immaginario del duo siamo noi: gli italiani. Ciò che questo immaginario costruisce è una cartolina del nostro paese o, almeno, una delle sue tante immagini possibili. E tra queste non un’immagine a caso, ma un’immagine precisa. O meglio, una serie d’immagini che finiscono per costruirne una capace di sovrastarle tutte. Quella visualizzata nell’immaginario dei *Mind Enterprises* è l’Italia dell’edonismo reaganiano bagnato di Negroni e candido di coca della Milano da bere. È quella di Sandro Pertini che gioca a scopa sull’aereo che riporta in patria la nazionale vittoriosa. È l’Italia di Bettino Craxi, che si fa rispettare nel mondo tenendo testa agli americani a Sigonella. È il paese che si lascia alle spalle i grigiori degli “anni di piombo”, camminando su un tappeto di morti d’overdose verso il radioso futuro promesso dalle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo rampante. Una fantasmagoria, ovviamente. Ma una fantasmagoria potente, perché mobilita la nostalgia di un benessere scivolato via e di una grandezza ormai svanita: una nostalgia che può facilmente servire una visione reazionaria del mondo. [Quella evocata da alcuni *content creator* di cui avevo già avuto modo di parlare](https://flaviopintarelli.it/2023/08/19/estate-nostalgia-sogno/), che proprio su questo desiderio di restaurare il passato di grandiosa leggerezza del nostro paese fanno leva per alimentare la loro narrazione di un presente corrotto e indesiderabile. Dove la corruzione, se gratti appena appena sotto la patina, diventa immediatamente fastidio per tutto ciò che mette in discussione il privilegio di classe, razza e genere dell’uomo bianco occidentale. Di questo, naturalmente, i *Mind Enterprises* non hanno alcuna responsabilità. Perché il gioco degli immaginari è divertente, ma non è mai possibile controllarlo del tutto. Ed è proprio in questo gioco che si annida il colpo di scena. Da qualche settimana, infatti, le immagini dei *Mind Enterprises* hanno ripreso a circolare nel sistema nervoso digitale con un significato nuovo, diverso. Alcuni memer dei [network NAFO](https://it.wikipedia.org/wiki/North%5FAtlantic%5FFella%5FOrganization?ref=flaviopintarelli.it) attivi su X le hanno usate per visualizzare una particolare forma di resistenza: quella che l’Europa starebbe provando a opporre al nuovo corso delle relazioni atlantiche inaugurato da Donald Trump. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. Il contesto è lampante: nel corso dell’aggressione contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha più volte sferzato i partner europei. Il motivo? Non averlo sostenuto in una guerra caratterizzata da ragioni inconsistenti e da una condotta che definire improvvisata suona come un *understatement* fin troppo generoso. Accuse a cui la meccanica atarassia del disimpegno che i *Mind Enterprises* mettono in scena nei loro contenuti sembra fornire una risposta perfetta. Trump ha dato all’Europa un ultimatum? Questo è il modo in cui reagiscono gli europei nelle due settimane di vacanze pasquali ⤵️ > DER SPIEGEL: Trump has effectively given Europe an ultimatum: within days, they must commit actual military forces, like warships, to the Strait of Hormuz. > > Meanwhile, Europeans on their two week Easter holiday: [pic.twitter.com/KjbW3CqOan](https://t.co/KjbW3CqOan?ref=flaviopintarelli.it) > > — Vatnik Soup (@P\_Kallioniemi) [April 9, 2026](https://twitter.com/P%5FKallioniemi/status/2042291844088754234?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Il PIL dell’Arkansas è più grande di quello della maggior parte dei paesi europei? Questa è la preoccupazione con cui reagiamo alla notizia ⤵️ > Europeans reading about Arkansas’ massive GDP [https://t.co/Xne9bQdGXD](https://t.co/Xne9bQdGXD?ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/x4mPlx19pV](https://t.co/x4mPlx19pV?ref=flaviopintarelli.it) > > — Dr. Ian Garner (@irgarner) [April 10, 2026](https://twitter.com/irgarner/status/2042680876446732666?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Trump minaccia durissime conseguenze per la NATO se i paesi europei non lo sosterranno nella sua guerra contro l’Iran? Questo è l’effetto delle sue dichiarazioni sui francesi ⤵️ > Donald Trump : SI VOUS NE ME SOUTENEZ PAS POUR ATTAQUER L’IRAN LES CONSÉQUENCES POUR L’OTAN SERONT TERRIBLES 😡 > > Les français : [pic.twitter.com/lKkicVDg6Y](https://t.co/lKkicVDg6Y?ref=flaviopintarelli.it) > > — Le Zelenskyste 🇫🇷🇺🇦 (@VolodimirZelen1) [April 9, 2026](https://twitter.com/VolodimirZelen1/status/2042337470436553048?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Sono solo alcuni esempi di come gli elementi di quell’immaginario vengano piegati a un significato nuovo, che affianca tutti gli altri significati possibili senza per questo spodestarli. E non importa che anche questa riappropriazione sia una fantasmagoria o una forma di pensiero desiderante visivo. L’Europa è ben lontana dall’esercitare quel grado di distacco e assertività verso la politica di Trump che questi *memer* desiderano. Qui conta notare altro: il potere delle immagini risiede soprattutto nella loro capacità di ospitare significati diversi, persino contraddittori. La stessa immagine può evocare la nostalgia reazionaria per un’Italia padrona di sé, ricca, bianca, maschile e spensierata. Ma può anche diventare, pochi mesi dopo, la fantasia ironica di un’Europa che guarda il nuovo disordine americano, si accende una sigaretta, sorseggia un Cinzano ghiacciato e continua a ballare senza scomporsi. Non perché una delle due letture sia più vera dell’altra. Ma perché gli immaginari non appartengono mai del tutto a chi li produce. Appena entrano in circolo, cominciano a essere toccati, deformati, rubati, traditi, rimontati. Questa capacità viene esaltata dalla rete e dalle sue culture che, con le loro pratiche di appropriazione creativa, piegano al proprio volere qualsiasi immaginario. Nel cuore della supercella, il potere dell’immaginazione visiva ha un solo limite possibile. E tende all’infinito. ## Fai difficoltà a comunicare chi sei, cosa fai e perché? Io facilito il processo che trasforma persone e organizzazioni in brand che sanno raccontare il mondo. Se vuoi scoprire come lo faccio e perché può aiutarti a comunicare in modo più efficace quello che fai ⤵️ [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Lo stile di scrittura che fa i like e uccide il pensiero URL: https://flaviopintarelli.it/2026/06/07/stile-apodittico-social/ Last updated: 2026-06-07T18:27:41.000Z 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏. Tempo fa ho letto un post su LinkedIn. Per evitare che il mio ragionamento arrivi come un attacco personale ho modificato il testo, che diceva più o meno così. > La settimana scorsa ha ricevuto due richieste di preventivo. Il primo cliente mi chiedeva di risolvere un problema nell’interfaccia del suo sito web. Il secondo voleva avere un sito “figo come quello di Apple”. > > Tra le due, ho accettato la prima richiesta, perché il cliente che mi chiedeva di risolvere un problema stava esprimendo un bisogno. La seconda, al contrario, non nasceva da una necessità e, per questo motivo, ho scelto di non accettarla. > > L’ho fatto perché l’esperienza mi ha insegnato che sarà più semplice ed efficace gestire un cliente con un bisogno esplicito di uno che non ha le idee chiare su cosa vuole. Mi ha fatto incazzare non solo per la quantità di interazioni e commenti giubilanti che ha generato, ma soprattutto perché non è affatto vero che il secondo cliente non stava esprimendo una necessità. Al quarto posto della sua [piramide dei bisogni](https://youtu.be/yZwjNPj%5F1tY?ref=flaviopintarelli.it), Abraham Maslow ne mette uno - umanissimo - e lo chiama bisogno di *status*. È la necessità che ogni essere umano ha di essere riconosciuto per ciò che desidera mostrare di sé. Il desiderio di *status* è quello che muove l’industria della moda e quella del lusso, ma anche il desiderio che ci spinge a possedere più libri di quanti siamo in grado di leggere. È un bisogno di *status* che sta cercando di soddisfare il cliente che vuole avere un sito “figo come quello di Apple”. L’azienda di Cupertino è riferimento imprescindibile per un certo tipo di *coolness*, che ti piaccia o meno. Il desiderio di essere “fighi” è un bisogno. Potentissimo, tra l’altro. Difficile da riconoscere? Certo. Complicato da soddisfare? Senza ombra di dubbio. Sia come sia, sempre di un bisogno stiamo parlando e sul piano della deontologia professionale non trovo corretto fare finta che non lo sia solo perché la sua dimensione altamente soggettiva lo rende scivoloso da gestire nell’ambito di una relazione tra cliente e fornitore. Eppure non c’è stato nessuno - nemmeno io - che sia intervenuto nella discussione sotto a quel post per perorare la causa di un cliente la cui sola colpa è aver desiderato un sito “figo come quello di Apple”. Una forma di omertà collettiva. E non è un caso: deriva esattamente dallo stile di scrittura che ha prodotto quel post: un modo di scrivere il cui obiettivo non è ragionare, ma raccogliere consenso in modo rapido e virale. Per un periodo l’ho chiamato “stile assertivo da social”, ma oggi penso sia meglio definirlo “stile social apodittico”: un modo per far passare per verità indiscutibile un’opinione personale. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. LinkedIn e Twitter sono, a modo loro, due reami in cui questo stile domina incontrastato. La cosa mi fa rabbia. Pure parecchia. Perché la realtà è una cosa complessa, e questo modo di scrivere la riduce a una serie di formule magiche, che si pretende possano essere applicate in qualsiasi situazione. Non è così. La realtà è attraversata da sfumature che nessuna formula riesce a contenere. Non esistono ricette che producono, per magia, effetti identici e ripetibili. Dovrebbe essere una considerazione banale, ma l’efficacia di questo stile di scrittura sembra dire proprio il contrario. Su un piano empatico capisco perché lo sia. Noi esseri umani siamo animali sensibili al cambiamento: abbiamo bisogno di stabilità, di raccontarci storie che diano un senso al caos che ci circonda. Però dovremmo avere la capacità di riconoscere che “stabile” non significa per forza “prevedibile” o “generalizzabile”. Lo stile social apodittico funziona. Macina interazioni, costruisce autorevolezza a buon mercato, fa sentire chi legge dalla parte giusta. Il problema è che ingabbia anche chi lo pratica: quando un progetto scivola fuori dagli schemi - e prima o poi succede . non hai più gli strumenti per leggerlo. Hai solo le formule. E le formule, a quel punto, non ti servono a niente. ## Fai difficoltà a comunicare chi sei, cosa fai e perché? Io facilito il processo che trasforma persone e organizzazioni in brand che sanno raccontare il mondo. Se vuoi scoprire come lo faccio e perché può aiutarti a comunicare in modo più efficace quello che fai ⤵️ [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #5 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/05/31/crisi-petra-collins-altre-meraviglie/ Last updated: 2026-05-31T18:22:54.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏. Il 31 dicembre del 2025 sono andato a dormire con un progetto: dedicare il 2026 a rafforzare il mio profilo da scrittore. Il mio secondo romanzo riposava nel cassetto e in un documento stava prendendo forma il *pitch* del saggio sugli usi bellici di robotica e intelligenza artificiale che vorrei scrivere. Il 1 gennaio mi sono svegliato con la sensazione che intorno a me fosse cambiato qualcosa. Non ho avuto subito ben chiaro cosa fosse cambiato, ma me ne sono accorto perché la voce delle persone con cui parlavo suonava come fratturata da una crepa invisibile. Il suono di quella vibrazione aliena è diventato come un acufene piantato dentro la mia testa. Un pensiero - fisso, ossessivo, ricorrente - che mi comprimeva il torace tagliando il respiro. Poi ho capito. E più che un illuminazione è stato un processo. Come l'immagine che si rivela mano a mano che incastri l'uno con l'altro i pezzi di un puzzle. Quel cambiamento apparentemente ignoto aveva un nome: crisi. O recessione, se preferisci chiamarla con il lessico asettico che usano gli economisti sui giornali e in televisione. La sostanza cambia poco. Perché a prescindere dalla parola che scegli per chiamarla, quando la crisi ti guarda negli occhi fa paura. O almeno l'ha fatta a me, che la incontravo per la prima volta da quando ho scelto l'indipendenza come dimensione professionale. Altri, con cui mi è capitato di parlare, l'avevano già incontrata e parlare con loro è stato utile, perché ho capito che il contesto non valeva solo per me e, soprattutto, non era un giudizio su di me. Scriverlo è più facile che viverlo. E accettarlo è ancora più difficile. Non ci riesco sempre, ma provo a farlo in ogni momento. Alla fine di maggio arrivo così, con la necessità di tenere in equilibrio l'immagine di me che desideravo costruire - quella di autore - e l'immagine di me che mi serve per costruirla - quella di marketing strategist. In tutto questo ci sono lezioni - che sto imparando - e nuove cose di cui dovrò essere consapevole. Una, su tutte, è che quando scegli l'indipendenza devi perseguirla fino in fondo. Nel mio piccolo ci sto provando. Questo blog e tutto quello che ci gira intorno fanno parte di questo sforzo. E in un certo senso ne fai parte anche tu che lo leggi. Di questo ti ringrazio. E ora spazio alle cose belle 🙂. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. --- ![Una ragazza adolescente seduta in un prato.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/05/Petra-Collins.jpg) Un foto tratta della serie **The Teenage Gaze* di Petra Collins, che è una fotografa pazzesca. ## Le parole giapponesi per dire turismo Sono due. La prima, tradizionale, è 観光 (kankō). Tradotta alla lettera significa: "osservare la luce di un paese". La seconda, インバウンド (inbaundo), è una parola contemporanea che ricalca quella inglese *inbound*, ovvero in entrata. Nella distanza tra i significati di queste due parole - la prima rivolta a noi che osserviamo, la seconda a loro che arrivano - ci sono tutte le contraddizioni del turismo nell'epoca della globalizzazione armata, ben raccontate da Christopher Hobson in una delle ultime uscite di *Imperfect notes on an imperfect world*, che è una delle mie newsletter preferite. Ti consiglio di seguirla. [Bound to inboundNihon, noted![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fbucketeer-e05bbc84-baa3-437e-9518-adb32be77984.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2F859409c0-f6ba-4cae-80a2-56b57ca95019-2Fapple-touch-icon-180x180-1.png)Imperfect notes on an imperfect worldChristopher Hobson![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2Fa9ebb67f-54fd-4ad0-a3d2-05a3e520f83a_2048x2048.jpeg)](https://imperfectnotes.substack.com/p/bound-to-inbound?publication%5Fid=288003&post%5Fid=196861475&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true) Dentro trovi anche un'affinità tra Giappone e Trentino che non ti aspetti. ## La casa di produzione cinematografica che ha cambiato il modo in cui si promuovono i film Il mio amico Pietro ha scritto un pezzo su A24, una casa di produzione cinematografica che ha iniziato a promuovere i suoi film come se fossero dei *brand*. Te lo consiglio se ti interessa capire come cambia la comunicazione all'epoca delle piattaforme. [A24, quando il cinema diventa brand - LinkIn tempi di guerra dell’attenzione, cinema e marketing condividono sempre più le stesse strategie di hype. Da Spring Breakers a Marty Supreme, A24 mostra come una casa di produzione possa trasformarsi in un brand capace di costruire mondi e generare nuovi consumi.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon-4.ico)LinkPriscilla De Pace![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/a24-marty-supreme.jpg)](https://www.linkideeperlatv.it/a24-quando-il-cinema-diventa-brand/?ref=flaviopintarelli.it) ## Un concerto bello di una band che adoro Sono un pelo monotematico, me ne rendo conto, ma da qualche mese sono tornato ad ascoltare un sacco di roba punk, emo e hardcore. Tra le band che preferisco ci sono gli *Stegosauro* di cui è uscito da poco un live su [Full HC](https://www.youtube.com/@fullhc?ref=flaviopintarelli.it), benemerito canale YouTube che documenta i live della scena italiana per chi, come me, ai concerti ci riesce ad andare una o due volte all'anno. E ti dirò di più, questi sono proprio i concerti che preferisco e che ti fanno capire che tipo di persona sono. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi URL: https://flaviopintarelli.it/2026/05/24/lingue-matrigne-presentazione-bolzano/ Last updated: 2026-05-27T10:42:35.000Z 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏. 📆 Venerdì 5 giugno alle 20.00 presenterò **Lingue Matrigne* di Gabriele di Luca alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano. [*Lingue Matrigne*](https://www.raetia.com/it/novita/1104-lingue-matrigne.html?ref=flaviopintarelli.it), l'ibrido narrativo scritto da Gabriele Di Luca e pubblicato da alphabeta lo scorso anno è un testo importante, a tratti profetico, che ha sapute dare voce a quello che un sacco di persone che vivono in Alto Adige/Südtirol pensavano del bilinguismo, una fondamenta identitaria di questa bizzarra provincia. È uno di quei libri che, quando li leggi, esclami: ⤵️ [Cacciari Quarantanni GIF](https://tenor.com/view/cacciari-quarantanni-quaranta-anni-40-lo-dico-da-gif-23100550?ref=flaviopintarelli.it)from [Cacciari GIFs](https://tenor.com/search/cacciari-gifs?ref=flaviopintarelli.it) È per questo motivo che ho risposto "sì" senza neanche pensarci un secondo, quando Gabriele mi ha chiesto di presentarlo come parte del programma di eventi per festeggiare il terzo anno di vita della Nuova Libreria Cappelli di Bolzano. Anche perché, quando me lo ha domandato, ha aggiunto: "A questo punto potremmo sperimentare la formula che avevi in mente tu, che dici?" Se leggi questo blog sai che Gabriele si riferisce alle riflessioni che ho scritto in [*Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiutiamole*](https://flaviopintarelli.it/2026/05/03/presentazioni-libri-sono-rotte/)*.* Un post che analizza perché il format della presentazione non funziona più bene come un tempo e come io penso si potrebbe trasformare. Se non hai ancora avuto modo di farlo leggilo. E venerdì 5 giugno, alle 20.00, vieni in libreria a sentire la presentazione, che abbiamo preparato seguendo alcune di quelle intuizioni. Seguendole è nato *Lingue matrigne: come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi* una performance che abbiamo chiamato *bibliocabaret*, perché, mischiando approfondimento, spettacolo e chiacchierata, proveremo a illuminare la relazione tra l’opera e il suo autore con domande incalzanti, giochi impertinenti e profondissime elucubrazioni. È la prima volta che provo a fare qualcosa di così articolato e ambizioso. Quindi non sono certo che riuscirà proprio come ce l'ho in mente ma sono sicuro che, se vieni, ti divertirai. Gabriele, io e tutto il personale della libreria ti aspettiamo. Fammi sapere se ci sarai! [Lingue matrigneLa menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon-5.ico)RaetiaGabriele Di Luca![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/lingue-matrigne.jpg)](https://www.raetia.com/it/novita/1104-lingue-matrigne.html?ref=flaviopintarelli.it) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/05/LM.jpg) ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Spiegami Deleuze, stronzo! URL: https://flaviopintarelli.it/2026/05/17/spiegami-deleuze/ Last updated: 2026-05-17T18:39:37.000Z 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏. > La complicazione del pensiero rinforza l'attacco alla confusione attiva o energetica - delirio - contro le forze reattive la cui tendenza ossessiva è quella di risolvere o concludere. Ribellandosi alla tendenza fondamentale del ragionamento filosofico, essa si schiera con il pensiero contro la conoscenza, contro le rassicuranti prescrizioni della "volontà della verità". Nell’autunno del 2023 ho salvato nelle bozze del blog questo passaggio di Nick Land. È tratto da un saggio, *Nietzsche Sciamanico*, che si trova in [*Collasso*](https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/collasso-scritti-nick-land-libro-luiss-university-press/?ref=flaviopintarelli.it), la raccolta di scritti landiani pubblicata qualche anno fa da Luiss University Press. Come mi ricorda il titolo della bozza - *Explain Deleuze to me* \- l’intenzione era quella di farne una polemica contro il meme che vuole il pensiero del filosofo francese contorto e inaccessibile: un’affronto, per chi, come me, con Deleuze ci è intellettualmente cresciuto. Eppure, che mi ci siano voluti quasi tre anni per darle seguito è la prova che quell’intenzione non era forte abbastanza da prolungarsi in azione, ma nemmeno così debole da spingermi ad abbandonarla del tutto. La citazione di Land è rimasta semplicemente lì, testimonianza muta di una potenzialità ancora da esprimere. Provo a farlo oggi, scrivendo queste righe. E mentre lo faccio mi chiedo: che ne è della *verve* polemica che mi ha spinto a salvare la citazione? Esiste ancora oppure è svanita? E se esiste ancora, sarà identica a come sarebbe stata se l’avessi scritta nel 2023 oppure il tempo ne ha modificato i contorni? La risposta, nel frattempo, l’ho trovata. Non avendola argomentata nel 2023, la mia polemica oggi non potrà mai essere la stessa che sarebbe stata allora. La mente non organizza i pensieri per compartimenti stagni e il tempo lascia segni che non è possibile cancellare. Per ricostruirla non resta altro che affidarsi al ricordo. Ma il ricordo, si sa, non è mai solo un atto di recupero del passato per come è stato. È anche - soprattutto - l’atto della sua ricostruzione nel qui-e-ora del presente. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. Dunque, oggi, la mia polemica contro il celebre meme direbbe più o meno che, come spiega Land nel suo modo fulminante, la scrittura di Deleuze è una forma di attacco alla “tendenza ossessiva \[...\] di risolvere o concludere” qualcosa. Ed è senza dubbio così. Quello del filosofo francese è un pensiero-che-scorre, un flusso intensivo di sensazioni che vuole essere percepito più che capito. Se lo affronti andando alla ricerca di prove e indizi, aspettandoti che, da un momento all’altro, ogni pezzo trovi collocazione in un insieme che puoi cogliere in modo coerente, capace di illuminare un preciso aspetto della vita e del mondo, beh, semplicemente non lo troverai. La scrittura di Deleuze non fa nulla di tutto questo. [Marx sì, come Paolo Villaggio ci ha mostrato in modo brillante](https://www.youtube.com/watch?v=5ezIv-wQpvI&ref=flaviopintarelli.it). Deleuze fa una cosa diversa. Si insinua nei meccanismi del nostro pensare e li riscrive di nascosto per modificare il modo in cui agiamo, così come riscrivere una porzione di codice informatico cambia il modo in cui il computer lo esegue. Per premesse di questo genere non ci sono mediazioni possibili: o le si accettano oppure il lavoro del pensatore francese resterà alieno e distante. Ma è qui che devo essere onesto: la polemica contro il meme che avrei voluto scrivere non è mai diventata un post. Non per mancanza di argomenti ma perché, nel tempo, ho smesso di volerla fare. Non tanto perché io abbia smesso di amare ed accettare le premesse su cui la scrittura di Deleuze costruisce il proprio fascino, quanto perché mi sento pervadere da due forze opposte. Da una parte una sorta di stanchezza mentale, che alza una barriera a tratti invalicabile di fronte allo sforzo che il confronto con un pensiero così ambizioso comporta. Dall’altra un desiderio: potermi confrontare con una scrittura che non mi scorra dentro ma sulla cui superficie possa scorrere io, o meglio, scivolare, come un pattinatore scivola sul ghiaccio grazie alle lame dei suoi pattini. C’è, per me, qualcosa di intimamente deleuziano nel riconoscere questa evoluzione del mio approccio a un pensatore a cui devo tanto - forse tutto - della mia formazione intellettuale: non esistiamo se non all’interno di un cambiamento senza fine che ci modella mentre noi ne modelliamo il flusso. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Schloss Edelwiess URL: https://flaviopintarelli.it/2026/05/10/schloss-edelwiess/ Last updated: 2026-05-10T18:15:07.000Z ⚠️ Questo è un post piuttosto lungo. Se adesso non hai tempo di leggerlo tutto, salvalo e fallo in un momento di calma. All'inizio dello scorso anno, Andrea Facchetti mi ha proposto di collaborare a una pubblicazione che tirava le fila di un "un progetto di ricerca focalizzato sul rapporto tra turismo e cultura visiva", a cui Andrea stava lavorando insieme a Giorgio Camuffo. [*Greetings form the Disaster*](https://www.antigaedizioni.it/prodotto/greetings-from-disaster/?ref=flaviopintarelli.it) \- così s'intitola il libro che ha dato forma alla loro ricerca - è uscito alla fine del 2025\. Al suo interno ha trovato posto anche il mio contributo, un racconto intitolato *Schloss Edelweiss*, che condivido con te, invitandoti ad approfondire o ad acquistare il volume per apprezzare il lavoro di analisi e mappatura di alcune manifestazioni critiche del fenomeno del turismo contemporaneo condotto da Andrea e Giorgio. Il racconto mette in scena [una visione del futuro di cui avevo già avuto modo di parlare](https://flaviopintarelli.it/2025/04/27/fuoco-cammina-con-me/): quella di uno spazio alpino che, per effetto dell'impatto del riscaldamento globale, appare [sempre più vulnerabile all'azione di eventi un tempo rari come,per esempio, gli incendi](https://salto.bz/it/article/06032026/foreste-135-millioni-di-anni-simulati?ref=flaviopintarelli.it). Una parentesi di incubo, punteggiata da incongrue apparizioni, che sfumano i contorni tra ciò che è immaginario e ciò che è reale. Buona lettura. --- Il concierge bussò alla porta della camera un paio di minuti prima delle otto. Ero arrivato solo da qualche ora, nel cuore della notte. Le Alpi, fuori dal finestrino dell'elicottero, erano un nastro di buio, screziato di tanto in tanto dal biancore di una pista da sci che rifulgeva al chiarore della luna. Non avevo dormito molto; il jet lag me lo aveva impedito. Indolente, mi alzai dal letto. "Sono desolato di disturbarla signor Liu" disse l’uomo, dopo che ebbi schiuso la porta abbastanza per vederlo bene in faccia. Aveva lineamenti minimali, lisci come l'interfaccia di un touchscreen. Il suo mandarino era stentato, ma a diecimila chilometri da casa non avrei potuto pretendere di meglio. Lo guardai come per dargli il permesso di continuare. “Il comando dei vigili del fuoco ci ha avvisato poco fa che un incendio è scoppiato nei boschi qui vicino, bloccando l'unica strada di accesso." Il concierge fece una pausa. Forse si aspettava una reazione da parte mia, ma mi sfuggiva dove volesse andare a parare col suo discorso, quindi allargai le braccia come a dirgli: e allora. "Temo di doverle comunicare che il resort è isolato e resterà tale fino a che il fuoco non verrà spento. Le piste da sci, purtroppo, sono irraggiungibili." Gli rivolsi uno sguardo assonnato, e lui dovette scambiarlo per una dimostrazione di fastidio, perché si affrettò ad aggiungere che la direzione si scusava per l'inconveniente e che tutti i servizi extra, per quel giorno, sarebbero stati gratuiti. Richiusi la porta alle sue spalle, restando ad ascoltare il suono ovattato dei suoi passi che si allontanavano nel corridoio. Quando fuori fu silenzio mi abbandonai sul letto. Pochi mesi prima che Putin invadesse l’Ucraina ero diventato il CEO di un'azienda di semiconduttori il cui *business* sarebbe esploso ben oltre ogni più rosea previsione. Per gestirne la crescita avevo rimapppato il mio ciclo circadiano, abituandomi a dormire due ore per ogni sei ore di veglia. Spinto all’estremo, il mio corpo aveva detto basta. Negli ultimi mesi avevo iniziato a soffrire di intense paralisi del sonno che mi avevano reso impossibile riposare. Il neuropsichiatra era stato categorico: senza un *detox* cognitivo avrei rischiato danni fisici e mentali. Per questo ero volato allo Schloss Edelweiss. Il resort era famoso per l’opulenta vastità dei suoi servizi (tra cui spiccavano la sorgente termale privata, la piccola riserva di caccia, l’eliporto e una clinica interna dedicata alla salute degli ospiti) e la località isolata in cui era stato costruito. “Tre giorni di completo distacco da ogni fonte di informazione,” aveva detto il medico “basteranno a ricaricare le batterie del suo cervello sovrastimolato.” Ripensando a quelle parole provai un senso di frustrazione. Avrei di certo preferito passare il poco tempo libero a mia disposizione sciando, ma non era certo colpa del resort se era scoppiato un incendio. E poi, figurarsi, grazie alla proverbiale efficienza alpina avrebbero risolto la cosa nel giro di poche ore. Quindi mi vestii e andai a fare colazione. La sala da pranzo del resort aveva un aspetto minimale che comunicava un’efficienza fuori dal comune. Ogni dettaglio sembrava progettato per semplificare i gesti degli ospiti, riducendo al minimo ogni frizione. Eppure il rivestimento in legno delle superfici dava all’insieme un aspetto rustico e autentico, sottolineato da imprecisioni che parevano costruite ad arte. Il buffet offriva un’impressionante selezione di latti. Il latte vaccino era intero, parzialmente scremato, scremato e senza lattosio. Accanto c’era del latte di capra, poi tutta la teoria delle bevande a base vegetale: di mandorla, di soia, di avena, di farro, di riso e di cocco. Avevo letto da qualche parte che, sulle Alpi, quello di vacca profumava di tutte le fragranze dei fiori e delle piante medicinali che il bestiame ruminava sugli alpeggi. Così, decisi di versarmene una tazza dopo aver contemplato quella parata per qualche minuto. Nel piatto misi salumi, formaggi e un paio di pezzi di pane nero, a base di segale, probabilmente. Non ho mai amato le colazioni salate, ma in vacanza ho sempre provato ad accordarmi il più possibile alle tradizioni locali. Ero ancora intento a consumare il mio pasto quando avvertii una presenza estranea alle mie spalle. Non si muoveva con la stessa attenta discrezione del concierge, tutt’altro: aveva la sfrontata sicurezza di chi è abituato a piegare lo spazio alla propria volontà. “Le dispiace se mi siedo accanto a lei?” Il suo mandarino aveva un marcato accento tirolese. Gli feci cenno di accomodarsi, studiandolo mentre prendeva posto. Indossava l’outfit tradizionale dei paesi di area D-A-CH: scarpe basse da trekking, pantaloni tecnici in fibra sintetica iperleggera e un guscio di Gore-Tex dai colori squillanti. “Piacere di conoscerti” disse allungando la mano nella mia direzione. “Io sono il Luis.” “Liu, onorato di incontrarla” risposi, e ricambiai la stretta. La pelle del suo palmo ricordava la consistenza del porfido. Quando la strinsi, al mio cervello arrivò una sensazione graffiante, netta come la linea del suo viso, che pareva modellata dal vento, dalla pioggia e dal gelo come il profilo delle montagne da cui eravamo circondati. “Dimmi, Liu” chiese sporgendosi verso di me, “cosa ti porta allo Schloss Edelweiss?” “La ricerca di pace interiore” risposi sollevando appena un angolo della bocca. “Un’ottima motivazione. È una vita che la cerco.” “E l’ha trovata?” chiesi, sporgendomi a mia volta verso di lui. La sua pelle emanava un forte odore di tabacco da pipa. “A volte. Per poco tempo.” “Interessante” constatai. “E dove è accaduto?” Luis aggrottò le sopracciglia. Le rughe erano come profonde vallate scavate sulla sua fronte. “Di solito la trovo in cima a una montagna.” “Presumo allora che lei sia un alpinista.” L’uomo sorrise, soddisfatto. “È così, o almeno mi piace definirmi tale.” “Provo simpatia per gli alpinisti, mi danno sempre l’impressione di muoversi con leggerezza.” “Oh, lo fanno. Lo facciamo. In cima ci si arriva per sottrazione, riducendo al minimo il peso da portare. L’essenza dell’alpinismo è capire quali sono le cose davvero essenziali per un uomo. Di solito, non sono più di quattro o cinque.” “Mi pare un insegnamento prezioso” commentai, prendendo un sorso dalla tazza. Il sapore del latte era strano, come fosse troppo cotto. Non mi piaceva, ma forse era quello il vero sapore del latte, e quello che avevo in mente io, quello che avevo sempre gustato, altro non era che un sapore falso. Una menzogna. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_01-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_02-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_03-1.jpg) “Lo è, ma non è indolore come potrebbe apparire” disse Luis, lasciando che quella frase restasse sospesa tra di noi come il corpo di un climber appeso a una parete. “Cosa intende?” chiesi io, dopo avergli risposto con uno sguardo interrogativo. “Che la pace dell’alpinismo è una pace effimera, transitoria, dura il tempo della salita e poi, rapidamente, svanisce mano a mano che si scende a valle, dove il peso della vita torna a gravarti sulle spalle.” Mentre Luis pronunciava quella sentenza mi tornò in mente una pratica che non ero riuscito a chiudere prima di partire. Era la prima volta che pensavo al lavoro da quando ero arrivato. Scacciai immediatamente il pensiero dalla mente. “Mi ricorda il supplizio di Sisifo.” “Solo al contrario ma sì, è proprio così. È per questo motivo che inseguo le cime da una vita. Senza quell’istante di pace interiore non riuscirei a sopravvivere alle responsabilità della vita, il mio problema…” Fece ancora una pausa e si guardò alle spalle come se ci potesse essere qualcuno pronto ad approfittare di quella confessione. Quando fu sicuro che eravamo soli, continuò. “Il mio problema è che ho finito le cime da scalare. Le ho salite tutte. Tutte le cime del mondo.” “Tutte?” esclamai senza riuscire a nascondere una nota di stupore. Un lampo di soddisfazione accese il suo volto. “Tutte quelle che vale la pena salire” rispose mentre il bagliore andava spegnendosi. “Ecco perché in questi giorni mi sento così inquieto e vulnerabile. Ho paura che non riuscirò più a trovare la pace di cui ho bisogno. Non su questo pianeta almeno.” “In che senso?” A quella domanda il mio interlocutore si lasciò andare contro lo schienale per la prima volta da quando avevamo iniziato a parlare. “Oh, se glielo dico mi prenderà per un folle.” “Non si faccia pregare, Luis. Dopotutto, è stato proprio lei a sedersi qui per parlarmene, o sbaglio? Ora sono curioso.” “Beh” rispose con un sorriso sornione, “si potrebbe dire che il mio principale concorrente è un certo Elon Musk.” “Quale dei tanti?” A quella battuta Luis rise sonoramente, battendosi una manata sulla coscia. “Di certo non il politico, né l’amministratore pubblico. A me interessa competere con il visionario, ho investito molti soldi nell’esplorazione spaziale.” “Esplorazione spaziale?” “Esatto, la mia compagnia costruisce razzi per viaggi spaziali. Secondo le previsioni attuali, entro quindici anni dovremmo essere in grado di raggiungere Marte, e lì, sul pianeta rosso, ci sono montagne che nessuno ha mai scalato. Io voglio essere il primo” disse, aumentando improvvisamente la velocità dell’eloquio, come se dovesse finire il suo racconto prima di poter riprendere fiato. Poi fece un lungo respiro, distolse lo sguardo per qualche secondo e tornò a puntarlo su di me. Non è forse questo lo spirito dell’alpinismo?” chiese infine, con un tono che sembrava cercare conferma, consolazione. Stavo ancora cercando di capire come rispondere a quella domanda quando il cellulare di Luis vibrò nella sua tasca. Senza degnarmi di un saluto, lui si alzò e sparì, inghiottito dal lungo corridoio del resort. La conversazione mi aveva lasciato addosso un senso di stordimento. Una profonda spossatezza. Ma forse era solo l’effetto del jet lag che finalmente si faceva sentire. Tornai in camera e chiusi la porta dietro alle mie spalle. Bussarono. Una luce livida illuminava la stanza. Guardai l’orologio sul comodino, erano ancora le otto meno tre minuti. Intontito, mi alzai per aprire senza riuscire a capire quanto a lungo avessi dormito. “Sono desolato di doverla disturbare di nuovo” esordì il concierge. “Poco fa il comandante dei vigili del fuoco ci ha comunicato che le operazioni di spegnimento dell’incendio si stanno rivelando più difficili del previsto. Il vento alimenta le fiamme e l’incendio si è avvicinato alla struttura di qualche chilometro.” Lo guardai interdetto. “Capisco il disappunto” replicò, “purtroppo il resort resta ancora isolato e le piste irraggiungibili. Ma le autorità hanno assicurato la direzione che stanno facendo del loro meglio per domare le fiamme e prevedono che il rogo sarà spento entro poche ore. Naturalmente, anche per questa giornata tutti i nostri servizi sono offerti dalla direzione.” Terminò la frase e restò lì, in attesa di una mia risposta. Mi strinsi nelle spalle, come a dire che se non c’era alternativa non avrei potuto far altro che farmi andare bene quella situazione. “La ringrazio per la sua comprensione” rispose e si infilò nel corridoio. Restai a guardarlo fino a che sparì dietro un angolo. Rientrai in camera, chiedendomi come avrei impiegato un’altra giornata confinato nel resort. E anche se non avevo ancora fatto praticamente nulla mi sentivo spossato. Decisi di farmi una doccia per lavarmi via quella sensazione dalla pelle. Dentro alla cabina la rubinetteria dorata spiccava sullo sfondo di un rivestimento in marmo screziato di riflessi rosa. Mi avvicinai per studiarne da vicino la trama e mi sembrò di scorgere al suo interno forme fossili. Il marmo doveva essere naturale. La cosa mi colpì, perché sapevo che le cave più importanti al mondo andavano esaurendosi e il prezzo di quel materiale era schizzato alle stelle. Mi domandai quale sarebbe potuto essere il costo delle forniture se ogni doccia di ogni bagno di ogni camera del resort avesse un rivestimento di marmo naturale. Non seppi calcolarlo e lasciai che quel pensiero scivolasse via insieme all’acqua che mi scorreva addosso. Più lo faceva e più mi sentivo riposato e carico di energie. Uscendo dalla doccia l’iPhone vibrò leggermente contro il piano del lavandino su cui l’avevo appoggiato. La notifica mi ricordava che l’ascensione con le racchette da neve era prenotata per le 11.00 di quella mattina. Per un istante pensai che sarebbe stato cortese disdire l’appuntamento. Non so perché non lo feci. Forse perché iniziavo ad avvertire il bisogno di scaricare l’energia che sentivo crescermi dentro. Mentre mi asciugavo le gambe con gli asciugamani in spugna jacquard, mi ricordai della brochure che avevo raccolto del bancone della reception durante il check-in. Quattrocentocinquanta metri quadrati di palestra, completa di attrezzi per l’allenamento a corpo libero e macchinari per gli esercizi contro resistenza, dotati di pedane intelligenti e sensori di ultima generazione per monitorare ogni parametro, dalla velocità di esecuzione al battito cardiaco al tempo di recupero. Ecco come avrei speso la mia mattinata dopo la colazione. Il resort non era solo grande: era anche vuoto. E nessuna indicazione o cartello aiutava a orientarsi lungo quell’intrico di corridoi. Le porte erano identiche tra loro, lisce e schive, come se gli spazi si equivalessero. Dopo aver girovagato per un po’, come per caso mi ritrovai davanti alla palestra, che riconobbi soltanto grazie alle ombre dei macchinari che si intravedevano nel buio della stanza attraverso una porta a vetri. Varcai la soglia e non appena i sensori rilevarono la mia presenza i led si accesero disciplinati come un plotone. La palestra era asettica e moderna, con le macchine ben allineate contro le pareti. Una grande vetrata si apriva in fondo alla stanza, regalando uno scorcio sul panorama circostante. Mi avvicinai per guardare fuori e scorsi una colonna di fumo nero che saliva verso il cielo attraverso le chiome degli abeti. Il bosco si estendeva a perdita d’occhio davanti al mio sguardo. Eravamo davvero così distanti dal resto della società? “Il paese più vicino è a circa cinquanta chilometri di distanza”. A parlare era un uomo impegnato alla pressa. La vista della foresta doveva avermi catturato al punto che non lo avevo nemmeno sentito entrare e tantomeno iniziare ad allenarsi. “Non pensavo che esistessero ancora località così isolate sulle Alpi” gli risposi provando a imitare il forte accento britannico con cui mi aveva rivolto la parola. “Un tempo, affacciandosi da questa finestra avrebbe potuto vedere le luci di almeno cinque paesi. Ora non ne restano più nemmeno i tetti. I proprietari hanno venduto case e terreni per pochi soldi quando le politiche neoliberiste hanno spinto i governi a concentrare le risorse sulle aree strategiche delle loro nazioni.” “Mi sembra che lei conosca molto bene il profilo socioeconomico di questa regione.” “A sufficienza” rispose, “per qualche anno ho fatto da consulente per alcune imprese che hanno approfittato della situazione per fare affari. Lo Schloss Edelweiss, per esempio” disse, alzandosi dalla macchina e descrivendo col braccio un semicerchio che abbracciava la stanza, “è così isolato perché la società che lo ha costruito ha potuto comprare ettari ed ettari di montagna a un prezzo stracciato.” Fece un paio di passi nella mia direzione e mi porse la mano. ## Esplora con me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. “Il mio nome è Bond” disse, “James Bond.” “Liu, piacere di conoscerla mister Bond.” "Lei è già stato sulle Alpi, signor Liu?” “È la prima volta che le visito. Ne ho sentito parlare moltissimo, ed ero curioso di ammirarle.” “Ottima scelta, l’inverno è la stagione migliore per farlo. Lei sa sciare, signor Liu?” “A sufficienza da aver pensato di passare qualche ora sulle piste. Peccato per lo spiacevole inconveniente là fuori” risposi indicando il fumo che continuava a salire verso il cielo. “Una seccatura, concordo. Ma sono certo che verrà risolta presto, da queste parti sanno essere efficienti, glielo assicuro.” “Non ne dubito” feci io di rimando e accennai un passo verso il tapis roulant. “Le andrebbe di sciare insieme?” domandò Bond, senza darmi il tempo di raggiungere la macchina. “Ne sarei onorato” risposi, più per cortesia che per convinzione. “L’onore sarà mio, non è facile trovare un compagno con cui sciare, di questi tempi.” “Avrei detto il contrario. Le Alpi non sono forse la patria dello sci?” “Lo erano un tempo, oggi mi sembra una definizione poco appropriata.” “Posso chiederle perché?” “Perché sono sempre meno le persone che scelgono di praticare questo magnifico sport.” “Capisco. E si è mai domandato il motivo?” “Molte volte.” “È riuscito a trovare una risposta?” “Personalmente penso che la colpa sia dei metaversi. I ragazzi di oggi preferiscono provare emozioni virtuali, poco rischiose e a buon mercato. Certo, per sciare servono soldi e voglia di rischiare. Ma non sono che inezie se messe a confronto con l’ebrezza di una discesa. Il vento sulla faccia. La neve che sibila sotto le lame. Le asperità della pista che risalgono le gambe e attraversano il corpo che, reso impercettibile dalla gravità, accelera trasformandosi in un bolide su cui puoi esercitare un controllo pressoché totale, costantemente in bilico tra il successo e il fallimento. Dio, signor Liu, sciare è olimpico.” Aveva parlato con un tono via via più concitato, e quella frase doveva aver riportato in superficie una qualche memoria celata nei suoi muscoli, perché mano a mano che inanellava quelle parole il suo corpo aveva cominciato a muoversi come se davvero stesse sciando. “Ora che ho potuto toccare quanto ardente sia la sua passione, mister Bond, sarei davvero entusiasta di poter sciare insieme a lei. Sa” gli sussurrai avvicinandomi come si fa quando si condivide una confidenza con uno sconosciuto, “purtroppo non ho mai potuto sciare all’aperto prima. A casa mia, a Shenzen, possiamo farlo solo in strutture indoor.” Mi ritirai, timoroso che un purista come lui potesse trovare disdicevole quella costrizione. Invece Bond s’illuminò, come travolto da una rivelazione. “Davvero potete sciare al chiuso?” mi chiese con la bocca mezza spalancata. “È l’unico modo in cui possiamo farlo, la mia città affaccia sul mare.” “Non ci avevo pensato, ma ha ragione,” commentò, e mi rivolse uno sguardo carico di aspettative e possibilità. “sono così abituato ad associare lo sci all’aria aperta che avevo scordato l’esistenza delle piste indoor. Non sarà la soluzione ottimale, ma è una soluzione. Di questi tempi bisogna essere pragmatici.” Dopo aver pronunciato quella frase mi voltò le spalle per imboccare il corridoio che portava fuori dalla palestra. Interdetto, lo guardai allontanarsi, circonfuso dalla bolla di luce creata dai led che si accendevano e spegnevano davanti e dietro di lui al suo passaggio. Finché rimase a portata d’orecchio lo sentii continuare ad esclamare: “Sciare al chiuso, ma certo, era così facile. Come mai non ci ho pensato prima?” Chi erano quelle persone, mi domandai prima di tornare ad allenarmi. Non riuscivo a capire se volevano qualcosa da me o se erano soltanto in cerca di qualcuno con cui condividere un dettaglio delle loro bizzarre esistenze, prima di sparire silenziose, così come erano arrivate. Quando, puntuale come al solito, la mattina seguente il concierge bussò alla porta, i muscoli mi dolevano per via dell’estenuante sessione di allenamento che avevo finito col concedermi. Quindi ci misi qualche secondo in più del solito per aprire la porta. “Sono affranto di doverle dare un’altra cattiva notizia”, disse il concierge, abbassando il suo volto liscio verso il pavimento. “L’incendio divampa ancora, anzi, si è fatto più vicino al resort. Il governatore della provincia ha chiamato la direzione e ha assicurato che, nel corso della giornata, interverranno le squadre di emergenza dell’esercito. Con il loro aiuto il fuoco sarà domato quanto prima.” Solo in quel momento avvertii un’acre nota di bruciato nell’aria, e mi accorsi di aver lasciato una finestra socchiusa prima di addormentarmi. Annuii cercando di nascondere il mio fastidio e chiesi che mi venisse servito il pranzo in camera. Trascorsi la mattina nella SPA privata della mia suite. Solo più tardi decisi di scendere al bar del resort, un salone rivestito di specchi che riflettevano le luci dei grandi lampadari di cristallo. Appoggiato al bancone c’era un signore anziano, avvolto in una vaporosa pelliccia da cui spuntava un dolcevita in cachemire color crema. Mentre mi avvicinavo gli rivolsi un cenno di saluto, che il vecchio ricambiò con sufficienza. Da una porta laterale spuntò il concierge. “Lieto di vederla, cosa posso servirle?” mi domandò con la consueta servizievole solerzia. Chiesi uno scotch. “Ottima scelta!” esclamò il vecchio impellicciato. “Non c’è bevanda più adatta di un whisky per farsi compagnia in settimana bianca.” Gli rivolsi un sorriso e quello mi tese la mano. “Donato Braghetti, commendatore” disse con una certa enfasi. “Liu” risposi. “Lu?” chiese lui di rimando. Sorrisi. “No” risposi, provando a scandire più lentamente il mio nome: “Liu.” “Lee?” fece quello tendendo l’orecchio. Sospirai senza abbandonare il sorriso. Il vecchio parlava con la tipica inflessione degli imprenditori milanesi di un tempo. Avevo potuto ascoltarne l’imitazione fatta da alcuni finanzieri lombardi con cui avevo contatti di lavoro. Per questo, nonostante il mio italiano fosse accettabile, lo seguivo a fatica. Ascoltarlo era come ascoltare una lingua sul punto di spegnersi. “Sì, Lee.” Speravo che la cosa sarebbe morta lì. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_04-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_05-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/Greetings-from-disaster_fondobianco_06-1.jpg) “Conoscevo un tale di nome Lee. Devo averlo incontrato a Sankt Moritz. O forse era a Courma? Non ricordo di preciso. Possibile si tratti di un suo parente?” “Lee è un nome piuttosto comune in Corea. Potrebbe essere, potrebbe essere di no” risposi, prendendomi gioco di lui. “Ah, è coreano? Avrei scommesso cinese.” Mi portai il bicchiere alle labbra per un lungo sorso. Il whisky era pastoso e caldo. Lasciai che mi avvolgesse il palato completamente prima di farlo scivolare lungo l’esofago, e a quel punto mi concentrai sulla sensazione di bruciato data dalla sua discesa verso lo stomaco. “Bello è bello” disse allora il vecchio, che era rimasto silenzioso per un po’. “Che cosa?” feci io. “L’albergo” rispose, indicando la sala col pollice. “Solo che…” “Cosa?” “Solo che io sono un tipo vecchio stampo, in questi posti moderni mi manca l’atmosfera di un tempo.” “L’atmosfera di un tempo? Perdoni la mia ingenuità, ma credo di essere un po’ più giovane di lei e penso di non capire bene di cosa stia parlando…” “Parlo di glamour, signor Lee, di fascino, di stile, di carattere. Ai resort di oggi non manca niente se non questi dettagli, ma sono proprio quelli che rendono un’esperienza degna di essere vissuta.” “Parla come uno che d’alberghi se ne intende.” Presi un altro sorso. “Può dirlo forte, li ho frequentati tutti. Tutti i più importanti, s’intende.” Un sorrisino beffardo mi arricciò le labbra. “Impressionante.” commentai tornando serio. “E ne aveva uno preferito?” “Eccome se ne avevo uno. È mai stato alla Perla, a Cortina?” “Temo di non avere mai avuto il piacere.” “È un peccato. Era un vero gioiello.” “Era?” “Sì, purtroppo ha chiuso qualche anno fa. Anche Cortina non è più quella di una volta.” Un goccia di sudore gli scivolò lungo la fronte, scavando un solco nel cerone che gli impiastricciava la faccia. “Ma un tempo… Un tempo era davvero la perla delle Dolomiti.” Il suo indice iniziava a tamburellare sul bicchiere come posseduto da uno spirito. “La buonanima di mia moglie l’adorava. Pensi” disse abbassando il tono della voce e avvicinandosi come se stesse per farmi una confidenza intima, “pensi che una volta ci misi solo due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano.” Il suo alito era rancido d’alcol. “Due giri di Rolex!” esclamò battendo orgoglioso il dito sul quadrante dell’orologio che portava al polso. Lo guardai fingendo ammirazione. Stavo per replicare quando un uomo corpulento entrò nel salone del bar percorrendolo a grandi passi. “Donato!” fece, rivolto al vecchio. La sua voce era possente, poteva essere bulgaro o ucraino, chissà. “Donato, ecco dov’eri finito! Quante volte ti ho detto che non puoi bere prima di cenare? Sai che ti fa male.” Il vecchio bofonchiò qualcosa. “Stavo solo raccontando al signor Lee di quella volta che ci ho messo…” “Due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano” proseguì il nerboruto. “Eri meglio di Alboreto, Donato, lo so. Ma adesso vieni, è l’ora della tua terapia.” Prese il vecchio sottobraccio. “Spero che non l’abbia importunata, è logorroico ma è innocuo” fece rivolgendosi a me mentre lo spingeva verso la porta della sala. Non risposi ma restai a guardare quella strana coppia fino a che la porta del bar non si chiuse, consegnandoli al ventre del resort. Non so per quanto tempo restai lì, né quanti altri bicchieri di whisky ordinai, ma quando rientrai in camera ebbi la sensazione che l’aria fosse più calda di quando ero uscito quel pomeriggio. Mi svegliai con la testa stretta in una morsa. Le otto erano passate ormai da qualche minuto ma il concierge non aveva bussato alla porta. Strano, pensai, ero certo di aver chiesto di venire svegliato proprio a quell’ora il giorno della partenza. Scivolai con un po’ di fatica giù dal letto. Alzandomi, notai un’ampia chiazza di sudore disegnata sulle lenzuola. L’aria nella stanza era caldissima, senza dubbio più calda della sera prima, come se l’impianto avesse continuato a scaldarla per tutta la notte. Forse un guasto al sensore che rilevava la temperatura dell’ambiente? Socchiusi gli occhi per una fitta alle tempie. Mi diressi verso il bagno col desiderio di farmi una doccia. Mi avrebbe aiutato a smaltire la sbornia e riprendermi dal caldo. Azionai la manopola del miscelatore, ma appena il getto d’acqua mi colpì mi ritrassi lanciando un grido di dolore. D’istinto cercai il mio riflesso nello specchio e ne ebbi conferma: l’acqua mi aveva bruciato la pelle. Allungai una mano verso il getto, che già sollevava ampie nuvole di vapore. L’acqua scottava. Scottava più di quanto avessi mai sentito scottare l’acqua di una doccia. Sentii le gambe farsi molli e per uscire dal bagno dovetti appoggiarmi al muro. Dietro di me, l’acqua continuava a scrosciare nella doccia. Non mi curai del fatto che la sera prima mi ero addormentato vestito e imboccai la porta della stanza. Anche il corridoio era bollente. Bollente e silenzioso. Lo percorsi a passo svelto e, senza capire come, mi trovai ancora davanti alla palestra. Era vuota. Era vuoto anche il salone del bar. E non vidi nessuno nemmeno nella sala della colazione. Dalle sedute col neuropsichiatra per capire come affrontare le paralisi del sonno avevo imparato che parlare è un buon modo per superare questa condizione. Provai a emettere un suono. La mia voce si spanse timidamente nello spazio. Non rispose nessuno. Quindi parlai più forte, sempre più forte. In men che non si dica mi ritrovai a urlare, ma a rispondermi fu solo l’eco delle mie parole che rimbalzava contro le pareti del resort. Mi chiesi dove fossero finiti gli altri ospiti. Lo Schloss Edelweiss era vasto, ma nei giorni precedenti avevo sempre incontrato qualcuno con facilità. Mi avviai in direzione della reception. Che fine aveva fatto il Luis? E mister Bond? E il signor Donato col suo badante corpulento? Le porte al mio fianco scorrevano come fotogrammi mentre, quasi senza accorgermene, acceleravo il passo, ansioso di trovare uno sbocco. E il concierge?, mi domandai a quel punto. Dov’era il concierge, ora che avevo bisogno di lui? Attraversai una porta a vetri che si aprì davanti a me come un sipario e irruppi nella hall. La sala era vuota. Dietro al banco dell’accoglienza non c’era nessuno. Solo vecchie carte. Dimesse e polverose, sembravano lì da troppo tempo, come fossero state abbandonate. Una sensazione di panico iniziò ad arrampicarsi sulle mie gambe, e poi su, su, verso lo stomaco. Il cuore accelerò nel mio petto così tanto che per un attimo fui certo che sarebbe scoppiato di lì a poco. Ma non scoppiò. Mi diressi verso il portone del resort, volevo uscire, volevo respirare, sentivo l’aria mancarmi e dovevo evitare di svenire. Quando raggiunsi l’ingresso spinsi le porte con tutta la forza che avevo, e solo allora lo vidi: le Alpi erano un oceano in fiamme. Bruciavano, altissime, consumando tutto, alberi, anche il resort, fino alle sue fondamenta. Caddi in ginocchio, incapace di muovermi e di respirare, mentre il crepitare dell’incendio si faceva via via più forte, e presto divenne assordante. Rimasi lì, prostrato davanti a quella visione, fino a quando intorno a me non ci fu altro che rumore bianco. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiustiamole. URL: https://flaviopintarelli.it/2026/05/03/presentazioni-libri-sono-rotte/ Last updated: 2026-05-03T18:24:07.000Z 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano e, pur non avendolo scritto, per Facebook averla pubblicata è una violazione abbastanza grave da meritare una riduzione della visibilità dei miei contenuti. Una riduzione che ha un impatto su questo blog che, da quel momento, ha smesso di crescere, perché Facebook è la piattaforma che uso per far scoprire i miei contenuti. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione resta in atto: se vedi un mio post su Facebook metti like o, ancora meglio, lascia un commento, in particolare se si tratta del teaser o del lancio di un post. Ancora meglio, se pensi che a qualcuno possa piacere quello che scrivo giragli i miei contenuti. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. Grazie 🙏. Presento libri da almeno 15 anni. Tre lustri durante i quali ho indossato sia i panni del presentatore sia quelli dell’autore. Magari non l’ho fatto sempre con regolarità, ma ho abbastanza esperienza per poter dire che, oggi, le presentazioni di libri sono un format rotto. Non sono il solo ad averlo notato. Negli ultimi mesi lo hanno fatto anche Valentina Aversano - ciao Valentina - e Daniela Brogi - ciao Daniela, iscriviti alla newsletter 😉. La prima in un numero di Posta Creativa, la sua newsletter - a proposito, iscriviti! - la seconda in un post pubblicato sul suo profilo Facebook. E, ne sono ragionevolmente sicuro, non sono le sole ad aver detto o scritto cose simili. Della crisi delle presentazioni si parla ormai da qualche tempo; da almeno un anno, se la memoria non m’inganna. Di solito, però, se ne parla dentro una cornice più ampia e più annosa: quella della crisi dell’editoria, un settore il cui declino sembra accelerare di anno in anno. Non mi dilungherò qui a elencare i motivi di questa crisi, né a sviluppare le idee che mi sono fatto su come affrontarla: ma se sei un editore e ti interessa ascoltarle, scrivimi e troviamo il tempo. Qui mi interessa provare ad aggiustare le presentazioni di libri. O, con un filo meno di spocchia, condividere alcune idee su come si potrebbe farlo e raccontare come ho provato a metterle in pratica nelle ultime presentazioni che ho fatto e condotto. Ma prima di arrivarci, torniamo un secondo da Valentina e Daniela. La prima [apre la sua newsletter](https://postacreativa.substack.com/p/si-e-sempre-fatto-cosi) con una dichiarazione forte: “vado pochissimo alle presentazioni di libri perché mi innervosiscono”. E poco dopo elenca i motivi del suo nervosismo: > in ordine sparso:quando chi modera parte con un’introduzione di venti minuti e l’autrice/l’autore non riesce nemmeno a dire Buonaseraquando si dà per scontato che la platea abbia già letto il libroquando una conversazione diventa una gara di egoquando ci si parla addosso e non c’è ritmo perché non c’è interesse per il pubblicoquando arriva la domanda-monologo (e arriva sempre, purtroppo a volte anche da chi modera)quando è tutto sciatto, senza cura, senza nemmeno una piccola scintilla vitale Pensa all’ultima volta in cui hai partecipato a una presentazione di merda. Fatto? Bene, adesso spunta dall’elenco di Valentina tutte le voci che hanno reso pessima quella presentazione e, se ti va, raccontamela nei commenti, così facciamo diventare questo post una piccola galleria di cose da non fare quando presenti un libro. *Call to action* a parte, non c’è una voce di questo elenco che sia sbagliata. Neanche una. Valentina lavora coi libri da una vita, sa benissimo cosa uccide una presentazione. Ma ci arriviamo tra poco, prima dobbiamo passare dal post Facebook di Daniela, la quale - riassumo per brevità, [ma ti lascio il link se vuoi leggerlo per conto tuo](https://www.facebook.com/daniela.brogi/posts/pfbid026eBWFmBDX2oWSoabWPMnzhCUEueGqZhKiicspiBdr1HuiPQJBTxK3QBed93pDF75l) \- nota che sempre più spesso le persone che partecipano a una presentazione non acquistano il libro presentato. È un’abitudine culturale che sembra affermarsi e che ha un impatto sulle librerie indipendenti, le quali, per organizzare una presentazione, sostengono costi che non sempre l’evento è in grado di ripagare. Di fronte a questa situazione, Daniela si chiede: “se non sarebbe giusto, nel caso delle librerie indipendenti, fissare una quota da versare alla libreria”. Non è un’affermazione da poco perché, al netto delle questioni pratiche - organizzative, fiscali, di sostenibilità del modello - se si introduce una variabile economica il format della presentazione di libri non può restare lo stesso. Deve cambiare, in profondità e in modo radicale. Perché, come scrive ancora Valentina: > costruire un incontro intorno a un libro è molto difficile. In un mondo giusto moderare un evento letterario sarebbe considerato un lavoro, anche ben retribuito, perché per farlo è necessario studiare, prepararsi e mettere su un racconto che somiglia a un piccolo spettacolo capace di incuriosire, coinvolgere e magari anche emozionare il pubblico presente. Oggi siamo davvero molto lontani da questo modo di pensare. Non dico che non esistano singole persone che ragionano così, ci saranno di certo. Ma si tratta di eccezioni che cercano di innovare in un panorama in cui le consuetudini pesano parecchio. E la consuetudine vuole che la presentazione sia parte del meccanismo di promozione di un libro che avviene dentro un canovaccio ormai piuttosto esausto: introduzione all’autore e al suo libro, domanda, risposta, domande del pubblico, saluti e cena, che spesso è la parte migliore della presentazione. Ma se si chiede al pubblico di pagare per assistere una presentazione non è possibile dargli un copione del genere. Bisogna alzare il livello e pensare alla presentazione come a una forma di *performance*, che coinvolga presentatore, autore e pubblico allo stesso modo. Per immaginare a cosa potrebbe assomigliare una presentazione di libri non serve nemmeno sforzarsi troppo. Sto parlando dei *podcast*, uno dei format più amati degli ultimi anni. ## 📥 Leggimi nella tua mail. Iscriviti a [**Strategie dell'Universo*](https://flaviopintarelli.it/newsletter/), la mia newsletter. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce ogni settimana, la domenica sera. Da [*Tintoria*](https://www.youtube.com/@tintoriapodcast?ref=flaviopintarelli.it) a [*Spazio Penombre*](https://www.youtube.com/@SpazioPenombre?ref=flaviopintarelli.it), giusto per dirne due che mi piacciono, sono molti i *podcast* che diventano o nascono come spettacoli dal vivo in cui avviene né più né meno quello che avviene in una qualsiasi presentazione di libri: un dialogo tra chi ha il ruolo di presentare e chi quello di essere presentato. E il pubblico paga volentieri per vederli. Ma lo fa perché questo genere di format è costruito come uno *show* in cui la promozione di un prodotto è innestata dentro un copione molto più elaborato del classico ping pong di domande e risposte previsto da una presentazione. Del copione di un podcast dal vivo fanno parte segmenti di racconto del percorso dell’ospite, rubriche fisse, intermezzi intimi o comici, giochi o momenti di improvvisazione che deviano dal percorso stabilito. Il modo in cui la conversazione fluisce - il cosiddetto *flow* \- è importante tanto quanto il suo contenuto. Forse più importante. Perché, come sa bene chiunque si sia confrontato con l’arte e la tecnica della narrazione, un racconto funziona quando chi lo scrive sa creare il ritmo giusto tra azioni, riflessioni e descrizioni d’ambiente. E una presentazione, in fondo, non è altro che un racconto in cui chi la conduce deve intrecciare il vissuto dell’autore con ciò che ha scritto, coinvolgendo il pubblico nel processo. Facile? Tutt’altro. Ma è un modo per pensare alle presentazioni di libri in termini meno stanchi e più ambiziosi di quelli a cui siamo abituati. E giustificherebbe anche il costo d’ingresso che Daniela propone di introdurre nel suo post. Costo che potrebbe diventare facilmente un buono o un anticipo sull’acquisto del libro da parte degli spettatori, un po’ come fa la libreria Arcadia di Rovereto, di cui parla Luca Panzarotto in un commento al post di Daniela. Da presentatore, è così che penso le presentazioni che organizzo e che mi chiamano a condurre da quasi due anni. Nello specifico da quando ho [presentato *Fare gol non serve a niente* di Luca Pisapia](https://flaviopintarelli.it/2024/10/24/recensione-fare-gol-non-serve-a-niente-luca-pisapia/) alla Libreria Cappelli di Bolzano. In quell’occasione, ispirandomi ad alcuni podcast calcistici, oltre ad accompagnare i partecipanti in un percorso di lettura del libro, ho costruito la scaletta intervallando alcuni giochi alle mie domande: una piramide dei dieci migliori teorici marxisti della storia - chi ha letto il libro sa perché - e una sorta di *open mic* in cui nominavo a Luca un personaggio legato al calcio, chiedendogli di commentarlo in una parola. In quest’ultimo gioco, ogni 3-4 nomi, porgevo il microfono al pubblico, chiedendo alle persone un nome che non era nella mia lista. Il risultato è stata una presentazione in cui ho provato a bilanciare approfondimento culturale, performance e una forma di coinvolgimento del pubblico capace di alternare divertimento e curiosità. Da quanto mi ricordo le persone si sono divertite e su sei partecipanti, cinque hanno comprato il libro. Basse impressioni, tasso di conversione altissimo. Ovviamente si è trattato di un esperimento. Non è detto che una formula del genere sia adatta a qualsiasi genere di libro o di autore. Ma è una strada possibile per far evolvere il format verso qualcosa di nuovo e fresco. Sia come sia, da quel momento ho iniziato a pensare in termini di *performance* ogni presentazione che mi è stato chiesto di condurre e continuerò a farlo anche in futuro. E da autore ragiono allo stesso modo. Quando Giuliano Geri e io abbiamo iniziato a pensare alla promozione di *Il velo*, il mio romanzo uscito tre anni fa, una delle prime idee a cui abbiamo pensato è stata quella di ricavarne un *reading* musicale. Dunque una *performance*. L’idea nasceva anche dal fatto che alcuni passaggi del romanzo erano stati scritti con in mente la lettura ad alta voce che, da sempre, è una parte fondamentale di tutte le presentazioni che faccio, sia nel ruolo di autore che in quello di presentatore. Ma selezionare un percorso coerente nel romanzo, costruire un accompagnamento musicale e la sua drammaturgia, provarlo ed eseguirlo dal vivo sono tutte azioni che alzano il livello rispetto alla richiesta - concordata o improvvisata - di leggere uno o più paragrafi durante la presentazione del libro. Tanto è vero che, [dopo aver portato il *reading* dal vivo per la prima volta a Merano](https://flaviopintarelli.it/2023/08/03/presentazione-il-velo-merano/), ogni altra volta che ne ho discusso l’eventualità ho sempre specificato che la performance aveva un costo giustificato dal tipo di esperienza che avrei offerto al pubblico, tenendo in equilibrio intrattenimento e approfondimento culturale. Farlo mi ha fatto capire una cosa. Per pensare, progettare ed eseguire questo genere di iniziative serve smettere di pensare in termini di prodotto e iniziare a pensare in termini di persona. Nell’editoria italiana - almeno questo è ciò che mi hanno portato a pensare le esperienze che ho avuto in questo settore negli ultimi 3 anni - il libro, ovvero il prodotto, resta ancora al centro di tutti i processi. Gli agenti - non tutti - cercano libri da vendere agli editori. Gli editori - non tutti - vogliono libri, meglio se già orientati al mercato e a un livello di lavorazione tale da ridurre i costi di produzione e velocizzare l’immissione sul mercato. Troppo spesso, né ai primi né ai secondi interessa costruire e promuovere i loro autori. Ma sono gli autori che fanno vendere i libri, così come sono i cantanti che fanno vendere i dischi e non viceversa. È la persona - o meglio, il personaggio - che dovrebbe stare al centro delle attenzioni di agenti ed editori. Questo l’industria musicale - una delle industrie culturali più vibranti di oggi - lo ha capito molto bene. Con questo non voglio dire che se ne debbano copiare strategie e processi. Come scrive bene Bharat Anand in [*The Content Trap*](https://www.thecontenttrap.com/?ref=flaviopintarelli.it), le strategie nascono dai contesti, ma ciò non toglie che prendere ispirazione da contesti diversi possa essere utile. ## Vorresti mettere alla prova le idee esposte in questo post? Se sei un editore, un librario o lavori in un'istituzione che organizza presentazioni di libri io sono disponibile a discutere di come possiamo aggiustare insieme le presentazioni di libri. ⤵️ [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #4 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/04/26/universi-alternativi-fugazi/ Last updated: 2026-04-26T18:28:15.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. L'Italia ha fallito la qualificazione ai prossimi mondiali di calcio. La circostanza mi ricorda che, osservata nei suoi meccanismi infinitesimali, la realtà è un incessante susseguirsi di punti che progrediscono nel tempo. Per ogni punto passano infinite traiettorie e, ognuna di esse, rappresenta un'infinita, vertiginosa possibilità di futuri alternativi. Nessuno sa come, perché o quali criteri operino la scelta che riduce quelle infinite possibilità a quell'unico punto che determina la realtà in cui viviamo. Qualcuno lo chiama *Dio*. Altri *destino*. Altri ancora preferiscono non pensarci. Ma la cosa più dolorosa, quella più lacerante è sapere che, da qualche parte, nel reame del possibile-che-non-è-stato, c'è una realtà in cui l'Italia non solo si qualifica ai Mondiali, ma li vince anche, per questo fortuito concatenarsi di linee e punti. Perché alla fine dei conti è questo a cui si riduce la nostra vita: una trama di punti e linee tessuti insieme da un'intelligenza imperscrutabile. ![Il sole coperto dalla luna.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/04/eclipse-sun.jpg) Eclissi totale di sole, osservata il29 luglio 1878 a Creston, Wyoming. - ## Tutti gli universi in cui l'Italia perde i Mondiali Racconto di un universo in cui l'Italia va ai mondiali, ma li perde. *Io ero lì, figlio mio. Io c'ero nell'istante in cui Bastoni ha sbagliato il rigore. Lo ricorderò per tutta la vita. East Rutherford, New Jersey. Il Metlife Stadium è un catino bollente in un'estate di fuoco. Il cemento si scioglieva sotto i piedi e nemmeno la notta riusciva a darci ristoro. La partita sembrava non voler finire mai. La Francia ci aveva rimontato tre volte poi, alla fine del primo supplementare, era andata avanti con una prodezza di Mbappé. Il secondo supplementare fu una battaglia di posizione. Una. Due. Tre occasioni sbagliate. Poi il pareggio. Insperato. Acciuffato da una zampata sporca di Calafiori dopo una mischia in area. Nel frattempo, sempre più evidenti, buchi si aprivano nel brulicare di tifosi sugli spalti. Alla gente non reggeva la pompa. Svenivano in tanti. I barellieri andavano e venivano dal tunnel. Lo stridio delle sirene sovrastava il borborigmo della folla ormai esausta. Poi, i rigori. La terribile lotteria. Andarono avanti a oltranza, fino a quando loro sbagliarono e venne il turno di Bastoni. Bastoni l'interista. Il simulatore. Lo scorretto. Bastoni il bastardo. Quello che ci aveva fatto eliminare con un rosso contro la Bosnia. Materazzi redivivo. Odiato in ogni stadio. Additato da un paese intero. Nei suoi piedi, il destino di una nazione destinata al collasso che quella sera aspettava solo un segno di riscatto. Una speranza. La convinzione, flebile, che avremmo potuto farcela. Che quella coppa avrebbe potuto salvarci. Risollevarci. Restituirci quel destino di grandezza che la geopolitica sembrava averci negato per sempre. Lo vidi posare il pallone sul dischetto. Con gesti lenti, calcolati. Senza guardare il portiere si girò. Fece due, forse tre passi per prendere la rincorsa. Poi si girò di nuovo. Fronteggiò la porta, come se stesse calcolando l'area dello specchio. E attese il fischio dell'arbitro. Lo stadio si era ammutolito. Ognuno di quegli ottantaduemilacinquecento cuori che battevano era appeso a una speranza diversa. Il fischio arrivò, lacerante come il volo di un drone sopra la città. Bastoni mosse la testa in modo impercettibile e guardò verso di me, come se mi stesse cercando tra la folla. Fu allora che lo vidi. Io solo. Nessun'altro se ne accorse, nemmeno le telecamere. Un ghigno. Un piccolo, beffardo, infinitesimale ghigno. Il ghigno di quella schiatta d'uomini che vogliono solo veder bruciare il mondo. Durò un millisecondo. Poi si spense. Bastoni prese la rincorsa e calciò. Il pallone s'impenno sopra la traversa. Ma non facemmo in tempo a sentire l'impatto contro gli spalti. La prima testata esplose proprio in quel momento. Poi fu solo luce. Luce accecante e calore che strappa la pelle dalle ossa.* ## Esplora con me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. ## Tutti gli universi in cui l'Inter perde lo scudetto Anche se ho scelto di diventare interista dopo il 5 maggio, non sono immune al perenne senso di disfatta imminente che tifare questi colori comporta. La psicologia neroazzura mi ha fottuto lo stesso. Si, perché la sconfitta epocale e inattesa, quella che un mio amico siciliano e juventino definiva "capretto", è una parte così integrante della narrazione interista da essere ormai diventata mitologia. Un delirio a cui, qualche settimana fa, ha dato una forma visibile il *football data scientist* \- uno che studia il calcio coi dati - [Michele Deantoni](https://x.com/macnonesiste?ref=flaviopintarelli.it). Se oggi, giornata di campionato dopo giornata di campionato, posso visualizzare l'esatto numero di universi in cui l'Inter non vince il suo ventunesimo scudetto è grazie alla sua app [*Orizzonte Scudetto*](https://orizzonte-scudetto.vercel.app/?matchday=30&ref=flaviopintarelli.it). Per un ansioso come me è un'esperienza ai confini del misticismo. ***ps.seguite Michele, è bravissimo!*** ## Il concerto dei Fugazi perduto e ritrovato La memoria è divertente. Lo è perché non è mai certa. È, al contrario, incerta e piena di buchi. Ed è per questo che è spassoso ricostruirla, come hanno fatto i ragazzi del *Delaware Music History Archive*, che si sono messi in testa di ritrovare le tracce di un concerto dei Fugazi del 1995\. Il risultato è un piccolo, luminoso documentario sul significato più profondo del *do it yourself*. **Bonus track**: sulla pagina Bandcamp del gruppo trovi la versione di *In on the Killtaker* prodotta da Steve Albini e un'intervista in cui il buon vecchio Steve racconta cosa significa far parte di una scena. [Albini Sessions (Benefit for Letters Charity), by Fugazi12 track album![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/a2218595450_3-1.jpg)Fugazipunkrock1972bp![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/a2218595450_5-1.jpg)](https://fugazi.bandcamp.com/album/albini-sessions-benefit-for-letters-charity?ref=flaviopintarelli.it) ## Segnalati da voi Qui sotto una breve, pungente riflessione di Ali Ansari sui tanti modi in cui, nella "nebbia della guerra", le voci di chi la subisce vengono silenziate. Me la segnala Giulio. Amico e lettore del blog, Giulio è anche una delle due teste dietro *phase:shift*, una newsletter che ho contribuito a lanciare. Se non lo hai ancora fatto: [iscriviti e diventa anche tu un *phaseshifter*!](https://ph4seshift.substack.com/) [The Fog of WarIn the battle for the narrative, the Islamic Republic has the advantage![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/icon.svg)Iranshahr with Ali AnsariAli Ansari![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2F54a978c6-9dcc-4675-90cd-93f41408bd00_470x788.heic)](https://iranshahr.substack.com/p/the-fog-of-war) ☄️ Vuoi aggiungere una particella al prossimo ****Pulviscolo**? Segnalala nei commenti o scrivimi una mail e spiegami perché devo assolutamente conoscerla. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Ricordare per procura" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2026/04/19/ricordare-per-procura-su-il-tascabile/ Last updated: 2026-04-19T18:13:35.000Z 🆘 A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano e, pur non avendolo scritto, per Facebook averla pubblicata è una violazione abbastanza grave da meritare una riduzione della visibilità dei miei contenuti. Una riduzione che ha un impatto su questo blog che, da quel momento, ha smesso di crescere, perché Facebook è la piattaforma che uso per far scoprire i miei contenuti. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione resta in atto: se vedi un mio post su Facebook metti like o, ancora meglio, lascia un commento, in particolare se si tratta del teaser o del lancio di un post. Ancora meglio, se pensi che a qualcuno possa piacere quello che scrivo giragli i miei contenuti. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione di è risolta. Grazie 🙏. Ho rimuginato su un bel po' prima di riuscire a trovare una chiave per scrivere l'introduzione a questo pezzo pubblicato su *Il Tascabile* qualche mese fa. Poi, una mattina, magia dell'algoritmo, mi sono imbattuto nel [post](https://www.facebook.com/photo/?fbid=10162817680692831&set=a.10151105721212831&comment%5Fid=913394071129902¬if%5Fid=1767861902284569¬if%5Ft=feedback%5Freaction%5Fgeneric) con cui Christian Raimo, riportandone un lungo estratto, dichiarava che il saggio più bello che avesse letto nel 2025 era la nuova introduzione di Paul Schrader al volume *Il trascendente nel cinema*. Se vuoi leggerlo puoi farlo seguendo il link; ma per gli scopi di questo post ti basti sapere che è una splendida riflessione sull'idea di cinema di Deleuze. Per me, che sui testi dedicati dal filosofo francese alla settima arte mio sono formato tornandoci più volte negli anni, il nome di Deleuze è un clickbait irresistibile. Perciò ho letto la citazione dalla prima all'ultima riga e sono rimasto particolarmente colpito da un breve passaggio dedicato al rapporto tra Bergson e Deleuze, che recita così: > Il concetto di durata di Bergson è fondamentale per il concetto di tempo-immagine di Deleuze. Il tempo permette all'osservatore di arricchire l'immagine di associazioni, anche contraddittorie. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Da buon deleuziano, il tempo è una mia ossessione. Dentro allo [Zettelkasten](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/), raccolgo materiali per la "filosofia del tempo digitale" che sogno di poter scrivere ormai da qualche anno. Fantasticando su questo progetto, mi viene da dire che quest'epoca rapidissima ed estensiva avrebbe il profondo bisogno di un "rinascimento bergsoniano", capace di elaborare un pensiero della durata e dell'intensità nuovo e adeguato allo spirito del tempo. Perché, ne sono convinto, è nella durata che possiamo trovare le risorse necessarie per resistere alla guerra all'attenzione che le piattaforme conducono spietatamente contro di noi da quindici anni. In un certo senso, questo è il fiume carsico che scorre sotto la superficie dell'articolo che ti sto segnalando stasera: una ricognizione dello stato attuale della ricerca sulle pratiche di "scarico cognitivo", ovvero le strategie e i gesti che ci permettono di gestire il sovraccarico cognitivo grazie all'ausilio di dispositivi e applicazioni digitali. > Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di *cognitive offloading* comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico. [Ricordare per procuraA furia di delegare all’intelligenza artificiale compiti di ogni tipo stiamo indebolendo le nostre capacità cognitive e critiche? Una riflessione sui costi e i benefici del cognitive offloading.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-6.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Ricordare-per-procura.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/ricordare-procura/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Ricordare per procura" su Il Tascabile ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Museion e lo spirito del tempo presente - La turbolenza #8 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/04/12/museion-e-lo-spirito-del-tempo-presente/ Last updated: 2026-04-13T07:08:54.000Z La maggior parte delle persone non interpreta lo spirito del tempo, ne è attraversata. È lo spirito del tempo che agisce e si manifesta attraverso le loro parole e le loro azioni, non il contrario. Proviamo a usare questa idea come cornice per leggere la solita, vecchia [polemica su Museion](https://salto.bz/it/article/07042026/museion-daccapo?ref=flaviopintarelli.it). Per gli altoatesini è una storia nota. Per tutti gli altri: Museion è il museo di arte contemporanea di Bolzano. Ha aperto all’inizio degli anni Zero e non è mai riuscito a conquistare davvero la maggior parte della città. Le ragioni possibili sono molte: l’arte contemporanea può sembrare esoterica, il suo ambiente troppo snob, il territorio troppo conservatore. Ma il punto vero è un altro: quando un’istituzione culturale non viene sentita come propria, diventa un bersaglio più facile. Da lì in poi, infatti, la polemica segue sempre lo stesso copione: Museion costa troppo e ha troppo pochi visitatori per giustificare l’investimento. [L’ultimo a brandire questa argomentazione è stato Christian Bianchi](https://salto.bz/de/article/08022024/oetzi-allex-enel-non-mi-entusiasma?ref=flaviopintarelli.it), assessore provinciale di recente passato a Forza Italia dopo più di un decennio di militanza leghista. Prima di lui, non più tardi di due anni fa, [a sostenere la critica era stato l’allora consigliere comunale del PD Stefano Fattor](https://flaviopintarelli.it/2024/02/23/fattor-elettorale/). L’insofferenza, come si vede, è *bipartisan*. Ciò non vuol dire che sia condivisa all’unanimità. A difesa di Museion, negli ultimi giorni, si sono alzate diverse voci, e non di poco conto. Il 4 aprile, [in un post pubblicato sul suoprofilo Facebook](https://www.facebook.com/zeno.oberkofler/posts/pfbid0oX26NeJT1ah63Admwk4dc8ysVEzA7J5Rg8RaEoTCputGfVfnRweXuYxuUahKgcR5l), Zeno Oberkofler dei Verdi ha scritto che “Il Museion è più dei suoi incassi \[...\] si sta aprendo sempre più alla città e al mondo giovanile e sta diventando un punto di aggregazione molto importante per la nostra generazione: un luogo per una nuova scena culturale emergente in Alto Adige e catalizzatore di innovazione sociale.” Gli hanno fatto eco anche l’assessore provinciale dell’SVP Achammer, che ha parlato di una polemica “quasi ciclica”, e [il presidente della provincia Kompatscher](https://salto.bz/it/article/09022024/bianchi-non-e-lassessore-ai-musei?ref=flaviopintarelli.it), che definisce “molto populista, che non va bene” il modo in cui il suo stesso assessore ha impostato il discorso sul museo. Per Kompatscher, Museion è un’istituzione capace di creare scambio, pensiero critico e innovazione. Ed è vero; [lo nota il sociologo Luca Fazzi](https://salto.bz/de/article/03042026/achtung-baustelle?ref=flaviopintarelli.it) e lo posso confermare anche io perché, negli ultimi anni, ho avuto modo di collaborarci come [membro di Museion Art Club](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/). Un’esperienza che mi ha dato modo di conoscere il direttore di Museion - Bart van der Heyde - e la sua visione di quale sia il ruolo del museo come soggetto e attore dello spazio pubblico. Per approfondirla puoi leggere l’intervista che gli ho fatto per Che Fare qualche anno fa. [“Il museo nello spazio pubblico contemporaneo.” su Che FareUn’intervista a Bart van der Heyde, direttore di Museion, a proposito del ruolo del museo come soggetto e attore nello spazio pubblico.![](https://static.ghost.org/v5.0.0/images/link-icon.svg)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Brothers-Sick---Work-Will-Not-Set-Us-Free.jpeg)](https://flaviopintarelli.it/2022/12/30/il-museo-nello-spazio-pubblico-contemporaneo-su-che-fare/) Leggi la mia intervista al direttore di Museion ⤴️ ## Esplora con me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. Se non hai tempo di farlo adesso, per il ragionamento che sto facendo ti basta sapere che per van der Heyde il ruolo del museo non si limita alla conservazione e all’esposizione di opere d’arte, ma si allarga verso quella che si chiama “innovazione sociale”. Per il suo direttore Museion è - o vuole diventare - una piattaforma capace di alimentare, amplificare e far evolvere le sottoculture urbane dell’Alto Adige. Ad animarne gli eventi e le iniziative sono perciò persone, molto spesso ragazze e ragazzi della Gen Z, che gravitano intorno a diverse scene locali: quella dell’arte e del design, quella del *clubbing* e della *techno*, quelle *street* dello *skate* e dei graffiti e la scena *queer*. Per semplificare - prendendo il termine in prestito dal lessico delle *culture war*, quella che Museion sta catalizzando intorno a sé è una serie di espressioni della *woke culture* altoatesina. Un fatto rilevante non solo sul piano culturale, ma anche su quello politico. Non credo sia stato un caso che, nel 2023, quando è riuscito a mobilitare la componente sociale e di sinistra del mondo di madrelingua tedesca per protestare contro la decisione dell’SVP di formare la giunta provinciale con Lega e Fratelli d’Italia, il movimento No Excuses abbia scelto proprio Museion come punto di concentramento per le proprie manifestazioni. Dietro questa scelta - inedita e inusuale per la geografia della sinistra bolzanina - c’è proprio una sorta di affinità “spirituale” tra la visione del museo come moltiplicatore di cultura urbana e la componente più attiva e propositiva di quel movimento. Dopotutto non è forse vero, come dicevamo all’inizio, che lo spirito del tempo agisce e si manifesta attraverso le parole e le azioni dei protagonisti della Storia, più che essere da loro interpretato? Se è così, in filigrana, nella polemica contro Museion agitata da Bianchi oggi e da Fattor ieri possiamo leggere anche lo scontro che oppone il pensiero liberale (e diverse sue sfumature) alla *woke culture*, con i suoi differenti gradi di radicalità. Ok, Flavio, ammettiamo che sia vero ma Achammer e Kompatscher non sono liberali anche loro? Eppure si sono schierati apertamente a favore dell'idea che Museion non sia solo un museo, ma qualcosa di più. Ci stai forse dicendo che l'SVP non è un partito liberale? No, lo è. Solo che ha un problema più pressante da risolvere: mano a mano che il mondo cambia, [il ruolo storico dell'SVP come partito di raccolta dell'elettorato di madrelingua tedesca si va esaurendo](https://flaviopintarelli.it/2025/03/02/note-policrisi-modello-alto-adige/). Presa in mezzo tra l'[ascesa di una destra neoreazionaria locale](https://flaviopintarelli.it/2025/05/18/overturism-remigrazione-todesmarch/) e la [comparsa di una sinistra dall'identità inedita e fortemente orientata ai diritti civili](https://flaviopintarelli.it/2026/03/08/eravamo-tremila-nuova-ecologia-antifa-del-sudtirolo-la-turbolenza-7/), l'SVP si trova a dover negoziare tra le componenti di un corpo sociale sempre più polarizzato in termini di idee e di valori. Un gioco di equilibri in cui perdere la presa su una di queste componenti, per l'SVP può voler dire non riuscire a garantirsi la continuità nella gestione del potere e, di conseguenza, la sopravvivenza stessa. Ancora una volta, sotto la superficie delle intenzioni esplicite, le dinamiche della politica altoatesina possono essere lette anche attraverso i meme globali che circolano nel nostro sistema nervoso digitale. È l’azione incessante di questo flusso d’informazione che rende possibile - e accelera - le dinamiche di cambiamento in atto nella società sudtirolese. Cambiare però, è importante specificarlo, non significa per forza cambiare per il meglio. Che la Storia proceda verso un progresso inevitabile è un’illusione prospettica. Se riusciamo ad abbandonarla, i segni delle trasformazioni in corso diventano più chiari e facili da scorgere. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Scrivo per le persone, non addestro algoritmi URL: https://flaviopintarelli.it/2026/04/05/scrivo-per-le-persone-non-addestro-algoritmi/ Last updated: 2026-04-05T21:10:26.000Z Prima di iniziare questo post ho digitato nella barra di ricerca di Google le parole “i blog” e ho lasciato che l’algoritmo completasse la frase coi suoi suggerimenti. Tre dei risultati (tra i primi cinque) - *funzionano ancora*, *sono morti* e *vanno ancora di moda* \- sembrano dirci che l’intelligenza collettiva della rete ha perso fiducia in questo genere di sito web che, vent’anni fa, era considerato una novità dirompente per la comunicazione. “Allora perché ti ostini ad avere un blog?”, ha domandato la parte di me che si occupa di alimentare la mia ansia di fallimento. Non è una domanda sciocca, ho pensato. “Dovresti scrivere su X oppure su Substack,” ha continuato la stronza “è lì che si fanno i numeri veri, caro mio.” In effetti potrebbe essere vero. Non dicevano così anche gli autori di quel corso di scrittura digitale a cui mi ero iscritto in autunno? Mi è venuto il ghiribizzo di controllare. Sono andato a scorrere l’archivio di Gmail, ma non ho trovato nulla. Per sicurezza ho ravanato anche nel cestino. Niente anche lì. Probabilmente il corso è andato perso perché dovevo fare spazio nell’account. Che poi, a dire la verità, più che un corso era un’automazione di e-mail marketing travestita da corso di scrittura; una di quelle che i creator usano per sifonare dentro al proprio *funnel* nuove *lead* a cui provare a vendere qualcosa. “Sì, sì, bravo” mi ha canzonato lei. “Continua pure a raccontarti che l’uva era acerba, mentre aspetti che il mondo ti restituisca quello che pensi di meritare.” “Taci, infame!” ho esclamato. Metà del coworking si è girata a guardarmi. Mi sono fatto rosso in viso; in parte per l’imbarazzo, in parte per la rabbia. Ho accennato un mezzo sorriso, un gesto di scuse e chinato la testa sul portatile. Era arrivato il momento di mettere nero su bianco, una volta per tutte, perché ho ancora un blog nel 2026. Il motivo principale ha a che fare con il modo in cui viene sviluppato [Ghost](https://ghost.org/?ref=flaviopintarelli.it), il software CMS con cui questo sito è costruito. Nato nel 2013 grazie a un [crowdfunding di successo](https://www.kickstarter.com/projects/johnonolan/ghost-just-a-blogging-platform?ref=flaviopintarelli.it), Ghost è una piattaforma open source per il *publishing* progettata con in mente i creator di contenuti che desiderano restare indipendenti. A svilupparla è una fondazione, la [Ghost Foundation](https://ghost.org/about/?ref=flaviopintarelli.it), che nel proprio statuto esprime due principi fondamentali: - non può essere né comprata né venduta; - si impegna a reinvestirne nel prodotto e nella sua comunità di utenti il cento per cento delle entrate. In questo modo previene quella che lo scrittore e attivista digitale Cory Doctorow ha chiamato: [*enshittification*](https://www.guerredirete.it/enshittification-il-progressivo-degrado-delle-piattaforme-digitali/?ref=flaviopintarelli.it). Un’espressione - in italiano suona come “merdificazione” o “smerdamento” - con la quale viene indicato il processo per cui una piattaforma smette gradualmente di servire i propri utenti e inizia a fare solo e soltanto gli interessi dei suoi investitori, in una corsa forsennata per ripagare il capitale impiegato per garantirne lo sviluppo e la crescita. ## Esplora con me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. Il fatto che la Ghost Foundation non sia stata finanziata da *venture capital* come altre piattaforme - Substack o Medium, giusto per citare due dei suoi più conosciuti e diretti concorrenti - riduce il rischio che il suo prodotto non finisca per diventare oggetto di questo processo. Da questa scelta derivano due caratteristiche che distinguono Ghost da altre piattaforme e che hanno pesato nella scelta che ho fatto. La prima è il modello di business con cui Ghost finanzia le proprie operazioni: vende *hosting* e servizi collegati e dunque, diversamente dai suoi concorrenti, Ghost non trattiene una percentuale sulle transazioni tra il pubblico e il creator che ha deciso di monetizzare la propria relazione con i lettori. In futuro potrei decidere di fare altrettanto senza per questo dover pagare un “dazio” alla piattaforma, che diventerebbe sempre più esoso al crescere della mia *audience*. La seconda caratteristica è legata direttamente al modello di business. Rinunciando alla funzione editoriale delle piattaforme, Ghost non può ridurre la portata dei contenuti attraverso interventi sull’algoritmo di distribuzione perché, beh, Ghost non ha un algoritmo di distribuzione. Al suo posto ha un’[integrazione con il fediverso, chiamata Social Web](https://ghost.org/changelog/social-web-beta/?ref=flaviopintarelli.it). Questa scelta comporta senza dubbio opportunità di crescita meno rapide e impetuose rispetto alle piattaforme dotate di un algoritmo di distribuzione dei contenuti, ma per me non è un problema. Come ho già avuto modo di scrivere in altre occasioni, scrivo un blog più per creare relazioni con i suoi lettori che per macinare numeri. Un’attitudine che mi permette anche di continuare ad avere un approccio orizzontale ai contenuti. Chi mi legge regolarmente [grazie alla newsletter](https://flaviopintarelli.it/newsletter) sa infatti che su questo blog scrivo tanto di argomenti che hanno a che fare al mio lavoro - strategia, branding, content e copywriting - quanto di argomenti legati ai miei interessi culturali - cultura digitale e visiva, *note taking* e *knowledge management*, immaginario alpino e tecnologie belliche. Se lo facessi su piattaforme basate su algoritmi di distribuzione - che comunque uso per far conoscere il blog - farei molta fatica ad addestrare la macchina a capire in quale nicchia inserirmi e finirei rapidamente messo ai margini dell’ecosistema. Negli ultimi anni infatti, le piattaforme hanno orientato i loro modelli di business alla *creator economy*, privilegiando la verticalità dei contenuti alla loro orizzontalità. Io, al contrario, tengo molto all’approccio eclettico e intempestivo con cui sto costruendo la mia immagine e la mia presenza in rete e che solo un blog, che funziona da hub per tutte le mie attività, mi permette di avere. E quindi sì: nel 2026 ho ancora un blog. Non è un atto di resistenza. È più banalmente un atto di igiene. Mi piace l’idea che, se domani un algoritmo decide che oggi non valgo niente, io possa continuare a scrivere lo stesso. Mi piace l’idea di non dover “addestrare” una piattaforma a capire chi sono. E mi piace soprattutto l’idea che nessuno - né un investitore, né un growth manager, né la stronza nella mia testa - possa venire qui a dirmi: “Questo formato non performa”. Performo io. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce da una chiacchierata, dal vivo o in call. Se ti va, scrivimi un’email: raccontami cosa stai costruendo e dove senti attrito. Poi troviamo insieme il momento migliore per parlarne. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #3 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/03/29/auto-solari-starlink-skate/ Last updated: 2026-03-29T17:57:25.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. Se la metti a confronto anche solo con metà degli avvenimenti di portata storica accaduti negli ultimi dieci o dodici mesi, la caduta del muro di Berlino sembra una robetta di poco conto. Quindi mi chiedo che scuse creative staranno accampando quei babbi di *boomer* e *gen x* che hanno speso mezza della loro vita a bullizzare noi *millennial* perché, bevendosi la fanfaluca della fine della storia, loro erano convinti di aver vissuto tutto il meglio. E invece il meglio doveva ancora venire. Oddio, meglio magari è una parola grossa. Ma sfido chiunque a dire che non viviamo in tempi interessanti. E [la musica è senza dubbio migliore](https://open.spotify.com/intl-it/album/4x5yNCevn6zkJx64oNfXmN?si=uRz-5l54Tb2pdNJmSSnLgg&ref=flaviopintarelli.it) di quella robaccia che girava negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. FATEVI SCOPPIARE IL FEGATO, MERDE! Va bene. Va bene. Mi calmo. La smetto. Però una cosa buona di questo clima da fine del mondo c’è. La possibilità di un’apocalisse atomica - che ormai sembra sempre più prossima, e anche liberatoria in un certo senso - mi ha fatto tornare in mente le auto solari degli anni ’90. Te le ricordi? ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/03/1-Solar-Car.jpeg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/03/2-Solar-Car.webp) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/03/3-Solar-Car.webp) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/03/4-Solar-Car.webp) Ridatemi il futuro. Design pazzesco. A metà tra il disco volante e *Wacky Races*. Erano una delle ultime manifestazioni di futuro, prima che il neoliberismo e internet ce ne portassero via anche solo l’idea. Riflettendoci bene sono piuttosto certo che questa tempolinea abbia iniziato ad andare a ramengo quando abbiamo scelto di preferire le Tesla da nazisti alle auto solari. Amico mio, mio fratello in cristo, ti voglio vedere a trovare una colonnina di ricarica nel deserto post atomico di Mad Max dove, invece, il sole splende implacabile sulle capocce dei sopravvissuti. Se sei d’accordo con me, scrivimelo nei commenti. Poi scrolla per scoprire i link di questo mese. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. ## Starlink Shutdown Fin dal 2024 [era diventato di dominio pubblico](https://www.defenseone.com/threats/2024/02/russia-using-spacexs-starlink-satellite-devices-ukraine-sources-say/394080/?ref=flaviopintarelli.it) che le forze armate russe usassero i terminali Starlink come fonte di connettività per droni e comunicazioni tattiche. Space X ha messo fine a questa situazione quando, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, [ha reso inattivi tutti i terminali Starlink non autorizzati in Ucraina](https://open.substack.com/pub/mickryan/p/starlink-surprise?publication%5Fid=1198399&post%5Fid=188313864&isFreemail=false&r=d9p&token=eyJ1c2VyX2lkIjoxNzE5NywicG9zdF9pZCI6MTg4MzEzODY0LCJpYXQiOjE3NzEzNjQ2MzgsImV4cCI6MTc3Mzk1NjYzOCwiaXNzIjoicHViLTExOTgzOTkiLCJzdWIiOiJwb3N0LXJlYWN0aW9uIn0.5cKi2xrVNPY1Iszeh6I2-85kJEWBlXCqO8gaxtyn8n4). Contemporaneamente, il ministero della difesa russo ha [vietato l’utilizzo di Telegram alle truppe impegnate al fronte](https://www.theguardian.com/world/2026/feb/11/russian-crackdown-telegram-app-criticism-soldiers-pro-war-bloggers?ref=flaviopintarelli.it). Nel gioco di pochi giorni, queste si sono trovate prive sia della connettività che del loro principale veicolo di comunicazione e coordianamento. [L’impatto è stato immediato](https://samf.substack.com/p/left-in-the-dark?publication%5Fid=631422&post%5Fid=188285242&isFreemail=false&r=d9p&triedRedirect=true). La capacità russa di condurre operazioni militari è stata degradata al punto che, a febbraio, per la prima volta dall’[occupazione dell’oblast di Kursk nell’estate del 2024](https://flaviopintarelli.it/2024/08/31/capire-linvasione-ucraina-nella-regione-di-kursk-su-valigia-blu/), le forze armate ucraine hanno ripreso a condurre operazioni offensive e [liberato più territorio di quanto la russi ne abbia conquistato nello stesso tempo](https://kyivindependent.com/ukraine-captured-more-territory-than-it-lost-to-russia-over-febraury-2026-syrskyi-says/?ref=flaviopintarelli.it). A prima vista, questo può sembrare solo il piccolo episodio di un conflitto ben più vasto. In realtà è l’ennesima conferma del ruolo chiave che le tecnologie digitali rivestono nella guerra contemporanea. Sui loro usi bellici sto progettando un libro, di cui vi dirò di più più avanti. 0:00 /1:04 1× Video compresso male dell'intro di 60hz suonato da Dj Shocca al Rivolta di Marghera. Si, c'ero. ## Un corto di skate super *cute*. Guardalo! ☄️ Vuoi aggiungere una particella al prossimo ****Pulviscolo**? Segnalala nei commenti o scrivimi una mail e spiegami perché devo assolutamente conoscerla. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ## ### Alcune note su decolonizzazione, spazio alpino e cultura urbana URL: https://flaviopintarelli.it/2026/03/22/note-decolonizzazione-spazio-alpino/ Last updated: 2026-03-22T18:46:44.000Z ⛰️ Ho scritto il saggio che stai per leggere due anni fa. Avrebbe dovuto far parte di una pubblicazione che tirava le fila di [**MAUDIT*](https://flaviopintarelli.it/2024/04/02/maudit-immagini-e-immaginari-nelle-alpi-bolzano-5-aprile/), un simposio dedicato al racconto visivo delle Alpi. Ho perso le tracce della pubblicazione, per questo lo propongo qui. Sappiamo che le Alpi, le loro immagini e l'immaginario che le mette a sistema, sono il risultato di un processo di costruzione culturale che ha inizio intorno alla metà del Settecento e, pur essendo ancora in corso, trova il suo profilo di scorrimento nel secondo dopoguerra del Novecento quando, grazie all'impetuosa crescita economica delle società occidentali, lo spazio alpino e le terre alte si aprono al turismo di massa. A dare il là a questo processo sono, nel pieno della temperie illuminista, le élite urbane europee che aprono all’esplorazione e alla conoscenza lo spazio alpino. Fino a quel momento, nella cultura continentale, le Alpi esistono solo all’interno della dicotomia che oppone l’*ager*, la campagna coltivata e misurata, al *saltus*, lo spazio selvaggio e caotico. Dall’interno di questa cornice concettuale, esse appaiono solo come una massa indistinta ed uniforme con la quale non esiste altra relazione possibile se non quella che oppone il pieno al vuoto. Nell’incontro con le Alpi prende così corpo il tentativo di mappare una porzione di territorio fino ad allora sconosciuto per poterlo illuminare con la luce della ragione che, in quello che finirà per prendere il nome di secolo dei lumi, stava diventando l’unità di misura di tutte le cose del mondo. Per la prima volta nella storia, le élite urbane europee prendono coscienza della realtà dell’ambiente alpino e le loro credenze si scontrano con le anomalie che questo territorio presenta ai loro sensi. Viste da vicino, le Alpi dischiudevano la loro natura di rovinio in perenne movimento che, fino a quel momento, era rimasta celata dietro l’apparenza geometrica dei profili delle montagne. A essere instabile non erano soltanto la geomorfologia e la morfogenetica dell’ambiente alpino - caratterizzate da smottamenti, sommovimenti e frane - ma anche il suo clima e la sua meteorologia. > Il repertorio di immagini delle Alpi costituito dopo la loro esplorazione determina le forme con cui lo spazio viene modificato e costruito a sua volta. Nelle vallate alpine, di questo si accorsero presto gli intellettuali , gli scienziati e gli artisti che si dedicarono alla loro scoperta, potevano essere presenti contemporaneamente elementi climatici di stagioni diverse e i fenomeni meteorologici vi si alternavano con una velocità a dir poco sorprendente. Per descrivere tutto ciò che emergeva da questo incontro non c’erano parole adeguate e tantomeno immagini o figure retoriche. Fu necessario inventarle. È per servire questo scopo che vennero coniate metafore come quella del “mare di ghiaccio”, ripresa dalle immagini della Groenlandia, e introdotte similitudini, per esempio quella con la cattedrale gotica. A esse attingeranno copiosamente sia la produzione letteraria che quella visiva che saranno alla base del processo di costruzione delle Alpi. Tale processo ebbe modo di verificarsi proprio perché lo spazio alpino, incontrato entro la cornice di senso definita dalla dicotomia tra *ager* e *saluts*, appariva come uno spazio vuoto di senso quanto di forme e stili di vita, dunque aperto e disponibile. Quindi, tanto più progrediva la sua esplorazione, tanto più prendeva forma quell’architettura della visione che ne ha accompagnato la trasformazione in paesaggio. Il repertorio di immagini delle Alpi costituito in seguito alla loro esplorazione finì infatti per determinare le forme con cui lo spazio venne modificato e costruito a sua volta. Il caso più emblematico è quello dello *chalet suisse*. Come elemento presente nei panorami e nei giardini, questa tipologia architettonica nasce inizialmente nelle città, materializzando l’istanza morale che le contrappone alla montagna ed esprimendo, allo stesso tempo, una forma di “esotismo prossimo”. Lo *chalet suisse* emerge dall'intreccio tra il processo conoscitivo delle Alpi, le pratiche di costruzione e figurazione del paesaggio e le culture del pittoresco, diventando così indissolubile dal suo contesto: un elemento dello spazio alpino talmente diffuso, familiare e riconoscibile da poterne costituire uno dei simboli universalmente riconosciuti. ![Piccole figure ai piedi di un masso su una vetta alpina.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/02/Caspar-Wolf-Ghiacciai-della-Montagna-di-Gelten.jpg) Caspar Wolf - **Ghiacciai della Montagna di Gelten* Il processo di trasformazione dello spazio alpino in paesaggio è perciò quel processo in cui, facendole uscire dalla dimensione della natura, le Alpi vengono accompagnate verso la dimensione urbana, facilitando, da una parte, la loro conoscenza scientifica e, dall’altra parte, la costruzione di un immaginario che finisce per determinarle completamente. Alla luce di queste dinamiche è possibile leggere alcune successive evoluzioni dello spazio alpino - la nascita dell’alpinismo e il suo prolungarsi nella nascente esperienza turistica - come lo sviluppo di una forma di colonialismo di cui il progetto illuminista di esplorazione, conoscenza e costruzione dello spazio alpino è stato un servo tutt’altro che sciocco. È la conoscenza scientifica che, operandone la cattura, apre lo spazio alpino allo sfruttamento da parte della città, attraverso l’istituzione di una relazione in cui la seconda, in quanto centro da cui irradia il potere, elabora e custodisce la grammatica che permette al primo di esistere, ma solo come forma periferica e in una configurazione spaziale polarizzata e squilibrata a proprio vantaggio. Una relazione che continuerà a caratterizzare a lungo il rapporto tra la cultura urbana europea e lo spazio alpino. Basti pensare, per esempio, al modello “urbanistico” della stazione sciistica, che nasce proprio come prolungamento alpino della città industriale, con cui intrattiene una relazione dai tratti simbiotici. È il caso, in Italia, di Sestriere, comune sorto per regio decreto il 18 ottobre del 1934 dopo che, quattro anni prima, Giovanni Agnelli aveva fatto costruire due alberghi e tre funivie, dopo averne acquistato i terreni per soli 40 centesimi al metro quadrato. Dirette ai monti Sises, Banchetta e Fratieve, le tre funivie servivano le piste da sci della zona realizzate nella zona che, nel corso del Novecento, venne sviluppata come località turistica di massa la cui vita era strettamente legata a quella della città di Torino e degli stabilimenti industriali della FIAT di cui lo stesso Agnelli era stato fondatore nel 1899. È alla luce di questa relazione con la città che il modello della stazione sciistica invernale viene concepito come un grande dispositivo di scambio, che regola il passaggio dell'utente attraverso una serie di stati diversi in una precisa coreografia meccanica. Gestendo la trasformazione del suo utente da cittadino a sciatore (passando per automobilista o passeggero), la stazione sciistica opera come una fabbrica, applicando il modello fordista della catena di montaggio alla soggettività dell’operaio massa che, nel corso degli anni ’60, diventa turista massa e, nello specifico, sciatore massa, definendo quello che è ancora il modello economico dominante per il turismo alpino invernale. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Questa dinamica di trasformazione è alla base del *plan niege* francese, che si basa su due assunti: la democratizzazione dell'accesso alle vacanze e la creazione di un'economia di montagna. È da questi assunti che nascono le cosiddette stazioni integrate francesi che, come Sestriere, ben rappresentano le dinamiche di relazione che legano la montagna alla città industriale. A caratterizzare questi progetti è il loro carattere modernista, articolato intorno a tre punti fondamentali: la costruzione di un inedito rapporto con la montagna e la neve, reso possibile dalle manipolazioni tecniche (impianti di risalita, uniformazione delle piste, innevamento artificiale); l’abbandono a una dimensione di piacere sportivo ed edonistico assoluto, resa possibile dalla progressiva artificializzazione del *domaine skiable*, resa possibile dall’applicazione della tecnologica all’ambiente circostante; la presenza rassicurante delle megastrutture che donano uno spiccato e riconoscibile carattere urbano alla montagna. Una montagna che, per le stazioni integrate, cessa di rappresentare un contesto ambientale con cui dialogare per diventare al suo posto il fondale che accompagna il consumo dell’esperienza turistica, fatto di sport e vita mondana. Allo stesso tempo, i caratteri e l’immaginario da *science fiction* a cui rispondono le sue mega strutture, configurano la stazione integrata come un'utopia architettonica che ben esprime il carattere progressivo e l’ottimismo che caratterizzano la modernità nel suo momento di massima espansione. Un momento che, tuttavia, si rivelerà di breve durata. Già alla fine degli anni ’70 del Novecento, il modello alla base delle stazioni integrate comincia a entra in crisi. La *governance* del capitale ha tratto infatti lezioni fondamentali dal lungo ciclo di lotte che si è aperto nel 1968 e, in occidente, ha assunto le forme della contestazione studentesca e delle lotte operaie mentre, in quello che allora veniva chiamato “terzo mondo”, quelle dell’indipendenza nazionale e della decolonizzazione. Al modello della fabbrica fordista, alimentata dall’estrazione della forza lavoro dell’operaio massa, si sostituisce quello della produzione *just-in-time*, che dilata le catene di fornitura e delocalizza la produzione nelle aree del mondo in via di sviluppo, mentre le economie occidentali vengono riorganizzate nelle dimensioni immateriali della finanza e del lavoro cognitivo. Pur segnandone la crisi, questo passaggio non determina il superamento della modernità, bensì ne apre la serie di ritorni spettrali. Le forme che, dagli anni ’80 del Novecento a oggi, domineranno la cultura globale verranno definite infatti dalla loro appartenenza a una dimensione che va oltre la modernità senza negarla, ma ripetendola costantemente in un gioco semiotico di rielaborazioni che si svolge completamente nella dimensione meta del pensiero. ![Edifici modernisti in montagna, avvolti nella nebbia.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/02/Avoriaz.jpg) La stazione sciistica di Avoriaz in Francia. Si tratta, per come la teorizzano pensatori come Fredric Jameson e Jean-Francois Lyotard, della dimensione postmoderna il cui effetto, notano alcuni critici – Mark Fisher su tutti – è quello di obliterare ogni possibilità di immaginare il futuro, condannando la cultura contemporanea a un eterno presente, dominato dal recupero, nostalgico e incessante, del suo passato utopico. Nella monocoltura dello sci incorporata dal modello economico alla base delle stazioni integrate possiamo leggere perciò il segno di uno *Zeitgeist*, quello della modernità, che eternizza un modello di consumo, creando, come nota a questo proposito Antonio De Rossi, un “eterno futuribile costruito intorno a pochi valori assolutizzanti”. Il peso di questa eredità e dei fantasmi con cui infesta il nostro presente non si avverte solo nelle rovine architettoniche che segnano lo spazio alpino come, per esempio, il complesso *Porta della neve* di Viola-Saint Grée, ma anche nell’ostinazione con cui il modello economico alla base del turismo sciistico invernale continua a essere perseguito. Non solo a dispetto dell’impatto che quest’attività ha su un ecosistema fragile come quello alpino, ma anche alla luce degli effetti sempre più evidenti del riscaldamento globale che stanno progressivamente riducendo l’estensione del dominio sciabile a quote superiori ai 2000 metri sul livello del mare, a causa dell’aumento sempre più rapido e consistente delle temperature sulle Alpi. L’impressione è che vi sia, in tutti i contesti in cui si discute l’impatto che i cambiamenti in atto stanno avendo sulle Alpi, un convitato di pietra. Si tratta ovviamente della consapevolezza che le parole, le immagini e le figure retoriche che usiamo per parlare delle Alpi sono il frutto di un processo di costruzione che ha le sue radici nella cultura urbana. Una consapevolezza rimossa, obliterata, perché interiorizzata e incorporata nello sguardo con cui osserviamo la realtà dello spazio alpino e delle terre alte tutte. Se è vero che il processo di costruzione dell’artefatto culturale a cui ci riferiamo con il nome di “Alpi” porta in sé anche una dimensione di carattere coloniale, una delle domande che dobbiamo porci oggi è come possiamo decolonizzarne l’immaginario? La domanda è meno superflua di quanto possa apparire. Mentre le potenze del riscaldamento globale si sollevano dinanzi ai nostri occhi, scatenando i loro effetti sulla realtà che ci circonda, ricostruire le Alpi con nuove parole, immagini e figure retoriche significa poter gestire il cambiamento in modo più efficace di quanto accade se continuiamo a pensare allo spazio alpino con l’immaginario ormai esaurito che abbiamo oggi a disposizione. > Nella monocoltura dello sci incorporata dal modello economico alla base delle stazioni integrate possiamo leggere perciò il segno di uno *Zeitgeist*, quello della modernità. La traiettoria di fenomeni culturali come l’afrofuturismo, il sinofuturismo e il futurismo del Golfo ci offrono esempi concreti di come possono essere create estetiche e narrazioni decolonizzati come, per esempio, il ciclo di *Drexciya*, un mito di liberazione afro futurista, sviluppato intorno alla produzione musicale dell’omonimo duo techno fondato a Detroit da James Stinton e Gerald Donald e alle opere dell’artista visivo Abu Qaddim Haqq. Resta da capire, ed è forse la cosa più difficile, a quali repertori poter fare riferimento per costruire un immaginario alpino adeguato alle sfide che il presente ci pone, dal momento che molti di quelli autoctoni sono andati persi o corrotti nel corso del processo di costruzione delle Alpi che, come abbiamo visto, è avvenuto all’interno di una dialettica che al pieno della pianura opponeva il vuoto della montagna. Quello del *Regno dei Fanes*, per esempio, potrebbe essere un repertorio particolarmente adatto a essere messo al centro di un’operazione mitopoietica di questo tipo. Al centro di questo ciclo epico ladino c’è infatti il racconto dell’ascesa e del declino dei Fanes, un popolo alpino mite e alleato delle marmotte che, a causa del tradimento di un re straniero avido e bellicoso, vede morire in battaglia la sua principessa, l'amazzone Dolasilla e, in seguito alla sconfitta si ritira nelle profondità della montagna in attesa del segnale che ne sancirà la rinascita. Filtrati dalle aggiunte di morale cattolica operate da Karl Felix Wolff nel corso della loro prima formalizzazione scritta, i miti di Fanes presentano caratteri in grado di risuonare con le sensibilità femministe e antispeciste che, oggi, caratterizzano molta della produzione intellettuale e artistica legata alle pratiche decolonizzanti. Un loro recupero in questa chiave potrebbe rappresentare un esperimento interessante in direzione della creazione di un nuovo immaginario alpino. Per quanto difficoltoso, un’operazione di questo genere potrebbe rappresentare un punto di riferimento per chi è alla ricerca di nuove parole, immagini e figure retoriche con cui (ri)costruire le Alpi alla luce delle sfide più attuali. Quello proposto è, naturalmente, solo un esempio tra i tanti possibili e l’approccio discusso in queste note è solo una tra le tante strade possibili per perseguire il nostro obiettivo: decolonizzare l’immaginario e liberare così il presente dagli spettri di un passato che non passa, tornando a immaginare quanti più futuri possibili. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Massimo Coppola: dentro e contro YouTube URL: https://flaviopintarelli.it/2026/03/15/massimo-coppola-vent-anni-che-non-esco-podcast/ Last updated: 2026-03-15T19:13:01.000Z C'è una storia molto tenera in un libro della biblioteca dei miei bimbi. È quella di Piccolo Tasso e Piccola Volpe, che vogliono essere amici ma non sanno cosa voglia dire quella parola. Così lo scoprono. Insieme. Anche io credo di aver capito cosa voglia dire "amico". A gennaio il mio amico Michele era a Bolzano per lavoro. Non potevo andare alla presentazione della rivista che aveva curato, così l'ho invitato a pranzo a casa. Non ci vedevamo da un anno, ma nella manciata di ore in cui siamo stati insieme è stato come se ci fossimo visti il giorno prima, tanto era naturale la conversazione che abbiamo avuto. Anzi, le conversazioni. Perché in quelle ore passate insieme abbiamo parlato moltissimo. E no, non per riempire un vuoto imbarazzante, ma proprio per il piacere di raccontarci come stavamo, cosa avevamo fatto e le cose belle che ci erano capitate, che avevamo scoperto o che avevamo voglia di condividere l'uno con l'altro. Credo davvero che un'amicizia si misuri anche dalla qualità di una chiacchierata. Se è autentica e genuina, piena di voglia di illuminare chi ti ascolta e di essere illuminato a tua volta, beh, probabilmente quella che hai la fortuna di avere in mano è un'amicizia di quelle sincere, che possono durare una vita. Tra le cose che Michele ha condiviso con me quel pomeriggio c'è stato [*Vent'anni che non esco*](https://www.youtube.com/@ventannichenonesco%5Fpodcast?ref=flaviopintarelli.it), il podcast di Massimo Coppola. "Ascoltalo" mi ha detto "non è male. E secondo me può piacerti." Mi fido di Michele, magari non abbiamo esattamente gli stessi gusti, ma ne abbiamo parecchi in comune. Così ho dato a quel *content* una possibilità. L'ho fatto non senza una punta di diffidenza. Mai stato un fan di Coppola, tantomeno *Brand New*, il celebre show di MTV che lo ha lanciato a cavallo del cambio di millennio. All'epoca Coppola aveva la stessa postura, lo stesso atteggiamento e la stessa estetica di quei compagni di università che sembravano avere sempre la verità in tasca e un'opinione rotonda e precisa su tutto. Ovviamente apparivano fighissimi, complessi e tenebrosi. Come avrei desiderato essere io - che all'epoca mi sentivo ancora crisalide - senza riuscirci. Però. Però sono anche passati vent'anni e molti di quei ragazzi, alla fine, conoscendoli meglio, è venuto fuori che erano crisalidi anche loro, vent'anni fa. E a frequentarli oggi sono molto molto meno distanti di quanto mi sembrassero all'epoca. O magari sono io che mi sono avvicinato. Non so. Fatto sta che ho deciso di dare a *Vent'anni che non esco* una possibilità. Il primo ascolto mi ha lasciato scettico. Bello, per carità. Di qualità. Qualità nella scrittura, nei ragionamenti, nei riferimenti. Però. Però un po' troppo nostalgico, con quel suo modo ostentato di lavorare dentro e contro la grande piattaforma. È stato proprio quel tono a infastidirmi all’inizio. Come se Coppola stesse dicendo, in effetti lo dice, “eccomi! [Mi volevate sui social? Su YouTube?](https://youtu.be/9qlKus4xej8?si=2aAWjdEK-xFl37Ql&ref=flaviopintarelli.it). Ci sono. Sono anche qui. Però ci sto male. Lo faccio male. Lo faccio come non si dovrebbe fare. A modo mio. Come se fosse la televisione. Perché così ho deciso io.” Insomma, il contatore Geiger della spocchia aveva iniziato a impennarsi già dopo pochi minuti. Eppure. Eppure dopo poche ore, complice il livello della scrittura che lentamente stavo assimilando, la voglia di ascoltare un altro episodio, di vedere dove quell’operazione sarebbe andata a parare, ha iniziato a farsi strada con ostinazione dentro di me. Sì, perché la scrittura di *Vent’anni che non esco* è pregevole. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Qui non si apre il microfono per riempire un vuoto. Il flusso delle parole ha un’andatura da digressione controllata: un monologo che finge di perdersi, ma in realtà sa benissimo dove vuole arrivare, e ti prende per mano fino a quando non si ritorna a casa. Il tutto sostenuto da un corpo che oscilla tra la posa del passato ormai perduto e una critica di quel passato che sfiora, di continuo, il rischio dell’autodistruzione. Anzi, è proprio l’autodistruzione consapevole della sua stessa immagine che Coppola mette in scena nel suo *show*. Come spesso mi capita quando il livello è così alto, sono caduto con entrambe le scarpe nella spirale del *binge-watching*. Anzi del *binge-listening*, dato che stiamo parlando di un podcast. O di entrambi, visto che, a dirla con le parole del suo conduttore, *Vent'anni che non esco* è uno *showcast*, in cui la componente visiva del prodotto conta tanto quanto la parte che si ascolta. E quello che all'inizio mi sembrava un *bug*, di puntata in puntata, ho capito essere una *feature*. Ciò che rende interessante il contento di Coppola è proprio il suo ostinarsi a voler essere fuori format. Mi ha ricordato *Daimon*, un vecchio podcast di Violetta Bellocchio che mi piaceva molto e aveva anche lui la stessa sorta di bizzarria - o di pretesa - di essere qualcosa di omologato e fuori standard allo stesso tempo. Di lavorare, come scrivevo prima, dentro e fuori dalla piattaforma. E poi devo dire che mi sta molto simpatico questo Coppola ormai quasi cinquantenne, che ha smesso di prendersi sul serio e appare finalmente così consapevole e libero da poter prendere in giro il ventenne che è stato. Avrei voglia di chiacchierare con lui come ho fatto con Michele. Perché come un amico conosciuto in tarda età, riesco a trovarlo tenero e buffo allo stesso tempo, ma mai ridicolo, sempre pronto a tornare serio quando c'è da essere seri. Dopo tutto anche io ho performato tante (troppe?) volte quella stessa serietà. La serietà di chi ha trovato gli strumenti per navigare in questo mondo nelle parole di Fisher, Reynolds, Gramsci, Bachtin, Deleuze, Foucault. Oppure nella musica dei Cure o di [Charlie XCX](https://flaviopintarelli.it/2025/02/16/charli-xcx-essere-genitore/) o in quella raccolta nei *wrapped* Spotify di tutti i miei (nostri) più o meno coetanei. Coppola usa ogni riferimento culturale come un grimaldello per scardinare l’ideologia di un presente sempre più caotico, ma non per questo incomprensibile. Raccontato così, il contemporaneo sembra molto più semplice e lineare di quanto la sua ideologia voglia farci credere. O almeno questa è la sensazione che - per fare un esempio tra i tanti possibili - ho provato ascoltandolo decostruire *TonyPitony*, il cantante siciliano di cui Coppola fa una descrizione che sfocia nella parresia, riducendolo da autoproclamata operazione d’avanguardia a infantile lallazione scatologica. Ed è stato come se un bisogno troppo a lungo insoddisfatto venisse finalmente dissetato; il bisogno di sentirmi dire che, nel ciclo schmittiano che abbiamo la sventura di vivere, i meme non contano un cazzo. O contano meno di quanto abbiamo pensato contassero fino a poco tempo fa, perché ci sono cose più importanti come tornare a fare la rivoluzione. O capire che aspetto potrebbe avere, oggi, una rivoluzione. È nelle domande che si fa, che ho trovato le affinità più profonde tra il compagno Coppola e me. E nel modo in cui si libera degli idoli, dei padri scomodi - Lindo Ferretti, i Radiohead, i cani. Serve fare spazio per accogliere altro. Non necessariamente il nuovo. Anche il nuovo, ma soprattutto altro. Altre cose. Altri atteggiamenti. Altre persone. A conti fatti, *Vent’anni che non esco* è una sorta di *non fiction* generazionale. Il ritratto - punteggiato di passaggi di pura finzione e sorretto da una narrazione illuminata, intima e divertente - di chi, lentamente, si avvia verso il centro della semisfera, dove il gorgo grammaticale finirà per risucchiarci, facendoci smarrire per sempre la capacità di cogliere quanto di più vivo la cultura produce ai confini del dicibile. Chissà, forse quell’oblio potrebbe anche piacerci. Lì dentro, magari, c’è più silenzio. E quiete. > E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare > > Voglio un po' di silenzio, un momento per non pensare > > E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare > > Perché pure a sparire ci si deve abituare ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Eravamo tremila: nuova ecologia antifa del Sudtirolo - La turbolenza #7 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/03/08/eravamo-tremila-nuova-ecologia-antifa-del-sudtirolo-la-turbolenza-7/ Last updated: 2026-03-08T19:33:55.000Z Se a quindici anni mi avessero detto che un corteo antifascista di 3000 persone avrebbe attraversato Bolzano non ci avrei creduto. Invece è successo davvero. Sabato scorso, 28 febbraio 2026, una [porzione non indifferente della società civile altoatesina e sudtirolese](https://salto.bz/de/article/28022026/il-sudtirolo-antifa-ferma-londa-nera?ref=flaviopintarelli.it) è scesa in piazza per affermare la sua contrarietà alla retorica della remigrazione che, lo stesso giorno, nella piazza cittadina intitolata alla vittoria, veniva sostenuta da uno sparuto gruppo di fascisti. Ma a guardarla bene, a guardarla standoci dentro, la folla in cui mi sono immerso sabato scorso non è solo una semplice porzione di società civile. È qualcosa di più: è un’ecologia. Proprio quelle di cui parla Rodrigo Nunes in *Né verticale, né orizzontale*, [il saggio di teoria dell'organizzazione politica che ho potuto presentare qualche mese fa](https://flaviopintarelli.it/2026/01/11/recensione-ne-verticale-ne-orizzontale-rodrigo-nunes/). Lo dico perché davanti alla stazione c’erano i disobbedienti e gli anarchici. C’erano militantə da Trento e da Innsbruck. C’erano Amnesty, l’Anpi, i partiti di opposizione e il mondo cattolico. C’era un tale che teneva un cartello su cui aveva scritto *Patriot und Antifaschist* e camminava due passi avanti all’ala sociale della SVP, a cui ha dovuto dare un segnale anche il presidente della provincia Arno Kompatscher. Sì, c’era anche lui, nonostante da dieci anni governi la provincia insieme a partiti che al loro interno hanno esponenti attivi nei network remigrazionisti. Poi c’era lo spezzone queer organizzato, i militanti *propal* e i collettivi antifascisti di valle. Collettivi antifascisti di valle? Non sapevo esistessero dei collettivi antifascisti di valle. Sarà perché sono vecchio e loro tutti dei pischelli, come mi ha spiegato un amico, ma è rassicurante sapere che ci sono dellə antifascistə lontano dalle città. Nel corpo del corteo ho anche riconosciuto un blocco, informale ma coeso, che ho battezzato “brigata design”, perché era fatto di gente che conosco e gravita intorno all’università e alle industrie culturali e creative locali. E poi c’erano le amiche e gli amici di una vita e, credimi, avevamo tutte e tutti le lucine negli occhi e quando ci incontravamo ci guardavamo come a dirci "no, non è reale. Dai, non può essere. Stiamo sognando." Ma se un sogno lo fai in due - o in tre, o in tremila - non è più un sogno, è la realtà. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. Una realtà che ha radici lontane nel tempo. L’antifascismo sceso in piazza sabato scorso si è incubato nelle manifestazioni contro le aggressioni di Casa Pound degli anni ’10 del duemila, nei movimenti di resistenza climatica e nei brevi, intensi, giorni del [movimento *No Excuses*](https://www.rainews.it/tgr/bolzano/articoli/2023/12/no-excuses-partecipazione-in-crescita-c7afb2c8-eba1-43f4-9187-c3061dbeb96d.html?ref=flaviopintarelli.it) che, alla fine del 2023, ha reso evidente il disagio con cui una parte del mondo tedesco ha accolto l’accordo di governo che l’SVP ha stretto con la destra italiana. Esperienze nate da contesti di militanza diversi ma capaci di esprimere bisogni e necessità comuni, che si sono incontrati per la prima volta la scorsa estate, ballando uno di fianco all’altro al pride e riconosciuti - identici - in autunno, nelle piazze che hanno protestato contro l'operazione israeliana a Gaza. Senza di loro la manifestazione di sabato scorso non avrebbe portato a Bolzano 3000 [*antifa supersoldiers*](https://knowyourmeme.com/memes/antifa-supersoldiers?ref=flaviopintarelli.it) , materializzando all'improvviso nelle sue strae l’antifascismo globale di chi chiude la porta di casa in faccia agli sbirri dell’ICE; quello praticato col fucile in braccio da chi resiste all’imperialismo, da qualsiasi campo esso provenga; e quello di chi si oppone, con ogni mezzo e ovunque nel mondo, al genocidio del popolo palestinese; Per la prima volta dagli anni delle bombe, l’Alto Adige/Südtirol è sembrato esposto al respiro del mondo e la sua società è sferzata dalle polarizzazioni che lo dividono. Se è vero che la storia procede per accumulazione di tendenze che diventano evidenti in caso di eventi straordinari, è difficile non vedere in quanto accaduto sabato almeno la possibilità di superare letture obsolete e rappresentazioni ormai esauste della società altoatesina e sudtirolese. Entrambe le piazze - quella antifascista in modo più evidente e quella remigrazionista in modo più timido - sono, a loro modo, piazze interetniche. Anche la remigrazione è un meme globale. Fa parte dell’arsenale di guerra culturale dell’estrema destra e va declinato sul piano locale, come accade in Germania, in Francia o in Svizzera. Per questo motivo, oltre ai tricolori, nella piazza remigrazionista ha sventolato anche qualche bandiera sudtirolese. E, qualche settimana prima, [storici esponenti della destra bolzanina sono andati a commemorare Andrea Hofer insieme agli Schützen](https://www.instagram.com/p/DVDxn-YlzbM/?%5F%5Fd=1vx%E6%9F%A5%E6%89%8B%E6%9C%BA%E5%8F%B7%E6%9F%A5%E8%AF%A2%E6%9F%90%E6%8A%96%E9%9F%B3%E5%8F%B7%E6%89%93%E8%B5%8F%E8%AE%B0%E5%BD%95,%E5%8D%8A%E5%B0%8F%E6%97%B6%E5%87%BA%E5%8D%95%E7%9A%84Hello+World%E7%A4%BE%E5%B7%A5%E5%BA%932025%E7%A4%BE%E5%B7%A5%E5%BA%93%E6%9C%80%E6%96%B0%E6%95%B0%E6%8D%AE%E5%9C%A8%E7%BA%BF%E6%9F%A5%E8%AF%A2%E7%BD%91%E7%AB%99%E2%9C%94%EF%B8%8Fchawa.cyou&ref=flaviopintarelli.it), che hanno ricambiato il favore con *endorsement* di varia natura alle iniziative di quelli che, fino a qualche decina di anni fa, erano i loro nemici giurati. *Il mondo è cambiato. Lo sento nell'acqua. Lo sento nella terra. Lo sento nell'aria. Molto di ciò che un tempo era è perduto, perché nessuno ora vive che lo ricordi,* fa dire Peter Jackson a dama Galadriel nel prologo del primo film del *Signore degli anelli*. Anche il posto in cui vivo mi sembra cambiato. Può darsi sia il tramonto di quel [Sudtirolo ideale eterno](https://salto.bz/it/article/11092019/centanni-di-sudtirolesitudine?ref=flaviopintarelli.it) che sembrava non dover finire mai? Non so dirlo con certezza. Ma se è di questo che si tratta, se è questo il processo che stiamo attraversando, allora quale momento migliore per prenderne coscienza e provare a costruirne una provincia diversa? ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Di fronte alla mareggiata URL: https://flaviopintarelli.it/2026/03/01/di-fronte-alla-mareggiata/ Last updated: 2026-03-01T21:05:42.000Z Alla terza settimana di gennaio [un ciclone di nome Harry](https://www.nationalgeographic.it/ciclone-harry-dai-costi-dell-estremizzazione-climatica-alle-strategie-di-adattamento-in-italia?ref=flaviopintarelli.it) ha spazzato il sud Italia. La costa ionica catanzarese è stata [una delle zone più colpite dalla tempesta](https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/22/danni-maltempo-calabria-ciclone-harry?ref=flaviopintarelli.it#00). Si tratta dei luoghi in cui è nata la mia compagna e li frequento da quando stiamo insieme; Davoli, Soverato, Catanzaro Lido fanno ormai parte della mia geografia affettiva. L’impeto della natura non ha risparmiato nessuna di queste località, che ormai mi sono famigliari. In quelle ore, circolando nel sistema nervoso digitale, decine e decine di immagini che testimoniavano la devastazione hanno lottato per ottenere la mia attenzione. Negli stessi giorni, qualche migliaio di chilometri più a nord, a Davos, in Svizzera, i potenti del pianeta si sono ritrovati al *World Economic Forum* per celebrare la loro liturgia. Ma quest'anno la messa non ha avuto il consueto tono giubilante; assomigliava più al [*de profundis* del mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi](https://www.wired.it/article/world-economic-forum-rischi-globali-2026/?ref=flaviopintarelli.it). [In un discorso lucido e potente](https://www.weforum.org/stories/2026/01/davos-2026-special-address-by-mark-carney-prime-minister-of-canada/?ref=flaviopintarelli.it), il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato in modo chiaro e senza ambiguità che l'ordine globale basato sulle regole è sempre stato una finzione a cui abbiamo voluto credere. Spazzata via dalla spietata franchezza con cui i nuovi autocrati globali esprimono la loro volontà di dominio e potenza, quella finzione non esiste più. Frastagliata nel flusso senza sosta dell’informazione elettronica, la mia attenzione rimbalza tra Davos e la Calabria in modo così rapido da non dare al mio sguardo il tempo necessario per ricalibrare la forma con cui osserva gli eventi. Mi trovo così a osservarli entrambi con la stessa postura: quella di chi pensa di trovarsi al sicuro di fronte alla mareggiata. Sulla metafora del naufragio con spettatore, il filosofo tedesco Hans Blumenberg ha scritto [un libro meraviglioso](https://www.mulino.it/isbn/9788815082152?ref=flaviopintarelli.it), che ha avuto un’influenza enorme sul mio modo di pensare. Blumenberg parte da un’idea forte: che il senso complessivo di una vita, del mondo o della storia sfugga al concetto e vengano invece tenute insieme da immagini durevoli, che la cultura rielabora nel corso dei secoli. Per il filosofo tedesco, la storia di una metafora è la lente attraverso cui è possibile osservare il tipo di rapporto che una civiltà intrattiene con la realtà che definisce il suo contesto. La metafora del naufragio con spettatore disegna una tensione tra il polo del pericolo estremo - a cui è esposto chi è in mare - e quello della sicurezza - di cui gode chi osserva. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. È in questa tensione che, si fa strada una domanda , tanto moderna quanto velenosa: che cosa significa guardare la rovina altrui senza poter (o voler) intervenire? La stessa domanda che ho sentito echeggiare leggendo, su X (Twitter, per i nostalgici) e altrove, il gongolare di alcuni influencer “di sinistra” davanti al discorso di Carney. Un ritornello che recitava più o meno in questo modo: “vedete, adesso anche i potenti del mondo dicono quello che dicevamo noi prima che diventasse di moda. Avevamo ragione.” Un compiacimento in cui fatico a non vedere la postura di chi, di fronte al disastro, si fa scudo della propria distanza di sicurezza dalle cose. Perché rallegrarsi di aver avuto ragione quando le cose sono ormai evidenti anche a chi ha basato la sua intera ragion d’essere sulla menzogna, a me sembra solo un modo per nascondere il fatto di non aver avuto la forza necessaria per imporre alla Storia la direzione auspicata. È una certificazione di sconfitta, di impotenza, da cui sento di dover uscire prima di tutto come individuo e poi come parte di qualcosa di più grande che la dimensione individuale la trascende. È anche il motivo per cui, da qualche anno a questa parte, [sono così ossessionato dalla questione del potere](https://flaviopintarelli.it/2026/01/11/recensione-ne-verticale-ne-orizzontale-rodrigo-nunes/), di come ottenerlo e di come mantenerlo nel tempo. Per quanto mi riguarda, la questione è capire come tornare a mettere *la pelle in gioco* e recuperare un senso di agentività davanti al disastro che vedo dispiegarsi davanti ai miei occhi. Ho bisogno di fare un passo avanti e bagnarmi nel mare, per quanto spaventoso appaia ai miei occhi. Non perché mi senta migliore di chi sta sulla riva, ma perché riconosco quella postura in me: l’istinto di restare asciutto, “al sicuro”, di trasformare tutto in analisi. La lucidità che non cambia niente è solo un altro modo di avere paura. Io vorrei smettere. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #2 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/02/22/dipendenze-digitali-come-resistere/ Last updated: 2026-02-22T19:12:00.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. A Natale mia sorella mi ha regalato un buono da spendere in libreria. Tempo fa sarei corso a spenderlo a colpo sicuro. Questa volta no. Anche se l’ho apprezzato moltissimo, il buono mi ha messo in difficoltà: non avevo in mente nemmeno un libro che avrei voluto comprare. È il sintomo di com’è cambiato il mio rapporto con i libri in questi anni, che si è fatto via via più cinico e materialista. Ma non solo. Da un po’ di tempo sono anche diventato un lettore più pigro, indolente. Faccio fatica a finire i libri che comincio, ma anche a trovarne che siano capaci di entusiasmarmi come mi entusiasmavano un tempo. Lo scrivo per scusarmi con Roberto Laghi. Mesi fa mi ha mandato il suo [*Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico.*](https://www.meltemieditore.it/catalogo/scritture-digitali/?ref=flaviopintarelli.it), chiedendomi se avevo voglia di leggerlo. Gli ho risposto che lo avrei fatto, ma ci ho messo un’era geologica per iniziarlo. Scemo io, perché per quanto ponderoso - è la sua tesi di dottorato - il libro non è solo ricco, intelligente e ben scritto. È anche utile, il che è un *plus* mica da ridere. Ne tornerò a parlare presto, con una recensione più articolata, ma troverò anche il modo di usarlo, perché è perfetto per un progetto a cui sto iniziando a lavorare e che, per ora, si chiama *Scrittura Non Performativa*. Ve ne parlerò a tempo debito. Ora sotto con i link! ✋ Altolà, prima di scrollare fermati. E leggi: ho tre - non uno, non due ma ****TRE** \- abbonamenti gratis di un mese per [***Comment is freed**](https://samf.substack.com/)****,** la newsletter di Sam e Lawrence Freedman. Ne vuoi uno? ****Scegli un post del blog, condividilo sul social che preferisci spiegando perché lo hai scelto e taggami**. L'abbonamento andrà ai primi tre che lo faranno. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. ## Una matrioska di dipendenze Qualche settimana fa, il diabolico algoritmo di YouTube mi ha proposto [lo *show off* di due set di *Magic*: *Arabian Nights* e *Antiquities*, fatto da Dario Moccia insieme a Wesa](https://youtu.be/lJPOLGSZRB0?si=7B-B8ZONCrgjtkvk&ref=flaviopintarelli.it). Combo irresistibile. Ho cliccato e sono piombato in un vortice di nostalgia, di cui l’algoritmo ha approfittato in un battito di ciglia. È cos che il mio *feed* è diventato una *mise en abyme* di dipendenze, popolandosi di shorts che mostrano lo sbusto di *deck* e *booster* del tempo che fu. Ve ne lascio un paio - [*Antiquities*](https://youtube.com/shorts/DR08uZxYfs0?si=ZWF-NuupMaRziH3c&ref=flaviopintarelli.it) da 500$, [*Legends*](https://youtube.com/shorts/rxUflGBcI5s?si=0RL4QTiVLE3XPI7M&ref=flaviopintarelli.it) da 600, [*The Dark*](https://youtube.com/shorts/zMy8NpijaEg?si=%5FdWVjdRiodM6c5XB&ref=flaviopintarelli.it) sempre da 600$ - tanto per darvi l’idea di quanti *layer* di dipendenza si possono impilare uno sull’altro. Se smetto di pubblicare mandatemi il SERT. ![Un condominio posto a cavallo di una pista da sci.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/02/Plagne-Centre--Ma--cot-la-Plagne.png) Il Plagne Centre, a Mâcot-la-Plagne, in Francia. Perché sì. ## Attesa, attenzione, durata Capire la natura dell’esperienza del tempo nell’era digitale è una delle mie ossessioni. Senza consapevolezza non c’è modo di uscire dall’accelerazione a cui le piattaforme ci condannano. Per anni ho rovesciato nella loro corrente i miei pensieri senza mediazione, impaziente di premere il testo “pubblica” per vedere quali reazioni avrebbero suscitato una volta lasciata la tastiera per le autostrade del *cyberspazio*. Solo imparando a farlo ho scoperto che [aspettare è una rivelazione](https://theconvivialsociety.substack.com/p/waiting-is-a-revelation?publication%5Fid=6980&post%5Fid=182428655&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true), come spiega bene L. M. Sacasas in questo post di *The Convival Society*. Non solo, aspettare con consapevolezza diventa una forma di resistenza. [Il mondo digitale ha bisogno di frizione](https://flaviopintarelli.it/2021/02/14/abbiamo-bisogno-di-attrito-anchenella-vita-digitale-su-domani/), come scrivevo qualche anno fa su Domani, ma anche di durata. Le due cose sono collegate, perché è nella durata che possiamo [esercitare la nostra attenzione](https://www.blackbirdspyplane.com/p/this-life-gives-you-nothing?publication%5Fid=41573&post%5Fid=181063928&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true&ref=flaviopintarelli.it) e, mentre lo facciamo, accorgerci di quanto conta davvero. Dopotutto, non è forse vero che più andiamo veloci e meno vediamo le cose in modo chiaro? ☄️ Vuoi aggiungere una particella al prossimo ****Pulviscolo**? Segnalala nei commenti o scrivimi una mail e spiegami perché devo assolutamente conoscerla. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Non scrivere strategie. Falle! URL: https://flaviopintarelli.it/2026/02/15/non-scrivere-strategie-falle/ Last updated: 2026-02-15T18:57:13.000Z Ci sono conversazioni che mi lasciano in testa domande su cui finisco per pensare a lungo. Una delle ultime l’ho avuta con Filippo, nel mezzo del lancio del [canale YouTube](https://www.youtube.com/@AldoMeniniComunicazione?ref=flaviopintarelli.it) a cui lavoriamo insieme a quasi un anno. Lui era frustrato, perché in un momento chiave si era trovato a gestire un carico di lavoro troppo pesante per una sola persona. Per colpa di una serie di ritardi nella produzione della prima serie di video avevamo perso sincronia; io mi ero trovato ai margini del progetto, dove mi ero accomodato fin troppo facilmente ad aspettare che succedesse qualcosa. E qualcosa è successo: Filippo mi ha chiesto un confronto. Ci siamo presi un caffè. Abbiamo individuato da dove nasceva il problema e, alla fine, gli ho spiegato come avrei lavorato da quel momento in avanti per riprendere sulle mie spalle il carico di lavoro che gli avevo accollato. Ha funzionato. In una decina di giorni il processo è tornato a essere funzionale alle nostre esigenze e a quelle del progetto a cui stiamo lavorando. Tutto è bene quel che finisce bene, no? Non proprio, perché tra le cose che Filippo mi ha detto ce n’è stata una che mi ha punto sul vivo. “Ok, Flavio, ma la strategia dov’è?” mi ha chiesto a un certo punto, un po’ seccato. Si riferiva al fatto che io non avessi ancora condiviso con lui praticamente nessun documento di carattere strategico, come si sarebbe aspettato da un professionista che si fa carico di questa funzione. Non mi sono sentito di dargli torto. Anzi, ho accolto il suo disagio in modo empatico, perché, riflettendoci, mi rendo conto di quanto sia spiazzante lavorare con uno *strategist* che pensa alla strategia non come qualcosa che si ha, ma come qualcosa che si fa. E questa, per come lavoro oggi, è una differenza decisiva. Qual è la prima immagine che ti viene in mente quando si parla di strategia? Se lo chiedi a me è quella di un truce consulente in giacca e cravatta, che sbatte davanti al naso del proprio cliente un ponderoso documento, con il fare di chi gli sta rivelando chissà quale esoterica verità sulla vita e sul mondo. Parlo così con una certa cognizione di causa, perché era il modo di fare che avevo quando lavoravo in agenzia. Fare una strategia significava lavorare per mesi a documenti di centinaia di pagine, che presentavo ai clienti in riunioni senza fine, da cui uscivamo entrambi esausti. Alla fine di quelle maratone consegnavo nelle loro mani n documento più pesante che profondo: il faldone, come mi diverto chiamarlo. Il suo scopo? Per lo più testimoniare lo sforzo profuso nel crearlo. Perché una volta affidata alle mani del cliente, la strategia usciva almeno in parte dalla mia sfera d’intervento. Non potendo facilitarne l’attivazione, non avevo alcuna garanzia che il mio lavoro fosse in grado di generare il cambiamento o produrre i risultati che avrei voluto che il cliente ottenesse grazie alle mie intuizioni. Ma in quel momento, dare al cliente l’impressione che il lavoro svolto giustificasse il prezzo pagato sembrava contare di più dell’effettiva efficacia della strategia. Da allora ho lavorato duramente per smettere di pensare alla strategia come se fosse un oggetto da possedere, perché questo modo di intenderla ha due difetti letali. Induce a pensare alla strategia come se fosse un’infallibile libretto d’istruzioni; una serie di azioni che, se eseguita con il giusto tempismo e nella sequenza corretta, conduce inevitabilmente al successo. Fa perdere di vista quello che dovrebbe essere lo scopo di ogni strategia: orientare le risorse a disposizione verso il raggiungimento di un obiettivo, tenendo conto in ogni momento del contesto e delle sue variazioni. La strategia, infatti, è un processo e come tale andrebbe trattata. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Riconoscerla in quanto processo significa fare propria l’idea che a una strategia si partecipa in modo attivo e che, per questo motivo, una strategia diventa documentabile soprattutto una volta che si è concluso il processo da cui ha preso vita. Se nel mio lavoro cerco di produrre il minor numero possibile di documenti strategici è perché sono consapevole tanto della natura processuale del pensiero e dell’agire strategici quanto dei rischi che il mancato riconoscimento di essa comporta. Il primo è che la documentazione irrigidisca l’azione di chi è coinvolto nel processo. Il secondo che il susseguirsi degli eventi renda obsoleta la documentazione prima ancora che possa essere utile. Non voglio dire che la documentazione non serva. Serve eccome; per esempio a tenere traccia delle decisioni prese e a condividerle con tutte le persone coinvolte in un progetto, per allinearle. Tuttavia, nello svolgere queste funzioni, la documentazione deve funzionare da ausilio alla strategia e non sostituirla o farne le veci, perché altrimenti diventa un alibi. In quanto processo, infatti, la strategia non è mai il risultato di una volontà che si applica alle cose dall’esterno, bensì è sempre il risultato dell’agire all’interno delle cose stesse. La strategia è perciò una qualità che emerge dall’azione che un soggetto esercita in un dato momento e in un dato contesto. Il canale YouTube di cui Filippo e io ci occupiamo, per fare un esempio concreto, serve al nostro cliente per gettare un ponte tra la sua identità professionale di formatore esperto di comunicazione e quella di autore di saggi e romanzi. L’obiettivo del canale è raccogliere un pubblico e creare una *community* da coinvolgere nelle sue iniziative editoriali presenti e future. Ma quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto, nessuno di noi sapeva con certezza da chi fosse composto questo pubblico o quali segmenti avrebbero reagito meglio ai contenuti che stavamo pensando di creare. Una ricerca di mercato avrebbe potuto rispondere alle nostre domande, ma non avevamo le risorse necessarie per farne una. Ho quindi scelto di facilitare una strategia nella quale ho dato priorità al processo di produzione dei video. Volevo lanciare il canale nel minor tempo possibile, ottenendo però, fin dal primo video, la qualità visiva del prodotto più alta che fossimo riusciti a raggiungere. Sapevo che il miglior modo per capire cosa avrebbe funzionato e chi sarebbe stato il nostro pubblico era proprio quello di confrontarci con la piattaforma, gettando i video in pasto all’algoritmo. Di video in video, il tipo di pubblico più ricettivo verso i nostri contenuti è emerso in modo spontaneo, chiaro e incontrovertibile dai dati che raccoglievamo grazie alla piattaforma. Le informazioni che abbiamo ottenuto in questo modo si stanno rivelando fondamentali per progettare i contenuti che daranno vita alla seconda serie di video del canale, permettendoci di migliorare la scritture e di creare a un piano editoriale sempre più vicino ai gusti del nostro pubblico. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile se avessimo definito a priori il tipo di pubblico a cui avremmo voluto rivolgerci attraverso il canale. Leggendo i dati, probabilmente, avremmo ricavato l’impressione di stare sbagliando qualcosa e la smentita ci avrebbe portato fuori strada, tentando di correggere qualcosa che non aveva bisogno di essere corretto. Abbracciare la natura emergente della strategia ci ha permesso di capire le caratteristiche del nostro pubblico e di organizzarci per rispondere sempre meglio ai suoi gusti, ottimizzando di conseguenza l’intero processo di produzione. È questa, per me, la forma più efficace di strategia: non un documento da consegnare, ma un modo di stare dentro al lavoro che mi viene chiesto di fare. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Il fronte di guerra a Pokrovsk è diventato una zona grigia" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2026/02/08/il-fronte-di-guerra-a-pokrovsk-e-diventato-una-zona-grigia-su-valigia-blu/ Last updated: 2026-02-08T19:01:44.000Z Ho scritto il post che stai leggendo la mattina del 2 gennaio. Nel tempo che è passato, Pokrovsk potrebbe essere caduta in mano russa. Oppure potrebbe star resistendo ancora. Pronunciarsi in modo netto è difficile, perché nel 2025 il modo in cui è stata combattuta l'invasone dell'Ucraina è cambiato in modo sostanziale rispetto agli anni precedenti. Il domino dei droni ha trasformato la natura il fronte: non più linea che oppone le parti in conflitto, ma area fluida e porosa dove le posizioni si scambiano di continuo. Quindi chi sta vincendo? Chi sta perdendo? Difficile dirlo quando una qualsiasi delle due parti in conflitto può infiltrarsi in profondità dietro le linee nemiche, ma non ha la garanzia di poter mantenere e consolidare le proprie posizioni. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Questo meccanismo complica molto il racconto e la comprensione delle dinamiche del conflitto. Ne paga dazio l'informazione *mainstream* che, costretta dalla rapidità del ciclo dell'informazione, sbaglia costantemente la lettura della dimensione tattica della guerra. Ne guadagna, di contro, la propaganda che grazie a questa opacità può forzare la propria narrativa a dispetto dei fatti. Su Valigia Blu ho trovato spazio per provare a spiegare come funziona la guerra oggi. > In una testimonianza raccolta dal giornalista David Kirichenko per un articolo pubblicato nel giugno del 2025, il colonnello Kostiantyn Humeniuk, chirurgo capo delle forze di medicina militare, ha affermato che, nei primi mesi dell’anno, circa il 70% delle perdite subite dalla fanteria ucraina era stato causato da droni. Il dato è sufficiente a dare la misura di quanto questo tipo di dispositivi rappresenti ormai la nuova normalità di una guerra che si sta rivelando il più potente acceleratore di tecnologia bellica e dottrina militare del nostro tempo, generando cambiamenti profondi e sostanziali nel modo di combattere. L’estensione della profondità del fronte è tra quelle che stanno avendo il maggior impatto sulle dinamiche del dominio terrestre del campo di battaglia. [Il fronte di guerra a Pokrovsk è diventato una “zona grigia” - Valigia BluLa caduta di Pokrovsk assomiglia sempre di più a Godot: ne parlano tutti, tutti l’aspettano, ma lei sembra non dover arrivare mai.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-favicon-32x32-192x192-2.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Pokrovsk_war.webp)](https://www.valigiablu.it/pokrovsk-guerra-ucraina-droni/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il fronte di guerra a Pokrovsk è diventato una zona grigia" su Valigia Blu. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Il mito del pensiero autonomo URL: https://flaviopintarelli.it/2026/02/01/il-mito-del-pensiero-autonomo/ Last updated: 2026-02-01T19:00:22.000Z Qualche settimana fa ho ascoltato un podcast. Quale? Non me lo ricordo, la mia memoria sta andando a farsi fottere. È la seconda volta che succede nel giro di pochi mese, quindi ti chiedo scusa. Paranoie a parte, era un podcast condotto da *zoomers*. Gli *host* parlavano più o meno dei cazzi loro, seduti al tavolino di un bar. La conversazione aveva genericamente a che fare con le relazioni tra pari. I conduttori erano infastiditi dall’atteggiamento di chi, in una discussione, era solito citare un autore per sostenere il proprio punto di vista. A loro dire, infatti, citare era un *flex* irritante; un modo spocchioso per dimostrare superiorità nei confronti dell’interlocutore. Molto meglio, sostenevano, non appoggiarsi ad altri che se stessi e sviluppare un pensiero proprio, autonomo. La cosa mi ha colpito, perché io tendo a essere uno che cita. Non mi sembra di farlo per sbilanciare l’equilibrio di potere tra me e le persone con cui discuto, ma sono anche uno che si mette in discussione e a questa cosa ci ho pensato. Mentre ci pensavo ho ascoltato un altro paio di episodi dello stesso podcast, giusto per capire di che tenore fosse il pensiero autonomo che la coppia si andava rivendicando. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Al termine della mia escursione nell’universo dei due podcaster sono giunto alla conclusione che il pensiero autonomo di cui vanno tanto fieri non sia altro che un mito. Non ne faccio una questione di qualità, i due *zoomers* avevano una loro idea del mondo che, in linea di massima, non condivido ma rispetto. Il problema è che neanche una delle loro idee mi è sembrata abbastanza originale da farmi pensare che potessero in qualche modo definirsi “autonome”. Sia chiaro, non credo di star dicendo nulla di particolarmente rivoluzionario, ma è un dato di fatto che chiunque di noi è parlato da idee altrui. Nessuna delle cose che pensiamo ci appartiene per davvero. Ti sei mai chiesto com’è nata la tua idea dell’amore? Avrei tanto voluto fare questa domanda a quei ragazzi, mentre li ascoltavo parlare di relazioni. Perché, provando a rispondere per conto mio, mi sono accorto che la mia idea dell’amore nasce all’incrocio tra saperi familiari, prodotti culturali e influenze di una natura tanto varia da rendere quasi impossibile ricostruirne con precisione la traiettoria di sviluppo. Se vedi la cosa da questo punto di vista, l’atto di citare un pensiero altrui per sostenere il proprio non può essere il gesto spocchioso di chi vuole sottometterti sul piano dialettico, bensì quello, conciliante, di chi dichiara in modo trasparente la genealogia delle proprie idee. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Pulviscolo #1 URL: https://flaviopintarelli.it/2026/01/25/fare-le-cose-e-quasi-sempre-una-figata/ Last updated: 2026-01-25T19:29:13.000Z ✨ Questa è ****Pulviscolo** **,** la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/What-a-Year.jpg) *Ci sono decenni in cui non succede nulla e settimane in accadono anni*. Così recitava l'adagio del buon vecchio Vladimir Ilich Uliánov e, beh, a guardare il modo in cui è iniziato il 2026 c'è da dargli ragione. Mentre cercavo di capire come mettere in piedi questa rubrica con cui - povero illuso - pensavo di alleggerirmi il lavoro, Donnie ha pensato bene di invitare Maduro a una crociera in direzione New York City. Sono le meraviglie dell'ordine multipolare, che tanto piace ad alcuni *intellò* capiscioni della bolla. Ok. Ok. Accanno con la polemica e ne approfitto per mettere in fila una serie di link a tema "festino di Delta Force e morte del diritto internazionale" a cui ne seguiranno un'altra, meno deprimente, che ho deciso di intitolare "fare le cose è una figata". Per ora questa è la struttura che ho deciso di dare a **Pulviscolo**: intro in cui dico un po' di cose, blocchetti tematici di link raccontati più o meno bene, *call* *to action* finali. Buona lettura e buone scoperte, **Pulviscolo** torna il mese prossimo. 🛑 Altolà, prima di scrollare fermati. E leggi: ho tre - non uno, non due ma ****TRE** \- abbonamenti gratis di un mese per [***Comment is freed**](https://samf.substack.com/)****,** la newsletter di Sam e Lawrence Freedman. Ne vuoi uno in regalo? Scegli un post del blog che ti piace, condividilo sul social che preferisci spiegando perché lo hai scelto e taggami. ****L'abbonamento va ai primi tre iscritti che lo faranno**. ### Maracaibo, mare forza 9 [Secondo alcune ricostruzioni](https://www.miamiherald.com/news/nation-world/world/americas/venezuela/article312516272.html?ref=flaviopintarelli.it), a vendere Maduro e il Venezuela agli Stati Uniti sarebbe stata la dirigenza "chavista". Presidente e petrolio in cambio di potere e una transizione senza troppe efferatezze. Se così fosse, per Trump sarebbe una vittoria e magari una sveglia per chi ancora c'ha il feticcio dei campi. A proposito del petrolio venezuelano, [Adam Tooze mette insieme qualche risorsa](https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-423-some-topical-material?publication%5Fid=192845&post%5Fid=183535301&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true) per dire che potrebbe non essere proprio un'affarone, almeno così ho capito io. Mick Ryan invece fa [una sintetica valutazione del raid e delle sua implicazioni globali](https://mickryan.substack.com/p/the-venezuela-raid?publication%5Fid=1198399&post%5Fid=183408521&isFreemail=false&r=d9p&triedRedirect=true). Per concludere, un [video brutto](https://www.youtube.com/watch?v=NiSuZilaClQ&list=WL&index=2&t=7s&ref=flaviopintarelli.it) che spiega come si è svolta tutta l'operazione e un meme bello che mi fa tanto ridere: ![Gli Stati Uniti rapiscono Maduro, ma siccome è arrivato illegalmente nel paese l'ICE lo deporta in Venezuela. Il ciclo ricomincia.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/Il-ciclo-Maduro..jpg) ### Fare le cose è una figata [Come scrive Jonah di Blacbird Spyplane](https://www.blackbirdspyplane.com/p/actually-making-things-is-fun?publication%5Fid=41573&post%5Fid=175828055&isFreemail=true&r=d9p&token=eyJ1c2VyX2lkIjoxNzE5NywicG9zdF9pZCI6MTc1ODI4MDU1LCJpYXQiOjE3NjEwNDQ2ODYsImV4cCI6MTc2MzYzNjY4NiwiaXNzIjoicHViLTQxNTczIiwic3ViIjoicG9zdC1yZWFjdGlvbiJ9.tPMbdjBeyEfWptQsEK1Mnro-eNw%5FystXxIN7wU2reG0&triedRedirect=true&ref=flaviopintarelli.it), fare le cose è una figata. Non potrei essere più d'accordo. Dopotutto, anche se ho un balordo senso delle proporzioni, non so accostare i colori e sono approssimativo in modo imbarazzante, Figma è stata una delle app che ho usato di più lo scorso anno. Non solo [come strumento per pensare meglio](https://figmathinkers.com/?ref=flaviopintarelli.it), ma proprio come software per fare grafica (che poi è l'attività per cui è stata creata). Quando lavoravo in agenzia potevo delegare quest'attività a un collega, ma [da quando sono diventato indipendente](https://flaviopintarelli.it/2022/03/26/lasciare-il-lavoro-dipendente-per-divenire-indipendenti-su-siamomine/) per molte cose mi devo arrangiare. E, non lo avrei mai detto, smanettare con forme e livelli mi piace perché fare le cose è davvero una figata. Tu che ne pensi? ☄️ Vuoi aggiungere una particella al prossimo ****Pulviscolo**? Segnalala nei commenti o scrivimi una mail e spiegami perché devo assolutamente conoscerla. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Giù in metrò di Luca Gricinella" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2026/01/18/giu-in-metro-di-luca-gricinella-su-il-tascabile/ Last updated: 2026-01-18T18:59:53.000Z Riesci a recuperare il primo ricordo che hai della metropolitana? Il mio è ambientato in quella di Parigi. Ci sono stato insieme ai miei genitori, non credo di aver avuto più di otto o nove anni. Sono abbastanza certo che siamo partiti dal primo appartamento in cui ho vissuto con loro, e ci ho vissuto fino alla fine della terza elementare. È stata una vacanza di prime volte. Prima volta sul TGV, prima volta nel vagone ristorante e, ovviamente, prima volta nella metropolitana. Ne ricordo soprattutto la confusione. Un fiume di arti dentro ai quali mi sembrava d'annegare. Una corrente a cui cercavo di sfuggire stringendo forte le mani dei miei genitori, da cui emanava come un senso d'allerta, di cui l'imperativo a restare vicino che ripetevano continuamente era solo il sintomo più percepibile. La sensazione che mi lasciò quell'esperienza era un misto di paura dell'ignoto ed eccitazione per la novità, per l'inaspettato. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Da allora non l'ho mai più dimenticata ed è stato bello ritrovarla tra le pagine di un libro, *Giù in metrò* del giornalista Luca Gricinella. L'ho recensito per Il Tascabile, e nella recensione ci sono altri ricordi simili legati a quest'oggetto così centrale nel nostro immaginario. Leggila, se ti va. Se hai tempo, invece, scrivi un commento e raccontami un tuo ricordo legato alla metropolitana, mi farà piacere. > La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui, ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori. Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche *tube* (tubo), funzionava per me allo stesso modo. [Giù in metrò di Luca GricinellaLe recensioni del Tascabile.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-5.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Gi-C3-B9-in-metr-C3-B2-di-Luca-Gricinella.png)](https://www.iltascabile.com/recensioni/giu-in-metro-di-luca-gricinella/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Giù in metrò di Luca Gricinella" su Il Tascabileil ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Come ho risolto il mio problema con il potere URL: https://flaviopintarelli.it/2026/01/11/recensione-ne-verticale-ne-orizzontale-rodrigo-nunes/ Last updated: 2026-01-11T19:35:00.000Z Da qualche tempo ho la sensazione di avere qualcosa di irrisolto con il concetto di potere. Se l’autoanalisi che ho fatto è corretta, credo abbia a che fare con la mia formazione. Da *millennial* sento di essere cresciuto con l’idea che il potere corrompa. Sospetto che possa essere un dato generazionale, perché la stessa idea ce l’hanno anche alcuni amici con cui mi sono confrontato a proposito della mia sensazione, ma siccome vorrei evitare di generalizzare resto su di me. Mi sono formato in un mondo in cui la musica si divideva in modo radicale tra “commerciale”, quella plasticosa e senz’anima ingegnerizzata dalle case discografiche, e “alternativa”, quella viscerale e diretta delle autoproduzioni. *It’s my job to keep punk rock elite*, gridava Fat Mike in [un pezzo dei NOFX](https://www.youtube.com/watch?v=VJkSiIs%5FS1Q&ref=flaviopintarelli.it); un inno alla purezza sottoculturale, che celebrava l’indipendenza dalle logiche mercificanti del mercato e dell’industria. Sia il primo che la seconda erano incarnazioni di quel potere che stavo imparando a rifiutare a favore di un *ethos* diverso, lo stesso che nutriva il movimento *no global* e ritrovavo nelle pagine di *No Logo* di Naomi Klein, che usciva proprio in quegli anni. Anni fondamentali per la mia formazione, in cui prima ho scavato un solco tra me e la politica istituzionale e poi, più tardi, tra me e il fare politica *tout court*. Una risposta disfunzionale all’imperativo di tenermi a distanza da ogni forma di potere, qualunque essa fosse. Dico disfunzionale perché, a vent’anni di distanza da quel periodo, guardandomi intorno mi sono accorto che nella stanza dei bottoni erano entrati o stavano entrando i peggiori della mia generazione. Oggi a poter prendere decisioni che hanno un impatto concreto sulla mia vita sono persone che, al liceo, se andava bene, venivano condannate a un’esistenza reietta o che, se andava male, si beccavano pure una certa quantità bullismo politico. Come avevano fatto ad arrivare lì? Ma, soprattutto, come mai non ci eravamo arrivati né io né nessun’altro di coloro che pensavo essere in qualche modo parte di un *elite* di persone politicamente avvedute? L’istante in cui mi sono posto queste domande è stato anche quello in cui ho cominciato a interrogarmi e mettere in discussione il mio rapporto con il concetto di potere. Da Lenin all’autonomia operaia, la sinistra - che è la parte politica a cui ancora sento di appartenere - non è mai stata timida nel fare della presa del potere il suo orizzonte. Senza non si fa ciò che Marx chiede ai filosofi di fare, ovvero cambiare il mondo. Tornare a questa consapevolezza mi ha permesso di avviare un processo di ricostruzione del mio rapporto con il potere, che ho iniziato dalla mia condizione professionale. Lavorare come consulente indipendente significa [*navigare tra potere e status*](https://tomcritchlow.com/2020/06/24/navigating-power-status/?ref=flaviopintarelli.it). In questo contesto, imparare a riconoscere, ottenere e usare il potere serve per raggiungere un risultato o un obiettivo. Farlo sul piano professionale non è molto diverso da farlo su quello politico. O almeno così mi pare dopo aver letto [*Né verticale né orizzontale . Una teoria dell’organizzazione politica*](https://edizionialegre.it/product/ne-verticale-ne-orizzontale/?ref=flaviopintarelli.it), il saggio di teoria dell’organizzazione scritto dal politologo Rodrigo Nunes. Il libro prende le mosse dal fallimento del ciclo di lotte che si è aperto nel tra la crisi del 2007-2008 e le mobilitazioni globali del decennio successivo, evidenziando il limiti dell’approccio orizzontale alla politica che lo aveva caratterizzato e riproponendo in modo deciso la questione dell’organizzazione. [Come scrive Andrea Moresco su Il Tascabile](https://www.iltascabile.com/recensioni/ne-verticale-ne-orizzontale-rodrigo-nunes/?ref=flaviopintarelli.it), l’autore: > vuole offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma dell’organizzazione: se per Nunes tale paura dell’organizzazione è storicamente legata alla torsione autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione identitaria dei vari gruppi della sinistra radicale alle nostre latitudini ha perpetuato quel trauma anche tra le più giovani generazioni. Si può allora ripensare l’organizzazione non come la cristallizzazione di un’identità omogenea, da difendere dalle minacce esterne, ma come l’assemblaggio di parti molteplici in una potenza collettiva e la concentrazione di questa potenza su dei punti strategici condivisi. Uno sforzo che si può fare solo riconoscendo che il potere si dà sempre all’interno di una tensione tra quello che esercitiamo sugli altri loro malgrado (*potestas*) e quello che ci mette in condizione di fare o ottenere qualcosa insieme a loro (*potentia*). L’organizzazione è dunque il gesto - l’agire - che media la tensione tra questi due poli, così come media quella tra la verticalità e l’orizzontalità, l’unità e la diversità, la centralizzazione e la decentralizzazione. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. Tale mediazione è necessaria, perché un sistema non può essere del tutto spontaneo e privo di organizzazione; infatti, anche nelle espressioni politiche che appaiono meno strutturate e più spontanee esiste sempre una forma (magari implicita) di organizzazione. Stigmatizzarla come il tentativo di imporre a queste espressioni una conformazione dall’esterno finisce per isolarle dal loro ambiente. E quando un sistema si isola, perde capacità di adattamento: tende a irrigidirsi, a dissipare energia, a scivolare verso il disordine. L’organizzazione diventa così la capacità riunire e indirizzare le abilità collettive in un modo capace di produrre degli effetti sul piano politico. Nella visione di Nunes, tale capacità si dà sempre in modo plurale e mai univoco. L’organizzazione è infatti una forma di ecologia al cui interno nuclei organizzativi diversi - il partito, il movimento, l’avanguardia - convivono e cooperano tra loro con approcci simbiotici (riformismo), intersezionali (costruzione dell’alternativa) o dirompenti (rivoluzione sociale), perché il cambiamento sistemico è sempre un processo di transizione non lineare, disomogeneo e conflittuale. Descritta come un sistema ecologico, la teoria dell’organizzazione proposta da Nunes ha nella differenziazione delle funzioni uno dei suoi pilastri. Con questa espressione l’autore identifica il modo in cui una serie di funzioni fondamentali per l’azione politica possano essere svolte di volta in volta da attori diversi, con approcci e ruoli peculiari. Finché queste funzioni vengono svolte da uno o più nuclei organizzativi, il sistema funziona e il principio di differenziazione fa sì che nessun nucleo sia costretto a integrare in modo verticale ognuna di esse. Questa caratteristica permette di superare le posizioni estensive - come l’opposizione tra moderato e radicale - e rende l’isolamento possibile solo al costo di delegare ad altri, per intero e senza alcuno sforzo, il peso delle funzioni che uno specifico nucleo si rifiuta di eseguire. Pensato in termini ecologici, il funzionamento dei nuclei organizzativi assomiglia a quello delle piattaforme digitali: offrono spazi di collaborazione che amplificano le possibilità senza determinarne le forme. Nunes aggiorna così il lessico dell’azione politica a un’epoca in cui la società di massa è stata frantumata nelle nicchie e nei segmenti che il ciclo di produzione del dato digitale genera all’infinito e senza sosta. In questo tempo in cui movimenti di massa nascono anche in assenza di organizzazioni di pari dimensioni, pensare in maniera ecologica all’organizzazione significa sviluppare la capacità di pensare e agire strategicamente per individuare e sfruttare le opportunità che un determinato contesto offre, rinunciando all’illusione di poter dare al corso della Storia un senso organico e teleologico. ![Copertina del libro "Né verticale né orizzontale. Una teoria dell'organizzazione politica" di Rodrigo Nunes.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/Ne---verticale-ne---orizzontale-copertina.jpg) ## “Né verticale, né orizzontale. Un dialogo tra teoria e pratiche dell’organizzazione” - Trento, 16 gennaio, libreria *due punti*. Venerdì 16 gennaio avrò il piacere di presentare Rodrigo Nunes e *Né verticale né orizzontale* a Trento, insieme a Federico Zappini che ci ospiterà alla libreria *due punti* (se ti serve: l’incontro è alle 18:00). Quando ci si è presentata l’occasione di farlo, Federico e io siamo stati subito d’accordo su una cosa: volevamo che la presentazione fosse anche un modo per cogliere l’invito che il libro fa a pensare e agire in modo ecologico e strategico. Scambiandoci idee e spunti su come condurre la presentazione siamo finiti a riflettere su quale fosse la funzione che un librario (lui) e uno scrittore (io) potessero assolvere nell’ecologia politica del territorio a cui entrambi apparteniamo. Ci siamo detti che avremmo potuto provare ad agire come connettori, costruendo un momento che non si esaurisca nella presentazione dell’importante lavoro teorico che Nunes ha fatto con questo libro. Abbiamo l’ambizione di provare a costruire, o almeno ad abbozzare, un quel “dialogo tra teoria e pratica dell’organizzazione” che dà il titolo all’evento che stiamo preparando. Alla conversazione con Nunes proveremo a far seguire un confronto tra persone che appartengo a nuclei organizzativi diversi e, attraverso di essi, provano a incidere su tre temi chiave del tempo e del luogo in cui viviamo: adattamento al cambiamento climatico, accelerazione tecnologico e lavoro, diritto e accessibilità economica alla casa. In questi giorni Federico e io stiamo lavorando per individuare e invitare le persone che vogliamo coinvolgere in questo dialogo. Se sei un’attivista, fai parte di un’organizzazione e vorresti partecipare, ma non ti abbiamo ancora contattato prima di tutto: scusa, scrivimi alla mail che trovi nella [pagina dei contatti](https://flaviopintarelli.it/contatti/) e ti darò tutte le informazioni che ti servono. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/ne-verticale-ne-orizzontale-locandina.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/3.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2026/01/4.jpg) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### 2026: Il blog evolve URL: https://flaviopintarelli.it/2026/01/04/2026-il-blog-evolve/ Last updated: 2026-01-04T19:14:56.000Z Come ho già scritto nel recap di fine anno, il 2025 è stato un anno prolifico per il mio blog. Pubblicare un post a settimana è stato uno sforzo, ma ne è valsa la pena. Ne ha beneficiato la scrittura: più veloce, più ordinata, più chiara, più efficace. Ne ha giovato anche la community, cresciuta dai 41 iscritti di gennaio 2025 ai 71 di oggi. Alcuni di voi sono stati così gentili da fare una piccola donazione: grazie. Ognuno di questi gesti conta e mi motiva a continuare. Nel 2026 voglio far evolvere il blog e prenderlo più sul serio. ## Novità #1 - Ora la newsletter ha un nome Da oggi la newsletter collegata al blog ha un nome: *Strategie dell’universo*, come la canzone di Neffa. Battezzarla aiuta a fare chiarezza, distinguendola dal blog. Per praticità ho creato una [landing page](https://flaviopintarelli.it/newsletter/) dedicata: la userò sui social quando invito nuove persone a entrare nella community. Questa scelta non cambia la linea editoriale. La newsletter rilancerà i contenuti del blog. Il blog resta il luogo dove “penso in pubblico”; continuerà a ospitare spin‑off di ricerche e progetti; a funzionare come archivio delle collaborazioni e calendario degli eventi. Nel 2026 continuerò a occuparmi di tecnologia e cultura digitale; di scrittura, note taking e knowledge management; di *worldbuilding*; di Alto Adige e di immaginario alpino. Probabilmente aumenteranno i contenuti legati alle nuove tecnologie belliche, su cui sto progettando un saggio. Insomma, l’approccio orizzontale e rizomatico resta la cifra del blog. ## Esplora insieme a me nuovi mondi. Iscriviti a **Strategie dell'Universo!* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Esce una volta a settimana. Ti cancelli quando vuoi. ## Novità #2 - Racconti per gli iscritti A cui tengo molto, perché quest’anno seguo un percorso di formazione per migliorare le mie doti di narratore. I risultati saranno pubblicati sul blog, ma disponibili in esclusiva agli iscritti alla newsletter. È il mio modo per dire grazie e - perché no - per farvi sentire un po’ speciali. ## Novità #3 - Una rubrica di link curati Voglio continuare a pubblicare un post a settimana. Per farlo introduco una nuova rubrica di link curati: *Pulviscolo*, in uscita l’ultima settimana di ogni mese. *Diamine, Flavio, un’altra rubrica di link curati? Ce ne sono già tante. Serviva davvero?* Lo so. È stata una scelta ragionata: una rubrica così abbassa la pressione perché è più semplice da allestire di un post lungo. Mi permette di respirare per scrivere meglio; prometto che segnalerò pochi link, super selezionati, così che *Pulviscolo* valga sempre il click. Se non vi convince, ditemelo. --- In generale: scrivetemi. Nei commenti o via email. Critiche, apprezzamenti, proposte di collaborazione o semplice voglia di fare due chiacchiere: tutto è benvenuto. Dopo tutto, scrivere un blog è una [lunga e complessa chiave di ricerca per trovare persone affascinanti](https://www.henrikkarlsson.xyz/p/search-query?ref=flaviopintarelli.it). Per ora le novità finiscono qui. Scegliendo di ricevere i miei contenuti è come se faceste parte di me. Grazie ❤️. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### 2025 - Un anno nel retrovisore URL: https://flaviopintarelli.it/2025/12/21/2025-un-anno-nel-retrovisore/ Last updated: 2025-12-21T19:54:15.000Z ⏸️ Questo è l'ultimo post del 2025\. Io e il blog andiamo in pausa. Riprendiamo a pubblicare domenica 4 gennaio. È passato un altro anno, il quarto da quando ho scelto l’indipendenza professionale. Anche nel 2025 sono successe parecchie cose: è arrivato il momento di raccontarti com’è andato. *Un anno nel retrovisore* è tornato, pronto? ## Il mio anno in sintesi La paranoica gestione finanziaria che mi sono autoimposto mi ha permesso di iniziare il 2025 incassando un bel po’ di crediti maturati nell’anno precedente. Un *trick* che, in pochi mesi, mi ha permesso di raggiungere il 50% del fatturato che mi sono prefissato. Un bel vantaggio, perché mi ha permesso di lavorare con serenità, senza l’assillo di dover acquisire per forza nuovi progetti e clienti, tema che preoccupa molti *freelance*, io per primo. Progetti e clienti che, ancora una volta, sono arrivati in modo del tutto naturale, anche se meno “irruento” rispetto allo scorso anno, quando ero stato letteralmente travolto di cose da fare. Poco importa, perché al calo di quantità è corrisposto un aumento della qualità dei progetti. Molti di essi sono stati percorsi di consulenza o lavori di strategia, in linea con il mio *core* di attività e utili per migliorare i processi o mettermi alla prova in contesti che non avevo ancora esplorato. In linea di massima, del 2025 posso dire che è stato un anno *upbeat*: ritmi elevati e un *mood* positivo e ottimista; una combinazione che aiuta parecchio se oltre a lavorare devi gestire una famiglia. Arrivato a questo punto della carriera, di fronte a me vedo tre possibili strade: integrare le mie conoscenze di comunicazione e marketing con competenze in ambito di sviluppo e gestione aziendale; fondare una società o trovarne alcune dispose a collaborare per me in cambio di *equity*; coltivare la carriera di autore. Al momento sono convinto di provare a percorrerle tutte e tre, e decidere più avanti quale abbandonare. Speriamo di non star facendo una sciocchezza. ## Fatti e cifre Per il quarto anno di fila sono riuscito a centrare l’obiettivo di fatturato che mi sono posto. Non sono del tutto sicuro che la mia impostazione - *goal* fisso calcolato in base agli utili generati - sia la migliore dal punto di vista fiscale ma è rassicurante da quello personale. Mi permette di risparmiare ogni anno una cifra interessante, di poterne investire una parte e di mantenere un equilibrio vita-lavoro sostenibile. A meno che il commercialista non mi dica di fare diversamente, andrò avanti in questo modo. ![Grafico a barre.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/11/Fatturato-2022-2025.jpg) Dal punto di vista della distribuzione del fatturato, il 2025 ha visto la mia attività virare in modo deciso verso le attività *project management*. L’etichetta è un po’ fuorviante, perché ricadono al suo interno attività che è riduttivo definire in questo modo. Ho scelto questa semplificazione sia per non complicare le categorie, sia perché il mio apporto non si limita mai a uno specifico set di attività. Di fatto, molti progetti e il modo in cui suggerisco di affrontarli richiedono un mix di consulenza, operatività e organizzazione. Una definizione più accurata potrebbe essere: *project management strategico*. È la naturale evoluzione del lavoro orientato al *branding* con metodologie partecipate, che ho iniziato a sviluppare alla fine del 2022. Questo mi porta sempre di più a posizionarmi in una zona in cui la dimensione strategica, operativa e tattica del mio contributo a un progetto tendono a sovrapporsi. Il resto delle attività - lavoro culturale, content marketing, sparring strategico, branding e copywriting - o si ridimensiona (branding e content marketing) oppure resta più o meno stabile rispetto allo scorso anno. ![Grafico a torta.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/11/Composizione-fatturato-2025.jpg) ## Highlights ### Blog Negli ultimi anni mi ero promesso che lo avrei scalato, scrivendo di più. Nel 2025 ho mantenuto fede alla promessa. Fatta eccezione per una breve pausa estiva, quest’anno ho pubblicato sul blog una volta a settimana. Da quando scrivo online è la prima volta che ho una regolarità simile. Grazie a essa non solo sento di aver raggiunto un livello di organizzazione del pensiero che mi permette di generare idee a ciclo continuo, ma anche di aver migliorato in modo sensibile la qualità della mia scrittura. Dato che si può fare, nel 2026 vorrei provare a rilanciare questo sforzo. Ci sono delle novità che riguardano il blog, ma ne parlerò meglio tra qualche settimana. ### Il bagliore Speravo che il romanzo dell’antropocene alpino che ho scritto lo scorso anno avesse miglior fortuna. Purtroppo così non è stato. Dopo una serie di sfortunati invii ho iniziato a chiedermi se la qualità del manoscritto corrispondesse davvero a ciò che io e chi lo aveva letto pensavamo. Per questo ho chiesto al team di Crudo una scheda di lettura: da lì è nato un ulteriore lavoro di revisione che ha migliorato il testo, senza però cambiarne le fortune editoriali. Nonostante sia stato letto e proposto attraverso i loro canali, a oggi *Il bagliore* non ha ancora trovato un editore disposto a pubblicarlo. A questo punto dubito anche che riuscirà a trovarlo. Mi sono fatto un’idea del perché e magari più avanti ne parlerò in un post. Adesso però devo decidere cosa farne, perché la finestra per la pubblicazione del testo così com’è si va chiudendo. Le opzioni sul tavolo sono due: rilavorarlo ancora, oppure pubblicarlo come contenuto del blog. Non ho ancora deciso. [**Se sei un editore e vuoi leggerlo, scrivimi: te lo mando volentieri.**](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Aldo Menini - Nell’inferno della comunicazione umana Erano almeno 10 anni che desideravo seguire un creator su YouTube. Ci sono riuscito grazie ad Aldo, un formatore esperto di comunicazione che ho accompagnato nel lancio del suo canale. Se dovessi usare una metafora biblica, direi che YouTube è un dio tanto esigente quanto magnanimo. Per approcciarlo serve uno sforzo enorme, ma l’algoritmo è potentissimo e incredibilmente efficace nel far incontrare i contenuti al pubblico che puòapprezzarli. Lo sospettavo da tempo ma ora, dopo averne fatto esperienza diretta, dico con sicurezza che YouTube è la piattaforma che ha vinto la corsa all’attenzione. Chiunque desideri essere davvero rilevante in rete dovrebbe passarci. Per questo, in termini di costruzione di competenze, considero questo progetto uno dei più intensi tra quelli a cui mi sono dedicato negli ultimi due anni. [Aldo Menini - Nell’Inferno della ComunicazioneTecniche di comunicazione? No. Questo non è il solito canale con tecniche da venditore porta a porta, ma un viaggio nell’inferno della comunicazione umana. Attraverso i suoi gironi scoprirai perché fallisci quando comunichi, ma anche come fare per evitarlo. E ascoltando le storie di chi ci è passato prima imparerai che la comunicazione non è questione di trucchetti, ma di consapevolezza. Preparati a mettere in discussione tutto quello che credevi di sapere sul modo in cui parli, ascolti e ti relazioni agli altri. Prepara le monetine per Caronte, il tuo viaggio sta per cominciare.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon_144x144.png)YouTube![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/NcJU8Y8SL0Ug1w74UcwDbBN636Hq-P__oZ3az9a0rvIhFwJJimJu6XlkiDy7VjnCQD5pBkSSww-s900-c-k-c0x00ffffff-no-rj)](https://www.youtube.com/@AldoMeniniComunicazione?ref=flaviopintarelli.it) Iscriviti al canale di Aldo. Mi raccomando, attiva la campanella degli avvisi! ### phase:shift Da quando sono *freelance*, seguo ogni anno un progetto per cui non mi faccio pagare. Perché se metto a disposizione gratuitamente le mie capacità, in cambio posso chiedere massima libertà di manovra: testare nuove intuizioni, esplorare modalità inedite di lavoro, sperimentare servizi senza la pressione di dover “ripagare” l’investimento del cliente. *phase:shift* è stato il progetto del 2025. È una newsletter che “mappa le traiettorie del cambiamento, connettendo e contestualizzando le migliori fonti disponibili per tracciare i cambiamenti che stanno rimodellando il nostro mondo”. Dietro ci sono Giulio e Piero, due amici conosciuti online, tra le persone più in gamba, preparate ed entusiaste che ho incontrato quest’anno. Lavorare con loro mi ha ispirato moltissimo. [phase:shift | SubstackLinking facts to grasp reality, so you can change it. Click to read phase:shift, a Substack publication with hundreds of subscribers.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2Fb2e6cca5-b2a3-4c71-a372-b2ed063c063a-2Fapple-touch-icon-180x180.png)phase:shiftphase:shift![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Fph4seshift.substack.com-2Ftwitter-2Fsubscribe-card.jpg%3Fv%3D-1573957760%26version%3D9)](https://ph4seshift.substack.com/) Iscriviti a **phase:shift*! ### Worldbuilding Approfondire le tecniche di worldbuilding e simulazione sociale che avevo sperimentato nel 2024 era uno dei miei obiettivi: l’ho fatto. Alice Siracusano di Luz mi ha dato la possibilità di costruire la versione beta di un [laboratorio di worldbuilding](https://flaviopintarelli.it/2025/07/13/note-sulla-creazione-di-mondi/) che ho presentato in due eventi culturali: [Common Grounds](https://flaviopintarelli.it/2025/06/01/common-ground-retreat-san-martino-in-badia-bz-19-22-giugno/) e [MAST](https://flaviopintarelli.it/2025/07/20/seeing-the-impossible-scicli-rg-4-5-agosto/). Al contrario delle aspettative, il mondo aziendale non si è rivelato il contesto più ricettivo: quello culturale sì. Non è del tutto una buona notizia, perché rende più complesso scalare il laboratorio. [**Se vuoi approfondire, la mia casella email è sempre aperta.**](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## Cosa mi piacerebbe fare nel 2026? Negli ultimi due anni la maggior parte dei lavori che ho seguito sono arrivati tramite agenzie di comunicazione. Nel 2026 vorrei cambiare questo assetto e prendere almeno un altro cliente senza intermediazione. Non ho preferenze tra personal brand, start up o aziende già avviate, ma sarei molto felice di confrontarmi con una realtà editoriale, un media o un’agenzia di comunicazione: sono contesti che conosco bene e in cui so di poter incidere. Perciò se hai una casa editrice o un media, sarei felice di mostrarti qualche caso studio. Ma se lavori in un altro settore e pensi che io possa prendermi cura della comunicazione del tuo marchio, azienda o prodotto, parliamone. La faccio spiccia: sono aperto a nuove collaborazioni e non vedo l’ora di conoscere i miei nuovi clienti. Magari uno di loro sei proprio tu che stai leggendo. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### La magia d'inverno dei Mumin, gli strani troll di Tove Jansson URL: https://flaviopintarelli.it/2025/12/14/magia-inverno-mumin-tove-jansson/ Last updated: 2025-12-14T20:08:49.000Z Tempo fa, in biblioteca, ho proposto a mio figlio di prendere in prestito *Magia d'inverno*, un romanzo della serie dei Mumin di Tove Jansson. Lo sguardo che mi ha rivolto quando gli ho mostrato la copertina non era affatto convinto. “A me piacevano molto questi libri alla tua età,” gli ho detto per incuriosirlo. Ha scrollato le spalle e mi ha risposto un “va bene” che somigliava più a un “fai un po’ come ti pare”. Il suo scetticismo è durato quasi un mese. Poi, una sera, dopo aver finito tutti gli altri libri che avevamo preso in prestito insieme a *Magia d’inverno*, lo abbiamo finalmente iniziato. Non era ancora autunno pieno, ma la sua camera era fredda. I termosifoni erano spenti, così come tutto l’impianto di riscaldamento del palazzo. Prima di sederci ai piedi del suo letto, dove leggiamo di solito, ci siamo avvolti in una copertina. Abbiamo spento il lampadario e, tra di noi, abbiamo sistemato la luce che gli fa compagnia la notte. A quel punto ho iniziato a leggere le prime parole: > Il cielo era oscuro, quasi nero, ma la neve brillava azzurra nella luce lunare. > > Il mare dormiva sotto il ghiaccio, e giù nel profondo, alle radici della terra, non v’era bestiolina addormentata che non sognasse la primavera. Ma ci voleva ancora parecchio, perché la primavera arrivasse, infatti l’Anno Nuovo non aveva percorso che un brevissimo tratto del suo cammino. > > Nel punto in cui la Valle cominciava a salire dolcemente verso le montagne, s’intravedeva una casa sepolta nella neve; sembrava disabitata e, più che una casa, assomigliava a una buffa montagnosa di neve. Accanto le scorreva l’ansa del fiume, nero come la pece tra le sue rive ghiacciate; la corrente, impetuosa, riusciva ad aprirsi una strada tra i ghiacci durante tutto l’inverno. Ma nessuna impronta attraversava il ponticello e da tempo la neve ammucchiata intorno alla casa non era stata rimossa. Ti è mai capitato di amare tanto un libro da bambino che, a un certo punto, da adulto, ti viene voglia di rileggerlo e scopri che è, semplicemente, un capolavoro? “Ma questo libro è un capolavoro!” è proprio quello che ho pensato leggendo i paragrafi che ho copiato qui sopra. Jansson apre il libro con l’immagine del cielo notturno, quasi nero, contrapposto al bagliore azzurro della luce lunare riflessa dalla neve. Poi ci porta sotto alla coltre di ghiaccio dove dorme il mare - davvero dorme, il mare d’inverno? - e più giù ancora, alle radici della terra, dove anche ogni bestiolina dorme, sognando la primavera. A quel punto torniamo in superficie, nella valle dei Mumin. La valle è descritta inanellando uno dopo l’altro una serie di riferimenti paesaggistici - la casa, il fiume, il ponticello - che al lettore già introdotto risultano familiari; a chi vi si avvicina per la prima volta offrono, invece, la mappa mentale per orientarsi nel mondo narrativo.. Quest’ultimo, se lo desidera, può verificarla sulla mappa riportata all’inizio del libro. Ho sempre pensato che fosse stata quella de *Lo Hobbit* la mia prima mappa fantastica. Invece dev’essere stata quella della valle dei Mumin. Giusto il tempo di dirci che in quel paesaggio non v’è traccia di anima viva e la penna di Jansson ci porta dentro la casa dei Mumin, addormentati. Qui, > il silenzio regnava profondo, nell’attesa. > > Ogni tanto qualcuno sospirava e si rannicchiava più comodamente nella conca del materasso. > > Il raggio della luna vagò dalla sedia a dondolo alla tavola del salotto, si arrampicò sulle spalle d’ottone delle testiere dei letti e infine splendette proprio in faccia al troll Mumin. > > E qui successe qualcosa di assolutamente nuovo, che mai si era verificato da quando il primo Mumin era caduto in letargo: il troll Mumin si svegliò senza riuscire più ad addormentarsi Ti ricordi cosa significa svegliarti di notte, quando sei ancora un bambino? Nemmeno io, finché non ho letto questo passaggio e quelli immediatamente successivi, in cui il piccolo Mumin esplora la casa vuota, che gli trasmette estraneità e familiarità allo stesso tempo. Mark Fisher lo chiama *weird* ed è la parola perfetta per descrivere quello che accade subito dopo. Mumin imbocca la porta di casa e scopre qualcosa che non aveva ancora mai visto: la neve. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! > Una ventata di aria gelida lo accolse, togliendogli il respiro. > > Scivolò rotolando fin sul cornicione del tetto e di qui il troll Mumin, solo e abbandonato, sprofondò nel primo mucchio di neve della sua vita. > > \[...\] > > Una sorta di grigio chiarore avvolgeva la Valle; una Valle non più verde, ma bianca. Quanto un tempo vi si era mosso, s’era fatto immobile. Il brusio della vista era scomparso. Ogni punta era stata smussata. > > “È la neve”, mormorò il troll Mumin. “La mamma ne aveva sentito parlare e la chiamava neve”. > > \[...\] > > Intanto il troll Mumin, procedendo a fatica nella neve, era giunto al fiume. Era lo stesso fiume che d’estate scorreva trasparente e allegro nel giardino dei Mumin, ma quant’era diverso ora! Le acque indifferenti e scure appartenevano a quello strano mondo dal quale il troll si sentiva escluso. > > Per ritrovare qualcosa di familiare che lo rincuorasse, cercò con lo sguardo il ponte e la cassetta della posta. Quella non era mutata; sbirciò dalla fessura, ma non vi era altro che una foglia secca senza un solo rigo. > > All’odore dell’inverno di era già abituato e non lo incuriosiva più. > > Osservò allora il cespuglio di gelsomino, ch’era tutto un intrico di rami spogli, e pensò terrorizzato: “È morto. Tutto il mio mondo è morto mentre dormivo. Questo nuovo mondo appartiene a qualcuno che non conosco, forse a Morra. Non è un mondo da Mumin”. È da quattro anni che a Bolzano non nevica. Non sono nemmeno sicuro di ricordarmi cosa si prova ad addormentarsi mentre fiocca e a risvegliarsi in un mondo avvolto dalla candida coperta della neve. Un mondo che, ancora una volta, oscilla tra il sollievo di riconoscerlo come familiare e l’inquietudine che sia cambiato per sempre. Un mondo “strano”, a cui Mumin non appartiene ma che appartiene alle altrettanto strane creature che lo abitano. La Piccola Mi e Too-Ticki, una sorta di spirito dell’inverno che abita nel capanno sulla spiaggia della famiglia Mumin. È insieme a loro che il piccolo troll sopravviverà alla più strana, e letale, creatura dell’inverno: > Di lontano, camminando sul ghiaccio, si avvicinava la Signora del Gelo. Era bianca come di cera, ma se la si osservava attraverso il riquadro di destra della finestra sembrava rossa, attraverso quello di sinistra, verde pallido. > > Improvvisamente il troll Mumin sentì che il vetro era diventato talmente ghiacciato da far male, e ritirò spaventatissimo il muso. > > \[...\] > > Ora la Signore dal Gelo passava proprio accanto al capanno. E dovette gettare uno sguardo attraverso la finestra, perché uno spiffero gelato attraversò improvvisamente la stanza e fece impallidire per un attimo la stufa arroventata. Poi passò oltre. > > \[...\] > > La Signora del Gelo era adesso tra i giunchi, voltando loro le spalle, e si chinava sulla neve. > > “È lo scoiattolo” mormorò Too-Ticki: “si è dimenticato che doveva rimanere a casa”. > > La Signora del Gelo volse il suo viso stupendo allo scoiattolo e lo solleticò distrattamente dietro un’orecchietta. Lui la guardava fissamente nei freddi occhi azzurri. Come stregato. La Signora del Gelo gli sorrise e passò oltre. > > Ma si lasciò dietro quello sciocco di uno scoiattolo duro stecchito, con le sue quattro zampette in aria. Il passaggio della Signora del Gelo è il momento più profondo e drammatico del romanzo. Arriva poco dopo l’inizio, più o meno a un quarto del libro. In un certo senso è il punto che prepara e precede l’alba, quello in cui la notte appare più nera e priva di speranze. Da lì in avanti, per il piccolo troll Mumin, sarà un crescendo di scoperte che lo porterà ad amare quella stagione sconosciuta che, oggi, nel mondo reale, siamo chiamati a proteggere, per non rischiare di perderla per sempre. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Le illusioni "no effort" dell'IA URL: https://flaviopintarelli.it/2025/12/07/intelligenza-artificiale-sforzo-creazione-apprendimento/ Last updated: 2025-12-08T10:50:37.000Z Lo *spin* sull'IA mi toglie ossigeno. Ogni giorno spunta un aggettivo nuovo, un'iperbole inedita che esalta le magnifiche sorti e progressive di questa tecnologia. “Intersezionale”, “abilitante”, “non abilista” alcune delle etichette più recenti che mi è capitato di vedere nel *feed*. Su quest’ultima definizione vorrei fermarmi un istante. Chi la sostiene [argomenta](https://theslowjournalist.substack.com/p/le-ai-sono-uno-strumento-intersezionale) che legare il valore di un lavoro alla quantità di sforzo che esso richiede sia privilegio di chi gode di integrità fisica e mentale. Un modo per imporre uno standard di "normalità" a chi tale integrità non la possiede. È un ragionamento sensato, ma la domanda che mi pongo è la seguente: davvero l'IA è uno strumento “senza sforzo”? Mentre scrivevo questo post [ne è uscito uno in cui Federico Nejrotti](https://stellakamikaze.org/arturo-mi-ha-rotto-il-cervello-intelligenza-artificiale-claude-algoritmo/?ref=flaviopintarelli.it) racconta il suo rapporto con Arturo, l’assistente di scrittura che gli ha “rotto il cervello”. Ad Arturo Federico ha dato vita con Claude, l’IA generativa di Anthropic, durante un delirio febbricitante. Il parto di Arturo avviene tra nubi di “monossido di carbonio pompato dalla stufa a legna della casa *che* mi dà alla testa”. Federico è “galvanizzato”, gli “sembra di aver scoperto il fuoco, o di aver elaborato una fiala di un virus letale”. I suoi amici gli “chiedono cosa stia facendo, tutto il giorno piegato sul laptop”. È un racconto di possessione in cui la sua “identità assume connotazioni sciamaniche” e, come tale, compie l’impresa alchemica di partorire una serie di doppi artificiali, che “passano dall'essere repliche meccaniche del ritmo narrativo della mia scrittura a homunculus organici che, a partire da pochi miei input, fanno emergere spasmodicamente scritti che parlano di me, delle mie idee, del mio modo di pensare e di scrivere. Ma che non ho scritto”. Immagini e lessico lasciano intendere in modo aperto che tutto si svolge in una dimensione dominata da sforzo mentale e fatica fisica, acuiti dalla febbre che brucia il virus nel corpo di Federico. Non mi stupisce: ogni rito di possessione lascia svuotato chi lo compie. La mia esperienza è simile, anche se molto meno intensa: mi ci sono voluti sei mesi di addestramento e una certa dose di studio per ottenere risultati accettabili dall’account di ChatGPT che pago a OpenAI e che non credo battezzerò mai. Lo ammetto, continuo a pensare che per quello che faccio esperienza e intuizione siano guide migliori dell'intelligenza artificiale, quindi non mi sono sforzato più di tanto. Dopotutto, mi sono detto, se questa tecnologia è davvero “abilitante” come si dice non avrò bisogno di grandi risorse per ottenere da lei le illuminazioni che promette. E invece no: per accendere un lumicino ho dovuto sforzarmi. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! “Scemo tu”, dirai: bastava seguire uno dei tanti corsi proposti da chi fa *spin* sull'IA. Vero, dico io, ma se qualcuno vuole farsi pagare per spiegarmi come funziona qualcosa, mi sorge più di un dubbio sulla natura abilitante dello strumento in questione. Al limite sarà la formazione a essere abilitante, non tanto lo strumento. E anche la formazione richiede una certa dose di sforzo, per essere efficace. Come mai di questo sforzo negli *spin* non sembra quasi mai esserci traccia? Non solo, l'idea che usare l'IA non richieda sforzo mi sembra in contraddizione con un altro spin piuttosto diffuso, quello per cui lo *slop* \- il fare allucinatorio con cui le intelligenze artificiali provano a compiacerci quando non sono in grado di soddisfare le nostre richieste - non sia colpa della tecnologia ma degli umani che la usano senza saperla usare. Tu, sei stato tu, tu con il tuo prompt! Battute grevi a parte, ho un'impressione; per quanto elevati nell'intenzione, certi discorsi sorvolano sul fatto che anche le IA hanno bisogno di una certa quantità di lavoro cognitivo per restituire risultati accettabili. Accade perché [l'apprendimento e la creazione sono attività che richiedono sforzo](https://claudiokulesko.substack.com/p/delle-miserie-del-lavoro-culturale) per essere eseguite. Avvengono entrambe nella dimensione della durata - Bergson, anyone? - sono intensive più che estensive. Quando racconto lo Zettelkasten, che è una forma analogica di automazione della scrittura, sono sempre trasparente nel dire che la sua curva di apprendimento è ripida, che cambiare le proprie abitudini di lettura per ridurre il tempo tra essa e la scrittura è faticoso e che il metodo richiede costanza e applicazione affinché i suoi benefici diventino evidenti. Questo è un fatto, non un giudizio di valore. Perché - è un'altra cosa che dico sempre - il modo in cui io svolgo quell'attività (prendendo appunti a mano durante la lettura e trasferendoli poi nella slpibox dentro all’app con cui la gestisco) è adeguato per me, ma potrebbe essere inefficiente per un'altra persona. Chi legge molto in digitale, per esempio, può saltare diversi passaggi e snellire l'intero processo. Lo sforzo resta, ma cambiano la sua organizzazione e il suo impatto. Riconoscere che esso è necessario per imparare o creare ma che ognuno di noi ha bisogno di condizioni diverse e peculiari per esercitarlo mi pare un modo più diretto per parlare del modo in cui interagiamo con le intelligenze artificiali. Quello dell’[apprendimento automatico resta un mito](https://www.newcartographies.com/p/the-myth-of-automated-learning?ref=flaviopintarelli.it) che la tecnologia, per quanto provi a farlo, non ha ancora sfatato. E se invece di fingere che non serva il vero “abilitare” fosse imparare a capire come gestire lo sforzo umano, organizzativo e tecnico in modo funzionale alle caratteristiche di ognuno di noi? ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### La presentazione come performance URL: https://flaviopintarelli.it/2025/11/30/presentazione-come-performance/ Last updated: 2025-11-30T19:26:21.000Z Alla fine del 2024, il titolare di un’agenzia con cui collaboro mi ha chiesto di organizzare un corso di formazione per il suo team. L’obiettivo era migliorare la capacità dei partecipanti di presentare ai clienti i loro output creativi. Sfida accettata. Ho organizzato e condotto la formazione tra settembre e ottobre, lavorando insieme a Lorena la Rocca. Amica, collega e *co-founder* di [Artemix](https://arte-mix.net/?ref=flaviopintarelli.it), Lorena ha un *backgorund* nel teatro. Ho scelto di coinvolgerla perché l’intuizione su cui volevo lavorare - confermata durante la preparazione del corso - era che una presentazione è, a tutti gli effetti, una forma di performance. Vista in questa luce, l’attività di presentare si arricchisce di strati di senso di cui team giovane come quello con cui abbiamo lavorato potrebbe non essere ancora pienamente consapevole: durata, modalità, ambiente, drammaturgia. Sono solo alcuni degli elementi che chi presenta è chiamato a gestire, perché ognuno di essi comunica qualcosa, anche quando non lo vogliamo. La pratica e l’esperienza mi hanno insegnato a riconoscerli e a gestirli. Sono leve che comunicano sempre, soprattutto quando non ne siamo consapevoli. Riconoscerle e imparare a sfruttarle è stato un processo di prove ed errori, che nel corso della formazione abbiamo provato a condensare e condividere, mettendo al centro un elemento chiave di ogni presentazione: la relazione con il pubblico. Nel caso di un’agenzia di comunicazione, questo pubblico ha un nome ben preciso (e un po’ temuto): il cliente. Un pubblico privilegiato, perché - a differenza di quello di una performance artistica o teatrale - detiene sul *performer* un potere enorme, dato dal fatto di aver pagato per ottenere un servizio. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È vero, anche il pubblico di uno spettacolo teatrale paga un biglietto, ma mette in conto la possibilità che lo spettacolo non piaccia. Nella relazione con il cliente, invece, questa possibilità non è prevista. E, anche se lo fosse, non esiste alcun meccanismo sociale che lo spinga ad accettarla come “parte del gioco”. Questo ha implicazioni profonde per chi si trova sottoposto al suo giudizio. Fin dalla più tenera età ci viene insegnato che “il cliente ha sempre ragione”. Ogni volta che presentiamo il nostro lavoro in un contesto professionale portiamo con noi questa convinzione, il cui peso può diventare schiacciante. Da un lato ci sentiamo responsabili del soggetto collettivo che rappresentiamo (l’azienda) davanti a chi ne garantisce il sostentamento (il cliente); dall’altro pretendiamo che l’altro riconosca e rispetti il nostro ruolo professionale, pur senza poter controllare tutti i fattori che determinano quel riconoscimento. L’età, per esempio, è determinante per essere presi sul serio nella relazione tra cliente e fornitore. Su di essa non abbiamo alcun controllo: possiamo solo delegarla allo scorrere del tempo. Quello che possiamo gestire è il modo in cui ci introduciamo nella drammaturgia della presentazione. Nulla turba un cliente - e delegittima un giovane creativo - più di un senior che lo lascia “nelle mani dei ragazzi” o, peggio ancora, per i sottintesi che presuppone questa frase, “delle ragazze”. Dire invece: “lascio che a presentarti il lavoro sia \[nome\], un nostro junior a cui abbiamo affidato questo lavoro perché la sua freschezza ci sembrava perfetta per il tuo progetto” suona molto meglio, non trovi? Se sei un professionista esperto potrebbe sembrarti una considerazione banale. Per chi è alle prime armi non lo è affatto. Soprattutto perché, per ragioni culturali, non siamo abituati a interrogarci sulla natura delle relazioni in cui ci troviamo, sugli equilibri di potere che presuppongono e sui ruoli che giochiamo al loro interno. Potere, ruoli e relativi equilibri esistono a prescindere dal fatto che ne siamo consapevoli o meno. Vale per noi, ma anche per gli altri. Quando parliamo del “cliente”, infatti, raramente ci riferiamo a una sola persona. Con quel termine indichiamo, per comodità, un insieme di figure con ruoli e gradi di potere diversi. In questo soggetto collettivo ci sono persone che prendono le decisioni - che dobbiamo convincere -, persone che ci sostengono - che dobbiamo rinforzare -, e persone che ci ostacolano - da cui dobbiamo difenderci. Conoscere chi è il nostro pubblico, quali ruoli ricopre e che temperatura emotiva ha (“è soddisfatto? frustrato? perché?”) è fondamentale, prima, durante e dopo una presentazione. Non sono le uniche variabili, certo. Ma il punto di questo post non è essere esaustivi. Quello che mi interessava era riconoscere la presentazione come atto performativo e, in quanto tale, rendere visibile la rete di rapporti e i diversi equilibri di potere che la attraversano. Presentare non significa solo mostrare un lavoro, ma mettere in scena una relazione. Saperlo cambia tutto: la preparazione, il linguaggio, l’ascolto. È la differenza tra “dire” qualcosa e “farla accadere” davanti agli altri. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### A Bolzano il lavoro c'è, ma non basta per vivere - La turbolenza #6 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/11/23/bolzano-lavoro-costo-della-vita/ Last updated: 2025-11-24T08:29:58.000Z L'avvenimento clou dell'autunno a Bolzano è stata l'inaugurazione del Waltherpark. Con la sua presenza, il nuovo centro commerciale avrebbe dovuto redimere la città dal degrado e creare occupazione, ridisegnando il quartiere di fronte alla stazione ferroviaria. L’avvio, però, non pare promettente. Qualche giorno dopo l'apertura al pubblico sono passato nel parco di fronte; sulle panchine dormivano due persone avvolte nei sacchi a pelo. Nessuno dev'essersi preso la briga di dir loro che l'edificio avrebbe dovuto spazzare via il degrado. A me comunque hanno fatto simpatia, perché le panchine sembravano comode e perfette per sdraiarcisi sopra quando la provincia più ricca del paese non riesce a metterti un tetto sopra la testa. Quanto all’effetto sociale del *mall*, se il buon giorno di vede dal mattino, sembra un mattino di merda. Speriamo almeno che l’enorme edificio placcato oro “stampi” posti di lavoro come promesso, ma pare che non sia così. [Stando ai responsabili dei negozi ospitati al suo interno](https://corrieredellaltoadige.corriere.it/notizie/economia/25%5Fottobre%5F21/waltherpark-una-partenza-tra-le-contraddizioni-affari-d-oro-e-fiumi-di-clienti-ma-il-personale-non-si-trova-la-paga-non-basta-7cbc6092-ce8c-4549-9fdd-67ed7b049xlk.shtml?ref=flaviopintarelli.it), la maggior parte avrebbe aperto sotto organico. Al netto delle solite querimonie da *boomer* sui giovani che “hanno perso lo spirito di sacrificio”, la verità è piuttosto che nessuno vuole venire nella città più cara d’Italia per lavorare e morire di fame nello stesso tempo. Eh sì, perché le catene accasate al Waltherpark applicano ai loro dipendenti il CCNL, che per i lavoratori del *retail* [non offre condizioni in grado di far fronte al costo della vita a Bolzano](https://salto.bz/it/article/30102025/laltra-faccia-del-waltherpark?brid=8hvU6%5FVFJOWdu6fYDgstqg&ref=flaviopintarelli.it), men che meno in provincia. Si crea così l’insolito paradosso per cui a Bolzano c’è abbondanza di una risorsa altrove scarsa, il lavoro, ma gli stipendi non sono abbastanza alti da permettere di viverci. Il *turnover* che ne risulta è altissimo. Tradotto: lavoratrici e lavoratori, selezionati in tutta Italia dai reparti HR delle catene per cui vengono assunti, arrivano in città e, quando capiscono che lo stipendio non basta neanche a sopravvivere, si licenziano e se ne vanno. Il tutto nel giro di pochi mesi. Finché questa dinamica resta confinata al settore del commercio al dettaglio è ingiusta e spiacevole, ma non ha effetti sistemici. Il problema nasce quando tocca settori strategici. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È il caso delle professioni sociali e sanitarie. F., un amico che fa il sindacalista in una delle tre organizzazioni maggiori del paese, mi racconta che funziona paro paro anche nel settore dell’assistenza socio sanitaria. Le aziende sanitarie locali appaltano attività a cooperative sociali. A loro volta, queste assumono infermiere e OSS con i contratti collettivi di lavoro, le cui retribuzioni non bastano per vivere in città. In questo caso il turnover è di circa 6 mesi. Con la differenza che formare un sanitario ai processi di un ospedale, di una clinica o di una casa di riposo è più complesso e costoso che formare un addetto alle vendite. Risultato: si [chiudono posti letto](https://www.altoadige.it/cronaca/manca-il-personale-sanit%C3%A0-dell-alto-adige-in-difficolt%C3%A0-saltano-150-posti-letto-1.4226290?ref=flaviopintarelli.it) e ne risente la qualità del servizio di assistenza, che in una società sempre più anziana diventa fondamentale assicurare. Per decenni il sistema altoatesino è stato presentato come infallibile, ma [le frizioni tra locale e globale](https://flaviopintarelli.it/2025/03/02/note-policrisi-modello-alto-adige/) ne mettono in luce i limiti in modo sempre più evidente. Da una parte la fuga dei giovani, soprattutto di madrelingua tedesca, che guardano ai paesi dell’aera D.A.CH. come il luogo in cui costruirsi una vita e una carriera all’altezza delle loro aspettative. Dall’altra parte le evidenti difficoltà a garantire il sostentamento ai lavoratori di servizi essenziali a causa dell’ideologia che ha giustificato e giustifica i tagli alla spesa pubblica come strumento di efficienza. La fotografia del momento è, dunque, quella di un sistema la cui ricchezza - oggettiva e confermata dagli indicatori - è sempre più concentrata nelle mani di pochi mentre a molti la sopravvivenza è negata da meccanismi che favoriscono l’inerzia della classe politica locale. Le condizioni per una conflittualità sociale accesa e vibrante ci sarebbero tutte. Il problema è che la storia dell’Alto Adige ha incapsulato il conflitto intorno alla questione etnica. Così la destra tedesca, che viaggia sospinta dal vento che spira dalla Germania, [può tornare in modo sempre meno ridicolo a battere sui temi identitari](https://flaviopintarelli.it/2025/05/18/overturism-remigrazione-todesmarch/); quella italiana a scaricare sulla popolazione migrante la frustrazione per un benessere sempre meno evidente, privilegiando soluzioni muscolari che non grattano nemmeno la superficie del problema; il tutto mentre la SVP continua a giocare il ruolo della tecnocrazia più interessata a baloccarsi con le alchimie dell’autonomia che a governare il territorio. Mentre fuori dai confini provinciali il mondo viene ridisegnato secondo traiettorie non ancora ben individuabili, qui [i segnali della turbolenza si moltiplicano](https://salto.bz/de/article/06112025/sind-die-fetten-jahre-vorbei?brid=BYgzxkEf13ErOkUDFQR6ng&ref=flaviopintarelli.it) continuano ad apparire con sempre maggior forza e frequenza. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "I droni stanno trasformando la medicina di guerra" su Guerre di Rete URL: https://flaviopintarelli.it/2025/11/16/i-droni-stanno-trasformando-la-medicina-di-guerra-su-guerre-di-rete/ Last updated: 2025-11-16T19:25:18.000Z Se segui il blog, ti accorgerai che avevo anticipato l'argomento dell'ultimo pezzo che ho scritto per *Guerre di Rete* in [questo post](https://flaviopintarelli.it/2025/10/12/intelligenza-artificiale-droni-reale/). Righe che avevo scritto di getto, mentre facevo ricerca su un tema, come probabilmente avrai capito, mi sta a cuore: l'impatto degli usi bellici della robotica e dell'intelligenza artificiale. Per quanto la definizione sia dibattuta, a vederla dall'esterno, con un occhio informato ma non esperto, quella dei droni militari è una vera e propria rivoluzione. Lo è perché l'impatto della loro diffusione non sta modificando solo un numero limitato di aspetti della guerra, ma la natura stessa della guerra per come l'abbiamo conosciuta (poco e male, a dire il vero). Tra gli aspetti che più mi hanno colpito di questo cambiamento, c'è quello che riguarda la medicina tattica, ovvero il modo in cui i feriti vengono assistiti ed evacuati dalla linea di contatto. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Una funzione fondamentale, soprattutto per le forze armate di un paese democratico che a fatica possono reggere alla pressione generata sull'opinione pubblica da un elevato numero di perdite, le cui regole e procedure vengono riscritte ogni giorni sui campi di battaglia dell'Ucraina invasa. Credo di averlo già scritto altrove, ma è qualcosa che mi sta molto a cuore. Raramente, infatti, una tecnologia militare resta confinata al campo di battaglia. Capire e conoscere ciò che oggi viene sperimentato al fronte significa poter agire di conseguenza quando verrà applicato in contesti più vicini a noi che non abbiamo la sventura di vivere a contatto con la guerra. > In un video pubblicato sul suo canale YouTube, Civ Div – un blogger militare statunitense con un passato nel corpo dei marine degli Stati Uniti ed esperienza di combattimento in Siria e Ucraina (con le forze speciali) – descrive la realtà vissuta dalla fanteria moderna come un incubo tattico, di cui i droni sono la causa principale. Per un fante impiegato in prima linea, la presenza continua di questi dispositivi altera radicalmente la percezione dello spazio. Per lungo tempo, infatti, la fanteria ha operato in ambienti essenzialmente “bidimensionali”: trincee, tunnel, edifici, campi aperti. Qui il contatto col nemico avveniva lungo vettori orizzontali: di fronte, di lato o alle spalle. I droni hanno introdotto una terza dimensione: oggi il pericolo può arrivare dall’alto e in qualsiasi momento. Questa possibilità genera un ulteriore carico cognitivo e costringe le forze armate di tutto il mondo ad adattarsi e rivedere l’addestramento, le tattiche e le dotazioni della fanteria. [I droni stanno trasformando la medicina di guerra - Guerre di ReteIn Ucraina, i sistemi aerei senza pilota hanno trasformato non solo il modo di combattere, ma anche quello di curare: la medicina tattica evolve e si adatta ai pericoli di un campo di battaglia ormai privo di retrovie, e in cui gli attacchi possono giungere dall’alto in qualunque momento.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-GuerrediRete_fav-270x270-2.png)Guerre di ReteFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/marek-studzinski-kGyZ7rWMDWY-unsplash-scaled.jpg)](https://www.guerredirete.it/i-droni-stanno-trasformando-la-medicina-di-guerra/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "I droni stanno trasformando la medicina di guerra" su Guerre di Rete ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Il mito tossico dell’influencer politico URL: https://flaviopintarelli.it/2025/11/09/mito-tossico-influencer-politico/ Last updated: 2025-11-09T19:24:32.000Z Ti rassicuro; se un giorno qualcuno frugasse nelle mie chat private, difficilmente ne caverebbe “salsa” alla Lucarelli. Mi premuro di far questa premessa, perché il *mood* degli ultimi giorni è stato un continuo “se leggono le mie chat private, finisco torturato dalla Wagner”. Non vorrei dirtelo io, ma se hai superato i 35 e ti vergogni di quello che mandi o scrivi in chat, forse un paio di domande dovresti fartele. In ogni caso, se non ti comporti da stronzo dovresti poter dormire sonni tranquilli. I rischi che le tue chat finiscano nel fascicolo di un’indagine sono, per la stragrande maggioranza delle persone, virtualmente nulli. E, ultimo viene il corvo, indignarti perché una giornalista ha fonti dentro le procure è ingenuo: la carte girano, a meno che tu non viva nel paese dei Teletubbies. Ne sono arrivate perfino a me, che sono solo un povero stronzo e nemmeno mi occupo di cronaca. Dopo aver messo da parte il chiacchiericcio, se sei arrivato fino a qui e ti sei chiesto “Flavio, ma di che cazzo stai parlando?”, è il tempo di un breve riassunto. La notizia che ha scosso la mia bolla la scorsa settimana è che Selvaggia Lucarelli ha pubblicato estratti da alcune chat private tra Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, [*influencer* femministe con riconoscibili profili pubblici](https://www.corriere.it/cronache/25%5Fnovembre%5F01/chi-sono-carlotta-vagnoli-valeria-fonte-benedetta-sabene-3-femministe-indagate-chat-1a0d904e-8aa8-4471-a11c-cf3b09365xlk.shtml?ref=flaviopintarelli.it). Le chat fanno parte di un’inchiesta in cui le tre sono indagate di *stalking*, in seguito a due denunce: la prima sporta dalla social media strategist Serena Mazzini e la seconda da un uomo, che denuncia comportamenti vessatori dopo la fine della sua relazione con Sabene. Questi i fatti, di cui però non mi interessa parlare oltre. Quello che mi interessa mettere sotto ai riflettori qui è un problema che mi sta a cuore: il modo in cui l’attivismo degli *influencer* danneggia la politica, in particolare quella di sinistra. Per mostrarlo bisogna analizzare la merce che un *influencer* produce e scambia per ottenere in cambio visibilità e denaro: il contenuto. Secondo Kate Eichorn, [che al contenuto ha dedicato un libro tanto agile quanto utile](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/content-kate-eichhorn-9788806260385/?ref=flaviopintarelli.it), il contenuto è un elemento digitale che circola in rete. Esso è onnipresente, scalabile all’infinito e non richiede una relazione diretta con l’informazione. Anche se non ne contiene alcuna, e dunque non trasmette alcuna conoscenza, un contenuto può funzionare lo stesso, perché la sua funzione principale è la sua circolazione. A prescindere dal fatto che venga fruito, il senso di un contenuto può esaurirsi nella sua trasmissione. È questa capacità trasmettere contenuti che crea il valore di un *influencer*. Più i contenuti che produce si diffondono, più l’*influencer* accumula capitale in tutte le sue forme: culturale, sociale, simbolico ed economico. Negli ultimi dieci anni, infatti, le aziende tecnologiche hanno compreso che la *creator economy* è la chiave per fidelizzare gli utenti e tenerli il più a lungo all’interno delle loro piattaforme. Sottoposta a queste spinte, la rete, nata come spazio di relazioni orizzontali, [si sta trasformando in un luogo caratterizzato da relazioni sempre più verticali](https://flaviopintarelli.it/2023/11/07/fine-orizzontalita/). Uno scenario dominato da nodi di grandi dimensioni, attorno a cui si aggregano ampie platee di seguaci che, spesso, si limitano a fruire di contenuti senza produrne a sua volta. Non credo sia la fine del prosuming, ma è evidente che quella che vent’anni fa era una funzione chiave della rete stia subendo una profonda ristrutturazione, in cui l’equilibrio tra consumo e produzione tende a sfavorire di quest’ultima. Perché questo meccanismo è problematico da una prospettiva politica di sinistra? Prima di tutto perché un politica di sinistra dovrebbe puntare a costruire una dimensione di massa in cui i singoli individui possano esprimere la loro comune coscienza di classe. Per quanto possa essere orientata a un orizzonte politico, [la produzione di contenuto non equivale a fare politica](https://flaviopintarelli.it/2025/02/09/esodo-diserzione-trasloco/). In essa, la massa non esiste in quanto espressione della coscienza di classe degli individui; esiste in forma di pubblico - seguito o *community* a seconda del tasso di coinvolgimento - nei cui confronti l’*influencer* agisce insieme da magnete e da principio di selezione statistica in grado di far emergere segmenti *target*. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Da questo lavorio, l’influencer trae legittimazione come profilo pubblico e, attraverso tale legittimazione, può rappresentarsi - o essere rappresentato - come portavoce di un soggetto collettivo che non è solo costituito dal suo seguito ma anche dall’intero segmento di persone derivabile dall’analisi di quest’ultimo. È per questo motivo che Lucarelli può prendere la vicenda che racconta nel suo articolo, generalizzarla e usarla per attaccare il femminismo radicale nel suo insieme, usando ambiguità, contraddizioni e idiosincrasie individuali come metonimia per un soggetto collettivo. Il problema di questa rappresentazione è che ha una natura illusoria. In realtà, a parte se stesso in quanto proprietario di un’infrastruttura di produzione di contenuti, l’*influencer* non rappresenta nessun’altro. I numeri con cui rivendica la sua influenza, infatti, misurano più che altro l’estensione della sua rete, non la capacità di attivarla. Il magro risultato che la Lega ha ottenuto alle elezioni regionali in Toscana non racconta solo di una debolezza strutturale del partito. Racconta anche di quanto sia limitata la capacità d’influenza di un personaggio ipermediatico come Vannacci e di come la natura degli *influencer* non sia facile da comprendere. Più che guardar loro come dei ripetitori in grado di amplificare un messaggio, bisognerebbe intenderli come rilevatori d’opinione che funzionano a ciclo continuo. A pensarci bene è quanto ha fatto Trump e il suo apparato con gli *influencer* dell’*alt right*. Invece che provare a cooptarli come megafono per la macchina del partito, li ha usati come cartina al tornasole di un sentire e ha adattato per loro i suoi messaggi, lasciando che fossero gli *influencer* stessi a farli propri, a rielaborarli e a diffonderli presso i loro seguaci. In un certo senso, Trump li ha lasciati liberi di occupare una scena di cui lui poteva permettersi di non essere la *star*, o di esserlo per interposta persona. Per poter funzionare, infatti, gli *influencer* hanno bisogno di attenzione costante e di utenti tanto fedeli quanto fidelizzati, a cui fare da specchio. Questa dipendenza dall’attenzione impone loro di bilanciare il culto della propria personalità, cercando attenzione da chi è percepito come più influente di loro, ma pronti a rivoltarglisi contro se e quando smette di considerarli. È questa loro volatilità che li rende una presenza ingombrante dal punto di vista politico. Senza un’infrastruttura organizzata che possa gestirla, il rischio è che gli *influencer* crescano al punto da mettere a repentaglio l’efficacia dell’azione politica più che costituire una risorsa da usare a vantaggio di un soggetto collettivo. Chef Rubio è il primo esempio che mi viene in mente per descrivere questa dinamica. Il conduttore di *Unti e Bisunti* ha avuto agibilità nei centri sociali in virtù delle sue posizioni a sostegno della causa palestinese. Col tempo, però, le sue prese di posizione estreme sono diventate imbarazzanti, difficili da gestire e, soprattutto, traslate e generalizzate su soggetti collettivi alla cui attività politica l’*influencer* non prendeva parte in alcun modo. Una dinamica simile accade con personaggi come Orsini o Barbero. *Influencer* apprezzati a sinistra per il modo in cui hanno rappresentato posizioni percepite come alternative a un *mainstream* a cui pure appartengono, ma che sul piano politico non rispondono ad altri se non a se stessi. Ognuna di queste figure agisce infatti all’interno di una dimensione spettacolare. Il loro orizzonte non è l’azione politica collettiva, ma la riproduzione incessante della propria immagine nel ciclo di produzione del contenuto. Occorre tenerlo a mente, se non si vogliono prendere dolorosi abbagli. La prossima volta che un profilo “di riferimento” esplode nel *feed*, proviamo a chiederici se parla per sé o per un soggetto organizzato? Se attiva o è coinvolto in situazioni al di fuori dallo schermo o del palco su cui si esibisce? Se accetta vincoli e responsabilità condivise? Se la risposta è no, sta facendo spettacolo. Non politica. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Transizione senza politica? It’s a trap! URL: https://flaviopintarelli.it/2025/11/02/transizione-senza-politica/ Last updated: 2025-11-02T19:03:39.000Z Una delle obiezioni che sento fare più spesso a chi fa notare l’elevato impatto ambientale delle IA generative è che si tratti di un effetto collaterale dell’immaturità del settore. Per i tecnottimisti, quando i costi energetici saranno troppo elevati, le aziende dovranno per forza porsi il problema di come ottimizzarli e, così facendo, ridurranno anche l’impatto ambientale dei loro prodotti. L’idea appare ragionevole: dopotutto, la prima cosa che faremmo, se iniziassimo a ricevere bollette troppo elevate, sarebbe iniziare a capire come ottimizzare e ridurre i nostri consumi energetici. Peccato che tra il singolo cittadino e una grande corporation ci siano differenze sostanziali. La prima, più importante, il diverso potere negoziale che, a differenza del primo, le secondo possono costruire con i loro fornitori di energia, spesso grazie alla mediazione degli Stati. Nei confronti di questi ultimi, infatti, le grandi aziende possono esercitare leve di negoziazione che a un semplice cittadino non sono concesse: il loro contributo al bilancio nazionale, i posti di lavoro che garantiscono (direttamente e tramite l’indotto), i vantaggi competitivi di carattere strategico. Qualche anno fa ho lavorato con un’azienda che progetta, realizza, installa e gestisce impianti per il trattamento dell’aria. Durante una riunione domandai al responsabile commerciale se tra i vantaggi delle loro soluzioni il risparmio energetico - e quindi economico - fosse una leva di vendita importante. Con mia grande sorpresa mi rispose di no. Notando il mio sguardo interdetto, mi raccontò che uno dei loro clienti, una delle realtà industriali più importanti della città, godeva di agevolazioni fiscali talmente convenienti sull’acquisto di energia da rendere superflua - dunque poco appetibile dal punto di vista commerciale - la prospettiva di un risparmio ottenuto grazie a una maggiore efficienza. “Se devo vendergli un impianto nuovo,” mi disse “piuttosto gli racconto che l’aria più salubre riduce l’incidenza di malattie respiratorie e aumenta la produttività, perché riduce i giorni di malattia del personale.” ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! L’episodio mi è tornato in mente leggendo un tweet in cui veniva citata la frase di Laurence Tubiana, presidente della Global Solidarity Levies Task Force, un gruppo di lavoro internazionale che studia forme di tassazione solidale per finanziare la transizione ecologica. Secondo Tubiana, “una linea aerea che viaggia da Londra fino alle Maldive paga meno tasse sul carburante di una famiglia che usa l’auto per portare i figli a scuola.” > Should airlines be allowed to keep this tax-break? [pic.twitter.com/c8b5Mtvkh9](https://t.co/c8b5Mtvkh9?ref=flaviopintarelli.it) > > — Fliers for Climate Action ✈️ (@FlyersFfca) [October 7, 2025](https://twitter.com/FlyersFfca/status/1975509391831908405?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Questo è il motivo per cui tendo a perdere le staffe quando una parte dell’ambientalismo contemporaneo subordina l’azione politica alle soluzioni tecniche. Comprendo che l’ecoansia possa spingere a considerare l’azione politica come un processo lento, farraginoso, incapace di rispondere tempestivamente all’emergenza climatica; e in parte lo è. Ma non credo sia una buona idea firmare un assegno in bianco all’industria delle rinnovabili, in nome di un soluzionismo tecnologico acritico e fideistico. Come ogni altra industria in questo sistema economico, anche quella delle rinnovabili fa del profitto il proprio obiettivo, per quanto a lungo si sia raccontata come disinteressata e votata a salvare il mondo. Per non parlare del fatto che le sue filiere sono saldamente nelle mani di un attore geopolitico tanto rilevante quanto ambiguo: la Cina. Più la osservo da vicino, più la retorica con cui quest’industria si giustifica mi sembra simile a quella che ha alimentato l’utopia modernista della metà del Novecento. Le rovine e i danni di quella retorica li conosciamo bene. È per questo che, messo di fronte alla scelta - anche di fronte a un rischio potenzialmente esistenziale - tra il primato della politica e il soluzionismo tecnologico, continuo a schierarmi a favore del primo. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Non vado in piscina, sono uno che nuota URL: https://flaviopintarelli.it/2025/10/26/non-vado-in-piscina-sono-uno-che-nuota/ Last updated: 2025-10-26T19:54:48.000Z Non tutte le massime che hanno a che fare con il *mindset* sono delle cazzate sesquipedali. Qualche settimana fa, in uno dei tanti podcast generici che ascolto quando faccio i mestieri di casa, ne ho scoperta una sensata. Si parlava di pigrizia e produttività. Di quanto sia difficile imporre a se stessi di fare qualcosa, senza che un fattore esterno, il tempo o le contingenze, intervenga a dettarne l’urgenza e la necessità. A questa argomentazione, uno dei due host del podcast rispondeva che l’errore è pensare a ciò che devi fare come a qualcosa di estraneo a te. “Se pensi che devi andare in palestra” diceva “alla lunga finirai per smettere di andarci. Se pensi di essere una persona che va in palestra, andare in palestra diventerà parte della tua identità, di ciò che sei.” La frase mi ha colpito e fatto pensare al mio rapporto con lo sport. Che non è mai stato particolarmente felice. Alle elementari ho giocato a hockey. Alle medie a pallavolo. Alle superiori ero uno skater. All’università giocavo a calcetto. Più tardi ho provato il tai chi. Oggi provo a diventare uno che nuota. Lo hai notato? Ho scritto l’elenco della mia carriera sportiva seguendo la massima di *mindset* che ti ho raccontato un paio di paragrafi più sopra. Si evince perciò che solo lo skateboarding, tra tutti gli sport che ho praticato fino a oggi, ha contribuito a fare di me ciò che sono. Bella forza, dirai tu, lo skate è qualcosa in più di uno sport; è cultura e stile di vita. Siamo d’accordo, ma non cambia il fatto che è l’unico che continuo a praticare di tanto in tanto, quando l’occasione o il fisico me lo permettono. Sembra una cosa banale, ma non lo è. Essere consapevoli di questo meccanismo mentale è un buon modo per provare a dare continuità alle cose che fai. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Ci ho messo più di qualche anno per darmi il permesso di dire agli altri che sono uno scrittore. Da quando l’ho fatto la mia costanza nello scrivere è aumentata di dieci volte. Se non avessi sbloccato quest’ostacolo menatale la *streak* di quest’anno sarebbe stata impossibile. Sto facendo lo stesso con il nuoto; in ordine di tempo, l’ultimo sport a cui sto cercando di dedicarmi. Lo sto facendo dalla scorsa primavera, quando ho potuto seguire gratuitamente un corso per adulti. Prima di allora, nessuno mi aveva mai insegnato a nuotare. Dunque galleggiavo e basta. Per nuotare davvero mi è bastato diventare consapevole di due, tre dritte tecniche su come farlo correttamente; banalmente, imparare a respirare correttamente dentro e fuori dall’acqua e capire come coordinare gambate e bracciate. Poi il corso è finito, l’estate è iniziata, la piscina coperta ha chiuso e anche la scuole. Per un paio di mesi ho messo il nuoto in pausa, convinto che avrei ripreso appena la bella stagione fosse passata. È stato meno facile di quanto avessi previsto, fino a quando non ho ascoltato quel podcast. A quel punto ho capito che se avessi continuato a dirmi che dovevo andare in piscina avrei finito per non andarci più. Così ho iniziato a pensarmi come a uno che nuota. Tempo tre giorni e avevo trovato il modo di andare a nuotare e sto continuando a farlo. Quindi, sì, non tutte le massime che hanno a che fare con il *mindset* sono delle cazzate sesquipedali. Alcune, a volta, funzionano davvero. Provare per credere. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Me, myself and Vice URL: https://flaviopintarelli.it/2025/10/19/me-myself-and-vice/ Last updated: 2025-10-20T07:43:12.000Z Quelli dell’università sono stati anni fondamentali. È in quel periodo che hanno iniziato a germogliare la personalità e il gusto che, oggi, costituiscono quello che posso chiamare “il mio stile”. Se il concetto di stile esiste all’interno di un campo di forze ai cui estremi ci sono l’imitazione e l’originalità, quello universitario è il tempo in cui dalla prima mi sono incamminato verso la seconda. E non è stato un cammino agevole. Il liceo, con una certa sofferenza, mi aveva insegnato che troppa originalità diventava stranezza. E la stranezza non è ben vista, quando trovare un branco è l’imperativo che garantisce la sopravvivenza. All’università avevo trovato un contesto più libero, ma non per questo privo di certe rigidità. Anche in quell’ambiente - se non del tutto almeno in parte - passavo per essere quello “strano”. Poi arrivò *Vice*; e fu dirompente. A portarla in casa fu A., un parà della Folgore con cui dividevo l’appartamento. L’aveva presa nell’unico *skateshop* della città. Ai tempi, la distribuivano nei negozi di abbigliamento *street*. Era *free press*. Semplicemente la prendevi da una pila di altre, boh, dieci o quindici copie e te la portavi a casa fino a che non finiva. L’avevo già sentita nominare. Nel report di un contest di skate pubblicato su *Whimpy*, un altro magazine *freepress* che girava in quegli anni per *street* e *skateshop*, ne avevano parlato come di “una porcheria inglese tipo *Stance"*. Me lo ricordo come se lo avessi letto oggi. Quindi partivo prevenuto. Eppure aveva qualcosa di irresistibile. La copertina era piacevolmente liscia. Lucida e spessa. La carta pesava abbastanza da dare all’insieme una consistenza “nobile” e la rilegatura trasmetteva un’idea di solidità, di durata Potevi sfogliarla, più e più volte, senza che accennasse a rovinarsi, come facevano gli altri *freepress*. Questo la faceva sembrare una rivista “vera”, ma i contenuti erano quelli di una *fanzine*. Dentro c’erano fumetti, recensioni, fotografie, racconti, reportage e guide agli argomenti più disparati. E tutto era intriso di un’ironia graffiante, sboccata, politicamente scorretta. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/10/Voce-Cover-1.webp) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/10/Voce-Cover-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/10/Voce-Cover-3.jpeg) Alcune copertine di **Vice*, quando era una rivista fighissima. Era come se parlasse direttamente a me, un giovane adulto che non si faceva troppi problemi a gridare ironicamente *sieg heil* tendendo il braccio in pubblico. Naturalmente ero tutto tranne che nazista. Ma per me, che sono nato e cresciuto a Bolzano, il fascismo è sempre stato qualcosa di vicino, in qualche modo familiare. Nascere e crescere nella città in cui l’MSI, negli anni ’80, prendeva, in rapporto alla dimensione della città, le più alte percentuali di voti del paese, significava che era normale avere uno o più amici d’infanzia che, a un certo punto della loro vita, diventavano o dicevano di essere diventati dei fascisti. Odiarli era difficile. Ci eri cresciuto insieme e, spesso, ti rendevi conto che quell’identità non era davvero sentita. Era una sorta di retaggio della città che, più di uno, sceglieva di incarnare. Altri, invece, ci credevano sul serio, ma questa è un’altra storia. Il punto è che altrove, in Italia, questa familiarità con il fascismo non esisteva. La distinzione era più netta: loro da una parte, noi dall’altra, e guai a scherzarci sopra. C’era chi questa cosa la prendeva sul serio e, se andava bene, rischiavi per passare da persona politicamente ambigua. Se andava male c’era da fare a schiaffi. Il fascino che *Vice* esercitava su di me non si limitava a quella di essere una specie di lasciapassare verso la scorrettezza. In quelle pagine c’era qualcosa di più, ed era la *coolness*. *Vice* aveva il potere di decretare quello che era figo e quello che non lo era. E, con mia enorme sorpresa, andavo scoprendo che una parte non indifferente di quello che mi piaceva era figa. Ai redattori di *Vice* non piaceva il rock’n roll nostalgico degli *Strokes*. Non piacevano neanche a me. Ma intorno a me sembrava che li ascoltasse chiunque. A me piaceva il rap. E il punk. E l’hardcore. Anche ai redattori di *Vice* piaceva il rap, la loro attitudine era punk e i contenuti hardcore. Era come se mi stessero dicendo che potevo essere figo anche io. Che avevo il permesso di esserlo, soprattutto se mi fossi fidato di me stesso e avessi seguito il mio gusto, ovunque mi avesse portato. Da quei momenti sono passati vent’anni. A riportarmeli alla memoria, insieme alle *vibe* di quel periodo, è stata la visione di [*Vice is Broke*](https://mubi.com/en/it/films/vice-is-broke?ref=flaviopintarelli.it), il documentario diretto da Eddie Huang. Figura poliedrica dell’ecosistema pop statunitense, Huang è stato molte cose: chef, autore, personalità del mondo del cibo, ristoratore, produttore e avvocato. Tra le tante personalità che ha incarnato c’è stata anche quella di autore per Vice. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Nel 2023, quando è stato [chiaro che Vice stava per fallire](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a43767108/vice-media-buzzfeed-giornalismo/?ref=flaviopintarelli.it), l’azienda doveva a Huang qualche decina di migliaia di dollari di arretrati e questa è stata una delle motivazioni che lo hanno spinto a produrre il documentario. Quella, ma anche la voglia di raccontare la storia di uno dei marchi che più hanno influito sul giornalismo degli anni Dieci del Duemila. Sì, perché, per più di un decennio, *Vice* ha rappresentato non soltanto uno stile ben preciso, che faceva della ricerca della *coolness* la sua *raison d’etre*, ma anche uno dei *player* più innovativi del panorama globale, pioniere del videogionalismo digitale e dei modelli di business basati sul *branded content*. Una parabola inscindibile dalla storia delle due personalità che più ne hanno incarnato l’identità e l’essenza, quelle di Gavin McInnes e di Shane Smith. Sono stati questi due uomini bianchi eterosessuali insieme a un terzo amico, Suroosh Alv, ad aver fondato *Vice* nel 1994, a Montreal. Sono gli anni in cui *Vice* è ancora quell’oggetto a metà tra la fanzine e la rivista patinata di cui mi innamorerò anche io quasi un decennio dopo la sua creazione. Un periodo in cui a dominarne l’identità è la personalità di McInnes, un nichilista istrionico, intriso di spirito DIY e di un gusto della provocazione che si richiama apertamente al punk delle origini, quello delle svastiche esibite come spauracchio per i benpensanti sulle giacche di pelle dei *Sex Pistols*, per intenderci. Diventato tristemente celebre in tempi recenti per aver fondato i *Proud Boys*, una delle fazioni MAGA più fanatiche, McInnes è la persona che ha trasmesso a *Vice* l’attitudine politicamente scorretta che, vedendoci lungo, il padre di una mia amica aveva definito “immondizia fascisteggiante”. Quella che oggi riconosciamo come la forma contemporanea del fascismo, all’epoca appariva solo come una forma di ironia estrema e, lo dico non senza una qualche forma di vergogna, estremamente divertente. Forse avremmo potuto accorgercene anche allora, il babbo della mia amica ci era riuscito, eppure, così almeno sembrava a me, quell’ironia continuava ad apparirmi solo come uno scherzo, come qualcosa d’innocuo, con cui gli autori della rivista si baloccavano senza crederci davvero. Che poi è anche quello che dice Huang a McInnes; nella scena del documentario in cui i due si incontrano e si confrontano, il primo incalza il secondo, cercando di fargli ammettere che le sue posizioni di destra radicale e l’intero progetto dei *Proud Boys* non sono altro che l’ennesima posa provocatoria in cui non crede davvero. Anzi, insinua Huang, quelle posizioni non sono altro che un’articolata messa in scena ai danni dei suoi nemici culturali, di cui McInnes si gode le reazioni mentre manipola a suo vantaggio il branco di bianchi idioti che è riuscito a irreggimentare nella versione idiocratica di un culto. Sarebbe bello se fosse così, se Huang avesse ragione ma, probabilmente, la sua non è altro che una pulsione nostalgica, seguendo la quale prova a redimere ciò che non è possibile redimere per non dover ammettere a se stesso di aver trascorso gli anni più belli della sua vita lavorando fianco a fianco con la versione contemporanea di Göbbels. Non è difficile credere che possa essere così, perché per come viene ricostruito nel documentario, il periodo McInnes di *Vice* dev’essere stato un periodo esaltante. Non c’è nessuna delle persone che Huang intervista per raccontarlo che, anche a distanza di tempo, non emani una quantità esagerata di *swag*. Lesley Arfin, Amy Kellner e Jesse Pearson, tre delle firme principali del periodo, sembrano usciti da una sfilata di moda la cui direzione artistica è stata affidata a Erin e Josh di [*Blackbird Spyplane*](https://flaviopintarelli.it/2025/05/11/cose-che-mi-capitano-quando-faccio-il-papa/), se Erin e Josh fossero i direttori artistici un brand d’alta moda. Ma McInnes è una personalità troppo scomoda per durare a lungo. E mentre *Vice* diventa sempre più un *brand* globale, il suo ruolo viene progressivamente arginato, ridotto e marginalizzato fino a che McInnes non viene fisicamente allontanato dall’azienda. Questo avviene intorno alla fine degli anni zero. A subentragli è Shane Smith, uno che a vederlo ricorda il fisico e le manie di grandezza di Orson Welles, ma senza il profondo disprezzo per l’accumulazione di ricchezza che ha reso grande il più grande dei registi americani. Se McInnes era Johnny Rotten, Smith è Malcolm McLaren. Il manager, l’imprenditore, lo startupper. Quello che sa sedersi al tavolo con gli amministratori delegati e, al tempo stesso, farsi riprendere ubriaco su un treno, diretto a Chernobyl per una battuta di caccia alla fauna mutante della cittadina ucraina. Il grande commerciale, l’imbonitore che, dopo aver insegnato a noi millennial cos’era figo, ha impacchettato il tutto per venderlo alle stesse multinazionali di cui il movimento no global ci aveva insegnato a diffidare. I suoi anni sono gli anni della crescita esponenziale. Gli anni delle sperimentazioni coi modelli di business. Gli anni in cui *Vice* diventava un conglomerato globale dei media, in cui stringeva accordi con Robert Murdoch, Disney ed HBO. Se quella di McInnes è l’adolescenza di *Vice* \- e di noi tutti - quella di incarnata da Smith è l’*early adulthood* in cui bere fino a spaccarci la faccia ci piace ancora moltissimo, ma abbiamo capito che se a casa ci aspetta un materasso da 1000$ è meglio, perché passati i trenta l’*hangover* sa essere micidiale. Il resto è storia. Come Icaro, *Vice* è volata troppo vicino al sole e ha finito per schiantarsi. Chi ne ha avuto la possibilità si è messo in tasca la maggior parte del bottino. Agli altri sono rimaste le lettere di licenziamento e un curriculum da aggiornare con un’esperienza professionale che, oggi, luccica molto meno di tempo; perché quella che doveva essere la rivoluzione del giornalismo, a conti fatti, si è rivelata uno *scam*, per quanto bella fosse stata la festa sotto cui l’avevano nascosto. Eppure David Foster Wallace ci aveva detto che avremmo dovuto essere i genitori di noi stessi, che la festa postmoderna prima poi sarebbe finita e avremmo dovuto svegliarci. Abbiamo mancato il primo obiettivo e, oggi che ci svegliamo, lo facciamo disidratati, con le ossa rotte e la bocca impastata, mentre il mondo intorno a noi brucia tra le fiamme del genocidio di Gaza. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### L'IA, i droni e la nostra relazione col reale URL: https://flaviopintarelli.it/2025/10/12/intelligenza-artificiale-droni-reale/ Last updated: 2025-10-12T18:05:17.000Z Fin dal momento in cui sono apparse ho sostenuto che le IA avrebbero modificato la nostra relazione con il reale. Dirla al tempo, questa banalità, valeva tutto un fuoco di sbarramento di pensierini sulla semiotica della verità. Invece avevo ragione io. Basta leggere qualsiasi paper di qualsiasi argomento per notare quanto l'IA influisca sulle componenti materiali del reale, modificando profondamente la relazione che abbiamo con esso. Prendiamo un esempio tragico, che mi preoccupa; l’integrazione sempre più rapida e profonda di intelligenza artificiale e robotica per usi militari. La diffusione dei droni ha rivoluzionato la natura della guerra contemporanea. Sui campi di battaglia ucraini, laboratorio delle guerre del presente e del futuro, i combattimenti ravvicinati sono quasi scomparsi. Ma non la fanteria. Essa attende per ore e giorni in bunker e trincee collocate a ridosso della linea di contatto, pilotando i droni fino al momento in cui è costretta a uscire dal proprio riparo per ruotare verso le retrovie o avanzare e occupare qualche altra posizione. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! In questa situazione, i fanti muoiono molto più raramente a causa di un proiettile e molto più spesso per colpa di schegge ed esplosioni. In alcune porzioni del fronte, la *kill zone*, l’area in cui si concentra il fuoco ed è più alta la probabilità di essere uccisi, si estende in profondità fino a 40 chilometri. La realtà con cui un fante si relaziona oggi sul campo di battaglia è radicalmente diversa da quella con cui si relazionava all’inizio dell’invasione russa su larga scala: un [incubo che si è fatto tridimensionale da bidimensionale che era](https://www.youtube.com/watch?v=g36PAYGTabU&ref=flaviopintarelli.it). Negare che parte di questo cambiamento nella relazione con il reale sia stato determinato dall’intelligenza artificiale è impossibile. Perché il reale è il prodotto delle condizioni materiali in cui viviamo e ciò che modifica queste ultime modifica anche la relazione che abbiamo con il primo. Assordato dal rumore dell’artiglieria dialettica di chi era più interessato a recintare il tema per proteggere il proprio posizionamento che a discutere, era questo che sostenevo due anni fa. E, sempre più convinto dalla luce dei fatti, lo sostengo ancora oggi. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Un ricordo non è realistico URL: https://flaviopintarelli.it/2025/10/05/recensione-warfare-garland-mendoza/ Last updated: 2025-10-05T22:23:05.000Z Premessa: non ho tempo e modo di vedere molti film. Ma è un dato di fatto che nella maggior parte dei film che mi sono piaciuti negli ultimi 24 mesi c’era lo zampino di mio padre Alex Garland. *28 anni dopo* è una rinfrescante variazione sul tema “apocalisse zombie”. Sì, la trovata degli alfa è un po’ loffia. Ma vogliamo paragonare quelli di Boyle-Garland a quelli di Snyder? Facciamo il piacere, eh. Di [*Civil War* ho già parlato al tempo](https://flaviopintarelli.it/2024/04/30/civil-war-recensione/). E [anche se ai creator multipolaristi non piace](https://iltuffatore.substack.com/p/tuffi97) \- perché i liberali, il centro radicalizzato e altro brignao assortito sul fastidio per la democrazia - per me resta un buon film. Perché un film, con buona pace degli studi culturali, che hanno fatto tante cose buone e molte altre pessime, è una forma d’arte che si esprime creando immagini. E le immagini, diceva Deleuze, sono concetti. E i concetti sono ciò che la filosofia produce. In *Civil War* di immagini ce ne sono parecchie. Quindi anche concetti. Limitarsi a leggerlo solo a livello della sceneggiatura significa sfiorarne la superficie. Non dico che sia peccato mortale, ma nemmeno che sia la sola e unica chiave di lettura di un prodotto culturale. Altrimenti dovremmo limitarci a dire che *Nascita di una nazione* è un orrendo film razzista. Lo è. Ma è anche un capolavoro della storia del mezzo, nel quale Griffith elabora elementi di linguaggio che sono alla base della grammatica cinematografica. Tutta. Può far piacere oppure no; è un fatto incontrovertibile. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Questo pippotto mi serve per dire che non intendo farmi sanguinare gli occhi leggendo cosa hanno da dire, se lo hanno, i creator multipolaristi a proposito di *Warfare. Tempo di guerra*, l’ultimo film di Alex Garland. Qui il nostro è in compagnia di Ray Mendoza, ex Navy Seal e consulente militare per il cinema, con l’obiettivo di raccontare un episodio dell’invasione americana dell’Iraq. Chiariamo subito il punto politico: gli americani avevano torto. L’invasione dell’Iraq è stata un casino. Saddam non ha mai avuto armi di distruzione di massa. Di questo nel film non c’è traccia. Non ce n’è nemmeno di condanna della “follia della gueeeeeerra”. Quindi non piacerà ai creator multipolaristi. Loro sono pacifisti se la guerra la fanno gli americani. Il durello gli viene se la fa il compagno Xi, ma lui continua a non dar loro soddisfazione come la Cina continua a essere il principale e più importante partner commerciale di Israele, più di Stati Uniti, Germania e Italia messe insieme. Bello il mondo multipolare, non trovi? Ma torniamo a *Warfare*. In *Warfare* i soldati fanno cose da soldati: sparano, ammazzano ma, soprattutto, dispongono della proprietà e delle vite dei civili come più gli è utile. Danni collaterali, questa è la formula, ipocrita, sotto cui di solito viene rubricato tutto questo. Vuol dire che il film fa schifo? No. Almeno non se non lo vuoi ridurre solo a una valutazione politica di un evento della storia contemporanea. E non è nemmeno un film di brutale realismo, come ho sentito dire da diversi youtuber. O meglio, lo è in parte. Sono brutalmente realistici alcuni aspetti della storia messa in scena. Il *sound design* prima di tutto. Iperdettagliato e capace, da solo, di reggere l’intero impianto emotivo del film, trasformandolo quasi in una simulazione. Poi la coreografia dei movimenti dei soldati, che ricostruisce, anche in questo caso fin nei minimi dettagli, i movimenti coordinati di un’unità militare. Infine il gergo militare, usato come già fece David Simon in quello che per me è il suo capolavoro: *Generation Kill*. Riportate con la massima fedeltà, sigle e abbreviazioni militari trasformano i dialoghi in semplici scambi di informazioni prive di ogni abbellimento letterario. Il brutaaaaaale realismo del film non va oltre questi elementi. A spazzarlo via basta la frase che apre il film. Garland e Mendoza dichiarano da subito che la vicenda si basa sui ricordi dei militari presenti, tra cui Mendoza stesso. Ci sono poche cose più inaffidabili e fittizie del ricordo. Figuriamoci di quello ricostruito da un gruppo di maschi inchiodati in una situazione al limite come l’imboscata di un gruppo di insorti. Scariche di neurotrasmettitori, principi attivi di farmaci, stimolanti e sovrastiamoli sensoriali deformano l’esperienza vissuta. È in base a questa cacofonia di sensazioni che viene ricostruita la vicenda raccontata in *Warfare*. Perciò sì, se stai cercando un’esperienza estetica che sappia raccontare che cos’è la guerra senza alcun giudizio questo è il film di cui hai bisogno. Un film a suo modo minimalista, diretto, squassante come il sorvolo di un jet a bassa quota. Se sei un creator multipolarista, invece, resti a bocca asciutta. Perché il *soft power* del compagno Xi se ne sbatte il cazzo che la cinematografia sia l’arma più forte. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Dentro l'era della tecnologia totale URL: https://flaviopintarelli.it/2025/09/28/recensione-tecnopolitica-asma-mhalla/ Last updated: 2025-09-28T21:08:53.000Z Non so se accada per fretta oppure per fama, ma ho l’impressione che ad alcuni autori vengano concesse libertà che ad altri sarebbero negate. Tra quelli che ho letto di recente, [*Tecnopolitica* di Asma Mhalla](https://www.addeditore.it/catalogo/asma-mhalla-tecnopolitica/?ref=flaviopintarelli.it) è quello che più mi ha suscitato quest’impressione. Leggendolo mi sono chiesto più volte come certi passaggi involuti, oscuri e inutilmente complessi abbiano potuto superare le forche caudine dell’editing. Un peccato, perché la politologa francese di origine tunisina affronta temi cruciali che avrebbero meritato un’esposizione più chiara e diretta. Al centro della sua riflessione c’è la relazione tra grandi aziende tecnologiche e Stati, che sta trasformando le prime da semplici entità commerciali in veri e propri attori politici. Il sempre più accentuato carattere duale - civile e militare allo stesso tempo - di molte tecnologie è una conseguenza diretta di questa trasformazione. Secondo Mhalla, essa rappresenta un pericolo per i sistemi politici democratici, i cui cittadini rischiano di diventare soldati inconsapevoli di conflitti che si svolgono sempre più spesso sotto la soglia del visibile. Alla base di questo processo c’è la dissoluzione della distinzione tra privato (le piattaforme) e pubblico (lo stato). È grazie a questa fusione che le aziende tecnologiche sono diventate l’infrastruttura che permette agli stati di esercitare la loro capacità di governo. L’epoca della tecnologia “totale”, in cui viviamo secondo Mhalla, si fonda una redistribuzione del potere e della potenza che crea un nuovo tipo di stato: il *Big State*. Se *Big Tech* è il complesso di aziende che progetta e costruisce l’infrastruttura attraverso cui esercita il potere, il *Big State* è il soggetto che la trasforma in uno strumento geopolitico. Gli [sforzi compiuti a metà degli anni ’10 da Facebook e Google connettere aree del mondo non coperte da internet](https://www.bbc.com/news/technology-34780127?ref=flaviopintarelli.it) ne sono un esempio: da un lato aumentano la scala dell’estrazione di dati (obiettivo commerciale), dall’altro proiettano globalmente la potenza dello stato, gli USA, in cui queste aziende sono state create. Questa relazione, però, non è sempre pacifica. Lo mostra [il contrasto che, nei primi mesi del 2023, ha opposto l’amministrazione Biden a Elon Musk](https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/spacex-curbed-ukraines-use-starlink-internet-drones-company-president-2023-02-09/?ref=flaviopintarelli.it) a proposito dei costi della copertura satellitare Starlink in Ucraina. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! L’episodio rivela il ruolo politico e diplomatico che le piattaforme hanno acquisito, conferendo loro una peculiare influenza geopolitica. Che a definirla sia il tecnologo che le crea o lo Stato in cui vengono sviluppate, le tecnologie hanno un peso politico, perché intorno al loro controllo ruota parte della competizione internazionale. Le tecnologie digitali, infatti, non solo trasformano i dati in informazioni, ma ne accelerano l’uso strategico da parte degli Stati. Chi riesce a ottimizzare la raccolta e l’analisi dei dati agisce più rapidamente dei concorrenti, in un contesto in cui i cicli di azione e reazione sono sempre più rapidi. Da qui nasce, almeno in parte, l’aumento delle tensioni globali degli ultimi anni. Mhalla definisce questa condizione “iperguerra”: una [sorta di stato di guerra permanente](https://www.iltascabile.com/scienze/era-della-cyberguerra/?ref=flaviopintarelli.it) in cui anche i pensieri e la capacità di ragionamento delle persone diventano obiettivi militari. La dimensione cognitiva si aggiunge così ai cinque domini tradizionali del campo di battaglia: terrestre, aereo, navale, spaziale e cyber. La frammentazione dell’opinione pubblica, alimentata dalla logica dell’economia dell’attenzione, accentua la natura “iper” della guerra: divisa in *microcluster* sempre più specifici, l’opinione pubblica perde coesione e forza politica. Ciò favorisce sorveglianza, manipolazione e propaganda, anche da parte di attori esterni. Come difendersi, allora, dall’estensione del dominio della guerra resa possibile dall’intreccio tra *Big Tech* e *Big State*? Mhalla propone la figura del *Big Citizen*: una nuova forma di cittadinanza globale, capace di mediare tra i due poli e di opporre un controllo politico alle loro logiche. Il *Big Citizen* deve superare l’idea di democrazia di massa e fondare un nuovo “regime di verità”: non più la ricerca di una verità unica, ormai ridotta a caleidoscopio di opinioni, ma la capacità di decodificare costantemente i discorsi e i modi in cui vengono enunciati. In un mondo sovraccarico di informazioni, è questo l’unico strumento di difesa che può restituire ai cittadini il ruolo politico necessario a garantire la sopravvivenza delle loro democrazie. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/09/Tecnopolitica-Asma-Mhalla-1.webp) #### Tecnopolitica Come la tecnologia ci rende soldati [Acquistalo sul sito di Add editore](https://www.addeditore.it/catalogo/asma-mhalla-tecnopolitica/?ref=flaviopintarelli.it) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Che cos’è l’atto di creazione di mondi. URL: https://flaviopintarelli.it/2025/09/21/che-cose-latto-di-creazione-di-mondi/ Last updated: 2025-09-21T18:32:46.000Z Il testo che stai per leggere è la trascrizione della **performative lecutre* che ho tenuto a MAST all'inizio di agosto. Si basa sulle [**Note sulla creazione di mondi*](https://flaviopintarelli.it/2025/07/13/note-sulla-creazione-di-mondi/)**,* ma introduce alcuni concetti a cui ho avuto modo di pensare solo dopo la loro pubblicazione. Chiudi gli occhi. Chiudili e immagina di essere in un altro luogo e in un altro tempo rispetto a quelli in cui ti trovi mentre stai leggendo queste righe. È il primo maggio del 1977\. Sei seduto su una poltroncina del Northpoint Theatre di San Francisco, pronto ad assistere alla prima proiezione assoluta di un film di cui non sai nulla. Le luci della sala si spengono. Alle tue spalle, dalla cabina di proiezione, nella sala inizia a spandersi il *brrrrr* del proiettore che si avvia. Il fascio di luce attraversa rapidissimo il buio della sala e lo schermo si accende. Dopo il logo della casa di produzione sullo schermo compare una scritta. Il font è sottile, acuminato, colorato d'un azzurro quasi ceruleo ![Schermata nera con la scritta: "A long time ago in a galaxy far, far away....](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/A-long-time-ago-in-a-galaxy-far-far-away.png) Quando la scritta scompare, un suono rompe il silenzio della sala. Sembra provenire da un altrove lontanissimo, eppure è forte. Talmente forte da riempire lo spazio in cui ti trovi. Non te ne sei neppure accorto, ma è bastato quel suono a farti stringere forte i braccioli della poltroncina mentre davanti ai tuoi occhi una scritta dai contorni gialli ha cominciato ad arretrare sullo schermo, sfondandone la superficie come se lo spazio della quarta parete si stesse prolungando verso l'infinito del cosmo. La scritta che sprofonda nel buio dice: *Star Wars*. E mentre si perde sul fondo dello schermo, dalla parte bassa un testo inizia a strisciare verso l'alto. Le prime parole che leggi dicono: "Episodio IV. A New Hope". Quelle immediatamente seguenti parlano di un periodo di guerre civili, in cui astronavi ribelli, colpendo da una base nascosta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio impero galattico. Durante la battaglia, spie ribelli hanno rubato i piani segreti dell’arma finale dell’impero, una stazione spaziale corazzata chiamata “Morte Nera” ed inseguita dagli agenti dell’Impero la principessa Leia corre verso casa con i piani rubati... Quello che ti ho appena descritto è l’atto di fondazione di uno dei più vasti e celebri universi narrativi della cultura pop contemporanea. Per farlo partorire nella tua mente sono bastati pochi secondi e poche informazioni. Quello che sai è che la storia a cui stai per assistere è ambientata nel passato. Sai anche la storia a cui stai per assistere è già cominciata: *A new hope,* il film che stai guardando seduto sulle poltroncine del Northpoint Theatre di San Francisco il primo maggio del 1977, è il primo film di *Guerre Stellari* ma è anche il quarto episodio di una saga. ## I mondi sono cronologie. Se ne trova una alla base di ogni universo narrativo. Le cronologie sono le fondamenta di un mondo di finzione. Sono la struttura. Sono l’architrave che ne regge l’intera architettura. Ma le cronologie sono anche l’espediente che dà profondità a un universo narrativo, facendocelo percepire come un mondo di vivo, a cui possiamo contribuire e di cui possiamo entrare a far parte. Quando adatta per il grande schermo la trilogia de *Il signore degli anelli*, anche Peter Jackson fa cominciare il racconto dalla costruzione di una cronologia. Il mondo sta cambiando e questo cambiamento è iniziato con la forgiatura dei grandi anelli. Anche in questo caso, la storia a cui stiamo per assistere è già iniziata. Essa non è altro che l’atto finale di una trama iniziata molto tempo prima, in un epoca di eventi di fronte alla cui grandezza e potenza quelli a cui stiamo per assistere possono solo impallidire. La storia, diventa leggenda. Ed è così che, emergendo da una cronologia, dispiegandosi lungo una linea del tempo, prende vita un mondo. ## Come si crea una cronologia? Troviamo la risposta a questa domanda in un piccolo manuale di gioco di ruolo. Si intitola [*Microscope*](https://lamemage.com/microscope/?ref=flaviopintarelli.it) e lo ha scritto un game designer statunitense di nome Ben Robbins. La prima volta che me ne hanno parlato, più di dieci anni fa, me lo avevano presentato come il gioco in cui si inventa la storia. Io penso che invece sia più corretto dire che *Microscope* è il gioco in cui si creano le linee del tempo. Per crearle Robbins ha scomposto le cronologie nei loro elementi costitutivi, che sono tre: - i periodi, lunghi intervalli di tempo che possono corrispondere a un’epoca; - gli eventi, accadimenti puntuali e localizzati all’interno di un periodo; - le scene, avvenimenti che accadono all’intero di un evento e contribuiscono a illuminarne i punti oscuri. La cronologia di *Star Wars* è composta da tre periodi: il periodo della fine della repubblica (Episodi 1-3), quello dell’apice dell’impero (Episodi 4-6), quello della fine dell’impero (episodi 7-9). Ogni film o serie racconta un singolo evento o una collezione di eventi. Rogue One racconta la battaglia di Yavin, l’evento al centro di tutta la cronologia, durante la quale vengono rubati i piani della Morte Nera. La seconda stagione di Anodr racconta il genocidio di Gorm e di come quell’evento porti la ribellione alla conoscenza dell’esistenza della Morte Nera. Ogni evento è costituito da scene. La morte di Obi Wan Kenobi è una scena all’interno dell’evento in cui Luke, Leia, Solo e i loro compagni salgono per la prima volta a bordo della stazione orbitante di nome *Morte Nera*. Questo evento fa a sua volta parte del periodo in cui l’impero galattico è al massimo del suo splendore e della sua potenza. La natura di una cronologia è frattale ed è proprio questa caratteristica che rende le cronologie uno strumento in grado di generare mondi. Zenone ci ha insegnato che, per quanto corra veloce, Achille non riuscirà mai a superare la tartaruga perché nello spazio matematico la linea, la figura geometrica che unisce due punti tra di loro, è divisibile all’infinito. In una cronologia di finzione tra due periodi ci sarà sempre il posto per un terzo periodo, così come tra due eventi ci sarà sempre posto per un terzo e tra due scene posto per una terza. E così via, all'infinito. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Come si crea un mondo? Le cronologie sono potenti strumenti di *worldbuilding*. Attraverso di loro i mondi costruiscono esplorando i periodi, gli eventi e le scene da cui prendono vita. Ma per dispiegarsi le cronologie hanno bisogno di una base di partenza. Ma come si crea questa base di partenza che poi è il mondo stesso a cui la cronologia permette di dare vita? La risposta si trova in un altro gioco di ruolo scritto da Ben Robbins. Si intitola [*In this world*](https://lamemage.com/inthisworld/?ref=flaviopintarelli.it) e il suo scopo è la creazione collettiva di mondi immaginari. Per crearli, i giocatori scelgono di partire da un argomento ben definito: il matrimonio, la religione, le forze dell’ordine. L'argomento funziona come base per creare lista di elementi, da cinque a sette, a partire da cui si scrivono tra dieci e dodici dichiarazioni. Le dichiarazioni sono frasi che descrivono in modo non controverso come l'argomento scelta funziona nel mondo attuale, quello in cui viviamo. Partendo dalle dichiarazioni, alternandosi a turni, i giocatori possono scegliere di fare tre cose: - descrivere in che modo una dichiarazione cambia nel mondo che stanno creando; - scegliere quali dichiarazioni restano identiche a se stesse; - aggiungere un dettaglio a una dichiarazione che è già stata scelta e che contribuisce a definire il mondo che stanno creando collettivamente. Se la cronologia è uno strumento che permette di costruire un mondo esplorandone la linea del tempo storico, le meccaniche di *In this world* permettono di costruire un mondo modificando per distorsione il modo in cui funziona quello in cui viviamo. Così, di distorsione in distorsione, dal mondo attuale ne viene generato uno diverso, virtuale. Un mondo che è in parte simile al nostro ma allo stesso tempo è molto diverso da esso. Un mondo che nasce in modo molto simile a quello in cui, attraverso un processo chiamato meiosi, da una cellula ne nasce un’altra che è al tempo stesso simile e diversa da quella di partenza. ## Scenario e conflitto. Le meccaniche che ho descritto nei paragrafi precedenti sono alla base di un format per il w*orkshop* di *worldbuilding* a cui ho lavoro fin dall'estate del 2024. Da allora l'ho proposto in tre diverse occasioni: a [*Il potere dell'immaginazione. La montagna che (ancora) non c'è*](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/); a [*Common Ground*](https://flaviopintarelli.it/2025/06/01/common-ground-retreat-san-martino-in-badia-bz-19-22-giugno/); a [*MAST*](https://flaviopintarelli.it/2025/07/20/seeing-the-impossible-scicli-rg-4-5-agosto/)*.* Ognuna di esse mi ha permesso di approfondire, migliorare e imparare a gestire diversi aspetti del format. In particolare, in questo periodo, la scommessa più grande è stata quella di integrare l’approccio cronologico e quello meiotico alla costruzione di mondo. Il secondo, che costruisce i mondi per divisione cellulare, è stimolante ma rischia di risultare superficiale. Il primo invece è più profondo, ma rischia di perdere contatto con la realtà. Integrandoli l'uno con l'altro è possibile conferire maggior profondità al metodo cellulare e, allo stesso tempo, ancorare quello cronologico alla realtà attraverso un'istanza curatoriale forte e definita. Per congiungere i risultati dei due approcci serve uno scenario. Lo scenario la cornice narrativa entro cui vengono definiti i punti di appoggio da cui partire per esplorare il mondo e costruirne la cronologia. La scrittura dello scenario è l'unico momento del formato in cui, per scelta, si rinuncia alla dimensione collettiva della narrazione per avventurarsi nel regime dispotico dell’autore. Lo scenario è, infine, l'elemento che introduce nel format il motore di ogni racconto: il conflitto. Perché il conflitto, ce lo ha insegnato Marx, non è solo il motore della narrazione ma è anche il motore che muove la Storia. Non c'è Storia senza conflitto, così come non c'è racconto. ## Note conclusive. Nella lenta agonia della modernità, ci siamo abituati a vivere in un presente perpetrato all'infinito dalla rapidità della comunicazione elettronica. Immersi in questo flusso tumultuoso abbiamo smarrito la capacità di pensare a un futuro alternativo al tempo (quasi) reale in cui viviamo. Così ci hanno insegnato intellettuali straordinari come Svetlana Boym, Mark Fisher e Simon Reynolds. Confrontandomi con le loro impietose diagnosi del contemporaneo, mi sono convinto che sia utile esercitare collettivamente l'immaginazione e imparare a costruire mondi. Farlo permette di rompere il ritmo della noia quotidiana e liberare lo spazio che serve per tornare a raccontarci l'aspetto che vorremmo avesse il mondo di domani. In un presente in cui [il potere rappresenta se stesso costruendo mastodontici apparati effimeri](https://reincantamentox.substack.com/p/drop-33-the-madness-of-vision) per giustificare il proprio progetto egemonico, lavorare per sottrazione, mettendo la parola al centro del proprio agire, è un gesto carico di valenze umane e politiche. L'atto di raccontare storie nasce come evoluzione del linguaggio. Esse sono il più potente strumento che abbiamo a disposizione per costruire una realtà condivisa: dopotutto è il potere della parola che genera mondi ma è l'organizzazione che li trasforma in realtà. Questa, però, è un'altra storia e non è qui che possiamo raccontarla... ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### La lunga estate dell'overtourism - La turbolenza #5 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/09/14/estate-overtourism-alto-adige/ Last updated: 2025-09-14T18:26:55.000Z Galeotto fu un tornello e chi lo ha installato. Se hai seguito le cronache estive probabilmente sai che sto parlando di [quello comparso all’inizio dell’estate sul sentiero che porta al monte Seceda](https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2025/troppi-turisti-sui-terreni-dei-contadini-che-si-inventano-un-tornello-a-pagamento-una-provocazione-contro-il-turismo-tamarro-e-che-non-rispetta-i-luoghi?ref=flaviopintarelli.it), in Val Gardena. Sospeso a metà tra il gesto dadaista, il grido di protesta e il tentativo di monetizzare, il tornello ha materializzato nel dibattito altoatesino il tema dell’*overtourism*. A essere onesti, l’inglesismo circolava ormai da qualche tempo. Ma, complice l’attenzione mediatica, tra luglio e agosto la discussione pubblica sulle esternalità negative del turismo di massa si è infittita e, soprattutto, sembra essere diventata senso comune. Fino a poco tempo fa, infatti, la narrazione *mainstream* vedeva nel turismo “il petrolio d’Italia”. Una risorsa dal potenziale economico enorme, benché sfruttata molto al di sotto delle sue reali possibilità. O così almeno recitava la vulgata. Perché le (poche) voci critiche rispetto alla narrazione dominante venivano isolate e stigmatizzate. A nessuno era permesso mettere in dubbio le meravigliose e progressive sorti dell’industria turistica nazionale. Quest’estate qualcosa è cambiato. Non perché ci si sia accorti che il turismo è un’attività scarsamente innovativa, con un basso valore aggiunto e discutibili politiche in materia di diritti dei lavoratori. A spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’*overtourism* è stato il carico antropico a cui sottopone i territori, in particolare quelli fragili e delicati come le Alpi. Chiarisco: il carico antropico è un problema. Un grosso problema. Ma è solo uno dei sintomi dell’*overtourism* che, se affrontato esclusivamente da questo punto di vista, rischia di restare un fenomeno incompreso e, soprattutto, irrisolto. Se l’obiettivo è elaborare modelli di fruizione del territorio davvero sostenibili, è importante capire quali sono i processi economici, sociali ed estetici che hanno plasmato quelli attuali. [*La “condanna” della montagna-emoji*](https://salto.bz/it/article/01082025/la-disgrazia-della-montagna-emoj?ref=flaviopintarelli.it), un editoriale di Fabio Gobbato pubblicato il primo agosto su Salto, evidenzia alcuni elementi chiave del dibatto; allo stesso tempo, mette in luce anche i “limiti” degli *asset* culturali con cui oggi si guarda all’*overtourism* e al suo impatto sullo spazio alpino. Commentando il video di due content creator cinesi, Gobbato scrive: > ciò che accade in quelle immagini è più di un viaggio: è un rito mediatico. Una narrazione digitale perfettamente costruita in cui la montagna non è più luogo di avventura, di conquista, di riposo, non è un posto in cui l’essere umano cerca di ripristinare un contatto con la natura, ma è semplicemente sfondo per i propri selfie, una “quinta” tipo quelle di The Truman Show. È semplicemente lo specchio dei tempi: i social hanno modificato il nostro rapporto con la fruizione di qualunque tipo di esperienza. Documentare di esserci è a volte più importante che esserci. Sul viaggio come rito mediatico, Gobbato ha ragione. Con buona pace di chi è convinto che la possibilità di generare immagini con l’intelligenza artificiale abbia turbato per sempre la natura testimoniale dell’immagine, il *selfie* continua a marcare il ruolo dell’immagine come testimonianza dell’essersi trovati in un determinato luogo in un determinato momento. La condivisione di immagini nelle reti sociali equivale a documentare il fatto di essere stati presenti nel qui e ora di un luogo. O, meglio, di una destinazione. Perché il turismo contemporaneo non ragiona più in termini di luoghi, bensì di destinazioni. Aree che si raggiungono perché offrono la più ampia varietà di esperienze a quanti più microsegmenti di pubblico possibile. E, tra queste esperienze, centrale è quella in cui si attesta la propria presenza al cospetto dei *landmark* della destinazione stessa. È centrale perché le Alpi sono un artefatto visivo. Esse diventano rilevanti per la cultura europea, e dunque mondiale, intorno alla metà del Settecento, dopo che Ferdinand De Saussure sale per la prima volta sul Monte Bianco, dando inizio all’esplorazione dello spazio alpino e alla sua conseguente costruzione come oggetto culturale, di cui le arti visive sono sempre state uno dei principali strumenti. Più o meno un secolo più tardi, nel 1852, il giornalista e impresario londinese Albert Smith mette in scena *The Mont Blanc Ascent*, uno spettacolo teatrale ispirato all’ascensione della vetta più alta delle Alpi, che Smith aveva compito l’anno precedente. Il sapiente uso della dimensione visiva attorno a cui aveva costruito la sua messa in scena valsero allo spettacolo di Smith un incredibile successo. La *pièce* rimase in cartellone all’Egyptian Hall di Londra per ben sei anni, generando una serie di *spin off*, tra cui un trattato storico sul Bianco in tre volumi. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Tra il 1852 e il 1858, *The Mont Blanc Ascent* venne replicato circa duemila volte, attirando in totale ottocentomila spettatori. Negli anni che rimase in cartellone, l’Inghilterra fu colta da una passione per la montagna così intensa da meritarsi l’appellativo di *Mont Blanc Mania*. Quella che fino a pochi anni prima era solo una remota e spaventosa vetta alpina divenne rapidamente una delle mete più ambite da parte della borghesia inglese. L’attenzione fu tale che il giornalista del Times incaricato di raccontare la moda ai suoi lettori arrivò a chieder loro, tra il serio e il faceto, di smettere d’inviare al giornale resoconti d’ascensioni. La salita alle vette alpine aveva perso a tal punto la sua dimensione eroica ed esclusiva da essere diventata un cliché diffuso e inflazionato. Questo episodio mostra come la relazione tra immagini e spazio alpino sia tutt’altro che “lo specchio dei tempi”, bensì un fenomeno molto più antico e strettamente legato all’esistenza stessa delle Alpi. A cambiare oggi sono soprattutto due fattori: la rapidità con cui circolano le immagini, questa sì un effetto dei social, e gli immaginari di riferimento delle persone. Nel caso del Seceda l’esperanto visivo delle emoji sostituisce la pittura o la letteratura come repertorio di riferimento. La dinamica per cui le Alpi vengono visitate per documentare la propria presenza attraverso la produzione di un’immagine che ne duplica una “originale” però non cambia. Proprio come non cambiava quando la borghesia dell’impero britannico si precipitava a scalare il Monte Bianco solo per poter documentare la propria esperienza in decine, centinaia di resoconti tutti uguali. Se pensiamo a come è stata costruita la fama del lago di Braies, un’altra delle destinazioni più celebri e massificate dell’Alto Adige, è impossibile ignorare il ruolo della fiction RAI *Un passo dal cielo*, che proprio nell’alta Val Pusteria vede ambientate le sue prime tre stagioni. Un’operazione simile, ma di minor successo, è stata tentata anche intorno a Curon, in Val Venosta. Qui è stata ambientata l’omonima serie prodotta Netflix che metteva al centro del suo apparato visivo un’altra celebre immagine dell’Alto Adige: il campanile del paese sommerso nel 1950 in seguito alla costruzione della diga che ha formato l’attuale lago di Resia. Non è un caso che la [*film commission* dell’Alto Adige](https://www.idm-suedtirol.com/it/il-nostro-lavoro/alto-adige-film-commission?ref=flaviopintarelli.it) operi sotto l’egida di IDM. L’azienda di marketing territoriale di proprietà della Provincia Autonoma di Bolzano è infatti responsabile dello sviluppo del marchio “Alto Adige” e tra le sue unità di business ne ha [una dedicata allo “sviluppo turistico dell’Alto Adige destinato a durare nel tempo”](https://www.idm-suedtirol.com/it/il-nostro-lavoro/turismo?ref=flaviopintarelli.it). Dunque, quello che oggi [Kompatscher stigmatizza come “turismo del selfie”](https://corrieredellaltoadige.corriere.it/notizie/politica/25%5Fagosto%5F24/il-presidente-dell-alto-adige-arno-kompatscher-numero-chiusi-e-prenotazioni-contro-il-turismo-da-selfie-bc1094c5-4ed1-40dd-94a9-5da860a94xlk.shtml?ref=flaviopintarelli.it) non è solo un meccanismo legato alla natura dello spazio alpino come oggetto culturale portata al suo massimo grado di accumulazione dalle piattaforme, ma è anche il risultato di politiche precise che la Provincia Autonoma di Bolzano, e la SVP che l’ha governata e la continua a governare, ha portato avanti attraverso il lavoro di IDM. In questa dinamica è possibile leggere i segni della mutazione che ha portato la SVP a trasformarsi da partito di massa di stampo novecentesco a un’entità tecnocratica. Come tale, il suo compito è quello di recepire e applicare i dispositivi egemonici di governo delle persone e dei territori. È proprio la natura tecnocratica del partito che permette a Kompatscher di scaricare la responsabilità della situazione sulle piattaforme e, allo stesso tempo, di cominciare a delineare il prossimo dispositivo di governo. Un dispositivo fatto di “registrazione via app, prenotazione del parcheggio, presenze contingentate e a numero chiuso, accesso a pagamento” che avrà come conseguenza quella di creare nuove *enclosures*, sottraendo agli altoatesini il proprio territorio senza intaccare minimamente gli interessi del settore turistico, aumentandone invece le opportunità di monetizzare la presenza di massa. Dopo tutto i turisti sono felici di poter vedere la montagna emoji anche se la funivia costa tanto, come dice un turista di Taiwan in un’intervista raccolta dalla trasmissione RAI *Tagesschau* e citata da Gobbato nel suo editoriale. Se queste sono le premesse, quella intorno all’*overtourism* si preannuncia come una delle questioni politiche più rilevanti del prossimo decennio. Una battaglia in cui [la destra locale di lingua tedesca si sta già posizionando in modo efficace](https://flaviopintarelli.it/2025/05/18/overturism-remigrazione-todesmarch/), mentre la sinistra sembra continuare a soffrire della sindrome di Cassandra. Profetica nell’intercettare le tendenze economiche, politiche e sociali più rilevanti del tempo ma incapace di trovare una forma di organizzazione dell’agire politico in grado di permetterle di incidere sulle loro traiettorie. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) [![CTA Image](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/04/Il-velo-banner.jpg)](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) **💃 Il velo* è il mio primo romanzo. È uscito nel 2023 per le edizioni **alphabeta*. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Vuoi saperne di più? [Leggi la scheda del libro ](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Scicli non è reale URL: https://flaviopintarelli.it/2025/09/07/scicli-non-e-reale/ Last updated: 2025-09-07T18:25:05.000Z “Il mondo dell’arte, dopo tutto, non è altro che una gigantesca agenzia di viaggio”. Alessandro e io ridiamo di gusto alla battuta. La provinciale 42 scivola sotto le ruote dell’auto, una Fiat 600 ibrida nuova di zecca. Bassi, bianchi e intervallati di tanto in tanto dai cancelli delle proprietà che si aprono su di essa, un’infilata di muretti a secco cinge la carreggiata. Oltre quell’esile linea di demarcazione si stende il paesaggio della fascia trasformata della provincia di Ragusa: una distesa dai toni color terra, punteggiata dal verde della macchia mediterranea. È il primo pomeriggio di un lunedì d’inizio agosto. Sono in viaggio da quella mattina, quando ho ritirato la macchina dal noleggio di fronte all’aeroporto di Lamezia Terme. Da allora ho fatto solo due soste: la prima per attraversare lo stretto di Messina a bordo del traghetto che unisce la Sicilia al continente; la seconda all’aeroporto di Catania, dove ho recuperato Alessandro, in arrivo da Berlino. La nostra meta è Scicli, dove quella sera, ospiti di MAST, saremo entrambi impegnati in un talk. Al termine di un lungo rettilineo, che percorriamo quasi senza accorgercene, persi nelle nostre chiacchiere, la strada curva decisa verso destra. Intorno a noi, il paesaggio sprofonda verso il basso, aprendo l’orizzonte. Improvvisa, Scicli appare, miracolosa come la visione di un santo. Il borgo è adagiato sul fianco della valle lungo cui scivoliamo assecondando le spire dei tornanti. Lontano, sul fondo di quell’imbuto, il mare, luccicante sotto il sole delle tre, prolunga lo sguardo in direzione del suo infinito. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Pochi minuti dopo parcheggio l’auto sotto la Chiesa di San Bartolomeo, l’edificio barocco che dà nome al quartiere in cui si trova il mio alloggio. Poco dopo arriva anche Giovanni, il tempo di un abbraccio e la porta dell’appartamento mi si chiude alle spalle. Fuori, Scicli pulsa di una luce dorata che sembra fermare il tempo. Dentro, mi sorprendo a sentirmi leggero, come se il viaggio avesse sciolto qualcosa. È una sensazione sospesa, un misto di attesa e spaesamento. Forse è questo lo stato d’animo giusto per entrare in un festival: non avere ancora risposte, solo la voglia di farsi attraversare. I miei tre giorni da professionista del mondo dell’arte nel cuore della Sicilia iniziano così; arrivati a questo punto ha senso spendere qualche parola su MAST. Acronimo che sta per musica, arte, sostenibilità e territorio, MAST è un festival culturale fondato da Francesco (architetto) e Anastasia (imprenditrice con un passato nell’industria musicale, o almeno così mi raccontano). Nel corso delle cinque edizioni che hanno curato fino a oggi sono riusciti a portare in questo piccolo borgo artiste e artisti di livello internazionale, tra cui Deena Abdelwahed (che è una delle mie producer preferite); laboratori e workshop, tra cui il format di *worldbuilding* a cui lavoro da un anno; ma, soprattutto, a creare una rete di volontarie e volontari. “Probabilmente è questa la cosa di cui vado più orgogliosa,” mi dice Anastasia quando riesco a scambiare con lei due parole per complimentarmi e ringraziarla di avermi dato la possibilità di essere lì. “Senza il loro aiuto sarebbe impossibile organizzare MAST e, organizzandolo insieme a noi, queste ragazze e questi ragazzi imparano. Imparano a chiedere al comune le autorizzazioni, a gestire logistica e sicurezza, a confrontarsi con burocrazia e accoglienza.” A chi non ha ancora raggiunto l’età per studiare all’università, MAST offre l’occasione di entrare in contatto con forme di espressione culturale all’avanguardia e di acquisire un *know how* che altrimenti sarebbe difficile ottenere. “Se penso all’impatto che siamo riusciti a produrre” conclude Anastasia prima di venir risucchiata di nuovo nel vortice organizzativo dell’evento “la prima cosa a cui penso è proprio questa forma di “*empowerment*”. A quelle parole non posso che annuire perché, guardandomi intorno, vedo il risultato di un lavoro, un impegno e una passione che in quel momento sembrano essere la regola e non l’eccezione. Sì, perché nei momenti in cui ho modo di socializzare e parlare mi sembra che chiunque, in Sicilia, partecipi a un’iniziativa culturale, organizzi un festival o animi uno spazio dedicato a modelli sostenibili di lavoro creativo. “Le cose brutte però le vedi se frequenti il territorio ogni giorno, tutto l’anno” mi dice una ragazza di Ragusa che ha partecipato a una delle sessioni del mio workshop. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1136.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1149.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1191.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1216.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1262.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/08/HW8A1285.jpg) Ascoltandola parlare delle difficoltà di chi prova a fare cultura in quel contesto le sue parole mi lasciano addosso un retrogusto amaro. Per quanto essere ospite del festival mi garantisca un contatto privilegiato con la realtà locale, il ruolo che mi trovo a recitare resta quello del turista che arriva, prende e se ne va. Perché, in fondo, io resto un visitatore passeggero: resterà qualcosa di questo mio breve passaggio? E mentre mi faccio questa domanda sento la cassa dritta di un *beat* tekno venirmi incontro nel vicolo che ho appena imboccato. Il sole è tramontato da poco più di un’ora e il cielo è screziato di riflessi color petrolio che fendono il blu scuro della notte d’estate che avanza. Strano, penso, incongruo, perfino, che un bar della piazza da cui sbuca il vicolo suoni quella musica, sempre più forte e nitida man mano che avanzo. Poi capisco o, meglio, la vedo. La sala prove è in un fondo che si affaccia sul vicolo. Dentro ci sono tre persone, due uomini e una donna. Uno di loro è seduto alla batteria, gli altri trafficano davanti a un portatile. Lancio un’occhiata veloce all’interno, tiro dritto ed esco dal vicolo. Per l’ultima volta davanti ai miei occhi appare il profilo barocco della facciata della chiesa di San Bartolomeo. Le luci gialle dell’illuminazione pubblica ne accentuano l’effetto drammatico. “Questo posto non è reale”, dico ad alta voce. Poi, timoroso che qualcuno possa avermi sentito, mi giro verso la piazza. Dietro di me non c’è nessuno e io sento di essere nient’altro che un puntino nel cuore della Sicilia, sopraffatto dalla bellezza senza fine di una qualsiasi sera d’agosto. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Blog teaser - season #2 - 2025 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/08/31/blog-teaser-season-2-2025/ Last updated: 2025-08-31T18:13:19.000Z Dal punto di vista della produttività, il 2025 può essere definito un anno "benedetto" per questo blog. Da gennaio alla fine di luglio [sono riuscito a pubblicare con regolarità almeno un contenuto a settimana](https://flaviopintarelli.it/2025/08/03/end-of-streak/). La striscia si è interrotta nel mese di agosto, durante il quale mi sono preso una pausa dalla scrittura per godermi qualche settimana di ferie. Nel salutare te e gli altri lettori mi ero chiesto se e quando sarei riuscito a riprendere le pubblicazioni ma, soprattutto, se sarei riuscito a tenere la stessa regolarità anche durante la seconda parte dell'anno. Così, al rientro dalle ferie, ho iniziato a lavorare alla nuova stagione del blog che, al momento, conta già tre post scritti, caricati e programmati e almeno altri due sono in fase di progettazione. Questo significa che nelle prossime settimane potrò contare su un buffer tale da farmi ben sperare di poter tornare a pubblicare con regolarità un post a settimana. Come accaduto nel resto dell'anno, i post usciranno ogni domenica sera (a proposito, che ne pensi di questa modalità di uscita? È comoda o fa schifo, fammelo sapere nei commenti) e verranno condivisi sui social nei giorni successivi. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Prossimamente su questi schermi. Come detto sopra, tre sono i post già pronti che usciranno nelle prossime settimane. Due hanno a che fare con il [workshop di *worldbuilding* che ho tenuto a Scicli all'inizio di agosto](https://flaviopintarelli.it/2025/07/20/seeing-the-impossible-scicli-rg-4-5-agosto/): uno è un reportage molto personale dei tre giorni passati in Sicilia, l'altro la trascrizione della *performative lecture* che ho tenuto il giorno prima del workshop. Quest'ultima riprende, chiarisce e approfondisce le [note che avevo pubblicato qualche mese fa](https://flaviopintarelli.it/2025/07/13/note-sulla-creazione-di-mondi/). Vista la risposta incoraggiante che sta avendo il format a cui ho lavorato nell'ultimo anno ho deciso di approfondire i temi legati al *worldbuilding*, quindi aspettati altri contenuti su questo tema. Il terzo post in scaletta è il quinto episodio di [*La turbolenza*](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/), il diario di lavorazione di un libro sulla politica altoatesina che forse non uscirà mai. È dedicato a uno dei temi che più ha tenuto banco nelle cronache locali durante l'estate: l'*overtourism.* ## Idee ancora da sviluppare Tra queste ci sono almeno due recensioni: quella di [*Tecnopolitica*](https://www.addeditore.it/catalogo/asma-mhalla-tecnopolitica/?ref=flaviopintarelli.it), il saggio di Asma Mhalla dedicato alla militarizzazione delle tecnologie digitali e quella di [*Warfare*](https://www.youtube.com/watch?v=3PlBtM658wY&ref=flaviopintarelli.it), il film diretto da Ray Mendoza e Alex Garland. Inoltre è da qualche tempo che sto pensando a un saggio dedicato al rapporto tra immagini e realtà al tempo delle intelligenze artificiali generative. Mi piacerebbe scriverlo, ma ho qualche remora perché per farlo potrei dover tirare in balle le immagini provenienti da Gaza e ho qualche remora a mettere un genocidio in mezzo a un pezzo di *theory* (anche in questo caso, se ti va di dirmi la tua nei commenti mi fa piacere). Questi, al momento, sono i contenuti che ho in programma o in mente di realizzare per questo blog. Se ti interessano e ancora non lo hai fatto, ti invito a usare il modulo qui sopra per iscriverti alla newsletter e ricevere gli aggiornamenti nella tua casella di posta. È un modo comodo e facile per non perderti neanche un post e non dover delegare le tue letture agli algoritmi del capitale. Da parte mia posso dirti che tratterò i tuoi dati sempre con il massimo rispetto. A presto! ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### End of Streak? URL: https://flaviopintarelli.it/2025/08/03/end-of-streak/ Last updated: 2025-08-03T18:26:28.000Z Lo dico subito, questo post è un modo furbo per barare. Barare in cosa? Per cosa? Semplice, per allungare la *streak*. Che cos’è una *streak*? Alla lettera significa “striscia”. No, fermo, non quella che ti stai immaginando. Sto parlando di una striscia diversa o, meglio, di una serie, una serie di post: quella che ho inaugurato a gennaio su questo blog. Sì, perché è dall’inizio dell’anno che qui pubblico in modo regolare una volta alla settimana. È la prima volta da quando scrivo in rete che riesco ad avere una regolarità simile, per un periodo di tempo tanto prolungato. Sono contento e orgoglioso di esserci riuscito, perché non è facile e nemmeno scontato. Non è facile perché per scrivere bisogna avere qualcosa da dire. Non è scontato perché per scrivere bisogna trovare il tempo per farlo. Se ci sono riuscito significa che per sei mesi ho avuto qualcosa da dire e il tempo necessario per scriverlo. Come ho fatto? Per quanto riguarda le cose da dire non ho una risposta chiara. Credo di stare capitalizzando un po’ di anni di studio e di letture e, soprattutto, il fatto di aver introdotto il [metodo *Zettelkasten*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/) nella mia pratica di scrittura. Prendere appunti, sia in modo libero che strutturato, mi ha aiutato ad avere degli *snippet* da cui partire per scrivere i miei post. Questa abitudine mi ha anche aiutato a trasformare in testi scritti esperienze vissute nella vita personale e professionale in modo rapido ed efficace. Mentre per quanto riguarda il tempo, la cosa che ho imparato in questi sei mesi è l’importanza del *buffer*. In economia si definiscono *buffer* le scorte cuscinetto di prodotto o di capitale che hanno la funzione di stabilizzare le fluttuazioni di un'attività costituendo uno stock di sicurezza a fronte di shock imprevisti. Ho costruito la mia scorta a gennaio, quando sono riuscito a scrivere e programmare tre o quattro post nel corso di pochi giorni. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Questa circostanza ha creato un tempo di latenza che mi ha permesso di continuare a scrivere, caricare e programmare contenuti sul blog senza l’ansia di mancare una scadenza. La serenità ottenuta in questo modo ha generato un vantaggio e creato le condizioni che mi hanno permesso di portare avanti la serie così a lungo. Di questo risultato sono ancor più soddisfatto se penso che, oltre al blog, ho scritto sia per lavoro che per altri progetti personali. Nel corso di questi mesi non ho solo pubblicato per [*Il Tascabile*](https://flaviopintarelli.it/tag/il-tascabile/), [*Valigia Blu*](https://flaviopintarelli.it/tag/valigia-blu/) e [*Guerre di rete*](https://flaviopintarelli.it/tag/guerre-di-rete/), ma ho anche scritto un racconto per una pubblicazione dell’Università Bolzano e revisionato il romanzo a cui sto lavorando dallo scorso anno. Passando attraverso le cure di Michele e Alex di Crudo, [*Il bagliore*](https://flaviopintarelli.it/2024/12/03/note-sulla-dissoluzione-dellimmaginario-alpino/), questo il titolo di lavorazione della mia *theory fiction* sull’impatto del riscaldamento globale sullo spazio alpino, ha espresso in modo più compiuto una dimensione narrativa che nella prima stesura era solo accennata. Insomma, sul lato della scrittura, nella prima metà del 2025 non mi sono risparmiato. Adesso però non so bene cosa succederà. Mentre scrivo queste righe finisce il mese di giugno. Il mio cervello va a rilento e pian piano sto chiudendo o mettendo in *standby* i progetti di lavoro che sto seguendo. Dalla metà di luglio a quella di agosto andrò in ferie e il tempo per scrivere sarà praticamente zero. Per questo non sono sicuro di riuscire a tenere viva la *streak* ed probabile che, prima o poi, smetterai di ricevere i miei aggiornamenti ogni domenica. Ci sta, fa parte del gioco. Anche se la vera domanda è se sarò in grado di riprendere con la stessa regolarità al mio ritorno; ce lo dirà solo il tempo. Intanto ti auguro una buona estate e se hai qualche critica da farmi, qualcosa che ti piacerebbe leggere qui dentro o anche solo un pensiero che vuoi condividere con me scrivimi una mail o fammelo sapere nei commenti. A presto! ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Una promessa di opacità. URL: https://flaviopintarelli.it/2025/07/27/una-promessa-di-opacita/ Last updated: 2025-07-27T18:26:00.000Z Poco più di due anni fa, pubblicavo alcune note su [ChatGPT, lavoro creativo e automazione](https://flaviopintarelli.it/2023/03/14/chatgpt-lavoro-creativo-automazione/). Era un testo disordinato, istintivo, e - a rileggerlo oggi - alcuni dei giudizi che esprimevo suonano datati: l’evoluzione impietosa dei modelli linguistici ha corretto molti dei difetti allora evidenti. C’è però un passaggio che, al contrario, oggi mi sembra profetico. Scrivevo: > se proviamo a descriverla consapevoli di come funziona la tecnologia che, oggi, le permette di funzionare, ChatGPT non è altro che un motore di ricerca la cui interfaccia invita a formulare le proprie intenzioni di ricerca in linguaggio naturale, invece che ragionare per parole chiave come è abituato chi ha vissuto l'avvento dei motori di ricerca. All'epoca qualcuno si era risentito: "gli LLM non sono dei motori di ricerca, sono qualcosa di profondamente diverso". L'obiezione non mi aveva convinto allora, e mi convince ancora meno oggi. [Secondo uno studio condotto da Semrush](https://www.semrush.com/blog/ai-search-seo-traffic-study/?ref=flaviopintarelli.it) \- piattaforma nata come tool SEO ed evolutasi in una suite per il marketing digitale - l'uso delle IA come strumenti di ricerca web potrebbe superare quello dei motori di ricerca tradizionali entro tre anni. Diverse ragioni guidano questa crescita. Una è proprio la possibilità di esprimere le proprie intenzioni in linguaggio naturale. Invece che digitare query come “hotel + destinazione”, gli utenti possono rivolgersi alle IA come si farebbe con una persona in carne e ossa. Un’altra è la capacità delle IA di accedere in tempo reale a informazioni aggiornate. Nel 2023 ChatGPT era un motore di ricerca fermo al 2021; oggi, invece, può attingere a contenuti aggiornati. Fa una differenza enorme. Infine, le IA non si limitano a restituire una lista di risultati. Sintetizzano, elaborano e presentano le informazioni, risparmiando all’utente la fatica di navigare tra più fonti per trovare risposte. Questa dinamica sta generando due cambiamenti significativi nel modo in cui la rete ha funzionato finora. ## La fine della trasparenza Il primo cambiamento è un vistoso calo del traffico organico sui siti web. La capacità delle IA di aggregare e sintetizzare le informazioni rende sempre più irrilevanti i *funnel*, e svuota di senso le metriche con cui si è soliti misurare il successo digitale. Impressioni, visualizzazioni, click e conversioni smettono progressivamente di indicare influenza o rilevanza. Per un quarto di secolo abbiamo beneficiato di una certa trasparenza, resa possibile dall’abbondanza di dati e segnali misurabili. Oggi, [come scrive Jono Alderson](https://www.jonoalderson.com/conjecture/everything-is-now-opaque/?ref=flaviopintarelli.it), tutto sta diventando più opaco. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Il contesto come campo di battaglia. L'opacità è il secondo grande cambiamento. E non riguarda solo chi fa marketing. Perché marketing e business sono le forze che plasmano la rete e quindi l’esperienza quotidiana che ciascuno di noi ne fa. Il decadimento della qualità della ricerca webè dovuto al modo in cui i motori di ricerca (Google) hanno codificato la possibilità di indicizzare e posizionare i contenuti digitali e dei modelli di business che questo modo ha aiutato a creare. > It's been more than a year since I gave up on Google Search (I switched to [https://t.co/RKWSwyVM27](https://t.co/RKWSwyVM27?ref=flaviopintarelli.it) and never looked back). I don't miss it. It had gotten terrible. It's gotten worse since, thanks to AI (of course):[https://t.co/zGmxrNdSuo](https://t.co/zGmxrNdSuo?ref=flaviopintarelli.it) > > 1/ [pic.twitter.com/yJUGx0meeh](https://t.co/yJUGx0meeh?ref=flaviopintarelli.it) > > — Cory Doctorow NONCONSENSUAL BLUE TICK (@doctorow) [July 15, 2025](https://twitter.com/doctorow/status/1945212055302156296?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Un thread, chirurgico, che ti aiuta a capire perché la ricerca web oggi fa 🤮 Nella rete che le IA stanno costruendo, ciò che conta è la [capacità di fornire contesto](https://www.philschmid.de/context-engineering?ref=flaviopintarelli.it). L’accuratezza delle risposte dipende dal modo in cui le macchine riescono a ricostruire un contesto coerente intorno alla domanda dell’utente. In un mondo guidato dai modelli linguistici, il successo - per chi comunica, crea o vende - non consisterà più nel costruire percorsi che conducono all’azione, ma nel emettere segnali coerenti e credibili nel tempo. Segnali che le intelligenze artificiali sappiano interpretare e su cui possano fare affidamento per svolgere i compiti assegnati. ## Dall'identità, ai segnali, alla cultura. Non sono del tutto certo che questo cambiamento riscriverà da cima a fondo le regole del marketing. Ma molti segnali suggeriscono che potremmo muoverci in quella direzione: verso un modello in cui a fare la differenza saranno le identità di marca chiare, riconoscibili, capaci di posizionarsi in modo rilevante nel paesaggio culturale. Potrebbe però anche non accadere. Il marketing digitale di domani potrebbe ricalcare, con qualche variazione, quello di oggi. Molto dipenderà dai modelli di business. Al momento, la maggior parte delle aziende IA offre i propri prodotti B2C in abbonamento, con un’attenzione centrata sull’utente. [Questo modello ha però un limite: la scalabilità.](https://www.ilpost.it/2025/07/21/intelligenze-artificiali-chatbot-gratis/?ref=flaviopintarelli.it) Non tutti sono disposti a pagare per accedere a una versione premium, e la concorrenza tra piattaforme tende a ridurre ulteriormente quella base. Nella fase attuale di crescita e hype, questo limite è poco visibile: il motore che spinge lo sviluppo è il capitale di investimento. Ma quando la curva della penetrazione inizierà a flettersi, il capitale smetterà di comportarsi come un propulsore e comincerà a esigere ritorni. Sarà allora che le questioni di sostenibilità e profittabilità diventeranno pressanti. E se l’attuale modello economico dell’IA non sarà in grado di garantire margini sufficienti, le aziende cercheranno nuove fonti di ricavo. Una delle strade più prevedibili sarà quella pubblicitaria: un modello già collaudato, adatto a generare volumi e rispondere alle pressioni degli investitori. ## Il prezzo dell'opacità. Solo il tempo dirà se, in futuro, sarà possibile pagare per dare forma al contesto su cui le intelligenze artificiali costruiscono le loro risposte. O se, al contrario, la promessa di opacità che oggi ci fanno verrà mantenuta. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Seeing the impossible - Scicli (RG) 4-5 Agosto URL: https://flaviopintarelli.it/2025/07/20/seeing-the-impossible-scicli-rg-4-5-agosto/ Last updated: 2025-07-24T12:48:55.000Z Un anno fa, quando ho cominciato a progettarne il format, non avrei mai pensato che il workshop di worldbuilding a cui ho lavorato in questi mesi mi avrebbe portato dagli [spazi alpini del Monte Bondone](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/) alla Fascia Trasformata di Scicli, in provincia di Ragusa. E invece sta succedendo. Sta succedendo grazie a un percorso di sviluppo che mi ha portato negli [uffici di Luz a Milano](https://www.luz.it/?ref=flaviopintarelli.it), dove Alice Siracusano mi ha permesso di realizzare una versione beta che si è rivelata fondamentale per lo sviluppo del format, e sui [prati del Passo delle Erbe](https://flaviopintarelli.it/2025/06/01/common-ground-retreat-san-martino-in-badia-bz-19-22-giugno/), dove ho potuto metterlo alla prova con un gruppo di 40 persone. Esperienze che mi hanno permesso di costruire un "prodotto" completo e consapevole che, il 4 e 5 agosto, verrà accolto a [MAST](https://mastfestival.com/?ref=flaviopintarelli.it#/), piccolo e ambizioso festival culturale siciliano arrivato ormai alla sua quinta edizione. A invitarmi è stato Giovanni Padua. Insieme a lui e ad alcuni membri del team curatoriale e organizzativo di MAST abbiamo costruito il mondo all'interno del quale i partecipanti al workshop potranno provare a capire come vivere e sopravvivere in un futuro alternativo per la Fascia Trasformata di Scicli. Scrivo sopravvivere perché anche questo territorio - come il Bondone, Milano e il Passo delle Erbe - e un territorio fortemente sottoposto alle tensioni del presente e il futuro alternativo che abbiamo costruito per lui ha tratti che virano verso la distopia. La presenza di aspre tensioni è uno dei fili rossi emersi durante il lavoro di sviluppo di questo format. Non solo viviamo un'epoca di cambiamenti tanto profondi quanto rapidi. Viviamo anche un'epoca in cui la nostra capacità di immaginare e immaginarci nel futuro sembra come inibita proprio dalla velocità di questi mutamenti. In questo contesto, i workshop di worldbuilding servono a interrompere questa corsa. Chi vi partecipa sperimenta così la spazialità di tempo necessaria per immaginare in modo libero e ambizioso i futuri che ci potrebbero attenderci. Nello spazio che i workshop aprono è possibile di simulare situazioni estreme e pensare a soluzioni all'altezza delle tensioni che esse generano. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È quanto (spero) accadrà anche a MAST, durante le tre sessioni di simulazione del mondo che abbiamo creato. Le sessioni si terranno martedì 5 agosto in tre luoghi diversi della città: il giardino di via Aleardi, Villa Penna e la chiesa di Santa Teresa, rispettivamente la mattina (dalle 10.00 alle 12.00, con colazione offerta), a pranzo (dalle 13.00 alle 15.00, con pranzo comunitario e sottoscrizione di 5€) e il pomeriggio (dalle 17.00 alle 19.00, con un breve restituzione finale del laboratorio.). Il giorno precedente, lunedì 4 agosto, animerò *Vedere l'impossibile,* un talk moderato da Giovanni Padua a cui sarà presente anche Alessandro Longo [(REINCANTAMENTO)](https://reincantamentox.substack.com/). Al centro del talk ci saranno alcune tensioni che attraversano Scicli: > una città in cui l’eccesso decorativo si mostra come sintomo di un potere che ha bisogno della morte per legittimarsi e in cui > le macerie hanno cambiato forma. Non sono solo pietre o rovine architettoniche, ma immagini cristallizzate: la Vigàta televisiva, che ha occultato la città reale per sostituirla con una fiction rassicurante, dove ogni tensione è levigata. Il paesaggio viene addomesticato e restituito sotto forma di racconto, pronto per essere consumato. Il mio contributo alla riflessione avrà a che fare, sorpresa sorpresa, sul potere politico dell'atto di creazione di mondi. Ci vediamo a Scicli? [MAST FestivalMAST is an immersive experience in the vibrant city of Scicli, where artistic and musical exploration blends with the authenticity of the territory. Take part in a unique time of sharing and discover the connection between culture, music and community.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon-3.ico)](https://vortice.mastfestival.com/?ref=flaviopintarelli.it#/discover) Per maggiori informazioni sul festival visita il sito di MAST. ![Locandina della quinta edizione di MAST, intitolata "Vortice".](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/07/MAST-BANNER.png) ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Note sulla creazione di mondi. URL: https://flaviopintarelli.it/2025/07/13/note-sulla-creazione-di-mondi/ Last updated: 2026-03-02T11:09:05.000Z L’atto di fondazione di uno dei più fecondi universi narrativi ha a che fare con il tempo. *Long time ago in a galaxy far far away*. Sono le parole che aprono *A new hope*, il film che dà vita al mondo di *Star Wars*. Leggendole, fin dai primi secondi della saga, lo spettatore diventa consapevole che la storia che sta per vedere è ambientata nel passato; anche se non sa bene perché, quel mondo esiste da prima di lui, in qualche modo lo precede. C’è un’altra cosa di cui lo spettatore del film è immediatamente consapevole. La storia che sta per vedere è già iniziata in un altro momento e in un luogo diverso dell’universo che sta per spalancarsi davanti ai suoi occhi. *A new hope*, il primo film di *Star Wars* è numerato come quarto episodio. Quarto episodio di cosa? Probabilmente di una saga. Non possiamo saperlo con certezza, lo possiamo solo intuire, solo immaginare, perché a parte quella dicitura non abbiamo altri elementi per corroborare la nostra ipotesi. E i primi tre episodi? Esistono o si tratta solo di un raggiro che il regista ordisce ai nostri danni? Anche qui, non lo sappiamo. Possiamo solo intuire, solo immaginare. ## Un mondo è la sua cronologia. La lezione che apprendiamo qui è una: alla base di ogni universo narrativo c’è una cronologia. Non me ne voglia Umberto Eco, per il quale la costruzione di un mondo era la costruzione di “universi completamente ammobiliati”, ma la creazione di una linea del tempo è più importante dell’*interior design* narrativo. Non che questo sia inutile, tutt’altro, solo che è secondario rispetto alla creazione di cronologie. Le cronologie sono le fondamenta di un universo narrativo. Sono la sua struttura. Sono l’architrave che ne regge il peso, l’espediente che dà loro profondità e ce li fa percepire come qualcosa di vivo e di cui possiamo entrare a far parte. Quando adatta per il grande schermo *Il signore degli anelli*, anche Peter Jackson, come George Lucas prima di lui, inizia a costruire il suo universo delineando una cronologia. La storia a cui stiamo per assistere, quella della compagnia incaricata di accompagnare colui che porta l’anello del potere per distruggerlo, è solo l’atto finale di una vicenda iniziata molto tempo prima, in un epoca di eventi di fronte alla cui grandezza quelli raccontati nel film impallidirebbero. Questa differenza di scala, la magnitudo incommensurabile degli eventi, è una delle più riuscite intuizioni di Tolkien. Il male che si scatena nei tre libri de *Il signore degli anelli* è solo l’ombra del male che ha squassato la Terra di Mezzo nel passato. Ciononostante, il potere di Sauron è annichilente, distruttivo e il lettore, consapevole della cronologia dell’universo, può solo tremare d’orrore al pensiero di ciò che è stato prima e sentirsi sollevato dal fatto di non doverlo affrontare. Ancora una volta è una cronologia che fonda e dona profondità a un universo narrativo. ## Come si crea una cronologia? Possiamo trovare una risposta a questa domanda nelle meccaniche di [*Microscope*](https://lamemage.com/microscope/?ref=flaviopintarelli.it), un gioco di ruolo narrativo creato da Ben Robbins. Prima di giocarci me lo avevano presentato come ”il gioco in cui si costruisce la Storia”. Dopo averci giocato ho pensato che fosse più “il gioco in cui si creano le linee del tempo”. In *Microscope* le cronologie sono scomposte in tre elementi: - i periodi, lunghi intervalli di tempo che possono corrispondere a un’epoca; - gli eventi, accadimenti puntuali e localizzati all’interno di un periodo; - le scene, avvenimenti che accadono all’intero di un evento e contribuiscono a illuminarne i punti oscuri. Tale meccanica conferisce al gioco la sua natura frattale e crea le condizioni per cui una partita a *Microscope* può potenzialmente durare all’infinito, sfruttando la natura divisibile della linea come figura geometrica. Questa natura fa sì che più il gioco va avanti e più è dettagliato il mondo che emerge dalla linea del tempo creata collettivamente dai giocatori. È per questa caratteristica che ho messo le meccaniche di *Microscope* al centro della costruzione del [workshop di worldbuilding che a cui ho iniziato a lavorare lo scorso anno](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/). *Microscope* mi permette infatti di facilitare alle persone che partecipano al workshop la simulazione e l’esplorazione di un mondo immaginario. L’aspetto di questi mondi oscilla tra il verosimile e il fantastico a seconda di come ne viene gestita la creazione. Durante la prima prova del workshop, per esempio, il mondo di gioco era il nostro mondo e l’ambientazione un futuro spostato avanti di vent’anni rispetto al presente. O meglio, in quel caso i futuri erano tre, ognuno dei quali delineato a partire da uno scenario che avevo creato basandomi su altrettante previsioni a un potenziale sviluppo delle Alpi, espresse in un articolo Werner Bätzing, il più importante esperto mondiale di questo territorio. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Come si creano i mondi? A partire da quella prima esperienza ho sviluppato il format e introdotto una seconda meccanica, ricavata anch’essa da un gioco progettato da Ben Robbins: [*In This World*](https://lamemage.com/inthisworld/?ref=flaviopintarelli.it). Scopo del gioco è la creazione collettiva di mondi immaginari. Per crearli i giocatori partono da un argomento ben definito: il matrimonio, il turismo, la religione, le forze dell’ordine o qualsiasi altro *topic* di questo genere. Dopo averlo scelto ne vengono individuati una serie di elementi, da cinque a sette. Partendo da questi elementi i giocatori creano una lista di dichiarazioni, da dieci a dodici, che descrivono in modo non controverso il modo in cui l’argomento di partenza funziona nel mondo in cui viviamo. A quel punto, uno dei giocatori, che si propone volontario, sceglie una di queste dichiarazioni e descrive in che modo essa è differente nel mondo immaginario che si sta andando a creare. In seguito sceglie altre due dichiarazioni che, al contrario, restano identiche. Segue una fase in cui gli altri giocatori sono liberi di fare lo stesso e, in più, di aggiungere un dettaglio a tutte le dichiarazioni già scelte per creare il mondo alternativo. Successivamente ogni giocatore può aggiungere un dettaglio e, alla fine, il primo giocatore descrive l’estetica del mondo e, collettivamente, gli si trova un nome. Attraverso queste meccaniche il processo di *worldbuilding* avviene introducendo piccole distorsioni nel modo in cui funziona il nostro mondo. Di distorsione in distorsione, dal mondo attuale ne viene generato uno che è simile e allo stesso tempo diverso da quello di partenza, come nel processo di divisione cellulare per meiosi. ## Come funzionano i miei workshop di worldbuilding e simulazione sociale. Ho sperimentato per la prima volta l’integrazione delle meccaniche di *In this world* e *Microscope* durante una versione beta di quello che è diventato il workshop di worldbuilding e simulazione sociale che ho facilitato durante [*Common Ground*](https://flaviopintarelli.it/2025/06/01/common-ground-retreat-san-martino-in-badia-bz-19-22-giugno/). Il risultato è stato sorprendente. Lo è stato perché ho fatto lavorare i partecipanti al *retreat* \- circa 40 persone - in tre differenti gruppi, definendo a priori i temi da cui partire per creare i mondo virtuali. I risultati ottenuti sono stati a tal punto coerenti da permettermi di integrare i tre diversi mondi creati, trattandoli come se fossero un unico mondo. Questo mi ha permesso ambientare al suo interno un’unico scenario narrativo che ha funzionato come cornice per la parte del workshop in cui ho accompagnato i partecipanti a simulare ed esplorare il mondo. In questa fase sono riuscito a usare i tre mondi creati come altrettanti periodi all’interno della linea del tempo che ha fatto da base alla simulazione e all’esplorazione del mondo, condotte attraverso le meccaniche di *Microscope*. Anche in questo caso, la cronologia è stata creata spostando l’ambientazione avanti di vent’anni rispetto al presente. In questo modo il mondo virtuale creato collettivamente diventa una variante probabile del nostro mondo ambientata nel futuro. Invitati a immaginare se stessi al suo interno grazie ad alcune meccaniche ricavate dal [lavoro di Jane Mc Gonigal](https://www.roiedizioni.it/prodotto/libri/immagina-jane-mcgonigal/?ref=flaviopintarelli.it), i partecipanti vivono così un’esperienza di simulazione di scenari futuri, muovendosi lungo le loro cronologie per tornare indietro verso il presente o proiettandosi ancora più avanti nel futuro stesso sella simulazione. A differenza di altri approcci alla futurologia, [su cui Silvio Lorusso ha scritto una critica stimolante](https://mailchi.mp/aaf77dd22044/hotpot-13-swiss-style-made-in-italy-6745983?e=46b018c230&ref=flaviopintarelli.it), il modo in cui ho integrato queste meccaniche permette ai partecipanti di sviluppare una visione retrospettiva più che una proiettiva. A essere importante qui non è tanto, o non solo, la capacità di immaginare come si svilupperà una tendenza quanto, piuttosto, capire come poter arrivare a costruire un mondo virtuale (se il mondo tende all’utopia) o come sopravvivere al suo interno (se il mondo tende alla distopia). ## Ruolo del curatore. Il workshop di cui ho descritto rapidamente il funzionamento utilizza meccaniche pensate per il gioco libero, che possono essere utilizzate per creare mondi di qualsiasi tipo. Per renderlo “significativo” rispetto alla realtà materiale è necessario introdurre un’istanza curatoriale che guidi l’attività. Questa istanza si esprime in due modi: scegliendo a priori i temi da cui i partecipanti partono per creare i loro mondo virtuale e selezionando dati e informazioni utili a fornire loro le informazioni e il contesto necessari per ancorare l’attività alle tensioni del presente. I mondi virtuali creati in questo modo mantengono così sempre ampi tratti di verosimiglianza, per quanto siano impregnati degli immaginari futuribili di chi partecipa al workshop. ## Conclusioni e *takeaways* del workshop. Dopo quasi un anno di lavoro su questo workshop ho oggi più chiari sia il processo di progettazione ed esecuzione che i *takeaways* che i partecipanti possono portarsi a casa da un’esperienza come questa. L’obiettivo da cui sono partito - liberare il tempo e lo spazio necessari per immaginare e simulare in modo libero soluzioni a problemi concreti - rimane, ma a esso si affianca un obiettivo secondario. Le meccaniche che utilizzo nel workshop sono basate su tecniche di racconto collettivo in cui il potere narrativo del singolo partecipante deve essere costantemente ceduto e negoziato con gli altri partecipanti. Il workshop diventa così anche un esercizio di mediazione delle proprie idee e delle proprie istanze che favorisce in singoli e gruppi di lavoro lo sviluppo di dinamiche collettive più efficaci e meno conflittuali. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Alcune cose che ho imparato collaborando con l’IA URL: https://flaviopintarelli.it/2025/07/06/alcune-cose-che-ho-imparato-collaborando-con-lia/ Last updated: 2025-07-06T18:49:19.000Z Approfondire il metodo di lavoro dello sparring strategico era uno dei miei obiettivi del 2025\. Per farlo, nel corso della primavera, ho accettato tre diversi lavori di consulenza che ho svolto lavorando in questo modo. Lo sparring strategico - o *strategic sparring partnership*, per essere precisi - è un approccio partecipativo alla consulenza, in cui il cliente e *strategist* lavorano insieme. Organizzato in sessioni periodiche - settimanali, bisettimanali o mensili in base alla rapidità con cui si vuole sviluppare il percorso - uno sparring strategico si svolge alternando fasi di intervista, dialogo, spiegazione e riformulazione sia orale che scritta. Il consulente smette così di essere un esecutore, ma diventa il partner di un confronto durante il quale il cliente partecipa in prima persona alla creazione della strategia. Prese in questo modo, le decisioni strategiche non sono solo condivise ma diventano il frutto di un lavoro collettivo, di cui lo *strategist* riveste sia il ruolodi facilitatore che quello di formatore. Tra *strategist* e cliente si crea infatti uno scambio reciproco di idee, informazioni e conoscenze che cementa i risultati del lavoro. Lavorare in questo modo può portare il consulente a contatto con aspetti della gestione di un’azienda che stanno alla periferia della sua sfera di competenze o, a volte, anche al di fuori di essa. Lavorando da solo ho pensato che avrebbe potuto essermi utile usare l’IA per avere un confronto sui risultati delle mie consulenze. Scegliendo di attivare il piano *plus* di chatGPT mi aspettavo di poter illuminare i coni d’ombra che i limiti delle mie conoscenze avrebbero inevitabilmente prodotto nel corso dei percorsi di sparring. Non è andata proprio in questo modo. Per quanto mi sia sforzato di fornire al modello il maggior numero possibile di informazioni, anche chiedendogli di dirmi di cosa aveva bisogno per darmi una risposta, i risultati che ottenevo restavano sempre piuttosto superficiali. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Non erano “cattivi” risultati o risultati sbagliati. Erano semplicemente mediocri, *mid*. Osservazioni sempre di buon senso, ma con una evidente qualità standard. Praticamente in nessun caso l’IA è stata in grado di offrirmi un’intuizione illuminante, capace di sciogliere un nodo fondamentale o anche solo di mostrarmi una via inedita per superare un ostacolo. Quando sono riuscito a farlo è stato sempre grazie alla mia capacità di ragionare e connettere tra loro pezzi di conoscenza di cui ero già in possesso. In questo, l’IA non mi ha aiutato e, forse, così almeno mi viene da pensare, è successo per due ragioni. La prima perché le mie aspettative non erano “realistiche”. Mi aspettavo dall’IA una capacità di ragionamento e di comprensione del contesto che, per la mia esperienza, non ha o non ha ancora sviluppato. La seconda perché l’IA è un potente strumento per capire rapidamente cose di cui non possiedi alcuna conoscenza. Se devo sostituire da solo il carburatore della mia auto, probabilmente chatGPT è il modo più rapido che ho a disposizione per capire come farlo senza rischiare. Al contrario, se devo ragionare su qualcosa che conosco abbastanza bene, come la strategia di marketing, il suo apporto come partner per il brainstorming è trascurabile. Quando non lo è utile per validare un’idea, per vederne le debolezze o i punti critici. Oppure per rifinire un output, in particolare di testo. In questi mesi ChatGPT si è rivelato un buon correttore di bozze. Partendo dai miei input ha saputo aiutarmi a migliorare i miei testi e, soprattutto, a stimolare la mia attenzione e capacità di renderli migliori fin dalla loro stesura. Per chi, come me, svolge una parte importante del proprio lavoro in modo indipendente è una risorsa utile. Non sostituisce il confronto con altre intelligenze umane, ma è senza dubbio comodo per velocizzare i processi di revisione e ottenere risultati di qualità più soddisfacente. E tu, come stai usando l'intelligenza artificiale? Se ti va, raccontamelo nei commenti. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Note sul ruolo di esperienza e intuizione nel marketing URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/29/note-sul-ruolo-di-esperienza-e-intuizione-nel-marketing/ Last updated: 2025-06-29T18:33:06.000Z Di recente ho ricevuto una critica. A proposito dei *copy* di un progetto a cui ho lavorato, una persona coinvolta mi ha detto che avrebbero potuto essere meno ispirazionali e più tangibili se li avessi scritti usando un set di *marketing personas* come base. Questa persona ha torto? Ovviamente no, la critica è costruttiva. Ma se li ho scritti in un certo modo c’è una ragione, anzi più di una. La prima ragione ha a che fare con la natura del progetto: una campagna di comunicazione per un’organizzazione che avevamo concordato di usare come leva per spingere il *rebranding* dell’organizzazione stessa. *Awareness* e conversione, per metterla in termini di *funnel*, hanno finito per coincidere. È una scelta inappuntabile sul piano strategico? Probabilmente no, ma era necessaria su quello operativo e tattico. È per questo motivo che io e il gruppo di lavoro a cui ho partecipato per questo progetto abbiamo optato per questa scelta. [Fare strategia significa adattare i propri obiettivi alle risorse a disposizione e utilizzarle al meglio](https://flaviopintarelli.it/2024/11/07/strategia-operativita-tattica-marketing/). Questo è senza dubbio uno dei *takeaway* più importanti che ho imparato nel corso della mia carriera. Ed è legato alla seconda ragione per cui abbiamo deciso di non dedicare del tempo alla creazione di un set di *personas*: non avevamo a disposizione risorse sufficienti per farlo. Le *marketing personas* sono infatti dei profili fittizi che rappresentano i tratti comuni dei segmenti di pubblico a cui si rivolge un’azione di marketing e comunicazione. Per far sì che questi profili siano significativi dal punto di vista statistico e perciò utili serve una rigorosa ricerca di mercato. Le ricerche di mercato sono fantastiche, ma hanno un difetto: costano soldi, tanti soldi. Certo, oggi è possibile recuperare dati significati attraverso attività di *desktop research*, Questo tipo di ricerche però non basta a sostituire una ricerca di mercato progettata con criterio. La profondità e la qualità dei risultati ottenuti tramite *desktop research* non è paragonabile a quella ottenuta da una ricerca di mercato ben progettata a partire da un *brief* preciso. Il *brief* è un elemento chiave. Lo è perché la sua presenza orienta la preparazione e i metodi della ricerca. Una ricerca di mercato risponde a un’esigenza precisa come un’intelligenza artificiale reagisce a un prompt: più è preciso migliore sarà il risultato. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Ma non si tratta solo di qualità. Il risultato stesso sarò orientato in base al *brief* e influenzato da esso. A queste considerazioni aggiungi il fatto che in passato avevamo già lavorato per altre organizzazioni attive nel settore ed ecco che la nostra scelta di non affidarci a della *marketing personas* appare più sfumata di quanto potesse sembrare all’inizio. Il gruppo di lavoro di cui ho fatto parte per questo progetto possedeva già una conoscenza del settore, dovuta alle sue precedenti esperienze. L’esperienza - e l’intuizione, ma ne parleremo dopo - è un fattore di cui si dovrebbe parlare di più e in modo più aperto nella divulgazione di marketing, perché riveste un ruolo chiave. Se non lo si fa è perché, almeno così la penso io, l’epistemologia della disciplina preferisce mettere l’attenzione sulla sua natura di processo scientifico fondato sui dati. Ma, come ho provato a mostrare in questo post, l’approccio *data driven* \- fondamentale, ci mancherebbe - non sempre è una strada che può essere percorsa in modo semplice. Ma quando questa via è accidentata è l’esperienza a fare da navigatore. Per farlo si appoggia sulla conoscenza pregressa delle persone coinvolte in un progetto. L’esperienza tuttavia si acquista con il tempo e, soprattutto, con la pratica. È per questo motivo che ha bisogno di essere affiancata dall’intuizione. L’intuizione è la capacità di cogliere aspetti della realtà affidandosi al proprio istinto e alla propria capacità di analisi. Ecco perché la capacità di restare connesso e a contatto con la cultura dell’epoca in cui vive è una caratteristica imprescindibile per chi si occupa di marketing e comunicazione. Quando non è possibile appoggiarsi ai dati, o quando i dati non sono sufficienti, esperienza e intuizione permettono di ridurre lo scarto e disegnare un quadro affidabile della realtà con cui prendere decisioni informate. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Breve meme triste URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/22/breve-meme-triste/ Last updated: 2025-06-22T18:45:03.000Z “Tu sai chi è Cappuccina Ballerina?” chiede la mia campagna a nostro figlio. “Sì,” le risponde “è Cappuccina Ballerina, tizio e caio ne parlano sempre”. Tizio e caio sono due compagni di figlio, di cui non farò il nome per rispetto della loro privacy. “Ok, ma che cos’è Cappuccina Ballerina” continua mia moglie. “È una persona? Un animale?” “È un personaggio” risponde figlio. “Perché gli chiedi dell’Italian brainrot?” intervengo io, divertito dallo scambio. “Tu sai che cos’è?” esclama mia moglie. “Beh sì, più o meno,” rispondo. “È un meme” e prendo il telefono per cercare [un pezzo de *L’indiscreto*](https://www.indiscreto.org/lestetica-memetica-del-brainrot-italiano/?ref=flaviopintarelli.it) che ne parla e che avevo visto scorrere nel feed senza leggerlo. Scopro così, grazie alle sponsorizzate di Google, che esiste un seti di carte da gioco collezionabili dell’Italian brainrot. Grazie alla magia dei cookie imparo anche che le carte possono essere raccolte in un album. Che l’album non è ideale per i collezionisti, perché rischia di rovinare le carte. Che esistono quattro diversi gradi di rarità e speciali carte orografiche. Scopro infine che ogni bustina di carte dell’Italian brainrot costa 2€. È in quell’istante che mi chiedo come debba sentirsi la persona che ha promptato Cappuccina Ballerina adesso che della sua opera d’arte AI si è appropriata un’azienda che con un costo irrisorio prova a fatturare e fare utili saccheggiando un meme dell’internet. Poi mi viene in mente che a un certo punto, negli anni’90, ad alcune celebri carte di *Magic The Gathering* cambiarono illustrazione e solo dopo qualche anno scoprii che il motivo di quel cambio erano le royalties che la *Wizard of the Coast* doveva pagare agli illustratori che le avevano realizzate. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Ed è allora che mi ricordo una scena meravigliosa di *The Wire*. Quella in cui D’Angelo Barksdale e i suoi ragazzi mangiano i nuggets del Mc e una delle formiche dice una cosa tipo “cazzo se sono buoni questi nuggets, dio benedica quello che li ha inventati. E l’altra formica gli risponde qualcosa come “quel figlio di puttana sarà miliardario”. E a quel punto D’Angelo interviene: > Nigger please.The man who invented that things just a sad ass down in basement at McDonalds. Nigga, please. The man who invented them things? Just some sad-ass down at the basement at McDonald's, thinkin' up some shit to make some money for the real players. Al che una delle due formiche gli fa: > Naw, man, that ain't right E D’Angelo replica: > Fuck "right." It ain't about right, it's about money. Now you think Ronald McDonald gonna go down in that basement and say, "Hey, Mista Nugget, you the bomb. We sellin' chicken faster than you can tear the bone out. So I'm gonna write my clowny-ass name on this fat-ass check for you"? \[...\] > > Man, the nigga who invented them things still workin' in the basement for regular wage, thinkin' up some shit to make the fries taste better or some shit like that. Believe. A quel punto non riesco a fare a meno di ridere. Rido perché penso che, da qualche parte, in questo preciso momento di una mattina qualsiasi di un qualunque sabato di inizio giugno, ci sia un D’Angelo che sta spiegando a due mocciosi seduti sulla panchina di un cortile che no, il figlio di puttana che ha promptato Cappuccina Ballerina non è ricco sfondato, ma lavora ancora in una cantina per lo stipendio base. Poi mi accorgo che la mia compagna mi sta guardando con la faccia con cui si guarda un coglione che ride da solo senza motivo e smetto di colpo. “Scusa,” le dico “mi è andato in pappa il cervello per un secondo.” ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Le frontiere belliche dell’intelligenza artificiale" su Guerre di Rete URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/15/le-frontiere-belliche-dellintelligenza-artificiale-su-guerre-di-rete/ Last updated: 2025-06-15T18:43:21.000Z Girarci intorno è impossibile. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia e quella di Gaza da parte di Israele, con il conseguente genocidio della popolazione palestinese, hanno determinato una vertiginosa accelerazione nello sviluppo delle tecnologie belliche. Al centro di questo sviluppo ci sono la robotica e l'intelligenza artificiale. Due campi convergenti, perché la prima rappresenta il naturale orizzonte di espansione della seconda, in accordo con la sue genealogia che affonda nel pensiero cibernetico. Il vibrante ecosistema tecnologico di entrambi i paesi ha permesso a Ucraina e Israele di diventare i laboratori in cui si sta mettendo a punto il presente e il futuro della guerra. Nel pezzo pubblicato su Guerre di Rete, il terzo su questo argomento accettato dalla redazione negli ultimi dodici mesi, analizzo in particolare le applicazioni IA ucraine per i sistemi bellici di comando e controllo. La logica dei *big data* applicata alle operazioni militari mette a disposizione delle catene di comando enormi quantità di informazione. In questo contesto l'intelligenza artificiale è fondamentale per poter prendere decisioni informate, capaci di tenere il passo dell'evoluzione degli eventi. La disponibilità di dati e informazione accelera il ritmo delle operazioni e l'interazione uomo-macchina diventa così la soluzione a questo nuovo ambiente. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! La guerra presente e futura si delinea perciò come un'attività in cui la tecnologia si appresta a svolgere un ruolo sempre più centrale e importante. Se questo avanzamento la porterà a diventare un'attore strategico autonomo o se il suo ruolo resterà quello di un moltiplicatore di forze è una differenza non ancora chiara, attraverso cui passano problematiche decisive. Mi pare scontato che sistemi robotici e di intelligenza artificiale sviluppati per uso bellico finiranno per transitare in contesti civili. Capirne oggi lo sviluppo è un modo per iniziare a immaginare come ridurne gli impatti più pericolosi domani. > La dinamica industria tecnologica ucraina e l’aggressione russa sono perciò alla base del rapido sviluppo che le più avanzate tecnologie militari stanno vivendo nel corso di questo conflitto. Un’accelerazione che sta determinando il modo in cui verranno combattute le guerre del futuro. > L’invasione ha avuto dunque come effetto indesiderato quello di fare da volano all’industria militare ucraina che, oggi, è una delle più innovative al mondo. [Le frontiere belliche dell’intelligenza artificiale - Guerre di ReteL’invasione dell’Ucraina e il suo ecosistema tecnologico hanno creato le condizioni per lo sviluppo di sistemi militari di intelligenza artificiale che stanno cambiando il volto della guerra presente e futura.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-GuerrediRete_fav-270x270-1.png)Guerre di ReteFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/The_Ukrainian_drone_R18_Aerorozvidka_1.jpg)](https://www.guerredirete.it/le-frontiere-belliche-dellintelligenza-artificiale/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Le frontiere belliche dell’intelligenza artificiale" su Guerre di Rete. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Montagne che franano URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/15/montagne-che-franano/ Last updated: 2025-06-15T18:25:59.000Z C’è una serie di immagini che in queste settimane continua a tornare nei feed dei social network. Sono le immagini della [frana del ghiacciaio del Birch](https://www.ilpost.it/flashes/crollo-ghiacciaio-birch-svizzera/?homepagePosition=2?utm%5Fmedium%3Dsocial&sfnsn=scwspwa&ref=flaviopintarelli.it), nella Svizzera meridionale, che hanno suscitato e continuano a suscitare grande impressione. Nonostante le autorità si aspettassero il crollo, l’entità della frana è stata impressionante: lo spostamento di materiale ha generato una scossa sismica di magnitudo 3.1 e Blatten, il paese ai piedi del ghiacciaio, è stato letteralmente spazzato via. Nessun edificio ha potuto resistere alla forza con cui gli oltre 9 milioni di tonnellate di detriti hanno seppellito il paese, i cui 300 abitanti erano già stati evacuati da una decina di giorni. Non è la prima volta in cui le immagini di un ghiacciaio che crolla circolano nella mediasfera, generando un forte impatto sull’immaginario collettivo delle persone. Era già accaduto nel 2022, in occasione del [distacco di un seracco di ghiaccio dal corpo della Marmolada](https://flaviopintarelli.it/2022/07/25/marmolada-of-madness-su-not/), che era costato la vita a una decina di escursionisti. Le elevate temperature di quei giorni avevano sottolineato, probabilmente per la prima volta, un evidente nesso di causa tra la frana e il riscaldamento globale di origine antropica di cui per molto tempo era stato complesso localizzare gli effetti. ![Tre figure umane si ritirano da una valanga in un paesaggio montano. Una valanga sulle Alpi, dipinto diPhilippe Jacques de Loutherbourg.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/05/Philippe-Jacques--de-Loutherbourg---Una-valanga-sulle-Alpi.jpg) Philippe Jacques de Loutherbourg - **Una valanga sulle Alpi.* Il modo in cui gli effetti del riscaldamento globale stanno diventando sempre più riconoscibili nella realtà materiale crea la consapevolezza che il paesaggio non sia un elemento dato, ma qualcosa di vivo e suscettibile di essere modificato. Ciò che rende perturbante questa consapevolezza è che le modifiche in atto non sembrano dettate da una volontà umana. Sono invece imposte da forze imperscrutabili, che travalicano la nostra percezione e capacità di comprensione. Questo è vero soprattutto per gli spazi di montagna [la cui volubilità è oggetto di un attenzione crescente da parte dell’opinione pubblica](https://www.vita.it/alpi-il-crollo-del-ghiacciaio-svizzero-e-un-campanello-dallarme/?ref=flaviopintarelli.it). Tuttavia non si tratta di una novità. L’instabilità della montagna fu una delle prime caratteristiche a colpire gli intellettuali illuministi quando si dedicarono alla scoperta delle Alpi intorno alla metà del Settecento. Visto dalla pianura, lo spazio alpino appariva monolitico e immutabile, ma quando veniva osservato da vicino rivelava caratteri opposti. Frane, crolli e smottamenti ridisegnavano di continuo la struttura del paesaggio alpino, di cui anche le condizioni meteorologiche erano soggette a una costante instabilità. Infatti il tempo, in montagna, può cambiare rapidamente da un momento all’altro e, muovendosi in verticale nello spazio, è possibile incontrare condizioni climatiche anche molto diverse tra loro. Nelle vallate alpine il clima temperato dei fondovalle può convivere contemporaneamente con quello rigido delle vette. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Queste qualità del paesaggio influenzarono profondamente l’immaginazione di scienziati e artisti, che iniziarono così una vasta produzione di immagini da cui, col tempo, prese vita l’immaginario che ancora oggi costruisce il nostro sguardo sulle Alpi e le montagne. All’interno di questo repertorio, quelle della valanga e della frana furono una coppia d’immagini che godette di un certa fortuna. In queste raffigurazioni trovava spazio la forza travolgente della montagna che, messa a confronto con la limitatezza dell’uomo, si stagliava in tutta la sua incommensurabile potenza. Ne è un esempio il dipinto *Una valanga sulle Alpi*, del pittore francesce Philip James de Loutherbourg. Sorpreso dalla furia della valanga, un piccolo gruppo di figure umane è colto dall’artista nel gesto di ritirarsi in preda al terrore di fronte alla slavina che si schianta rovinosamente pochi metri di fronte a loro, accecandole coi suoi algidi bagliori che, come folgori, diradano per un istante l’oscurità che avvolge la montagna. Nel quadro Böcklin coglie la dimensione cosmica e terrificante di una natura fuori scala, che riempie d’orrore il cuore dell’uomo semplicemente dandosi senza alcun limite. A quell’orrore, la cultura dell’epoca rispondeva attraverso l’articolazione del sentimento del sublime. Ovvero attraverso la consapevolezza che, collocando l’uomo a distanza di sicurezza dalla natura, le sue manifestazioni più estreme e pericolose potevano essere godute come uno spettacolo. Il *Viandante davanti al mare di nebbia* di Friedrich altro non è che una figura di cornice che costruisce per lo spettatore la distanza di sicurezza di cui ha bisogno per poter contemplare la natura senza per questo doversi sentire parte di essa. ![Un uomo su una roccia di fronte a un paesaggio con la nebbia.Caspar. Viandante sul mare di nebbia, dipinto di Caspar David Friedrich ](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/05/Caspar-David-Friedrich---Viandante-sul-mare-di-nebbia.jpg) Caspar David Friedrich - **Viandante sul mare di nebbia.* Mediato da un immaginario costruito attraverso gesti di appropriazione di natura coloniale, il paesaggio alpino ci è apparso stabile per oltre duecento anni. Ma quella stabilità non era altro che un’illusione, una parentesi che si sta chiudendo per effetto dell’impatto che la nostra presenza ha sul mondo che ci circonda. I segni del riscaldamento globale che agiscono sullo spazio alpino non ci ricordano solo che il paesaggio di montagna è per sua natura instabile, in variazione costante; ci dicono anche che siamo noi a causare quella instabilità. Tale consapevolezza sembra annullare la distanza tra l’uomo e la natura costruita attraverso il sentimento del sublime lasciandoci privi di strumenti adeguati per pensare questo annullamento. Servirebbe, [mi è già capitato di scriverlo e lo scriverò ancora](https://flaviopintarelli.it/2024/12/03/note-sulla-dissoluzione-dellimmaginario-alpino/), un sentimento nuovo per sopravvivere alle sfide di un’epoca di orrori cosmici che si materializzano tutto intorno a noi. Per farlo è di un antisublime che abbiamo bisogno. Un pensiero in grado di ridurre la distanza di sicurezza che abbiamo creato di fronte alla natura e ci aiuti ad andarle incontro, tornando a pensarci come elemento di un insieme di cui facciamo parte senza godere di alcun privilegio particolare rispetto a tutte le altre forme di vita. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Simulacri Digitali" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/08/simulacri-digitali-su-il-tascabile/ Last updated: 2025-06-08T18:13:41.000Z La tecnologia sembra seguire una traiettoria di crescita impetuosa e inarrestabile. Ma rispetto a dieci anni fa, quando era evidente che le piattaforme di social networking rappresentavano la punta più avanzata dello sviluppo della cultura digitale, il panorama tecnologico oggi appare più confuso. Metaverso, intelligenza artificiale, web3, impianti neurali sono solo alcune delle innovazioni più chiacchierate degli ultimi anni. Non è facile capire quali di esse abbiano davvero il potenziale necessario per produrre un cambiamento della stessa magnitudo di quello generato dalle piattaforme di social networking e dal web prima di loro. Per farlo, infatti, è necessario destreggiarsi attraverso una fitta rete di narrazioni dal carattere propagandistico, funzionale soprattutto ad accrescere il valore finanziario delle aziende tecnologiche attraverso la gestione dei loro cicli di *hype*. È questa una delle tesi che regge *Simulacri Digitali*, l'ultimo libro di uno dei più affermati giornalisti *tech* italiani: Andrea Daniele Signorelli. La cui analisi del panorama tecnologico non si limita a evidenziare il concatenamento tra tecnologia, finanza e narrazione che contribuisce ai meccanismi capitalisti di creazione del valore ma arriva ad affermare che questi meccanismi stanno abolendo la realtà per sostituirla con una sua simulazione. Una tesi forte (e controversa!) che prova a inquadrare la fase storica che stiamo vivendo attraverso la lente di uno dei più importanti pensatori postmoderni: Jean Baudrillard. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Osservata da questo angolo di visuale, la narrazione perpetrata dalle *Big Tech* assumerebbe una natura simulacrale perché il racconto delle capacità delle tecnologie da esse sviluppate avrebbe meno a che fare con la descrizione di ciò che sono in grado di fare e più con la costruzione di un futuro in grado di retroagire sul presente per influenzarlo dal punto di vista economico e politico. Allo stesso tempo, secondo Signorelli, anche l'esperienza che queste tecnologie apparecchiano per i loro utenti avrebbe una natura simili, sostituendo la realtà con una sorta di iperrealtà, dove l'esperienza perde ogni riferimento che non sia se stessa o la narrazione di se stessa. Questa parte speculativa e probabilmente la meno solida e convincente del libro. Lo è perché fatica a definire con precisione le differenze che, sul piano filosofico, corrono tra concetti scivolosi come quello di reale e di realtà, usati spesso come sinonimi ma dotati di una loro specificità e autonomia che avrebbe necessitato di maggior profondità per essere dipanata. Molto più fruttuosa risulta invece la parte "cronachistica" del saggio perché ci ricorda, ancora una volta, a distinguere tra la portata reale delle tecnologie e il racconto che di essa ci fanno gli attori che sul controllo della tecnologia stanno costruendo una nuova forma di accumulazione. Se c'è una questione profondamente politica rispetto alla questione della tecnologica contemporanea mi pare sia proprio questa, e in modo incontrovertibile. > Quello che va invece sottolineato è a cosa sia funzionale la narrazione del futuro che, attraverso la produzione costante di storie, gli apparati di propaganda delle grandi aziende tecnologiche distillano da questo sostrato ideologico, ovvero la sua capacità di retroagire sul presente determinandolo. > Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro effetti, a dispetto della retorica, sono tutt'altro che immaginari. > Più una tecnologia viene raccontata come capace di risolvere i problemi dell’umanità su una scala e con un impatto di dimensione storica, più sarà probabile che questa tecnologia riuscirà a prevalere sulle altre tecnologie concorrenti nella competizione per assicurarsi risorse, materiali e finanziarie, per potersi sviluppare ulteriormente. [Simulacri digitali di Andrea Daniele SignorelliLe recensioni del Tascabile![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-3.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Simulacri-digitali1.jpg)](https://www.iltascabile.com/recensioni/simulacri-digitali-andrea-daniele-signorelli/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Simulacri Digitali" su Il Tascabile. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Common Ground Retreat - San Martino in Badia (Bz) 19-22 Giugno URL: https://flaviopintarelli.it/2025/06/01/common-ground-retreat-san-martino-in-badia-bz-19-22-giugno/ Last updated: 2025-07-10T08:41:07.000Z A cavallo del solstizio d'estate terrò un workshop di *worldbuilding* e simulazione sociale. Se mi segui da un po' saprai che non è la prima volta. Lo [scorso anno](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/) ne avevo tenuto uno a Vezzano, vicino a Trento, e [avevo anche scritto](https://flaviopintarelli.it/2025/01/03/2024-un-anno-nel-retrovisore/) che quest'anno avrei voluto approfondire quell'esperienza sul piano teorico e pratico. Bene, l'ho fatto. In che modo l'ho fatto te lo spiegherò in un altro momento. Quello che devi sapere ora è che il workshop a cui sto lavorando farà parte del programma di *Common Ground*. ## Che cos'è *Common Ground*? È un *happening* in due parti organizzato da [Museion Art Club](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/). La prima parte dell'attività, un ritiro rurale, si svolgerà dal 19 al 22 giugno alla Ütia de Pütia, un rifugio situato nel comune di San Martino in Badia, in località Passo delle Erbe. È in questo contesto che avrà luogo il *workshop* che sono stato invitato a facilitare. [COMMON GROUND - Museion![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-4.png)Museion![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/preview_3.png)](https://www.museion.it/en/events/10861-common-ground?ref=flaviopintarelli.it) Per partecipare o saperne di più a proposito di **Common Gorund* clicca qui sopra ⤴️ ## Come funziona il tuo *workshop*? La prima cosa che devi sapere è che si svolge in due diversi momenti del ritiro: la mattina del 20 giugno e quella del 22 giugno. Durante la prima sessione, i partecipanti al *workshop* collaboreranno insieme per costruire una serie di mondi alternativi partendo da argomenti legati ai temi del ritiro: l'agricoltura di montagna, il retaggio delle culture alpine, il nostro rapporto con la natura. In questa parte dell'attività utilizzo le meccaniche di *In This World*, un gioco di ruolo narrativo, creato da Ben Robbins, in cui si costruisce collettivamente un mondo alternativo, distorcendo quello attuale fino a modificarlo in modo radicale. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Nella seconda parte dell'attività, invece, i partecipanti verranno accompagnati nella simulazione dei mondi creati nella prima sessione. Lo faranno usando ancora meccaniche di gioco di ruolo narrativo tratte da un altro gioco di Ben Robbins (*love u Ben!*): *Microscope*. Queste meccaniche prevedono la compilazione collettiva di una linea del tempo come forma di esplorazione dei mondi alternativi. Per rendere queste meccaniche più efficaci le ho ibridate con alcuni elementi di simulazione sociale che ho tratto dal lavoro di Jane Mc Gonigal. *Last but not least*, insieme ai curatori abbiamo deciso che l'estetica dei mondi che creeremo e simuleremo nel *workshop* sarà il solar punk. Solar punk alpino e femminista. Non farmi dire altro 🤯 Questo è più o meno tutto quello che ti serve capire adesso. Ma anche a questi aspetti dedicherò un post di approfondimento, quindi resta connesso. ## A cosa serve il tuo workshop? Ottima domanda, si vede che sei un tipo sveglio. Quando propongo questa attività in contesti *corporate* mi piace dire che serve a: pensare fuori dagli schemi, riconoscere i segnali di cambiamento, collaborare in modo efficace, risolvere problemi complessi, indicare agli altri la via da seguire. Tutte cose che accadranno anche durante *Common Ground* ma, visto il contesto, vorrei accentuare di più la natura ludica del *workshop* e lavorare di più sui principi della narrazione collettiva. ## Tutto molto bello, ma io non ho 4 giorni e 3 notti a disposizione. Lo capisco. Se proprio non puoi partecipare al ritiro sappi che la sera del 21 *Common Ground* celebrerà il solstizio d'estate. La festa è aperta a tuttə, io dovrei esserci e per sapere come si svolgerà clicca sul link che ho lasciato sopra. ![Locandina Common Ground.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/05/Common-Ground---Locandina.png) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ## ### Distorsioni da cui nascono mondi URL: https://flaviopintarelli.it/2025/05/25/distorsioni-da-cui-nascono-mondi/ Last updated: 2025-05-25T18:53:51.000Z 📣 Ho potuto leggere il romanzo di cui parlo in questo post grazie all'ufficio stampa di Nutrimenti Edizioni che me lo ha gentilmente proposto e inviato. Da qualche mese mi sono messo a pasticciare con i mondi, la possibilità di crearli e quella di usare l'immaginazione delle persone per esplorarli ed entrare in contatto con situazioni e idee complesse da pensare nella quotidianità. Addentrandomi nel mondo dei mondi ho scoperto una cosa: basta cambiare un dettaglio - anche minuscolo - del nostro mondo per generare una distorsione dall'enorme potere immaginativo. È questo, per esempio, il principio alla base di [*In this world*](https://www.kickstarter.com/projects/lamemage/in-this-world?ref=flaviopintarelli.it), un gioco di ruolo narrativo creato da Ben Robbins le cui meccaniche su cui sto modellando i [workshop di *worldbuilding* e simulazione sociale](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/) alla cui messa a punto sto lavorando quasi un anno. Lo stesso principio si ritrova nell'arte della narrazione. Matteo De Giuli, a proposito della scrittura di Ursula K. Le Guin, [in un numero di Medusa uscito alla fine di marzo](https://medusanewsletter.substack.com/p/ambigua?publication%5Fid=650105&post%5Fid=159925778&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true) scrive che l'autrice "costruiva mondi paralleli come specchi deformanti, strumenti per mettere alla prova, per quanto possibile, le crepe del presente" e che la sua pratica era "un gioco di minime variazioni e conseguenze imprevedibili, come accade nei sogni, quando un dettaglio fuori posto è sufficiente a rendere estraneo e nuovo tutto il resto." Una minima variazione di questo tipo è alla base de [*Il signore delle acque*](https://www.nutrimenti.net/libro/narrativa/narrativa-greenwich/greenwich-extra/il-signore-delle-acque/?ref=flaviopintarelli.it), romanzo di Giuseppe Zucco uscito qualche mese fa nella collana Greenwich Extra di Nutrimenti Edizioni, il cui intreccio è tessuto intorno a una versione del nostro mondo in cui la pioggia ha smesso di cadere per accumularsi in cielo. > Ecco dov'era finita la pioggia che non pioveva da mesi - e lì per lì venni a sapere che invece di cadere giù, com'era naturale, accumulandosi inspiegabilmente, si era bloccata lassù, allagando il cielo, e ora gravitava sulle nostre teste come un mare d'acqua dolce arricciato dalle onde. > Allora, sbiancando e poi riprendendo colore, perché il televisore mi restituì un'immagine pulita e pacificata di quella cosa che montava nel cielo, che era tanto terribile ma anche così bella da guardare, io avrei voluto dire a mio padre e a mia madre che era proprio questo ciò che avevo visto làfuori con gli altri bambini, costringedomi a una ritirata vergognosa dentro casa, ma il giornalista che conduceva la diretta, con una vocina tutta uno squittio, disse incredibile, disse non può essere, disse Dio abbia pietà di noi, e così mi levò ogni parola di bocca. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! A descrivere la scena è il protagonista del romanzo, un bambino attraverso i cui occhi l'autore ci mostra il modo in cui questa distorsione mette in crisi in modo radicale i presupposti su cui si fonda la realtà condivisa. La pressione esercitata dall'acqua gravante agisce con forza su tutti i rapporti, sociali e familiari, sciogliendoli e ricostruendoli in modo inaspettato e violento. È proprio nella descrizione di questo processo di dissoluzione e ristrutturazione delle strutture della società e della famiglia che il *worldbuilding* di Zucco dimostra di aver appreso al meglio sia la lezione di Ballard che quella del Golding de *Il signore delle mosche*, di cui il titolo del romanzo è un'evidente citazione diretta. Entrambi gli autori, infatti, padroneggiano la capacità di mostrare come anche variazioni minime nei modi in cui diamo per assodato che il nostro mondo funzioni abbiano un potere enorme: quello di riverberare a tal punto in profondità da permettere la nascita di un mondo virtuale che si separa da quello attuale in modo assai simile a quello in cui una cellula dà origine a un'altra per divisione. Visto da questa prospettiva, il processo di *worldbuilding* può diventare la base di un esperimento mentale: concentrare lo sviluppo più probabile della nostra linea del tempo in un singolo punto dove modificarne uno o più dettagli per poi tornare a prolungare ed esplorare le linee del tempo di infiniti futuri divergenti il cui grado di aderenza alla realtà può spaziare dal verosimile al fantascientifico. In questo senso, la soluzione seguita da Zucco è particolarmente interessante, perché la linea del tempo che dipana a partire dal suo innesco narrativo oscilla continuamente tra un polo e l'altro dello spettro. *Il signore delle acque* è dunque un romanzo sospeso tra due possibilità: la distopia ambientale come scenario e la caduta nell'arbitrio della violenza che emerge dalle crisi attraverso cui stiamo navigando in quest'epoca di cambiamenti opachi e convulsi. Il worldbuilding ci aiuta a esplorare futuri possibili, aprendo uno spazio mentale di tempo nel quale immaginare alternative concrete al presente a cui proviamo a sopravvivere. Il modo in cui il romanzo di Giuseppe Zucco elabora queste tensioni dimostra ancora una volta che la letteratura è una forma espressiva fondamentale con cui costruire il futuro che ci attende. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Overturism, remigrazione, Todesmarch - La turbolenza #4 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/05/18/overturism-remigrazione-todesmarch/ Last updated: 2025-05-21T07:05:57.000Z I protagonisti della scena sono un gruppo di ragazzi, ognuno di loro indossa un passamontagna bianco e rosso. Passeggiano in un bosco, si allenano, fanno il bagno in un torrente, leggono. Poi si mettono in posa, il bosco sullo sfondo; quello al centro dell’inquadratura rompe la quarta parete e, rivolgendosi alla videocamera, esorta lo spettatore con una *call to action*: *werde aktiv*, sii attivo. Sullo schermo appare un logo: il profilo di due montagne sormontate da una fiamma che arde. Sotto al pittogramma una scritta. *Junge Aktion*. Nella *caption* pubblicata su Instagram, Tik Tok e Telegram, il gruppo si definisce: “la punta di lancia della gioventù fedele in Alto Adige. Una gioventù che non abbandona il proprio territorio. Organizzati, disciplinati e attivi - ci riprendiamo la nostra terra!” > Wir sind die Speerspitze der volkstreuen Jugend in Südtirol. Eine Jugend, dir ihr Land nicht aufgibt. Wir sind organisiert, diszipliniert und aktiv – und wir holen uns unser Land zurück! Il video è datato dodici aprile e dura trenta secondi, che sono sufficienti a garantire immediata notorietà ai suoi autori. A riprenderlo, non più tardi di un paio di giorni dopo la sua pubblicazione, è la testata locale *Tageszeitung* che, per prima, fa scattare l’allarme a proposito di questo nuovo gruppo di estrema destra; a stretto giro, la seguono tutte le altre testate altoatesine. Il sedici aprile, i canali di Junge Aktion si attivano una seconda volta e riprendono la prima pagina che la *Tageszeitung* ha dedicato al video. Nel farlo evidenziano il risalto, ampio, che viene dato a quel contenuto che, a loro dire, è innocuo e lo mettono a confronto con la notizia di un omicidio perpetrato da uno “straniero”, a cui viene dedicata la spalla della pagina. L’accusa è piuttosto esplicita: i media si comportano in modo ipocrita coccolando i criminali per criminalizzare un gruppo di ragazzi che amano stare all’aria aperta. Passano altri cinque giorni e il gruppo torna a pubblicare sui suoi canali, diffondendo un secondo video, che si apre con l’immagine di un ragazzo seduto in un bosco, lo stesso in cui era ambientato il primo. Il ragazzo indossa ancora l’ormai iconico passamontagna bianco e rosso, ha in mano qualcosa ma non possiamo capire cosa, perché l’oggetto è *blurrato*; a giudicare dalla posizione del corpo potrebbe essere qualcosa che si legge: un tablet, un cellulare forse. Quando si accorge della presenza della videocamera il ragazzo stacca gli occhi dall’oggetto che ha in mano e guarda in macchina. “Attenzione” dice “non hai sentito? Questo bosco è pericoloso, ci sono degli estremisti di destra.” Il video stacca e per qualche secondo si vedono [le immagini di un celebre meme](https://www.youtube.com/watch?v=y4dNgAyCJb0&ref=flaviopintarelli.it). L’inquadratura ritorna sul ragazzo. Adesso non è più seduto sull’erba. È in piedi, ripreso a mezzobusto, come se stesse per fare una dichiarazione; ed è proprio allora che inizia a parlare. Il ragazzo si toglie il passamontagna e si presenta, si chiama Martin e fa parte di *Junge Aktion*, un gruppo di ragazzi contro cui i media si sono scatenati in una caccia alle streghe, presentandoli come un gruppo di estremisti di destra, pericolosi a tal punto da averli paragonati ai terroristi dello Stato Islamico. Ma la verità, continua Martin, è assai diversa. I ragazzi di *Junge Aktion* sono pacifici, sportivi e patriottici. Distanti dall’immagine pericolosa che i media hanno provato a cucire loro addosso, per bocca di Martin questi ragazzi si domandano come mai radio, tv e giornali non mettano la stessa attenzione per parlare di turismo di massa (che svende la *Heimat*), di immigrazione o di bassi salari, criminalizzando chi fa dell’amor di patria un valore. È per questo motivo che, chiudendo il video, Martin esorta lo spettatore a pensare con la sua testa e lo invita a restare in contatto con il gruppo seguendone i canali social. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Così si conclude il lancio di *Junge Aktion*; un’operazione di comunicazione tutto sommato ben orchestrata, i cui protagonisti sono stati capaci di utilizzare i riflessi condizionati dei media mainstream per farsi conoscere rapidamente dalla loro nicchia di pubblico. I più di millecinquecento follower guadagnati su Instagram con solo tre post potrebbero sembrare risibili ma non lo sono. Come chiunque lavori coi social può confermare, raccogliere follower in modo organico è un lavoro lungo che richiede tempo e costanza anche quando ci si rivolge alla nicchia di un bacino di utenza tutt’altro che ampio come fa *Junge Aktion*. Sono perciò convinto che, nell’arco di poche settimane, ogni giovane disposto a simpatizzare o a partecipare alle iniziative del gruppo oggi ne conosce l’esistenza e così anche i responsabili dei partiti di area, che ora sanno di avere dei potenziali interlocutori attraverso cui entrare in contatto con l’universo giovanile. Di questa operazione però non mi colpiscono solo gli aspetti tecnici di comunicazione ma anche i contenuti, uno in particolare. Infatti è la prima volta che vedo una realtà di estrema destra stigmatizzare il fenomeno del turismo di massa. Non che la cosa mi stupisca, il turista non è altro che una diversa incarnazione dello straniero che con gli immigrati condivide la qualità di invasore del territorio ma è diverso da loro perché si colloca al lato opposto dello spettro della ricchezza. Nella narrazione di destra, il migrante rappresenta il selvaggio colpevole di far tornare la civiltà alla dimensione ferina dell’esistenza e, allo stesso tempo, il soldato dell’esercito industriale di riserva che ruba il lavoro agli autoctoni. Il turista incarna invece l’immagine dell’élite globalista e cosmopolita che costringe i locali a svendere il proprio territorio ma anche l’altro che non solo ne ignora i codici ma può anche permettersi di violarli grazie alla sua natura di ospite pagante ed estemporaneo. Le due figure si sorreggono a vicenda in una narrazione coerente: lo straniero lavora, il turista consuma. Entrambi minacciano l’ordine locale. Più precisamente, se il turismo ha una dimensione industriale e di massa per poterlo sostenere serve immigrare forza lavoro straniera. Svolgendo le proprie mansioni ad un costo più basso, la forza lavoro immigrata spinge progressivamente fuori dal mercato la forza lavoro locale e la lascia così esposta agli effetti della gentrificazione operata dal turismo di massa, costringendola ad abbandonare la propria *heimat*. Non è la prima volta che questa paura viene agitata dalla destra sudtirolese. Pur senza un esplicito riferimento al turismo come forza disgregatrice, lo aveva già fatto un personaggio di rilievo della destra sudtirolese: Jürgen Wirth Anderlan. [In un comunicato pubblicato alla fine di marzo](https://www.ildolomiti.it/politica/2025/siamo-stranieri-in-casa-nostra-anderlan-grida-alla-fine-dellalto-adige-degli-altoatesini-colpa-dei-troppi-immigrati-lo-storico-obermair-propaganda-oscena?ref=flaviopintarelli.it), Anderlan aveva utilizzato il termine *Todesmarch* per commentare i dati Astat secondo cui la popolazione altoatesina di lingua tedesca era calata dal 62% del 2011 al 57,6% del 2025. Coniato durante il periodo nazista per riferirsi alle deportazioni nei lager e nei campi di concentramento, il termine *Todesmarsch*, alla lettera“marcia della morte”, era stato utilizzato anche nel 1953, quando Michael Gamper lo aveva usato per denunciare l’italianizzazione forzata del territorio altoatesino. Di questo termine Andrelan fa un uso spregiudicato, perché lo usa per evocare nel presente un passato con cui non esiste alcun paragone possibile e lo fa per attivare l’idea di “remigrazione” che è uno dei cavalli di battaglia della destra contemporanea. Attraversando la turbolenza, incontriamo ancora una volta quelle “idee senza parole” che, secondo Furio Jesi, sono alla base della cultura di destra che resuscitano meme morti per innestarli su meme vivissimi, creando ibridi ideologici che parlano in silenzio e fanno paura, proprio perché non sembrano farlo. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) --- ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Cose che mi capitano quando faccio il papà URL: https://flaviopintarelli.it/2025/05/11/cose-che-mi-capitano-quando-faccio-il-papa/ Last updated: 2025-05-11T18:06:47.000Z Piove. Sono chiuso in macchina. Sirio, mio figlio, dorme nel seggiolino. È Pasquetta e devo ingannare il tempo, aspettando che si svegli per raggiungere gli amici che stanno pranzando nel ristorante davanti a cui siamo parcheggiati. Prendo il telefono. Mi sono ricordato che un paio di giorni prima è uscito un episodio di *Blackbird Spyplane* che mi aveva incuriosito. C'è un monte di motivi per cui [*Blackbird Spyplane*](https://www.blackbirdspyplane.com/?ref=flaviopintarelli.it) è una delle mie newsletter preferite. Primo; il *tone of voice è* incredibile. Così vivo, vibrante di slang ma allo stesso tempo diretto, personale, empatico, con quel vezzo di aggiungere tra parentesi il nome dell'autore dopo ogni prima persona singolare che garantisce il giusto equilibrio tra la voglia di guardati negli occhi e la necessità di accreditare chi parla; perché sì, *Blackbird Spyplane* è una newsletter scritta da due persone - Erin e Jonah - e nonostante questo riesce a parlare sempre in modo così coerente da rendere difficile capire chi dei due sta scrivendo se non te lo dicessero in quel modo così delizioso. Secondo; parla di moda. Anzi, parla di stile ovvero del modo in cui una persona può interpretare la moda per esprimere il proprio gusto personale e la propria personalità. E per me lo stile è una cosa importante, perché vengo dalle sottoculture e nelle sottoculture lo stile è una cosa fondamentale. Se negli ultimi anni mi è venuta una certa voglia di swaggare penso sia anche per merito dei *personal essay* di Blackbird Spyplane. Terzo; non parla solo di moda. Parla anche di musica, di cinema, di arte, di viaggi; in una parola *Blackbird Spyplane* parla di cultura. Leggendola ho scoperto artisti, musicisti, film, album, registi ma anche brand e negozi di abbigliamento. Insomma, non è solo divertente da leggere ma è pure utile per allargare un po' gli orizzonti. Quarto; si chiama come uno dei più incredibili aeroplani della storia. Il Lockheed SR 71 Blackbird è un aereo spia statunitense capace di volare a mach 3.2 che è stato in servizio durante la Guerra Fredda (dal 1966 fino all'anno della caduta del muro di Berlino). Per la mia personalità di ragazzino nerd delle scuole medie è qualcosa di irresistibile. Scrollo il feed di Gmail e trovo quello che stavo cercando. La newsletter si intitola: [*The 24-minute movie of the year*](https://www.blackbirdspyplane.com/p/bobby-de-keyzer-interview-bobcbc-the-24-minute-movie-of-the-year?publication%5Fid=41573&post%5Fid=161467236&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true&ref=flaviopintarelli.it)*.* Come premessa suona altisonante, ma leggendo il pezzo non l'ho trovato fuori contesto. Il film cui si riferisce l'oggetto della mail è [*BOBCBC*](https://www.youtube.com/watch?v=nCX0Qx6CWsU&t=3s&ref=flaviopintarelli.it), un video di skate diretto da Toma Morrison, che ha come protagonista lo skateboarder Bobby De Keyzer. Se non lo sai, lo skateboarding è una delle mie passioni, [ci ho anche scritto un libro](https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/). Quindi mettiti nei miei panni e prova a pensare a cosa ho provato quando ho capito che una delle mie newsletter preferite stava dicendo che un video di skate di 24' è il miglior film di quest'anno. Se hai pensato qualcosa come "esaltazione", beh, ci sei andato abbastanza vicino, perché, sì, cazzo, mano a mano che leggevo la newsletter mi sono esaltato parecchio. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Purtroppo per poter verificare se Erin e Jonah dicessero il vero ho dovuto aspettare fino a sera quando, dopo essere tornato a casa e aver messo a nanna l'altro figlio - Ettore, quello più grande - ho potuto finalmente vedere il video. La coppia non mentiva. *BOBCBC* è effettivamente un gran film. E non uso a caso questa parola perché, è vero, potresti definirlo un anti skate vide ed è proprio questo che ne fa un film, un film d'arte per essere precisi. Se non hai dimestichezza con l'universo dei video di skateboarding sappi che di solito si tratta di una serie di sequenze che hanno uno skateboarder come protagonista che, di *spot* in *spot*, dimostra le sue abilità chiudendo un *trick* uno dietro l'altro in un ordine di difficoltà crescente. *BOBCBC* fa tutto il contrario: è ambientato in un solo *spot*, una piazza di Toronto, che presenta due sole categorie di ostacoli, una serie di *ledge* (ovvero dei muretti) e la superficie della piazza (che in gergo si dice *flat*). Il film inizia il dodici settembre del duemilaventiquattro e si conclude il venticinque novembre dello stesso anno. Questo significa che, nel corso dei suoi ventiquattro minuti di durata, lo spettatore vede Bobby De Keyzer ripetere più o meno sempre la stessa categoria di *trick* alternando i tentativi falliti (la maggior parte) a quelli riusciti (molti meno). Detta così potrebbe sembrare incredibilmente noioso - spoiler: non lo è. Il montaggio e le musiche di Barret Avner lo rendono un'esperienza godibilissima e il film è interessante proprio perché rompe la logica narrativa dei tradizionali video di skate, nei quali la sequenza di *trick* è funzionale a creare un climax in cui l'errore è bandito dall'inquadratura o, quando è presente, lo è soltanto in funzione del trionfo del protagonista. *BOBCBC* invece lavora in modo diverso. Restituisce in modo più veritiero l'esperienza di uno skater che, se hai mai skateato in vita tua lo sai, è fatta della frustrante ripetizione di una sequela di errori la cui soluzione di continuità è il *trick* chiuso che, però, non ha nulla di finale, nulla di definitivo. *Time is a flat circle*, sentenziava Rust Cohle in una battuta iconica della prima stagione di *True Detective.* La sentenza è particolarmente vera anche per uno skateboarder, la cui esperienza del tempo non è altro che il ripetersi circolare di una serie di gesti eseguiti per la maggior parte delle volte in uno stesso luogo. *BOBCBC* fissa questa esperienza attraverso l'occhio della videocamera, introducendo anche sotto questo aspetto un elemento di rottura con la messa in scena canonica del genere skate video. Oltre alle inquadrature ravvicinate e in movimento, catturate dal filmer a piedi o a bordo di una tavola, nel film compare più volte quella che sembra essere la ripresa di una videocamera di sorveglianza. Si tratta di un'inquadratura d'insieme della piazza, ripresa da una posizione sopraelevata e solo leggermente decentrata rispetto al gruppo di muretti su cui si svolgono le evoluzioni di Bobby De Keyzer. Da quel punto d'osservazione possiamo vedere la scena come se ci trovassimo al suo interno, lontani dalla prospettiva incarnata delle più abituali riprese ravvicinate e, grazie a questo privilegio, possiamo ricostruire l'indifferenza che il contesto riserva a quella serie di gesti tecnici che, visti più da vicino, sembrano così importanti, quasi titanici. L'effetto è tanto straniante quanto poetico. Una scena in particolare mi ha colpito in questo senso. È quella in cui, poco dopo il crepuscolo, filmer e skater si inseguono ridotti il primo a luce, quella montata sopra l'obiettivo della videocamera, e il secondo a ombra, quasi impossibile da distinguere in quel momento in cui la giornata si avvia verso la notte e la radiazione solare lentamente va spegnendosi. La riguardo e penso al modo in cui sottovalutiamo questa dimensione circolare del tempo. Come cambierebbero le nostre vite se iniziassimo a darle la stessa importanza che diamo alla sua progressione lineare? ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Le insidie del tone of voice URL: https://flaviopintarelli.it/2025/05/04/le-insidie-del-tone-of-voice/ Last updated: 2025-05-04T18:18:46.000Z [La vita intima dei loghi di fronte all’orrore dell’interregno.Cosa può dirci la storia sociale della visual identity sul clima culturale degli anni Venti del Duemila?![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/Favicon-1.png)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Daniel-Pflumm---Untitled.webp)](https://flaviopintarelli.it/2025/01/15/logo-in-real-life-recensione/) Questo post è stato ispirato da "Logo IRL" la storia sociale della visual identity di Michele Galluzzo. Leggi la recensione che ho scritto qualche mese fa. ⤴️ Nel processo di *branding* il *tone of voice* è il modo in cui un brand desidera essere percepito dalle persone nel momento in cui, attraverso i suoi canali di comunicazione, intraprende e porta avanti un conversazione con loro. Nel *framework* che utilizzo per costruire in modo partecipato l’identità di un marchio, la scelta del *tone of voice* è il quinto dei sei esercizi con cui chi prende parte ai miei *workshop* risponde alla domanda “chi sono?”. Si colloca perciò nelle componenti della *persona* di marca, tra la sua personalità e i cosiddetti principi della voce. La personalità di marca emerge attraverso la scelta di un mix di archetipi che chi partecipa può selezionare da una lista tratta dal lavoro di Jung. Secondo Jung, gli archetipi sono tendenze innate che influenzano il comportamento umano ed è possibile riscontrarli in tutti i contesti in cui la narrazione è una componente fondamentale del processo di comunicazione. Nel suo personal branding, Elon Musk rappresenta un archetipo di giullare che si è progressivamente evoluto da una connotazione luminosa a una connotazione più oscura, transitando così nella categoria di quegli “uomini che vogliono solo veder bruciare il mondo”. La personalità marca fornisce così una serie di coordinate che orientano il modo in cui un *brand* si comporta e (inter)agisce con il suo pubblico e con gli altri marchi che occupano il suo stesso spazio competitivo. In questo contesto, il *tone of voice* approfondisce la personalità marca attribuendole appunto un tono di voce che permette al *brand* di esprimerla nella relazione di comunicazione. Quella del *tone of voice* è una scelta creativa complessa e, per semplificarla, il *framework* a cui mi appoggio prevede di scomporlo in quattro dimensioni - humor, formalità, rispetto, entusiasmo - a cui corrispondono altrettante linee di spettro che i partecipanti utilizzano per modulare il tono di voce del proprio marchio. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! La modulazione ottenuta con questa tecnica viene poi restituita attraverso quattro frasi costruite con la formula: *il mio brand è \[aggettivo\], ma non \[aggettivo\]*. In un progetto di *branding* che ho seguito di recente il tono di voce emerso dalle scelte dei partecipanti prefigurava un marchio: - pungente ma non provocatorio; - accessibile ma non scontato; - tollerante ma non servile; - partecipe ma non invadente. Al termine della fase di definizione dell’identità di marca, quando questa servirà da base per impostare le attività comunicazione, formule come queste serviranno da linee guida a chiunque avrà la responsabilità di prendere decisioni creative in merito al *brand*. Così configurato, il *tone of voice* è la componente dell’identità di marca che più si avvicina ai *do’s and dont’s* dell’identità visiva, ovvero la lista di usi legittimi e illegittimi che possono essere fatti di un logo e dei suoi elementi. Questa circostanza rende il *tone of voice* la più autoriale tra le componenti dell’identità di marca, perché sarà sempre l’espressione del modo in cui un tecnico della comunicazione, un *copywriter* o un *designer*, interpreta le indicazioni che gli vengono fornite. Allo stesso tempo, questa dimensione autoriale rende la gestione del *tone of voice* un’insidia particolarmente scivolosa. Essendo infatti sempre il risultato di un’interpretazione, il *tone of voice* non può mai essere 100% coerente nel corso del tempo. Passando attraverso la sensibilità della persona responsabile della sua applicazione, il *tone of voice* tenderà così a scoordinarsi progressivamente e la sfida che esso pone al tecnico della comunicazione è quella di riuscire a bilanciare la sua interpretazione con la coerenza necessaria per evitare che il *brand* risulti distonico e irriconoscibile. Molti dei più vistosi errori di comunicazione si generano proprio quando questo delicato equilibrio viene sbilanciato in una direzione piuttosto che in un’altra. [Tone Knob | Nick Parker | SubstackTaking a nerd’s-eye view of brands doing interesting things with their language and tone of voice. Monthly. Written by Nick Parker. www.nickparker.co.uk. Click to read Tone Knob, by Nick Parker, a Substack publication with thousands of subscribers.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/https-3A-2F-2Fbucketeer-e05bbc84-baa3-437e-9518-adb32be77984.s3.amazonaws.com-2Fpublic-2Fimages-2F9d51c9c9-bf2e-4106-af35-e0c8b883b31d-2Fapple-touch-icon-180x180.png)SubstackNick Parker![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/https-3A-2F-2Ftoneofvoice.substack.com-2Ftwitter-2Fsubscribe-card.jpg%3Fv%3D-1072127870%26version%3D9)](https://toneofvoice.substack.com/) Ti interessa il "tone of voice"? Nick Parker scrive una newsletter spettacolare su questo argomento. Iscriviti ⤴️ ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Fuoco, cammina con me URL: https://flaviopintarelli.it/2025/04/27/fuoco-cammina-con-me/ Last updated: 2025-04-27T18:44:47.000Z Per me gli incendi sono cose estive. Hanno il sapore dei ghiaccioli e come colonna sonora il frinire delle cicale nelle pinete in cui i miei genitori parcheggiano la roulotte quando andiamo in vacanza. Per me gli incendi sono cose estive e meridiane. Sono crinali anneriti che si tuffano nel blu intenso del mar Tirreno, le fiamme arancioni che danzano nella caligine e l'odore di bruciato che entra dai finestrini quando passiamo loro vicino dentro la Fiat Tipo a cui mio padre ha fatto montare il gancio da traino. Da qualche tempo gli incendi hanno smesso di essere qualcosa di estivo e meridiano. Qualcosa di distante, di esotico; qualcosa da guardare attraverso il filtro di quel televisore che è un che di rassicurante: per quanto siano pericolosi gli incendi non mi possono toccare e questo li rende tanto dolorosi quanto affascinanti. Oggi, invece, gli incendi sono diventati qualcosa di molto più vicino e concreto. [Verso la fine dell'inverno ne è scoppiato uno, piuttosto grosso, nei boschi sopra Laces](https://www.altoadige.it/cronaca/venosta/incendio-nei-boschi-sopra-laces-evacuati-circa-100-residenti-della-frazione-di-san-martino-al-monte-1.4016250?ref=flaviopintarelli.it), un paese della Val Venosta poco distante da Merano. [Per spegnerlo ci sono volute circa 24 ore, 130 vigili del fuoco e sei elicotteri](https://www.ildolomiti.it/cronaca/2025/incendio-a-laces-le-operazioni-di-spegnimento-dureranno-diversi-giorni-foto-chiuse-strade-e-sentieri-nellarea-fattore-decisivo-il-vento?ref=flaviopintarelli.it), ciononostante il fuoco si è mangiato 90 ettari di bosco. Il vento e il secco gli hanno facilitato il lavoro. Dei due, il primo è un caso; ma il secondo? Da anni gli esperti avvertono che, [sull'arco alpino, durante l'inverno le precipitazioni sono sempre più scarse](https://www.ilpost.it/2023/01/13/durata-copertura-neve-alpi-diminuita/?ref=flaviopintarelli.it). Siccità non è soltanto sinonimo di [crisi del turismo invernale](https://read.readwise.io/filter/category%3Aarticle/split/triage%5Fstatus/new?ref=flaviopintarelli.it) ma è significa anche [un bosco più secco e, per questo, motivo vulnerabile](https://www.altoadige.it/cronaca/clima-boschi-sotto-stress-sempre-pi%C3%B9-incendi-sulle-alpi-1.4018652?ref=flaviopintarelli.it). ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È un segno del cambiamento del paesaggio alpino di cui parlo anche nel mio romanzo e che avevo cominciato a cogliere già qualche anno fa, camminando sui sentieri che, da Bolzano, salgono lungo le pendici del Colle o del Monte Tondo, due delle montagne che cingono la città nella sua conca. Più di una volta, ascoltando le foglie scricchiolare sotto le suole delle scarpe, avevo rabbrividito pensando a cosa sarebbe potuto succedere se fosse scoppiato un incendio lungo quelle pendici così vicine alla città. Il rogo di Laces è stata la prima materializzazione di questa mia paura: il fuoco non è più una cosa estiva, distante e meridiana bensì una possibilità vicina e concreta. Per poter rimediare al danno ci vorranno soldi - [circa 150.000€](https://www.altoadige.it/cronaca/venosta/incendio-in-val-venosta-persi-90-ettari-di-foresta-un-progetto-per-far-rinascere-la-zona-boschiva-1.4022251?ref=flaviopintarelli.it) \- ma soprattutto ci vorrà tempo, 25 o 30 anni, così ho letto in un intervista che, purtroppo, non riesco a ritrovare. Il punto è che i tempi di ripristino rischiano di essere troppo lunghi rispetto a quelli del riscaldamento globale, [i cui effetti sembra stiano accelerando più rapidamente di quanto previsto](https://www.nature.com/articles/s41598-023-49353-1?ref=flaviopintarelli.it), scatenando così un susseguirsi di eventi traumatici e disastrosi. > Disasters represent ruptures in society, literally and figuratively. Things break, places and people too. Talk of ‘building back better’ is preferred, as it papers over the uncomfortable truth, namely, that some things cannot be rebuilt. Moreover, shocks and disasters tend to amplify and exacerbate existing vulnerabilities. Sono parole dello scrittore e studioso Christopher Hobson, scritte in un [pezzo dedicato al quattordicesimo anniversario del disastro di Fukushima](https://imperfectnotes.substack.com/p/turning-returning-to-fukushima?publication%5Fid=288003&post%5Fid=158755249&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true) e pubblicato in *Imperfect notes on an imperfect world*, la sua newsletter sulle intersezioni tra politica società e tecnologia. Le ho lette mentre raccoglievo i pensieri da cui è nato questo post e mi hanno fatto pensare a quanto, nel contesto attuale, 30 anni possano essere un tempo incredibilmente lungo, durante il quale le condizioni potrebbero cambiare in modo così repentino e inaspettato da rendere vano lo sforzo necessario per curare un bosco ferito. Eppure questo sforzo, così comprensibile e umano, mi sembra lo stesso necessario, anche di fronte all'orrore cosmico delle incommensurabili forze che paiono minacciarci ogni giorno di più. [Circa 100 ettari di bosco in fiamme a Prato allo Stelvio. Fumo anche in TrentinoCinque persone evacuate in un maso a Stelvio. Difficili le operazioni di spegnimento, riprese questa mattina all’alba![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon-2.png)RaiNewsTGR Bolzano![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/1744294968317_incendio_Stelvio.jpg)](https://www.rainews.it/tgr/bolzano/articoli/2025/04/incendio-prato-allo-stelvio-ef2ad3e8-f1ea-4597-aa74-02445d817563.html?ref=flaviopintarelli.it) Tra la scrittura e la pubblicazione di questo post un altro grave incendio è scoppiato in Alto Adige. [![CTA Image](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/04/Il-velo-banner.jpg)](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) **💃 Il velo* è il mio primo romanzo. È nel 2023 per le edizioni **alphabeta*. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Vuoi saperne di più? [Leggi la scheda del libro ](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Amleto come glitch URL: https://flaviopintarelli.it/2025/04/20/grand-theft-hamlet-recensione/ Last updated: 2025-04-20T18:46:59.000Z I mondi sono una cosa buffa. Lo sono perché, fintanto che mantengono vitalità, regalano ai loro abitanti la meraviglia dell’inaspettato. La vitalità di un mondo, scrive Ian Cheng in [*Fare Mondi. Vademecum per emissari*](https://timeo.store/products/fare-mondi?ref=flaviopintarelli.it) è espressione di tutte le sue manifestazioni visibili, i cosiddetti "indizi di fruizione”, e del controllo che il suo creatore esercita sul mondo stesso, la cosiddetta "morsa del creatore”. La “morsa del creatore” può essere più o meno autoritaria, ma finché resta inferiore agli indizi di fruizione il mondo continuerà a mantenere una sua vitalità. Ho letto il libro di Cheng all’inizio di febbraio e mi è tornato in mente qualche settimana fa, quando ho visto *Grand Theft Hamlet*. Forse hai già sentito parlare di questo documentario. È ambientato nel mondo del videogame *GTA V RP*, al cui interno Sam Crane e Mark Oosterveen, due attori britannici, disoccupati a causa del terzo *lockdown* con cui il Regno Unito ha fatto fronte alla pandemia di coronavirus, mettono in scena l’*Amleto* di Shakespeare, dirigendo una troupe di attrici e attori non professionisti che recitano e interagiscono tra di loro tramite gli avatar con cui partecipano al videogioco. Se il paragrafo che hai appena letto ti ha lasciato confuso lo capisco, perciò dammi il tempo di spiegare alcuni passaggi. Se, al contrario, ti è chiaro, sappi che puoi *skippare* i prossimi sei paragrafi. ## Breve spiega di come funzionano *GTA V RP* e il mondo in cui è ambientato. *GTA V RP* è un MMO (*massivly multiplayer online*),ovvero un gioco online a cui partecipa contemporaneamente un massiccio numero di giocatori. È ispirato al quinto capito della saga di *Grand Theft Auto* (GTA), della casa di sviluppo e distribuzione statunitense Rockstar Games. I giochi della serie sono degli *action-adventure open world*, ovvero dei giochi di avventura e azione che si svolgono all’interno di un mondo aperto. Mondo aperto significa che il giocatore può muoversi più o meno liberamente all’interno dei confini dell’ambientazione, scegliendo come e quando far progredire la trama del gioco. Oppure può decidere di ignorare o posticipare la trama, esplorare il mondo di gioco e interagire con gli eventi casuali che accadono al suo interno. Dal punto di vista narrativo, le trame dei capitoli della saga hanno più o meno sempre a che fare con l’ascesa di un malvivente ai vertici della criminalità organizzata. L’universo narrativo in cui queste storie hanno luogo è caratterizzato da ambientazioni che mimano la realtà, guardandola attraverso le lenti di un’ironia cinica, feroce e politicamente scorretta. Parafrasando uno dei personaggi del documentario, il mondo di GTA è un mondo in cui domina una versione parossistica del capitalismo, in cui brutalità e violenza sono gli strumenti attraverso cui si agisce l’accumulazione originaria del capitale. [Viviamo nel mondo di GTA V, e nessuno ci ha avvertitoImpensabile quando il gioco è uscito 5 anni fa, ma oggi quell’universo di fantasia è terribilmente reale.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon.1801cd0.png)Esquire![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/gta1-1542114163.jpg)](https://www.esquire.com/it/cultura/icone/a25044097/nel-mondo-di-gta-v/?ref=flaviopintarelli.it) Il mondo di GTA V è un'utopia alt-right, io vi avevo avvertito. ## Chi vince e chi perde quando si combattono le leggi di un mondo. Machismo, violenza, sopraffazione, godimento istantaneo. È attraverso questi valori che vengono scritte le leggi del mondo di GTA - gli elementi di un mondo, dice Cheng, rispondono a leggi che incarnano un preciso set di valori - ed entrare al suo interno significa accettare tanto i primi quanto le seconde. Eppure, la forze dell’idea che muove *Grand Theft Hamlet* è proprio la volontà di contraddire le leggi e i valori del mondo in cui è ambientato il gioco in cui si svolge. Perché se è vero che anche i drammi del bardo dell’Avon sono carichi di brutalità e violenza, allestire uno spettacolo è un processo che richiede un tempo e un impegno che mal si conciliano con quelli di un gioco il cui ritmo è scandito da una serie di eventi progettati per scatenare al suo interno caos ed entropia, come ci ricordano di continuo gli avvisi che si susseguono sullo schermo nel corso di tutta la visione. Ogni passaggio dell’allestimento avviene perciò sotto la minaccia costante delle violenza che giocatori più obbedienti alle leggi del mondo sono pronti a esercitare contro l’improvvista compagnia teatrale guidata da Crane e Oosterveen. Perciò, per difendere la santità del palcoscenico e impedire al pubblico di invaderlo rompendo di continuo la quarta parete, la compagnia deve reagire in modo proporzionale, tutelandosi con altrettanta violenza. Questa tensione tra la volontà piegare le leggi del mondo e la necessità doversi piegare a esse mette costantemente in discussione le “morsa del creatore” e dissemina indizi di fruizione che testimoniano così la vitalità del mondo di GTA. Nel farlo, il mondo partorisce un’opera che riesce a dimostrasi ben più profonda di quanto potrebbe apparire a una ricognizione superficiale. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Come si documenta un mondo virtuale. *Grand Theft Hamlet*, infatti, non si rivela solo una divertente *boutade* ma, attraverso l’interazione tra l’opera di Shakespeare e il mondo di gioco i temi della prima emergono in modo peculiare grazie al lavoro di Pinny Grills, moglie di uno dei due protagonisti e, al tempo stesso, personaggio e regista del film. Per seguire l’allestimento e ricostruirlo poi in fase di montaggio, Grylls non utilizza soltanto le immagini raccolte registrando il suo schermo e quello degli altri protagonisti del filma. A queste immagini ne affianca altre, ottenute filmando le vicende attraverso la videocamera di cui dotato lo smartphone fittizio a disposizione di ogni personaggio all’interno del gioco In questo modo Grylls riesce a soffermarsi su dettagli del mondo di gioco che altrimenti andrebbero persi o inosservati. Quando entra in *GTA V RP* infatti il giocatore può scegliere se osservarlo in terza persona per ottenere maggior consapevolezza dell’ambiente, oppure in prima persona per ottenere maggior coinvolgimento. In entrambi i casi il punto di vista adottato risponde a una logica economica: offrire al giocatore la miglior visuale possibile sul mondo di gioco a seconda delle necessità che esso, di volta in volta, gli impone. Il modo in cui Grylls compone le sue inquadrature gioca contro questa impostazione dell’interfaccia, piegandola alle sue necessità estetiche. In questo modo la regista riesce a sezionare il mondo di gioco e soprattutto i personaggi che lo popolano, sia quelli mossi da giocatori umani che quelli mossi dall’intelligenza artificiale (NPC o *non-playable characters*). Questi ultimi, spesso si tratta di figure derelitte o miserabili, sembrano prestarsi in modo particolare ad accogliere alcuni passaggi del dramma o certe riflessioni che questi suscitano nei protagonisti. Scorrendo sulle espressioni e i gesti codificati dagli sviluppatori in questi personaggi di contorni, la voce e le parole dei protagonisti fratturano l’immagine e la fanno sprofondare verso dimensioni cge trascendere il piano del gioco e lo elevano verso l’universale. Il filtro del mondo virtuale - suona incredibile dirlo - non toglie nulla alla potenza dell’Amleto e, anche se attraverso degli avatar limitati in termini di espressioni facciali e controllo del corpo, la recitazione riesce a restituire alla perfezione la profondità dei temi che innervano l’opera. *Grand Theft Hamlet* si colloca così sulla linea evolutiva che parte dai primi [*machinima*](https://it.wikipedia.org/wiki/Machinima?ref=flaviopintarelli.it), film amatoriali realizzati rompendo il gioco e piegandolo alle volontà creativa dell’artista, e procedo verso uno spazio e un tempo in cui l’atto di creazione avviene nella negoziazione costante tra l’artista e le leggi e i valori che regolano il mondo di gioco. Negoziazione che chiama in causa il creatore del mondo e lo sfida, mettendone in discussione la presa per affermare il diritto ad appropriarsi di un mondo che non dovrebbe appartenerci eppure ci appartiene. *Grand Theft Hamlet* mette dunque in scena la scalata all’Olimpio come atto di creazione artistica che, più che nelle capacità generative delle intelligenze artificiali, trova nella creazione di mondi e mondi all’interno di mondi l’orizzonte estetico più prolifico di quest’epoca inedita che ci è stata data in dono da vivere. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Alcuni pensieri su "Tempo di seconda mano" URL: https://flaviopintarelli.it/2025/04/13/tempo-di-seconda-mano-svetlana-sleksievic/ Last updated: 2025-04-13T18:23:01.000Z > Il mio ultimo desiderio è che scriva la verità. Però la mia di verità, non la sua... Perché la mia voce rimanga. "Cosa cerchi in questo libro?", mi domanda A. dopo aver indicato attraverso la vetrata del coworking il volume che tengo sulla mia postazione. Mi colpisce, perché non è da tutti interessarsi ai libri che leggono gli altri. D'altra parte è anche difficile che [*Tempo di seconda mano*](https://www.bompiani.it/catalogo/tempo-di-seconda-mano-9788845297533?ref=flaviopintarelli.it) passi inosservato: un parallelepipedo di quasi ottocento pagine esige il suo spazio anche nell'edizione economica che possiedo. "Cerco la scrittura", gli rispondo. "La capacità che l'autrice ha di montare insieme una miriade di voci per continuare a raccontare la stessa cosa - la vita in Russia dopo la caduta del comunismo - esplodendola in infiniti punti di vista." "Quindi cerchi il realismo", mi dice. "Non proprio. Piuttosto il reale". "Il reale..." ripete A, soppesando quella parola "in che senso?" "Nel senso che l'autrice riesce a cogliere quello che, per me, è il nocciolo duro che sta alla base delle cose; io questa cosa la chiamo il reale. Il realismo, invece, è più una modalità di raccontare le cose." A questo punto è come se A si ritirasse dalla conversazione. Sento di aver catturato la sua attenzione e posso divagare. "Vedi", gli dico salendo in cattedra "con il comunismo non sono caduti solo un regime economico e un sistema politico. Sono scomparse le coordinate che, per settant'anni, avevano orientato la vita stessa delle persone, la vita quotidiana, di tutti i giorni. Sono scomparsi i valori su cui la gente aveva fondato per anni la propria idea di sé, la propria identità. Un tipo di donne e uomini è morto e ne è sorto uno completamente diverso al suo posto. È stato un passaggio traumatico, ed è dei segni di questo trauma che Aleksievič va in cerca per raccontarli." Mi fermo per un istante; giusto il tempo di girare il caffè nella tazzina. "Potrei dirti che in questo libro cerco indizi sulla fine di un mondo, perché sono i mondi che mi interessano al momento; capire come si creano o come vanno in pezzi." ![Una donna, vestita di rosso, cammina tenendo in mano una bandiera sovietca e un mazzo di fiori.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/03/Svetlana-Aleksievic----Tempo-di-seconda-mano--copertina-.jpg) Tempo di seconda mano - copertina del libro della giornalista Svetlana Aleksievič. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Come archiviare le note nel metodo Zettelkasten URL: https://flaviopintarelli.it/2025/04/06/archiviare-note-metodo-zettelkasten/ Last updated: 2025-04-06T18:22:30.000Z Se [*How to Take Smart Notes*](https://www.soenkeahrens.de/en/takesmartnotes?ref=flaviopintarelli.it) di Sönke Ahrens è stata la mia introduzione al [metodo Zettelkasten](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/), [*Digital Zettelkasten*](https://shop.kadavy.net/products/digital-zettelkasten-principles-methods-examples?ref=flaviopintarelli.it) di David Kadavy è stato il testo che mi ha aiutato a stabilizzarne l’utilizzo. Tra la lettura del primo quella del secondo sono passati circa sei mesi, durante i quali ho dubitato più volte dell’efficacia del metodo e sono stato lì lì per abbandonarlo. Del testo di Kadavy, che ha il pregio di essere breve e incisivo, mi è stato utile per capire meglio come strutture le note e, piedi ogni altra cosa, la distinzione tra metodi di archiviazione che mi ha insegnato come gestirle al meglio. Nell’interpretazione che Kadavy dà del metodo Zettelkasten esistono due modi opposti per archiviare le note all’interno della *slipbox*: un modo da “archivista” e un modo da “scrittore”. Il primo dei due modi di archiviazione si basa sulla creazione di un sistema di categorie, temi o argomenti. Nel mio caso ne ho alcune di carattere molto generale come “economia”, “politica”, “intelligenza artificiale”, “guerra”, “digitale”, “cultura visiva” e “teoria”. In questo modo posso, se ne ho la necessità, consultare facilmente tutte le note di qualsiasi tipo che ho archiviato etichettandole con uno qualsiasi di questi tag. Questo metodo di archiviazione ha due limiti: rischia di essere eccessivamente granulare e non favorisce le associazioni mentali che sono alla base dell’efficacia del metodo Zettelkasten come motore di idee della scrittura. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! L’eccessiva granularità deriva dal fatto che, in assenza di un’architettura dell’informazione definita a priori, il sistema tende progressivamente verso l’entropia. Ogni categoria, infatti, potrebbe venir esplosa in sottocategorie, ramificandosi potenzialmente all’infinito nella ricerca dellA sfumatura di senso o combinazione di tag più esatta per definire una specifica nota. Ma più la struttura delle categorie si ramifica più diventa complicata e lo sforzo per ricordare a quale tag potrebbe appartenere una specifica nota si fa elevato, rendendo l’intero sistema poco flessibile ed efficace. Lo scopo di un sistema di archiviazione, infatti, e permettere al proprietario della *slipbox* di ritrovare facilmente le note che ha archiviato al suo interno, favorendo nello stesso tempo le associazioni mentali. Associazioni mentali che, con questo metodo di archiviazione, tendono a perdersi perché i tag si trasformano velocemente in una collezione di entità legate insieme da relazioni tutto sommato deboli e generali. Questo il motivo che mi ha spinto a usare una struttura piuttosto semplice e poco ramificata, sacrificando al precisione alla comodità accesso. ✋ Conosci un modo per rendere più efficace questo genere di architettura dell’informazione? Mi interessa, parlamene nei commenti o [mettiti in contatto con me](https://flaviopintarelli.it/contatti/). Il secondo dei due metodi di archiviazione, quello definito da “scrittore”, non si basa su una struttura di categorie bensì sul principio del progetto. Il metodo Zettelkasten si usa per prendere appunti con uno scopo ben preciso: produrre testi scritti di non fiction. Per come la vede Kadavy - e io, per quella che è la mia esperienza, sono d’accordo - ogni testo da scrivere può essere considerato come uno specifico progetto che lo scrittore sta sviluppando e, in quanto tale, trasformato in un tag con cui etichettare tutte le note che hanno a che fare con quel progetto. Grazie a questo modo di archiviare le note, nel momento in cui dovrà iniziare a scrivere un qualsiasi progetto, il proprietario della *slipbox* potrà facilmente trovare tutte le note a esso collegate, favorendo anche le associazioni tra di loro. Inoltre, un tag di tipo progettuale ha la possibilità di continuare a essere utilizzato qualora il lavoro si prolunghi in una linea di ricerca. È il caso, per fare un esempio, di un tag che ho denominato “il futuro della guerra” e che ho usato per scrivere un articolo per Il Tascabile. Tuttavia, anche dopo l’uscita di quel pezzo ho continuato a usare il tag per archiviare note sullo sviluppo delle tecnologie belliche, il cui studio è diventato una delle mie attuali linee di interesse e di ricerca. L’evidente efficacia del modo di archiviazione da “scrittore” non cancella l’utilità di quello da “archivista”. Nella mia *slipbox* continuo a utilizzarli entrambi, perché ognuno di essi risponde a bisogni e funzioni diverse. Dopotutto, uno dei grandi vantaggi del metodo Zettelkasten è che è altamente personalizzabile o, una volta compresi i suoi meccanismi, è possibile adattarlo facilmente alle proprie, specifiche esigenze. 💡 Vuoi approfondire il metodo Zettelkasten? [Visita la sezione del blog dedicata a questo metodo di **note taking*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/)**.* ## 🗃️ Vuoi imparare il metodo Zettelkasten? Se vuoi posso insegnarti come usarlo per aiutarti a scrivere e a pensare in modo più efficace. [Contattami per sapere come.](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Autobiografia di un incel URL: https://flaviopintarelli.it/2025/03/30/autobiografia-di-un-incel/ Last updated: 2025-03-30T18:21:45.000Z *Mercoledì 12 febbraio* [*la sezione antiterrorismo della DIGOS di Bolzano ha arrestato un ragazzo di quindici anni*](https://salto.bz/it/article/12022025/quindicenne-arrestato-terrorismo?ref=flaviopintarelli.it)*. Secondo gli inquirenti era parte della* [*764*](https://www.facta.news/articoli/764-rete-neonazista-bolzano?ref=flaviopintarelli.it)*, una rete terroristica neonazista con cui il ragazzo era entrato in contatto via internet.* *La notizia mi ha fatto tornare in mente un racconto che ho scritto quattro anni fa, ambientato a Bolzano, che ha come protagonista proprio un ragazzo che, dopo essersi radicalizzato su internet, compie una strage nella sede di un'azienda.* *Il racconto era stato proposto a una rivista, ma è rimasto inedito a causa di alcune imprecisioni nella descrizione della psicologia incel del protagoniste su cui non ho mai avuto l'occasione di lavorare per correggerle.* *Tuttavia, data la coincidenza, lo pubblico con questo disclaimer e a una distanza di tempo ragionevole dall'accaduto perché sciacallare la realtà è una cosa da infami.* Hans Jörg accarezza l'impugnatura del fucile, strofina i polpastrelli sulla zigrinatura del calcio e ne apprezza la ruvidezza. Mentre gli uomini delle squadre speciali irrompono nella stanza si chiede se quella sarà l’ultima sensazione che sentirà e anche se il corpo è crivellato dai colpi, ha ancora la forza di contemplare, intorno a lui, i cadaveri delle sue vittime, che giacciono a terra, nell’aria satura di cordite. Accartocciati nell’ultimo, insopportabile spasmo di morte, assomigliano a un mucchio di manichini, gli arti piegati in posizioni grottesche, innaturali. Il corpo umano è capace di contorsioni impressionanti, pensa, mentre le palpebre, pesanti, scivolano lente sugli occhi già velati. Hans Jörg vorrebbe ricordarsi quella frase dell’italiano Pasolini che tanto amava, ha l’impressione che sarebbe perfetta per suggellare quest’istante, quello in cui avverte la morte calare su di sé. Ma la mente è un motore che gira a vuoto, producendo un ronzio ossessivo che è una frase, una frase soltanto. “Ancora non ho compiuto vent’anni”. --- Francesca l’aveva conosciuta all’inaugurazione della nuova sede dell’azienda di suo padre. Poche settimane prima il vecchio lo aveva convocato nel suo ufficio. “Adesso che hai terminato la scuola” gli aveva comunicato “voglio che tu mi stia accanto, in azienda. Devi imparare il mestiere così, un giorno, prenderai il mio posto.” Hans Jörg aveva annuito ed era uscito dalla stanza. Il lunedì successivo aveva iniziato a recarsi in sede tutti giorni, cinque giorni a settimana. Lei gli si era avvicinata durante l’evento. “Mi pare di non essere la sola ad annoiarsi” aveva notato ridendo. Hans Jörg non l’aveva mai vista prima. Riuscì solo a pensare che era bellissima. Lei allungò la mano. “Mi chiamo Francesca, tu devi essere Hans Jörg”. Le rivolse un sorriso imbarazzato. Non sapeva come comportarsi, ne come rispondere. Pensava solo a come facesse lei a conoscere il suo nome. “Sono la figlia di Ivano”. Ivano era il titolare di un’agenzia che forniva servizi di comunicazione all’azienda del padre di Hans Jörg. Lui, che in azienda si occupava di marketing, aveva già scambiato alcune e-mail coi loro tecnici. “Di cosa ti occupi?”, domandò Francesca. “Seguo il marketing”. Hans Jörg prese una tartina dal buffet. “Allora ci vedremo spesso. Tra qualche settimana inizierò a occuparmi di social nell’azienda di mio padre” e accennò un brindisi. Fecero tintinnare i bicchieri e proseguirono la conversazione parlando di lavoro, come due adulti. Finita la festa, prima di addormentarsi, Hans Jörg la cercò su Instagram e iniziò a seguirla. Il giorno dopo lei ricambiò il follow. Quelle che seguirono furono settimane di conoscenza reciproca, che il social mediava attraverso lo scambio di reazioni, commenti e messaggi privati. Di quelle immagini che Francesca postava nel feed e nelle stories Hans Jörg censiva ogni dettaglio: la risata tintinnante; la morbidezza dei capelli, che s’adagiavano sulle spalle come zucchero a velo; lo sguardo profondo, che accarezzava le cose riempiendole di dolcezza; la curva delle natiche, leggermente svasate, un poco cadenti, che lei armonizzava indossando scarpe dal tacco mai troppo aggressivo; il seno, appena accennato sotto alle camicette. Montando insieme quei frammenti di vita, selezionati e resi pubblici sulla piattaforma, Hans Jörg andava costruendosi un’immagine ammaliante di brillantezza e intelligenza. Di Francesca, che appariva così diafana, *posh* come l’avrebbe definita suo padre, non avrebbe mai detto potesse apprezzare certi libri raffinati di cui postava estratti e citazioni. Eppure lei lo stupiva, rivelando ogni giorno un tratto inedito di un carattere che appariva sfaccettato e multiforme, come la realtà vista attraverso un cristallo. Un giorno Hans Jörg le chiese di uscire. Lo fece così, senza pensarci troppo, senza aspettarsi nulla da quella frase buttata lì in un *direct*. Gli sembrava la naturale evoluzione di quel rapporto, un gesto dovuto in ossequio a una qualche idea di cavalleria che nemmeno lui sapeva bene quando avesse maturato. Francesca accettò; solo in quel momento Hans Jörg avvertì l’ansia risalire lungo il corpo, avvinghiandosi come edera alle sue membra, mano a mano che realizzava che quello sarebbe stato il suo primo appuntamento. Si chiese come doveva comportarsi e, per un istante, pensò di chiedere consiglio a suo padre, ma scacciò quel pensiero immediatamente. Il vecchio non avrebbe potuto essergli utile, con quei suoi modi antiquati e ridicoli. Così si rivolse a YouTube. Digitò nella barra di ricerca la query *come corteggiare una ragazza?*. L’algortimo gli restituì il suo responso. Era il video di un certo Nicola Fabbrini. Nelle info del canale si definiva maestro di corteggiamento. Hans Jörg cliccò l’anteprima. Una voce profonda e rassicurante riempì i suoi padiglioni auricolari, sgorgando come acqua da una sorgente. “Le donne sono esseri eterei e complicati”, diceva il maestro, parlando con piena padronanza del suo corpo e del suo linguaggio. “Possono apparire distanti, incomprensibili, ma con la giusta preparazione possono essere decifrate, craccate e conquistate. Il mio compito è insegnarvi i segreti per farlo con successo”. Parole e gesti avevano qualcosa di amniotico avvolsero Hans Jörg, cullandone le fantasie. Restò ad ascoltare il video per tutti e tredici i minuti della sua durata. Alla fine, gli restò l’impressione di aver capito qualcosa di incredibilmente profondo. Di essere stato messo a parte di un segreto tanto semplice quanto, fino ad allora, distante e remoto. Quando abbassò lo schermo del portatile era tardi. Aveva visto altri tre video. Si sdraiò sul letto e, nella sua testa, ripassò le lezioni che aveva appena imparato. Tutto gli suonava logico, inattaccabile. --- Dopo il primo video l’algoritmo continuò a proporgli altri video sugli stessi argomenti, spalancandogli davanti agli occhi un universo di guru ed esperti, di cui prese a consumare avidamente ogni contenuto, scaricando e acquistando guide, podcast e webinar con cui si costruì un solido sapere. Così, quando Francesca si presentò all’appuntamento, Hans Jörg si sentiva pronto. “Sono per te”, sorrise porgendole un mazzo di fiori. Francesca lo guardò per un istante prima di accettare l’omaggio. “Sono davvero bellissimi, non avresti dovuto disturbarti”. “Nessun disturbo, cosa desideri fare?” “Pensavo di fare un salto da Zara. Ti va di accompagnarmi?” “Con piacere immenso” rispose e le fece strada. I due ragazzi s’incamminarono sotto i portici. Lui mantenne una distanza rispettosa, controllando lo spazio come gli avevano insegnato i maestri. Rise alle sue battute e rispose con cortesia alle sue domande. Ascoltò. Misurò ogni parola, ogni gesto. Tutto era preciso, calcolato. Ogni sua mossa era parte di un progetto più grande della somma delle sue singole parti. Hans Jörg si sentì lucido al punto che ebbe l’impressione di osservare la scena dall’esterno. Guardava i pezzi incastrarsi, mentre l’immagine del corteggiamento che stava mettendo in opera si componeva davanti ai suoi occhi. Aveva desiderato così tanto vivere quel momento all’ombra della perfezione che si sentì in estasi. Dopo qualche ora, lui e Francesca si sedettero in un bar. “Accomodati”. Le scostò la sedia. “Grazie, gentilissimo” Poi ne prese un’altra e le si sedette accanto. Ordinarono un aperitivo, un analcolico. Erano venuti entrambi in auto e avevano la patente da poco. Nessuno di loro poteva rischiare di perdere punti. Il drink però era deludente, sciatto, presentato male. Hans Jörg si preoccupò che quel dettaglio potesse rovinare la perfezione del momento, perché sapeva di essere arrivato all’istante decisivo. Socchiuse gli occhi e si protese verso di lei. “Non posso”, mormorò, scostando la testa “io...io sono già impegnata.” “Scusa”, abbozzò Hans Jörg, con un sorriso tirato sotto cui si nascondeva la tempesta che gli montava dentro, “mi piaci. Io...io ci ho provato. Ma ok, va bene così” disse alzando un po’ troppo il tono della voce che suonò come una crepa che si apre sulla parete di un bicchiere. Finirono l’aperitivo nell’imbarazzo, smettendo di parlarsi. Hans Jörg pagò e accompagnò Francesca alla macchina. Prima di lasciarlo, lei lo abbracciò. Lo strinse forte, nascondendo la testa contro la sua spalle. Sembrava volesse sparire nel suo corpo. Hans Jörg non sapeva cosa fare, una situazione del genere non era contemplata in nessuno dei video su cui si era preparato. Pensò che quello fosse il momento del bacio e provò di nuovo a insinuarsi verso le labbra di Francesca ma lei era inamovibile, non reagiva ai suoi movimenti. “Io... è colpa mia”. Francesca si lasciò l’abbraccio, montò in auto. Hans Jörg la guardò allontanarsi nel crepuscolo. --- Hans Jörg tornò a casa. La sua testa era un turbine di interrogativi. Si domandò cosa avesse sbagliato, dove e quando. Era certo di aver seguito il sapere dei suoi maestri alla lettera. Nella sua mente continuava ad analizzare l’appuntamento. Ne riviveva ogni istante al rallentatore. Cercava l’errore, il bug, il dettaglio contro cui il suo piano era deragliato, schiantandosi contro il muro del rifiuto. Ancora una volta si rivolse alla rete per capirlo, per provare a dare forma al suo dolore, esprimendolo in parole chiave. Ricerca dopo ricerca, post dopo post, meme dopo meme, comprese di non aver mai avuto speranze. Quelli come lui - maschi beta - erano le vittime di una guerra di sterminio segreta. Il suo destino era una condanna perpetua alla solitudine. Non c’è amore per i reietti, nessuna accettazione o dolcezza possibile. I giorni passarono e le tinte del suo amore presero a virare verso i toni cupi del risentimento, dell’odio. Fu tra le nebbie di quella dimensione maledetta, sul gruppo Telegram di uno degli artisti del rimorchio che aveva seguito per prepararsi all’appuntamento con Francesca. che Hans Jörg lì incontrò per la prima volta. Pubblicavano meme indipendentisti. Esercitavano su di lui una grande attrazione. Non li capiva, ma voleva capirli. Così aveva ricominciato a fare ricerche. Brandelli di parole chiave digitate sui motori, ricerche inverse d’immagini. Era come una mappa, il gioco mentale di un serial killer che giocava a scacchi nel multiverso. Lui seguiva gli indizi, metteva insieme i pezzi e, tassello dopo tassello, il quadro generale prendeva forma. Il mondo si ricreava davanti ai suoi occhi ancora una volta. Tutto quello, e non era molto, che sapeva sulla storia del suo popolo e della sua terra era, irrimediabilmente, sbagliato, fasullo, posticcio. Lo avevano sempre preso per il culo. In quelle immagini che galleggiavano in rete c’era una verità a cui lui, pian piano, stava avendo accesso. Finì risucchiato nella vertigine e, alla fine del gorgo, li ritrovò. Il loro umorismo era scorretto, la loro attitudine incendiaria, il loro umore malinconico. Erano randagi che si erano riconosciuti uguali e pari. S’immaginavano di essere un gruppo clandestino e agivano come se lo fossero davvero. Si facevano chiamare “La cellula” e quando Hans Jörg li avvicinò, lo fiutarono a lungo: gli imposero delle prove. Dovette shitpostare. Dovette memare. Dovette trollare. Dovette doxare. Dovette dimostrare che la sua era una fede sincera, solo così finì per essere accettato. Post dopo post; thread dopo thread imparò a conoscerli. Erano diversi dai suoi amici, dai compagni del liceo con cui andava in giro in moto. I membri della banda erano cerebrali e anche lui voleva essere come loro. Complesso, sfaccettato, tenebroso. Con loro poteva condividere la sua passione per il cinema impegnato. Loro ricambiavano. Discutevano di Uwe Boll, di Ulrich Seidl, di Bela Tarr, di Werner Herzog. Ricorda che un giorno, dopo averla letta su un blog, Hans Jörg aprì una discussione a proposito di una frase di Pier Paolo Pasolini. Aveva chiamato il thread “Lo so, è un italiano di merda, ma sentite che dice”. La frase parlava della morte. Del modo in cui essa opera, per la vita, una specie di montaggio. Fulmineo, lo definiva il regista, che faceva sintesi di tutti gli istanti e dava loro un senso. “Vista così,” aveva commentato Hans Jörg, “la morte appare del tutto desiderabile.” “Sì,” gli avevano risposto gli altri della banda, “ma a patto che tu le dia un senso, uno scopo. Altrimenti è uno spreco.” Da lì avevano iniziato a fantasticare sulla cosa su cui preferivano fantasticare, la guerra di liberazione, ed erano finiti a parlare di armi e del modo migliore per usarle. Amavano così tanto le armi che anche Hans Jörg aveva finito per farsi una cultura in proposito e aveva persino sviluppato una specie di affezione, soprattutto per i fucili. Quelle passioni collettive e segrete, l’esclusività con cui le coltivavano. Tutto questo li faceva sentire vicini, parte di qualcosa che trascendeva loro stessi in quanto individui. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Scelsero di andare insieme a un open air. Quando si videro nel parcheggio si riconobbero facendo un segno con le mani; lo avevano studiato insieme per giorni. Hans Jörg strinse le mani a quei ragazzi che vedeva per la prima volta nella vita reale. Si abbracciarono, si diedero cazzotti e pacche sulle spalle. Tra loro scorreva come una specie di tensione elettrica che si scaricava con quei gesti fisici, sempre al limite tra il cameratismo e la violenza. Camminarono fino al prato del campeggio spingendosi l’uno con l’altro. Le risate aumentarono di volume a ogni spintone. Piantarono le tende e passarono il pomeriggio a spaccarsi la faccia. Hans Jörg succhiava mignon di liquore. Le avevano fatte fare apposta. “È una tradizione locale”, spiegò il più anziano del gruppo, un quarantenne che indossava la t-shirt di un vecchio gruppo trash metal. “Ogni gruppo di amici, quando ci sono le feste, ha le sue mignon”. Loro non erano da meno. “Ogni gruppo le personalizza”. Loro non erano da meno. Avevano fatto stampare una foto sulle etichette. Raffigurava una vecchia baita, quella in era stato ucciso uno dei loro idoli, Alois Amplatz. Un puro. Uno che era andato avanti fino alla morte, sacrificandosi per la causa. Sapevano tutto di lui. Sognavano di essere come lui e quello era il modo in cui lo omaggiavano. L'immagine era sgranata, di scarsa qualità. Prendeva una sfumatura cupa, inquietante. In quell'immagine, il rudere appariva ancora più misero e spettrale di quanto non fosse. Hans Jörg tracannò quelle fialette una dopo l'altra fino a perdere il conto. Il liquore - dice fosse vodka o, almeno, così era scritto, in piccolo, in fondo all'etichetta - era trasparente. Appariva ai suoi occhi in tutta la sua purezza chimica. Era del tutto umano, completamente artificiale. Quando lo beveva bruciava la gola, le viscere e lo stomaco. Creava un bolo incandescente che calava, lento, dall'alto verso il basso. I vapori della combustione risalivano al cervello attraverso il sistema vascolare. Annebbiavano la percezione, ottundevano i sensi; finrono per donare a tutti una baldanza che, altrimenti, non avrebbero mai avuto, perché in fin dei conti non erano altro che un gruppo di nerd. A un certo punto, non saprebbe dire perché, si alzarono. Sembravano mossi da un comando telepatico. Nessuno aveva detto andiamo, ma tutti loro stavano andando, come se fossero attraversati da un'onda, da un fluido che li legava, li pervadeva e li animava. Si diressero sotto il palco. Compatti, uniti. Erano una cosa sola: “la cellula”. Andarono a fare mosh pit. Erano così ubriachi che nemmeno s’accorsero di chi stesse suonando. Non gli importava. Metal? Rockabilly? Ska? Punk? Non lo sapevano e non contava nulla. Andarono sotto il palco e pogarono. Pogarono con foga, con furia. Intorno a loro si aprì un varco, come un cerchio tra la folla. Erano pazzi. Violenti. Facevano paura. La sensazione li inebriò. Sentirono di far parte di qualcosa di onnipotente e malvagio. Erano peeericolooosiiii. Hans Jörg si sbracciava e si dimenava. Lo sguardo perso, velato, spento. Il corpo che si muoveva in automatico, programmato. Era quello che dovevano fare, ciò che la tradizione imponeva. Una tradizione non scritta. Il retaggio delle bande. Una sequenza di gesti ed eventi tramandata nei racconti, o per imitazione. Tutti loro lo avevano visto fare già mille volte. E lo fecero ancora. Poi, la musica finì, tornano alla tenda e bevvero ancora. Quando spuntò l’alba stavano ancora bevendo. Avevano bevuto così tanto che ormai non erano nemmeno ubriachi. Si sentivano addosso un senso di lucidità ottusa, con l’emicrania come costante. Ad Hans Jörg pareva di galleggiare. Tutto gli appariva morbido, come se i confini delle cose sfumassero e si perdessero ai limiti del suo campo visivo. Il metallaro si alzò “venite con me, vi faccio vedere una cosa”. Camminarono in mezzo alle tende. Erano i soli a essere svegli. Arrivarono al parcheggio. Il loro compagno si avvicinò all’Ape con cui era venuto dalla Val d’Ega. Sollevò una cerata poggiata sul cassone. Sotto c’era un fucile. Era oliato, brillava ai primi raggi del sole, come un prato umido di rugiada. “È quello di mio nonno. Proviamolo” e si diresse verso il bosco. Lo seguirono tutti. Lo scenario era sublime, col sole nascente che illuminva le balze della montagna di fronte e bacivaa i campi, il fieno falciato e quello da falciare. Gli spruzzatori stavano innaffiando i prati. Piccoli arcobaleni apparivano e svanivano seguendo il loro ritmo. Ad Hans Jörg parve d’essere immerso in un dipinto di Constable. Una sorta di pace gravida di tensione lo pervadeva, mentre ammirava lo spettacolo unico della sua terra. Arrivarono a una radura abbastanza lontana da case e persone. Sistemarono qualche pezzo di legno su una pietra per usarlo come bersaglio. Quando arrivò il suo turno, Hans Jörg era lucido. Appoggiò il calcio alla spalla e brandì l’arma. Svuotò i polmoni e rilassò i muscoli. Lo sparo risuonò lungo le cavità del corpo. Dentro di sé avvertì un’immensa calma, come quella che precede una tempesta. Prima di passare il fucile, strofinò coi polpastrelli la zigrinatura del calcio. --- La settimana successiva, Hans Jörg fissò un appuntamento negli uffici dell’azienda del padre di Francesca. Detestava quel posto. Lì dentro, in quell’ufficio, lavoravano solo gli altri, quelli che non parlavano la sua lingua. I coloni. Gli invasori. E quelli dei suoi che ci lavorano, invece, erano traditori. Quelli che avevano colpito alle spalle e soggiogato la sua terra, la sua Heimat. Quelli che avevano torturato e ucciso i compatrioti, che avevano represso chi non si era voluto piegare e aveva combattuto per la libertà. Avevano perso, purtroppo. Traditi dalle trame politiche, dagli accordi, dagli inciuci. Li avevano venduti, sacrificati sull’altare della convenienza. L’avevano chiamata Autonomia. Una balla che i più avevano ingoiato, molti anche con gusto, con piacere. Lottare per l’autodeterminazione richiedeva troppe ferite, troppo dolore; e allora meglio accontentarsi, no? Così pensava la maggior parte della gente. Non lui. Lui era diventato massimalista. O tutto o niente. Perciò scelse come obiettivo quell’agenzia di comunicazione che conosceva fin troppo bene, perché quando lo aveva voluto con sé in azienda, suo padre gli aveva chiesto di occuparsi del marketing. “Mettono sempre il più scemo a occuparsi del marketing”, aveva sentito dire a un ingegnere alla macchinetta del caffè. "O quello, o alle risorse umane. Se sono figli del capo”, spiegava allo stagista che gli era stato affidato “e non sanno fare nulla, li destinano a quelle mansioni. Lì, almeno, non possono fare danni. Funziona in questo modo. Il figlio del titolare non ha meriti. Ricopre il suo posto per diritto divino. Perché, devi sapere, che il titolare è il dio di ogni azienda. Decide lui. Tu puoi solo sperare che ci sia un fratello, un fratello sveglio. Altrimenti, quando il padre muore, l’azienda fa *swoosh*”, aveva detto l’ingegnere mimando con le dita quella che sembra una foglia soffiata via dal vento, “e scompare. Fidati. L’ho visto succedere altre volte”. Swoosh. Hans Jörg aveva rivissuto quel gesto un milione di volte nella sua testa. Swoosh. L’ingegnere parlava di lui, ovviamente. Ma non si era accorto che lui, nascosto dietro alla porta dell’area relax, lo stava ascoltando. Forse, se se ne fosse accorto, se Hans Jörg fosse uscito all’improvviso dal suo nascondiglio salutando tutti con nonchalance, l’ingegnere avrebbe trasalito. Forse lo avrebbe blandito, spaventato dalle possibili conseguenze. O forse avrebbe cambiato discorso, fatto finta di nulla. Ma Hans Jörg non lo aveva fatto. Non avrebbe neppure fatto la spia perché anche in azienda gli *snitch* non piacciono a nessuno. In un certo modo gli era grato. Grato per la sua sincerità, per avergli insegnato una lezione. Era grazie alle sue parole che aveva imparato che nessuno rispetta il figlio del titolare. È la legge delle aziende. Il figlio del titolare non ha meriti. Ricopre il suo posto per diritto divino, perché il titolare è il dio dell’azienda. Ed era vero. Che meriti aveva lui? Lui che era fresco di scuola e del mestiere di imprenditore non sapeva nulla, se non che dovevi lavorare troppo, a casa non c’eri mai e finivi per colmare con soldi, regali e concessioni il senso di colpa che ti dava il vuoto che ti lasciavi dietro. Nessuno. Ma Hans Jörg era testardo, voleva sfuggire al giudizio. Sfuggire al destino. Così si era impegnato. Aveva letto un paio post. Seguito qualche esperto. Visto dei video. Poi si era trovato seduto lì. In quella stanza piccola, angusta, a fronteggiare due ragazzi che avranno avuto almeno vent’anni in più d’età e, di sicuro, dieci d’esperienza. Nel biancore al neon che sommergeva la sala riunioni, i fori dei pannelli fonoassorbenti inchiodati alle pareti distorcevano la percezione. Alla periferia del suo sguardo i confini della stanza sembravano liquefarsi. Ebbe l’impressione che lo spazio si espandesse e contraesse come se si trovasse all’interno di un immenso muscolo cardiaco, che batteva al tempo della sua ansia. Quando fece scivolare il foglio sul tavolo dovette trattenere a forza un conato. “Bisogna velocizzare il sito”, disse ai due tecnici seduti di fronte a lui. Quello pelato chinò la testa in avanti, facendo scivolare in modo quasi impercettibile gli occhiali verso la punta del naso. Lo guardava dall’alto delle lenti. Poi guardò il foglio e lo prese in mano. Il volto del tecnico era impassibile, il tronco d’un albero secolare che scivola imperterrito attraverso la grana del tempo. Hans Jörg intuì a cosa stava pensando l’uomo seduto di fronte a lui. Non stava pensando a come velocizzare il sito dell’azienda di suo padre, del titolare. Stava pensando che mettono sempre il più scemo a occuparsi del marketing. Che il figlio del titolare è lì per diritto divino, perché il titolare è il dio dell’azienda. Hans Jörg a questo non ci pensava, ma anche il tecnico ha un dio titolare che, magari, ha un figlio, che è stato messo a fare marketing. Solo che lì, Hans Jörg non era solo il figlio del titolare, era il cliente. “E il cliente”, così gli aveva insegnato suo padre, il titolare, “ha sempre ragione.” “Il sito è lento”, incalzò Hans Jörg. “Dobbiamo velocizzare il sito” disse col tono di voce che un buon caratterista userebbe per interpretare uno di quei personaggi secondari che abbondano nei film catastrofici. Il militare obbediente ma un po’ scemo che aiuta lo scienziato nerd e brillante a sbrogliare la situazione. Dobbiamo velocizzare il sito, per dio professore, si sbrighi o il mondo brucerà! “Stando al resoconto di questo tool d’analisi gratuito che ci hai portato, Hans Jörg, possiamo darci del tu, vero?” chiese il tecnico. Lui deglutì annuendo. “Bene”, continuò “stando a questo resoconto, per velocizzare il sito dovremmo ridurre la dimensione delle immagini. Ma vedi, Hans Jörg, se noi riducessimo la dimensione delle immagini attraverso un’ulteriore compressione, beh perderemmo la qualità. Le immagini verrebbero tutte sgranate, capisci?” Hans Jörg distolse lo sguardo per un istante. Davanti ai suoi occhi s’era aperto un vuoto immenso che lo lo stava risucchiando al suo interno. “E dal momento che questo è un sito vetrina, la qualità delle immagini è di importanza vitale”, concluse il tecnico piantandogli addosso uno sguardo che non ammetteva repliche. Hans Jörg comunque non aveva mezzi per replicare. Obiezione respinta. Si alzò e ringraziò. Riprese il suo foglio ed uscì dalla stanza. L’umiliazione si completò dopo qualche ora, nell’ufficio di suo padre, il titolare, quando, dopo aver ascoltato le sue parole, le parole di suo figlio, del figlio del titolare, decise di alzare il telefono e chiamare in agenzia per intimare di smettere di prendere per il culo suo figlio, ché è un cliente, è un figlio cliente e lui ne è il padre, un padre cliente, e lui, come padre e come cliente, certi atteggiamenti non era disposto a tollerarli. Qualche settimana dopo, Hans Jörg incontrò il tecnico. Sedeva, dandogli le spalle, al tavolino di un bar insieme alla compagna e al figlio. Il bambino avrà avuto sì e no diciotto mesi. Hans Jörg era con un gruppo di amici. Tornavano da un giro con la moto da cross. Addosso aveva la tuta imbottita e le protezioni, che lo facevano sentire a suo agio, non come quando indossava la camicia fighetta che, il giorno della riunione, portava sopra la *t-shirt* Hard Rock Café Praha che ammiccava incongrua in trasparenza. Perciò fece finta di nulla. In quel momento il tecnico si alzò, sistemò il figlio sul passeggino e gli chiuse con grazia le cinghie. Sbloccò le ruote con la punta del piede, fece perno e girò su se stesso. Fu allora che lo vide. Hans Jörg lesse sorpresa sulla sua faccia e nessun rancore. Il tecnico, anzi, gli sorrise e lo salutò con allegria. Hans Jörg rispose al saluto ma, nel petto, sentì il cuore sobbalzare. "Ti odio", pensò, "italiano di merda". --- Ti odio, italiano di merda, grida Hans Jörg mentre caccia una pallottola nella testa del tecnico, prima di essere colpito a sua volta. La stanza ruota di scatto. Il suo corpo soccombe all’azione combinata della gravità e dei proiettili. Crolla a terra. Denso e appiccicoso, il sangue prende a sgorgare copioso dalle ferite. La morte lo abbraccia. È felice di andarsene, perché sa che lo farà in gloria. Il suo, per tutti quelli come lui, sarà il gesto di un eroe. Sa che nei forum e nelle chat verrà celebrato, perché così si addice a chi sceglie di reagire. Lui ha alzato la testa, come Breivik. Ha smesso di sopportare, come Brenton Tarrant. Faranno dei meme per questo motivo e, grazie a essi, verrà consacrato nel Valhalla. Vivrà in eterno, ma è a quel punto che la vede. *La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita*. Francesca, è lì. *Sceglie i suoi momenti significativi*. Giace riversa sul pavimento e sanguina. *E li mette in successione*. Non si era accorto che ci fosse anche lei, che i suoi spari l’avessero raggiunta. *Facendo del nostro presente*. Lo sta guardando. Lo fissa coi suoi occhi profondi, languidi. Non c’è odio nello sguardo che Francesca gli regala in quel suo ultimo istante. *Infinito, instabile e incerto*. C’è solo una struggente, autentica e infinita empatia. *Un passato chiaro, stabile, certo*. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Andriollo, Della Ratta e l'ombra di Donald Trump - La turbolenza #3 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/03/23/andriollo-della-ratta-donald-trump-la-turbolenza-3/ Last updated: 2025-03-23T19:46:12.000Z L'[approvazione del Piano Sociale Qualità della Vita di Bolzano](https://salto.bz/it/article/19032025/parita-di-genere-sacrificata?ref=flaviopintarelli.it), avvenuta lunedì 17 marzo grazie al voto congiunto di una parte della maggioranza di centro sinistra e dell'opposizione di centro destra al completo, sarebbe un'irrilevante notizia di cronaca locale se non fosse per il contesto in cui è maturata e per l'oggetto del compromesso che l'ha resa possibile. Il voto dell'opposizione, che ha così rinunciato a fare ostruzionismo su questo documento documento di programmazione pensato per migliorare la qualità della vita della città nel corso dei prossimi dieci anni, è stato propiziato da due emendamenti proposti dal consigliere Claudio Della Ratta, un boiardo della politica cittadina, transitato dal centro sinistra al centro destra nel corso degli ultimi quindi anni. Della Ratta ha infatti proposto di eliminare dal documento il linguaggio inclusivo e di trasformare da obbligatoria a discrezionale le realizzazione del bilancio per la parità di genere, uno strumento che serve a garantire una maggiore trasparenza su come vengono impiegate le risorse di bilancio e sull'impatto che esse hanno su uomini e donne. Di fronte alle critiche di alleati e partiti di area, la maggioranza ha rivendicato la propria scelta sul piano del pragmatismo. Il consigliere del Partito Democratico Silvano Baratta ha giustificato infatti la scelta sottolineando che "la sensibilità della maggioranza va nella direzione opposta rispetto a queste due proposte. Tuttavia, la scelta è stata tra far approvare il piano sociale o affrontare 200 emendamenti: per questo è stato raggiunto un accordo con le opposizioni". Sulla stessa linea anche l'assessore al sociale Juri Andrillo, che ha invitato a evitare la speculazione politica, motivando con queste la decisione di giocare di sponda con l'opposizione: "ripeterlo (il passaggio sul linguaggio inclusivo *nda*) forse è riduttivo ed inutile. Penso che nessuno neghi l’evidenza di mantenere un linguaggio di genere rispettoso". Parole che sembrano fare eco a quelle di Della Ratta, che sulla questione aveva fatto notare che "l’amministrazione ha sempre utilizzato uno stile inclusivo" e dunque "non serve formalizzare l’impegno nel piano sociale", perché "la normativa vigente prevede già questa disciplina a livello europeo" e il passaggio sul tema dunque "è un punto ridondante", l'assessore al sociale Juri Andriollo. Il pragmatismo è senz'altro una dote preziosa per un'amminstratore, ma non è detto che lo sia anche per un politico. Su questo dovrebbe interrogarsi proprio Andriollo. Oltre a essere responsabile per la realizzazione del Piano Sociale Qualità della Vita, l'assessore è anche [il candidato che il centro sinistra bolzanino sosterrà come sindaco alle imminenti elezioni comunali](https://salto.bz/it/article/04032025/intervista-candidato-andriollo?ref=flaviopintarelli.it); nel capoluogo altoatesino si voterà infatti nel mese di maggio. L'approvazione del documento è perciò uno degli ultimi atti dell'amministrazione targata Renzo Caramaschi di cui Andriollo è stato uno dei membri più in vista. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Caramaschi, il "sindaco dell'Anpi", ha governato la città negli ultimi dieci anni, sposando un orientamento più che centrista e strizzando spesso più di un occhio a temi e dispositivi di governo patrimonio della destra contemporanea: la retorica sul degrado, l'uso del daspo e la video sorveglianza del territorio, [intensificata e rivendicata più volte come un vanto](https://www.rainews.it/tgr/bolzano/video/2019/04/blz-telecamere-sicurezza-videosorveglianza-Bolzano-Caramaschi-Salvini-d978c044-d013-4c8a-b606-b7b664253aae.html?ref=flaviopintarelli.it). In questo contesto, quello che sul piano amministrativo è senza dubbio un successo personale di Andriollo, su quello politico potrebbe rivelarsi un *boomerang*. Viviamo infatti un tempo frammentato, animato da passioni forti, valori opposti e polarizzati; un tempo di guerre culturali in cui è più probabile che una competizione elettorale si vinca agli estremi piuttosto che al centro dello spettro politico. Visto attraverso questa lente, per il centro destra bolzanino lo stralcio dei due emendamenti è una vittoria tanto simbolica quanto pratica. Se la [coalizione guidata dal candidato sindaco Claudio Corrarati](https://salto.bz/it/article/17022025/gestiro-il-comune-come-unazienda?ref=flaviopintarelli.it) dovesse uscire vincitrice dalla prossima tornata elettorale - e, come cinque anni fa, penso sia abbastanza competitiva per poterci riuscire - la giunta che si verrebbe a formare non sarebbe in alcun modo vincolata a usare il tanto odiato linguaggio inclusivo e, soprattutto, godrebbe piena discrezionalità nell'utilizzare uno strumento capace di evidenziare la natura strutturale della disparità di genere come il bilancio di parità. La mossa di Della Ratta ha perciò sgombrato il campo da due importati paletti su un tema chiave per la destra contemporanea, ovvero la lotta al cosiddetto "politicamente corretto". È certamente una coincidenza, ma vale la pena sottolineare che questo attacco avviene pochi giorni dopo che il [New York Times ha riportato](https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/07/us/trump-federal-agencies-websites-words-dei.html?ref=flaviopintarelli.it) come, per effetto della [guerra che Donald Trump sta muovendo alle politiche di diversità, equità ed inclusione](https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/guerra-trump-contro-diversita/?ref=flaviopintarelli.it), una serie di parole a esse legate stiano venendo eliminate o fortemente limitate in linee guida, documenti ufficiali e siti web dell'amministrazione degli Stati Uniti. Una coincidenza che mostra in modo sempre più chiaro come la politica locale rifletta sempre più spesso le tendenze culturali e i meme politici globali che, erodendola come i venti le cime delle montagne, la stanno ridisegnando secondo una nuova, inedita orografia. Potrà questa vittoria, ottenuta un un tema fortemente attuale e identitario, contribuire a rinforzare la compattezza dell'elettorato di centro destra e acuire la frammetazione di quello di centro sinistra, area politica che, vale la pena ricordarlo, [arriva alle elezioni senza un candidato sindaco unitario](https://salto.bz/de/article/28022025/il-team-k-sceglie-matthias-cologna?ref=flaviopintarelli.it)? ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2025/03/16/invasione-ucraina-tre-anni-dopo-valigia-blu/ Last updated: 2025-03-16T19:19:12.000Z Alla fine di febbraio l'invasione dell'Ucraina è entrata nel suo quarto anno. Lo ha fatto mentre il mondo intorno al fronte mutava in un modo apparentemente irreversibile. Dal giorno del suo insediamento, il neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha agito con scioccante rapidità per ridisegnare gli assetti globali, mettendo le basi per quello che appare in modo sempre più chiaro un asse USA-Russia. Un avvicinamento che ha la Cina nel mirino: indebolire l'alleanza tra Putin e Xi, impedendo che la potenza economica cinese e quella militare russa si saldino tra di loro sembra essere infatti l'obiettivo del sacerdote MAGA. In questa sacra rappresentazione, il ruolo che sta venendo ritagliato per il popolo ucraino sembra essere quello dell'agnello sacrificale. L'agguato testo a Zelensky da Trump e Vance in occasione della visita del presidente ucraino negli Stati Uniti per la firma, sfumata, dell'accordo sulle risorse minerarie è stato solo il primo momento di questa sanguinosa cerimonia. Lo hanno seguito la sospensione delle forniture militari e quella della condivisione di informazioni, due decisioni che avranno effetti sensibili e concreti sulla capacità ucraina di difendere il proprio territorio. Una capacità che, pur tra innumerevoli difficoltà, il paese aggredito è stato in grado di mantenere nel corso degli ultimi 18 mesi. La realtà del campo di battaglia, se la si guarda con la dovuta attenzione, oggi appare ben diversa da chi dipinge scenari catastrofici per l'Ucraina. Entrambi gli schieramenti detengono elementi di vantaggio e svantaggio sul proprio avversario e dall'analisi della situazione emerge un quadro in equilibrio. Dunque no, l'Ucraina non sta perdendo la guerra, così come non la sta vincendo e viceversa. Il risultato del conflitto è dunque tutt'altro che scontato, anche se l'impegno dimostrato fin qui dagli Stati Uniti sta venendo tradito dall'attuale amministrazione. > Quelli di vittoria e sconfitta sono due concetti attinenti al campo della guerra. Tuttavia, applicarli a un contesto reale non è sempre così scontato come può apparire e definire chi stia vincendo o perdendo una guerra quando essa è in corso è un esercizio scivoloso. > Vittoria e sconfitta, nell’ambito bellico, sono strettamente legate a un altro concetto: quello di *end state*, alla lettera “stato finale”. Lo stato finale è l'insieme delle condizioni che determinano se gli obiettivi politici di un conflitto sono stati o meno raggiunti. > Nel caso dell’invasione dell’Ucraina, l’*end state* del paese aggredito è tutto sommato semplice da capire: respingere la forza d’invasione, liberare i territori occupati e ottenere garanzie credibili rispetto alla propria sicurezza e autodeterminazione. > Quello russo, al contrario, sembra essere più opaco e, soprattutto, fluido. Al momento, possiamo pensare di descriverlo nel modo seguente: ridefinire i confini ucraini, consolidando il controllo sulle regioni di Donec'k, Luhans'k, Zaporižžja e Kherson, e impedire che il paese prosegua il percorso di avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO, bloccandolo o per via diplomatica o attraverso l’insediamento di un governo favorevole a Mosca. > Attualmente nessuno dei due paesi è vicino a ottenere questi risultati sul piano militare. Entrambi però possiedono elementi di vantaggio che potrebbero favorirli ed elementi di svantaggio che potrebbero ostacolarli. [L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa - Valigia BluLa situazione sul fronte di battaglia e le prospettive che attendono l’Ucraina e l’Unione Europea dopo l’avvicinamento tra Trump e Putin![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-favicon-32x32-192x192-1.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Zelensky-1024x683-1.jpg)](https://www.valigiablu.it/invasione-russia-ucraina-oggi-situazione/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa" su Valigia Blu ### Sbilanciare il minimalismo, costruire utopie URL: https://flaviopintarelli.it/2025/03/09/mostra-tecnologia-decorazione-pietro-corraini/ Last updated: 2025-03-09T19:07:33.000Z 🤖 Ho scritto questo testo per il catalogo della mostra **Tecnologia e decorazione* del mio amico Pietro Corraini. La mostra apre mercoledì 12 marzo nella galleria d'arte dei fratelli Bonvini, in via Tagliamento 1 a Milano. È imbarazzante iniziare un testo dedicato ad altri parlando di se stessi. Però sento di doverlo fare, il più brevemente possibile, per spiegare a chi legge la ragione di certe mie scelte che, più che scelte, sono necessità. Il fatto è che sono uno scrittore, non un accademico. Buona parte del mio lavoro critico si basa su ricordi, sensazioni, elementi atmosferici che colgo o penso di cogliere nella realtà che mi circonda. Se sul piano poetico costituisce un vantaggio, su quello del rigore il mio metodo costituisce un rischio. Il rischio di periodizzare in modo approssimativo per esempio. Ovvero lo stesso rischio che correrò tra poche righe, quando inizierò a parlare di minimalismo come stile di vita. Non so collocare nel tempo in modo esatto la prima volta che ne ho sentito parlare, ma ricordo perfettamente chi me ne ha parlato: il mio amico M. Nel microcosmo della compagnia di cui ho fatto parte nei miei *early 20s*, M è stato uno dei primi utenti della rete, nonché un entusiasta della cultura digitale. Non ricordo bene neppure dove e come me ne parlò, ma so per certo che era più o meno la fine degli anni zero del Duemila. La crisi dei mutui *subprime* si era già manifestata, definendo con la sua apparizione l’immaginario della prima amministrazione di Barack Obama. Com’era accaduto dopo l’11 settembre, anche in quel periodo l’impressione era che il mondo come lo avevamo conosciuto stesse per finire. La capacità del modo di produzione capitalista di contribuire al benessere globale veniva scossa dagli eventi e messa in discussione dai suoi critici. Il futuro che si apriva di fronte alle nuove generazioni non era più quello dominato dalla logica di guerra permanete in cui il mondo era stato precipitato dalla *war on terror*. Era un mondo in cui il lavoro perdeva definitivamente i suoi attributi di stabilità per farsi del tutto fluido e aleatorio, mentre i cambiamenti climatici, pur iniziando a produrre regolarmente eventi catastrofici, apparivano ancora una dinamica reversibile. Per continuare a legittimare la sua esistenza e le sue pretese di controllo anche di fronte a questo scenario, il Capitale raccontava alle persone della necessità di adattarsi per sopravvivere. Il minimalismo di cui M mi tesseva le lodi predicava - a noi millennial e alle generazioni che stavano venendo dopo di noi - di sostituire l’accesso al possesso. Dal momento che vivevamo in case sempre più piccole e costose per permetterci l'illusione di frequentare i luoghi necessari a competere su un mercato del lavoro sempre più spietato che senso aveva riempirsi di oggetti che, probabilmente, avremmo usato non più di una volta e, spesso, non avremmo usato mai? Dopotutto avremmo potuto avere a disposizione tutta la produzione culturale umana, ovunque e quasi all’istante. Era questa la sfida e la promessa che le grandi *corporation* del *tech* facevano al mondo, miniaturizzando e incorporando terminali nei più disparati oggetti della vita quotidiana mentre delocalizzavano negli angoli meno visibili delle periferie e delle campagne le banche dati necessarie a immagazzinare il sapere. Le interfacce delle piattaforme dominavano il panorama visivo, mentre il *touch&feel* degli iPod, dei MacBook e, infine, degli iPhone contribuiva a definire l’esperienza estetica del presente. Un orizzonte che trovò il suo corrispettivo politico nell’austerità che dominò la *governance* europea di quegli anni e finì in frantumi come la vetrina di un negozio di elettronica saccheggiato nella notte durante una delle tante esplosioni di rabbia popolare che illuminarono le notti dei primi anni dieci. È ammirando i disegni e gli oggetti che Pietro Corraini ha realizzato per questa mostra e che sono riprodotti in questo catalogo che mi è ritornato in mente il clima di quei giorni e le tensioni estetiche e politiche che lo hanno attraversato. Questo non tanto perché vi facciano riferimento in modo diretto ed esplicito quanto, piuttosto, perché è come se questi sgangherati assemblaggi composti da segni tecnologici ed eccedenze kitsch evocassero la possibilità di una fuga. La fuga da una realtà lisca, levigata, piatta, funzionale, pacificata, priva di spigoli, performativa all’eccesso e contundente come una camera di contenzione. Le opere qui raccolte ci parlano di un altrove, di un mondo altro che costruiscono, almeno come possibilità, come potenziale. Un mondo in cui l’inutile, il superfluo e l’eccedente non possiedono soltanto un loro spazio, ma lo costituiscono e lo incarnano come ne fossero la massima espressione. Un mondo sbilenco, in bilico come in bilico risulta chiunque provi a camminare in avanti, sbilanciando il proprio corpo di passo in passo e mettendolo a rischio per il solo gusto di vedere cosa può esserci un palmo più avanti del proprio naso. Insomma, un mondo libero e casuale in cui mi piacerebbe poter vivere, almeno per un istante, per capire se è davvero così meno desiderabile di quello che ci troviamo ad abitare ogni giorno. ![Locandina dell'inaugurazione della mostra "Tecnologia e decorazione" di Pietro Corraini. 12 marzo 2025, ore 18.30, via Tagliamento 1 Milano.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/02/Tecnologia-e-decorazione---Pietro-Corraini.png) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Alcune note sulla policrisi del modello Alto Adige - La turbolenza #2 URL: https://flaviopintarelli.it/2025/03/02/note-policrisi-modello-alto-adige/ Last updated: 2025-03-23T19:45:58.000Z L’Alto Adige è sempre meno attraente. Non lo dico io, che con la mia terra faccio a cazzotti da così tanto tempo che per farci pace m’è servito scrivere un romanzo; a dirlo è uno [studio della Fondazione Nord Est](https://salto.bz/de/article/04022025/la-fuga-dei-14000?ref=flaviopintarelli.it), commissionato dalla locale Confindustria. Secondo lo studio, la provincia di Bolzano non va oltre il 120esimo posto di una classifica stilata in base a un indicatore, l’ERAI - *Regional Attractivness Index*, che la Fondazione Nord Est ha sviluppato e usa per misurare l’attrattività delle diverse regioni europee. La perdita di fascino si traduce in un dato piuttosto bruto: per ogni cinque giovani altoatesini che lasciano la provincia alla ricerca di opportunità professionali uno soltanto decide di trasferirvisi. Al netto di improbabili cigni neri, le proiezioni demografiche mostrano uno scenario preoccupante: il numero dei lavoratori sembra destinato infatti a diminuire di 32000 unità entro il 2040. I primi a preoccuparsi per questa situazione sono ovviamente gli imprenditori: dal loro punto di vista significa non avere un bacino controllato di disoccupazione ma una potenziale indisponibilità di ricambio della forza-lavoro da sfruttare. Sarebbe miope limitarsi a pensare a questa crisi solo nei termini del conflitto tra capitale e lavoro. Lo è senz’altro. Ma allargando lo sguardo e provando a unire una serie di puntini apparentemente scollegati, emerge un quadro d’insieme più complesso e sfaccettato. **A caccia di indizi di una crisi sistemica.** Una decina di anni fa accettai un incarico di *branded content* per un media locale indipendente. Il committente era una delle società che hanno in carico l’elaborazione e la messa in opera delle strategie di marketing che sostengono il *brand* Alto Adige. Nella riunione di *kick off*, il funzionario responsabile del progetto mi spiegò che i contenuti che sarei andato a creare avevano come obiettivo raccontare il contributo che alcune aziende locali stavano dando all’innovazione nel settore tecnologico e digitale. L’iniziativa era sinergica alla *mission* dell’organizzazione che era fare dell’Alto Adige la più desiderata regione europea in cui vivere e lavorare. Lo studio della Fondazione Nord Est ci dice che le cose sono andate in modo diverso, molto diverso, da quello che le istituzioni locali si aspettavano. A mio parere si tratta di un fallimento e credo che gli industriali altoatesini pensino più o meno lo stesso. Se fossero sereni rispetto all’operato delle istituzioni, avrebbero commissionato e reso pubblici dei dati che mettono apertamente in questione la narrazione dell’Alto Adige come un territorio il cui mercato del lavoro è in grado di garantire salari adeguati a sostenere un costo della vita più alto della media nazionale? Me lo domando perché quella che viene messa in discussione non è una narrazione qualunque: è quella che perpetua il patto sociale attraverso cui, negli ultimi quarant’anni, è stata garantita l’espulsione del conflitto etnico dall’orizzonte della società altoatesina. Un patto sociale basato su un sviluppo economico stabile e prospero e un diffuso benessere assicurato da un welfare solido e diffuso. Cioè gli elementi fondanti dell’eccezionalità altoatesina, ottenuti grazie alle prerogative dell'Autonomia e al solo costo di una guida politica ben definita e capace di garantire un equilibrio di interessi contrapposti che, pur non essendo mai stato perfetto equilibrio, non è mai risultato troppo sbilanciato. Quello che viene messo in discussione, quindi, è l’intero impianto dell’edificio identitario altoatesino, del quale l’architrave è proprio la narrazione dell’Alto Adige come terra di opportunità e alta qualità della vita distante ma non isolata dalla dimensione della vita metropolitana. ![Un wojack con cappello alpino che chiede: attrattivi per chi, scusa?](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/02/Alpine-wojack---attrattivi-per-chi-glitch.jpg) I tempi cambiano, my G! Ogni intervento che la metta in dubbio viene perciò percepito come un pericolo mortale e deve essere contenuto nel modo più rapido ed efficace possibile. E infatti l’assessora al lavoro Magdalena Amhof non si sarebbe [affrettata a dichiarare](https://news.provincia.bz.it/it/news/mercato-del-lavoro-l-alto-adige-attrae-nel-contesto-nazionale?ref=flaviopintarelli.it), un paio di giorni dopo la pubblicazione dello studio della Fondazione Nord Est, che “il mercato del lavoro altoatesino è fortemente attraente per i lavoratori provenienti da fuori provincia”. È interessante approfondire di quali lavoratori sta parlando Amhof, la cui dichiarazione prosegue in questo modo: “è vero che stiamo assistendo a un crescente esodo di lavoratori altoatesini, soprattutto verso i vicini Paesi di lingua tedesca, che in termini di lingua e cultura non presentano ostacoli all'integrazione. Va detto che in quasi tutti i Paesi europei si registra un esodo verso mercati del lavoro interessanti, generalmente dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Allo stesso tempo, però, l'Alto Adige attrae nuova manodopera, soprattutto da altre regioni italiane. Tre quarti dell'aumento del numero di occupati negli ultimi due decenni possono essere attribuiti alla manodopera immigrata. Nel complesso, immigrazione ed emigrazione sono in equilibrio.” Di queste parole mi colpisce innanzitutto come, nello scontro con Confindustria, la Provincia indichi come fattore positivo l’immigrazione dal resto d’Italia, che per decenni è stata vista come una minaccia all’integrità linguistica e culturale del territorio. In secondo luogo, spicca la mancanza di qualsiasi tipo di indicatore qualitativo. Che tipo di lavoratori arrivano da sud delle Chiuse di Salorno? Sono soprattutto lavoratori altamente qualificati o manodopera da impiegare in quei servizi di base sempre più difficili da garantire, in un territorio dove i salari e il costo della vita sono sempre meno allineati? E, ancora, quanti di questi lavoratori riescono a stabilizzarsi sul territorio e a integrarsi nel tessuto sociale? Qual è, quindi, per usare un termine di *marketing*, il tasso di *retention* del mercato del lavoro e della società altoatesina? Purtroppo, a sostegno della mia ipotesi - che si tratti in prevalenza di lavoratori non qualificati soggetti a un elevato *turnover* \- non ho nessun dato certo, ma solo impressioni soggettive , che mi limito a riportare più come spunto da verificare che come certezza incrollabile. Quello che invece mi pare evidente è che tra l’imprenditoria locale e la giunta provinciale si stia creando una certa distanza di vedute in merito alle politiche necessarie a garantire lo sviluppo del territorio. Mi sembra infatti questa la dinamica che si è innescata in seguito alla pubblicazione dello studio della Fondazione Nord Est, con la giunta che entra in modalità *damage control* per rispondere alla sollecitazione proveniente dal mondo imprenditoriale. Non è la prima volta che si vede in atto. Già nei mesi scorsi si era attivata intorno a una questione ormai sempre più scomoda e scottante: il caro casa. Emersa in modo prepotente nel dibattito durante tutto il 2024, è stata fatta a lungo passare come una questione da “buonisti” fino a quando non ha iniziato a interessare anche gli italiani oltre categorie poco desiderate come gli stranieri o gli studenti.. Anche in questo caso si era manifestata una certa distanza di opinioni tra il mondo imprenditoriale e la giunta provinciale. Non so stabilire quanto questa distanza sia solo una mia percezione e nasconda un gioco delle parti che sono troppo lontano dal potere per decifrare, oppure se, come penso, sia l'indizio di una crisi sistemica più profonda di quanto non appaia oggi. **A caccia di indizi di una crisi politica.** Ammettiamo che io abbia ragione e che le schermaglie tra Confindustria e giunta siano indizi di una crisi sistemica che scorre al di sotto della superficie della quotidianità: quanto è solida la posizione dell’attuale giunta provinciale e della *Südtiroler Volkspartei* (SVP), il suo partito di maggioranza? Una risposta ragionevole a questa domanda date le condizioni di partenza potrebbe essere: non così forte da poter governare serenamente una crisi sistemica. Per tutta la sua esistenza il “partito di raccolta” ha funzionato come un centro di gravità capace di mediare le tensioni politiche per tutelare gli interessi della popolazione di madrelingua tedesca dell’Alto Adige e garantirne la coesione di fronte allo Stato italiano. Un ruolo che, alla luce degli sviluppi più recenti, sembra in via di esaurimento. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Alle ultime elezioni provinciali, quelle del 2023, la SVP ha perso sette punti percentuali rispetto alla precedente tornata elettorale, scendendo per la prima volta sotto alla soglia “psicologica” del 38% che, per una serie di meccanismi del nostro sistema elettorale, l’ha obbligata a formare la giunta con un partner di madrelingua tedesca oltre a quello di madrelingua italiana normalmente previsto. Dopo una serie di consultazioni durate più a lungo del solito, la SVP ha formato una coalizione di centro destra, scegliendo come partner i Freiheitlichen, la lista La Civica del centrista italiano Angelo Gennaccaro, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Se la presenza della Lega Nord non stupisce più di tanto, avendo il partito di Salvini già governato insieme alla SVP nella precedente legislatura, quella di Fratelli d’Italia è una presenza sorprendente. Per la prima volta nella storia repubblicana un partito la cui genealogia politica rimanda direttamente a quella del Partito Nazionale Fascista attraverso il retaggio di Alleanza Nazionale e del Movimento Sociale Italiano siede nella giunta provinciale altoatesina come alleato della SVP. Se il me del futuro lo avesse detto al me del passato, il me del passato lo avrebbe preso per matto. La scelta è stata giustificata dai vertici della SVP sostenendo che Fratelli d’Italia, in quanto primo partito italiano della provincia, è rappresentativo della maggioranza della popolazione di lingua italiana. Tecnicamente è vero, ma la SVP avrebbe potuto formare una giunta anche insieme al Partito Democratico, ai Verdi e al Team K, dando vita a un esecutivo di centro sinistra con un partito di madrelingua italiana e due partiti d’impianto interetnico. Se non lo ha fatto probabilmente è perché una giunta di questo genere sarebbe risultata più difficile da indirizzare e controllare in un momento in cui la SVP sente sfuggirle di mano la presa che per decenni ha avuto sulla popolazione di madrelingua tedesca della provincia. Da una parte la pandemia ha [mostrato che la società altoatesina è attraversata da fratture](https://flaviopintarelli.it/2021/12/20/alto-adige-cronaca-estinzione/) più profonde di quanto sarebbe stato possibile ipotizzare senza l’intervento di un shock culturale così forte. Dall’altra parte, a destra della SVP hanno guadagnato voti (e seggi) sia la *Sudtiroler Freiheit* (STF) che lista JWA del capopopolo no vax Jürgen Wirth Anderlan. Seppure limitato in termini percentuali, al risultato della destra tedesca bisogna prestare attenzione, perché, parafrasando Lenin, questi sono tempi in cui in settimane accadono decenni. Accade, per esempio, che tutta l’area D-A-CH stia [virando in modo sempre più evidente e deciso verso l’estrema destra](https://aspeniaonline.it/la-germania-in-mutazione-politica/?ref=flaviopintarelli.it), sotto la spinta della crisi, economica e di leadership, verso cui la Germania aveva cominciato ad avviarsi alla fine dell’era Merkel per poi accelerare in modo inaspettato, spinta dalle ricadute dell’aggressione imperialista della Russia contro l’Ucraina. In un epoca in cui i meme politici corrono rapidissimi lungo le infrastrutture digitali e si diffondono al di là delle barriere culturali creando *cluster* di valori che travalicano i confini, pensare che questo *Zeitgeist* non avrà ricadute sulla società altatesina sarebbe miope e scriteriato. Dall’altro lato della barricata, all’egemonia della [nuova destra sovranista e *disruptive*](https://giulio-burroni.ghost.io/e-possibile-governare-il-mondo-come-fosse-una-start-up/?ref=flaviopintarelli.it) si oppone la galassia delle sottoculture della nuova sinistra liberale, che ha nel [movimento *No Excuses*](https://giulio-burroni.ghost.io/e-possibile-governare-il-mondo-come-fosse-una-start-up/?ref=flaviopintarelli.it) la sua espressione locale più evidente. Originatosi in modo spontaneo per articolare una critica da sinistra alla scelta della SVP di dare vita a una giunta di centro destra, nel movimento *No Excuses* si saldano due componenti importanti della sinistra altoatesina di madrelingua tedesca: l’area sociale di tradizione cattolica e le più giovani soggettività urbane e *woke* che hanno le loro radici nell’ambientalismo contemporaneo, nell’attivismo LGBTQ+ e nelle professionalità delle *cultural & creative industries*. Pur potendogli imputare una certa mancanza di tempismo - la Lega Nord di Salvini Premier con cui l’SVP aveva governato dal 2018 al 2023 non era meno antiscientifica, razzista e sovranista dell’odierno Fratelli d’Italia - *No Excuses* è un movimento a cui guardare con la stessa attenzione che bisogna dedicare ai partiti collocati a destra della SVP. La polarizzazione della società intorno a *set* di valori morali opposti è una delle caratteristiche distintive della contemporaneità ed è una condizione inedita per la SVP. Oggi, infatti, il collante etnico e linguistico appare meno saldo, proprio perché la società in cui viviamo è una società globalizzata in cui i posizionamenti politici si delineano in base all’aderenza a questi *set* di valori che trascendono le specificità culturali locali o, al limite, vengono declinati in base a esse. Messa di fronte alle guerre culturali oggi in corso, l’SVP fa sempre più difficoltà a esercitare la funzione di mediazione che ne è stata la ragion d’essere nel corso di tutta la sua storia politica. Più si sposta verso il polo di valori vicino alla destra e più rischia di allontanare le componenti di sinistra del suo bacino elettorale; più si sposta verso il polo di valori di sinistra e più rischia di allontanare le componenti di destra del suo bacino elettorale. Un equilibrismo che, nel lungo periodo, può diventare un problema. In un’epoca di posizioni politiche estreme, un partito che è costretto a non schierarsi mai, in nome della sua storia e per la funzione che esercita, si espone al pericolo di deludere entrambe le componenti da cui cerca di ottenere il consenso. Sia chiaro, si tratta di un pericolo a cui l’SVP è stata sempre esposta per sua stessa natura ma che, mai come ora, mette a repentaglio la governabilità del territorio e la tenuta del sistema che lo amministra. Tutto questo avviene nel contesto di un mondo in cui l’egemonia degli Stati Uniti sbiadisce e all’orizzonte della storia appaiono altre potenze, imperi nuovi: la Cina futurista di Xi Jinping e la Russia autocratica di Vladimir Putin. E mentre questo accade, tramonta anche il sogno tecnocratico della liberal democrazia che aveva pacificato l’occidente dopo la tempesta degli anni ‘70 del Novecento. Il modo in cui l’Alto Adige si inserisce in questo contesto, le relazioni funzionali che intrattiene con l’area D-A-CH da una parte e con l’Italia dall’altra andrebbero spiegate e analizzate. Non lo farò qui per ragioni di spazio, ma proverò a farlo in futuro. Mi limito a interrogarmi se e come l’SVP avrà le risorse per rispondere a sfide di tale portata. [Cruising CollapseNon si agisce con la penna. La scrittura è una cosa seria.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon-2.ico)Cruising Collapse![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Cruising-Collapse_1500p-12.gif)](https://cruising-collapse.ghost.io/?ref=flaviopintarelli.it) Questo post è così fiiiiigo perché lo ha editato Enrico. Iscriviti al suo blog, ha la featured image più bella dell'universo. ⤴️ **Postilla: scrivere nel cuore delle cose.** Policrisi è una parola stupenda e pericolosa. Di quelle parole cesellate in modo così fino da apparire abbaglianti e non aver bisogno di essere spiegate. Lo storico Adam Tooze [ha iniziato a usarla](https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-165-polycrisis-thinking?utm%5Fsource=post-email-title&publication%5Fid=192845&post%5Fid=70753690&isFreemail=true&utm%5Fmedium=email) qualche anno fa per descrivere la condizione di un tempo, il nostro, il cui destino e segnato non da una ma da più crisi intrecciate le une con le altre. Il testo che hai appena letto è un tentativo di scrivere la policrisi vivendola *in medias res:* stare nel cuore delle cose quando esse accadono. Per la prima volta da quando sono nato, l’Alto Adige sembra davvero attraversato dalle tensioni che scuotono il mondo e avverto la sensazione che i prossimi anni saranno cruciali nel definirne l’assetto futuro. Questo scritto perciò è un esperimento, ma è anche il tentativo di aprire una serie. Ho deciso di chiamarla *La turbolenza*, come [il post](https://flaviopintarelli.it/2023/10/23/elezioni-provinciali-bolzano-2023/) con cui commentavo, a caldo, il risultato elettorale dell’autunno del 2023\. Se la continuerò, questa serie sarà una serie di note e appunti, il diario di lavorazione un libro che, al momento, esiste solo come progetto. Il titolo di lavorazione suona così: *Il sudtirolo alla fine della fine della storia.* 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Due modi per avere a che fare col futuro URL: https://flaviopintarelli.it/2025/02/23/backcasting-forecasting-che-cosa-sono/ Last updated: 2025-02-23T19:34:53.000Z Un *brand* è un organismo in evoluzione costante, che registra e reagisce ai mutamenti del contesto, adeguandosi di conseguenza. Progettarne l'identità è il gesto che [dà vita al mondo semiotico di un *brand*](https://flaviopintarelli.it/2024/03/06/branding-worldbuilding-storytelling/) e lo fa vivere al suo interno attraverso il racconto, sostenuto dalla creazione di contenuti. È un lavoro che porta chi lo compie ad avere un a che fare con il futuro. [La strategia di marca](https://flaviopintarelli.it/2024/11/07/strategia-operativita-tattica-marketing/) è infatti la capacità di allineare pianificazione e gestione operativa, proiettandosi in avanti nel tempo per essere in grado di reagire tempestivamente alle contingenze. Dunque, per poter avere un quadro chiaro dell'evoluzione che il cliente ha in mente per il progetto che il *brand* dovrà rappresentare, quando ne costruisco uno gli chiedo sempre lo sforzo di fissare quale traiettoria che ha in mente in base a una serie di milestone; il modello che uso prevede obiettivi immediati, a cinque, dieci e quindici anni, ma può essere adattato a specifiche contingenze. Quello che ottengo attraverso questo esercizio è un "finale per la storia del *brand* che sto costruendo e un arco di trasformazione per il mondo semiotico che emana dal *brand* stesso. La comunicazione diventerà a quel punto il modo in cui proverò a raccontarne la storia con l'obiettivo di indirizzarne la traiettoria verso il finale desiderato e definito dal cliente. Definire un finale è importante. Non a caso è uno dei consigli di tecnica narrativa più comuni ed efficaci su cui si può contare quando si pratica questa disciplina. Come notava Pasolini nella sua celebre riflessione sulla morte come atto di montaggio cinematografico, è la fine a dare un senso a cosa accade nel mezzo e al principio di una storia. Per definire questo processo potremmo usare anche un concetto - *backcasting* \- in cui mi sono imbattuto per caso qualche tempo fa. Non ricordo esattamente dove io lo abbia incontrato per la prima volta, ma se dovessi descriverlo lo descriverei come l’effetto che un evento proiettato nel futuro esercita, retroattivamente, sul modo in cui ci comportiamo nel presente. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Il *backcasting* rappresenta perciò il rovescio del *forecasting*, ovvero l’atto di collocarsi nel presente provando a leggerne le tendenze per fare previsioni su ciò che verrà nel futuro. Se hai letto *Memoria del passato della Terra*, la trilogia di romanzi di Liu Cixin, probabilmente hai già un’idea, magari vaga, di cosa sia il *backcasting*. I tre libri dello scrittore cinese raccontano il modo in cui l'umanità reagisce nel presente a un evento proveniente dal futuro e di come questo evento ne curva la traiettorie e lo sviluppo. Il *backcasting* assomiglia perciò una postura che adottiamo nei confronti del tempo e del suo scorrere, in base alla quale possiamo definire il nostro modo di rapportarci a esso. Porsi in posizione di *backcasting* significa darsi la possibilità di orientare i propri comportamenti alla luce dell’evento o dell’obiettivo che ho proiettato nel futuro. Diversamente, porsi in una dimensione di *forecasting* significa impegnarsi per prevedere, attraverso la lettura dei segnali che riesco a captare, il modo in cui gli eventi potranno dispiegarsi, aspettando di vedere se essi imboccheranno la direzione verso cui ho provato a impostarli. La strategia come pianificazione e gestione dell'*outcome* è una forma di *backcasting*. La strategia come algoritmo per l'obiettivo è una forma di *forecasting*. La differenza tra le due posture è che la prima (*backcasting*) è soprattutto attiva, mentre la seconda (*forecasting*) è sopratutto passiva, pur essendo entrambe reattive per natura. Riconoscere questa differenza non implica dunque una gerarchia di valore tra le due posture, ma le definisce solo in termini qualitativi. Avere chiara questa differenza di approccio è solo un modo per facilitare la scelta tra l'uno o altro, a seconda del contesto o della situazione in cui si trova a doverli applicare o allo scopo per cui si decide di utilizzarli. Il futuro, dopotutto, è qualcosa di estremamente malleabile e disponibile alla nostra azione. ## Vorrei lavorare con te, come faccio? Ogni progetto in cui mi impegno nasce chiacchierando, dal vivo o in call. Se vuoi fissare un appuntamento scrivimi un’email e troviamo insieme il momento migliore per farlo. [Scrivimi](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Una cosa che Charli XCX mi ha insegnato sull’essere genitore URL: https://flaviopintarelli.it/2025/02/16/charli-xcx-essere-genitore/ Last updated: 2025-02-16T18:55:20.000Z Sono seduto in auto, facendo la spola tra casa e la sala in cui, da poco, è finita la festa di compleanno di E, il più grande dei miei figli. Dalla *playlist* che ascolto quando guido - un minestrone di musica messo insieme seguendo il solo, semplice criterio che mi gasi - la riproduzione casuale di Spotify pesca un pezzo: *I think about it all the time*, di Charli XCX. *Brat*, l'album da cui è tratto, è il terzo disco che ho suonato di più nel 2024 ma è solo in quel momento che la canzone mi arriva per la prima volta; e mi arriva forte, così forte da restarmi addosso tutta la notte, insieme alla stanchezza accumulata durante quella giornata. Il cuore della canzone è un folgorante frammento di *storytelling*, incastonato intorno a due lunghi ritornelli dall’ultimo dei quali fuoriesce una seconda strofa breve, che porta a termine il racconto prima che il pezzo si chiuda ripetendo per l’ultima volta la frase che gli dà il titolo. Al centro di esso c’è qualcosa di non identificato, l’*it* a proposito del quale la cantante dice di pensare tutto il tempo. Quel qualcosa, lo scopriamo grazie alla seconda frase del ritornello, è una possibilità, quella di non avere più tempo; ma per cosa esattamente? Charli XCX ce lo spiega immediatamente, dicendoci che finalmente ha trovato un compagno e che potrebbe avere un bambino insieme a lui, perché un giorno potrebbe averlo se le resterà ancora il tempo. Il ritornello si chiude con la protagonista che si domanda se la scelta di avere un figlio non darebbe alla sua vita uno scopo nuovo e, preso nella sua interezza, dice così: > I think about it all the time/That I might run out of time/But I finally met my baby/And a baby might be mine/‘Cause maybe one day I might/If I don't run out of time/Would it give my life a new purpose? La nebbia di domande con cui si apre la canzone a questo punto si dissolve e noi che l’ascoltiamo siamo trasportati a Stoccolma. La serata è gelida e Charli XCX ci racconta di stare camminando, pensando seriamente e per la prima volta al suo futuro, mentre ascolta delle demo sul suo iPhone. La passeggiata termina a casa di una coppia di amici, dove la cantante conosce per la prima volta il loro bambino. L’incontro è potente: ha la forza delle epifanie. Com’è sublime, si strugge la cantante, che gioia, dio mio dio mio, essere lì e guardare l’amica che, vestita con gli stessi abiti di sempre, tiene in braccio il suo bimbo. Una madre raggiante e uno splendido papà ed entrambi conoscono cose che la cantante ignora. La strofa recita così: > I was walking around in Stockholm/Seriously thinking 'bout my future for the first time/It was ice-cold, playing demos on my iPhone/I went to my friend's place and I met their baby for the first time/How sublime/What a joy, oh my, oh my/Standing there Same old clothes she wore before, holding her child, yeah/She's a radiant mother, and he's a bеautiful father/And now they both know thesе things that I don’t. E, quando termina, il ritornello si ripete per due volte, con un’unica variazione. Oltre a chiedersi se un figlio darebbe alla sua vita un nuovo scopo, Charli XCX si chiede anche se non le farebbe perdere tutte le sue libertà (*Would it make me miss all my freedoms*). A quel punto, per chiudere il racconto, inizia la seconda strofa. I due amici, riflette la cantante, sono esattamente gli stessi, ma ora sono diversi. E io, ammette, sono così spaventata di perdermi qualcosa. Così, sulla strada di casa lei e il compagno hanno una conversazione: dovrei smettere di prendere anticoncezionali? È una domanda che Charli XCX rivolge a se stessa e al compagno nello stesso momento perché, nello schema esistenziale del tutto, la mia carriera, riflette infine la cantante, appare così insignificante. > And they're exactly the same, but they're different now/And I'm so scared I'm missin' out on something/So, we had a conversation on the way home/Should I stop my birth control?/‘Cause my career feels so small/In the existential scheme of it all. La base che regge questo testo è base semplice, composta da pochi elementi che continuano a ripetersi, attraversati da frammenti di voce mandati in loop, piccole variazioni che ne fanno tremolare la struttura, restituendo così la condizione emotiva della sua interprete mentre confessa le proprie fragilità di fronte a una scelta che sembra troppo grande per essere presa. Charli XCX non ci sta dicendo che davanti all’epifania ha deciso di diventare madre. Ci dice che, messa di fronte alla sublimità di un nuova esistenza, si sente lacerata tra il desiderio di provare quell’emozione e la paura della perdita che il diventare genitori comporta. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Lo fa con una scrittura tanto semplice quanto potente, capace di arrivare a me, un maschio bianco quarantenne, con una forza capace di scavarmi dentro e farmi tremare le gambe, perché anche io sono passato attraverso le stesse paure e mi sono fatto le stesse identiche domande. Ce le facciamo tutti quando scegliamo o ci capita di diventare genitori e, da quando mi è successo, non ho smesso per un istante di chiedermi che cosa ha significato e continua a significare per me essere diventato un padre. Forse lei non lo sa, o non se ne è accorta, ma nella canzone c’è una delle risposte che mi sono dato. Quando Charli XCX nota che i suoi amici sono *exactly the same, but they’re different now* coglie esattamente il senso (uno dei) di essere genitori: restare se stessi e diventare completamente diversi in uno stesso istante. È una cosa su cui rifletto di continuo ed è difficile da spiegare. Sono la stessa persona di sempre, eppure sono diverso. Conosco, per riprendere il testo della canzone, cose che ad altri sono ignote. E non nel senso che ci sono cose che puoi capire solo se hai cambiato un pannolino in vita tua, ma quello per cui diventare responsabile di una vita che non è la tua ne curva la traiettoria in direzioni che non puoi comprendere se non lo sei mai diventato. La paura che quella vita possa spezzarsi; la gioia di vederla cambiare giorno dopo giorno; l’emozione di ricostruire il mondo guardandolo con gli occhi di tuo figlio; l’esperienza entusiasmante di osservare come un’intelligenza cresce confrontandosi con ciò che la circonda. Sono queste le cose che incontri percorrendo quella rotta. Sono queste le cose che che ti cambiano ma che non puoi affrontare se non aggrappandoti alla persona che sei diventato fino a quel momento. È il ciclo deleuziano di differenza e ripetizione, se vuoi. In altre parole, il senso del cambiamento. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Esodo, diserzione o trasloco? URL: https://flaviopintarelli.it/2025/02/09/esodo-diserzione-trasloco/ Last updated: 2025-02-09T18:54:55.000Z Facciamo chiarezza su un punto: non c’è alcunché di politico nell’atto di abitare le piattaforme digitali come individui. Lo dico all’inizio e in modo diretto, perché l’illusione che lo sia è una convinzione piuttosto diffusa e, in questi mesi in cui i proprietari delle grandi aziende tecnologie hanno mostrato il loro volto più cinico, l’ho letta fin troppe volte. Riassumo questa posizione per sommi capi, perciò perdonami se sarò impreciso e non riuscirò a restituirne tutte le sfumature. In breve, chi sceglie di restare su X o Meta da una prospettiva “politica”, argomenta la sua scelta, legittima, dicendo che abbandonare quegli spazi sarebbe un errore tattico che li lascerebbe privi di narrazioni contro egemoniche. L’Aventino, mi è capitato di leggere, ha avuto conseguenze disastrose ed è un errore da non rifare. E restare nella casa del padrone, leggo altrove, ci ingabbia senza poterla abbattere coi suoi stessi strumenti: la libertà è solo fuori da lì, nell’[esodo](https://www.singola.net/societa/dao-preparando-esodo-dalle-piattaforme?ref=flaviopintarelli.it) o nella [diserzione](https://www.theitalianreview.com/progettare-la-diserzione-delle-piattaforme/?ref=flaviopintarelli.it). Non credo che il paragone regga, perché, il punto mi sembra centrale, le piattaforme non sono un parlamento. Facebook, X, Instagram o TikTok non sono dei centri di potere. Starci o non starci non fa alcuna differenza rispetto alle dinamiche in atto e con cui il potere si regola e si organizza ma, soprattutto, starci o non starci non ci permette di esercitare alcun impatto sulla traiettoria della realtà. Al limite potremmo dire che le piattaforme, ognuna a un grado più o meno intenso, sono delle tecnologie editoriali, che i loro padroni ci consentono di usare entro limiti su cui non abbiamo alcun controllo. In queste condizioni, a lasciare il campo libero è chi quel controllo può esercitarlo scegliendo di tirare una leva piuttosto che un'altra . È quello che vedremo in modo sempre più evidente nei prossimi mesi su Meta e che ha visto chi ha vissuto il passaggio da Twitter a X. Più che politica e collettiva, infatti, la questione è individuale ed è una questione di esperienza utente: è quella a essere peggiorata e peggiorerà sempre di più mano a mano che il tecnofascismo dei padroni delle piattaforme diventa evidente. Le piattaforme, come ho letto in una delle tante discussioni su questo tema, non sono il campo di battaglia, sono il nemico che lo calca. ![Elon Musk fa il saluto nazista.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/02/Viae-publicae.jpg) Succede almeno due volte al giorno. Il repentino ribaltamento di valori a cui abbiamo assistito dalla vittoria di Trump a oggi non è la mossa ipocrita e servile con cui i padroni della piattaforme si adeguano al nuovo spirito del tempo, è la loro reazione all’acuirsi di uno dei più brutali conflitti della storia: quello tra capitale e lavoro. Negli ultimi anni, collettivi e sindacati hanno [avviato processi di sindacalizzazione](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2018/09/tech-labor-movement/567808/?ref=flaviopintarelli.it) all’interno delle grandi aziende *tech* dei quali, [pur con qualche ambiguità](https://theintercept.com/2022/06/07/union-busting-tactics-diversity/?ref=flaviopintarelli.it), i temi di diversità, equità e inclusione sono stati parte. La veemenza con cui i capitalisti digitali li stanno rifiutando è funzionale alla repressione di questi processi e a una conseguente e concertata aggressione ai salari dei loro lavoratori. Alla svolta a destra dei padroni delle piattaforme e a quella a sinistra dei loro lavoratori è contestuale la fine della narrativa del digitale come forza positiva che registravo già cinque anni fa nel [manifesto](https://che-fare.com/almanacco/societa/tecnologia/breach-festival-manifesto/?ref=flaviopintarelli.it) della [prima edizione di Breach](https://flaviopintarelli.it/2020/02/05/breach-festival-2020/), in cui, insieme a Giacomo Tognon, eravamo stati in grado di cogliere alcune tendenze che a quel tempo erano ancora nella loro fase embrionale. Date queste condizioni, mi pare evidente che, all’interno delle piattaforme, è sempre più difficile far circolare narrazioni contro-egemoniche; di conseguenza, esse finiscono per dimostrarsi sempre meno utili per fare informazione e propaganda o come strumento di organizzazione. Sgombrato il campo dall’ingombro del politico, sul piano pratico resta il modo in cui, come individui, scegliamo di gestire la nostra presenza digitale. Per quanto mi riguarda, come ho scritto qualche paragrafo fa, valutare di ristrutturarla è soprattutto una questione di esperienza utente. Esperienza che, anche questo a me sembra evidente, è peggiorata in modo notevole. Negli ultimi anni infatti, la maggior parte delle piattaforme ha spostato il proprio focus dalla creazione di relazioni - la dimensione *social* dei network - a quella di *content* \- la dimensione editoriale dei network. TikTok e Instagram sono due esempi perfetti di questa dinamica. In quei network il grafo sociale è meno importante della qualità del *feed*, perché una parte considerevole degli utenti li abita non per produrre un contenuto ma, piuttosto, per fruirne. Rispetto a qualche anno fa, l’equilibrio tra consumo di informazione mi pare sia più sbilanciato verso la prima, complice anche lo sviluppo di modelli di business che hanno messo la *membership* modellando in verticale la relazione tra *creator* e *community*. Se questo è il panorama non avverto alcuna responsabilità nel valutare il trasloco in spazi non ancora intaccati da queste dinamiche, consapevole del fatto che si tratta di situazioni provvisorie e instabili. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Alla fine, quella di abbandonare un social a favore di un altro è un’esperienza che molte persone hanno già fatto in passato. Nel mio caso il passaggio è stato quello da *MySpace*, piattaforma di cui sono stato un fan accanito, a *Facebook*. Più persone abbandonavano il primo per trasferirsi sul secondo, più usarlo diventava noiosa e frustrante. Quella della massa critica è una questione chiave, perché costituisce il principale ostacolo al trasloco da una piattaforma all’altra, oltre a sollevare una certa confusione rispetto alla natura politica dell’esodo. Trasformare questa massa in un “movimento politico” crea l’illusione che ci sia un altro modo per spostare questo grafo in modo volontario. La verità è che la mobilitazione non dipende da noi come individui disorganizzati o come moltitudine sciamante. Per come è costruita oggi, l’infrastruttura dei principali *social network* non consente all’utente di spostare facilmente altrove il proprio grafo di contatti, costringendolo a ricostruirlo da zero. Passare da X a Bluesky - lo uso come esempio, perché [è la piattaforma che sto esplorando al momento](https://bsky.app/profile/flaviopintarelli.it?ref=flaviopintarelli.it) \- è brutale, come passare da una piazza gremita a un vicolo solitario. L’atmosfera è sonnolenta, del tutto priva del *rush* dopaminico costante che, esplodendo attraverso le loro interfacce, modella e rende così accattivante la nostra esperienza sulle principali piattaforme. Pur non avendo su di loro un controllo totale, stimolo e massa critica sono due cose che possiamo contribuire a creare. Prima di tutto creando contenuti e stimolando la discussione rispondendo a quelli creati da altri per costruire nuove relazioni e arricchire il proprio grafo. Piano piano verranno a crearsi nuovi legami, che renderanno la piattaforma d’arrivo più importante e centrale per le proprie abitudini. La rete che si intreccerà così facendo sarà ovviamente meno ampia ed estesa: ma, a meno di non produrre contenuto da vendere loro, se usiamo i social come strumento per costruire relazioni abbiamo davvero bisogno di migliaia di follower? Abitudine è una parola centrale in questo processo. ![Un meme. Base: Tom, il volto di MySpace. Top text: so you say. Bottom text: politics as a business model? ](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/02/Tom--MySpace--1.jpg) Sì Tom, proprio così. Così come cambiare abitazione ti costringe a modificare le tue abitudini, esplorando un territorio inedito fino a farlo diventare familiare, anche traslocare da una piattaforma a un altra significa fare lo stesso e questo processo richiede tempo. L’idea che si possa smettere di usare Facebook, X o Instagram da un momento all’altro per scegliere un’alternativa da trasformare nella tua piattaforma d’elezione è una grande sorgente di frustrazione. Assumere metadone è fondamentale per disintossicarsi dall’eroina e abbandonarlo non è facile, molte persone non riescono neppure ad abbandonarlo del tutto. Forse il paragone con le sostanze è eccessivo - non credo, ma non voglio fare [l’assolutista](https://www.youtube.com/watch?v=Z9tANaiMTKA&ref=flaviopintarelli.it) \- però mi serve per dire che nel processo di ristrutturazione della tua presenza digitale è più che probabile che essa sarà giocata su più piattaforme diverse allo stesso tempo e che, magari, alcune di queste non le abbandonerai mai ed è perfettamente ok farlo. Nel mio caso, per fare un esempio che mi chiami in causa, X sta diventando rapidamente sempre meno importante e, pur essendo stata una piattaforma fondamentale nel mio percorso, non escludo di chiudere l’account nei prossimi mesi. Facebook, invece, continua ad avere un ruolo nella struttura della mia presenza digitale e, a meno che l’esperienza utente non diventi ancor più deludente, non pianifico di abbandonarlo. Quello che sto facendo e che funziona per me, oltre a investire tempo ed energie su [Bluesky](https://bsky.app/profile/flaviopintarelli.it?ref=flaviopintarelli.it), è sviluppare sempre di più il mio blog. Il blog ha avuto e avrà una centralità sempre maggiore nel mio ecosistema digitale, perché non solo mi appartiene ma mi permette anche una libertà che le piattaforme non mi danno. Provare a ricostruire intorno a questo nodo il mio grafo di contatti è fondamentale in questo sforzo ed per questo motivo che invito le persone a iscriversi lasciando la propria mail. Purtroppo ho l’impressione che questo gesto costi una certa fatica e che ci sia anche una certa diffidenza nel compierlo. Su questo punto non posso dar torto alle persone, perché i principali modelli di business del digitali guardano ai contatti come uno strumento attraverso cui vendere qualcosa, cosa che non ho intenzione di fare. Ricostruire il grafo intorno al blog per me significa poter portare una serie, una parte di relazioni fuori dalle piattaforme, in un luogo che non può essermi sottratto, rendendomi così sempre più indipendente da loro e abbassando la soglia di ansia che la decisione di lasciare Facebook o X o qualsiasi altro spazio digitale implica dal punto di vista sociale. [Cruising CollapseNon si agisce con la penna. La scrittura è una cosa seria.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon-2.ico)Cruising Collapse![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Cruising-Collapse_1500p-12.gif)](https://cruising-collapse.ghost.io/?ref=flaviopintarelli.it) Questo post è così fiiiiigo perché lo ha editato Enrico. Iscriviti al suo blog, ha la featured image più bella dell'universo. ⤴️ ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "La battaglia di Lyptsi e l’evoluzione della guerra robotizzata" su Guerre di Rete URL: https://flaviopintarelli.it/2025/02/03/la-battaglia-di-lyptsi-e-levoluzione-della-guerra-robotizzata-su-guerre-di-rete-2/ Last updated: 2025-02-03T17:43:07.000Z Sull'invasione dell'Ucraina la mia posizione è sempre stata chiara: una sconfitta militare della Russia è la sola condizione per frustrarne le ambizioni imperialiste e il solo presupposto per una pace giusta e duratura. Tre anni di guerra hanno dimostrato che gli alleati dell'Ucraina hanno visioni contrastanti su questo obiettivo che, a mio avviso, avrebbe dovuto essere perseguito con maggiore decisione e rapidità. Più la guerra si prolunga e più il suo costo in termini di vite umane si fa drammatico, mentre le convulsioni del sistema globale si fanno più frequenti e violente. L'accelerazione nello sviluppo di tecnologie belliche, in particolare di veicoli senza pilota e software di intelligenza artificiale, è uno dei sintomi più evidenti della crescente instabilità del mondo in cui abitiamo. Data la sua condizione di paese invaso, l'Ucraina è rapidamente diventata uno dei principali laboratori per la progettazione, la realizzazione, lo sviluppo e la messa alla prova di questo genere di sistemi d'arma. Sui campi di battaglia di Kursk, del Donbas, del Mar Nero, di Kharkiv, Kherson o Zaporizhia i droni e le intelligenze artificiali militari vengono testate direttamente in azione e il loro ciclo di sviluppo è rapidissimo, così come è rapida l'integrazione di questi sistemi nelle dottrine degli eserciti di tutto il mondo, che studiano quanto accade in Ucraina e da questa esperienza imparano ogni giorno. In parte necessità di un paese molto più piccolo rispetto a quello invasore, in parte opportunità per sviluppare un settore industriale ad altissimo valore aggiunto, l'industria bellica ucraina ha puntato con decisione sulla tecnologia. Così come accade per quelle commerciali, anche le tecnologie belliche si muovono più rapidamente di quanto non facciano i *framework* legali che dovrebbero regolarle e questa circostanza prefigura un futuro ricco di pericoli inediti. Per capire meglio il modo in cui questo settore si sta sviluppando ho provato a fare il punto della situazione sul magazine Guerre di Rete. > Operando attraverso il controllo remoto di specialisti, i droni impiegati a Lyptsi hanno eseguito quella che è, a tutti gli effetti, una complessa operazione combinata aria-terra. Un’operazione nel corso della quale, supportandosi a vicenda in modo sinergico, i droni hanno svolto un ampio numero di compiti diversi, tra cui ricognizione, sorveglianza del campo di battaglia, rimozione di mine e fuoco diretto tramite l’utilizzo di mitragliatrici. Non è ancora chiaro se quello condotto a Lyptsi sia stato il primo assalto interamente robotizzato della storia dei conflitti umani; di sicuro è uno dei primi di cui abbiamo notizia nel corso dell’invasione dell’Ucraina. Il fatto è rilevante, perché se nel corso della guerra sia gli ucraini sia i russi hanno fatto largo uso di droni aerei e navali (questi ultimi soprattutto ucraini), l’impiego di droni terrestri è stato invece, per diverse ragioni, più limitato. [La battaglia di Lyptsi e l’evoluzione della guerra robotizzata - Guerre di ReteL’uso di droni aerei, navali e terrestri è una delle maggiori novità che l’invasione dell’Ucraina ha introdotto in campo bellico. In che modo l’aggressione russa ha contribuito ad accelerarne lo sviluppo e quali sono le conseguenze del loro utilizzo su larga scala?![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-GuerrediRete_fav-270x270.png)Guerre di ReteFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/UA_military_FPV_drones_06.jpg)](https://www.guerredirete.it/la-battaglia-di-lyptsi-e-levoluzione-della-guerra-robotizzata/?ref=flaviopintarelli.it) "La battaglia di Lyptsi e l’evoluzione della guerra robotizzata" su Guerre di Rete. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Alcune note sull'immaginario delle IA. URL: https://flaviopintarelli.it/2025/01/26/alcune-note-sullimmaginario-delle-ia/ Last updated: 2025-09-24T19:52:14.000Z Qualche giorno fa un amico mi ha mandato il video con cui Apple ha introdotto al pubblico gli strumenti di scrittura del sistema di intelligenza artificiale incorporato nella sedicesima iterazione del suo smartphone. Il video, che dura poco meno di un minuto, è ambientato nell’open space dell’ufficio di una generica azienda di medio-grandi dimensioni. Il protagonista è un impiegato dall’aspetto ordinario: pancetta da lavoro sedentario, barba accettabilmente ordinata, camicia bianca a quadretti, pantaloni grigi. Nella prima inquadratura siede stravaccato sulla sedia girevole, di cui aziona la leva che ne regola l’altezza per lasciare che la seduta sprofondi verso il basso sotto al suo peso. Nella seconda fa girare una collana di graffette ripetendo ossessivamente un verso con la bocca. Poi allunga una striscia di nastro adesivo solo per sentirla stiracchiarsi e, infine, contempla una busta mentre ne lecca la colla commentando il gesto con un laconico “wow”. A questa serie di azioni segue un gesto. L’impiegato prende in mano il suo *smartphone*, ne contempla per un istante lo schermo, poi prende a scrivere un messaggio. La camera di avvicina al display e scopriamo che l’impiegato, Warren, sta scrivendo a un certo J una mail il cui oggetto recita “project stuff”. Il corpo del testo dice invece: “Hey J, this project might need a bit of zhuzing...but you’re the big enchilada. Holler back, Warren. Tradotto alla lettera il messaggio di Warren suona all’incirca così: “Ciao J, questo progetto potrebbe aver bisogno di un po’ zumzum...ma tu sei la grande piadina. Saluti, Warren.” La camera inquadra la parte bassa del riquadro di testo, sotto al quale campeggiano una serie di pulsanti. Uno di essi è etichettato con la parola “professional”, sormontata dall’icona stilizzata di una valigetta. Il dito di Warren si avvicina e lo preme ed è a quel punto che accade la magia. Il testo si trasforma e, dall’accrocchio sconclusionato qual era appare una nuova frase: “Hey J, Upon further consideration, I belive this project may require some refinement. However, you are the most capable individual to undertake this task. Please let me know your thoughts. Best ragards, Warren” (“Ciao J, credo che questo progetto abbia bisogno di qualche miglioramento. Penso tu sia la persona più capace per occuparsi di questo compito. Fammi sapere che ne pensi. Saluti, Warren.”) La camera stacca sul piano americano di Warren. Il gesto del dito e un effetto sonoro mostrano che il messaggio è stato affidato all’etere e, mentre l’infrastruttura digitale lo consegna, Warren si gira sulla sedia per guardare la persona a cui appartiene lo sguardo con cui abbiamo assistito a tutta la scena. È un uomo di colore. Indossa un vestito elegante e siede nel suo ufficio, separato dall’*open space* da un vetro la cui presenza è rivelata dai montanti che il movimento della camera scopre al nostro sguardo. Prima di vederlo ne ascoltiamo la voce. Sta leggendo il messaggio appena inviato da Warren. Il suo sguardo, fisso davanti allo schermo aperto di un portatile, è sospeso tra perplessità e stupore. Appena finisce di leggerlo volta la testa in direzione di quella che ormai abbiamo capito essere la postazione di Warren. Il video si chiude con un controcampo sull’impiegato. Sta facendo volteggiare la catena di graffette con un’espressione tronfia sul viso, mentre in sottofondo suona la traccia *Genius* del rapper Krizz Kaliko. L’inquadratura resta fissa sul suo momento di gloria e, mentre il video si conclude, passano in sovrimpressione il *claim* dello spot, *write smarter*, il nome del sistema che manterrà questa promessa, *Apple Intelligence*, e il dispositivo che la renderà immediatamente possibile, *iPhone 16*. Produrre *content* è il modo in cui le aziende declinano e trasmettono ai loro pubblici le proprie identità di marca. Il *content* è il racconto aziendale e la pietra angolare del [mondo che i *brand* desiderano costruire](https://flaviopintarelli.it/2024/03/06/branding-worldbuilding-storytelling/) affinché il loro pubblico possa abitarne l’universo di senso attraverso la relazione con la merce. Nel *content* si rivela la visione che i *brand* hanno della realtà e il modo in cui desiderino che si plasmi la nostra relazione con essa, per tramite dei prodotti e dei servizi che le aziende offrono. Per un lungo periodo di tempo, Apple è stato il brand i cui prodotti hanno rappresentato, per i loro utenti, la promessa di potenziamento che le tecnologie digitali facevano nei confronti della creatività come massima espressione dell'animo umano. Nel modo in cui questo video ci parla del del ruolo che l’intelligenza artificiale potrebbe avere nelle nostre vite non c'è solo la visione con cui l’azienda di Cupertino pensa che dovremmo usare questi strumenti ma sembra scorgersi anche una tentativo di riposizionare la propria identità, aggiornandola al mutare del contesto. La visione mi appare non soltanto misera - distante anni luce dalla magniloquenza di uno spot come *1984*, il celebre video di lancio del Macintosh diretto da Ridley Scott - ma anche opaca. Opaca perché nasconde dietro a un’apparenza magica tutto il lavoro di *tuning* di cui un intelligenza artificiale generativa ha bisogno per essere addestrata e poter funzionare in modo soddisfacente. Un processo che, lo sa bene chiunque vi si sia dedicato, richiede preparazione, tempo e una lunga serie di prove ed errori oltre che un notevole consumo di risorse. Per poter funzionare, infatti, le intelligenze artificiali generative hanno bisogno di una quantità elevata di energia per produrre la quale servono numerose risorse che vengono consumate a ogni richiesta loro effettuata. Tutto questo scompare dietro alle pareti della scatola nera attraverso cui si compie l’incantesimo che, in questo risiede la parte misera della visione proposta dallo *spot*, ha come obiettivo un semplice trucchetto da ufficio. Perché se a prima vista quello che Warren si trova ad affrontare potrebbe sembrare il blocco dello scrittore, nel corso della trama non si rivela altro che il tentativo, riuscito, di schivare un’incombenza di lavoro. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Più che uno strumento per potenziare la nostra capacità di pensare o di creare, nel video le intelligenze artificiali vengono presentate come una sorta di espediente capace di risolvere un compito tutto sommato banale come scrivere una breve e-mail con un tono adeguato al contesto in cui ci si trova. Per i fautori di questa tecnologia si tratta di uno dei punti di forza più evidenti delle intelligenze artificiali generative e uno dei loro usi più utili. Dal mio punto di vista mi chiedo se non sia invece il caso di provare a ridurre il più possibile le mansioni monotone e ripetitive a cui una persona è costretta. Questo per lo meno è stato uno dei miei obiettivi nel passaggio dalla condizione di lavoratore dipendente a quella di lavoratore indipendente. Se però ci si trova costretti a svolgerle, così potrebbe argomentare un ipotetico interlocutore che parli da una posizione di entusiasmo verso questa tecnologia, meglio avere a disposizione uno strumento capace di farlo al posto tuo. Sollevare le persone da mansioni monotone e ripetitive, liberando loro tempo per attività capaci di restituire dignità all’intelletto umano è proprio una delle grandi promesse dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Nel caso in questione mi domando se sia davvero così tanto il tempo che Warren dovrebbe impiegare per trovare il tono corretto per scrivere il suo messaggio? E ancora, e forse è più importante, nella visione che le aziende come Apple hanno di questo snodo potrà Warren alzarsi dalla sua sedia e uscire dall’ufficio per mettere a frutto il suo tempo in modo più profondo e significativo? Oppure le catene della burocrazia aziendale continueranno a tenerlo avvinto alla sua postazione? La propaganda corporativa lascia aperta questa domanda, ma sono portato a credere, dammi pure del malfidente se credi, che è la seconda delle due sia la più probabile delle risposte. Qualcuno potrebbe anche provare a leggere lo spot come un piccolo episodio di lotta di classe: l’impiegato che riesce a scansare un compito, accollandolo a un diretto superiore grazie all’intelligenza artificiale piegata alla sua astuzia proletaria. È un’immagine stuzzicante, ma in questo gesto c’è poco o nulla di politico. Come poco o nulla di politico c’è, ormai dovremmo averlo capito, in tecnologie progettate e sviluppate con un preciso orientamento ideologico. Tecnologie sulle quali le nostre possibilità di intervento sono strettamente limitate alle interfacce con cui ci viene concessi di interagire con loro. E non c’è *open* che regga, anche questo mi sembra ormai piuttosto chiaro, se prima non si è messo sottosopra il modo di produzione esistente attraverso l’attività di organizzazione che trasforma il sentimento della coscienza di classe nella lotta politica che abolisce lo stato di cose presente. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Sulle Alpi di Daniele Zovi" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2025/01/20/sulle-alpi-di-daniele-zovi-su-il-tascabile/ Last updated: 2025-01-20T18:50:09.000Z L'interesse per lo spazio alpino che sto coltivando negli ultimi tre anni deriva da una sensazione, quella che le Alpi restituiscano in modo più evidente e intenso alcune delle tensioni centrali della contemporaneità. Ad amplificarle sono gli effetti del riscaldamento globale che, a causa della delicatezza dell'ecosistema alpino, si dispiegano in modo più accentuato, accelerando processi che altrove si danno in modo più lento. Allo stesso modo, dal punto di vista sociale ed economico, queste tensioni danno allo spazio alpino una valenza laboratoriale che lo rende particolarmente vivace e interessante. Credo siano questi i motivi per cui, negli ultimi anni, ci sia un'abbondante produzione editoriale che le Alpi mette al centro della sua attenzione, raccontandole con una certa varietà di approcci e stili diversi: dalla saggistica alla narrativa, passando per tutta una serie di approcci ibridi. Di questa produzione fa parte, ed è probabilmente uno dei testi migliori, *Sulle Alpi* di Daniele Zovi. Uscito intorno alla metà dello scorso anno per i tipi di Raffaello Cortina Editore, è un libro di cammino che ha la sensibilità di intrecciare al racconto delle Alpi le tante tensioni che le attraversano di questi tempi. Nel recensirlo per *Il Tascabile* ho usato il testo per sviluppare una delle linee meno (non ancora?) risolte nel mio lavoro di ricerca sullo spazio e l'immaginario alpino: la sua decolonizzazione. A partire dalla metà del Settecento, infatti, le Alpi vengono costruite come gesto di appropriazione fisica e culturale dello spazio da parte delle élite urbane europee che impongono loro e alle popolazioni autoctone un modello alieno, ridisegnando a proprio uso e consumo stili di vita e usanze. Un passaggio problematizzato ma, almeno a mio avviso, non ancora risolto o messo in discussione da un gesto aperto e deciso. Un gesto - o più gesti - che potrebbe aprire interessanti possibilità di rilettura e ricostruzione dello spazio e dell'immaginario alpino in un periodo in cui, mai come prima d'ora, i vecchi sguardi e le vecchie cornici concettuali sono attraversate da una crisi che ne mette profondamente in discussione l'adeguatezza. > Ritornare alla dimensione materiale delle Alpi può essere un modo per elaborare il lutto suscitato da questa perdita ma non in modo resiliente, sopravvivendo a esso senza modificare nulla, quanto piuttosto in modo “antifragile”, cambiando il nostro immaginario mentre impariamo ad adattarci alle conseguenze della trasformazione che stiamo attraversando. *Sulle Alpi. Un viaggio sentimentale* (2024) dello scrittore Daniele Zovi è un libro che può esserci di aiuto nell’orazione funebre che stiamo celebrando per l’immaginario alpino. [Sulle Alpi di Daniele Zovi - Il Tascabile![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/Sulle-Alpi-di-Daniele-Zovi.png)](https://www.iltascabile.com/recensioni/sulle-alpi-di-daniele-zovi/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Sulle Alpi di Daniele Zovi" su Il Tascabile. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### La vita intima dei loghi di fronte all'orrore dell'interregno - recensione e presentazione di LOGO In Real Life - Bolzano 21 gennaio URL: https://flaviopintarelli.it/2025/01/15/logo-in-real-life-recensione/ Last updated: 2025-01-15T16:39:24.000Z 📆 Martedì 21 gennaio alle 18.00 presenterò, insieme a Marcello Barison, il libro **LOGO In Real Life* di Michele Galluzzo al coworking Drin di Bolzano. “Pintarelli, copri quella maglietta per favore”. Facendo un paio di conti approssimativi, saranno passati più di vent’anni dalla mattina in cui il mio professore di filosofia del liceo mi ha rivolto questa frase. Il motivo? È presto detto: quel giorno indossavo una t-shirt nera che al centro del petto aveva stampato il logo della casa automobilistica Ford; solo che al posto del cognome del celebre Henry c’era scritta la parola “fuck”. "Scusi prof, perché?" chiesi io. "È offensiva. Inadatta al contesto scolastico", rispose. Provai timidamente a perorare la causa di quella maglietta, ma non ci fu margine di negoziato. Fino alla fine dell’ora sudai sotto la felpa che, per mia fortuna, non presentava loghi offensivi. Se qualcuno dovesse mai avere la bislacca idea di scrivere la mia biografia, non credo che questo episodio vi troverebbe un posto. È insignificante, ma non tanto da essersi meritato l'oblio. A farmelo tornare in mente, giusto qualche settimana fa, è stata la lettura di un libro, [*LOGO In Real Life*](https://www.krisispublishing.com/prodotto/logo-in-real-life/?ref=flaviopintarelli.it), del designer e ricercatore Michele Galluzzo. A parlarmi per la prima volta del suo lavoro - delle ”note per una storia sociale della *visual identity*",come recita il sottotitolo del libro - è stato un amico comune, Silvio Lorusso. Così, prima che il libro uscisse per i tipi di *krisis publishing*, con cui ho contatti da un po', Michele e io ci siamo visti in un locale per fare conoscenza. Michele, infatti, fa ricerca alla Libera Università di Bolzano. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È stata una serata piacevole, e mi ha fatto venire voglia di leggere il libro che mi ha fatto a sua volta tornare in mente quella mattina a scuola. E la maglietta che indossavo. A memoria, quella è stata la prima volta in cui ho preso coscienza che i loghi avevano la capacità di esercitare un impatto concreto sulla vita delle persone. Fino a quel momento non gli avevo dato poi tanto peso, a quelle immaginette che, stampate o teletrasmesse, ci comparivano intorno un po' dappertutto a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni '00. A differenza di altri, io non aveva mai provato l'esperienza di esclusione di cui ho sentito raccontare da parte da chi aveva avuto la sfortuna di farsi bullizzare perché non indossava le scarpe marchiate con il logo giusto che, all'epoca, era il celebre *Swoosh* di Nike. A pensarci mi era andata anche bene. Il mio primo incontro con il potere dei loghi avveniva in uno scontro con l'autorità da cui, è vero, ero uscito perdente ma, quanto meno, mi consente, adesso, di riscriverlo ammantandolo di una certa epicità. Per di più, il logo che fece da pomo della discordia in quell’occasione non era nemmeno un logo originale, bensì una caricatura. Ne giravano parecchi, in quel periodo, di capi di abbigliamento decorati con le caricature di loghi famosi, in particolare felpe, magliette e cappellini. Ne ricordo una che trasformava in “Punkers” il logo presente sull’incarto delle barrette Snickers e un’altra, incredibile, su cui, erano i tempi della privatizzazione dei telefoni di Stato, le parole "Sip. Telecom Italia" diventavano la frase “In trip. Telecoma Italia”, evidente quanto elaborato riferimento al legame tra esperienze psichedeliche e tecnologie digitali che caratterizzava la *rave culture* italiana e la sua relazione con il *cyberpunk*. Ripesco questi immagini dalla memoria perché mi servono come piccoli, personali esempi per spiegare la tesi che fa da apripista al lavoro di Galluzzo: nel momento in cui escono dai manuali di *corporate identity* e si confrontano con il mondo reale, lì dove trascorrono la maggior parte delle loro esistenze, i loghi iniziano a vivere di vita propria. Una vita intima, personale e, soprattutto, libera dalle costrizioni che i designer provano a imporre loro nelle linee guida con cui si illudono di poter imporre un controllo agli artefatti che realizzano. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/logo_irl-0.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-3@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-4@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-5@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-2@1.5x-1116x872-1.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-6@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia-7@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/nero__Tavola-disegno-1-copia@1.5x-1116x872.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/GALLUZZO_PREORDER_low.jpg) Un illusione che Galluzzo decostruisce mettendo in fila nelle sua note una serie di "casi studi" che mostrano i molti modi in cui alcuni dei loghi più celebri e iconici della cultura pop contemporanea sono stati appropriati dalle persone per le ragioni più diverse: dal puro godimento estetico all’attivismo politico, dall’elaborazione artistica alla critica sociale, dal marketing pirata alle esigenze di autorappresentazione delle minoranze o delle sottoculture, fino alla rievocazione nostalgica di epoche mai vissute. Galluzzo si mette al lavoro attigendo i suoi strumenti alla cassetta degli attrezzi della storia sociale che, applicata all’universo della comunicazione visiva, lo aiuta a spostare l’attenzione da chi i loghi li crea a chi i loghi li fruisce. Un cambio di prospettiva tanto produttivo quanto poco praticato, grazie al quale Galluzzo riesce a far emergere la natura aperta dei loghi in quanto artefatti visivi sociali, articolando una critica alla storia della grafica che si muove sul piano del metodo. Nel momento in cui la storia della grafica ne ignora o sottostima la natura aperta e sociale, restando fedele a una concezione della Storia come successione di eventi cruciali che si dispiegano nel tempo per l’azione di personalità titaniche, essa finisce per trattare i loghi come espressioni del genio individuale dei loro creatori; opere d’arte di cui analizzare le qualità formali, astraendole dai propri contesti d’uso e fruizione. Così facendo assolve a una funzione ideologica: costruire una narrazione epica del modernismo e dei suoi protagonisti. Un velo dietro a cui si nascondono le complicità che il lavoro creativo intrattiene con il modello di produzione capitalista e i suoi processi di valorizzazione della merce. L'apice del modernismo coincide infatti con il *boom* economico che, in Europa e negli Stati Uniti, segue alla Seconda Guerra Mondiale e segna anche la cosiddetta *golden age* della *corporate identity*, ovvero il periodo in cui i *graphic designer* assurgono al ruolo di veri e propri demiurghi della comunicazione pubblicitaria. Una posizione ormai anacronistica, insostenibile. Con la fine degli anni '70 del Novecento l'utopia moderna inizia il suo declino, un tramonto in cui le ombre della modernità sembrano allungarsi all'infinito nella lunga serie di prefissi che provano di continuo a resuscitarla: post, sur, iper. Il racconto epico dell'utopia moderna si riduce così nella ripetizione esausta e spettrale, così la descrive Mark Fisher nei suoi scritti, di modelli narrativi, pose e tic in cui il passato oblitera il futuro in un eterno presente che sembra non passare mai, come il trillo agonizzante di un computer che, sovraccarico di processi, scivola verso l'arresto del sistema con estenuante lentezza. Nell'oscurità in cui il designer si trova precipitato mano a mano che le ombre del nuovo secolo soffocano il tramonto dell'utopia moderna una necessità gli si presenta davanti agli occhi: quella di ripensare il ruolo che la storia della disciplina gli assegna. Non più strumento che imprime ordina alla realtà col potere del suo genio, il designer si trova costretto a riconoscere il caos di un epoca in cui il vecchio è morto e il nuovo ancora non può nascere, per abbracciarlo e (provare a) gestirlo mentre intorno a lui implacabili sorgono nuovi e spaventosi orrori. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-13-at-18.13.46.jpeg) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Sound of the police - recensione e presentazione di “Il braccio armato del potere” - Bolzano 14 gennaio URL: https://flaviopintarelli.it/2025/01/08/recensione-il-braccio-armato-del-potere/ Last updated: 2025-01-08T19:03:00.000Z 🚨 Martedì 14 gennaio alle 17.30 presenterò **Il braccio armato del potere* dialogando insieme al suo autore, Michele Di Giorgio, e all'avvocato Domenico Laratta. Che cosa sappiamo davvero delle organizzazioni a cui è delegata la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico nel nostro paese? Può sembrare una domanda oziosa, ma l’esperienza ci dice che l’immagine delle forze dell’ordine e il sapere pubblico che le riguarda sono fortemente mediati dalle istituzioni e, per questo motivo, i dibattiti critici di cui sono oggetto vengono sistematicamente silenziati. In parole più semplici, del ruolo e della funzione delle nostre polizie si parla sempre (troppo) poco. O almeno questa è la tesi con cui si apre *Il braccio armato del potere*, saggio uscito qualche mese fa per nottetempo in cui lo storico Michele Di Giorgio ricostruisce l’evoluzione delle polizie italiane, raccontandone la storia intorno a sei nodi fondamentali: - le caratteristiche peculiari dell’ecosistema poliziesco italiano; - il peso della cultura militare al suo interno; - la composizione sociale delle polizie; - l’esperienza del movimento democratico che le ha attraversate negli anni ’70 del Novecento; - i temi della loro riforma e sindacalizzazione; - la questione degli abusi, violenze e torture che ne hanno caratterizzato l’azione. Utilizzo volutamente il termine polizie, al plurale, perché, come sottolinea lo stesso Di Giorgio fin dalle prime pagine del libro, una delle caratteristiche più evidenti dell’ecosistema poliziesco italiano sono proprio le sue dimensioni mastodontiche. Dimensioni che non hanno uguali in Europa, dovute all’elevato numero di compiti svolti dalle organizzazioni che lo compongono e da cui derivano tre evidenti disfunzionalità: pluralità, complessità organizzativa e ridotta capacità di coordinamento. Caratteristiche che sono il risultato della lunga serie di processi storici da cui le polizie italiane sono emerse. Processi caratterizzati da evidenti fenomeni di continuità che raccontano di organizzazioni capaci di opporre una strenua resistenza al cambiamento. Organizzazioni la cui visione del mondo si plasma a partire da elementi immateriali e materiali che ne costituiscono la peculiare cultura e si formano in opposizione rispetto a una società da cui le polizie sono, storicamente, separate per meglio svolgere quella che è stata la loro principale funzione: la repressione delle cosiddette classi pericolose. Una funzione che è diretta espressione di un’altra delle caratteristiche principali delle nostre polizie, ovvero il legame fin troppo stretto con cui il potere politico le avvince a esso. Quella delle polizie italiane è quindi la storia di organizzazioni tenute a distanza dalla realtà sociale con cui dovrebbero confrontarsi, una realtà che le culture che ne informano la visione del mondo descrivono come ostile e pericolosa e, perciò, da reprimere attraverso un utilizzo della forza le cui radici affondano nel legame tra esse e le istituzioni militari. Nodi problematici che non hanno mai smesso di attraversare le polizie italiane e continuano a esercitare su di esse un’influenza, determinando così quel diffuso senso di diffidenza e ostilità che ne caratterizza la relazione con la popolazione, in particolare con i suoi strati più poveri, marginali o politicamente orientati all’abolizione o alla modifica radicale dello stato di cose esistente. Sintetizzando in modo chiaro il dibattito accademico nazionale e internazionale sul tema, il saggio di Di Giorgio ha il pregio di fare strame della “retorica della mela marcia”, mostrando come una serie di posture, atteggiamenti e comportamenti polizieschi non siano solo il risultato dell’arbitrio del singolo ma l’effetto di un sistema che emerge da processi storici precisi e individuabili. È proprio questa capacità di sintesi che rende preziosa l’operazione che Di Giorgio compie nel suo saggio. Preziosa perché, non abbandonando mai il rigore che la ricerca storica impone, riesce a illuminare la complessità dell’ecosistema poliziesco italiano dando vita a uno strumento di comprensione della realtà utile proprio per la sua chiarezza e accessibilità. *Il braccio armato del potere* è un saggio che non dovrebbe mancare tra le letture di chi, come un cronista, racconta la realtà o di chi, come un militante politico, quella realtà vuole cambiarla o indirizzarla. Ma anche chi, semplicemente, si dice uomo di cultura dovrebbe leggere questo libro per capire meglio ciò che lo circonda e, infine, dovrebbe leggere *Il braccio armato del potere* chiunque abbia a cuore la democrazia non solo come sistema politico ma come valore e concetto, perché il ruolo della polizia, che la democrazia dovrebbe proteggere e garantire, è troppo importante per non essere compreso e discusso pubblicamente. ![Copertina del libro "Il braccio armato del potere".](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Michele-Di-Giorgio-Il-braccio-armato-del-potere-copertina.png) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! --- ## “Il braccio armato del potere”: presentazione a Bolzano - 14 gennaio, Nuova Libreria Cappelli. Martedì 14 gennaio, alle 17.30, presso la Nuova Libreria Cappelli, avrò il piacere di presentare al pubblico bolzanino *Il braccio armato del potere* in compagnia del suo autore, Michele Di Giorgio, che conosco e stimo da vent’anni. A spingermi a farlo non è stata solo la convinzione che il libro, come ho scritto in chiusura della recensione, sia un libro importante con cui chiunque dovrebbe confrontarsi ma anche perché, da mesi, in città, fa discutere, e giustamente, l’operato del questore Paolo Sartori. Insediatosi all’inizio dello scorso anno, Sartori si è distinto per il [massiccio utilizzo di misure preventive](https://salto.bz/de/article/17072024/questore-sempre-piu-misure-preventive?ref=flaviopintarelli.it). [Misure che hanno avuto come oggetto soprattutto attivisti politici e migranti](https://altreconomia.it/lossessione-dellalto-adige-per-la-sicurezza-colpisce-attivisti-e-migranti/?ref=flaviopintarelli.it), ma anche [semplici cittadini convinti che distribuire un volantino fosse un atto legittimo in un paese democratico](https://salto.bz/it/article/15112024/pericolosa-e-sospetta-un-volantino?ref=flaviopintarelli.it). Quest’uso “disinvolto” delle misure preventive [ha destato perplessità e preoccupazioni](https://salto.bz/it/article/24072024/cosi-diventano-misure-di-repressione?ref=flaviopintarelli.it) a cui un libro come *Il braccio armato del potere* può fornire un contesto e una comprensione più ampie. Per meglio legarlo alla cronaca locale ho invitato a dialogare insieme a Michele Di Giorgio anche l’avvocato bolzanino Domenico Laratta, [responsabile della difesa di uno degli attivisti oggetto di un provvedimento di allontanamento dalla città](https://salto.bz/it/article/14112024/il-tar-non-sospende-il-foglio-di?ref=flaviopintarelli.it). È mia ferma convinzione che, priva della capacità di incidere sulla realtà che la circonda, la cultura sia solo un esangue sfoggio di erudizione e privilegio e questa presentazione è il modo in cui provo a essere coerente con le cose che penso. ![Locandina presentazione: Il braccio armato del potere, 14 gennaio 2025, ore 17.30, Nuova Libreria Cappelli, Bolzano.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2025/01/Michele-Di-Giorgio-post.jpg) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### 2024 - Un anno nel retrovisore URL: https://flaviopintarelli.it/2025/01/03/2024-un-anno-nel-retrovisore/ Last updated: 2025-01-03T19:01:18.000Z Sono stato piuttosto indeciso se continuare a scrivere un resoconto dell'anno appena passato. A volte ho l'impressione che farlo sia un po' cringe. Altre volte, al contrario, penso sia utile per me e interessante, almeno spero, per chi legge questo blog. Quindi ho deciso di farlo anche quest'anno, provando a modificare un po' la formula che ho usato in passato per le edizioni [2022](https://flaviopintarelli.it/2022/12/21/bilancio-di-fine-anno-scaletta/) e [2023](https://flaviopintarelli.it/2024/01/17/2023-un-anno-in-rassegna/). Fammi sapere cosa ne pensi qui o altrove. ## Il mio anno in sintesi Prima o poi doveva accadere e infatti è successo. All'inizio del 2024 ho perso un cliente piuttosto importante, su cui pensavo di poter fare affidamento. Dal punto di vista psicologico mi è costato un po' di sforzo gestire le incertezze e i timori che la cosa ha suscitato, ma ci sono riuscito. Ci sono riuscito decidendo due cose: - che avrei dedicato il tempo libero generato dalla chiusura del progetto per scrivere di più e in modo più organizzato; - che non avrei cercato attivamente un progetto per sostituire quello che avevo perso e avrei accettato solo quelli che mi sarebbero arrivati in modo spontaneo. La scelta ha pagato su entrambi i fronti. Nel 2024 ho lavorato a un nuovo libro, che attende di essere letto e valutato da un piccolo numero di editori selezionati e, in modo del tutto inaspettato, mi sono stati proposti molti nuovi progetti, alcuni davvero molto stimolanti, che mi hanno portato fuori dalla mia zona di comfort professionale e permesso di ampliare la mia rete di contatti e competenze. In che modo lo spiegherò nei paragrafi seguenti. Ma prima di farlo diamo un occhiata a: ## Fatti e cifre Dal punto di vista economico, ho chiuso il 2024 con una netta inversione di tendenza rispetto all'anno 2023\. Dal punto di vista fiscale ho smaltito il passaggio dalla condizione lavorativa dipendente a quella indipendente e questo ha fatto la differenza. A parità di fatturato, l'utile che ho generato con il mio lavoro è stato più che soddisfacente, oltre ogni mia più rosea aspettativa. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Fatturato-2022-2024.jpg) Questo mi dà la certezza di poter continuare sulla strada che ho scelto senza dover per forza scalare verso l'alto la quantità di lavoro che svolgo nel corso di un anno, concentrandomi piuttosto sulla qualità. Per quanto riguarda la distribuzione del fatturato, l'attività di project management resta preponderante, con una sottile differenza che i numeri non riescono a restituire: quest'anno ho gestito più progetti per conto di agenzie di comunicazione che per conto di clienti che mi hanno assegnato una comittenza diretta. Per poter liberare tempo per la scrittura autoriale ho scelto di non cercare un nuovo cliente per sostituire quello che ho perso all'inizio dell'anno e di approfondire i rapporti di lavoro per conto di agenzie di comunicazione. Questa scelta mi ha permesso di esternalizzare i processi di vendita e gestione del cliente, dandomi la possibilità di concentrarmi sono sulla realizzazione dei progetti e la cosa ha funzionato abbastanza bene. Restano stabili le quote di fatturato coperte dai lavori di copywriting e scrittura autoriale, mentre cambiano leggermente quelle relativi al branding, che cala rispetto allo scorso anno, ma viene compensata dal lavoro di content marketing su cui i lavori di branding mi permettono di fare upselling. Per concludere, quest'anno sono riuscito a sperimentare un servizio di sparring partnership strategico che ha portato un promettente 3,8% di fatturato. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Composizione-fatturato-2024.jpg) ## Highlights ### Il bagliore *Il bagliore* è il titolo del libro che ho scritto quest'anno, grazie all'aiuto e alla consulenza di Claudio Kulesko. È un saggio di *theory fiction* che racconta l'impatto del riscaldamento globale sull'immaginario alpino, ricostruendone la genesi storica dalla metà del Settecento a oggi. Al momento il testo è in lettura presso una *shortlist* di editori selezionati. Se sei un editore e pensi che un lavoro del genere potrebbe interessarti [scrivimi](https://flaviopintarelli.it/contatti/), così ne parliamo. ### Worldbuilding e simulazioni sociali A fine ottobre Federico Zappini mi ha datola possibilità di organizzare un [workshop di simulazione scenari](https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/) all'interno del convegno *Città nelle Alpi. Passato, presente e futuro*. Era una cosa che progettavo di fare fin da quando, all'inizio del 2024, ho letto *Immagina* di Jane McGonigal, un testo che mi ha ispirato a unire tecniche di simulazione sociale e *worldbuilding* con cui permettere l'esplorazione di tendenze future. A questo argomento continuerò a dedicare letture e sperimentazioni anche nel corso del 2025\. Anche in questo caso, se la cosa ti interessa e vuoi saperne di più, [mettiti in contatto](https://flaviopintarelli.it/contatti/). ### Zettelkasten All'inizio dell'anno ho iniziato a scrivere dei testi di divulgazione dedicati al metodo Zettelkasten, un metodo di *note taking* finalizzato alla scrittura di testi di *non fiction* che ho iniziato a usare due anni fa. In totale ho scritto tre testi, che puoi recuperare qui. Questi testi hanno generato tre richieste di approfondimenti sul metodo, un nuovo follower per questo blog e due sessioni della versione beta del corso di *note taking* che sto perfezionando ⤵️. 💡 In questi mesi ho lavorato a un piccolo corso per insegnare il metodo Zettelkasten agli altri e l'ho testato in alcune sessioni con amiche e amici che volevano impararlo. Il corso è ancora nella sua versione **beta,* se ti interessa saperne di più scrivimi a pintarelli.flavio@gmail.com. Dei quattro partecipanti alle sessioni di formazione che ho organizzato, tre hanno iniziato a usare il metodo e due, ispirate dal mio lavoro di divulgazione, lo hanno fatto in modo autonomo. Risultati incoraggianti che mi hanno spinto a ragionare su come poter migliorare il corso che offro e dato l'ispirazione per continuare a scrivere a proposito dello Zettelkasten. ### Strategic sparring partnership Nella primavera del 2024 ho avuto l'occasione di lavorare come sparring partner strategico, aiutando un mio cliente a sviluppare un servizio per la sua agenzia di comunicazione. Lo *strategic sparring partnership* è un approccio partecipativo e dialogico che consiste in una serie di sessioni live in cui si lavora insieme al cliente per sviluppare un prodotto, un servizio o un business con particolare attenzione ai suoi [aspetti strategici](https://flaviopintarelli.it/2024/11/07/strategia-operativita-tattica-marketing/). Nel corso del 2025 continuerò a lavorare a un altro progetto usando questo approccio, ma ho ho sicuramente spazio per altri clienti interessati a provarlo. Se sei uno di loro posso [raccontarti meglio](https://flaviopintarelli.it/contatti/) in cosa consiste. ## Cosa mi piacerebbe fare nel 2025 Come ogni anno, questo resoconto prova a proiettarsi anche sull'anno che sta iniziando. Il mio 2025 è abbastanza definito, ma non del tutto. Ho ancora tempo e spazio a disposizione per nuovi progetti. In particolare mi piacerebbe mettere alla prova gli approcci che ho perfezionato in questi anni in due settori: editoria e media. Il modo in cui lavoro è ugualmente efficace sia per progetti in fase di *start up* che per progetti avviati che si trovano di fronte alla necessità di riposizionare la propria immagine sul mercato. Se ti trovi in una di queste due situazioni probabilmente potrebbe avere senso lavorare insieme, [ne parliamo](https://flaviopintarelli.it/contatti/)? ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Zettelkasten: perché è importante ridurre la distanza tra la lettura e la scrittura URL: https://flaviopintarelli.it/2024/12/14/metodo-zettelkasten-lettura-scrittura/ Last updated: 2025-04-06T19:56:04.000Z Mi hanno stupito, perché non me le sarei aspettate, la risonanza e l’impatto che hanno avuto quest’anno i due post che pubblicato sul metodo Zettelkasten: [*Come ho (re)imparato a scrivere con il metodo Zettelkasten*](https://flaviopintarelli.it/2024/02/19/metodo-zettelkasten/) e [*Zettelkasten: quando prendi appunti conta come e non con cosa*](https://flaviopintarelli.it/2024/08/27/zettelkasten-metodo-appunti/). Questi due testi hanno generato tre diverse richieste di informazioni e approfondimento sul metodo, un nuovo follower per questo blog, due sessioni della versione beta del corso di *note taking* che sto perfezionando. Dei quattro partecipanti alle sessioni, tre di loro hanno implementato il metodo, personalizzandolo e adattandolo alle loro necessità. A loro si aggiunge un'altra persona che, in modo autonomo, ha adottato il metodo, citando come ispirazione il mio lavoro di divulgazione sul metodo. È davvero molto, molto di più di quanto potessi anche solo sperare quando ho iniziato a parlare in pubblico dello Zettelkasten ed è per questo riscontro positivo che ho deciso di tornare a scriverne. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Come il metodo Zettelkasten distribuisce lo sforzo della scrittura nel tempo. Una delle questioni emerse più spesso nel corso delle due sessioni di formazione che ho organizzato quest’anno riguarda il cambio di abitudini di lettura che lo Zettelkasten “impone” a chi sceglie di adottarlo. Qual è il vantaggio che questo cambiamento comporta è una delle domande che mi è stata rivolta più di frequente dai corsisti. È una domanda giusta e pertinente, perché adottare il metodo Zettelkasten, non tralascio mai di sottolinearlo, significa modificare un’abitudine, la lettura, che ognuno di noi consolida molto presto nel corso della sua vita. Serve una certa quantità di sforzo per modificarla ed è proprio questo sforzo che rende la curva di adozione del metodo così ripida, soprattutto nella sua fase iniziale. Chiarire bene il beneficio che questa scelta comporterà per chi deciderà di compierla è diventato un passaggio fondamentale delle mie sessioni di formazione. La risposta si trova nelle meccaniche stesse del metodo. Lo Zettelkasten è un sistema per scrivere testi di *non fiction* \- saggi, articoli o *paper* accademici - ovvero una categoria di testi in cui il lavoro dell’autore consiste nel costruire le proprie argomentazioni rielaborando il lavoro di tutti gli altri autori che hanno trattato lo stesso argomento per aggiungervi nuove sfumature o inediti punti di vista. Più che l’invenzione concettuale - che, lo diceva Deleuze, è il campo della pratica artistica - lo scrittore di *non fiction* persegue una rilettura creativa che gli permetta di espandere il cosmo di una costellazione di idee che già circola nei circuiti della cultura. Le note di lettura sono lo strumento attraverso cui il metodo Zettelkasten facilita questo processo. Si tratta, in breve, di rielaborazioni scritte dei passaggi più significativi di un testo. Questa categoria di note viene presa durante la lettura, riducendo al minimo il tempo che intercorre tra quest'atto e quello della scrittura. Il flusso di lavoro della maggior parte delle persone che hanno partecipato ai miei corsi consiste invece nel leggere prima una certa quantità di bibliografia e solo dopo, quando l'autore sente di padroneggiare l'argomento a sufficienza, ha inizio la fase di scrittura. In questo modo, tra la lettura dei testi e la loro rielaborazione creativa, può trascorrere un periodo di tempo anche molto lungo. In mancanza di un efficace sistema di gestione delle informazioni, lo sforzo necessario per recuperarle e usarle durante la scrittura cresce di conseguenza. Usando il metodo Zettelkasten, invece, questo sforzo viene anticipato al momento della lettura, distillando da essa una certa quantità di informazioni già rielaborate, archiviate e connesse tra di loro. Questo processo ne facilita il recupero, genera connessioni tra idee e, soprattutto, produce frammenti di testo pronti per essere utilizzati. In questo modo, la scrittura del testo viene disseminata nel tempo e, a valle della fase di ricerca, si trasforma in un atto dove a essere preponderanti sono le operazioni di montaggio ed editing. I vantaggi per il processo di scrittura sono molteplici: facilità di recupero delle informazioni, creazione reti di concetti, rapidità di esecuzione, risparmio di energie fisiche e mentali. 💡 Vuoi approfondire il metodo Zettelkasten? [Visita la sezione del blog dedicata a questo metodo di **note taking*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/)**.* ## 🗃️ Vuoi imparare il metodo Zettelkasten? Se vuoi posso insegnarti come usarlo per aiutarti a scrivere e a pensare in modo più efficace. [Contattami per sapere come.](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Sabotage will (not) set us free URL: https://flaviopintarelli.it/2024/12/08/the-shape-of-punk-to-come-25-anni/ Last updated: 2024-12-08T19:35:19.000Z Non ho un ricordo preciso del momento in cui entro per la prima volta in contatto con la musica dei Refused. Penso accada in un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi di un anno a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni '00 del duemila. Però ricordo bene come lo faccio o, meglio, attraverso cosa lo faccio: una cassetta VHS. Il dettaglio mi diverte, perché giusto l'altro giorno un amico è passato da casa a riportarmene un paio che gli avevo prestato qualche anno fa. Prima di offrirgli un caffè le ho appoggiate su un mobile, dicendomi che più tardi avrei trovato loro un posto. Cosa che non ho fatto e, così, quando è rientrato da scuola, mio figlio di sei anni le ha notate e a iniziato a studiarle con quella buffa curiosità che i bambini hanno verso le cose degli adulti. Dopo averle esplorate da solo per un po', mi ha chiesto cosa fossero quegli strani oggetti di plastica e, spiegandoglielo, ho sentito addosso tutto il peso di questo tempo di vertiginose accelerazioni sociali e tecnologiche che pensavo di conoscere bene ma, invece, in quel momento ho capito di non saper davvero spiegare se non in modo confuso e balbettante. In ogni caso, tra quelle cassette [*Flames Still Burns*](https://www.discogs.com/release/3412501-Various-Flames-Still-Burns-Video-Compilation?ref=flaviopintarelli.it) non c'era. Si chiamava così (grazie Google!) la video compilation dell'etichetta discografica *Burning Hearts Records* che è l'origine della mia relazione coi Refused. Anche in questo caso la memoria mi fa difetto; non ho idea a chi appartenesse quella cassetta, so solo che girava nel mio gruppo di amici e che, quando a qualcuno capitava la fortuna di poter organizzare una serata in casa, magari durante l'inverno, che a Bolzano era ancora piuttosto freddo, ogni tanto veniva messa a fare da colonna sonora alla serata. Non penso di doverti spiegare che quelli erano gli anni in cui MTV faceva ancora sensazione e i videoclip musicali avevano un'importanza che oggi hanno smesso di avere. Allo stesso modo non penso di doverti spiegare - [lo fa il vecchio canthc al posto mio](https://www.youtube.com/watch?v=G61RvVhC-ac&ref=flaviopintarelli.it) \- che un'infilata di diciassette clip *skapunkhardcore* aveva un che di esaltante, perché quella musica, la nostra musica, su MTV ci passava raramente, quasi mai a dire il vero, e, quando passava, era roba loffia, addomesticata, commerciale. E noi eravamo tutt'altro che commerciali. I nostri gusti erano ricercati, alternativi, di rottura. Per noi, adolescenti di provincia che iniziavamo ad affacciarci sul mondo degli adulti, la musica contenuta in quel nastro aveva lo stesso fascino proibito e misterioso del tesoro nascosto dei *Goonies*. Io almeno la ricordo così la sensazione di infilare la VHS nel videoregistratore, premere play e lasciare che i suoni e le immagini custodite nel nastro iniziassero a uscire dalle casse gracchianti dei piccoli o grossi televisori a tubo catodico su cui li ascoltavamo e le guardavamo. La scaletta ti fulminava fin dal primo pezzo, *A.k.a. I-D-I-O-T* dei The Hives, per poi accompagnarti nelle cupe e pensierose atmosfere di *Should Have Known*, un pezzo hardcore melodico dei No Fun At All tutto sommato niente male, ma che veniva letteralmente eclissato dal video immediatamente successivo: *New Noise*, prima delle due tracce dei Refused contenuta nel *tape*. Il pezzo era lontano anni luce da qualsiasi cosa mi fosse anche solo vagamente familiare. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Prima cosa: il suono. Punk? Sì. Hardcore? Assolutamente. Ma diverso da quello a cui ero abituato. Grezzo non direi, ma di sicuro scarno, essenziale. Un tappeto sul quale spiccava la voce del cantante, Dennis Lyxzén, col suo gridato asciutto e graffiante, simile al grattare di una foglia secca mossa dal vento sull'asfalto in una limpida notte di gelo invernale. E poi la struttura della canzone: inconsueta, strana, con quel bridge alieno che, dopo una sequenza di strofe e ritornelli, faceva da preludio all'esplosione finale, svuotando la tensione per riempirla con un loop di musica elettronica. Eresia, che cosa aveva a che fare l'elettronica con il punk e l'hardcore? A chiudere il tutto: l'estetica. I componenti della band avevano uno stile che non riuscivo a incasellare. A metà strada tra un *rude boy* britannico e il nerd da *teen comedy*. Se li avessi conosciuti avrei detto che assomigliavano ai Kraftwerk o, quanto meno, avevano un *allure* assi simile al loro. Ne rimasi folgorato e, da quel primo incontro, comincia a capire di non essere il solo. *The Shape of Punk to Come*, l'album in cui era contenuta *New Noise*, era uscito alla fine del 1998 e chiunque lo conoscesse ne parlava come di un capolavoro. Un capolavoro maledetto perché, pochi mesi dopo l'uscita, il gruppo, lo racconterà qualche anno dopo un documentario intitolato *Refused are fucking dead*, si era sciolto, generando intorno a sé e al disco un'aura particolare, di perdita ma anche di irripetibilità. *The Shape of Punk to Come* non è un disco qualunque; anticipa e crea un suono che sarà incredibilmente influente per tutto il decennio successivo alla sua uscita (e forse anche più a lungo), definendo, come il titola dichiarava di fare, la forma che il punk prenderà da lì in avanti. Lo comprai un paio di anni dopo, nell'inverno del 2002 se non sbaglio, tramite un *mail order* tedesco. Manteneva ciò che *New Noise* mi aveva promesso fin dal primo istante: un suono che non assomigliava a nulla di quanto avessi ascoltato fino a quel momento; un talento compositivo unico, capace di rendere unica ogni canzone; un'estetica elegante e ricca di riferimenti, a partire dall'artwork. Sì, perché la copertina di *The Shape of Punk to Come* è progettata come un quadro costruttivista, con una serie di linee che dividono lo spazio, creando forme geometriche irregolari riempite da cinque campiture di colore rosso e violetto e quattro fotografia: una chitarra appoggiata su un piedistallo, una coppia di ballerini rock'n roll, un punk vecchia maniera e una scena di rivolta urbana. Il tutto "appoggiato" su una *texture* color crema che ricorda il cartonicino di un sette pollici autoprodotto. Arte d'avanguardia, *pop culture*,sottocultura e politica. Sono questi i riferimenti dichiarati che definiscono l'universo creativo dei Refused. Lo confermano anche le liriche del disco che, dopo averlo comprato, potei finalmente leggere e capire, scoprendo, non senza sorpresa, una band profondamente militante, che sapeva legare insieme stile e rivolta, teoria ed eleganza. Sono passati venticinque anni dalla sua uscita e *The Shape of Punk to Come* non ha smesso di parlarmi. È uno dei dischi che continuo ad ascoltare, senza stancarmi e, soprattutto, senza avere mai la sensazione che il suo discorso possa invecchiare o smettere di essere attuale. A dimostrarlo è la versione *Obliterated*, uscita quest'anno nel cofanetto celebrativo pubblicato da Epitaph per celebrare la ricorrenza: un disco di cover in cui ogni traccia dell'originale è reinterpretata da una band diversa come forma di tributo ai Refused e al suono da loro creato. Lo spettro di stili e approcci contenuti in questa versione è ampio: va dalla violenza metal core dei Fucked Up al rock alternativo dei Quicksand, passando per le sperimentazioni rock jazz dei Brutus e la darkwave dei Cold Cave, fino ad arrivare al post hardcore dei Touché Amoré che, rivisitandola, trasformano *The Apollo Programme was a Hoax* in un inno di rivolta intriso di disperazione profondissima, quasi un manifesto per lo stato attuale di quella a cui un tempo i Refused sono appartenuti tanto è dolorosa l'impotenza che trasmette. Derive e deviazioni che testimoniano non soltanto il potere generativo del suono che la band di Umeå ha creato venticinque anni fa, ma anche tutte le influenze da cui quel suono è stato ispirato e che attraverso quel suono rivivono per riverberare ancora e ancora verso il futuro. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Note sulla dissoluzione dell’immaginario alpino URL: https://flaviopintarelli.it/2024/12/03/note-sulla-dissoluzione-dellimmaginario-alpino/ Last updated: 2024-12-03T14:54:42.000Z *There’s no calm after the storm*, non c’è quiete dopo la tempesta. S’intitola così il [libro](https://matteodemayda.com/There-Is-No-Calm-After-The-Storm?ref=flaviopintarelli.it) con cui il fotografo Matteo de Mayda ha esplorato le conseguenze del passaggio della tempesta Vaia sulle Alpi Italiane. Abbattutosi tra il 26 e il 30 ottobre del 2018 in alcune valli a cavallo tra Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, questo sistema di bassa pressione è stato responsabile dell’abbattimento di 14 milioni di alberi e la devastazione di 42500 chilometri quadrati di foresta. Un evento climatico di enormi proporzioni, capace di modificare in modo radicale l’orografia e il paesaggio delle zone colpite al punto che, così mi ha raccontato un volontario dei vigili del fuoco della Val di Fiemme, nei mesi successivi alla tempesta sono stati moltissimi gli interventi effettuati per recuperare anziani smarriti nei boschi. Vaia ne aveva cambiato il profilo tanto profondamente che, pur avendoli frequentati per tutta la loro vita, quelle persone si trovavano a tal punto prive di punti di riferimento da finire per perdere l’orientamento e non essere più capaci di ritrovare la strada di casa. La quiete impossibile a cui fa riferimento de Mayda nel titolo del suo lavoro risiede perciò nello sconquasso dei macrocosmi naturali e dei microcosmi personali di cui Vaia è stata responsabile, mettendoci così di fronte alla potenza e alla dimensione cosmica del riscaldamento globale e dei suoi effetti. Effetti che, in particolar modo sulle Alpi, non si limitano alla trasformazione traumatica del paesaggio ma si prolungano anche nella sua dimensione simbolica, verso quello che è il regno dell’immaginario. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery.jpg) Matteo de Mayda - There's no calm after the storm (selezione di foto dal libro) Per valutare l’impatto di Vaia sull’ambiente, scrive in fatti de Mayda in una didascalia del suo lavoro, sono state usate cartoline d’epoca che, sovrapposte alle immagini degli stessi paesaggi dopo il transito della tempesta, hanno permesso di comprendere l’entità del danno forestale da essa causato. Seppure utilizzate come cartine al tornasole, le cartoline sono tutt’altro che un supporto neutro o privo di connotazione. Esse sono artefatti visivi legati a doppio filo al processo di turistificazione di cui le Alpi sono state oggetto nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Sorta di aggiornamento all’epoca della riproducibilità tecnica del *souvenir* setteccentesco, le cartoline costruiscono lo sguardo dello spettatore sullo spazio alpino a partire dall’immaginario con cui le Alpi sono state costruite fin dal momento in cui i primi intellettuali illuministi le hanno scoperte. L’atto di sovrapporle al panorama devastato da Vaia va perciò oltre la semplice verifica del danno forestale. Esso mostra il modo in cui, sottoposto alle pressioni generate dagli effetti del riscaldamento globale, a dissolversi non sia soltanto il paesaggio alpino ma anche l’immaginario che ne ha abilitato la costruzione come oggetto fisico e visivo. Vaia è solo dei tanti possibili esempi di questa dinamica. L’estinzione dei ghiacciai e il [progressivo innalzarsi della quota di innevamento](https://flaviopintarelli.it/2022/12/27/contro-lindustria-dello-sci-su-il-tascabile/) \- fenomeni connessi all’aumento delle temperature che, sulle Alpi, procede a un ritmo più alto rispetto alle pianure - rendono inservibile l’immagine che lo spazio alpino sia lo spazio dei ghiacci e delle nevi perenni. Di fatto non lo è più o, per essere più cauti, si avvia a non esserlo più a una velocità tale da rendere difficile, forse impossibile, aggiornare il nostro immaginario in accordo con il cambiamento in atto. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Per illustrare l’intervista che Daniele Ferriero mi ha fatto a proposito de [*Il velo*](https://flaviopintarelli.it/il-velo/) nel [quindicesimo numero di Quants Magazine](https://quantsmagazine.com/prodotto/n-15-2024/?ref=flaviopintarelli.it), i redattori della rivista hanno utilizzato un paesaggio innevato dai tratti evidentemente alpini (le vette e gli abeti innevati, le piccole multiproprietà dai tetti a punta accatastate a poca distanza dal campanile, i contrasti di luci e ombre). L’illustrazione è sì in dialogo con la messa in discussone di quegli stereotipi che il romanzo si propone di fare ma è anche un’immagine ormai scavalcata dagli eventi, ben lontana dalla realtà dei fatti, quella in cui il paesaggio invernale delle Alpi sta, per esempio, perdendo la sua cromia fatta di candide sfumature di bianco e azzurro per una che si gioca soprattutto sui [toni terrosi dei boschi invernali](https://flaviopintarelli.it/2024/02/28/sciare-senza-neve/). Può sembrare solo un aneddoto di poco conto, ma penso sia interessante perché illustra quello che scrivevo un paio di paragrafi fa: la visualità non riesce a tenere il passo con l’accelerazione dei cambiamenti climatici che stiamo vivendo. La visualità però è una dimensione fondamentale non soltanto per capirli, ma anche per riconoscerli. È una delle dimensioni attraverso cui negoziamo il nostro stare nel mondo e, se non ci impegniamo a capirla, difficilmente saremo in grado di aggiornarla, modificando di conseguenza la nostra relazione con esso. Eppure, come riflette la scrittrice Brooke Jarvis in un [articolo pubblicato qualche settimana fa sul magazine del *New York Times*](https://www.nytimes.com/2024/10/23/magazine/natural-disasters-streaming.html?smid=url-share&s=09&ref=flaviopintarelli.it), la nostra è un epoca in cui diffusione dei dispositivi di registrazione connessi a internet fa sì che, quando si verifica un evento di ampio respiro con marcati elementi di novità o spaventosi, le persone che lo attraversano producono immediatamente una grande quantità di contenuto visivo per raccontare la loro esperienza, precipitando chiunque lo fruisca nel dramma. Jarvis scriveva i suoi pensieri nei giorni immediatamente successivi al passaggio dell’uragano Helene in North Carolina, notando come questa circostanza facesse sì che i dettagli di ciò che fino a poco fa poteva sembrarci distante nello spazio e anche nel tempo, passassero rapidamente dall'essere inconcepibili all'essere familiari. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery-4.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery-5.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/12/Matteo-de-Mayda---There-is-no-calm-after-the-storm---gallery-8.jpg) Matteo de Mayda - There is no calm after the storm (selezione di foto dal libro) Sono queste le caratteristiche che definiscono lo stile visivo del riscaldamento globale e dei suoi effetti: qualcosa che si manifesta in modo puntuale e delimitato ma avviene di fronte a decine, centinaia, a volte migliaia di obiettivi fotografici connessi al sistema nervoso periferico digitale all’interno del quale circolano le immagini prodotte attraverso di essi. È un punto di frizione che avevo colto anche io ne *Il bagliore*, il saggio di *theory fiction* a cui ho lavorato quest’anno ed attualmente in cerca di un editore. Il libro si apre infatti con una scena in cui la voce narrante del saggio osserva uno bagliore alieno accendersi nel tessuto del paesaggio della città in cui è nato e vive e, per confermare a se stesso di non essere vittima di un’allucinazione, il primo gesto che compie è estrarre lo *smartphone* per fissare il dettaglio attraverso uno scatto fotografico. Non è il solo passaggio del saggio in cui lo *smartphone* opera come strumento con cui negoziare il modo in cui le persone, immerse nell’iperoggetto “riscaldamento globale”, provano a registrarne gli eventi per dar loro un senso. Duecento anni fa, l’immaginario alpino nasceva anche per effetto del sentimento sublime che, mettendo l’uomo al cospetto del potere mortale della natura, lo rassicurava di poterne controllare la furia separandolo da essa. Oggi, al contrario, quel privilegio sembra evaporare insieme all’immaginario che aveva contribuito a costruire, lasciandoci soli con i nostri *device* nel cuore delle potenze cosmiche che squassano l’ecosistema in cui viviamo. Mi chiedo se non sia una sorta di antisublime il concetto di cui abbiamo bisogno per provare a ricostruire un immaginario all’altezza delle sfide che l’adattamento ci pone. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### I social sono sempre meno social? URL: https://flaviopintarelli.it/2024/11/25/i-social-sono-sempre-meno-social/ Last updated: 2024-11-25T07:28:04.000Z Anche se solo per poche ore, la scorsa settimana una flebile scintilla di vita ha attraversato questo e altri blog. Lunedì mattina, infatti, ho pubblicato un post che, prendendo spunto dal recente esodo social da X a Bluesky, rifletteva sul senso e sul valore di intestardirsi a curare un blog in un periodo in cui i "blog non li legge più nessuno". Il post ha avuto un'accoglienza piuttosto calda e spinto altri blogger a commentarlo. Il primo è stato Enrico che, giusto qualche giorno prima del mio post, aveva pubblicato su Crusing Collapse[ una densa e bella riflessione](https://cruising-collapse.ghost.io/vivo-morto-o-x/?ref=flaviopintarelli.it) proprio sull'esodo social e le chimere della decentralizzazione. Vale la pena riportare per intero le parole con cui ha condiviso su Facebook il link al mio post, perché servono a fissare un punto importante. Scrive infatti Enrico che: > l'argomento con cui Flavio mi ha convinto ad aprire Cruising Collapse su Ghost non è scommettere sulla next big thing dell'ecosistema di internet che permette di scalare migliaia di visualizzazioni, reazioni e commenti, ma avere uno spazio più personale e più personalizzabile che permette di avere un controllo maggiore sulla propria scrittura e sui suoi tempi. Il che permette in realtà di confrontarsi meglio e non peggio con chi legge, anche quando non commentano in pubblico. Qui lo spiega in due parole. E credo che il tema da affrontare sia che cosa cerchiamo individualmente e collettivamente dalle piattaforme, ovvero: a cosa servono e a cosa \_ci\_ servono. Che è un esercizio utile anche per leggere e interpretare dibattito pubblico, specialmente quando si parla del ruolo della comunicazione (e soprattutto: delle sue varie forme). > È assolutamente vero che, soprattutto negli ultimi anni, le scelte di gestione della presenza digitale di molti giornalisti e scrittori politicamente attivi e impegnati hanno finito per assecondare l'*hype* verso quelle piattaforme - da Substack a Instagram, dai podcast a Twitch, da X a YouTube - che più di altre promettevano il miraggio di poter monetizzare il proprio grafo di contatti. Non è questo il momento e il luogo per una riflessione più approfondita sul modo in cui la monetizzazione dei contenuti digitali sia, in un piccolo mercato come quello italiano, estremamente difficile ma, piuttosto, quello per sottolineare come il lavoro necessario per provarci sia super intenso e consumante. Sono proprio i tempi, quelli di cui parla Enrico, a rendere la produzione di contenuto difficilmente sostenibile a livello personale, fisico e mentale. Ma, soprattutto, per chi non ha una nicchia precisa da recintare, presidiare e sfruttare, le possibilità offerte da quel tipo di piattaforme risultano, a conti fatti, poco utili. Di Substack aperti, usati una o due volte e lasciati poi morire più o meno lentamente ne ho visti più di uno. Di blog che, anche a distanza di tempo, pubblicano qualcosa ne ho invece visti diversi. Ma non è tanto o, almeno, non è solo una questione di cadenza. È una questione di, rubo ancora le parole a Enrico, "cosa cerchiamo individualmente e collettivamente dalle piattaforme". Il mio scopo, l'ho detto più di una volta, è quello di usare la mia presenza digitale per costruire relazione. Per trovare altre persone e farmi trovare da loro, attraverso la condivisione di pensieri e idee condivise in modo disinteressato e per il puro piacere di contribuire all'intelligenza collettiva. Ma da dove (ri)nasce questo bisogno? ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Me lo sono chiesto leggendo il[ post che Strelnik ha pubblicato dopo aver letto il mio di lunedì scorso](https://www.strelnik.it/blog/connessioni-numeri-e-grattarsi/?ref=flaviopintarelli.it) e nel quale riportava una frase di Simon Reynolds, un altro che si ostina a curare il proprio blog, il quale notava che a cambiare, nel blogging, era soprattutto la comunicazione tra un blog e l'altro. Reynolds ha ragione: quando i blog erano nel loro *prime* dialogavano moltissimo tra loro. La maggior parte dei contenuti era infatti costruita a partire da altri contenuti e i link tra un blog e l'altro non erano solo una forma di cortesia o uno strumento per dimostrare appartenenza a una bolla piuttosto che a un altra (erano anche quello, certo) ma un strumento per costruire il proprio grafo di relazioni. Col passare del tempo questa funzione ha finito per essere assorbita dai social. Il problema è che, progressivamente, i social si sono trasformati da strumenti per costruire relazioni a strumenti per la pubblicazione di contenuto, finendo per perdere o limitare moltissimo questa funzione. L'esempio più eclatante di questa dinamica lo ha offerto la metamorfosi di Twitter in X che, pur avendo mantenuto all'esterno il proprio aspetto, è diventato un social completamente diverso. Un social in cui, pagando ogni mese una *fee*, si può accedere a un set di strumenti che permette di massimizzare la visibilità dei propri contenuti e monetizzare così la propria presenza. Mi riferisco alla versione Premium della piattaforma che, risemantizzando la spunta blu da elemento che certificava l'attendibilità di un account a elemento che ne segnala l'eccezionalità, orienta il vettore dell'interazione in senso verticale, facendo di X uno spazio simile a Instagram, YouTube, Twitch o Tik Tok; piattaforme in cui si può essere presenti anche solo come pubblico passivo, fruitore di contenuti prodotti da una ristretta minoranza di utenti in possesso delle capacità e degli strumenti necessari. Sospetto sia questa, più che una forma di *virtue signalling*, la ragione profonda dei periodici esodi da X verso altre piattaforme. E sospetto anche che a spingere alcune persone alla ricerca di strumenti in cui poter gestire la propria presenza digitale in modi diversi da quelli a cui spingono le interfacce delle piattaforme sia proprio questo desiderio di tornare ad abitare la rete come uno spazio in cui conoscere e connettersi ad altri. Dopo tutto, a pensarci bene, non è neanche una questione di strumenti: è questione di scegliere come vogliamo abitare il virtuale e per quali motivi. Gli strumenti che scegliamo per farlo sono solo la naturale conseguenza di una scelta. Una scelta la cui possibilità è nascosta in bella vista dietro la superficie liscia e riflettente di quelle piattaforme che abbiamo abitato così a lungo da finire per non vedere più le pareti del recinto a cui ci hanno condotto. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Baba Yaga" su Metatron URL: https://flaviopintarelli.it/2024/11/21/baba-yaga-metatron/ Last updated: 2024-11-21T11:38:46.000Z Baba Yaga è il soprannome di uno dei tanti tipi droni che vengono utilizzati sui campi di battaglia ucraini. L'uso di dispositivi senza pilota è uno degli elementi di novità che più hanno caratterizzato la resistenza all'invasione russa, vero e proprio simbolo di un popolo che fa di necessità virtù nella lotta per la sua sopravvivenza. Ma il drone non è solo questo. È anche un diffuso sistema d'arma che già caratterizza la maggior parte delle guerre contemporanee. Il suo immaginario va però aggiornato rispetto a quello che si era creato intorno a queste macchine da guerra nel corso della *war on terror* degli anni dieci del Duemila. Oggi i droni da guerra non sono più gli ipertecnologici *Predator* che pattugliavano i cieli a caccia di terroristi, ma dispositivi commerciali modificati per rispondere alle esigenze di una guerra meccanizzata, combattuta per buona parte in trincee che ricordano quelle della Prima Guerra Mondiale. Grazie alla natura visiva dei droni, veri e propri occhi armati che pattugliano il campo di battaglia alla ricerca dei bersagli da colpire, sono innumerevoli le testimonianze visive del loro uso e delle conseguenze che esso produce. Poterle consultare è stato fondamentale per la scrittura di questo racconto in cui la cyber contemporaneità ipertecnologica della guerra viene filtrata e raccontata attraverso gli orrori del folklore slavo. > “Lo spettro elettromagnetico è completamente fottuto”, Pavel aveva detto così. “È per questo che gli serviamo ancora”, aveva aggiunto. Qualche giorno dopo aver pronunciato quella frase era scomparso. > Gli è toccato di uscire dalla buca e non è più tornato. La Baba Yaga era venuta a prenderselo. > A dar quel nomignolo ai droni sono stati gli ucraini. O i russi. Non l’ho mai saputo, ma nel 2022 entrambi hanno iniziato a usarli per missioni di ricognizione o per aggiustare il tiro dell’artiglieria o per rifornire qualche posizione avanzata che era troppo rischioso raggiungere via terra. > Poi qualche stronzo deve aver avuto il colpo di genio. Se i quadricotteri possono portare casse d’acqua e munizioni possono trasportare anche delle granate. Così li hanno adattati per potercele attaccare sotto. [Flavio Pintarelli, Baba YagaSul fronte ucraino i soldati affrontano non solo il nemico umano ma anche droni letali soprannominati Baba Yaga. Queste entità meccaniche, battezzate col nome di antiche streghe, incarnano un terro…![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon.jpg)METATRON - Rivista di Letteratura del FuoriFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/baba-yaga.jpg)](https://metatron7772.wordpress.com/2024/09/24/flavio-pintarelli-baba-yaga/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Baba Yaga" su Metatron ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### I blog non li legge più nessuno URL: https://flaviopintarelli.it/2024/11/18/i-blog-non-li-legge-piu-nessuno/ Last updated: 2024-11-18T09:42:00.000Z In queste settimane di esodo social ho letto tante, diverse opinioni su quale sia il senso di frequentare una piattaforma piuttosto che un altra. Alcune opinioni [erano intelligenti](https://cruising-collapse.ghost.io/vivo-morto-o-x/?ref=flaviopintarelli.it), altre, invece, piuttosto sciocche. Tra quelle sciocche ne metto una che mi ha particolarmente triggerato: i blog ormai non li legge più nessuno. L’affermazione trovo sia discutibile e, se nel blogging facciamo rientrare anche chi scrive su Substack (e per me ci rientra eccome), non è vera nemmeno per un secondo. Ma non è tanto questo che mi fa arrabbiare quanto, piuttosto, la visione della presenza digitale che quell’affermazione sottintende. Sì, perché dire che i blog non li legge più nessuno significa pensare che il senso di averne uno sia massimizzare la visibilità che la propria presenza digitale comporta. Che lo si pensi è comprensibile. Il più popolare e diffuso modo di stare in rete e usare le piattaforme per creare contenuti è proprio farlo con l’obiettivo di ottenere la massima esposizione possibile, misurandola con gli indicatori quantitativi che le piattaforme stesse mettono a nostra disposizione: visualizzazioni, interazioni, condivisioni e commenti. Non c’è nulla di male a farlo; attraverso le loro interfacce sono le stesse piattaforme a incentivare gli utenti a usarle dando priorità alla visibilità come obiettivo. Il problema, almeno lo è stato per me, è che questo modo “performativo” di stare sulle piattaforme e usarle per produrre contenuti finisce per influenzare i contenuti che produci. Se l’obiettivo finale della tua presenza è massimizzare la visibilità finirai più o meno inevitabilmente a ottimizzare di continuo quello che produci per rispondere agli standard che le piattaforme richiedono per essere rilevanti. Il copywriting SEO è esemplare nel mostrare il [livello di standardizzazione](https://youtube.com/shorts/On5IdhrL-FY?si=S2-BqXG1YTsE7oYf&ref=flaviopintarelli.it) a cui può portare questa logica. Twitter post Musk lo è invece nel mostrare quanto possa essere deleteria. Nel volgere di attimi, infatti, X è diventato un network che ha verticalizzato le relazioni intorno a un numero ristretto di influencer la cui visibilità è alimentata dal pagamento di una *fee* e dalla conseguente promessa di un ritorno economico, sdoganando i peggiori comportamenti: dal freebooting selvaggio alla polarizzazione scientifica di ogni opinione. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Tom Critchlow e l’esperienza mi hanno insegnato che le cose non devono necessariamente seguire questa logica. Tom è un consulente indipendente americano che ha influenzato moltissimo il mio percorso come freelance e blogger. È stato proprio lui, non ricordo in quale post, a spiegarmi che [il senso di scrivere in rete non è massimizzare la visibilità ma generare relazioni](https://tomcritchlow.com/2023/02/10/riffs/?ref=flaviopintarelli.it). È quando cominci a pensare in questi termini che i KPI con cui concepisci la presenza digitale e la produzione di contenuti cambiano radicalmente. Scrivere per le relazioni e non per le visualizzazioni significa scrivere per entrare in contatto con altre persone che possono darti l’opportunità di scoprire nuove idee, imparare cose nuove o sviluppare progetti insieme. Non sembra solo una cosa positiva, funziona. Qualche sera fa ho ricevuto la mail in cui Pietro, un professionista che fa più o meno quello che faccio io, mi chiedeva se avessi voglia di confrontarmi con lui sulle nostre rispettive pratiche perché, magari, avremmo potuto lavorare insieme a qualche progetto. Nella stessa mail Pietro mi raccontava di aver trovato in alcuni miei post l’ispirazione per diventare un freelance. Pietro è tra le poche persone che leggono il mio blog. Non ho nemmeno idea di quanto poche siano, perché ho scelto già da qualche anno di eliminare ogni sistema di tracciamento del traffico. Uno dei pochi dati di cui sono a conoscenza, perché mi piace conoscere chi mi legge, è che alla newsletter collegata al blog si sono iscritte 37 persone e che più o meno la metà apre le mail che arrivano ai loro indirizzi. Se valutassi il mio fare blogging solo in termini di visualizzazioni, beh, è vero che il mio lavoro non lo legge nessuno. Ma, dal momento che lo valuto in base alle relazioni che mi permette di creare, quello che mi chiedo è quanto possa valere una relazione di stima e, perché no, di amicizia, nata a partire dalla condivisione spontanea di interessi comuni. Secondo me molto più di mille visualizzazioni dopate dai bot di X. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### L’equivoco di Assurdus: note su strategia, operatività e tattica nel marketing URL: https://flaviopintarelli.it/2024/11/07/strategia-operativita-tattica-marketing/ Last updated: 2024-11-07T09:45:16.000Z ⚠️ Errata corrige: nella prima versione di questo post avevo confuso due storie di Asterix: **Asterix e la zizzania* con **Asterix e la Obelix spa*. Di conseguenza anche i personaggi di Tullius Detritus e Caius Assurdus. Qualche settimana fa sono andato a pranzo con la persona che si occupa dello sviluppo business di una delle agenzie con cui collaboro. Avevo appena finito di condurre un workshop di branding presso uno dei loro clienti e ci stavamo scambiando impressioni sul risultato; la soddisfazione era reciproca e, in modo molto naturale, la conversazione si è spostata su altre opportunità per lavorare insieme. È stato a quel punto che il mio interlocutore mi ha domandato se mi occupassi anche di strategia. Certo, ho risposto, è una delle cose di cui mi occupo. La conversazione è rimasta sospesa per un istante, abbastanza da permettere a un pensiero di attraversarmi la mente. È stato allora che ho chiesto al mio interlocutore di spiegarmi cosa intendesse, di preciso, per strategia. Le note che stai leggendo nascono dalla risposta che mi ha dato in quel momento. Per il mio interlocutore, infatti, una strategia equivaleva più o meno a un piano media. O almeno è così che io chiamo quello che mi ha descritto essere una strategia per l’agenzia di cui cura lo sviluppo del business. Questo episodio mi ha aiutato a capire che nel mondo del marketing e della comunicazione c’è una certa confusione tra i concetti di strategia, operatività e tattica che vale la pena provare a chiarire. ## La strana relazione tra marketing e arte della guerra. C’è una scena, in *Asterix e la Obelix spa*, che mi ha sempre fatto ridere moltissimo. È quella in cui Caius Assurdus, consulente strategico di Cesare, espone il suo piano al cospetto del suo committente. Per farlo utilizza una lavagna a fogli mobili in marmo (siamo pure sempre nell'antica roma) su cui sono riportati alcuni grafici e, nel corso della presentazione, utilizza i termini campagna, strategia, bersaglio. Quando li sente, Cesare si entusiasma e, alzandosi di scatto, esclama: “Campagna? Strategia? Bersaglio? Ecco un linguaggio che mi piace! Darò ordine alle mie legioni di tenersi pronte a combattere!”. Ad Assurdus spetta allora l’ingrato compito di smorzare gli entusiasmi dell’augusto, spiegandogli che il suo piano non prevede l’uso della forza, bensì quello dell’astuzia. Per come lo rappresentano gli autori del celebre fumetto, Goscinny e Uderzo, Assurdus ha tutte le caratteristiche del più stereotipato consulente di marketing e la scena, per come è costruita, mette bene in evidenza come tra il marketing e l’arte militare ci sia una strana relazione. Queste due discipline hanno infatti un linguaggio in comune ed è su quello che gli autori giocano l’equivoco su cui si basa l’effetto comico della tavola. Sarei curioso di capirne le ragioni storiche di questa relazione e, se dovessi azzardare, direi perché a fondare il marketing sono stati i membri della *greatest generation*, la generazione di americani che aveva conosciuto i campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale e che, almeno così mi piace pensare, avevano portato con sé quell’esperienza una volta tornati alla vita civile. È perciò all’arte militare che vorrei guardare per provare a chiarire la differenza che passa tra strategia, operatività e tattica e come questi concetti possano essere riportati anche nel marketing. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Che differenza c’è tra strategia, operatività e tattica? Nel campo dell’arte militare, i concetti di strategia, operatività e tattica sono legati tra loro da una relazione gerarchica e ognuno di essi identifica una serie di attività che sottendono uno specifico modo di pensare. La strategia si pone al livello più alto della relazione e consiste nella capacità di pianificare l’uso della forza per ottenere uno o più obiettivi politici. Immediatamente al di sotto di essa si colloca l’operatività, ovvero la capacità di progettare, alla luce della strategia, più azioni coordinate tra loro ed eseguite lungo l’intero arco del fronte o in profondità nelle retrovie nemiche. Al livello più basso c’è, infine, la tattica, che altro non è che la capacità di mettere in atto le operazioni pianificate alla luce della strategia nelle specifiche aree del fronte dove si spera possano sortire l’effetto desiderato. Questi tre livelli operano contemporaneamente, retroagendo e influenzandosi a vicenda; necessitando in ogni istante di essere monitorati e modificati per adattarsi ai mutamenti del contesto. ## A quali attività corrispondono strategia, operatività e tattica nel marketing? Alla luce delle caratteristiche e della relazione tra i livelli strategico, operativo e tattico possiamo provare a capire quali attività e strumenti di marketing corrispondano a ognuno di essi, contribuendo così a chiarire meglio come questi concetti possono essere adattati all’attività di marketing. Come abbiamo visto, la strategia è la capacità di pianificare l’uso della forza al servizio di uno o più obiettivi politici. Volendo traslare questo concetto nel marketing potremmo dire che la strategia è la capacità di pianificare l’uso delle diverse leve del marketing mix al servizio degli obiettivi che si pongono un’azienda, un brand, un prodotto, un servizio o qualsiasi altro attore che si serva del marketing come set di conoscenze, azioni e strumenti. Vanno cosiderati perciò strumenti e azioni strategiche il marketing mix, l’analisi swot, il posizionamento, la segmentazione, le ricerche di mercato, la definizione dell’identità e dell’architettura di marca, la creazione di funnel e altre attività simili. La redazione di un piano media, per restare nell’aneddoto da cui hanno preso vita queste note, è uno strumento e un’azione che si colloca al livello operativo dell’attività di marketing. Essa avviene infatti alla luce di una strategia e prevede una serie di azioni coordinate su più canali. Lo stesso si può dire per un piano editoriale o, su un livello più generale, per un piano di contenuti. Semplificando, la maggior parte degli strumenti e delle azioni che vengono progettati per pianificare l’esecuzione di una strategia hanno luogo a livello operativo e, come tali, andrebbero trattate. A quello tattico, infine, si collocano tutte gli strumenti e le azioni con cui vengono messi in opera sia le pianificazioni operative che le strategie. Sono tattici i contenuti digitali realizzati e pubblicati sulle più diverse piattaforme, i volantini con le offerte e le offerte stesse, le iniziative promozionali, i corner, gli eventi, i comunicati stampa e i lanci di prodotto, le conferenze stampa e ogni altra attività di marketing che avviene in un preciso momento e in dato luogo, sia reale che virtuale. ## La strategia non si ha, si fa. Chiarire i confini e le relazioni tra questi diversi livelli, mostrando quali azioni e strumenti appartengono a ognuno di essi è utile non solo per valutare correttamente le proprie attività, ma permette anche di mettere in luce un aspetto chiave della strategia applicata al marketing su cui, spesso, non ho trovato una consapevolezza diffusa. Nell’arte militare, strategia, operatività e tattica non sono attività statiche, bensì fluide e dinamiche. Nel marketing, al contrario, è piuttosto diffusa l’idea che la strategia sia una sorta di manuale di istruzioni che, se correttamente eseguite in una determinata sequenza, porta in modo matematico a un determinato risultato. Non è così. La strategia non è qualcosa che si ha e che, una volta ottenuta, può essere messa in pratica senza che sia necessario monitorarne gli sviluppi e le contingenze. La strategia è, piuttosto, qualcosa che si fa, un processo che si dispiega nel tempo e che, in ogni istante, cerca di allineare agli obiettivi desiderati le pianificazioni e le azioni necessarie per ottenerli, reagendo continuamente alle variazioni del contesto. Fare strategia, nel mercato come sul campo di battaglia, significa imparare a pensare e ad agire in modo plastico rispetto alle proprie risorse e all’ambiente in cui vengono utilizzate. 💡 ****Hai bisogno di una scintilla per tuoi progetti di marketing e comunicazione**? Ti posso supportare nella ****gestione del progetto**, nella ****creazione della** ***brand identity** o di una ****strategia per i tuoi contenuti** o ****prestandoti la mia penna per raccontare le tue storie**. Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o in call. ****Contattami e raccontami del tuo progetto**. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Prolegomeni a una teoria marxista del calcio - recensione e presentazione di "Fare gol non serve a niente" - Bolzano 28 ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2024/10/24/recensione-fare-gol-non-serve-a-niente-luca-pisapia/ Last updated: 2024-10-24T06:00:17.000Z ⚽ Lunedì 28 ottobre alle 17.30 presenterò **Fare gol non serve e niente* insieme al suo autore, Luca Pisapia, alla Nuova Libreria Cappelli. In *The future of nostalgia*, la scrittrice Svetlana Boym distingue due tipi di nostalgia. La prima, detta "restaurativa", è la nostalgia per un età dell'oro che ci si affanna per far rivivere nel presente. Uno sforzo vano perché, così sostiene Boym, quell'età dell'oro non è mai esistita. Essa non è altro che la nostra proiezione di un passato mitico alla quale deleghiamo il compito di sollevarci dalle miserie del tempo in cui ci è dato di vivere. Questo genere di nostalgia è impressa a fuoco in molte - forse nella maggior parte - delle narrazioni oggi in voga intorno al gioco del calcio. Cos'altro è, per esempio, lo slogan "no al calcio moderno" se non un modo per costruire un passato mitico con cui redimere un presente che non si è stati capaci di orientare attraverso l'azione politica autonoma e organizzata? Dopotutto il calcio, così sostiene Luca Pisapia nel suo ultimo libro, *Fare gol non serve a niente*, non è mai stato innocente e, soprattutto, è sempre stato moderno. [Luca Pisapia - Fare gol non serve a niente | add editoreFare gol non serve a niente è un vagabondaggio intenso e avvincente nella storia economica del calcio che comincia nella fornace di un complesso …![](https://i0.wp.com/www.addeditore.it/wp-content/uploads/2022/03/cropped-simbolo-add-editore-512.jpg?fit=192%2C192&ssl=1)add editoreSciavone & Guga![](https://usercontent.one/wp/www.addeditore.it/wp-content/uploads/2024/08/pisapia-fare-gol-WEB.jpg?media=1727269119)](https://www.addeditore.it/catalogo/luca-pisapia-fare-gol-non-serve-a-niente/?ref=flaviopintarelli.it) Accattatevillo! Moderno nel senso che - questa la tesi che Pisapia esprime in questo saggio dedicato al rapporto tra finanza e pallone - il calcio è un prodotto del conflitto tra capitale e lavoro e, in quanto tale, anticipa o segue le forme che questo conflitto assume nel corso della storia. Per dimostrarla, Pisapia traccia un percorso in cui intreccia la storia del calcio a quella dello sviluppo del sistema economico capitalista, mostrando come a ogni punto di svolta dell'uno corrisponda un punto di svolta dell'altro e come entrambi questi poli si influenzino a vicenda. La progressione di questo percorso però è tutto tranne che lineare. Il progetto e la scrittura di Pisapia procedono piuttosto per piani che, aprendo squarci nella trama dello spazio e del tempo, mostrano come elementi di futuro siano già presenti in un tempo che ne precede il pieno sviluppo o in un luogo capace di toccare punte di presente in modo più intenso di altri. Parafrasando William Gibson, lo stigma del conflitto tra capitale e lavoro è presente nel pallone in ogni tempo e in ogni luogo, solo che non è distribuito in modo uniforme in essi. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Così, in ogni tempo e in ogni luogo in cui si celebra la liturgia del calcio, esso è sempre, contemporaneamente, una merce e la logistica che ne organizza gli spostamenti, l'intelletto generale in cui si sublima l'individuo e l'individualismo senza limiti del soggetto imprenditore, l'immagine dell'eroe e lo spettacolo con cui il pubblico cerca di identificarsi in lui, la spirale infinta del debito e il flusso d'informazione che la rende possibile. Palleggiando da un concetto all'altro, in un torello senza requie con alcuni dei più importanti interpreti del pensiero critico contemporaneo, Pisapia costruisce, con una scrittura potente ed evocativa, quella che, a tutti gli effetti, è una compiuta teoria marxista del gioco del calcio, l'anamnesi della realtà materiale che fa da base per provare a portare ancora una volta l'attacco al cuore del sistema. Perché, come scrive Pisapia nel prologo di *Fare gol non serve a niente*, "è tempo di dare l'assalto al cielo. È tempo di scendere nelle strade, per riprenderci quello che non è mai stato nostro. Noi volgiamo tutto. Vogliamo anche il pallone." Con la stessa rabbia innocente di un bambino che, quando qualcosa non gli sta bene, il pallone se lo porta via e il gioco finisce. E, si sa, che i bambini non hanno mai torto. ![Locandina della presentazione di "Fare gol non serve a niente". Bolzano, 28 ottobre 2024, 17.30, Nuova Libreria Cappelli.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/10/Luca-Pisapia-post.jpg) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Il potere dell'immaginazione. La montagna che (ancora) non c'è. - Vezzano (Tn) 26 Ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2024/10/21/il-potere-dellimmaginazione-la-montagna-che-ancora-non-ce-vezzano-tn-26-ottobre/ Last updated: 2024-10-21T19:50:45.000Z *The slow cancellation of the future*, la lenta cancellazione del futuro. S'intitola così uno dei saggi più influenti di Mark Fisher. Al suo interno, il critico culturale britannico espone una delle sue tesi più celebri, quella secondo cui le forme esauste con cui, nella cultura contemporanea, viene riproposta senza sosta l'utopia moderna obliterano il futuro dal nostro orizzonte, imprigionandoci in un presente continuo al quale non sembra esserci alternativa. Se a lungo la funzione di immaginare il tempo che verrà era stata assolta in parte dalle ideologie, che costruivano narrazioni forti sull'evoluzione futura delle società, e in parte dalla *pop culture*, che costruiva immagini e immaginari del futuro da far circolare attraverso i media, nella contemporaneità entrambe sembrano aver segnato il passo. Al loro posto sorgono oggi altre discipline, la futurologia per esempio, e altri approcci, come quelli basati sulle tecniche di *worldbuilding.* Praticata all'interno del campo delimitato da questi due poli, la capacità di immaginare il futuro di dispiega sotto forma di simulazione, ovvero attraverso la capacità di creare uno spazio mentale in cui estendere il tempo, prolungando al suo interno tendenze reali in atto in modo da tracciare scenari da esplorare alla ricerca di idee, concetti, pensieri e soluzioni utili per affrontare le sfide del presente. In *Immagina,* la futurologa Jane McGonigal presenta concetti e tecniche utili per capire meglio come la simulazione sociale di scenari futuri può essere utilizzata per allenare la propria mente a concepire l'impensabile, coltivando quello che l'autrice definisce "ottimismo urgente", ovvero al disposizione mentale necessaria ad affrontare le emergenze del presente con la convinzione di poterle superare e risolvere. È unendo i concetti e le tecniche elaborate da McGonigal ad alcuni approcci alla pratica del *worldbuilding* che ho avuto modo di sperimentare in questi anni che ho potuto creare un workshop di simulazione scenari che, la mattina di sabato 26 ottobre, proporrò ai partecipanti del convegno *Città nelle Alpi. Passato, presente e futuro*. [ImmaginaIn Immagina, l’autrice rivela strategie e “giochi” efficaci per allenare la nostra mente a immaginare l’inimmaginabile.![](https://www.roiedizioni.it/wp-content/uploads/2024/07/cropped-ROI-Edizioni-pittogramma-2024-270x270.png)ROI Edizioni![](https://www.roiedizioni.it/wp-content/uploads/2022/05/ROI-EDIZIONI-COVER-McGONIGAL-770.jpg)](https://www.roiedizioni.it/prodotto/libri/immagina-jane-mcgonigal/?ref=flaviopintarelli.it) Se compri il libro di McGonigal io non ci guadagno nulla, ma tu sì. A invitarmi è stato Federico Zappini, consigliere comunale, libraio e agitatore culturale trentino, che lo ha organizzato insieme alla *Rete di Riserve Bondone* a vent'anni di distanza da quel 2004 in cui Trento venne scelta come città alpina dell'anno. In questo spazio di tempo, il passo della storia e dei cambiamenti a cui siamo esposti è accelerato vertiginosamente; e anche se molto è stato fatto, e la montagna è, oggi, oggetto delle cure e delle attenzioni di molti più sguardi e discipline diverse rispetto ad allora, la pressione dei mutamenti in cui viviamo e l'esito incerto delle dinamiche che stanno trasformando il mondo richiedono una maggior capacità di immaginare quelle che saranno le sfide, i conflitti e le opportunità che ci troveremo a gestire nel corso dei prossimi vent'anni. Almeno è questa la convinzione che condividiamo io, Federico e Prisca Rizzoli che ci ha accompagnato nel percorso di creazione del workshop. Per realizzarlo ho scritto tre simulazioni che hanno il Monte Bondone al centro delle loro trame e sono state costruite a partire da uno dei sette scenari delineati da Werner Bätzing, uno dei maggiori studiosi delle Alpi, per illustrare i possibili sviluppi dello spazio alpino nei prossimi vent'anni. [Alpi futureLo stato delle montagne nel nuovo numero di The Passenger, tra retaggi culturali e nuovi scenari.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2024/10/Passage2011.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/alpi-future/?ref=flaviopintarelli.it) Se ti interessa sapere quali sono gli scenari proposti di Bätzing li ho riassunti in questo pezzo ⤴️ Ogni simulazione risponde anche a uno degli archetipi di scenario proposti da McGonigal, che ne orientano lo sviluppo narrativo, fornendo così ai partecipanti una cornice entro cui esplorare la simulazione che verrà loro assegnata. La prima delle tre simulazioni s'intitola *Abitare la Nuova Regola del Monte Bondone*, è costruita a partire dallo scenario "neoliberalismo" e si svolge all'interno di un archetipo di costrizione La seconda s'intitola *Benvenuti e Bondoneworld*, è costruita a partire dallo scenario "espansione del turismo" e si svolge all'interno di un archetipo di crescita. La terza e ultima simulazione s'intitola *Il distretto vinicolo del Bondone*, è costruita a partire dallo scenario "valorizzazione diffusa delle Alpi" e si svolge all'interno di un archetipo di trasformazione. [Città nelle Alpi - Passato, presente e futuroCompila il modulo per iscriverti al convegno “Città nelle Alpi - Passato, presente e futuro”. Avrà luogo al Teatro Valle dei Laghi (Vezzano) nelle giornate di venerdì 25 e sabato 26 ottobre 2024\. Clicca qui per il programma completo!![](https://ssl.gstatic.com/docs/forms/device_home/android_192.png)Google Docs![](https://lh5.googleusercontent.com/ylim0nROovYB4CN_j8da0oFZJlyIXLTORCzX2fLb4-Br24thmC5Ap0DNI_4PwH_1XIEMtL9wdnU=w1200-h630-p)](https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSd--JclTsS3tzClpgzDhdec7bTMuAYI4S5ekjAtREM2fZ1TDQ/viewform?ref=flaviopintarelli.it) Compila il form per partecipare al workshop. Durante il workshop, che si svolgerà a partire dalle ore 09.00 al Teatro Valle dei Laghi di Vezzano, ai partecipanti verrà chiesto di esplorare una di queste tre simulazioni per mappare così le idee, i concetti, i valori, le soluzioni e gli spunti che emergeranno nel corso di due ore di lavoro collettivo e partecipato. Ad accompagnare i partecipanti alle simulazioni sarà un gruppo di facilitatori che ho formato appositamente, preparando per loro un set di compiti, obiettivi e principi elaborato sempre a partire dal lavoro di McGonigal ma anche da alcune tecniche derivate da giochi di ruolo come *Microscope* e la serie dei *powered by the Apocalypse*, ovvero giochi di ruolo dalla spiccata componenete narrativa e partecipativa. L'obiettivo, condiviso con gli organizzatori del convegno, è quello di creare un momento di gioco collettivo in cui poter lasciare spazio all'immaginazione, slegando il proprio pensiero e la propria creatività dai limiti e dai paletti che i processi progettuali legati al presente non possono non avere. Al termine delle simulazioni, che dureranno circa due ore, i facilitatori di ogni gruppo di lavoro restituiranno ai presenti una mappa mentale della simulazione e alcune visualizzazioni della stessa realizzate con l'aiuto di un intelligenza artificiale generativa. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/10/A5_cartolina_fronteretro_page-0001.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/10/A5_cartolina_fronteretro_page-0002.jpg) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Alcune risorse utili sul concetto di simulazione. Se sei interessato al concetto di simulazione, oltre alle *reference* che ho già fornito nel testo qui sopra ti consiglio di esplorare il lavoro sul tema che ha fatto il mio amico Tommaso Guariento, che è un filosofo del visivo veramente pazzesco. ⤵️ [Morfologia della simulazione - Singola | Storie di scenari e orizzontiUno studio su paesaggi, parchi a tema e metaverso.![](https://www.singola.net/images/favicon/apple-icon-180x180.png)singola![](https://www.singola.net/images/article/130/130-morfologia-della-simulazione-singola.jpg)](https://www.singola.net/pensiero/morfologia-della-simulazione-paesaggi-parchi-a-tema-metaverso?ref=flaviopintarelli.it) [Perché costruiamo simulazioni? Westworld e la violenzaDal videogioco all’arte, dai quadri alla realtà virtuale. Perché costruiamo simulazioni? L’analisi continua, attraverso uno studio di Westworld e della violenza. Di Tommaso Guariento Westworld(s) A partire dal 2 Ottobre 2016 l’emittente televisiva statunitense HBO ha iniziato la![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2019/01/favicon.png)L'INDISCRETOIndiscreto![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2016/10/1.jpg)](https://www.indiscreto.org/perche-costruiamo-simulazioni-parte-ii-westworld-la-violenza/?ref=flaviopintarelli.it) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Alpi future" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2024/10/17/alpi-future-su-il-tascabile/ Last updated: 2024-10-17T20:05:26.000Z Da più di due anni a questa parte le Alpi sono diventate un mio oggetto di studio. Lo sono perché a un certo punto del mio percorso ho scelto di voler capire di più e meglio lo spazio in cui vivo ogni giorno. Esplorandone il passato e il presente sono riuscito a capire con maggior profondità di sguardo tensioni e tendenze che attraversano lo spazio alpino a metà degli anni venti del Duemila. Uno spazio che sta cambiando non solo per effetto di fenomeni sociali ed economici che ne trascendono i confini geografici ma anche per la pressione sempre più evidente del riscaldamento globale in cui effetti, sulle Alpi, si presentano in modo più accelerato e marcato che altrove, per esempio nelle città. Alle Alpi, giusto qualche mese fa, ha dedicato un'uscita la rivista *The Passenger*. Il numero è stata l'occasione per provare a fare il punto su quali sono i fenomeni più rilevanti in corso, oggi, sulle Alpi. Dal ritorno dei selvatici ai nuovi immaginari alpini, dalla pressione della transizione energetica sui territori alle trasformazioni del turismo, dai mutamenti delle stagioni alle persone che tornano ad abitare le aree spopolate il ritratto che emerge è quello di uno spazio in cui antichi immaginari in via di dissoluzione domandano la creazione di nuovi, inediti sguardi per osservare la realtà e, attraverso di essi, modificarla. > “Le sfide che questa grande e varia regione deve affrontare”, si legge nell’introduzione al volume, “sono presagi dei fenomeni che investiranno tutto il mondo: la fine dei modelli economici, i difficili compromessi della transizione energetica, gli eventi climatici sempre più estremi, le nuove opportunità”. Sfide per cui “le Alpi, con la loro estrema diversità culturale, economica e sociale, offrono terreno fertile per sperimentazioni e idee innovative, a patto che cambi lo sguardo con cui le osserviamo”. Il futuro delle Alpi, così sembrano dirci queste parole, passa per una ricostruzione dello sguardo che abbandoni ogni illusione restaurativa a favore di un’evoluzione ancora tutta da costruire. [Alpi futureLo stato delle montagne nel nuovo numero di The Passenger, tra retaggi culturali e nuovi scenari.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2024/10/Passage2011.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/alpi-future/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Alpi future" su Il Tascabile. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### La scuola altoatesina spiegata ai miei follower di X URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/30/la-scuola-altoatesina-spiegata-ai-miei-follower-di-x/ Last updated: 2024-09-30T20:13:34.000Z Ieri pomeriggio, una persona che mi segue su X mi ha chiesto un parere a proposito della polemica secondo cui, per un esponente della Südtiroler Volkspartei (da qui in avanti SVP), il partito di raccolta della minoranza madrelingua tedesca dell'Alto Adige, ci sono "troppi bambini italiani nelle scuole tedesche. Mi fa piacere farlo, perché ogni occasione è buona per raccontare il posto in cui vivo senza appiattirne la complessità. Farlo nei 280 caratteri che X mette a disposizione sarebbe stato però arduo, per cui ho deciso di soddisfare la curiosità di questa persona, che ringrazio, scrivendo il post che state per leggere. Fai un bel respiro prima di cominciare, perché il viaggio non sarà breve ma, spero, non noioso. Fatto? Bene, allaccia le cinture. Si parte! > Mi piacerebbe leggere un parere di [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) su questa dichiarazione > > — Shahrazad17 (@Shahrazad1784) [September 30, 2024](https://twitter.com/Shahrazad1784/status/1840769305505317126?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) ## La calda estate della classe ghetto. Prima di (ri)diventare virale grazie al titolo del Corriere condiviso senza troppo contesto sui social, la scuola altoatesina è già stata oggetto di polemiche nel corso dell'estate. Alla fine di agosto, infatti, la dirigente della scuola Goehte di Bolzano aveva annunciato la [creazione di una classe speciale](https://salto.bz/de/article/28082024/classi-speciali-i-non-tedeschi?ref=flaviopintarelli.it) riservata ai bambini di madrelingua italiana e agli stranieri iscritti all'istituto. Le polemiche sollevate dalla decisione, che pure era stata accolta con un certo favore soprattutto dagli esponenti bolzanini della SVP, erano state tali da costringere l'intendenza scolastica tedesca ad [aprire un procedimenti disciplinare contro la dirigente](https://salto.bz/de/article/26092024/direttrice-delle-goethe-sotto-accusa?ref=flaviopintarelli.it), bloccando di fatto il progetto della classe separata, prontamente ribattezzata "classe ghetto". L'intervento non è bastato a placare la polemica. Un paio di giorni fa, [il capogruppo della SVP in consiglio provinciale ha dichiarato](https://corrieredeltrentino.corriere.it/notizie/cronaca/24%5Fsettembre%5F28/bolzano-pressing-per-la-commissione-paritetica-troppi-italiani-nelle-scuole-tedesche-454a069f-f956-458c-a666-2594b843axlk.shtml?ref=flaviopintarelli.it) che c'è "troppa pressione di bambini italiani nella scuola tedesca," chiedendo anche che "la scuola italiana migliori l'insegnamento per evitare questa migrazione." Questi, in sintesi, i fatti. Se leggendoli senti di essere un po' confuso è probabile ti manchino alcuni pezzi. Non preoccuparti, te li sto per spiegare. ## Breve storia di due scuole. In Alto Adige esistono due scuole: quelle in cui l'insegnamento è svolto in lingua tedesca (con l'italiano come seconda lingua) e quella in cui l'insegnamento è svolto in lingua italiana (con il tedesco come seconda lingua). Dietro questa situazione ci sono, ovviamente, delle ragioni storiche. Dopo essere stato annesso al regno d'Italia al termine della Prima Guerra Mondiale, l'Alto Adige è stato oggetto di un processo di colonizzazione interna che l'avvento del fascismo ha accelerato in modo brutale. Nel corso del ventennio vennero italianizzati i nomi e i cognomi delle persone e tutti i toponimi della zona. Fu inoltre vietato l'uso e l'insegnamento della lingua tedesca, portando alla creazione di scuole clandestine, le cosiddette *Ktakombenschule*. La colonizzazione interna fu vissuta dalla popolazione madrelingua tedesca come uno *shock* culturale di ampia portata. È da questo trauma che hanno origine tutti i processi culturali che hanno definito l'identità della minoranza tedesca dell'Alto Adige nel dopo guerra e tutti i processi storici che hanno portato all'approvazione dello statuto di autonomia e a tutte le vicende successive a essa. Non c'è abbastanza spazio e non sono abbastanza preparato per raccontare con la dovuta precisione questi processi, quindi dovrai accontentarti di questa rapidissima ricognizione. Se vuoi capire perché oggi, in Alto Adige, ci sono due scuole divise per lingua dovrai fartela bastare, altrimenti ti tocca fare le tue ricerche. Buona fortuna. ## Perché gli italiani mandano i figli alle scuole tedesche? Bella domanda. Se sei arrivato fino a qui facendotela è arrivato il momento di spiegarti il motivo per cui come mai, pur avendo a disposizione scuole che che insegnano in lingua italiana, i genitori madrelingua italiana mandano i loro figli nella scuole in cui l'insegnamento si svolge in tedesco. O almeno quale, secondo me, è la ragione dietro questo quesito. La risposta più semplice potrebbe essere perché desiderano che i loro figli imparino la seconda lingua della provincia che, a conti fatti, è anche la prima. Ma, in questo caso, il rasoio di Occam fa cilecca o, per lo meno, ha bisogno di essere approfondito. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Per quanto mi riguarda penso che i genitori italiani mandino i loro figli nelle scuole tedesche per imparare la seconda lingua della provincia, perché sono convinti che questo possa dar loro un vantaggio nella vita. Il motivo è presto detto: la conoscenza della seconda lingua è un requisito indispensabile per poter lavorare nella pubblica amministrazione locale - comuni e, soprattutto, provincia - che viene vista come uno sbocco professionale sicuro, ben remunerato, che dà accesso a moltissimi privilegi. Che la realtà sia poi diversa e il posto fisso, comunale o provinciale, non siano più così ambiti, come dimostra la cronica difficoltà nel reperire personale, non cambia il fatto che il percepito e l'immaginario della maggior parte delle persone siano ancora quello del posto fisso pubblico come sbocco professionale altamente desiderabile. In subordine, esiste la percezione che l'insegnamento nelle scuole tedesche sia qualitativamente superiore a quello somministrato nelle scuole italiane che, per alcuni questo conta, sono anche piene di stranieri. Anche in questo caso la realtà può differire, e di molto, dalla percezione. La qualità dell'insegnamento dipende da molte variabili e gli stranieri, ce lo dice la cronaca, sono ormai parte del nostro tessuto sociale e non si fanno problemi a iscrivere i loro figli alle scuole tedesche. Flavio, amico mio, ti starai chiedendo arrivato fino a qui, ma non è che niente niente sei un tantino esagerato e malfidente? Magari i genitori italiani iscrivono i loro figli alle scuole tedesche perché così possono comunicare e socializzare coi loro coetanei di diversa madrelingua. Potrebbe pure essere, in qualche caso è certamente così. Per esperienza, però, tendo a pensare che in generale non lo sia perché le persone altoatesine di lingua tedesca per comunicare tra loro usano soprattutto una serie di varianti dialettali del tedesco che poco hanno a che fare con il tedesco che si impara a scuola (*Hochdeutsch*) e che viene usato per comunicare in un numero limitato di contesti tra cui, appunto, quelli lavorativi. ## Perché ai politici tedeschi dà così tanto fastidio che i genitori italiani iscrivano i figli alle scuole tedesche? Altra bella domanda. La motivazione ufficiale è che, in questo modo, si creano classi poco equilibrate, perché il livello di padronanza di quella che dovrebbe essere la prima lingua non è uniforme. I bambini madrelingua tedesca sarebbero così danneggiati dai bambini non madrelingua, che rallenterebbero il programma, costringendo gli insegnanti a seguirli con maggiore attenzione rispetto agli altri. C'è, a essere obiettivi, una parte di ragione di questa preoccupazione. Ma sul piano dei valori, purtroppo, è irricevibile. Aggiungo, ma quella che segue è una mia opinione, che la scuola e la lingua sono due argomenti profondamente identitari, probabilmente i più identitari che abbiamo, insieme alla toponomastica. Agitarli ora, al di là del fatto che la cronaca ne offre l'opportunità, può essere interpretato come un segnale nei confronti di un elettorato, quello tedesco che alle ultime elezioni provinciali è apparso spostarsi verso destra, anticipando in parte il cambiamento politico verso cui sia l'Austria che la Germania sembrano indirizzate dopo le ultime tornate elettorali. Personalmente spero che quest'ultimo sia un sospetto infondato ma, dovrebbe esserti ormai chiaro, tendo a pensarla sempre per il peggio. ## Quindi, in soldoni, qual è il problema? Beh, magari ce ne fosse uno soltanto di problema. Il fatto è che ce ne sono molti. Uno sono le aspettative dei genitori, costruite su immaginari che stanno diventando rapidamente obsoleti. Un secondo, quanto meno per me, è che ci sono scuole divise a seconda della principale lingua di insegnamento, cosa che genera tutta una serie di squilibri. Un terzo problema è un'idea di scuola performativa in cui, invece di riconoscere la specificità di ogni persona che la frequenta e adattarsi di conseguenza, si persegue un modello basato su aspettative standardizzate. A onor del vero si potrebbe anche pensare che la classe "ghetto" possa essere una soluzione che va in direzione di risolvere il terzo problema, se non fosse che la rigida divisione su cui si basa il sistema scolastico locale la rende problematica e irricevibile. Questo, in sostanza, quello che avevo da dire sulla questione. Come vedi, 280 caratteri erano troppo pochi. Adesso direi che possiamo salutarci. Scusa? Come dici? Una soluzione? Ah, guarda, non chiederla a me. Io sono solo un povero scrittore, mica un tecnico. Domandala a loro, la soluzione. Io posso solo dirti che di questo ho parlato in un certo romanzo di cui casualmente ti lascio la *call to action* qui sotto ⤵️. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### Identità digitale - Parliamone - Senigallia 27 settembre URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/23/identita-digitale-parliamone-senigallia-27-settembre/ Last updated: 2024-09-23T11:06:45.000Z ⚠️ A causa di previsioni meteo incerte, l'incontro si svolgerà al Sailors da Kuga, invece che agli Amici del Molo come indicato nel testo. Quello dell'identità è un tema legato a doppio filo alle tecnologie digitali e all'impatto che la loro adozione di massa ha avuto sulla nostra cultura e la nostra società. Una relazione esplorata già nel 2011 dalla filosofa Maddalena Mapelli in un libro, [*Per una genealogia del virtuale. Dallo Specchio a Facebook*](https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857502243?ref=flaviopintarelli.it), che, per le sue intuizioni, è, ancora oggi, una lettura fondamentale per capire il modo in cui "dispositivi virtuali come Facebook plasmano i nostri assetti identitari." Partendo da una ricognizione genealogica dei "saperi, pratiche e poteri che nella nostra cultura si collegano ai dipositivi-specchio", Mapelli provava a rispondere a una domanda: "Quali margini abbiamo per essere soggetti costituenti, per resistere in modo creativo alle cogenze di dispositivi virtuali che inducono comportamenti standardizzati e prevedibili?" Lo fa all'alba degli anni '10 del duemila quando il web stava uscendo dalla sua fase di *early adoption* ("adozione precoce") per entrare, grazie alla diffusione delle piattaforme di social networking, in quella di *early majority* ("prima maggioranza"). Un passaggio fondamentale che, a distanza di più di dieci anni, può essere storicizzato come il momento in cui, dal punto di vista della costruzione d'identità, il web si è trasformato da spazio di sperimentazione e possibilità a spazio di presentazione e posizionamento, seguendo lo sviluppo delle piattaforme e del loro modello di business. Queste riflessioni costituiranno il punto di partenza di una conversazione con Leonardo Montecchi, psichiatra e psicoterapeuta, a cui sono stato invitato a partecipare dall'[Associazione 8 Maggio](https://www.instagram.com/siamottomaggio/?ref=flaviopintarelli.it) di Senigallia, in occasione di [*Parliamone*](https://www.instagram.com/parliamone.senigallia/?ref=flaviopintarelli.it), un ciclo di eventi dedicato al tema dell'identità e al significato che assume oggi questo concetto. A ospitare la chiacchierata tra Leonardo e me sarà la sede degli Amici del Molo, nella zona del porto di Senigallia. L'evento è previsto per la serata di venerdì 27 settembre, con inizio fissato alle 19:30 🕢. Se siete in zona passate ad ascoltare e restate per bere qualcosa in compagnia 😉 ![Locandina di Parliamone, ciclo di eventi per riflettere sull'identità oggi.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/09/Parliamone---Identita--digitale.jpeg) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Brennero - una recensione preventiva URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/16/brennero-serie-tv-recensione/ Last updated: 2024-09-16T14:10:32.000Z 💡 Questo post nasce per scherzo da un post su Facebook. È una recensione preventiva, scritta senza aver visto la serie di cui parla. Tutto quello che ci trovate dentro è un becero tentativo di autopromozione ed è il frutto della mia immaginazione, dell'esperienza e delle informazioni che ho trovato in rete su questo prodotto. Felice se tutto quello che leggerete verrà smentito dai fatti! Nelle prime pagine de *Il velo*, il mio primo romanzo uscito lo scorso anno, Alex, il protagonista della storia, riflette su un dettaglio che gli si imprime nella mente nel viaggio di ritorno a casa che intraprende alla fine del suo percorso universitario. > Sui cartelloni chilometrici Bolzano veniva nominata per la prima volta all'altezza di Rovereto. Prima di allora, la sola indicazione dell'esistenza dell'Alto Adige offerta agli automobilisti era la loto distanza dal confine del Brennero. Nella segnaletica autostradale la provincia in cui ero nato equivaleva a un grande vuoto. La sola definizione possibile era la linea immaginaria che ne indicava l'estremità. *Brennero*, la fiction della RAI che andrà in onda per la prima volta stasera, lunedì 16 settembre 2024, non fa eccezione a questa regola. Pur essendo ambientata a Bolzano e girata un po' qua e un po' la nel territorio della provincia, il titolo la definisce a partire dal suo limite, il confine politico e geografico che rende l'Alto Adige un'entità di natura geopolitica. O, piuttosto, lo riduce a esserlo, dal momento che, è ancora Alex a parlare, > Nella coscienza della nazione Bolzano - lo avevo compreso soltanto andandomene - era effettivamente un rimosso. A questa regola, però, *Brennero* non sembra fare eccezione. La fiction parte, prendo la sinossi direttamente dai materiali stampa, > da uno spunto reale e intrigante del passato (La Notte dei fuochi, nel 1961, quando i terroristi tirolesi diedero il via a una serie di attentati per ottenere la riannessione del Südtirol), Siamo ai giorni nostri, in Italia, a Bolzano. Eppure, chi vi arriva per la prima volta, è convinto di trovarsi in Germania. I cartelli per strada sono scritti in tedesco, se si chiede un’informazione in italiano alcune persone non capiscono, serve addirittura superare un esame di lingua tedesca per accedere alle cariche pubbliche. Gli stessi cittadini sono spaccati in due: da un lato i tedeschi, precisi, rigorosi e benestanti; dall’altro gli italiani, chiassosi e calorosi. In questo contesto, una PM appartenente a una facoltosa famiglia di lingua tedesca e un ispettore di lingua italiana con un passato difficile sono costretti a lavorare insieme al caso di un serial killer. Leggendo bene queste righe ci si accorge che qualche rimosso, tutto sommato, c'è; per esempio, a quale entità sarebbe dovuto essere riannesso il Südtirol? Noi sappiamo che si tratta dell'Austria ma, probabilmente, nominare i nostri vicini sarebbe stato sconveniente: la stagione del terrorismo, come le guerre puniche d'altronde, è una ferita ancora aperta, che è meglio evitare di trattare in un'opera di finzione. O, se proprio è necessario, collochiamo la vicenda nel passato, così possiamo lasciarla lì, tranquilla, e usarla giusto come innesco narrativo per una storia che, ce lo ricorda il comunicato stampa, è ambientata ai giorni nostri, dove è tutto a posto, tutto tranquillo e nessuno si sognerebbe mai di far saltare in aria un traliccio perché qui, ormai, i tedeschi sono precisi e rigorosi ma, soprattutto, benestanti. Tutti. Dal primo all'ultimo. Benestanti, senza eccezione. Sarà l'aria buona.? Sarà lo speck IGP o le mele o il vino? Oppure quella bizzarra autonomia amministrativa di cui siamo dotati? Non è dato saperlo, ma gli archetipi, diranno gli autori, funzionano così e chi siamo noi per contraddirli? Quindi, piuttosto che raccontare una storia di cui la maggior parte degli italiani ha sentito parlare a malapena, meglio acchittare la classica storia di serial killer che, ultimamente, tirano un casino. Una storia che, diamo a Cesare quel che gli spetta, sarà narrativamente perfetta, costruita ad arte, senza alcuna sbavatura, per portare lo spettatore dalla prima all'ultima puntata evitando cali di tensione o buchi di trama. Per farlo, la Storia, la società e il territorio non sono importanti. Sono riferimenti da tenere sullo sfondo per dare quella pennellata di colore locale utile per ricevere i finanziamenti provinciali per produrre la serie, ma facendoli restare abbastanza sfumati da poter essere rimpiazzati, qualora la serie abbia successo e il format venga venduto ad altri, meglio se agli americani, per essere ambientato nel Vermont senza per questo perdere una briciola della sua efficacia. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Tanto, agli autori, quando la vecchiaia chiederà loro conto di tutta la monnezza che hanno fatto, resterà sempre una carta da giocarsi: la deresponsabilizzazione. Non è stata colpa mia, è stata la RAI che ha distrutto la mia creatura. Io ero innocente. Io volevo fare *The Wire* sulle Alpi o *Breaking Bad* coi tirolesi al posto dei messicani. Eppure un prodotto narrativo popolare e profondo, capace di raccontare l'Alto Adige senza appoggiarsi sul cliché, servirebbe, perché, nota ancora Alex, > tra le persone che avevo incontrato negli anni universitari, quasi nessuna conosceva anche solo frammenti della storia della città e dell'intera provincia. Tutti sapevano che là si parla il tedesco e si stupivano che io non fossi bilingue: nient'altro. Fermi tutti! In *Brennero* il tedesco c'è. La PM appartiene a una "facoltosa famiglia tedesca" e, *yabbadabadoo*, chissà che oscuro segreto cela la sua storia famigliare e in quali spinose situazioni metterà questa zelante servitrice dello Stato a cui l'appartenenza etnica dona precisione e rigore di natura genetica. Già mi immagino quante scintille susciterà l'incontro/scontro con l'ispettore italiano dal difficile passato. Sarà per caso un padre separato, affettuosissimo coi figli e capace di sopperire alle mancanze della ex moglie carrierista? Oppure nel suo passato si nasconderà la militanza non troppo convinta di un teppista di periferia affascinato dall'estetica fascista? Ma, soprattutto, in quella che si annuncia come una telefonatissima sottotrama amorosa - che se al pubblico non gli dai l'impressione che alla fine i due s'ingroppano la trama mica scorre - saprà, questo personaggio, duro e simpatico, conquistare, con il suo calore chiassoso, il cuore della bella superiora, in un chiaro omaggio alla bruciante passione per Fry che accende la precisa e rigorosa ispettrice Morgan in *Futurama*? Oppure sarà lei, sedotta dal suo caloroso chiasso, ad attentare alle virtù del collega, in un'ardita inversione di ruoli, con cui conquistarsi la simpatia delle femministe della terza ondata? Vada come vada, al proprio posto troverete il sottoscritto per tributargli applausi o, se mi sbaglio, una sassaiola che, come dice la canzone, ovunque me ne andrò, ovunque io sarò, sempre sulla faccia prenderò. Ai posteri, si sa, spetta l'ardua sentenza. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### A metà strada tra le piattaforme e il futuro URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/10/a-meta-strada-tra-le-piattaforme-e-il-futuro/ Last updated: 2024-09-10T12:41:40.000Z Questa settimana è successa una cosa che mi ha fatto piacere: il mio amico Enrico ha lanciato *Crusing Collapse*, la sua piattaforma di pubblicazione personale. Mi fa piacere perché, lo confesso, era da almeno due anni che, modello Vermilinguo, gli sussurravo all’orecchio di farlo. Troppo utili e profonde le sue parole e le sue riflessioni per lasciare che scorressero via, perse per sempre nell’aggiornasi senza sosta del *feed* di Facebook a cui era solito affidarle. Ma, soprattutto, troppo preziose per regalarle a chi, estraendo plusvalore anche dagli angoli più reconditi delle nostre vite, ci espropria ogni giorno delle nostre intuizioni e delle nostre idee per il proprio utile. Ci è voluto un po’ di tempo, è vero, ma so di essere un convincente rompicoglioni quando mi ci metto ed Enrico non è solo stato così gentile da non mandarmi a quel paese ma anche da accordarmi la sua fiducia quando, con insistenza, gli segnalavo Ghost come software da usare per il suo progetto. Eh sì, perché *Cruising Collapse* gira su quella che è, chi mi segue da un po’ lo sa, la mia piattaforma di elezione, quella che ho scelto quasi dieci anni fa e non ho mai abbandonato. La piattaforma ideale, almeno per me, per iniziare a preparare quell’esodo dalle piattaforme di cui parla [Alessandro Longo in un suo articolo di qualche tempo fa](https://www.singola.net/societa/dao-preparando-esodo-dalle-piattaforme?ref=flaviopintarelli.it). [Cruising CollapseNon si agisce con la penna. La scrittura è una cosa seria.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/favicon.ico)Cruising Collapse![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/banner1.png)](https://cruising-collapse.ghost.io/?ref=flaviopintarelli.it) Iscrivetevi al blog di Enrico, è bellissimo! Anche se potresti scambiarlo per una piattaforma, Ghost non lo è. Ghost è un CMS, un software per la gestione dei contenuti, posizionato verticalmente per offrire soluzioni di *publishing* digitale a content creator e magazine di piccole e medie dimensioni. A crearlo è stato John O’Nolan, uno che il mondo del digitale lo conosce bene. O’Nolan è stato uno sviluppatore del core di Wordpress che, grazie ha un crowdfunding di successo, nel 2014 ha lanciato Ghost, scegliendo per la sua creatura una precisa forma giuridica: la fondazione. I questo modo ha lui e il suo team hanno potuto slegare lo sviluppo e la crescita di Ghost dalla pressione che caratterizza le start up finanziate dal *venture capital* e che sono alla base del processo di merdificazione che caratterizza la maggioranza delle piattaforme commerciali. A differenza di molte di esse, che monetizzano sulla propria capacità di mettere in relazione chi cerca contenuto da fruire e chi lo produce, Ghost ha scelto di vendere spazio web e assistenza tecnica come modello di business, svincolando i suoi utenti dalla necessità di pagare una percentuale sui loro introiti qualora decidessero di usarlo come strumento per creare contenuti a pagamento. Quello che perde in termini di rapidità di sviluppo di nuove funzionalità, Ghost lo guadagna in etica e rispetto per i propri utenti, che sono, generalmente, molto fidelizzati. [Pluralistic: Tiktok’s enshittification (21 Jan 2023) – Pluralistic: Daily links from Cory Doctorow![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/icon/cropped-guillotine-French-Revolution.jpg)Cory Doctorow![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/thumbnail/21Jan2023.jpg)](https://pluralistic.net/2023/01/21/potemkin-ai/?ref=flaviopintarelli.it) Le piattaforme commerciali si stanno smerdando. Come? Ve lo spiega Cory Doctorow. Ciò non significa che Ghost manchi di qualcosa rispetto a piattaforme sue competitore come, per esempio, Substack o Medium. Nel corso del tempo si è arricchito di soluzioni e *feature* che ne fanno oggi uno strumento super completo per chi desidera pubblicare contenuti in rete, senza per questo rinunciare alla sua filosofia che mette l’essenzialità e la semplicità di configurazione al centro della sua esperienza utente. In più, lo dimostra l’impegno profuso dal team nell’integrare il software nel protocollo di Activity Pub, Ghost investe in modo credibile e concreto nell’*open web*, qualcosa di cui molti preferiscono parlare mentre continuano a usare soluzioni proprietarie o che declinano in modo ambiguo il concetto. È questo impegno che sta alla base di tutti i vantaggi di usare Ghost come strumento per esprimere il proprio pensiero e la propria creatività in rete. Il primo passo al di fuori delle piattaforme e delle loro logiche passa anche attraverso scelte come queste. Ghost è solo una delle possibili strade su cui incamminarsi e, da oggi, su di essa, c’è un compagno di viaggio in più. Ben arrivato *Crusing Collapse* e buon cammino! ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Oddisee, Bolzano 7 settembre 2024 URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/09/oddisee-bolzano-7-settembre-2024/ Last updated: 2024-09-09T08:08:15.000Z Da quando ho figli la sera esco poco, quasi nulla. Se esco, esco perché ho una ragione ben precisa per uscire. Galleggiare al bar tra bicchieri in serie e “com’è là?” di circostanza non rientra nella lista di queste ragioni. Piuttosto, se esco vado al cinema, di solito a vedere un film con effetti speciali roboanti, che, oggi, mi sembrano tra le poche cose degne di essere viste di questi tempi. Oppure esco per andare a sentire un concerto, com’è successo sabato sera. La cosa più scontata che mi verrebbe da dire in questo caso è che a Bolzano non capita spesso un concerto che valga la pena di essere visto ma, come ha notato Matteo, uno degli amici con cui sono uscito, questa è una cosa molto bolzanina da dire. Di roba interessante, infatti, da queste parti ne è passata parecchia. Magari è passata quando era meno rilevante rispetto alla cultura che la esprimeva - Sonic Youth, NOFX, Deftones, Onyx per citare qualche nome - ma ci sono capoluoghi di provincia in cui certi eventi non capitano mai e, quindi, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Matteo, Andrea e io, comunque, siamo andati a sentire Oddisee, un rapper e produttore di Washington DC, che mi ha fatto conoscere un altro amico, Stefano, quando avevamo un blog collettivo. Il tipo, mezzo afroamericano e mezzo sudanese, suona un po’ soul, un po’ jazz, canta testi consapevoli e, alla fine dei conti, rappresenta piuttosto bene quello che è o dovrebbe essere l’hip hop. Poi, che non guasta, è pure bello stiloso, con il suo look da nerd di un college Black Ivy: cappelletto con visiera, occhiali dalla montatura sottile, maglietta e pantaloni oversize, New Balance da corsa ai piedi. A completare il pacchetto, la venue, una di quelle che preferisco. Piccola, non più di 150 persone di capienza, senza barriere tra artista e pubblico, con il palco che altro non è che un gradino. Mettici poi che quel posto l’ho visto letteralmente nascere fin da quando Andrea, non quello che è venuto al concerto, un altro, che quel posto è stato il primo (?) a gestirlo, ci chiedeva di passare almeno qualche ora sia per fargli compagnia sia per provare a lanciare il posto. Insomma, gli ingredienti per una bella serata c’erano tutti. E così è stato. Oddisse, su disco, tende a suonare rilassato, compassato, come sul velluto. Perciò non sapevo bene cosa aspettarmi da un suo live. Prima di entrare mi sono chiesto se avrei passato il tempo fermo, in piedi ad ascoltare? Siccome non calzavo scarpe particolarmente comode la cosa mi preoccupava un poco. La preoccupazione è durata giusto il tempo che Oddisee e il suo DJ - sorry mate, ho dimenticato il tuo nome - iniziassero a suonare. Il tiro dei primi cinque o sei pezzi è stato tiratissimo. Oddisee dal vivo sputa barre incalzanti su flow sempre diversi tra loro e, soprattutto, è un intrattenitore nato. Fa di tutto per tirarti in mezzo, non solo i classici botta e risposta - *i say peace, you say love. Peace. Love* \- ma anche piccole riflessioni, con cui mostra di aver anche la cura di provare a capire i posti dove va a suonare. Una cosa che, di nuovo, ho trovato molto hip hop. Il set è durato un’ora abbondante, è stato coinvolgente e si è chiuso con *That’s love*, uno dei pezzi dell'artista che preferisco. Non so se non si è capito, ma sabato sera mi sono divertito un bel po’ e sono andato a dormire col sorriso, attraversato da vibrazioni positive mi sono rimaste addosso e, niente, avevo voglia di condividerle con voi. Ne più, ne meno. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Assediare il turismo - recensione e presentazione di All Intrusive - Bolzano 6 settembre URL: https://flaviopintarelli.it/2024/09/03/recensione-all-intrusive-selma-mahlknecht/ Last updated: 2024-09-03T16:38:38.000Z 🏔️ Venerdì 6 settembre alle 18.30 presenterò **All Intrusive* e la sua autrice alla Libreria Cappelli di Bolzano. Il turismo è al centro del dibattito contemporaneo. Da una parte, infatti, sono sempre più evidenti le esternalità negative che questa attività, nata nel corso dell’Ottocento a partire dalle abitudini dell’aristocrazia europea, comporta per l’ambiente e le comunità che le sono esposte. Dall’altra parte, invece, c’è chi guarda al turismo e al suo sviluppo come attività strategiche per il futuro del nostro paese. È il caso, per esempio, del ministro Santanché che sulla retorica del turismo come “petrolio d’Italia” ha costruito ogni iniziativa intrapresa finora nel corso del suo mandato. L’attualità, la centralità e l’incandescenza del tema fanno sì che, nel panorama editoriale, il numero di pubblicazioni dedicate al turismo e ai suoi effetti sia in continuo aumento. Al novero di queste uscite si aggiunge, da poche settimane, anche *All Intrusive*, traduzione del saggio *Berg un Breakfast* della scrittrice altoatesina Selma Mahlknecht, pubblicato dalla casa editrice alphabeta di Bolzano. [All intrusiveLa montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche![](https://www.raetia.com/img/favicon.ico?1657627037)RaetiaSelma Mahlknecht![](https://www.raetia.com/1184-large_default/all-intrusive.jpg)](https://www.raetia.com/it/territorio-gesellschaft/958-all-intrusive.html?ref=flaviopintarelli.it) Leggi la scheda del libro. Per sgombrare il campo da possibili equivoci è opportuno chiarire immediatamente ciò che *All Intrusive* non è, ovvero un saggio dal taglio sociologico ed economico sul fenomeno dell’*overtourism*. Piuttosto, *All Intrusive* è un saggio letterario che, partendo dalla lettura dell’attualità, si propone di “assediare” il turismo, elaborandone una teoria che traccia la rete di relazioni culturali da cui quest’attività ha avuto origine. Quello di Mahlknecht è, perciò, uno scavo genealogico nel concetto di turismo che avviene anche alla luce della storia e dell’esperienza personale della sua autrice, nipote di locandiera e residente in una delle più rinomate mete del turismo alpino, la Svizzera. La montagna o, meglio, le Alpi fanno infatti da sfondo a tutti i ragionamenti di Mahlknecht senza, per questo, limitarne la portata universale. Qual è, dunque, la teoria del turismo proposta dalla scrittrice altoatesina? Per circoscriverla Mahlknecht avvia il suo ragionamento ricostruendone la genesi storica. Tale attività deriva il suo nome dal cosiddetto *Grand Tour*, il viaggio di piacere con cui, a partire dal Seicento, l’aristocrazia europea di dedicava alla ricerca di se stessa attraverso il confronto diretto con le vestigia e le rovine del passato. I *touristes* erano perciò coloro che potevano permettersi di spostarsi nello spazio mossi soltanto da una necessità di carattere estetico e personale, esercitando così un privilegio in grado di distinguerli dal resto dei viaggiatori che, diversamente da loro, erano costretti a muoversi per necessità. Inteso questo senso, il viaggio recuperava anche una serie di significati sacri che a lungo tempo ne hanno caratterizzato lo svolgersi. È alla luce di essi che il turismo si definisce come una sorta di “pellegrinaggio laico”, in grado di conferire a chi lo intraprende una comprensione al tempo stesso più profonda e più elevata dei suoi simili a cui, per ragioni di volontà o, più spesso, di mancanza di privilegio di classe, non è concesso farlo. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! È nel formarsi di questo concatenamento tra espressione di privilegio da una parte e strumento di formazione e arricchimento personale dall’altra che il turismo, per tramite dell’atto di viaggiare, assume quella valorizzazione positiva che, nel corso del suo sviluppo storico, ne ha guidato l’affermazione come attività di massa, profondamente legata ai valori della modernità. Una relazione non priva di ombre; tra gli anni ’30 e gli anni ’60 del Novecento, quando il turismo si apre alla sua dimensione di massa, esso viene utilizzato dai totalitarismi come forma di controllo sociale. Nelle Germania nazista, per esempio, l’istituzione ricreativa era guidata da un principio, *Kraft durch Freude* (la forze attraverso la gioia), che vedeva l’accesso alle vacanze come uno strumento per ripristinare le energie nervose dei lavoratori. “Solo con un popolo che mantiene i nervi saldi” affermava Hitler, citato da Mahlknecht, “si può fare una vera, grande politica”. Spogliato almeno in parte della sua dimensione di controllo, il principio delle vacanze per tutti transita nella società dei consumi, legandosi alla dinamica di compressione dei prezzi che ne caratterizza la produzione e che, oggi, nel turismo, si sfoga in una costante contrazione dei salari. > 🇺🇸🇮🇹 Questo grafico mostra l'andamento delle retribuzioni orarie reali (cioè al netto dell'inflazione) nel settore "turismo" in 🇮🇹 vs 🇺🇸. > Dal 2012 ad oggi: 🇺🇸 +32,1% vs 🇮🇹 -14,1%. > "Turismo nostro petrolio", fate vobis. [pic.twitter.com/xssWM5x2Hg](https://t.co/xssWM5x2Hg?ref=flaviopintarelli.it) > > — Riccardo Trezzi (@RiccardoTrezzi) [August 19, 2024](https://twitter.com/RiccardoTrezzi/status/1825466472967049407?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Il viaggio di piacere, per turismo, diventa così un momento all’interno di un ciclo nel quale il lavoratore contemporaneo, sempre più spesso un fornitore di servizi a uso e consumo di terzi, si trasforma in cliente, consumatore di servizi a sua volta, scaricando, per un tempo limitato, lo sfruttamento di cui è oggetto su altri lavoratori. Lungo la linea di sviluppo che parte dalla funzione estetica del viaggio aristocratico per arrivare a quella di benessere (*wellness*) del viaggio contemporaneo, il turismo non perde mai la sua dimensione di privilegio di classe. È in quanto tale che opera quindi come potenza in grado tanto di terraformare l’ambiente, quanto di strutturare le relazioni di ospitalità. Per accogliere le masse di lavoratori in cerca di benessere ed esperienze di illuminazione l’ambiente deve essere modificato in base alle loro esigenze e aspettative, quella di autenticità o di fedeltà a una tradizione per esempio, creando così una messa in scena della natura in forma di paesaggio. Una dinamica di cui le Alpi sono oggetto fin dalla loro creazione, iniziata, nel corso del Settecento, per impulso della cultura illuminista, e poi continuata fino ai giorni nostri. Altrettanto teatrali sono le relazioni umane che il turismo determina. Nel suo darsi, infatti, l’equilibrio del potere determinato dal turismo privilegia le necessità dell’ospite sull’ospitante, il quale vede nel primo tanto una benedizione per l’economia che crea, fondamentale soprattutto per la sopravvivenza delle comunità di montagna, quanto una maledizione per le perturbazioni che genera nella sua vita quotidiana. Oltre che una messa in scena che altera la realtà, il turismo è un gioco di maschere che vela, nasconde e mistifica in nome di un’idea di purezza e autenticità artefatta e artificiale. È questo, in sintesi, il cuore del ragionamento di Mahlknecht, la teoria con cui la scrittrice cinge d’assedio il turismo, provando a decostruire la genealogia del suo discorso. Ma cosa viene dopo? Nella risposta a questa domande c’è quella che è probabilmente la parte meno convincente del libro. Per Mahlknecht il turismo nella sua dimensione di massa si supera ricostruendo un’idea di viaggio basta sull’incontro con l’altro, da intendersi non come pretesa temporanea di servizi ma come assunzione della parte di rischio che ogni incontro porta con sé, quello che si corre quando, tornando a casa, ci si guarda allo specchio e si finisce per non riconoscersi più, almeno in parte. C’è una parte di ingenuità nella bellezza e nella poesia di questa soluzione, una *naïveté* che emerge spesso quando Mahlknecht affronta i nodi che legano il potere all’economia o quando descrive una certo tipo di rapporto con la montagna e la natura. Dettagli che non sminuiscono il cuore del pensiero che anima *All Intrusive*. Un pensiero che, al netto delle sue superficialità, resta potente e incredibilmente stimolante quando ci si confronta con esso. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. 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Per capire come si è svolta questa operazione, a che punto è, quali prospettive apre e quali rischi comporta ho scritto una ricostruzione dei fatti e raccolto diverse ipotesi tra quelle avanzate dai principali analisti militari. > Dal punto di vista tattico, le forze armate ucraine si sono mosse adattando alle condizioni della guerra contemporanea il concetto del gruppo operativo di manovra (Operational Manovre Group). Nato durante la Seconda Guerra Mondiale nella dottrina sovietica e tedesca e perfezionato dai primi nel corso della Guerra Fredda, il concetto di gruppo operativo di manovra è stato pensato per impedire un attacco nucleare tattico da parte della NATO, concentrando un elevato numero di truppe in grado di cogliere di sorpresa il nemico e avanzare velocemente nel suo territorio. [Capire l’invasione ucraina nella regione di KurskL’occupazione dei territori nella regione di Kursk in Russia da parte delle truppe ucraine, come è stata preparata e sviluppata, gli scenari che apre.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2024/08/auto-cartelli-russia-1024x513.jpg)](https://www.valigiablu.it/ucraina-invasione-russia-kursk/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Capire l’invasione ucraina nella regione di Kursk" su Valigia Blu ### Zettelkasten: quando prendi appunti conta come non con cosa URL: https://flaviopintarelli.it/2024/08/27/zettelkasten-metodo-appunti/ Last updated: 2025-04-06T19:56:42.000Z 💡 Questo è un post dedicato al metodo **Zettelkasten*. Mercoledì 4 settembre alle 21.00 terrò una classe del corso che sto progettando per insegnarlo. Se ti interessa partecipare [contattami](https://flaviopintarelli.it/contatti/) per conoscere i dettagli. Io e Casey Newton abbiamo un feticcio in comune, le applicazioni per la produttività. Perciò aspetto sempre con curiosità il post che il giornalista *tech* americano - celebre per essere stato tra i primi a lasciare una testata importante, *The Verge*, per un'avventura in solitaria su Substack (oggi, però è su Ghost 😎) - scrive una volta all'anno su questo argomento. Quello delle scorso anno lo ricordo bene. S'intitolava [*Why note-taking apps don't make us smarter*](https://www.platformer.news/why-note-taking-apps-dont-make-us/?ref=flaviopintarelli.it) e raccontava la delusione di Newton che, nonostante avesse provato numerose app per svolgere questa funzione, non era ancora riuscito a sfruttarne in modo soddisfacente le potenzialità. Ricordo che, dopo averlo letto, lo rilanciai su X, commentando che, secondo me, a Casey mancava un metodo e che non sono i software che usiamo per prendere appunti a migliorare il nostro pensiero, bensì il modo in cui li usiamo. Concludevo suggerendo a tutti di leggere un libro che mi ha cambiato la vita: *How to take smart notes* di Sönke Ahrens. > Read this on note taking by [@CaseyNewton](https://twitter.com/CaseyNewton?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) it seems to me that Casey lacks a method to note taking, because it's not software that improve your thinking but the way you ise it. I suggest everyone who wants to do it to read "How to take smart notes". [https://t.co/eS85foVhJz](https://t.co/eS85foVhJz?ref=flaviopintarelli.it) > > — Flavio Pintarelli (@El\_Pinta) [August 25, 2023](https://twitter.com/El%5FPinta/status/1694997755301626243?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Più o meno una settimana fa, Casey Newton ha pubblicato il suo post sulle app per la produttività di quest'anno. S'intitola *Three apps that made me more productive this year* e, tra queste tre, c'è *Capcities*, un'app per prendere appunti che, racconta Newton, lo ha portato a scoprire il metodo Zettelkasten, cioè lo stesso metodo spiegato nel libro che segnalavo lo scorso anno, rilanciando il post del 2023. Ovviamente si tratta di una coincidenza, ma quel che è importante è che l'esperienza raccontata da Casey Newton nei due post sottolinea un concetto per me fondamentale quando si parla di *note taking* o, più in generale, di *knowledge management*: le app e i software non fanno mai la differenza nel migliorare il modo in cui puoi pensare o organizzare la conoscenza, a fare la differenza e il modo in cui le utilizzi. [Lo avevo già raccontato tempo fa](https://flaviopintarelli.it/2024/02/19/metodo-zettelkasten/), il metodo Zettelkasten è nato in un'epoca analogica ed è stato sviluppato per essere utilizzato con carta, penna e una scatola. Le app digitali con cui lo si può usare oggi non ne hanno modificato i concetti alla base, ma sono state progettate in base a esso, arricchendolo di funzionalità e potenzialità. Molte volte, infatti, mi sono trovato, nel corso della mia carriera, a dovermi confrontare con persone convinte che fossero i software a modificare i processi di lavoro quando, al contrario, l'esperienza mi ha insegnato che i software sono solo lo strumento con cui il processo viene eseguito e, senza pensare a come verranno usati, si rivelano per essere inutili o, peggio ancora, dannosi. Una lezione utile e bella, che devo all'aver scoperto e adottato il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura. 💡 Vuoi approfondire il metodo Zettelkasten? [Visita la sezione del blog dedicata a questo metodo di **note taking*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/)**.* ## 🗃️ Vuoi imparare il metodo Zettelkasten? Se vuoi posso insegnarti come usarlo per aiutarti a scrivere e a pensare in modo più efficace. [Contattami per sapere come.](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Una Seattle in miniatura URL: https://flaviopintarelli.it/2024/06/26/sudtirock-recensione-documetario/ Last updated: 2024-06-26T14:58:58.000Z Provo sempre un sottile, subdolo senso di straniamento quando vengo messo di fronte alla storicizzazione di un tempo che ho vissuto, anche se solo per pochi istanti, per brevi frammenti. È lo stesso che mi ha colto durante la visione di *Südtirock*, *suoni di confine*, il documentario che Armin Ferrari e Jadel Andreetto hanno dedicato alla scena musicale fiorita tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso a Bolzano e in Sudtirolo. Straniante non è tanto prendere coscienza del tempo che passa, accorgersi tutto d’un tratto che si è diventati vecchi, quanto, piuttosto, rendersi conto che su molte parti di quella storia grava come una sorta di nebbia che rende il ricordo viscido e indistinto, surreale. Di sicuro è perché quella raccontata nel film non è la mia storia, ma quella delle sorelle e dei fratelli maggiori che io non ho avuto ma che le mie amiche e i miei amici di sicuro sì. Ma è anche una storia di volti e nomi che conosco, che ho incontrato e con cui, in momenti diversi della mia esistenza, ho avuto a che fare per una ragione o per l’altra. In un certo senso è anche una storia di pionieri, di fondatori. Una di quelle storie che si tramandano di bocca in bocca quando si appartiene a una scena artistica e che poi, quando il tempo smette di rendere ridicolo questo pensiero, qualcuno decide di eternare fissandola su un supporto, una pagina o la memoria digitale di una videocamera. Il lavoro di Ferrari e Andreetto però non si esaurisce nel racconto delle band e dei loro suoni, azzarda un passo avanti oltre il copione consolidato del documentario rock o, meglio, un passo di lato, sghembo come le prospettive espressioniste con cui, mentre si racconta quella di ieri, viene filmata la città di oggi. Una città che è ormai nipote di quella che fu in quegli anni ’80 così cruciali che, stirpe di donne e uomini tutta nuova, tennero a battesimo i primi figli dell’autonomia e videro brillare le ultime bombe di una lunga stagione di violenza che esalava i suoi ultimi, ma non per questo meno velenosi, rantoli. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Già, perché gli anni ’80 bolzanini e sudtirolesi furono quelli degli attentati di *Ein Tirol* e degli *exploit* elettorali del Movimento Sociale Italiano, ma anche quelli delle deindustralizzazione che trasformava la zona industriale voluta dal fascismo e, con essa, cambiava il volto ai quartieri che il fascismo le aveva messo a servizio. Anni di fabbriche e cantieri che ebbero come colonna sonora il punk, il metal, l’hardcore e l’industrial. Generi accomunati da un approccio viscerale e diretto alla musica. Generi che nascevano e si sviluppavano grazie all’etica *do it yourself*, quel farsi le cose da soli che ne rappresenta ancora oggi la lezione più dirompente. Generi forgiati e codificati a migliaia di chilometri dal piccolo, isolato, infernale idillio che è stata la mia terra ma che, con essa, avevano saputo sviluppare un rapporto così profondo da poterne costituire una chiave di lettura. La domanda con cui si apre il film - “che cos’è il Sudtirolo?” - testimonia di questo legame e le reazioni che ne seguono, montate una dietro l’altra, mostrano quanto possa essere spiazzante accorgersene. Eppure, mano a mano che il documentario si sviluppa, si chiarisce il modo in cui la natura viscerale e istintiva di questa musica abbia rappresentato, per chi diventava adulto in quegli anni, un modo per reagire al grigiore della realtà circostante, fondando contemporaneamente una realtà tutta nuova che spalancava le porte del territorio alle correnti di energia più vitali della cultura globale. Quella musica non funzionò solo come grimaldello ma anche come elemento di unità in una terra che, ancora, era scossa dai fremiti del conflitto etnico. Il territorio al di sotto dei palchi divenne una zona franca, la terra di nessuno in cui, bastava volerlo, si poteva celebrare una tregua di Natale e riconoscersi finalmente come pari in quella particolare dimensione che solo le sottoculture sono capaci di creare. In parte valvola di sfogo e contatore geiger delle tensioni e delle trasformazioni sociali della sua epoca, il *südtirock* fu capace tanto di leggere il suo tempo quanto di influenzarlo, preparando la strada per il tempo che sarebbe venuto immediatamente dopo. Il tempo nichilista e pacificato della globalizzazione che si comincia ad apparire in filigrana nelle ultime battute del documentario. Un tempo di ironia e disimpegno, il mio tempo, la cui storia sarà però responsabilità di altri raccontare così come Armin Ferrari e Jadel Andreetto hanno raccontato quella degli anni un cui la mia città e la mia terra vibravano a tal punto da essersi guadagnate l’appellativo di “piccola Seattle”. Credo basti questo a farvi un’idea... 💡 [**Südtirock* è disponibile nella mediateca della sede RAI di Bolzano.](https://raialtoadige.rai.it/it/index.php?media=Ptv1719181800&ref=flaviopintarelli.it) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### "Sul fronte di guerra l’Ucraina sta scontando il ritardo negli aiuti e la scarsità di truppe" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2024/05/23/sul-fronte-di-guerra-lucraina-sta-scontando-il-ritardo-negli-aiuti-e-la-scarsita-di-truppe-su-valigia-blu/ Last updated: 2024-05-23T16:08:18.000Z I primi mesi del 2024 sono stati, per l'Ucraina, i più duri dall'inizio della guerra. A corto di uomini e munizioni, le forze armate del paese invaso hanno dovuto affrontare - e stanno ancora affrontando - feroci attacchi russi lungo tutto il fronte. Un fronte che, nonostante le difficoltà, continua a reggere all'impeto dell'invasore. A dispetto delle tante distorsioni più o meno propagandistiche della realtà, quello che emerge dalla realtà del campo di battaglia è un conflitto durissimo il cui esito, a oggi, appare tutt'altro che scontato. Su Valigia Blu ho provato a fare il punto della situazione di questi primi mesi dell'anno, cercando una rappresentazione il più equilibrata possibile ed equidistante tanto dall'entusiasmo quanto dallo scoramento. > Il culmine di un’offensiva, ovvero il momento in cui una forza armata esaurisce il suo slancio ed è perciò costretta a interrompere le operazioni per ricostituire la propria capacità di combattimento, è un momento delicato, che favorisce l’esecuzione di un contrattacco da parte del nemico. Un contrattacco che i russi, avendo intuito e favorito le difficoltà avversarie grazie al design delle loro difese, hanno avuto il tempo di pianificare in anticipo ed eseguire nel modo più rapido possibile, facilitati anche dal ritardo con cui gli ucraini hanno approntato le proprie linee difensive, in particolare nella parte orientale del paese. [L’Ucraina sta soffrendo la scarsità di truppe e il ritardo negli aiutiPer l’Ucraina invasa, i primi mesi del 2024 si sono rivelati i più duri dall’inizio dell’aggressione russa su larga scala iniziata nel febbraio di due anni fa.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2024/05/ucraina-fronte-di-guerra-2024-1024x683.jpg)](https://www.valigiablu.it/ucraina-invasione-truppe-aiuti/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Sul fronte di guerra l’Ucraina sta scontando il ritardo negli aiuti e la scarsità di truppe" su Valigia Blu ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "I fantasmi semiotici del modernismo alpino" su Just-Lit URL: https://flaviopintarelli.it/2024/05/07/i-fantasmi-semiotici-del-modernismo-alpino-su-just/ Last updated: 2024-05-07T13:40:55.000Z C'è un legame, quanto stretto non so dirlo, che unisce tra loro il riscaldamento globale e i suoi effetti sull'ecosistema delle terre alte alla crisi dell'immaginario alpino. Di più, è proprio il riscaldamento globale e mettere in crisi questo immaginario, rivelando, come luminol, i molti limiti di questo artefatto culturale costruito nel corso degli ultimi 300 anni. Come ci hanno insegnato i critici della fine della modernità, Mark Fisher davanti a tutti, crisi di questo tenore evocano spettri che finiscono per infestare il nostro presente, obliterando ogni possibilità di sviluppo del nostro orizzonte nel futuro. La domanda dunque suona più o meno così: quando parliamo di immaginario alpino quali sono i fantasmi evocati dal tramonto della modernità? *Retrotopia*, l'ultimo numero della rivista letteraria Just-Lit, mi ha dato l'opportunità di iniziare ad abbozzare una risposta in un saggio che tiene insieme un racconto iconico di William Gibson, un'opera videoludica di Hideo Kojima e la cronaca di un'escursione sul Lagorai di qualche anno fa. > Mi è capitato un paio di anni fa per il sentiero 376 che, dal bivacco Aldo Moro, scende verso il lago di Panaveggio lungo il lato sinistro della Val Ceremana, sulla catena montuosa del Lagorai. A manifestarlo per primo sono state le scritte. Grosse lettere rosse, tracciate con pennellate dritte sulle piatte rocce del pendio che dalla cima porta al bosco, indicavano a chi passava di lì che, nelle vicinanze, avrebbe potuto trovare *l’ultima acqua prima della cima*. Il cubo è apparso subito dopo. Ancorato con quattro cavi d’acciaio al terreno di un avvallamento erboso, emergeva poco più in basso, alla mia destra, in tutta la sua volumetria incongrua. Un profilo *high-tech* preciso, tagliente, moderno, futuristico che mi ha richiamato alla mente le architetture in cui è possibile imbattersi esplorando il mondo di *Death Stranding*. [Just-Lit, numero 12, RetrotopiaScarica il numero 12 della rivista Just-Lit, dentro ci trovi il mio saggio.just-lit\_maggio\_2024\_digitale\_definitivo\_compressed.pdf900 KBdownload-circle](https://flaviopintarelli.it/content/files/2024/05/just-lit%5Fmaggio%5F2024%5Fdigitale%5Fdefinitivo%5Fcompressed.pdf "Download") ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Un crepitare d'immagini: pensieri su Civil War e il cinema URL: https://flaviopintarelli.it/2024/04/30/civil-war-recensione/ Last updated: 2024-04-30T19:53:39.000Z Dopo aver visto *Oppenheimer* mi ero chiesto se il cinema d'autore americano fosse ancora in grado di produrre immagini. La risposta me l'ha data Alex Garland ed è un sì, convinto. Per evitare equivoci, chiarisico immediatamente un punto importante: le letture culturali di un film non sono cosa mia, le lascio volentieri fare ad altri o, al massimo, le tengo a margine del ragionamento. Quindi se da questo post ti aspetti una lettura del modo in cui *Civil War* affronta uno o più aspetti della cultura contemporanea forse, te lo dico subito, è meglio se chiudi la scheda e passi ad altro. Se invece vuoi correre il rischio e avventurarti in questa recenzione sappi che quando si parla di cinema sono un formalista. La mia scuola è quella del compagno Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. A me interessano le immagini e un regista ne produce una quando usa in modo verticale tutte le leve che ha a disposizione per dare vita a un concetto visivo. Questo significa che un immagine non è qualcosa a cui è sempre possibile attribuire un significato o un senso precisi. Al contrario, un'immagine, per me, è un'idea che può essere percepita attraverso i due sensi principali a cui il cinema si rivolge: la vista e l'udito. *Civil War* d'immagini crepita e, per quanto mi riguarda, questa non può che essere una buona cosa. Di sicuro è abbastanza per riconciliarmi con il cinema d'autore americano. Per me, che sono figlio della guerra fredda e della televisione commerciale, è certamente una buona notizia. ### Alcune note ontologiche d'introduzione Prima di lanciarci attraverso il crepitio d'immagini di cui è fatto è opportuno spendere qualche riga per chiarire cosa *Civil War* non è: un film di guerra. Quello di Garland è piuttosto un film sulla nebbia di guerra, ovvero sulla difficoltà di capire come evolve un conflitto quando ti ci trovi immerso dentro. Prima che abbia inizio l'ultima sequenza del film, infatti, la situazione strategica della guerra civile messa in scena dal regista americano è del tutto indecifrabile, tanto per lo spettatore quanto per i suoi protagonisti. A livello operativo e, soprattutto, tattico, la guerra, sembra volerci dire Garland, non altro che un confuso susseguirsi di episodi apparentemente scollegati tra loro, il cui esito è tutto tranne che lineare e, a volte, può addirittura essere contraddittorio. Una vittoria tattica localizzata potrebbe non avere alcuna rilevanza a livello operativo o strategico, per quanto esaltante possa apparire a chi ne è coinvolto e la consegue. Se negli ultimi due anni ti sei mai chiesto chi stia davvero vincendo in Ucraina questa è una dimensione con cui ti conviene cominciare a familiarizzare al più presto, perché ogni guerra acquisisce chiarezza solo quando può essere analizzata con il distacco e la freddezza dello storico. Prima di quel momento, i contorni dei fatti sono incerti e le forme con cui essi si presentano contraddittorie e ineffabili. I protagonisti del film, un gruppo di giornalisti in viaggio attraverso gli Stati Uniti sconvolti dal conflitto, ne sembrano al tempo stesso consapevoli e ignari. A muoverli, infatti, non sembra tanto la volontà di capire chi stia vincendo e chi no quanto, piuttosto, quella di essere presenti nel momento in cui la Storia prende forma dal caos degli eventi che la determinano, documentando ciò che può accadere nella nebbia da cui emergono. È attraverso le loro azioni e i loro pensieri che Garland risponde a chi, con l'avvento dell'intelligenza artificiale generativa, si affanna a sostenere che ogni immagine sia ontologicamente in relazione con il falso. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Non che i *gatekeeper* dell'IA abbiano del tutto torto, ma la risposta che il regista dà loro è che, al di là di ogni capacità di produrre immagini di sintesi, la fotografia non smette di conservare quel valore testimoniale che la sua origine come processo fotochimico le ha consegnato nel corso della storia della nostra cultura visiva. Se vi è del falso nell'immagine, sembra questa la posizione espressa da Garland, è ai suoi confini che esso s'ammassa per violarli. Che si tratti di un dettaglio insignificante o della morte colta in azione, al centro dell'immagine c'è e non smette di esserci l'atto di estrarre un istante dallo scorrere implacabile del tempo, per consegnarlo all'eternità dell'interpretazione e del suo infinito gioco di rimandi. La didascalia che falsificherà l'immagine che affiora progressivamente alla superficie dal liquido di emulsione su cui scorrono i titoli di coda non cambia il fatto che nel suo cuore giace, esanime sul pavimento dello studio ovale, il cadavere del presidente degli Stati Uniti, circondato dal commando che ne ha appena provocato la morte. Sapere in che modo quell'immagine verrà piegata dalla narrazione degli eventi non conta. Ciò che importa è la presenza di chi l'ha prodotta sul luogo in cui quell'evento si è verificato. La dimensione irriducibile del reale, che supera tutte le sovrastrutture sociali per darsi come pure potenza dei sensi. Una potenza violenta come la guerra, ne cui strati *Civil war,* che in ultima istanza è un *road movie* sul giornalismo di guerra e sulla fotografia, fa precipitare lo spettatore mano a mano che la vicenda procede. Dallo sprofondare nella violenza dei civili in armi fino all'implacabile e robotica precisione delle truppe regolari nell'*urban warfare* che chiude la narrazione, quella che Garland espone nel suo film è una teoria del divenire guerra del corpo sociale. Passando attraverso i suoi concatenamenti, lo spettatore impara a conoscerla e, attraverso le immagini viene a contatto con essa. Eppure, come il fotografo che usa la macchina fotografica come schermo per allontanare se stesso dalla realtà che ha di fronte, chi vede *Civil War* occupa sempre un posto estraneo all'azione. Vi assiste ma non vi partecipa, in aperta contraddizione con la qualità immersiva che caratterizza i prodotti egemonici del *mediascape* contemporaneo. Strana ambiguità dell'immagine, che testimonia del reale e, testimoniandolo, ci distanzia da esso al punto da plastico e malleabile fino all'estremo della falsificazione. ### Anticlimax. Anticlimax ovunque. Posso solo immaginare come Jean Baudrillard avrebbe potuto commentare questa nostra epoca in cui la costruzione di simulacri si è spinta a un tale livello quantitativo da aver reso il *worldbuilding* l'atto fondativo di ogni manifestazione mediatica. La moltiplicazione delle realtà possibili, il proliferare di mondi, lo spalancarsi di simulazioni che, come gorghi, ci trascinano nelle profondità di narrazioni al tal punto complesse da occupare interamente lo spettro del sensibile sembra ormai essere la dimensione che occupiamo abitualmente. Di fronte a essa, Garland sceglie la strada del rifiuto. Lo fa attraverso la gestione della camera che, come abbiamo visto poco fa, mantiene lo spettatore a distanza dagli eventi, impedendone l'identificazione con le parti in causa nel conflitto e assegnandogli il ruolo di testimone degli eventi. Lo fa anche attraverso la colonna sonora e, più precisamente, attraverso quello del repertorio di pezzi pop che ne fanno parte. Quando intervengono a punteggiare la trama delle immagini, le canzoni scelte per la colonna sonora di *Civil War* lo fanno sempre con una qualità anticlimatica. Non parlano al cervello rettle dello spettatore, non gli impongono che emozione provare ma, al contrario, sottolineano la dissonanza con le immagini che devono accompagnare o si sostituiscono ai loro suoni con effetti stranianti. L'anticlimax musicale come rifiuto dell'immersività. Piccole crepe, fratture nel flusso incessante del visivo, che aprono spazi in cui lo spettatore può collocarsi per osservare come si producono le immagini, libero dalla dittatura dell'emozione obbligata. Ancora una volta, il cinema e le sue potenze trovano modo di dispiegarsi. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/04/Civil-war-occhiali-da-sole.jpeg) ### La guerra è una questione cromatica. Primissimo piano di un annaffiatoio automatico. Perché lo sfondo è un campo violetto violentemente saturo? Stacco. Le strisce di una bandiera americana ondeggiano placide al soffio di una brezza leggera, solo in parte velate dalle foglie di un ramo dai tiepidi riflessi aranciati. Stacco. Inquadratura larga. Il suv sui cui viaggiano i protagonisti entra in un ordinatissimo paese delle provincia americana, passando accanto a due cespugli dai fiori viola davanti a cui ricnosciamo l'annaffiatoio automatico della prima inquadratura. La guerra civile che imperversa nel paese non sembra aver turbato in alcun modo la *routine* di quel luogo. "Abbiamo oltrepassato un portale spazio temporale?", si domanda uno dei personaggi, passando accanto a quelle deflagrazioni di colore. Non è così e l'apparenza, scoprirà lo spettatore dopo qualche scena, inganna. La guerra incombe anche sulla veglia di quella cittadina dove il tempo sembrava essersi fermato. Una guerra che, per Alex Garland, è una questione cromatica. Il colore la accompagna, comparendo ovunque ve ne siano i segni. Alla fine della prima azione a cui prende parte Jesse, quella in cui il commando di *boogaloo* irrompe nel palazzo per liberarlo, contro il muro a cui si appoggia per rifiatare la giovane fotografa che sta imparando la dure realtà del mestiere a cui ambisce campeggiano tre macchie di colore: viola, verde e azzurro. Torneranno anche più avanti, tra i graffiti dello stadio che ospita i profughi, a farci sospettare che quelle gradinate siano state testimoni di un massacro ormai passato e, un'altra volta ancora, nelle ciocche di capelli del soldato e sulle unghie del cecchino che stanno cercando di eliminare il tiratore scelto che li bersaglia da una grande casa persa nella campagna americana. La guerra si esprime attraverso il colore e il suo uso. Ecco un'immagine. Ecco un'idea. Non m'importa se viola, verde e azzurro abbiano o meno un senso, un significato. Non è questo il punto, è la loro presenza e il loro utilizzo che conta. Ancora un esempio. È un soldato o è un *boogaloo* quello che sorveglia la fossa comune? Non indossa la camicia hawaiana, bensì una divisa regolare, ma la plastica di cui sono fatti i suoi occhiali da sole è una macchia di arancione super saturo al centro della faccia e rima con il marrone venato di sangue della terra appena smossa. > Più lo spettro è fluido, più i lupi, le creature del collasso, vero o percepito, escono dall’ombra ed ecco che il trailer come i meme erano ingannevoli, un inganno necessario. Da qualche parte nella campagna ordinata uomini in uniforme ma senza gradi o identificativi fanno quello che hanno occasione di fare. Il loro capo chiede *what kind of american are you*. Gli schieramenti, le opinioni su Costituzione, doveri, giuramenti, la politica non c’entrano e spettatori e spettatrici perdono un po’ di tempo nell’orientarsi in quello che è il vero colpo di scena del thriller. Le prede sono in un altro piano culturale, i predatori sono tali in un loro estremo della verità biopolitica: non sono interessati alle opinioni, vogliono sapere il continente, l’etnia prossima, la *razza*. Il colore della pelle non è una realtà chiara ma quegli uomini vogliono giustiziare, riempire le fosse, per il fenotipo. Quelli stanno svolgendo la propria guerra, razziale, forse ancillare, ausiliaria, opportunista a quella del presidente. È ancora possibile nutrirsi e fare benzina ma il collasso è uno stato mentale, un’idea del futuro e se ci sia un futuro. Per gli uomini che riempiono la fosse la guerra etnica è stata ogni giorno per molti anni, la guerra civile l’occasione come l’ignavia della comunità lo è per lo stupratore. > > Anthropocenist Ancora una volta, è con una macchia di colore che, improvvisa e violenta, esplode la "verità biopolitica" della guerra che riduce ogni relazione al grado zero dell'opzione binaria tra la vita e la morte. Di nuovo, un'immagine. Un'idea. Un'idea che ci interroga con forza, rivolgendoci una domanda: nel ciclo schmittiano di policrisi in cui ci troviamo a vivere ci sarà la guerra ad attenderci nel futuro che ci aspetta? Una domanda che evoca presagi cupi e a cui Garland non sembra voler dare alcuna risposta. Ma non è compito dell'arte risolvere i quesiti di una società che attraversa l'ora più scura della notte verso un domani incerto, di cui ancora non si scorgono i contorni. A essa spetta il compito di aiutarci a percorrere il cammino, producendo idee nuove che squarciano il buio come una raffica di traccianti che ci attraversa lo sguardo col suo assordante crepitio. Immagini, è di questo abbiamo bisogno. Di immagini e poco altro. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### ### MAUDIT - Immagini e Immaginari nelle Alpi - Bolzano 5 aprile URL: https://flaviopintarelli.it/2024/04/02/maudit-immagini-e-immaginari-nelle-alpi-bolzano-5-aprile/ Last updated: 2024-04-02T05:00:53.000Z Fare ricerca era una delle cose che volevo tornare a fare quando, due anni fa, mi sono licenziato per lanciare la mia carriera da autore e consulente indipendente. A questo principio ho tenuto fede e, in questo periodo, mi sono dedicato allo studio delle Alpi e del loro immaginario. L'ho fatto perché, è sempre più evidente, il paesaggio del territorio in cui sono nato e vivo sta cambiando in modo sempre più evidente per effetto dell'azione combinata dell'uomo e del riscaldamento globale. La montagna e le Alpi in particolare sono un ambiente fragile, dove questi cambiamenti hanno un impatto forte e visibile. Per capire le conseguenze di tali mutamenti sulla nostra idea condivisa di paesaggio alpino ho pensato che fosse opportuno conoscere e capire come quel paesaggio si era venuto a creare come figura depositata nella nostra cultura e nel nostro immaginario. Come obiettivi finali, l'apertura di questa linea di ricerca ha la scrittura di un *audio essay* apertamente ispirato a *On Vanishing Land* di Mark Fisher e quella di un romanzo di non fiction. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Due progetti ai quali sto lavorando attivamente in questi mesi e che hanno dato vita a una serie di spin off sotto forma di post e articoli su temi connessi alle Alpi e alle loro immagini, apparsi qui e altrove. Questo lavoro ha attirato la curiosità di Noemi Biasetton e Letizia Bollini, ricercatrici della Libera Università di Bolzano, che mi hanno invitato a partecipare a [*MAUDIT - Immagini e Immaginari nelle Alpi*](https://next.unibz.it/it/events/maudit-immagini-e-immaginari-nelle-alpi?ref=flaviopintarelli.it). > MAUDIT è un simposio che esplora le narrazioni visuali legate al territorio alpino. La giornata è divisa in tre momenti di discussione che ripercorrono le modalità, gli apparati e i canoni che, fin dal Settecento, sono stati impiegati per raccontare le Alpi e il suo paesaggio umano e non-umano. Il progetto è sviluppato nel contesto del progetto CARE (Climate crisis in Alpine tourism: A mixedmethod investigation through Visual Social Media). Insieme a Beatrice Citterio, Peter Righi e Federica Viganò, venerdì 5 aprile, animerò un tavolo di discussione dedicato alla spettacolarizzazione delle Alpi. [MAUDIT programmaScarica il programma del simposio.MAUDIT programma.pdf2 MBdownload-circle](https://flaviopintarelli.it/content/files/2024/03/MAUDIT-programma.pdf "Download") > A partire dalla seconda metà del novecento, la spettacolarizzazione delle Alpi attraverso cinema e televisione ne ha cristallizzato l’immagine come simbolo di ricchezza, di potenza e di avventura intesa come sfida tra l’uomo e la natura. Nell’ultimo ventennio, con l’aggiunta dei social media alla matrice mediale occidentale, questa rappresentazione si è andata ulteriormente ad affermare costruendo un immaginario in cui le Alpi sono rappresentate in segno di conquista, attraverso un’ottica di dominazione e di sottomissione del paesaggio. Pubblicità, film, fotografie, report giornalistici e molte altre forme di racconto delle Alpi hanno contribuito a creare una narrazione che spesso trascura la complessità delle comunità locali e le sfide sociali e economiche che queste affrontano. Alla luce delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, questo tavolo di discussione offre l’opportunità di esaminarne criticamente il racconto mediatico che ne viene fatto e le sue implicazioni socio-economiche a lungo termine, interrogandosi sulla sostenibilità della promozione della monocoltura sciistica e sulle sue conseguenze per l’ambiente e le comunità – sia umane che non-umane – che abitano le Alpi. Per l'occasione ho messo a disposizione del simposio la prima bozza di *Unmelting Snow*, il testo dell'*audio essay* a cui sto lavorando e che farà parte dei materiali disponibili ai partecipanti della giornata. Per assistere al simposio, di cui fanno parte altri due tavoli, basta registrarsi su Eventbrite seguendo il link qui sotto. La partecipazione è gratuita. ⤵️ [MAUDIT — Immagini e Immaginari nelle AlpiMAUDIT è un simposio che esplora le narrazioni visuali legate al territorio alpino![](https://cdn.evbstatic.com/s3-build/prod/1572201-rc2024-03-26_16.04-7b58485/django/images/favicons/safari-pinned-tab.svg)Eventbrite![](https://img.evbuc.com/https%3A%2F%2Fcdn.evbuc.com%2Fimages%2F722936329%2F294041451283%2F1%2Foriginal.20240319-095323?w=1000&auto=format%2Ccompress&q=75&sharp=10&rect=0%2C0%2C9000%2C4500&s=ad7970a9e6e14cc0323b3883a11d5058)](https://www.eventbrite.com/e/biglietti-maudit-immagini-e-immaginari-nelle-alpi-865359141487?ref=flaviopintarelli.it) Registrati a **MAUDIT - Immagini e Immaginari nelle Alpi* ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Spore #17 - Sirio+1 URL: https://flaviopintarelli.it/2024/03/28/spore-17-sirio-1/ Last updated: 2024-03-28T08:03:05.000Z La notte di un anno fa, quando sei arrivato, è stato come se il tempo si contraesse all'improvviso. Cinque anni separano il tuo arrivo da quello di tuo fratello maggiore. Cinque anni che, nell'istante in cui se nato, si sono riavvolti su se stessi e mi sono arrivati addosso come la sferzata, violentissima, dell'aria risucchiata da un vortice. Un vortice che mi trascinava fondo con sé, in un gorgo di tempo compresso. Ho rivissuto, in un istante, tutte le gioie e le difficoltà che una nuova vita comporta. Una sensazione che, per giorni, mi ha prostrato, bagnando di lacrime i miei occhi a ogni tuo vagito, a ogni tuo movimento. Poi, a poco a poco, sono riemerso da quella tempesta e ho iniziato a conoscerti. Ogni tuo verso, ogni tuo sguardo, ogni tuo gesto erano per me una grammatica conosciuta e nuova allo stesso tempo. Mi sono scoperto, con te, un papà più competente e sicuro di se. Sono passati 12 mesi da allora, 52 settimane, 365 giorni e, dopo tutto questo tempo, non è più il peso del passato che sento, ma la leggerezza di tutto il futuro che ci aspetta. Buon compleanno Sirio e auguri a te Ettore, per questo primo anno da fratello maggiore. ## Iscriviti a **Spore* Esce quando mi pare, ma nel frattempo pubblico anche altro. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Niente spam, ti cancelli quando vuoi 📧 ### Cose che mi hanno dato sollievo o illuminato o migliorato - [Blackbird Spyplane | Yes you should dress your age](https://www.blackbirdspyplane.com/p/yes-you-should-dress-your-age?publication%5Fid=41573&post%5Fid=141477348&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true&ref=flaviopintarelli.it) Da un bel po' di anni ho smesso di comprare vestiti e, no, non perché i miei armadi rigurgitano capi di abbigliamento. Semplicemente, più passa il tempo e meno riesco a trovare abiti che mi piacciano. Sarà perché devo venire a patti con l'idea che sia opportuno iniziare a vestirmi i modo consono alla mia età? Questo saggio di Blackbird Spyplane, una newsletter mach 3 che parla di moda, dice di sì. Ma... - [Elle Decor | Il futuro primitivo dell'architettura](https://www.elledecor.com/it/people/a60211424/il-futuro-primitivo-dellarchitettura-intervista-a-parasite-20/?ref=flaviopintarelli.it) Su Elle Decore è uscita questa intervista a Parasite 2.0, un collettivo di archietetti, designer e artisti con cui ho avuto il piacere di collaborare a *Longing for Belonging*. Non sono solo delle persone divertentissime e paicevolissime, con cui ho passato dei bei momenti, ma sono pure preparatissimi. Qui parlano del loro percorso e dei lavori più importanti che hanno fatto. Vi auguro il meglio, amici! - [X | L'evoluzione delle *click farm*](https://twitter.com/douglasmun/status/1771394288230051878?ref=flaviopintarelli.it) Un thread su X che mostra come si sono evolute nel tempo le cosiddette *click farm*, ovvero le fattorie dove si coltivano click fasulli ai siti internet. Quelle che servono per dopare le statistiche, presente? - [You Tube | The Future Ahead Will Be Wierd AF (The Ultimate AI CoreCore Experience - Parte One](https://youtu.be/RhZ058-lI6g?si=eOM7k8Z%5FARehIPjw&ref=flaviopintarelli.it) & [Part Two](https://youtu.be/ZpNRfzwnXJc?si=UMPK%5FrO6hDtgkfob&ref=flaviopintarelli.it) Una coppia di *cinessay* con cui Silvia Dal Dosso (clusterduck) riflette sul futuro di stranezze che attende la nostra società mano a mano che la intelligenze artificiali generative prendono il controllo del nostro immaginario. Reale? Bye bye! - [Comment is freed | Why “Not losing" is not tantamount to winning](https://samf.substack.com/p/why-not-losing-is-not-tantamount?publication%5Fid=631422&post%5Fid=139080710&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true) Dopo la stranezza dell'IA, qualcosa di meno divertente e leggero. Secondo Sam Freedman, uno che se ne intende un tot, Putin in Ucraina non può limitarsi a non perdere. È il caso di iniziare a tenerlo presente, perché una pace ingiusta è improbabile che sarà anche una pace stabile e la cosa ci riguarda. ### Cose che ho fatto o che farò - [Blog | Come ho (re)imparato a scrivere con il metodo Zettelkasten](https://flaviopintarelli.it/2024/02/19/metodo-zettelkasten/) Un post per raccontare come il metodo Zettelkasten mi ha aiutato a migliorare la scrittura e a essere, orrore, più produttivo. Se vuoi posso insegnarlo anche a te. - [Blog | Fattor(e) elettorale](https://flaviopintarelli.it/2024/02/23/fattor-elettorale/) Robe di politica locale ed esercizi di interpretazione strategica. - [Blog | Sciare senza neve](https://flaviopintarelli.it/2024/02/28/sciare-senza-neve/) Negli ultimi anni vanno molto di moda le immagini di piste da sci senza neve o piste da sci in posti dove la neve non dovrebbe esserci. Mi sono chiesto perché le persone continuano a sciare. Qui trovate la risposta. - [Blog | il branding come costruzione di mondi](https://flaviopintarelli.it/2024/03/06/branding-worldbuilding-storytelling/) Branding, worldbuilding e storytelling. Tre delle cose che più amo fare per lavoro spiegate come meglio potevo. - [Il Tascabile | Il vecchio fiume](https://www.iltascabile.com/scienze/danubio/?ref=flaviopintarelli.it) Un saggio sul fiume che separa l'occidente dall'oriente, a partire da un bel reportage di viaggio che ho letto negli ultimi mesi. Special guest, quel reazionario di Ernst Jünger. - [Guerra di Rete | L'incubatore ucraino che sviluppa tecnologie belliche](https://www.guerredirete.it/incubatore-ucraino-che-sviluppa-tecnologie-belliche/?ref=flaviopintarelli.it) Suo malgrado, l'Ucraina sta diventando uno dei più avanzati produttori di armi al mondo. Questo perché può sperimentarle direttamente sul campo di battaglia mentre resiste all'invasione russa. Per accelerare lo sviluppo delle tecnologie belliche del prossimo futuro ha creato un incubatore che funziona come quelli della Silicon Valley. L'ho raccontato su Guerre di Rete. - [Blog | Apologia del personal branding](https://flaviopintarelli.it/2024/03/22/apologia-del-personal-branding/) Il personal branding sta distruggendo le nostre vite? No dai. - [Liberà Università di Bolzano | Mito, spettacolarizzazione e fabulazione nelle Alpi](https://www.eventbrite.com/e/biglietti-maudit-immagini-e-immaginari-nelle-alpi-865359141487?ref=flaviopintarelli.it) Noemi Biasetton mi ha invitato a partecipare al simposio *Mito, spettacolarizzazione e fabulazione nelle Alpi*, dove farò parte di un tavolo di discussione dedicato alla spettacolarizzazione della montagna. Si tiene venerdì 5 aprile. Se vuoi partecipare clicca sul link qui sopra e registrati. È gratis! ### Bonus track 💡 In questi mesi ho lavorato a un piccolo corso per insegnare il metodo Zettelkasten agli altri e l'ho testato in alcune sessioni con amiche e amici che volevano impararlo. Il corso è ancora nella sua versione **beta,* se ti interessa saperne di più scrivimi a pintarelli.flavio@gmail.com. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Apologia del personal branding URL: https://flaviopintarelli.it/2024/03/22/apologia-del-personal-branding/ Last updated: 2024-03-22T11:08:21.000Z Ieri è uscito su *Il Tascabile* [un pezzo di Andrea Daniele Signorelli dedicato al *personal branding*](https://www.iltascabile.com/scienze/personal-branding/?ref=flaviopintarelli.it). È un pezzo interessante, perché prova a contestualizzare il tema in una prospettiva storica e sul tema esprime una tesi forte con cui è stimolante confrontarsi. Riassunta per sommi capi, la tesi di Andrea (ci conosciamo, quindi gli do del tu. Ciao Andrea!) è che la crescente importanza del *personal branding* sia l’effetto della progressiva precarizzazione del lavoro che, aumentando la competizione, spinge le persone a gestire se stessi come delle (piccole) imprese. Il pezzo prende le mosse da [*The brand called you*](https://www.fastcompany.com/28905/brand-called-you?ref=flaviopintarelli.it), un articolo del 1997 in cui l’autore, Tom Peters, esorta i suoi lettori a diventare responsabili marketing di se stessi, delineando, scrive Andrea: > quello che diventerà un mantra per tantissimi professionisti di ogni categoria: l’autopromozione, il marketing di noi stessi, la capacità di mettersi in vetrina (con tanto di cartellino del prezzo appeso) e di attirare l’attenzione dei clienti. In questo passaggio del pezzo di Andrea, c’è quella che, per me, è la radice dell’equivoco che lo porta a stiracchiare troppo il concetto di *personal branding*, ed è una certa confusione su cosa sia di preciso il processo di *branding* e cosa significhi applicarlo alla propria immagine. ## *Branding*, *worldbuilding*, *storytelling*. Un *excursus* storico. Il *branding* è un elemento, centrale, della promozione che è, a sua volta, una delle sette leve del marketing mix, ovvero dell’insieme di elementi su cui la funzione di marketing esercita la sua azione. In origine, il termine indicava l’atto con cui veniva marchiato un capo di allevamento per imprimere sulla sua pelle un segno riconoscibile della sua proprietà. La parola *brand* nasce quindi per indicare il marchio di metallo arroventato che veniva usato per questo scopo. All’incirca negli anni ’60 del Novecento, il *branding* consisteva nel assegnare a un prodotto lavorato in serie un elemento in grado di renderlo riconoscibile, memorabile e diverso dagli altri prodotti dello stesso tipo. [Appunti sull’evoluzione del processo di brandingPerché il branding è una leva importante per le attività di marketing? Una riflessione sul senso del processo di creazione di un marchio.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w256h256/2021/06/Favicon-1.png)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w1200/2023/08/Mark-Lombardi---Sketches.jpeg)](https://flaviopintarelli.it/2023/08/28/branding-appunti-processo/) Dell'evoluzione del processo di branding avevo già scritto in passato. Se ti va, recupera il post. Tra gli anni ’80 e ’90 del Novecento, il raggio d’azione di questo processo si amplia dal prodotto all’azienda che lo produce. Alla sua funzione di riconoscimento, memorabilità e differenziazione se ne aggiunge una ulteriore in cui confluiscono le qualità immateriali che definiscono da una parte l’orizzonte di valori della marca e, dall’altra parte, la sua identità. In questo passaggio l’ordine di priorità si inverte e la definizione di delle qualità immateriali del *brand* (missione, visione, valori, personalità tono e principi guida della voce) diventa dominante rispetto alla sue funzione di riconoscibilità, memorabili e differenziazione, precedendola ma, soprattutto, inquadrandola in un mondo semiotico che ne definisce i confini. [Il branding come costruzione di mondiAlcune note sulla relazione tra branding, worldbuilding e storytelling.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w256h256/2021/06/Favicon-1.png)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w1200/2024/03/Tiago-Torres-Campos----Into-the-Darkness-Critical-Relationalities-through-the-Black-Marble.jpeg)](https://flaviopintarelli.it/2024/03/06/branding-worldbuilding-storytelling/) Anche sul rapporto tra **branding*, **worldbuilding* e **storytelling* avevo già riflettuto. Una volta definito come universo semiotico e personalità della marca, il processo di *branding* si prolunga, attraverso l’arte della narrazione (*storytelling*), in un racconto continuo e in evoluzione costante della storia della marca stessa. Un processo che, come nota con acutezza Andrea, l’avvento delle piattaforme digitali e la loro progressiva natura *social* rendono accessibile a chiunque, con costi di produzione e distribuzione dell’informazione tendenti a zero. Il *personal branding* non è altro che l’applicazione di questa logica alla propria immagine pubblica. ## Postilla sulla natura performativa delle piattaforme *social* Un altra cosa su cui sono profondamente d’accordo con Andrea è la [natura performativa delle piattaforme social](https://che-fare.com/almanacco/societa/corpi/parodia-digital-performance-social/?ref=flaviopintarelli.it). Queste funzionano infatti come un palcoscenico su cui recitiamo un’identità che, dice Andrea, costruiamo “per aggiunta (cosa mostrare), ma anche per sottrazione (cosa non mostrare)”. Proprio per questo motivo, ecco una cosa su cui, invece, non sono d’accordo non “tutto ciò che ci riguarda diventa performativo”, ma tutto ciò che ci riguarda può potenzialmente diventarlo, proprio perché la scelta e la gestione di cosa vogliamo mostrare o nascondere spetta a noi stessi. Questa scelta è una parte importante del processo di *personal branding*; se intorno alla nostra persona costruiamo un’immagine a partire da un universo semiotico e da un’identità definite dobbiamo, per risultare coerenti con quest’immagine, selezionare i contenuti che distribuiamo in base a essa. Ma qual è l’immagine che costruiamo e veicoliamo in pubblico attraverso il processo di *personal branding*? Andrea ce lo dice in un passaggio nel secondo paragrafo dell’articolo, quando parla del *personal branding* come > uno dei termini che, negli ultimi decenni, ha maggiormente segnato il mondo del lavoro (soprattutto ma non solo freelance) L’immagine che il *personal branding* contribuisce a costruire è quindi la nostra immagine professionale. Anzi, più nello specifico, l’immagine professionale di chi sceglie l’autonomia come la propria dimensione lavorativa. Ciò non significa che chi non condivide questa dimensione sfugga alla natura performativa delle piattaforme e non sia impegnato in una serie di atti continui di produzione della propria immagine ma, se lo fa, lo fa probabilmente in modo tattico e non strategico. Chiarito e superato questo bivio, fermiamoci a ragionare sulla natura del *freelancing* prima di proseguire. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Identità *freelance*, autonomia e indipendenza. [Per la mia esperienza personale](https://che-fare.com/almanacco/societa/diritti/il-secondo-anno-e-sempre-il-piu-difficile-nella-carriera-di-un-freelance/?ref=flaviopintarelli.it), quella *freelance* è un’identità che si esprime in una dimensione professionale di autonomia e in una condizione di indipendenza. In quanto identità, la condizione di *freelance* accorcia moltissimo la distanza tra la propria vita professionale e personale. Mentre la prima si allunga sulla seconda e la seconda sconfina nella prima, il confine tra le due si fa sempre più sottile fino a sparire. Questo passaggio viene sancito in modo quasi automatico nel momento in cui un *freelance* apre la propria partita iva. Da quell’istante in avanti, infatti, la sua dimensione professionale di autonomia si traduce in un aumento dei compiti: fatturazione, contabilità, fiscalità, recupero crediti, gestione della relazione col cliente, controllo dei costi, organizzazione del lavoro e delle scadenze, promozione e molte altre funzioni simili, che in una dimensione professionale dipendente non spettano al lavoratore, diventano responsabilità del *freelance* A trasformare il *freelance* nella start up di se stesso è l’insieme di tutte queste funzioni, non soltanto il processo di *personal branding* che, come abbiamo visto, costituisce solo la frazione di una di esse. Gestire questo passaggio e l’impiego di energie fisiche e mentali che esso comporta non è per niente facile. Servono forza, volontà ed equilibrio e, spesso, anche avendole, non è scontato riuscirci senza patire delle conseguenze. Nel caso dei freelance penso sia soprattutto l’insieme di questo carico, e non solo una delle sue parti, a determinare l’auomento dei casi di burnout che Andrea rileva nel suo pezzo citando, tra gli altri, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, nel 2019, lo ha riconosciuto come > un “fenomeno occupazionale” che “deriva da uno stresso cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo”. A questo insieme si aggiunge anche la condizione di insicurezza rispetto ai pagamenti e alla loro puntualità che è parte delle preoccupazioni più pressanti di ogni persona che sceglie di abbracciare l’identità *freelance*, così come la mancanza di tutele in caso di infortunio o malattia a cui si deve far fronte attraverso polizze di assicurazione professionali. Per come la vedo io, insomma, il *personal branding* è solo una componente minima di una più ampio insieme di elementi che, nel passaggio a una dimensione professionali indipendente, generano stress su chi compie questa scelta e ancora di più su chi a questa scelta è costretto. Uno stress che, su questo la diagnosi di Andrea è ancora una volta molto acuta, colpisce con particolare forza chi, per la sua carriera da *freelance*, decide di scegliere le piattaforme digitali come suo principale datore di lavoro. Stringere una relazione professionale con una scatola nera per garantirsi la propria sussistenza aggiunge un *layer* di stress, in quanto la piattaforma determinare le condizioni del lavoro con possibilità scarse o nulla, per il lavoratore, di influire sulle sue scelte, obbligandolo a una continua rincorsa, in grado di consumare rapidamente le energie fisiche e mentali. [La fine dell’orizzontalità (?)La creator economy ha verticalizzato la scrittura digitale? Lamentazione di un fallito sulla scomparsa dell’ethos del blogging.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w256h256/2021/06/Favicon-1.png)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w1200/2023/11/Chengan-Xia.jpeg)](https://flaviopintarelli.it/2023/11/07/fine-orizzontalita/) L'orizzontalità è finita e viviamo in un'epoca di contenuti verticali? E cos'ha a che fare questo con lo stress dei **freelance*? Leggi e scoprilo. Queste significa che abbracciare l’identità *freelance* e la scelta di una dimensione professionale indipendente sono di per sé negative? Ovviamente no, come dimostra il fenomeno delle Grandi Dimissioni, la ricerca dell’autonomia professionale è una condizione a cui sempre più persone ambiscono, in un modo che promette la possibilità di guadagnarsi da vivere coltivando le proprie passioni a beneficio di un pubblico o di un committente, sia esso una persona o una piattaforma. ## Conclusione: una questione di qualità. Nel suo articolo Andrea usa il concetto di *personal branding* in modo fin troppo esteso, facendone la struttura che lega insieme una serie di fenomeni il cui collante, come ho provato a mostrare in questo post, andrebbe individuato altrove. Un concetto su cui sembra pesare, almeno in filigrana, uno stigma, quello del marketing come attività manipolatoria, ma che, in estrema sintesi, altro non è che lo sforzo con cui un professionista *freelance* prova a gestire la sua immagine pubblica. Personalmente trovo non ci sia nulla di male a farlo. Così come scelgo un abbigliamento consono quando mi presento a un potenziale nuovo cliente, allo stesso modo curo il modo in cui appaio online e nutro la mia immagine attraverso la produzione di contenuti che distribuisco prevalentemente su questo blog. Facendolo da tanto tempo ho imparato che, a contare davvero, per il mio *personal branding* non sono tanto i numeri che esso genera, quanto la qualità delle relazioni che mi consente di stringere con altri professionisti che, spesso, sono anche potenziali nuovi clienti. Forse, rifletto, la sostenibilità di quest’attività sta anche in questo spostamento di focus dalla performance alla relazione. In un ecosistema dove verticalità e costanza sembrano servire più le piattaforme che i creator che le rendono attrattive per il pubblico, un approccio più scanzonato, che ritorni all’orizzontalità e alla scoperta è uno modo per fare del *personal branding* il racconto di sé che dà forma a un’immagine professionale (e non solo) autentica e a tutto tondo. [Fine dell’orizzontalità (?) #2 - Blog like an archeologistArchetipi di scrittura, modelli di business e tecnologie per il publishing. Come inseguo un posizionamento fuori tendenza per la mia scrittura.![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w256h256/2021/06/Favicon-1.png)Flavio Pintarelli | Writer & StrategistFlavio Pintarelli![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/size/w1200/2024/01/Chengan-Xia.webp)](https://flaviopintarelli.it/2024/01/24/che-tipo-di-scrittore-sono/) Curioso di sapere come sto provando a usare questo blog per costruire relazioni? Ne ho parlato qui! Eh sì, sto facendo *personal branding* anche in questo momento 😉. 💡 ****Hai bisogno di una scintilla per tuoi progetti di marketing e comunicazione**? Ti posso supportare nella ****gestione del progetto**, nella ****creazione della** ***brand identity** o di una ****strategia per i tuoi contenuti** o ****prestandoti la mia penna per raccontare le tue storie**. Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o in call. ****Contattami e raccontami del tuo progetto**. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### "L’incubatore ucraino che sviluppa tecnologie belliche" su Guerre di Rete URL: https://flaviopintarelli.it/2024/03/19/lincubatore-ucraino-che-sviluppa-tecnologie-belliche-su-guerre-di-rete/ Last updated: 2024-03-19T17:13:26.000Z Con sempre maggior insistenza, la guerra fa parte in modo sempre più marcato del nostro orizzonte di tutti i giorni. Conoscerla e studiarla diventa così una necessità non solo intellettuale ma urgentemente pratica. Solo un percorso di conoscenza della guerra rende possibile scongiurarla, di questo sono intimamente e profondamente convinto. Negli ultimi due anni ho pubblicato diversi articoli su questo tema come forma di *spin off* o ricaduta di una linea di ricerca che avverto sempre più urgente. Anche questo, pubblicato su Guerre di Rete, il magazine fondato da Carola Frediani, vi si inserisce. Al centro del pezzo c'è BRAVE1, l'incubatore fondato dal governo ucraino per accelerare lo sviluppo delle tecnologie belliche del prossimo futuro. Per ragioni economiche e di sopravvivenza, l'Ucraina investe moltissimo nell'industria bellica domestica ed è diventata rapidamente uno dei paesi tecnologicamente più avanzati nel settore della difesa, avvantaggiata dalla possibilità di sperimentare sul campo di battaglia le innovazioni sviluppate in laboratorio. Condizioni che hanno spinto e spingono alcune delle *corporation* più impostanti al mondo a investire in Ucraina, per far parte di questa nuova, redditizia *wave*. Quando sentite qualcuno parlare di un'Ucraina sull'orlo del collasso militare e strategico chiedetevi se queste aziende investirebbero i loro soldi in un paese a un paese prossimo alla sconfitta. Come [scrive Amedeo Maddaluno](https://it.insideover.com/guerra/due-anni-di-guerra-in-ucraina-un-bilancio-strategico.html?ref=flaviopintarelli.it), al netto delle vittorie e delle sconfitte di entrambe le parti, l'esito di un conflitto è impossibile da determinare quando esso è ancora in corso. > “La nostra missione – scrive la project lead di BRAVE1 Nataliia Kushnerska in un documento di presentazione condiviso con Guerre di Rete – è favorire la cooperazione tra i diversi attori coinvolti nel processo: aziende, forze di sicurezza e difesa, governo, industria, investitori, fondazioni, partner internazionali, media e ogni altro soggetto coinvolto nel rafforzamento delle capacità delle forze armate ucraine. Per farlo BRAVE1 attrae e supporta sviluppatori e innovatori nel campo delle tecnologie per la difesa a qualsiasi livello di preparazione del prodotto o servizio e ne accelera l’implementazione o fornisce alle innovazioni per la difesa e la sicurezza corsie preferenziali grazie al supporto organizzativo, informativo e finanziario, fornendo accesso alle competenze militari, alle capacità di dimostrazione e test, all’ammissione all’ambiente operativo.” [L’incubatore ucraino che sviluppa tecnologie belliche - Guerre di ReteL’invasione russa ha dato un forte impulso al settore tecnologico ucraino. Come funziona l’incubatore BRAVE1 che vuole trasformare l’Ucraina in un avanzato produttore d’armi.![](https://www.guerredirete.it/wp-content/uploads/2022/03/cropped-GuerrediRete_fav-270x270.png)Guerre di ReteFlavio Pintarelli![](https://www.guerredirete.it/wp-content/uploads/2024/03/BRAVE1_robot-per-feriti.png)](https://www.guerredirete.it/incubatore-ucraino-che-sviluppa-tecnologie-belliche/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "L’incubatore ucraino che sviluppa tecnologie belliche" su Guerre di Rete ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "Il vecchio fiume" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2024/03/13/il-vecchio-fiume-su-il-tascabile/ Last updated: 2024-03-13T20:22:56.000Z Oriente contro Occidente è un archetipo antico e profondo. Intorno a questa polarità, spiega Ernst Jünger ne *Il nodo di Gordio*, si organizzano due atteggiamenti umani fondamentali, definiti da una serie di opposti: dispotismo e democrazia, società di massa e valore dell'individuo, terra e mare, incarnazione e rappresentazione del divino. La loro contrapposizione presuppone però un'unita che questi due poli contribuiscono a formare, perché Oriente e Occidente rappresentano due atteggiamenti umani fondamentali, entrambi presenti in ogni individuo, organizzazione o società. In nessun luogo questa polarità si presenta in modo evidente come lungo il corso del Danubio. O almeno questa è stata l'impressione che mi ha restituito la lettura di *Il Danubio. Un viaggio controcorrete dal Mar Nero alla Foresta Nera,* una densa e documentata non fiction di viaggio, scritta dal reporter britannico Nick Thorpe, che ho potuto recensire di recente per *Il Tascabile*. Quello di Thorpe è il resoconto di una serie di viaggi che hanno condotto lo scrittore dalla foce alla sorgente del fiume. Un fiume che assolve in modo egregio alla sua funzione di limite, tra Oriente e Occidente, e soglia attraverso la quale le due polarità dell'archetipo si scambiano di posto, traducendosi a vicenda. Ritratte dalla penna di Thorpe, le contraddizioni del nostro tempo di disegnano sulla mappa del fiume, raccontandoci di come cambiano le sue sponde al cambiare del tempo e degli equilibri politici. Di come il cambiamento non sia mai assoluto e uniforme ma presenti, invece, molte sfumature e zone grigie che hanno il potere di mettere in discussione le cose in crediamo. Instabile come un fiume, il nostro giudizio sulla realtà viene messo alla prova dall'acuta diagnosi redatta da Thorpe che, in un periodo storico in cui lo scontro tra Oriente e Occidente torna a definire il corso della Storia, sfida gli assoluti per restituirci la dimensione molecolare di vite ed esistenze in cui rispecchiarci per tronare a provare un senso di comunità e umanità. > Il fiume e le sue rive sono state, a lungo, il cuore d’Europa: un’Europa antica senza la quale il continente che oggi abitiamo e la cultura che da esso irradia non sarebbero potuti esistere nella forma che hanno assunto. Una forma che, per riprendere ancora una volta il filo del pensiero di Jünger, deve tanto alla funzione di soglia esercitata dal fiume quanto a quella di confine naturale e politico che il Danubio ha ricoperto e ricopre tuttora. Si sussegue così, nelle pagine di Thorpe, una lunga teoria di rocche e fortezze che punteggiano il corso del fiume e ne sorvegliano gli snodi strategici. Ricordano un tempo di battaglie, scontri e stragi di cui il Danubio è stato testimone, e con esse il continuo formarsi e sfaldarsi di frontiere che, a volte, corrono lungo il letto del fiume mentre altre lo inglobano all’interno del grande spazio di una potenza politica anziché di un’altra. > > [https://www.iltascabile.com/scienze/danubio/](https://www.iltascabile.com/scienze/danubio/?ref=flaviopintarelli.it) [Il vecchio fiumeNel suo viaggio controcorrente dal delta alla sorgente, Nick Thorpe racconta una nuova storia del Danubio.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2024/03/Danubio.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/danubio/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il vecchio fiume" su Il Tascabile ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Il branding come costruzione di mondi URL: https://flaviopintarelli.it/2024/03/06/branding-worldbuilding-storytelling/ Last updated: 2024-03-06T09:50:15.000Z Il titolo di un \[report pubblicato da [VML](https://www.vml.com/insight/the-age-of-re-enchantment-report?ref=flaviopintarelli.it) definisce quella in cui viviamo oggi come *The Age of Re-enchantment*, l’età del re-incantamento. Con questa espressione viene definito un periodo storico in cui le persone esprimono in modo sempre più evidente il bisogno di recuperare una dimensione di gioia, scoperta e meraviglia di fronte a un mondo la cui trasparenza non funziona più come antidoto al caos e alla frammentazione. A questo bisogno rispondono tre tendenze: - risveglio (*Awakening*): la necessità di andare oltre ciò che ci circonda; - trascendenza (*Transcending*): la necessità di sentirsi parte di qualcosa di più grande di se stessi; - reinvenzione (*Reimagining*): la necessità di credere a un impulso ottimistico in grado di ridisegnare la realtà. Tendenze che, da una parte, risuonano a vari gradi con la sensibilità di quei segmenti di pubblico più aperti ai processi di re-incatamento e, dall’altra parte, guidano le strategie e la comunicazione di molti brand. Di più, tali tendenze permettono di guardare al processo di costruzione dell’identità di marca (*branding*) attraverso una lente che ne arricchisce la complessità, quella della costruzione di mondi (*worldbuilding*). ## Che cos’è il *worldbuiliding*? Definisco *worldbuilding* l’attività con cui si dà origine a un universo di finzione all’interno del quale possono essere ambientate e raccontate infinite storie. La terra di mezzo di Tolkien, i multiversi Marvel, la galassia di Star Wars sono tutti mondi che hanno preso vita attraverso le tecniche del *worldbuilding*, che sono tante e diverse. Se ti interessa approfondirle, io qui non lo farò, Claudio Kulesko ha [una newsletter a tema](https://claudiokulesko.substack.com/) che fa proprio per te. Mi limiterò a dire che, nel processo di *worldbuilding*, la costruzione di una cronologia ha un peso specifico notevole. Ciò che rende così credibile il mondo in cui è ambientato il *Signore degli Anelli* è la consapevolezza che prima e dopo le vicende narrate dal romanzo qualcosa è successo e qualcos’altro potrà succedere. La saga di *Star Wars*, per fare un’altro esempio, racconta vicende accadute “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana” e inizia precipitando lo spettatore *in medias res*. Pur non sapendo nulla di quel mondo, questi semplici accorgimenti ce lo fanno percepire come costantemente presente. Il potere della cronologia è proprio quello di rendere presente qualcosa senza doverlo per forza approfondire. Una consapevolezza che ho maturato giocando e usando *Microscope* come strumento didattico per insegnare a costruire mondi narrativi e di finzione. [*Microscope*](https://lamemage.com/microscope/?ref=flaviopintarelli.it) è un gioco di ruolo narrativo i cui partecipanti narrano insieme un evento concordato attraverso la costruzione collettiva di una linea del tempo ed è attraverso questa costruzione che emerge il profilo di un mondo di finzione. Un processo in cui gioca un ruolo chiave il modo in cui le regole del gioco sfruttano i concetti di diacronicità e sincronicità. In *Microscope*, infatti, la linea del tempo non nasce soltanto posizionando orizzontalmente (asse diacronico) una serie di eventi ma anche approfondendoli in modo verticale (asse sincronico). Possiamo raccontare la battaglia di Waterloo come un momento che segue il ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba e precede il suo esilio a Sant’Elena. Oppure possiamo raccontare come si è svolta la battaglia come se fosse un podcast di Alessandro Barbero o, ancora, possiamo raccontarla dal punto di vista di un artigliere a cui non arriva mai l’ordine di sparare perché...non è importante. Quello che è importante è che a ognuno di questi passaggi corrisponde un diverso grado di profondità e di immersività del racconto ma tutti sono parte del più ampio disegno del mondo narrativo che li contiene. Creare un mondo narrativo è, dunque, un gesto che permette di andare oltre ciò che ci circonda, trascendere la nostra individualità in una dimensione collettiva più grande di noi e, infine, reinventare la realtà in base alle nostre visioni e ai nostri desideri. Risveglio. Trascendenza. Reinvenzione. Nell’azione di *worldbuilding* risuonano tutte e tre le tendenze che governano l’età del reincantamento. Di questo i brand dovrebbero tenere conto. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## *Branding* come *worldbuilding* È possibile pensare al processo di *branding* come all’atto con cui si costruisce un mondo di finzione? Prima di rispondere a questa domanda (spoiler: per me la risposta è sì) è necessario capire cosa intendo quando parlo di *branding* e no, con questa parola non intendo la progettazione di un logo e di un’identità visiva. Il processo di *branding* ha inizio a monte di ogni attività di comunicazione, è un processo strategico, quello con cui si delinea l’identità di marca e tutti gli elementi che la compongono e che, a cascata, andranno a definire il modo in cui la si declinerà in tutti i *touchpoint* con cui un marchio comunica. Pensare al *branding* come un’atto di *worldbuilding* significa definire una cronologia del marchio funzionale a costruirgli intorno un universo di senso che esso rappresenta ed esprime ogni volta che comunica. Sull’asse diacronico, la missione diventa così la dichiarazione che fissa lo stato presente del marchio, traendo origine dalle esperienze che ne costituiscono il passato, mentre la visione esprime invece un orizzonte che, posto nel futuro, influenza lo sviluppo del marchio nel compimento della sua missione. Gli ulteriori elementi che vengono definiti nel corso del processo di branding - i valori, gli archetipi di personalità, il tono di voce e i suoi principi - si collocano invece sull’asse sincronico, arricchendo di sfumature il mondo semiotico che ha origine dal marchio. Tuttavia la costruzione di un mondo non esaurisce il processo di *branding*, ne è solo il primo, fondamentale momento. ## Dal *worldbuilding* allo *storytelling* Per quanto ampio, affascinante e dettagliato, un mondo privo di storie è un mondo inabitato, inerte, morto. Sono le narrazioni che rendono un mondo o un universo narrativo vibrante. Dando per acquisita l’equivalenza tra *branding* e *worldbuilding* che ho proposto è inabitato, inerte e morto anche un marchio che non è in grado di produrre storie a partire dal proprio universo di senso. Le tecniche della narrazione, quelle a cui ci si riferisce con il termine *storytelling*, servono proprio a questo scopo: attivare il processo di *branding* e usarlo come motore per la creazione di storie in grado di attivare il mondo semiotico costruito a partire e intorno al marchio. In relazione a questo processo, tali tecniche sono, in un certo senso, complementari e necessarie alle stesso tempo. Complementari perché, attraverso la produzione di *content*, esse prolungano la portata dell’identità di marca oltre i confini della comunicazione istituzionale. Necessarie perché, oggi, la comunicazione è un processo a ciclo continuo in cui il marchio racconta se stesso ed evolve nel tempo lungo archi narrativi che tendono alla realizzazione della visione, intesa come orizzonte o destino futuro a cui il marchio tende. Concepito come *worldbuilding*, il processo di *branding* smette di essere un’operazione puramente strategica e incorpora in sé una dimensione tattica. In questo (nuovo?) dominio la strategia non è più qualcosa che si possiede, bensì qualcosa da mettere in pratica: conoscenza e attività allo stesso tempo. 💡 ****Hai bisogno di una scintilla per tuoi progetti di marketing e comunicazione**? Ti posso supportare nella ****gestione del progetto**, nella ****creazione della** ***brand identity** o di una ****strategia per i tuoi contenuti** o ****prestandoti la mia penna per raccontare le tue storie**. Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o in call. ****Contattami e raccontami del tuo progetto**. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Sciare senza neve URL: https://flaviopintarelli.it/2024/02/28/sciare-senza-neve/ Last updated: 2024-02-28T10:44:04.000Z La scomparsa della neve è un fenomeno fotogenico. Fotogenico e virale. Da qualche anno a questa parte, a un certo punto dell'inverno, sui social è matematico che prenderanno a circolare le immagini di una pista da sci innevata artificialmente, che rifulge incongrua tra il verde e il marrone di un bosco. O quelle di una lingua di neve marcia su cui si affollano sciatori tristi e inarrestabili, alla ricerca di un brivido che sembra non poter più arrivare. O, ancora, come in occasione delle Olimpiadi di Pechino, quelle di una pista da sci che svetta aliena in un paesaggio che non sembra appartenerle: una periferia industriale dimessa o la cupola di una struttura per lo sci indoor. ![Una pista da sci artificiale realizzata accanto a un impianto industriale dismesso per le Olimpiadi di Pechino.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/02/Pista-da-sci-Pechino.jpeg) La frequenza con cui questo tipo d'immagini appare nell'infosfera contemporanea, e gli elementi che hanno in comune, mi spinge a pensarle come un genere o, almeno, come la visualizzazione di una tendenza. Come lampi d'antropocene, queste immagini testimoniano gli effetti del riscaldamento globale in uno degli ecosistemi più fragili e delicati e, perciò, suscettibili di essere modificati in modo più visibile dalla sua azione. In ordine di tempo, l'ultima manifestazione di questo genere è un breve video di 30", postato su X da Leon Simmons, ricercatore e membro del *board* del Club di Roma. > ❄️🏂⛷️ > People in Europe enjoying winter. [pic.twitter.com/W7wEQn5OAD](https://t.co/W7wEQn5OAD?ref=flaviopintarelli.it) > > — Leon Simons (@LeonSimons8) [February 18, 2024](https://twitter.com/LeonSimons8/status/1759199473429876769?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Queste immagini non mi interessano tanto per ciò che apportano al canone, quanto per il modo in cui vengono accolte dalle persone che s'imbattono in loro. Sì, perché la cornice con cui vengono interpretate è, nella maggior parte dei casi, quella per cui si compatiscono/irridono/insultano le persone che si dedicano allo sci in un ambiente che non appare consono/adeguato/allineato con quella che si pensa dovrebbe essere una delle componenti essenziali di questa disciplina: la relazione con la natura. Eppure la storia di questa disciplina, nata intorno agli anni '30 e arrivata al suo picco di popolarità trent'anni dopo, racconta qualcosa di diverso. Legato al modernismo e ai suoi valori, lo sci è una disciplina che ha a che fare più con le sperimentazioni delle avanguardie artistiche e la cultura indsutriale e urbana della sua epoca che non con il sentimento romantico e sublime che animava i primi alpinisti. Costruita intorno al gesto stilistico ed esetetico, al cuore dell'esperienza dello sci ci sono infatti ebbrezza e velocità. Essa opera un rovesciamento della gerarchia del piacere rispetto all'alpinismo, l'attività che aveva dominato la fruizione della montagna nel corso dell'Ottocento. Chi scia trae gioia dalla discesa e si annoia durante la (ri)salita ed è questa gerarchia che rende lo sci indifferente o, quanto meno, agnostico rispetto al paesaggio che lo circonda. La sua esperienza non deve nulla o deve poco, pochissimo, al paesaggio e molto, moltissimo, alla qualità della superficie su cui si pratica. Se, al mondo, ci sono più di [120 strutture indoor per praticare lo sci al chiuso, su neve artificiale](https://www.skiresort.it/strutture-sciistiche-indoor/?ref=flaviopintarelli.it) è proprio perché il piacere di sciare deriva dalla vertigine di abbandonare il proprio corpo all'azione della forza di gravità, esercitando al tempo stesso una forma di controllo su di esso tramite l'esecuzione del gesto tecnico e la ricerca della perfezione stilistica. Chiedersi che piacere provino gli sciatori a lanciarsi lungo piste di neve artificiale circondati dalla brulla cornice di un bosco secco significa guardare al fenomeno da una cornice interpretativa non corretta e proiettare sullo sci una dimensione che non gli è mai appartenuta. Se non si capisce questo passaggio si continuerà a non capire perché decine di migliaia di persone in tutto il mondo continuano a ostinarsi a sciare immersi in contesti che gli effetti del riscaldamento globale rendono privi di ogni bellezza paesaggistica. Disinnescare e poi decostruire questo piacere è il momento di antitesi che serve a chi cerca di costruire nuove forme di fruizione della montagna, consapevole che la neve, per come l'abbiamo conosciuta negli ultimi 100 anni, tenderà sempre più rapidamente a smettere di essere un elemento del paesaggio alpino. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Fattor(e) elettorale URL: https://flaviopintarelli.it/2024/02/23/fattor-elettorale/ Last updated: 2024-02-28T10:16:04.000Z ⚠️ Nel post ho erroneamente attribuito all'assessore Fattor una vicinanza alla corrente Bonaccini. L'interssato ha mi ha fatto giustamente notare di essere stato il relatore della lista Schlein all’assemblea provinciale del Partito Democratico. *Start with why*. Il vecchio mantra di Simon Sinek sembra perfetto per iniziare un post dedicato alla polemiketta bolzanina della settimana, quella tra l’assessore Stefano Fattor e il Museion. Ma prima di vestire i panni di Quelo e dedicarmi alle domande esistenziale permettimi, caro lettore, di ricostruire brevemente la vicenda. Così, se sei tra la manciata di lettori non bolzanini di questo blog, potrai capirci qualcosa anche tu. Sei pronto? Dai, iniziamo ## Start with un breve pippone Museion è il museo di arte contemporanea di Bolzano, una realtà che conosco discretamente e dall’interno, dal momento che faccio parte di Art Club, un’iniziativa di attivazione dedicata ai giovani (sic) creativi del territorio. In un editoriale pubblicato sul quotidiano Alto Adige il 15 febbraio, Fattor proponeva per la struttura che ospita il museo un cambio di destinazione d’uso, giustificato dallo scarso impatto generato dal museo, che l’assessore del Partito Democratico desume dai numeri riportati. La proposta di Fattor, almeno sui social, piace, piace molto. Viene rapidamente ripreso da diverse pagine Facebook e microinfluencer locali e in breve diventa così virale da trasformarsi in un tema politico. Al punto che, qualche giorno dopo, il portale di news Salto [ospita un dibattito a tre](https://salto.bz/en/article/22022024/das-oetzi-museion?ref=flaviopintarelli.it) con Fattor, l’assessore provinciale Philipp Achammer e il direttore di Museion Bart van der Heide. Nel corso dei quarantacinque minuti di dibattito, Fattor ha l’occasione di articolare le sue critiche. Le elenco di seguito in modo da evidenziare la narrativa che le sottende: - Museion è un museo d’*elite*, lontano dalla sensibilità popolare. - Per questo motivo non genera un impatto in grado di giustificare l’investimento pubblico che richiede. - Quindi il museo va spostato in una struttura più modesta e l’edificio riconvertito ad altri usi. Questo è il punto in cui bisogna iniziare a domandarsi perché Fattor abbia espresso queste critiche e perché proprio adesso. Per rispondere a queste domande dovrò fare alcune ipotesi che mi faranno addentrare nel reame della fantapolitica. È un’operazione tutto sommato sicura. Se non ci prendo posso sempre dire “eh, ma era fantapolitica”. Se ci prendo, invece, passerò per un fine analista politico. *Win-win situation*, insomma. Che dici, andiamo? ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Start with fantapolitica Le elezioni provinciali del 22 ottobre 2023 e il modo in cui hanno cambiato lo scenario politico altoatesino sono la chiave per capire il motivo che spinge Fattor ad attaccare Museion. L’accordo di governo tra SVP, Freiheitlichen, Fratelli d’Italia, Lega e la lista La Civica apre una stagione politica nuova che non è una scelta dettata dalla contingenza, bensì il punto d’arrivo di un percorso di convergenza iniziato con la prima legislatura di Christian Bianchi a Laives, la prima sostenuta da una coalizione formata da un partito di destra italiano, la Lega, e della SVP. Da allora a oggi, la SVP non ha smesso di mostrare segnali di apertura ai partiti della destra italiana che, per molto tempo, sono stati esclusi da eventuali alleanze a causa della loro continuità con l’eredità del fascismo storico. La caduta di questo vincolo rappresenta una minaccia politica per il centro sinistra bolzanino, che smette così di essere l’unico partner di governo possibile per la SVP. Ma c’è di più. Nella coalizione che ha espresso e sostiene l’attuale giunta comunale di Bolzano c’è anche, con quattro consiglieri, la lista La Civica di Angelo Gennaccaro, che in provincia puntella l’attuale giunta insieme a Fratelli d’Italia e Lega. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, Gennaccaro [è stato a lungo in ballottaggio con il leghista Christian Bianchi per il posto di secondo assessore provinciale di lingua italiana](https://www.altoadige.it/cronaca/bolzano/giunta-un-posto-solo-per-due-gara-tra-bianchi-e-gennaccaro-1.3667009?ref=flaviopintarelli.it). A spuntarla, alla fine delle trattative, è stato il secondo mentre a [Gennaccaro sono state attribuite molte cariche](https://salto.bz/de/article/17012024/non-sono-di-destra?ref=flaviopintarelli.it) \- vicepresidente del Consiglio provinciale, assessore in Regione, membro della Commissione dei Sei e dei Dodici, delega nei rapporti con Bolzano e Merano - il cui valore non è di certo pari a quello di un assessorato. Un processo che, per come si è svolto, porta a pensare che Gennaccaro con la sua lista possa essere il candidato sindaco di una coalizione di centro destra alle prossime elezioni amministrative di Bolzano, che si svolgeranno nel 2025\. Se così fosse, e la coalizione a sostegno di Gennaccaro dovesse avere successo, il centro destra italiano governerebbe al tempo stesso sia in provincia che nel capoluogo, ottenendo un risultato politico ragguardevole. Da tempo Fattor viene indicato come il potenziale candidato sindaco alle imminenti elezioni amministrative di Bolzano. La mia ipotesi è che nelle critiche rivolte a Museion vada individuata una componente di carattere politico. Perché lo penso? Perché la narrativa su Museion a cui Fattor dà voce incontra una percezione diffusa. Le reazioni che ha suscitato sui *social* e il fatto che a contestarla si siano fatti avanti in pochi sono lì a dimostrarlo. Non solo, il sentire a cui Fattor prova ad armonizzarla è, soprattutto, quello dei ceti popolari che, a Bolzano, tradizionalmente orientano a destra il loro voto. Attaccando Museion, Fattor, che nel Partito Democratico è più vicino a Bonaccini che a Schlein, cerca di entrare nel famoso “bar Italia” citato da Bersani nella sua critica al generale Vannacci espressa qualche mese fa. Agendo come ha fatto, Fattor si è reso riconoscibile alla base elettorale di quella che potrebbe essere la coalizione che sosterrà il suo eventuale avversario. Aggredirla è una scelta sensata, perché se il suo sfidante sarà Angelo Gennaccaro, ridurre la base elettorale dei suoi alleati significa aumentare le proprie probabilità di vittoria. Fattor può anche contare sul fatto che, in consiglio provinciale, il suo partito è all’opposizione e cosa gli fa gioco. Da quella posizione può presentare i suoi avversari come conniventi con il potere e “traditori” del mandato di rappresentare gli interessi (e il disagio) del gruppo linguistico italiano, ovvero il ruolo che, storicamente, i partiti di destra hanno sempre interpretato in Alto Adige. Anche l’attacco al presidente della provincia Kompatscher che Fattor muove nel dibattito ospitato da Salto - Museion continua a operare a dispetto del suo scarso impatto, perché “piace al presidente” - va dunque letto in questa prospettiva. La stessa in cui può essere collocata la frase a proposito dell’attuale sindaco Caramaschi che, in pubblico, sosterrebbe Museion ma, in privato, così dà a intendere Fattor, avrebbe un’opinione radicalmente diversa. Un rapporto, quello di Caramaschi con Museion, che [si è incrinato nell’agosto 2022 a causa di *Occupy Museion*](https://salto.bz/en/article/29082022/un-normale-senso-del-buon-gusto?ref=flaviopintarelli.it), un open air techno organizzato dal museo e che il sindaco era intervenuto per limitare, vedendosi poi in parte "smentito" dalle dichiarazioni e dai comportamenti di alcuni membri dei partiti della coalizione che lo sostiene. Le parole di Fattor lasciano quindi intendere che l’attacco a Museion e i toni usati per condurlo siano stati se non approvati quantomeno non ostacolati da Caramaschi che, infatti, non sembra aver smentito il suo assessore. Queste chiavi di lettura mi spingono a pensare che questo sia il primo, concreto gesto della campagna elettorale di Fattor. Una mossa scaltra, ma non priva di rischi. Giocarsi la carta populista per costruire una relazione con gli strati popolari della città e aggredire così la base elettorale avversaria è sensato, ma esagerare potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, alienando al candidato il ceto medio progressista e istruito che costituisce la base elettorale del Partito Democratico ma, per quello, potrebbe pensare Fattor, c’è sempre lo spauracchio della destra fascista e ignorante da agitare a comando. Staremo a vedere. Ma se queste sono davvero le premesse, quella del 2025 sarà una campagna tutto tranne che noiosa. Che non si dica che non ci è dato vivere in tempi stimolanti. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Come ho (re)imparato a scrivere con il metodo Zettelkasten URL: https://flaviopintarelli.it/2024/02/19/metodo-zettelkasten/ Last updated: 2025-04-06T19:57:20.000Z Per più di un decennio ho utilizzato aNobii e Goodreads per tracciare le mie letture. Poi, di colpo, ho smesso. Mi sono reso conto che tenere traccia e quantificare i libri che leggevo rendeva la lettura ansiogena e frustrante. Avevo sempre la sensazione di non fare abbastanza. Così ho smesso. Poco prima di smettere e cancellare gli account, però, li ho ripercorsi. Di molti dei libri che avevo salvato in quegli archivi virtuali ricordavo poco; a volte giusto l’argomento o il tema, e in maniera superficiale. Non avrei saputo, se qualcuno me lo avesse chiesto, dire in cosa e quanto quei libri avessero contribuito a plasmare la mia visione del mondo e delle cose. Quanto tempo avevo investito su quelle pagine?, mi ero chiesto vedendo scorrere le copertine sullo schermo, e cosa mi era rimasto? Leggere è una parte importante del mio lavoro che è, anche e in una parte non trascurabile, scrivere. Avevo bisogno di trovare una soluzione al problema che mi si era presentato. L’ho trovata, guarda caso, tra le pagine di un libro. ## Come ho scoperto il metodo Zettelkasten Il testo in questione d’intitola [*How to Take Smart Notes*](https://www.soenkeahrens.de/en/takesmartnotes?ref=flaviopintarelli.it). Lo ha scritto [Sönke Ahrens](https://www.soenkeahrens.de/en/home?ref=flaviopintarelli.it), un formatore e ricercatore indipendente tedesco. Non sono sicuro di ricordarmi precisamente come l’ho scoperto, ma penso sia stato mentre cercavo di capire come usare [*Roam Research*](https://roamresearch.com/?ref=flaviopintarelli.it), un software per il *knowledge management* che ritornerà in questo racconto. Scopo del libro di Ahrens, lo dice direttamente il titolo, è insegnare a chi lo legge come si prendono appunti in modo sveglio, efficace. Io non ho mai preso appunti in vita mia. Mai. Mai sentito il bisogno di farlo. Ho sempre fatto affidamento sulla memoria e sulla mia capacità di trattenere e collegare tra loro le cose che leggevo e studiavo. E finché questa cosa ha funzionato è andato tutto bene. Poi, però, mi sono reso conto che il mio superpotere si era come inceppato. Rotto. Guastato. Insomma, leggere, studiare e cercare di trattenere tutto usando solo la memoria non funzionava più E sì, credo che c’entri l’invecchiare, ma anche il fatto che la mia vita si era fatta più complessa, più piena e nella memoria c’era sempre meno spazio per ciò che leggevo e studiavo. E, soprattutto, dal momento che nessuno mi aveva mai insegnato a prendere appunti nel modo in cui ho imparato a farlo leggendo il libro di Ahrens come avrei potuto capire che quella era la soluzione che stavo cercando. Per fortuna, dopo averlo comprato e lasciato a prendere polvere in un slot di memoria del tablet (sì, leggo gli ebook sul tablet, non vogliatemene, amici integralisti dell’e-ink) per un bel po’ di tempo, ho iniziato a leggerlo ed è stato come quando Fantozzi si convince a leggere i libri che gli ha prestato Folagra: una folgorazione. Da allora sono passati due anni e il metodo Zettelkasten è entrato stabilmente a far parte della mia routine di lettura, studio e scrittura. ## Ok Flavio, vieni al dunque: che cos’è e come funziona il metodo Zettelkasten? La risposta che do a chi mi fa questa domanda è la seguente: il metodo Zettelkasten è un metodo per prendere appunti finalizzato a un obiettivo primario, scrivere testi di non fiction (saggi, articoli, paper), e a un obiettivo secondario, migliorare la memorazione di ciò che si legge. A inventarlo è stato un sociologo tedesco del secolo scorso, Niklas Luhmann e si dice che questo metodo sia il segreto della sua straordinaria produttività. Nel corso della sua carriera, durata 40 anni, Luhmann ha scritto infatti 40 libri e 350 articoli. Cifre notevoli, per un epoca in cui non c’era chatGPT con cui barare. Zettelkasten, in tedesco, significa alla lettera “scatola dei foglietti”, perché era proprio in una scatola che Luhmann raccoglieva una serie di foglietti in cui annotava: 1. Ogni suo pensiero, anche il più piccolo e, all'apparenza, insignificante. Questo tipo di nota era detto “nota volante”. 2. I pensieri che gli suscitava la lettura di un testo o la relazione che ascoltava durante una conferenza o qualsiasi altra occasione in cui aveva l’occasione di imparare qualcosa di utile. Questo tipo di nota era detto “nota di lettura”. 3. I concetti che elaborava dopo la lettura, ovvero embrioni di idee da sviluppare e mettere in relazione con altre idee vicine, per andare a costruire una rete di idee. Questo tipo di nota era detto “nota permanente”. Ogni nota era scritta, a mano, su uno dei foglietti che andava a finire nella scatola e, per poterla ritrovare, era contrassegnata da un codice che permetteva anche di mettere in relazione con una qualsiasi altra nota già presente nella scatola. Quando doveva scrivere qualcosa, Luhman non doveva far altro che ritrovare le note utili al suo progetto, metterle insieme, collegarle tra loro ed editare il risultato. Il lavoro di scrittura risultava così più rapido ed efficace, perché una parte importante di esso veniva già svolta durante la lettura o lo studio dei testi. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ## Breve nota teorica: perché il metodo Zettelkasten funziona così bene? È semplice, perché fa leva sul modo in cui funziona il nostro cervello. Il metodo Zettelkasten prevede che, invece di sottolineare una serie di passaggi del testo che si sta fruendo per fare in modo che siano evidenti in un secondo momento, quando il testo servirà per scrivere qualcosa, si riscrivano, con parole proprie, i concetti più interessanti che si incontrano durante la lettura o la visione o l’ascolto del media su cui si sta studiando. Scrivere rende attiva la lettura che, altrimenti sarebbe un atto passivo e, così facendo, stimola il nostro cervello e migliora la capacità di ricordare ciò che si sta leggendo. Non solo, scrivere significa rielaborare e la scrittura saggistica o accademica è fatta in buona parte rielaborando e collegando tra loro idee di altri. Farlo nel momento in cui le si apprende, avendo la scrittura di un progetto proprio come obiettivo finale, significa anticipare una parte del lavoro e trovarselo già pronto quando sarà il momento di farlo. E ancora, distillare da ogni lettura, visione o ascolto dei concetti fondamentali significa crearsi un serbatoio di potenziali idee proprie da sviluppare e collegare con altre. Ridotto all’osso, il metodo è tutto qui. Applicarlo, però, non è altrettanto semplice. ## Come ho integrato il metodo Zettelkasten nel mio lavoro? Beh, non è stato un percorso facile, tantomeno lineare. Per prima cosa, come ho raccontato, ho letto il libro di Ahrens. Poi ho provato ad applicarne i concetti usando *Roam Research*, ma è possibile farlo usando anche altri software come [Obsidian](https://obsidian.md/?ref=flaviopintarelli.it), [Tana](https://tana.inc/?ref=flaviopintarelli.it) o, in generale, qualsiasi altro software che permette la creazione di link bidirezionali. [David Kadavy](https://kadavy.net/?page%5Fid=190&ref=flaviopintarelli.it), autore di [*Digital Zettelkasten*](https://shop.kadavy.net/products/digital-zettelkasten-principles-methods-examples?ref=flaviopintarelli.it), un altro testo di cui consiglio la lettura, lo fa usando un semplice wordprocessor e dei file .txt. Mi ci è voluto un po’ di tempo sia per abituarmi a leggere prendendo appunti, sia a capire come gestire i diversi strati di informazioni, sia a trovare una configurazione che fosse adatta alle mie esigenze e ai miei bisogni. Una cosa stupenda del metodo Zettelkasten è che non è prescritto, bensì indicativo. Una volta capiti i processi fondamentali, la loro applicazione può essere personalizzata nel modo che chi lo applica ritiene più comodo e adatto al suo caso. Di tentativo in tentativo, di errore in errore, in circa sei-otto mesi sono riuscito a configurare il mio modo di usare il metodo e l’ho integrato stabilmente nel mio lavoro di scrittura. Da allora non ho più smesso di usarlo e, grazie al metodo Zettelkasten, sono riuscito non solo a velocizzare il processo di scrittura di saggi e articoli, ma anche a creare un motore di idee con cui alimentare la mia scrittura e, soprattutto, che cresce in modo esponenziale con ogni lettura che faccio. ## Sembra fantastico, ma posso impararlo anche io? Certo che sì e un buon modo per farlo è leggere i libri che ti ho consigliato e, a me è stato assai utile, guardare qualche video su YouTube per capire come altre persone hanno integrato il metodo. Oppure, se preferisci posso insegnartelo io. 💡 Vuoi approfondire il metodo Zettelkasten? [Visita la sezione del blog dedicata a questo metodo di **note taking*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/)**.* ## 🗃️ Vuoi imparare il metodo Zettelkasten? Se vuoi posso insegnarti come usarlo per aiutarti a scrivere e a pensare in modo più efficace. [Contattami per sapere come.](https://flaviopintarelli.it/contatti/) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Spore #16 - bar Karin URL: https://flaviopintarelli.it/2024/02/12/spore-bar-karin/ Last updated: 2024-02-12T13:51:45.000Z La bolla sonora galleggia saturando lo spazio, diffusa nell'etere dalle frequenze di una stazione radio *oldies* tedesca che trasmette una selezione di pezzi rock folk. Per un istante esito sulla soglia, indeciso se entrare. Poi mi risolvo e calco il pavimento veneziano. La parte del locale prospiciente alle grandi vetrate è avvolta nella luce grigiastra di un mattino di metà gennaio. Poco più indietro, invece, alle spalle del pilastro che troneggia al centro della sala, i tavoli emergono da una penombra che taglia drammaticamente in due lo spazio. Un cartello stampato appiccicato alla colonna avverte che i tavoli ricoperti dal panno verde sono riservati ai giocatori di carte. Un altro cartello, scritto a mano e appeso alla parete di fondo, avvisa che ai tavoli da gioco non sono ammessi spettatori. Alle narici pizzica un sentore di fumo, come se in quel locale, di tanto in tanto, qualcuno accendesse ancora una sigaretta, noncurante del divieto in vigore ormai da anni. "Buongiorno signora, mi fa un caffè", chiedo prendendo un giornale dal mucchio e sedendomi a uno dei tavolini liberi dal panno. Dalle pareti mi scruta lo sguardo di quello che sembra essere un giovane Luis Durnwalder la cui foto è appesa alla parete tra il poster di una Ferrari Testarossa che emerge fiammante dal nero profondo della scenografia e quello del trottatore Varenne, immortalato mentre emerge da una curva, superando un nugolo di rivali. A quell'ora del mattino sono l'unico avventore del locale. Congelato all'interno di quel cristallo in cui il tempo oscilla in modo indefinito tra gli anni '60 e gli anni '80 del Novecento sorseggio il mio caffè. È incredibilmente migliore della media dei caffè che servono a Bolzano. ## Iscriviti a **Spore* Esce quando mi pare, ma nel frattempo pubblico anche altro. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Niente spam, ti cancelli quando vuoi 📧 ### Cose che mi hanno dato sollievo o illuminato o migliorato - [Netflix | Stay on Board: The Leo Baker Story](https://www.youtube.com/watch?v=GeKMXJuiDaA&ref=flaviopintarelli.it) Quella della transizione di Leo Baker è una storia in cui identità di genere, skateboarding e contraddizioni del capitalismo si intrecciano insieme. Un apologo sulla libertà personale in cui evapora l'idea idilliaca dello skate come spazio di libertà irriducibile. Forse ne scriverò. Se vuoi che lo faccia fammelo sapere. - [You Tube | On the Run](https://www.youtube.com/watch?v=6XWMOM23wqo&ref=flaviopintarelli.it) *On the Run* è il moto vlog di Kaos One. La prima volta l'ho trovato noiosissimo e inguardabile ma poi...poi gli ho dato una seconda possibilità e lasciarmi trasportare dalla timidezza di Marco Fiorito alla scoperta di paesaggi e castelli cullato dal ruglio della sua moto è stata un'esperienza super *relatable*, piena di vibrazioni che mi riportano all'infanzia. ASMR? - [Appunti di carta | Notizie da bordo piscina/1\. Dalla casalinga disperata alla tradwife: storia di un fenomeno (parte uno)](https://appuntidicarta.it/2024/01/09/notizie-da-bordo-piscina-1-dalla-casalinga-disperata-alla-tradwife-storia-di-un-fenomeno-parte-uno/?ref=flaviopintarelli.it) Influencer fiere di incarnare lo stereotipo della moglie tutta casa, chiesa e famiglia. Poteva capitare solo negli Stati Uniti o su Instagram. Accade in effetti in entrambi i posti. Sei pronto per un viaggio in questo meme strambissimo? - [Il Dolomiti | L'altramontagna](https://www.ildolomiti.it/altra-montagna?ref=flaviopintarelli.it) Il quotidiano digitale *Il Dolomiti* di Trento ha lanciato un verticale dedicato alla montagna e ai suoi cambiamenti. Secondo me spacca. Dagli una possibilità. - [Oneothrix Point Never | Personal Website](https://pointnever.com/?ref=flaviopintarelli.it) Daniel Lopatin, in arte Oneothrix Point Never, è un musicista che mi piace un sacco e suona elettronica d'avanguardia (ok, è una definizione di comodo, non perdiamo termpo a fare accademia). Elaborando un meme fatto da un suo fan e lavorando insieme alla sua *community* su Discord ha creato una mappa interattiva di tutta la sua produzione artistica che è anche il suo sito web personale. È. Una. Vera. Figata. ### Cose che ho fatto o che farò - [Valigia Blu | Il secondo inverno dell'invasione e il futuro dell'Ucraina](https://www.valigiablu.it/invasione-guerra-ucraina-2024/?ref=flaviopintarelli.it) Sono tornato a parlare di guerra in Ucraina su Valigia Blu. L'ho fatto provando a capire a che punto sono i combattimenti (spoiler: continuano, ma senza risultati) e cosa potrebbe succedere nel corso del 2024. - [blog | 2023 - un anno in rassegna](https://flaviopintarelli.it/2024/01/17/2023-un-anno-in-rassegna/) Come ogni anno da quando sono indipendente ho tracciato il bilancio degli ultimi 12 mesi e provato a immaginare cosa vorrei fare nei prossimi 12. - [Il Tascabile | La guerra è cambiata](https://www.iltascabile.com/scienze/la-guerra-e-cambiata/?ref=flaviopintarelli.it) *La guerra è cambiata* è un saggio a cui ho lavorato a lungo e a cui tengo molto. Al suo interno provo ad analizzare l'impatto che alcune tecnologie stanno avendo sui campi di battaglia contemporanei e come l'intelligenza artificiale potrebbe spingere questa evoluzione verso scenari alquanto spiacevoli per l'umanità. - [Esquire | La lunga storia dello skateboarding in Italia finisce in libreria](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a46624763/storia-skateboarding-italia/?ref=flaviopintarelli.it) Sono tornato a scrivere di skate, perché è uscito un nuovo libro sullo skate. Ottima cosa. Su Esquire Italia trovi la recensione a *Nessuna regola* di Lele Lutteri. Dentro ci sono anche il Settantasette, il riflusso e un vecchissimo documentario di skate. - [blog | Fine dell'orizzontalità (?) #2 - Blog like an archeologist](https://flaviopintarelli.it/2024/01/24/che-tipo-di-scrittore-sono/) Ho ripreso in mano la riflessione su modelli di business, tecnologie e scrittura digitale, chiedendomi quale archetipo di scrittore incarno e come il blog può aiutarmi a realizzarlo. - [blog | Presentazione *Il velo -* Appiano 23 febbraio](https://flaviopintarelli.it/2024/01/21/presentazione-il-velo-appiano-23-febbraio/) Martedì 23 febbario sarò in compagnia di Luca Bertolini alla biblioteca di Appiano sulla Strada del Vino per la prima presentazione de *Il velo* del 2024. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### "La lunga storia dello skateboarding in Italia finisce in libreria" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2024/02/07/la-lunga-storia-dello-skateboarding-in-italia-finisce-in-libreria-su-esquire/ Last updated: 2024-02-07T20:57:57.000Z Per un certo periodo di tempo sono stato, e in parte ancora sono, “quello che ha scritto un libro sullo skate”. Perché sì, dieci anni fa usciva, per Agenzia X, *Stupidi giocattoli di legno* che è proprio un libro, scritto da me, dedicato al rapporto tra skateboarding e urbanistica. Fino a pochi mesi fa, quel libro è stato l’unico saggio che l’editoria italiana aveva dedicato a uno dei fenomeni sportivi e culturali più significativi degli ultimi 50 anni. Da qualche mese non è più così. I ragazzi di Agenzia Alcatraz hanno infatti dato alle stampe *Nessuna regola*, un saggio che prova a fare il punto su “40 anni di skateboard in Italia”, come recita il sottotitolo. Grazie a Paola Papetti ho avuto l'opportunità di leggere il libro e di recensirlo sull'edizione italiana di Esquire. Nel farlo ho scelto di mettere in dialogo la storia della scena skate italiana per come l'ha ricostruita il suo autore, Lele Lutteri, con alcuni snodi della storia del nostro Paese: il 77, il reflusso, gli anni '80 e '90. Penso infatti che la diffusione delle sottoculture di matrice anglosassone (punk, skate, reggae, postpunk, dark, new wave, ecc.) ruoti intorno alla sconfitta del movimento del Settantasette che aveva al suo interno elementi controculturali più marcati rispetto a quello del Sessantotto. Le sottoculture rappresentano una risposta a quello shock e una via di fuga all'alternativa che gli anni '80 disegnano a partire dalla repressione violenta e spietata del movimento: l'eroina da una parte e il rampantismo della "Milano da bere" dall'altra. Una terza via non priva di contraddizioni, perché se da una parte recupera alla cultura alternativa una dimensione politica che troverà nei centri sociali degli anni '90 una sua importante fioritura, dall'altra si apre verso forme di imprenditoria "compromesse" con il mercato e il capitale. Una storia complessa, dalle molte sfaccettature, che non ha ancora trovato un suo racconto corale e coerente, ma molti punti vista da cui è stata narrata e a cui *Nessuna regola* aggiunge un tassello importante. > È interessante notare come nelle testimonianze raccolte da Lutteri ognuno di questi periodi abbia origine dall’incontro tra i potenziali skateboarder e un prodotto mediatico: il servizio televisivo *The Magic Rolling Board*, andato in onda nel 1977 durante una puntata della trasmissione Rai *Oden. Tutto quanto fa spettacolo*; il film *Trashin’ - Corsa al massacro*, che cala nel mondo dello skateboard una trama e un’atmosfera che strizza apertamente l’occhio a pellicole più celebri come, per esempio, *Karate Kid*; il videogame *Tony Hawk Pro Skater*, che media l’immaginario e l’esperienza dello skateboarding attraverso la dimensione immersa propria del *medium* videoludico. [La lunga storia dello skateboarding in Italia finisce in libreriaNessuna regola racconta un fenomeno (sportivo) globale ha attraversato lo Stivale negli ultimi 40 anni.![](https://www.esquire.com/_assets/design-tokens/esquire/static/images/apple-touch-icon.1801cd0.png)Esquire![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod/images/nessuna-regola-65bceff726544.png?crop=1xw:1xh;center,top&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a46624763/storia-skateboarding-italia/?ref=flaviopintarelli.it) "La lunga storia dello skateboarding in Italia finisce in libreria" su Esquire ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Fine dell'orizzontalità (?) #2 - Blog like an archeologist URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/24/che-tipo-di-scrittore-sono/ Last updated: 2024-01-24T07:30:57.000Z A un certo punto dello scorso anno mi sono guardato intorno e ho avuto l'impressione di non riconoscere più il panorama digitale nel quale ero immerso. I feed dei miei social, che per lungo tempo avevano avuto un aspetto famigliare e rassicurante, apparivano sempre più confusi ed estranei, anche meno interessanti. Alcuni dei magazine e delle riviste che seguivo o con cui collaboravo avevano chiuso, altri sparivano nelle pieghe dell'algoritmo e facevo sempre più difficoltà a orientarmi e a collocare i nuovi marchi che mi spuntavano intorno. [*La* f*ine dell'orizzontalità (?)*](https://flaviopintarelli.it/2023/11/07/fine-orizzontalita/)è stato un primo, sbilenco tentativo di fissare le sensazioni e i pensieri che provavo di fronte a questa situazione. Dico sbilenco perché c'erano delle opacità nel modo in cui era scritto, nel tono, fin troppo assertivo, con cui provavo a delimitare la mia esperienza. Eppure... Eppure quelle riflessioni trovavano risonanza nell'esperienza di altri. La piccola discussione suscitata dal post soprattutto su Facebook e la sua circolazione erano lì a testimoniare che in quel testo c'era qualcosa di irrisolto, qualcosa non non riguardava solo me stesso. In quel testo provavo a tracciare i contorni di quella che a me sembra una nuova *wave* della scrittura digitale connessa, [come l'ho chiamata altrove](https://flaviopintarelli.it/2022/12/02/scrittura-digitale-connessa-su-edulia/). Mi sembra che a farla montare, quest'onda, sia stata la maturità raggiunta dalla *creator economy*. Se a metà degli anni '10 il modello economico più adeguato alla produzione di contenuto digitale scritto provava e mettere i *brand* nella posizione di finanziatori e mecenati, all'alba degli anni '20 ad avere conquistato la ribalta è stata, invece, la *membership*. Descritta rapidamente e per sommi capi, la *membership* è un modello economico che si basa sulla relazione tra il creatore di contenuti e il suo pubblico in cui, grazie al ruolo di mediazione svolto dalle piattaforme digitali, il secondo sostiene economicamente il lavoro del primo attraverso abbonamenti che danno diritto a una serie di vantaggi. Substack, la celebre piattaforma di newsletter, è stato probabilmente il marchio che più ha beneficiato dell'affermarsi di questo modello in termini di riconoscibilità e penetrazione del mercato nel settore della scrittura. Anche in questo caso sorvolerò la questione, ma uno dei requisiti che permette ai modelli economici basati sulla *membership* di ottenere i migliori risultati è la verticalità. Presidiare e dominare la propria nicchia è fondamentale, al pari della costanza e della regolarità nella pubblicazione, per poter mantenere la promessa su cui si basa la relazione con il pubblico. Mi sono chiesto spesso se non sarebbe stato il caso di provare a cavalcare quell'onda, orientando il mio modo di scrivere in base a un principio di verticalità e costanza. Per quanto abbia provato a pensarci, all'interno del perimetro che tali principi delimitano, non sono mai riuscito a trovare una mia cifra. Me ne sono domandato più volte il motivo e la domanda mi ha spinto a chiedermi anche (e a ragionare) sul tipo di scrittura che non solo mi è più congeniale ma che preferisco praticare quando sono libero da un legame di committenza. ### Architetti e archeologi Alcune risposte a queste domande le avevo già trovate nel lavoro e nelle riflessioni di persone come Tom Critchlow, Craig Mod, David Perell, Toby Shorin. Professionisti che lavorano all'intersezione tra consulenza, formazione, design, marketing, coding, branding, strategia e altre discipline, accomunati da un'etica e una pratica che mette la scrittura al centro della costruzione delle loro identità professionali e digitali. È da blogger come loro, da Critchlow in particolare che ho mutuato l'idea di scrivere in rete per stringere relazioni, mettendo l'ottimizzazione delle prestazioni in secondo piano (è per questo che, da anni, ho smesso di tracciare le visite a questo blog per concentrarmi a coltivare i rapporti con chi lo legge e decide di interagire coi suoi contenuti). Da Perell, invece, ho recuperato l'idea della scrittura digitale connessa come strumento per la costruzione di un "monopolio personale". > The ultimate goal of writing online is to build a Personal Monopoly. It’s your unique intersection of skills, interests, and personality traits where you can be known as the best thinker on a topic and open yourself up to the serendipity that makes writing online so special. Source: [Build a Personal Monopoly - David Perell](https://perell.com/note/build-a-personal-monopoly/?ref=flaviopintarelli.it) by @david\_perell C'è un certo elemento di verticalità in questa definizione, là dove Perell sottolinea che lo scopo ultimo di questo sforzo è l'essere riconosciuti come le migliori menti su un certo argomento. Ma addentrandomi nella sua riflessione sulla scrittura mi sono imbattuto in due testi, pubblicati in altrettante newsletter che purtroppo non sono riuscito a recuperare, in cui questo passaggio viene approfondito. I testi si intitolano *Write like an architect* e *Write like an archeologist*. Qui Perell tratteggia due archetipi di scrittore opposti proprio in base all'orientamento del loro approccio alla scrittura. Scrivere come un architetto significa infatti scrivere partendo da un progetto, con un disegno a fare da guida e un obiettivo finale ben definito. Una scrittura verticale appunto, che progetta ed esegue il carotaggio di un argomento. Scrivere come un archeologo significa invece scrivere partendo da una superficie piatta, piana e, scivolando sopra e dentro di essa per andare alla ricerca di cosa questa superficie nasconde. Una scrittura orizzontale, rizomatica, che si disperde in mille rivoli e nutre così il sottobosco. È un approccio che sento risuonare in modo molto armonico con la mia indole e l'attitudine priva di metodo con cui mi sono avvicinato alla scrittura digitale connessa. Un approccio che mira a massimizzare le relazioni e i rapporti, senza per questo voler fondare comunità con tutto il carico di responsabilità (e fatica) che questa promessa comporta. Come ho intenzione di dar seguito a questo approccio nella mia scrittura e qual è il peso della tecnologia che ho scelto per farlo lo racconterò nel paragrafo successivo. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### La tecnologia è il contenuto Il mio sito personale esiste dal 2014\. L'ho creato e pubblicato in occasione dell'uscita di [*Stupidi giocattoli di legno*](https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/), il saggio sullo skateboarding che ho scritto per Agenzia X. Grazie a un *corwdfunding* di grande successo, da pochi mesi John O'Nolan aveva creato Ghost, il software su cui gira il sito, e dato vita alla fondazione che ne gestisce lo sviluppo. Del progetto avevo letto in rete e, da subito, mi aveva colpito per l'interfaccia di scrittura pulitissima, una delle prime basate su *markdown* che avessi mai visto, e per la visione etica che lo animava. O'Nolan, uno che il mondo della tecnologia lo conosce bene, non voleva che la sua creazione seguisse la traiettoria che caratterizza molte *start up* del settore per cui a una crescita vertiginosa dovuta alle iniezioni di *venture capital* facesse seguito la necessità di capitalizzare per ripagare l'investimento, a scapito dell'utente e della sua esperienza. Un processo che lo scrittore Cory Doctorow [ha descritto usando un neologismo, *enshittification*](https://pluralistic.net/2023/01/21/potemkin-ai/?ref=flaviopintarelli.it)(tradotto alla grazza: smerdamento), ed è alla base della morte di molte delle piattaforme commerciali. Per Ghost, O'Nolan aveva in mente un processo di crescita equilibrato, con un orizzonte a lungo termine e l'esperienza utente costantemente al centro della crescita, e un modello di business diverso da quello usato dalle piattaforme, che capitalizza sulla mediazione tra la domanda e l'offerta. Ghost si sostiene vendendo ai suoi utenti spazio web sui propri server e rende, allo stesso tempo, la propria tecnologia disponibile gratuitamente per essere installata su qualsiasi altro provider di hosting. Rispetto ai proprio competitor diretti lo sviluppo e l'implementazione di nuove funzionalità è meno impetuoso, Ghost è sempre in qualche modo in ritardo in termini di *features*, un difetto che compensa con la più completa libertà per l'utente e una relazione meno estrattiva quando questo decide di monetizzare il proprio lavoro. Perché sì, anche Ghost, come Substack o Medium, è posizionato come una tecnologica che serve la *creator economy* e il *publishing* indipendente. Non cito Medium a caso. Nei primi anni in cui avevo aperto il sito sono stato a lungo indeciso se mantenere lo *stack* basato su Ghost o trasferire tutta la mia identità su Medium che, all'epoca, stava affrontando la sua fase di crescita vertiginosa ed era considerato, al pari di Substack oggi, il *place-to-be* per chi scriveva in rete. A frenarmi è stato il fatto che, per lungo periodo, Medium non ha offerto la possibilità di ospitare le pubblicazioni su un dominio di proprietà dell'utente e io tenevo al fatto di possederne uno con il mio nome. Anche se a livello di funzionalità Ghost sembrava non essere in grado di tenere il passo, sul lungo periodo la scelta ha pagato. Medium alla fine si è smerdato. Pur esistendo ancora è molto meno rilevante e vibrante di quanto non fosse un tempo, mentre Ghost non ha solo recuperato ma, col tempo, si è evoluto offrendo nuove funzionalità e possibilità senza allontanarsi dalla sua natura e dai principi che lo hanno reso una soluzione perfetta per me, primo fra tutti l'approccio *no code* che rende la gestione quotidiana e la personalizzazione semplici ed efficaci. Non solo, le caratteristiche di Ghost mi hanno dato la possibilità di assecondare la mia attitudine archeologica alla scrittura. La tecnologia è stata (anche) il contenuto. Ma di preciso, in che modo lo è stata? ### Blogging archeologico Uso l'espressione "blogging archeologico" per definire il modo in cui la mia attitudine alla scrittura e la tecnologia che la abilita funzionano insieme. Ghost mi consente di avere sia una serie di pagine statiche in cui presentare chi sono, cosa, come e perché faccio quello che faccio (pagine che nel corso del 2024 andrò a migliorare in termini di aspetto e organizzazione) e, allo stesso tempo, di pubblicare contenuti. Posso presentare questi contenuti nel modo che preferisco, così come distribuirli, dal momento che Ghost ha una funzione nativa per raccogliere indirizzi e-mail e inviare newsletter (proprio come Substack, ma con la possibilità di curare in modo più attento la propria identità). Posso anche scegliere se monetizzarli, introducendo un paywall o creando dei piani di abbonamento. Al momento mi limito a chiedere un contributo a chi volesse sostenere il mio lavoro di scrittore e non intendo limitare la fruizione dei contenuti. Ma potrei volerlo fare, magari esplorando formati *pop-up*, serie a tiratura limitata su specifici argomenti che potrebbero appoggiarsi al Ghost senza obbligarmi ad aprire account su altri servizi. A prescindere da questi progetti, continuerò a scrivere riflessioni, racconti e recensioni sul blog, concentrandomi sull'autonarrazione del mio percorso professionale e usando questo spazio per sperimentare formati eccentrici rispetto all'offerta editoriale più *established* per la quale utilizzo uno stile più giornalistico. Un'attività che il blog continuerà a supportare funzionando come archivio, ma che intendo migliorare facendo di ogni segnalazione anche una sorta di espansione del lavoro segnalato che registrerà e riporterà ragionamenti e informazioni che magari sono caduti al di fuori del perimetro dell'articolo pubblicato. Cercherò anche di dare a Spore, la mia *newsletter-non-newsletter* (ti arriva in *inbox* come una newsletter ma la leggi anche sul sito e la lancio su social proprio come una newsletter di Substack che, ehi, aspetta, ma che differenza c'è? (fantozzi\_folagra\_preso\_per\_il\_culo.gif), una cadenza più regolare, mensile, mantenendone lo stile e la missione: raccontare cose belle che mi succedono in un modo un po' criptico e immaginifico. Ah, ho aggiunto anche una sezione curata di link. Proprio come nelle newsletter che ricevi nella *inbox*, ma questa la leggi anche sul sito (fantozzi\_folagra\_preso\_per\_il\_culo.gif). È un po' confuso, come piano, ma questo è, all'incirca il mio piano. Dopotutto sono un archeologo che va alla ricerca di tracce del passato per farsi un'idea più chiara del presente. Se ti va di parlarne puoi usare il modulo dei commenti qui sotto, come si faceva una volta. Oppure puoi commentare il post sui social. Va bene lo stesso, ma chiediti se ha senso regalare quella conversazione a Elon Musk o chi per lui. Se la regali a me non ci guadagno nulla, se non il piacere di parlare con te. A proposito: 🚀 Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o su Zoom. Sentiti libero di contattarmi per fissare una chiacchierata. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### "La guerra è cambiata" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/21/la-guerra-e-cambiata-su-il-tascabile/ Last updated: 2024-01-21T20:36:14.000Z Chi ha seguito le mie collaborazioni negli ultimi mesi si sarà accorto che la guerra è un tema che ricorre sempre più spesso nella mia scrittura recente. La guerra, questo il mio timore, ci accompagnerà negli anni a venire, anni in cui vivremo probabilmente un ciclo politico schmittiano. Conoscere la guerra - le sue tecnologie come i modi in cui si combatte, quindi la strategia, le operazioni, la tattica - sarà, almeno credo, un sapere fondamentale per navigare le tenebre verso cui il monda sembra dirigersi. Questo saggio uscito giorni fa per Il Tascabile è un primo tentativo di capitalizzare lo studio della guerra che ho intrapreso negli ultimi due anni. Più che un'avventura in territori inesplorati è il riprendere il filo di un interesse che ha acceso la mia curiosità intellettuale in tempi diversi della vita. Qui provo a identificare quali tecnologie stanno avendo l'impatto più innovativo nelle guerre contemporanee e in che modo la loro evoluzione si leghi all'avvento e all'uso dell'intelligenza artificiale. Una saldatura che proietta ombre inquietanti, su cui penso ci dovrebbe essere un più acceso e sfaccettato dibattito pubblico. > Come ebbe a dire uno dei suoi teorici più importanti, Carl von Clausewitz, la guerra è un’attività conservatrice e in constante cambiamento allo stesso tempo: ogni guerra è perciò il precipitato della conoscenza generata da ogni altra guerra che l’ha preceduta, aggiornato alle più recenti acquisizioni tecnologiche, intellettuali e contestuali. Che l’intuizione di Clausevitz sia ancora valida lo racconta non solo l’invasione dell’Ucraina, ma anche la guerra nel Nagorno Karabakh e i più recenti conflitti armati sulla Striscia di Gaza. Dall’importanza dell’artiglieria a quella delle trincee e dell’effetto sorpresa, questi tre conflitti hanno dimostrato come la guerra continui a basarsi su concetti e tecnologie tradizionali ma, al tempo stesso, presenti elementi di profonda innovazione. Elementi evidenti al punto da aver spinto Mick Ryan, generale in pensione dell’esercito australiano, analista e divulgatore militare, a definire questi tre conflitti ‌a transformative trinity, “una trinità trasformativa”. [La guerra è cambiataSull’uso crescente delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nei conflitti armati in Ucraina, Striscia di Gaza e Nagorno Karabakh.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2024/01/Guerra-in-Ucraina-1.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/la-guerra-e-cambiata/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La guerra è cambiata" su Il Tascabile ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Presentazione "Il velo" - Appiano 23 febbraio URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/21/presentazione-il-velo-appiano-23-febbraio/ Last updated: 2024-02-11T20:50:28.000Z Dopo una pausa tutto sommato fisiologica durante le vacanze di Natale, torno a presentare *Il velo* e a incontrare lettrici e lettori di questo romanzo, che si avvia a grandi passi a compiere il suo primo anno di vita. La prima data del nuovo anno è poco distante da casa, alla biblioteca di Appiano sulla Strada del Vino. A introdurre il romanzo, venerdì 23 febbraio alle ore 20.30, sarà Luca Bertolini. La mia intenzione è di continuare a promuovere *Il velo* anche nel 2024, quindi [se vuoi organizzare una data non devi fare altro che scrivermi](https://flaviopintarelli.it/contatti/). [Presentazione del libro: IL VELO di Flavio PintarelliEvenement in Appiano, Trentino-Zuid-Tirol door Consulta Culturale di Appiano op vrijdag, februari 23 2024![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yT/r/aGT3gskzWBf.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/426336274_694294412918995_9143734690530569916_n.jpg?stp=dst-jpg_p206x206&_nc_cat=111&ccb=1-7&_nc_sid=42f210&_nc_ohc=6RbLooCFr0MAX9Y1sSB&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfDCN2tH3rHqk06KtHjXSfD0-ZABZ9EsayoKEwm-YowCWA&oe=65CD8425)](https://www.facebook.com/events/408816081721513/?acontext=%7B%22ref%22:%2252%22,%22action%5Fhistory%22:%22%5B%7B%5C%22surface%5C%22:%5C%22share%5Flink%5C%22,%5C%22mechanism%5C%22:%5C%22share%5Flink%5C%22,%5C%22extra%5Fdata%5C%22:%7B%5C%22invite%5Flink%5Fid%5C%22:363062806590497%7D%7D%5D%22%7D) Partecipa all'evento su Facebook per restare aggiornato. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### 2023 - Un anno in rassegna URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/17/2023-un-anno-in-rassegna/ Last updated: 2024-01-17T21:15:06.000Z ## Cose degne di nota - Il 28 marzo è nato Sirio, il mio secondo figlio. È stata un'esperienza emotivamente travolgente, in cui mi sono scoperto un papà più competente e mi ha permesso di apprezzare il valore di aver scelto l'indipendenza come dimensione professionale. - Il 21 aprile è uscito [*Il velo*](https://flaviopintarelli.it/il-velo/), il mio primo romanzo. Ha venduto poco, pochissimo ma mi ha permesso di tornare a fare una cosa che amo molto: incontrare persone e parlare con loro. - A novembre è andato in scena [*Longing for Belonging*](https://flaviopintarelli.it/2023/11/06/longing-for-belonging-bolzano-museion-art-club/), uno spazio-tempo performativo che ho co-curato per Museion. Tra le altre cose, abbiamo portato a Bolzano un'installazione di Parasite 2.0\. Non ringrazierò mai abbastanza per le cose che ho imparato durante questa esperienza. - Dentro *Longing for Belonging* c'era [*Anatomia Urbana*](https://flaviopintarelli.it/2023/12/27/longing-for-belonging-materiali/), un video che ho curato insieme ad Armin Ferrari e Claudio Rocchetti. Era una vita che sognavo di filmare degli edifici. Finalmente sono riuscito a farlo con due dei miei artisti preferiti. ## Fatti e cifre I numeri non sono tutto, ma un bilancio non sarebbe tale se non ci badasse. Il mio secondo anno da *freelance* si chiude in chiaroscuro. Sì, ho fatturato leggermente di più ma, [come ho raccontato su cheFare](https://che-fare.com/almanacco/societa/diritti/il-secondo-anno-e-sempre-il-piu-difficile-nella-carriera-di-un-freelance/?ref=flaviopintarelli.it) qualche settimana fa, ho chiuso l'anno con un leggero passivo. La nascita di un figlio comporta qualche spesa in più, soprattutto nei primi anni, e l'inflazione le ha appesantite. Il colpo finale lo hanno dato i contributi dovuti che, per il primo anno di attività con la partita iva, lo trovo pazzesco, sono davvero molto alti. L'esperienza mi ha insegnato il valore di un'educazione finanziaria adeguata alla mia nuova condizione professionale. ![Un grafico a barre.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/01/Grafico-a-barre.jpg) Lo so, come grafico a barre fa un po' schifo. Migliorerò. Per quanto riguarda la distribuzione del fatturato, anche nel 2023 la percentuale maggiore viene da clienti per i quali ho lavorato come *project manager*, ovvero il servizio intorno a cui sto costruendo, in modo sempre più chiaro, la mia narrazione e identità professionale. Seguono i servizi di *branding*, per i quali ho trovato un approccio molto efficace in termini di costi e benefici che ho intenzione di scalare nel corso del 2024; il copywriting, che resta un'attività importante nel mio mix; la scrittura e il lavoro culturale, che beneficiano dell'anticipo ricevuto per il romanzo e della collaborazione con Museion; chiude il *content marketing* che, offerto al di fuori del lavoro di *project management* sembra meno appetibile per i clienti a cui mi rivolgo. In questo senso, il 2023 è stato anche l'anno in cui ho cominciato a ragionare con più attenzione al processo di vendita e di gestione della relazione con il cliente. Alcuni progetti, che potevano essere gestiti diversamente, non si sono evoluti nel modo sperato e hanno portato alla chiusura o ridefinizione dei rapporti. In altre occasioni non sono riuscito a trasferire al meglio il mio valore e non ho chiuso delle opportunità. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2024/01/Pie-chart.jpg) Un altro grafico brutto. Questa volta a torta Insomma, se il 2022 era stato l'anno dell'innamoramento folle per la condizione di *freelance*, il 2023 è quello del primo incontro con le difficoltà che questa condizione comporta. Fanno parte del gioco e, come tali si accettano, dopotutto nessuna storia degna di nota può proseguire senza conflitti e momenti di crisi e difficoltà. Per affrontarli e non lasciarsi abbattere ci vogliono lo stesso grande equilibrio e lucidità. La terapia in questo aiuta. ## Pivot: project management strategico Il 2023 mi ha permesso di mettere meglio a fuoco uno degli elementi più interessanti della mia proposizione di valore: la capacità di gestione dei progetti di cui mi viene affidato lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti in cui il mio lavoro riesce a fare la differenza in un modo tangibile ed evidente. Allo stesso tempo, la natura ibrida del ruolo che sto provando a disegnarmi addosso lo rende difficile da vendere e spiegare ([ci riesce bene Howard Gray in questo post](https://www.howardgray.net/2023/12/19/strategy-execution-the-creative-producer/?ref=flaviopintarelli.it)). Quello a cui sto lavorando è un concetto di *project management* con impostazione strategica, che comprende al suo interno tre servizi verticali che possono essere venduti anche separatamente: branding, content marketing e scrittura. Non ho ancora trovato la chiave giusta per presentare questo concetto. Mi piacerebbe fosse un contenuto visivo. Se avete dei suggerimenti, vi ascolto. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### 12 Step Branding & Content Workshop Nel corso dell'anno appena finito ho aggiunto alla mia offerta un nuovo servizio, un workshop di *branding* e *content marketing* che ho adattato partendo da un *deck* di *slide* creato da Steve Bryant, un consulente americano di cui seguo la newsletter. L'approccio proposto da Bryan mette a sistema una serie di attività che già svolgevo con un livello di approfondimento che non avevo ancora raggiunto. L'approccio è scalabile, modulare e, soprattutto, permette di svolgere l'attività di *branding* in modo rapido ed efficace, aprendo ottime prospettive di *upselling*. Nel 2023 l'ho somministrato in sei diverse occasioni ed è mia intenzione continuare a farlo. 🚀 Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o su Zoom. Sentiti libero di contattarmi per fissare una chiacchierata. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) ### Che scrittore sono? A un certo punto dell'anno scorso ho iniziato a guardarmi intorno e mi sono reso conto che non riconoscevo più il panorama digitale. Twitter è diventato X e ci si capisce sempre meno. Su Facebook ho smesso di parlare con la gente, perché, boh, mi sembra tutto molto meno interessante. Molte riviste con cui avevo rapporti hanno chiuso e le altre mi sembrano molto chiuse. [Mi sono chiesto](https://flaviopintarelli.it/2023/11/07/fine-orizzontalita/) se non fosse colpa mia, se avessi perso la *wave* del momento, restando in acqua aggrappato alla tavola (il blog) a scrutare l'orizzonte aspettando la prossima. Insomma, mi sono chiesto che scrittore sono e se sono adatto all'ecosistema di oggi. Ho trovato della tracce interessanti su questo. Ne parlerò più avanti. ### Blogging, scrittura e lavoro culturale Uno degli obiettivi che mi ero posto alla fine del 2022 era cominciare a scalare l'attività di blogging, la scrittura e il lavoro culturale. La distribuzione del fatturato del fatturato del 2023 mostra che il peso di queste attività è raddoppiato, passando dal 4% al 10% del totale. Un risultato su cui pesano soprattutto l'anticipo ricevuto per *Il velo* e la collaborazione con Museion che terminerà nel 2024\. L'intenzione è quella di provare a confermare questo risultato, anche se la cosa non è scontata. Lo stesso vale per il blogging, lo scorso anno sono riuscito a dare maggiore costanza al lavoro e quest'anno vorrei continuare, facendo di *Spore*, la newsletter-non-newsletter, un appuntamento mensile e continuando a usare il blog come strumento per pensare in pubblico, sperimentare nuovi formati, nutrire la mia narrazione professionale, sottrarre contenuti ai social e dar loro maggiore struttura. Infine vorrei rendere più dense le anteprime dei contenuti che pubblico su magazine e riviste, per rendere queste segnalazioni sempre più ricche di contesto e meno spammose possibile. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "Il secondo inverno dell’invasione e il futuro dell’Ucraina" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/16/il-secondo-inverno-dellinvasione-e-il-futuro-dellucraina-su-valigia-blu/ Last updated: 2024-01-16T15:10:13.000Z Sui campi di battaglia dell'Ucraina invasa dalla Federazione Russa, l'autunno del 2023 ha aperto una nuova fase del conflitto. L'offensiva ucraina condotta durante l'estate si è esaurita senza riuscire a spezzare le linee di difesa russa e, gradualmente, l'iniziativa a livello operativo e tattico è passata di mano. Nel corso dell'inverno, le truppe russe hanno ripreso ad attaccare le truppe ucraine che, nel frattempo sono passate a una postura difensiva. Il 2024 si è aperto perciò come si era aperto quello precedente: con le truppe russe all'attacco. Ma mano a mano che ci si avvicina al secondo anniversario dell'inizio dell'invasione verso quali prospettive si sta indirizzando questa guerra? Ho provato a tracciarle su Valigia Blu. [Il secondo inverno dell’invasione dell’UcrainaIl 2024 si presenta come una anno duro e cruciale per il destino della fragile democrazia ucraina e per l’andamento della guerra.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2024/01/Ucraina-invasione-2024-1024x683.jpg)](https://www.valigiablu.it/invasione-guerra-ucraina-2024/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il secondo inverno dell’invasione e il futuro dell’Ucraina" su Valigia Blu ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Spore #15 - Faye URL: https://flaviopintarelli.it/2024/01/05/spore-faye/ Last updated: 2024-01-05T16:16:31.000Z In questo numero di *Spore* vorrei raccontarti uno degli episodi che preferisco di una delle mie serie preferite: *CowBoy Bebop*. Non saprei dirti quanto questa serie abbia influenzato il mio gusto in fatto di storie. Se dovessi tirare a immaginare direi: parecchio. Non so se tu l'abbia vista. Se non lo hai fatto, fallo. La trovi su Netflix. In ogni caso, per quanto riguarda il tema di questa newsletter ti basti sapere che ogni personaggio di *CowBoy Bebop* ha un passato. Da cui fuggire. Da illuminare. Da ricordare. Faye Valentine, per esempio, è tormentata da un passato che non ricorda. Sola e travolta dai debiti, si è svegliata da un sonno criogenico durato quarantaquattro anni. Poi, un giorno, all'improvviso, il suo passato si materializza sotto forma di una cassetta Betamax che, di fermo posta in fermo posta, finisce per esserle recapitata sulla tolda del *BeBop*, la nave di cacciatori di taglie a cui si è unita a un certo punto dopo essersi risvegliata. Ignara del contenuto del pacco, timorosa che si tratti di un altro debito da aggiungere alla lista, Faye fugge. Fugge, a conti fatti, dal suo passato, lasciando ai suoi colleghi Jet e Spike il compito di decifrare il mistero della cassetta e del suo passato. Per poterlo decifrare, i due dovranno spingersi nelle viscere della terra e recuperare un lettore in grado di schiudere ai loro occhi le immagini che quella cassetta custodisce. Il passato, infatti, non è mai chiaramente disponibile alla nostra memoria. Senza il lavoro del ricordo e della rielaborazione, esso non è mai davvero accessibile. Così, alla fine dell'episodio, l'intera ciurma del *BeBop* si ritrova per assistere alla rivelazione del segreto. Le immagini cominciano a scorrere sullo schermo antidiluviano di un televisore. Tra glitch e scariche vi appare un'adolescente. Ride e scherza con le amiche. Racconta la sua vita e ne mostra scorci agli spettatori. Nell'inquadratura successiva, la ragazza sta fissando la videocamera. Inizia a parlare e si rivolge alla se stessa del futuro. La esorta a non perdersi d'animo. A mantenere accesa la fiamma che brucia in quell'anima adolescente e pure. Faye ascolta in disparte quelle parole indirizzate a lei da se stessa. Nulla porta lo spettatore a pensare che la ragazza si sia riconosciuta in quelle immagini, ma l'espressione del suo volto ci ricorda quanto possa essere squassante la consapevolezza che, nel nostro passato, c'è, ancora e sempre, un ragazzino che fa il tifo per noi, non importa quante cose sbagliate abbiamo fatto o che persone orribili siamo diventate. Per lei o per lui, tutto questo non conta. Ma ci vuole un coraggio non comune per diventare davvero gli eroi di noi stessi. ## Iscriviti a **Spore* Esce quando mi pare, ma nel frattempo pubblico anche altro. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Niente spam, ti cancelli quando vuoi 📧 ### Cose che mi hanno dato sollievo o illuminato o migliorato - [Commons | The War in Ukraine: Agenda for the Left](https://commons.com.ua/en/vijna-v-ukrayini-ta-poryadok-dennij-mizhnarodnoyi-livici/?ref=flaviopintarelli.it) La sinistra ucraina vive tra l'incudine del proprio governo e il martello di una violenta aggressione imperialista. Questo pezzo spiega come per supportarne le lotte e costruire una solidarietà internazionalista che parta dai bisogni di chi subisce la guerra. - [Jenkem | Discussing Skateboarding with Filmmaker Werner Herzog](https://www.youtube.com/watch?v=EQLInlnfWUc&ref=flaviopintarelli.it) Werner Herzog guarda e commenta filmati di skate. Non ho altro da dire. - [Thrasher | Timescan 2](https://www.youtube.com/watch?v=GK8K4Ghhtd0&t=231s&ref=flaviopintarelli.it) Gou Miyagi è uno degli skateboarder più leggiadri e creativi che ci siano al mondo. Non ci credi? Guarda la sua video part su *Timescan 2* e poi ne riparliamo. - [Damage | Is European Populism Dead?](https://damagemag.com/2023/11/21/is-european-populism-dead/?ref=flaviopintarelli.it) Si è davvero chiusa la stagione del populismo europeo? Secondo gli autori del libro recensito in questo articolo la risposta è: sì. Il problema è capire cosa ci sarà dopo. - [Massimo Pericolo | Le cose cambiano](https://open.spotify.com/intl-it/album/50SWJ7Aq7XuSKl8SJYFnn9?si=U40bmZlJTSuH0WcaJWkynA&ref=flaviopintarelli.it) Secondo me Vane ha fatto un disco bello e profondo e incazzato e scorretto. A me è piaciuto, a te non so. Fammelo sapere. ### Cose che ho fatto o che farò - [cheFare | Il secondo anno è sempre il più difficile (nella carriera di un freelance)](https://che-fare.com/almanacco/societa/diritti/il-secondo-anno-e-sempre-il-piu-difficile-nella-carriera-di-un-freelance/?ref=flaviopintarelli.it) Una riflessione sul mio secondo anno da lavoratore indipendente e sul valore che l'identità professionale ha per un freelance. L'ho scritta per *cheFare*, che l'ha pubblicata sul suo almanacco. - [Museion | Anatomia Urbana](https://www.youtube.com/watch?v=Sfwyq150194&pp=ygUPYW5hdG9taWEgdXJiYW5h&ref=flaviopintarelli.it) Una video esplorazione di alcuni dei quartieri meno iconici e più liminali di Bolzano per raccontare, attraverso un trialogo di storie, cosa significa appartenere alla città. Ne ho curato la direzione artistica per conto di Museion. - [ōmega | La guerra ai tempi dell'IA](https://flaviopintarelli.it/2023/11/29/la-guerra-ai-tempi-dellai-su-omega/) ōmega è una bizzarra rivista che parla di intelligenza artificiale su Instagram, Spotify e Substack. Per loro ho progettato un pezzo su come l'intelligenza artificiale sta modificando il nostro modo di ucciderci a vicenda. Spoiler: fa paura. - [blog | La politica sudtirolese alla prova del *political compass*](https://flaviopintarelli.it/2023/12/18/politica-sudtirolese-political-compass/) Periodo frizzantino per la politica della mia provincia. Quindi ho provato a capirci qualcosa usando un meme famosissimo. ### Bonus track Ho dei codici (5) per Blue Sky, se lo vuoi provare e non sei iscritto alla newsletter iscriviti e te ne mando uno. Se sei già iscritto scrivimi e te lo mando lo stesso. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Longing for Belonging - Anatomia Urbana & Here to Stay URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/27/longing-for-belonging-materiali/ Last updated: 2023-12-27T13:02:49.000Z In un mondo dove negoziamo costantemente la nostra identità a cavallo tra la dimensione attuale incarnata dal nostro corpo e quella virtuale progettata negli spazi digitali cosa significa appartenere a un corpo, a un luogo, a una comunità? È intorno a queste domande che abbiamo sviluppato [*Longing for Belonging*](https://flaviopintarelli.it/2023/11/06/longing-for-belonging-bolzano-museion-art-club/), un programma di eventi curato e organizzato dal gruppo content di [Museion Art Club](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/), del quale faccio parte dall'autunno del 2021. A cavallo delle feste di Natale, sui canali social di Museion sono stati pubblicati alcuni materiali realizzati per gli eventi di *Longing for Belonging*. Tra questi il video racconto dell'iniziativa, realizzato dalla videomaker Roberta Segata. ### Anatomia Urbana Oltre alle performance e ai momenti di condivisione e riflessione collettiva, per *Longing for Belonging* sono state realizzate una serie di opere. Tra queste c'è un video, *Anatomia Urbana*, di cui ho curato la direzione artistica e la realizzazione insieme ad Armin Ferrari (regia, fotografia e montaggio) e Claudio Rocchetti (colonna sonora). *Anatomia Urbana* è l'esplorazione visiva di alcuni dei quartieri più periferici e liminali della città di Bolzano su cui tre voci vengono messe in dialogo tra loro chiedendosi cosa significa appartenere alla città e ai suoi spazi meno iconici. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) ### Here to Stay - A Manifesto La realizzazione di *Longing for Belonging* ha impiegato più di un anno di lavoro. In questo periodo di tempo, come singoli e come gruppo di lavoro, ci siamo confrontati con le tante ramificazioni evocate dal tema che avevamo scelto. A un certo punto di questo percorso abbiamo sentito la necessità di fare una sintesi di tutte le linee di ricerca che avevamo seguito e stavamo seguendo e che servisse tanto a chiudere quanto a rilanciare il lavoro fatto per *Longing for Belonging*. Scritto e riveduto a più mani nelle settimane che hanno preceduto l'evento, *Here to Stay - A Manifesto* riepiloga i capi della nostra riflessione sul senso di appartenenza ed esprime al tempo stesso una dichiarazione di intenti rivolta alla comunità che ci ha espresso e nella quale viviamo. > Dallə precariə della classe cognitiva allə nuovə poverə delle periferie urbane, dallə rifugiatə in fuga dalla guerra allə nomadə del lavoro digitale, dallə migrantə climatichə allə abitantə delle aree interne in via di spopolamento; nel tempo ipermoderno che ci è dato vivere, essere senza casa è una condizione che sembra elevarsi verso una dimensione di universalità, accomunando un numero di persone in crescita costante. > Während wir versuchen, herauszufinden, wie wir den Verlust eines Rechts überleben können, das wir für selbstverständlich hielten - während es anderen durch fiktive Wohnsitze oder feindliche Architektur verwehrt wurde -, werden die Vorzeichen des Zusammenbruchs um uns herum immer dunkler und häufiger, und Tag für Tag wird uns klar, dass nicht nur unsere Häuser, sondern der gesamte Planet in Gefahr sind. > In the rapid succession of contemporary polycrises, we are now aware that the world we were born and raised in is now a faded memory, and the dawn of a new equilibrium is not yet on the horizon. > Ci troviamo in una dimensione incerta e, al contempo, ricca di possibilità, come un punto in cui infinite linee si incrociano. > Lange Zeit wurde Südtirol in der Illusion eingelullt, es müsse sich nie ändern, es blieb für immer verankert in den falschen Mythen der Reinheit, die nur schöne Bilder produzieren, um sie zu verkaufen; in der Anmaßung, die Konfrontation mit dem Anderen verweigern zu können, in der Überzeugung, dass wir immer allein zurechtkommen; in der Vorspiegelung, alle Lebensformen organisieren, verwalten und kontrollieren zu können, die mehr dazu erzieht, um Erlaubnis zu bitten, als selbständig zu handeln. > Today this privilege evaporates and we need to train ourselves to change, asking ourselves for whom we are building a sense of belonging to this land: for those who inhabit it or for those who are just passing through for a few days? > For this we need new spaces where to meet. > Spazi in cui entrare in relazione lə unə con le altrə; spazi in cui recuperare la tradizione di autonomia delle controculture e aggiornarla con le forme più avanzate di economia creativa; spazi pubblici non perché concessi dall’arbitrio dell’autorità, ma perché pubblica è la loro prima natura ed essenza; spazi dove elaborare nuovi legami, parentele e forme di vita; spazi in cui scoprircə capacə di sostenere l'urgenza di resistere al collasso e alla cattura; spazi dove poter sperimentare un nuovo senso di appartenenza, in grado di deteritorializzare i legami di sangue e suolo per generare nuove visioni del rapporto tra la dimensione molecolare e molare dell'esistenza, tra un globale sempre più oppressivo e un locale sempre più spaventato. > Durch das Museion Art Club Forum haben wir die kollektive Dimension unserer individuellen Bedürfnisse und die Dringlichkeit der Fragen, die wir jeden Tag zu beantworten versuchen, angesprochen. > Therefore, when we ask ourselves which South Tyrol we want to belong to, we must also ask ourselves which South Tyrol we want to build and where we want to build it. If we are here tonight, it is not to ask permission. It is to reaffirm that we ask ourselves these questions every day, because they arise from the never-satisfied need to always push ourselves a step further, in the direction of a dawn that sees a sun rise to illuminate the future we are already building. > We make culture. We are culture. We are united. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "Il secondo anno è sempre il più difficile (nella carriera di un freelance)" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/21/il-secondo-anno-e-sempre-il-piu-difficile-nella-carriera-di-un-freelance-su-che-fare/ Last updated: 2024-01-09T11:30:24.000Z Tra bilanci in passivo e opacità finanziare, su *Che Fare* ho scritto una breve, personale riflessione per raccontare la fine del mio secondo anno da *freelance* e il modo in cui sta cambiando la mia identità professionale. > Per chi sceglie la strada dell’indipendenza, questa probabilmente è la scoperta più significativa del mio secondo anno da *freelance*, non c’è alternativa alla formazione costante in campi che esulano dal cuore della propria *expertise* e alla necessità di imparare a gestire in modo efficace le conoscenze necessarie per potersi garantire quell’evoluzione costante attraverso cui passa il confine tra sostenibilità e insostenibilità delle proprie scelte di vita. [Il secondo anno è sempre il più difficile (nella carriera di un freelance)Se la condizione di indipendenza, l’essere freelance, è una forma di identità, poterla scegliere e non vedersela imporre in modo coatto è basilare![](https://che-fare.com/wp-content/themes/tema-che-fare/images/favicons/apple-touch-icon.png)cheFareGiacomo Giossi![](https://che-fare.com/che-fare-media/2023/12/Screenshot-2023-12-15-alle-09.37.36.jpg)](https://che-fare.com/almanacco/societa/diritti/il-secondo-anno-e-sempre-il-piu-difficile-nella-carriera-di-un-freelance/?ref=flaviopintarelli.it) "Il secondo anno è sempre il più difficile (nella carriera di un freelance)" su Che Fare ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### La politica sudtirolese alla prova del political compass URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/18/politica-sudtirolese-political-compass/ Last updated: 2023-12-18T20:52:21.000Z Le elezioni provinciali del 22 ottobre hanno consegnato il Sudtirolo a uno scenario politico frammentato, dove l'arretramento della SVP al 32% spicca come il dato più significativo emerso dalla recente tornata elettorale. Questo risultato fa sì che, per garantire (e garantirsi) la governabilità, il partito di raccolta si è trovato nell'inedita condizione di dover dare vita a una coalizione di giunta allargata anche a un secondo partito di madrelingua tedesca. Le consultazioni condotte dopo il voto hanno spinto i vertici del partito a formare una colazione di centro-destra che comprende i Freiheitlichen, la Lega (con cui la SVP aveva governato negli scorsi 5 anni), Fratelli d'Italia e la lista civica di Angelo Gennaccaro. Così facendo, la SVP sembra aver abbandonato la tradizionale equidistanza dagli estremi dello spettro politico che l'aveva contraddistinta nel corso della sua storia. Questa almeno è la critica che viene mossa al partito di raccolta dal movimento *No Excuses*. Espressione dell'elettorato urbano e progressista dell'SVP, il movimento domanda al partito di ripensare il quadro delle alleanze in giunta e gli rimprovera di aver negoziato con forze che esprimono e hanno espresso in passato posizioni populiste, razziste, omofobe, negazioniste e antiscientifiche. Restano fuori, da questo scenario tutto sommato energico e vibrante, sia i partiti dell'estrema destra tedesca (Südtiroler Freiheit e Liste JWA su tutti) che i partiti della sinistra italiana ed interfonica (Verdi, Team K e Partito Democratico) che, in potenza, insieme alla SVP avrebbero potuto esprimere una colazione di giunta di senso opposto a quella emersa dalle consultazioni. Subito dopo il voto, la maggior parte delle letture del quadro politico emerso dalle elezioni si è concentrata, come di consueto, sugli aspetti etnici della società altoatesina. La buona affermazione dei partiti dell'estrema destra tedesca è stata letta perciò come l'espressione di un rinnovato sentimento regionalistico mentre la riduzione della rappresentanza italiana come l'ennesima prova di un declino del gruppo linguistico nazionale, incapace di esprimere una forza politica in grado di incarnarne bisogni ed interesse su un piano provinciale. Non si tratta di letture campate in aria, ma l'eccessiva concentrazione sugli aspetti etnici, nasconde, questa la mia impressione, energie carsiche che si snodano lungo linee di classe e di valori che si disegnano sotto le tradizionali componenti antiche e linguistiche. Per provare a fare emergere queste componenti userò il *political compass*, un modello di posizionamento che organizza le appartenenze politiche su due assi: uno di carattere economico (destra/sinistra) e uno di carattere sociale (autoritario/libertario). Il modello, e il test al quale è collegato, sono in rete fin dal 2001 ed è per questo motivo che ritengo sia opportuno, per chiarezza, ridefinire gli elementi dell'asse sociale in base alla polarità populista/liberale che rispecchia in modo più fedele i valori politici oggi più diffusi. Così corretta, da questa matrice derivano quattro orientamenti (i link alle quattro voci dell'elenco rimandano ad altrettante bibliografie che utili a inquadrare ogni orientamento): - [sinistra populista](https://www.politicalcompass.org/authLeftBooks?ref=flaviopintarelli.it) - [sinistra liberale](https://www.politicalcompass.org/libLeftBooks?ref=flaviopintarelli.it) - [destra populiosta](https://www.politicalcompass.org/authRightBooks?ref=flaviopintarelli.it) - [destra liberale](https://www.politicalcompass.org/libRightBooks?ref=flaviopintarelli.it) Provando ad applicare il modello allo scenario politico sudtirolese questo appare organizzato come segue ⤵️ ![Political Compass dello scenario politico sudtirolese dopo le elezioni del 22 ottobre 2023.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/12/Political-Compass-Sudtirolo.png) ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) Posizionata all'interno del *political compass*, la coalizione di giunta emersa dalle consultazioni si colloca in modo evidente nel quadrante della destra liberale. Si potrebbe obiettare che il posizionamento di Lega e Fratelli d'Italia dovrebbe tendere in modo più netto verso il quadrante autoritario (dunque populista) del modello. Ma come notano anche [Arthur Borriello e Anton Jäger](https://damagemag.com/2023/11/21/is-european-populism-dead/?ref=flaviopintarelli.it), ovunque la destra populista europea si sia imposta alle elezioni essa si è rapidamente e progressivamente spostata da posizioni antisistema verso posizioni vicine all'establishment istituzionale. Basta uno sguardo alla [composizione dei tavoli di lavoro](https://salto.bz/de/article/12122023/al-tavolo-con-gli-architetti-di-benko?ref=flaviopintarelli.it) che porteranno alla stesura del programma della prossima giunta per confermare che il posizionamento di entrambi i partiti è corretto, come è corretto anche quello degli altri partner di giunta. A essere rappresentati in modo evidente ai tavoli è soprattutto quella parte di società vicina al mondo dell'imprenditoria e delle professioni che costituisce il cuore della destra liberale. È interessante notare anche come la dialettica tra la SVP e i partiti espressione del gruppo linguistico italiano si giochi tutta sull'asse economico (destra/sinistra) mentre all'interno del gruppo linguistico tedesco la dialettica si giochi, al contrario, sull'asse sociale (populista/liberale). Quest'ultima opposizione può essere letta anche nei termini di una dialettica tra il cento urbano istruito e la classe media lavoratrice in impoverimento tra, per semplificare in modo brutale, *alt right* di periferia e *woke left* urbana, introducendo così nella dialettica anche un elemento di classe, oltre a quello dei valori. Per come si è configurato lo scenario politico dopo il 22 ottobre, la SVP sembra aver perso la sua natura di partito di raccolta e sia finita a rappresentare l'anima liberale (e tecnocratica) della società sudtirolese. Un'anima che, lo insegnano gli ultimi 30 anni di politica nazionale e internazionale, può essere incarnata alternativamente tanto da forze che si richiamo alla destra quanto da forze orientate a sinistra. Non è un caso che la critica alla scelta della SVP arrivi da un movimento, il *No Excuses*, in tutto e per tutto un'espressione del ceto urbano istruito e progressista a cui la SVP ha smesso di rappresentare fin dall'alleanza con la Lega del 2018 e che, oggi, di fronte alla scelta di creare una giunta con un partito post fascista, rivendica un protagonismo sulla scena politica locale. La SVP si trova così sdraiata sul letto di Procuste, perché qualsiasi strada decida di percorrere finirebbe per scontentare qualcuno. Infatti, se tornasse sui propri passi spinta dalla vitalità del movimento *No Excuses* si precluderebbe un canale privilegiato con Roma e dovrebbe formare una giunta con forze politiche sulla carta meno docili rispetto a quelle della destra italiana. Se continua con la linea politica emersa dopo le consultazioni rischia sia di perdere il consenso del suo elettorato progressista sia di prestare il fianco alle forze della destra tedesca populista che, in termini elettorali, come si è visto più volte sulla scena politica nazionale, sono formidabili a capitalizzare consenso partendo dai maldestri tentativi delle forze moderate di rincorrerle, soprattutto sui temi della sicurezza e della sua percezione, un tema su cui, non a caso, la SVP ha puntato una parte consistente della sua ultima campagna elettorale. Passato al vaglio del *political compass*, lo scenario politico sudtirolese mostra tutta la sua frammentazione e le energie carsiche che lo attraversano, delineando un futuro sempre più incerto e in bilico. Serviranno intelligenze politiche non comuni per immaginare soluzioni in grado di uscire da questa situazione. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "Una mostra sulla speranza nel domani al Museion di Bolzano" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/12/una-mostra-sulla-speranza-nel-domani-al-museion-di-bolzano-su-esquire/ Last updated: 2023-12-13T12:54:02.000Z *Hope*, si intitola così la mostra inaugurata a Museion alla fine di settembre e che resterà aperta fino al prossimo 25 febbraio. L'operazione curata da Bart Van der Heide, Leonie Radine e DeForrest Brown Junior non potrebbe avere dichiarazione d'intenti più esplicita rispetto ai suoi intenti: mostrare come l'arte sia in grado di ricostruire un senso di speranza di fronte all'incertezza in cui siamo immersi. Per farlo, *Hope* espone una serie di opere che, dalla vaporwave all'afrofuturismo, dallo steampunk alla science fiction, attingono in modo evidente a immaginari ed estetiche tratte dalla cultura pop. È interessante notare, come ha fatto lo scrittore Claudio Kulesko commentando il lancio dell'articolo su Facebook, che un'operazione del genere corra il rischio di appartenere "già al passato - dopo essere stata neppure l'altro ieri, tra l'altro". Non ha torto Claudio. Annotavo nei miei appunti, visitando la mostra, che "quando il discorso dell'arte contemporanea si confronta col futuro a essere recuperati sono estetiche e immaginari nate, elaborate e fruite fuori dai suoi circuiti." Un gesto che a quel discorso e alle sue istituzioni pone una questione centrale rispetto a quale è il ruolo che esse vogliano giocare nella costruzione del futuro: un ruolo attivo, propulsivo, o un ruolo passivo, archivistico? Non è una domanda semplice a cui rispondere e, forse, non è una domanda che può avere una risposta secca. Può aiutare a trovare una risposta recuperare ancora una volta il concetto di semiosfera per come è stato elaborato da Lotman. ## 💎 Fermati un attimo! 💎 Ti piace leggere quello che scrivo e pensi che le cose che faccio siano importanti? Con una piccola donazione puoi aiutarmi a continuare in modo libero e indipendente. [Fai una donazione](https://donate.stripe.com/9AQ4h80GqfGK000dQQ?ref=flaviopintarelli.it) Pensando il mondo della cultura in base a quell'idea, per cui esiste una periferia dove vengono tradotti ed elaborati concetti altri che, progressivamente, si muovono verso un centro burocratizzato e gramamticalizzato, è evidente che un'istituzione come Museion si collochi in prossimità del centro della sua semiosfera di riferimento. Quello che recepisce, dunque, è effetivamente qualcosa di già passato, di già accaduto. Ciò non toglie che il ruolo di un'istituzione di questo genere sia anche quello di mediare certi concetti, estetiche e immaginari per un pubblico che non ha né i mezzi né un accesso alla periferia della semiosfera. Vuoi o non vuoi, questa mediazione non è solo un gesto importante. È anche la certificazione che concetti, estetiche e immaginari nati nel brodo di coltura delle sottoculture non hanno ancora esaurito la loro forzae, soprattutto, sono ancora disponibili a un'ulteriore elaborazione. Un'elaborazione che avviene con gli strumenti della cultura "alta" e permette loro di entrare in relazione con discorsi ulteriori rispetto a quelli che esprimevano al momento della loro elaborazione. Come mostra con efficacia Valentina Tanni in [*Memestetica*](https://www.neroeditions.com/product/memestetica-2/?ref=flaviopintarelli.it), viviamo in un'epoca in cui le tecniche artistiche d'avanguardia sono patrimonio dell'intelletto comune e possono essere praticate con facilità da chiunque grazie alla democratizzazione degli strumenti d'espressione resa possibile dalle tecnologie digitali. A questo cambiamento, il museo reagisce dunque facendosi, come accade in *Hope*, collettore e mediatore di concetti, estetiche e immaginari che, tra le sue mura, diventano disponibile per un rilancio e un'elaborazione che li apre a nuove connessioni, a nuove relazioni e, in ultima istanza, a nuove dimensioni produttive. > La mostra è caratterizzata infatti da un susseguirsi di soglie e limiti attraverso i quali il visitatore scivola, abbandonando progressivamente la realtà che lo circonda per immergersi nella dimensione altra, aliena, dei mondi futuristici che *Hope* costruisce per lui. [Una mostra sulla speranza nel domani al Museion di BolzanoL’ultimo capitolo del progetto Techno Humanities è dedicato all’arte come costruzione di mondi, per fondare una nuova speranza nel futuro che ci attende. Ecco Hope, in corso fino al 25 febbraio 2024.![](https://www.esquire.com/_assets/design-tokens/esquire/static/images/apple-touch-icon.1801cd0.png)Esquire![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod/images/13-nepenthe-summerpalaceruins-derbyquad-4k-07-656ddc4cd1e6d.jpg?crop=1.00xw:0.893xh;0,0.0812xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/arte-design/a46026248/museion-bolzano-mostra-hope/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Una mostra sulla speranza nel domani al Museion di Bolzano" su Esquire ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### Presentazione "Il velo" - Siena 14 dicembre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/09/presentazione-il-velo-siena/ Last updated: 2023-12-09T16:20:48.000Z Siena è una città importante per me, che ci ho vissuto ai tempi dell'università, e significativa per Alex, il protagonista de *Il velo*, il mio primo romanzo. Proprio a Siena, infatti, sono ambientate alcune scene del romanzo. 💃 **Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). Per questo motivo sono doppiamente contento che l'ultima presentazione dell'anno si svolgerà nella città toscana. Ad accogliere *Il velo* e me saranno le libraie della libreria Rebecca, in via Pantaneto 132\. A presentare il romanzo, invece, sarà lo scrittore Tommaso Ghezzi, che fu, con me, tra gli autori dell'antologia di racconti [Odi. Quindici declinazioni di un sentimento](https://flaviopintarelli.it/odi-quindici-declinazioni-di-un-sentimento/). ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/12/Locandina-presentazione-Il-Velo-Siena.jpeg) ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! ### "Il Velo" reading e presentazione - Bolzano 7 e 9 dicembre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/12/04/il-velo-reading-e-presentazione-bolzano/ Last updated: 2023-12-04T14:19:24.000Z *Il velo* ha un rapporto elettivo con Bolzano, città che fa da sfondo alle vicende dei suoi personaggi. È normale perciò che il romanzo, e io con lui, torni a incontrare le lettrici e i lettori della città in cui è ambientato. A dicembre abbiamo fissato due appuntamenti. Il primo appuntamento è il *reading* musicale accompagnato dalla chitarra e dai suoni di Francesco Sardella, previsto giovedì 7 dicembre alle ore 18:30 al Drin, il coworking in corso Italia. Il secondo appuntamento è una presentazione, prevista per sabato 9 dicembre alle 18:00 alla Nuova Libreria Cappelli. La presentazione è organizzata dal [festival letterario *Leggere le montagne*](https://www.alpconv.org/it/home/progetti/festival-leggere-le-montagne/?ref=flaviopintarelli.it) e a farmi compagnia sarà il ricercatore di EURAC Andrea Omizzolo. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/unamontagnadilibri23_imm_Il-velo.jpg) ## Scopri i miei contenuti Iscriviti alla newsletter per non perderne neanche uno Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam, lo giuro. ### "La guerra ai tempi dell'AI" su ōmega URL: https://flaviopintarelli.it/2023/11/29/la-guerra-ai-tempi-dellai-su-omega/ Last updated: 2023-11-29T08:00:52.000Z ōmega è una rivista attiva da qualche mese, tratta di intelligenza artificiale e ha una particolarità: è esplosa su diverse piattaforme. Instagram, LinkedIn, Spotify, Substack, ōmega produce o adatta contenuti per ognuno di questi servizi, adottando una logica reticolare nella sua attività. Registi dell'operazione sono Cesare Alemanni e Roberto Pizzato, che di recente mi hanno chiesto di partecipare al secondo numero della rivista, *Apocalisse*. [Login • InstagramWelcome back to Instagram. Sign in to check out what your friends, family & interests have been capturing & sharing around the world.![](https://static.cdninstagram.com/rsrc.php/v3/yG/r/De-Dwpd5CHc.png)](https://www.instagram.com/omega.rivista/?ref=flaviopintarelli.it) Segui ōmega su Instagram (non visualizza l'anteprima perché le piattaforme sono buh, ma ti assicuro che il link è giusto. [ōmega podcastListen to ōmega podcast on Spotify. ōmega è un social magazine che racconta l’intelligenza artificiale oltre l’hype. Ogni mese una diversa tematica monografica per parlare di AI e dei suoi riflessi sulla società. Fondato nel 2023 da Roberto Pizzato e Cesare Alemanni, giornalisti e professionisti del…![](https://open.spotifycdn.com/cdn/images/favicon32.b64ecc03.png)Spotifyrivista ōmega![](https://i.scdn.co/image/ab6765630000ba8a78ff203483755918fe8c69d0)](https://open.spotify.com/show/6dYIaQOtZ4Q83eaGsvVGPp?ref=flaviopintarelli.it) Ascolta i podcast di ōmega su Spotify. [ōmega | SubstackRaccontiamo l’AI oltre l’hype. Click to read ōmega, a Substack publication. Launched 2 months ago.![](https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3f49882c-5de4-425f-9cef-4f19dd443471%2Fapple-touch-icon-180x180.png)ōmegaōmega![](https://substackcdn.com/image/fetch/f_auto,q_auto:best,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Frivistaomega.substack.com%2Ftwitter%2Fsubscribe-card.jpg%3Fv%3D896296773%26version%3D9)](https://rivistaomega.substack.com/) Iscriviti alla newsletter di ōmega su Substack [ōmega | LinkedInōmega | 114 followers on LinkedIn. Il racconto dell'AI oltre l'hype. | Un magazine sull’Intelligenza artificiale e i suoi riflessi sulla società. Ogni mese una diversa tematica monografica. 12 post, due podcast e una newsletter mensili. L’intelligenza artificiale oltre l’hype.![](https://static.licdn.com/aero-v1/sc/h/al2o9zrvru7aqj8e1x2rzsrca)LinkedIn![](https://media.licdn.com/dms/image/D4D0BAQGAe6fp32GQXw/company-logo_200_200/0/1694595659026/omega_rivista_logo?e=2147483647&v=beta&t=2W5T5aQA1HCO1bvGh0_RPuAwDmfxeKDOFikbe_8vd3M)](https://www.linkedin.com/company/omega-rivista/?ref=flaviopintarelli.it) Segui ōmega su LinkedIn ### La guerra ai tempi dell'AI Partendo dall'analisi del modo in cui sono stati usati sensori, piattaforme digitali di comando e controllo e sistemi d'arma autonomi nel Nagorno Karabakh, in Ucraina e a Gaza ho provato a descrivere come l'intelligenza artificiale sta trasformando una delle più antiche e terribili attività dell'uomo: la guerra. > Eppure è proprio a questi tre violenti conflitti che deve guardare chi vuole capire come verranno combattute le guerre del futuro.Anche la guerra, infatti, evolve nel tempo, elaborando nuove idee strategiche e incorporando nuove tecnologie. Un circuito a feedback in cui i concetti guidano lo sviluppo delle tecnologie e queste ultime generano a loro volta nuovi concetti. Leggi il pezzo completo nella *gallery* ⤵️ ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_00.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_01.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_02.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_03.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_04.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_05.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_06.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_07.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_08.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/Guerra_09.png) ## Segui i miei contenuti Iscriviti alla newsletter e ricevi tutti gli aggiornamenti nella tua **inbox 📧* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam, ti cancelli quando vuoi 😉 ### Lavorare. Perché? - Rovereto 2 dicembre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/11/27/lavorare-perche/ Last updated: 2023-11-28T18:52:20.000Z *Lavorare. Perché?* è un'iniziativa che nasce da un gruppo informale di lavratrici e lavoratori trentini per condividere e rendere pubbliche le proprie esperienze professionali con un obiettivo ambizioso: cambiarle. Vita e lavoro, infatti, sono due ambiti che fanno fatica a conciliarsi, ma deve essere necessariamente così? *Lavorare. Perché?* nasce come primo passo di un percorso per provare a rispondere a questa domanda e ragionare su questa relazione sempre più disfunzionale attraverso una due giorni di dialoghi e laboratori aperti. La mattina di sabato 2 dicembre spetterà a me il compito di introdurne uno, intitolato *Lavoro digitale e sfruttamento*: *grafica, comunicazione e software*. L'evento si terrà a Rovereto, nell'Edificio dell’Orologio di Progetto Manifattura. I saluti sono fissati per le 09.30, mentre il laboratorio inzierà alle 09.45\. Per maggiori informazioni invito a consultare l'evento su Facebook. [Lavorare. Perché?Event by Enrico Cofler and 6 others on vrijdag, december 1 2023 with 245 people interested and 42 people going.![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yT/r/aGT3gskzWBf.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/400104589_10232475577854330_7613698838148771124_n.jpg?stp=c80.0.206.206a_dst-jpg_p206x206&_nc_cat=101&ccb=1-7&_nc_sid=5f2048&_nc_ohc=wXzWlsMvJR8AX8J-GBG&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfDNt-fTb9LwvXUHobIlvdKxGsI2ZzWfazILtynDc3QG2w&oe=656A99B2)](https://www.facebook.com/events/725914892758696) Guarda l'evento su Facebook per maggiori informazioni. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Cultura.jpeg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Istruzione-e-Ricerca.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Lavoro-digitale.jpeg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Organizzazione-collettiva.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Salute-e-disabilita-.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/11/LP-Sociale-e-sanitario.jpg) ### Spore #14 - Novembre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/11/26/spore-novembre/ Last updated: 2023-12-08T19:54:44.000Z Vorrei saper scrivere un romanzo fatto solo di atmosfere. Un romanzo impressionista, che riesca a esaurire con la scrittura la dolcezza di questi giorni. Il ruvido raspare delle foglie secche mosse dal vento sull'asfalto. Il suo gelido respiro che ti accarezza le gote mentre fa stormire le foglie tutto intorno. Il modo in cui esse, danzando sui rami prima di cadere sul selciato, fanno vibrare la radiazione dorata del sole che attraversa il cielo in cerchi sempre più brevi, sempre più bassi. L'accendersi improvviso del *foliage*, il suo divampare e il suo spegnersi improvviso. L'ombra nera delle montagne ritagliata contro il blu petrolio del cielo. La croccantezza del freddo della notte autunnale nel cui buio si accedono, vicinissime, a portata di mano, le stelle. Vorrei davvero avere il dono di saper fissare questi istanti, la bellezza mozzafiato dell'ennesimo novembre senza pioggia, senza neve. Questa bellezza mozzafiato che annuncia l'apocalisse senza il ruglio cupo dei tuoni, senza il bagliore accecante dei lampi, senza il pugno dei fulmini che si scaricano a terra da cumuli di nubi nere che s'avanzano in cielo. ### Cose che hanno dato sollievo alla mia mente - *The Great Escape*, Larry June & The Alchemist: ho aspettato questo disco per molti mesi, al punto che avevo perso le speranze di averlo davvero. Poi è arrivato. L'ho fatto girare sul piatto una sera, la prima da solo dopo due anni, e mi sono abbandonato alle sue morbide, lisce atmosfere. - *Glen Scotia* 15 Years: caldo, dolce, rotondo. Lo scotch di cui avevo bisogno per illuminare certe notti d'autunno. ### Cose che ho fatto e che farò - Novembre è stato il mese di *Longing for Belonging*, terzo lavoro collettivo organizzato per Museion Art Club. Tre giorni per riflettere sull'emozione dell'appartenenza, per chiedersi cosa significa avere o non avere una casa, per tornare a incontrare persone, anche solo per poche ore. Forse ci scriverò, forse no. - Sabato 2 dicembre sarà a Rovereto per introdurre il tavolo *Lavoro digitale e sfruttamento: grafica, comunicazione e software*, organizzato nell'ambito di [*Lavorare. Perché?*](https://www.facebook.com/events/725914892758696?acontext=%7B%22event%5Faction%5Fhistory%22%3A[%7B%22mechanism%22%3A%22calendar%5Ftab%5Fevent%22%2C%22surface%22%3A%22bookmark%5Fcalendar%22%7D]%2C%22ref%5Fnotif%5Ftype%22%3Anull%7D), una due giorni per ripensare il modo in cui lavoriamo. - A dicembre *Il velo* e io torniamo a incontrare lettrici e lettori. Due volte a Bolzano, una volta in trasferta. Seguiranno aggiornamenti. ## Iscriviti a **Spore* Esce quando mi pare, ma nel frattempo pubblico anche altro. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Niente spam, ti cancelli quando vuoi 📧 ### La fine dell'orizzontalità (?) URL: https://flaviopintarelli.it/2023/11/07/fine-orizzontalita/ Last updated: 2023-11-07T17:13:11.000Z Qualche giorno fa, su Facebook, lo scrittore Claudio Kulesko scriveva: "Raga, prima era pieno zeppo di riviste online, ce n'era a pacchi, la situazione era tipo insostenibile. Ora non c'è più neppure una rivista online su cui fare recensioni non a gratis. Claudio non ha torto, l'arcipelago di riviste nato intorno a *Prismo* si è come inabissato e la scena di giornalismo culturale che era fiorita grazie a quella e ad altre esperienze sembra essersi esaurita. Guardandola oggi, col senno di poi, quella scena appare come un'anomalia che emergeva da un contesto particolare come quello italiano. Produrre contenuti grazie al mecenatismo dei *brand*, il modello elaborato da *Prismo* e messo in atto dai vari *The Towner*, *Pixartthinking*, *Il Tascabile* (una delle poche isole sopravvissute all'inabissamento), si è dimostrato un *business model* fragile e aleatorio. Per qualche anno sono stato convinto potesse essere un modello scalabile; mi sbagliavo (ciao Marco, avevi ragione tu). Il semplice avvicendamento di un direttore *marketing* in azienda era sufficiente per terminare un progetto, lasciando senza riferimenti il network di scrittori che intorno a esso era stato raccolto grazie al lavoro degli editor. Così, mano a mano che le isole iniziavano a scomparire, gli scrittori che erano abituati a navigare dall'una all'altra per poter piazzare il proprio prodotto hanno cominciato a perdere i loro punti di riferimento, disorientati dal mutamento del paesaggio. Nel corso di questi anni, infatti, il modello economico alla base della produzione di contenuti è cambiato e, con sempre maggior decisione, si è orientato verso un modello basato sul concetto di abbonamento. Un modello abbastanza flessibile da costituire una risposta sia per le testate, che potevano integrare l'attività di fidelizzazione dei propri lettori e la costruzione di *community* legate al proprio marchio col tradizionale modello pubblicitario, che per i creatori di contenuti individuali, che potevano usarlo per perseguire il sogno di un'indipendenza professionale. Un sogno che poggia sulla disintermediazione della tradizionale filiera di produzione e distribuzione del contenuto in direzione di una forma di lavoro culturale sempre più autonomo che avrebbe senso chiamare *selfpublishing,* se questa parola non fosse un *dogwhistle* per stronzi dalle passioni tristi. Piattaforme come *Medium* e *Substack*, per limitarci a quelle più orientate alla parola scritta come *medium*, sono state fondamentali nell'indirizzare i creatori di contenuti individuali verso il modello economico basato sull'abbonamento. A prima vista, si potrebbe scambiare questo movimento per un ritorno al passato, all'epoca dei blog, con in più un solido meccanismo per monetizzare quello che un tempo era soltanto lavoro gratuito. Non è così. Alla base del blog come *tool* e artefatto culturale c'è infatti il concetto di *log*, di registro. Il *web-log* non è altro che un diario digitale e connesso e, in quanto tale, incorpora una forma di orizzontalità totale. Dalla riflessione personale alla nota, dal saggio al racconto, dallo sfogo all'autofiction, il blog è aperto a qualsiasi tipo di contenuto proprio perché il suo sviluppo appare, almeno all'inizio, slegato dalla necessità di monetizzare e più orientato a soddisfare quel bisogno espressivo spesso informe che, oggi, è stato ampiamente catturato dalle piattaforme social. Al contrario, le attuali piattaforme di scrittura basate sul modello economico dell'abbonamento spingono il *creator* ad adottare un approccio verticale. Per avere successo attraverso la produzione di contenuti è necessario ritagliarsi un posizionamento ben preciso per il proprio *personal brand*. Per farlo serve individuare una verticale tematica inedita o elaborare un punto di vista peculiare attraverso cui servire la propria nicchia di pubblico. Solo in questo modo è possibile ottimizzare le propria produzione di contenuti per generare la massa critica di utenti necessaria a rendere sostenibile la propria attività di *creator*. *Platformer* di Casey Newton, uno dei creator di maggior successo su Substack, è una pubblicazione che si occupa solo ed esclusivamente di piattaforme digitali. *Futura Doctrina* di Mick Ryan (a proposito ho un pass per accedere all'archivio gratis per un mese, se ti interessa scrivimi), invece, tratta l'invasione dell'Ucraina, quella di Gaza, la sicurezza di Taiwan e gli sviluppi futuri della guerra. Un approccio distante da quello che Mark Fisher adottava quando scriveva il suo *k-punk*, un prodotto meno sistematico e frammentato dei due esempi citati. Lo si può capire leggendone [l'antologia pubblicata qualche anno fa da Repeater Books](https://repeaterbooks.com/product/k-punk-the-collected-and-unpublished-writings-of-mark-fisher-2004-2016/?ref=flaviopintarelli.it) e tradotta in italiano da Minimum Fax che ha deciso di organizzarla in tre diversi volumi, ognuno di essi organizzato per verticali tematiche, a testimonianza di quanto fosse esploso il modo in cui Fisher si dedicava alla scrittura del suo blog. Progetti come *Prismo* e, prima di lui, la scena dei blog collettivi italiani - *Nazione Indiana*, *404 File not Found*, *Lavoro Culturale* solo per fare qualche esempio - avevano capitalizzato proprio quest'approccio orizzontale e fortemente orientato al bisogno espressivo. Era proprio questa la radice della loro anomalia, della loro eccentricità rispetto al resto del panorama editoriale digitale, nazionale e non solo. Oggi, purtroppo, gli spazi per quel genere di produzione sembrano essersi estremamente ridotti. Da una parte, infatti, il bisogno espressivo è stato catturato in vari modi dalla piattaforme *social* che, insistentemente, spingono i loro utenti a condividere cosa stanno pensando o cosa c'è di nuovo. Dall'altra parte, sempre più interessate a trattenere gli utenti al loro interno, le stesse piattaforme *social* hanno limitato il lato sociale della distribuzione dei contenuti, rendendo lo scrivere "non per i numeri ma per le relazioni" sempre più complesso. Si è rotto infatti quel meccanismo che, fino a pochi anni fa, permetteva a perfetti sconosciuti di distribuire i propri contenuti sviluppando relazioni significative a livello professionale e umano. Un guasto evidente su *X*, il fu *Twitter*, dove ormai, a meno di non pagare il pizzo richiesto per ottenere la spunta blu, la *reach* è a tal punto disallineata dal numero dei *follower* da rendere il network inutilizzabile come canale di distribuzione. L'*ethos* del blogging si è estinto dunque? Non so se sia corretto essere così categorici ma, di certo, provare a essergli fedeli è sempre più complicato in un panorama dominato da piattaforme che formattano la produzione in modo sempre più ottimizzato per un modello economico basato sull'abbonamento. Personalmente ho scelto, un po' per incapacità e un po' per sensibilità, di non incamminarmi lungo quel tipo di percorso, continuando a ritagliarmi su questo sito uno spazio orizzontale e frammentato, in attesa di capire se e come elaborare una cifra personale con cui abitare questa fase dello sviluppo della rete. ### Longing for Belonging - Bolzano 9-16-24 Novembre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/11/06/longing-for-belonging-bolzano-museion-art-club/ Last updated: 2023-11-06T08:36:17.000Z Che significato ha la parola "appartenere" in un mondo dove il sentimento dell'appartenenza non è più legato alla dimensione fisica dell'abitare un luogo? È a partire da questa domanda che abbiamo costruito *Longing for Belonging*, un programma di eventi che si terrà dal 9 al 24 novembre, nelle sale di Museion a Bolzano. *Longing for Belonging* è il terzo capitolo di *Beyond the Artwork*, il percorso di ricerca dedicato all'esplorazione del rapporto tra salute mentale e pratiche artistiche, a cui ho iniziato a lavorare nel 2021 insieme a Brita Köhler, Frida Carazzato, Giulia Cordin e Michael Scerbo, miə compagnə di lavoro nel gruppo *content* di [Museion Art Club Forum](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/). Come era già stato per [*Opening the Pill*](https://flaviopintarelli.it/2022/11/07/opening-the-pill-museion-bolzano/) e [*Forget\_me\_not*](https://flaviopintarelli.it/2023/04/19/forget%5Fme%5Fnot%5Fmuseion%5Fbolzano/)*,* i due precedenti eventi organizzati dal nostro gruppo di lavoro, anche *Longing for Belonging* è un evento che trascende il concetto stesso di evento, trasformandosi in qualcosa di più e di diverso, al tempo stesso rituale collettivo, unità di produzione di contenuto artistico e spaziotempo performativo. Il filo di *Longing for Belonging* si svilupperà infatti a partire da *Assemblage #1*, parassita architettonico realizzato da [Parasite 2.0](https://parasiteparasite.com/?ref=flaviopintarelli.it) che, per tutta la durata del mese di novembre infesterà con la sua presenza [*Hope*](https://www.museion.it/2023/09/hope/?ref=flaviopintarelli.it), la mostra attualmente in corso a Museion. *Assemplage #1* diventerà anche, in virtù della sua natura liquida e proteiforme, oggetto di scena delle performance e degli eventi che costituiscono *Longing foir Belonging*, nonché una sorta di abitazione, precaria e temporanea, per il pubblico che cui parteciperà. Ad aprire il programma giovedì 9 novembre sarà infatti una performance musicale che partirà da Piazza Municipio a Bolzano e a cui seguirà, a Museion, la performance *Curva Cieca* dell’artista Muna Mussie. Il 16 novembre, presenteremo il cortometraggio *Anatomia urbana*, ideato e curato da me per la regia e la direzione alla fotografia di Armin Ferrari, con la colonna sonora di Claudio Rocchetti. A seguire la lettura di *Nebbia*, un racconto inedito di commissionato per *Lonmging for Belonging* allo scrittore Gianluca Didino. Il 24 novembre, ancora a Museion, presenteremo la long performance *La Casa* della coreografa e artista Aitana Cordero, realizzata in collaborazione con l’etichetta discografica SCUM che completerà l’evento curando DJ set e un live-set dalle ore 12 a mezzanotte. In coda alla performance verrà letto anche il Manifesto che chiuderà e rilancerà la riflessione aperta da *Longing for Belonging*. Il Manifesto è aperto e modificabile per incorporare il maggior numero possibile di punti di vista. Clicca sul pulsante per leggerlo e contribuire. ⤵️ [Leggi e contribuisci al Manifesto](https://docs.google.com/document/d/1d-2yPFyvK1Qwrg0JBHJSeeeUOIwUmfLd/edit?ref=flaviopintarelli.it) --- ## Poetics for surviving in a homeless world > Eppure, con il suo corpo a forma di disco e il reattore cilindrico separato dal resto, l’astronave aveva un aspetto del tutto diverso dalla portaerei oceanica di due secoli prima. Per Zhang Beihai, assistere alla prematura fine della Tang era stato come perdere la sua dimora spirituale, anche se non vi aveva mai abitato. E adesso, l’enorme struttura davanti a sé gli suscitò lo stesso senso di appartenenza. > Cixin Liu, La materia del cosmo Dai precari della classe cognitiva ai nuovi poveri delle periferie urbane, dai rifugiati in fuga dalla guerra ai nomadi del lavoro digitale, nel tempo ipermoderno che ci è dato vivere, essere senza casa è una condizione che accomuna un numero di persone in crescita costante. Mentre cerchiamo di capire come sopravvivere all’evaporare di un diritto che avevamo dato per scontato mentre ad altri è stato negato da domicili fittizi o architetture ostili, intorno a noi i presagi del collasso si fanno sempre più cupi e frequenti e capiamo che a rischio non sono solo le nostre abitazioni, ma il pianeta intero. La nostra casa è in fiamme e noi, impotenti di fronte a un rogo per cui there is no alternative, troviamo rifugio in metaversi digitali progettati per essere sempre più accattivanti e pervasivi. Rassicuranti gorghi, modellati in risposta alle nostre aspettative, che rispecchiano i nostri gusti e bisogni, trascinandoci in una fuga prospettica senza soluzione di continuità verso una dimensione in cui la mente trascende e il corpo scompare. Di quali poetiche abbiamo bisogno per sopravvivere in un mondo in cui essere senza casa sarà una dimensione che sempre più spesso ci accomunerà? A quali spazi ha senso dare significato se lo stesso “appartenere a” viene messo in discussione? Progettate nel quadro di Beyond the Artwork, un percorso di ricerca sulle interazioni tra salute mentale e pratiche artistiche, le opere e gli eventi che compongono Longing for Belonging provano a rispondere a questa domanda chiedendosi cosa significa appartenere a qualcosa - a un corpo, a un luogo, a una comunità - in un’epoca che, di crisi in crisi, procede per sincopi e convulsioni verso futuro sempre più incerto. --- ### Programma - 09.11.2023 18:30 – 21:00 presso Piazza del Municipio, Bolzano. Il coro *Note di Classe,* coordinato da Greta Marcolongo, accoglierà il pubblico con testo di YOMER. A seguire presso Museion performance di Muna Mussie *Curva cieca.* - 16.11.2023 19:00 – 21:00 presso Museion. Proiezione del corto *Anatomia urbana* di Flavio Pintarelli, regia e direzione alla fotografia Armin Ferrari e colonna sonora di Claudio Rocchetti. A seguire lettura di alcuni brani dai racconti inediti dell’autore Gianluca Didino sull’appartenenza e lo straniamento. - 24.11.2023 dalle ore 12:00 fino a mezzanotte presso Museion. Alla long performance *La Casa* della coreografa e artista Aitana Cordero seguiranno la lettura pubblica del Manifesto del progetto. Completerà la giornata una selezione di DJ a cura di Felix Lintner e Thomas Bua (SCUM) in collaborazione con Philipp Kieser. ### #elezioniprovinciali23 - La turbolenza #1 URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/23/elezioni-provinciali-bolzano-2023/ Last updated: 2025-03-23T19:45:42.000Z Non fidatevi di chi, stamattina, vi racconta che tutto sommato si sapeva. Fino a poche settimane fa vi avrebbe detto che non sarebbe cambiato nulla, e invece. Invece è successo. Per la prima volta nella sua storia, la SVP scende, e di parecchio, sotto la soglia psicologica del 38%. Così, invece che imbarcare un partito italiano e governare, Arno Kompatscher dovrà mediare e cercare un terzo partner di giunta. Il problema è che la composizione del consiglio riflette una società molto più frammentata di quanto moltə pensassero. È un Alto Adige più spaventato di quanto si credesse, un Alto Adige, soprattutto quello di madrelingua tedesca, che guarda a destra e su cui pesa, e parecchio, l'ampio movimento di renitenza al vaccino. C'è infatti l'ombra della pandemia su questo risultato elettorale, che [segna un epoca e certifica l'evaporazione di una società che non esiste più](https://flaviopintarelli.it/2021/12/20/alto-adige-cronaca-estinzione/). Dare vita a una giunta, numeri alla mano, sarà un arduo lavoro di incastri, un puzzle in cui ci saranno sempre dei pezzi che non si incastrano gli uni con gli altri. Facciamo un esempio? Se Kompatscher decidesse di ignorare i segnali che arrivano dal suo gruppo etnico potrebbe dare vita a una giunta con Partito Democratico, Verdi e Team K (opzione Jamaica). Un po' il suo canto del cigno se vogliamo ma, soprattutto, una scelta che alimenterebbe scontenti e instabilità nella SVP, un partito che cerca disperatamente una stabilità ormai perduta. Le altre opzioni possibili non sono meno complesse. Facciamo un altro esempio? Kompatscher potrebbe decidere di dare vita a una giunta di centro destra con Freiheitliche, Fratelli d'Italia e Lega. Una maggioranza risicata e fragilissima. Si potrebbe dunque dire, facendo una battuta, che questo è un consiglio provinciale così italiano (cit. Tony Effe), forse fin troppo italiano (cit. Stanis La Rochelle). Che non si dica quindi che non viviamo in tempi interessanti. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Perché le prossime elezioni in Sudtirolo saranno le più importanti di sempre" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/21/perche-le-prossime-elezioni-in-sudtirolo-saranno-le-piu-importanti-di-sempre-su-esquire/ Last updated: 2023-10-23T07:34:52.000Z Per anni, il panorama politico del Sudtirolo è sembrato granitico e immutabili. Le cose sono cambiate. Le elezioni provinciali che si terranno domenica 22 ottobre si presentano come le più incerte da molti anni a questa parte, forse le più incerte di sempre. La posta in gioco è incredibilmente alta, ed è la governabilità di un territorio che ha fatto di una *leadership* forte il segreto del suo sviluppo e del suo benessere. Su Esquire Italia ho raccontato le "più importanti elezioni di sempre" in Sudtirolo. [Perché le prossime elezioni in Sudtirolo saranno le più importanti di sempreUna storia di scandali, controversie e... “il peggior presidente della storia del Sudtirolo”.![](https://www.esquire.com/_assets/design-tokens/esquire/static/images/apple-touch-icon.1801cd0.png)Esquire![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod/images/1065132-no-name-6523ea6f9861a.png?crop=1.00xw:0.752xh;0,0.139xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/news/politica/a45465457/elezioni-sudtirolo-2023-widmann/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Perché le prossime elezioni in Sudtirolo saranno le più importanti di sempre" su Esquire. ### Fatti non foste, ma solo interpretazioni URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/18/fatti-non-foste-ma-solo-interpretazioni/ Last updated: 2023-10-18T09:50:14.000Z *Nelle ultime ore, la discussione digitale sulle responsabilità del bombardamento dell'ospedale Al Ahly a Gaza si è fatta così pesante da diventare insostenibile. Il coinvolgimento emotivo, il meccanismo di azione e reazione e la velocità che caratterizza la propagazione delle informazioni sui social hanno fatto saltare tutti i paletti utili ad accertare lo svolgimento dei fatti. Due realtà alternative hanno preso forma sotto gli occhi di chi si è limitato ad osservare il dibattito in attesa di elementi in grado di chiarirne lo svolgimento. Per quanto il termine possa non piacere, questa è la dimensione post fattuale che caratterizza [l'interstizio tra due tempi in cui ci troviamo a vivere](https://imperfectnotes.substack.com/p/not-quite-here-but-yet-at-hand?utm%5Fsource=post-email-title&publication%5Fid=288003&post%5Fid=138004366&utm%5Fcampaign=email-post-title&isFreemail=true&r=d9p&utm%5Fmedium=email). Come contributo alla riflessione, ripropongo qui un pezzo pubblicato anni fa su Prismo e oggi non più disponibile. Il pezzo è datato e alcuni riferimenti o conclusioni potrebbero essere oggi diverse.* Qual è il filo conduttore che lega tra loro la Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: *post truth*. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di postverità, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato [*The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life*](https://www.amazon.it/gp/product/B004QGYWN0/ref=as%5Fli%5Fqf%5Fsp%5Fasin%5Fil%5Ftl?ie=UTF8&camp=3370&creative=23322&creativeASIN=B004QGYWN0&linkCode=as2&tag=internazional-21&ref=flaviopintarelli.it). Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità? Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna sembra riduttivo. La bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Ma in questo caso pare che siamo di fronte a qualcosa di diverso. La postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza. Affermare che i migranti accolti nel nostro paese “ricevono” 35 euro al giorno tecnicamente non è una menzogna, significa ignorare deliberatamente che [quella cifra rappresenta il costo medio giornaliero pro capite](http://www.internazionale.it/notizie/2014/11/15/quanti-soldi-ricevono-davvero-i-rifugiati?ref=flaviopintarelli.it) speso per la gestione di una persona immigrata nel nostro paese. Oltrepassare questo fatto permette di costruire una narrativa in cui [gli italiani vengono rappresentati come vittime di un’ingiustizia](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18453&ref=flaviopintarelli.it), che viene sfruttata per portare avanti una precisa agenda politica. L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo - forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo - apre a un ulteriore oltrepassamento, quello dei fatti appunto. All’epoca della postverità fa da corollario una società post fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato. Rispondendo “sono felice di non avere nessuna di queste organizzazioni dalla mia parte, perché penso che la gente di questo paese ne abbia abbastanza degli esperti” a un giornalista che lo sfidava a nominare una singola istituzione economica indipendente a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il Brexiter Michael Gove ha forse fornito certificazione più cristallina di questo stato di cose. Nel suo caso il giudizio degli esperti, coloro a cui la società ha delegato il compito di aiutarla a stabilire cosa è vero e cosa non lo è, cessa di essere così la pietra angolare sulla quale vengono prese le decisioni, per diventare un’opzione disponibile tra tutte le altre, negoziabile anche con quelle opinioni che non si basano o che rifiutano un metodo di valutazione condiviso. Ma in che modo si è prodotto questo oltrepassamento dei fatti e della nozione di verità basata su di essi? ### Dal volere divino alla società dei dati: breve storia del giudizio Reso celebre da una battuta pronunciata due volte in sei stagioni da Tyrion Lannister, il processo per combattimento, così come quello per calvario, è un metodo di accertamento della verità basato sul giudizio divino. Un retaggio atavico per cui la verità discende sulla terra per volere di Dio. Perciò se sei abbastanza resistente, cazzuto o ricco hai sempre la possibilità di far valere il tuo punto di vista sugli altri; non importa che tu sia colpevole o innocente, se vinci il combattimento o resisti alla tortura il volere di Dio è con te e certifica che la verità è dalla tua parte. La pubblicazione della Magna Carta e la conseguente abolizione del processo per calavario misero fine a questo sistema di giudizio nel 1215 d.C. Il principio per cui un uomo non poteva essere imprigionato, arrestato o giudicato se non in base al giudizio dei suoi pari o alle leggi del paese introdusse un nuovo genere di processo, quello condotto da una giuria. Fu grazie a questo cambiamento che nacque una vera e propria “cultura del fatto”. Ovvero l’idea che solo quanto poteva essere osservato e testimoniato dovesse costituire la base della verità e l’unica forma di prova ammissibile non soltanto in tribunale ma in ogni ambito in cui a essere in discussione fosse la verità di qualcosa. La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo e il fondamentalismo hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto da sinistra, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto da destra, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del [superamento dei fatti come base per la verità](http://www.newyorker.com/magazine/2016/03/21/the-internet-of-us-and-the-end-of-facts?ref=flaviopintarelli.it) vanno ricercati in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian in luglio, [la tecnologia ha disintermediato la verità](https://www.theguardian.com/media/2016/jul/12/how-technology-disrupted-the-truth?ref=flaviopintarelli.it). Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita. L’avvento di internet e delle tecnologie digitali ha infatti avuto come conseguenza un aumento esponenziale della quantità di informazione che produciamo e a cui siamo esposti. Non soltanto per la facilità e l’ecnomicità con cui abbiamo accesso agli strumenti di produzione e distribuzione di informazione (blog e social network su tutti), ma anche perché il semplice collegarci a internet da un pc o da uno smartphone significa trasformare noi stessi in produttori di (meta)dati. L’indebolimento dell’autorevolezza dei tradizionali istituti (giornali, università, centri di ricerca) a cui era delegato il compito di analizzare i fatti, e stabilire in base a essi la verità, è perciò da una parte conseguenza dell’aumento del numero di possibili fonti di informazione a cui attingere e della ridefinizione della gerarchia del sapere che la rete ha determinato, favorendo l’orizzontalità di un rapporto basato sul numero di legami tra una fonte e le altre (l’ecosistema dei link), piuttosto che la verticalità di un rapporto basato sulla mutua autovalutazione di una fonte sull’altra, all’interno un gruppo chiuso (la pratica della peer review). Dall’altra parte, alla base di questo indebolimento c’è anche e soprattutto la progressiva sostituzione dei fatti coi dati, ovvero la sostituzione dei fenomeni osservabili con quelli quantificabili. Un esempio ce lo fornisce il concetto di [*Signals Intelligence*](https://www.nsa.gov/about/faqs/sigint-faqs.shtml?ref=flaviopintarelli.it), ovvero il controspionaggio basato sull’analisi di segnali elettromagnetici. Come appare dalla lettura dei [Drone Papers](https://theintercept.com/drone-papers/?ref=flaviopintarelli.it), nello scenario della guerra al terrorismo molte delle decisioni sulle esecuzioni a distanza portate a termine dalle agenzie di intelligence americane attraverso l’uso di droni vengono prese esclusivamente sulla base dell’[analisi di dati digitali](https://theintercept.com/drone-papers/the-assassination-complex/?ref=flaviopintarelli.it). L’accensione di un determinato telefono satellitare, in una certa zona, a un’ora definita sono segnali sufficienti per far scattare un’operazione. Il tutto senza dover disporre di alcuna conferma o testimonianza diretta dell’attività in cui il bersaglio è impegnato al momento in si producono le condizioni per l’inizio dell’attacco. Come emerge dai leak pubblicati da *The Intercept*, questa pratica finisce per ridursi spesso e volentieri nello [sparare alla cieca](https://theintercept.com/drone-papers/firing-blind/?ref=flaviopintarelli.it), dimostrandosi di gran lunga più dannosa che efficace. Eppure l’idea che sia possibile sostituire all’accertamento della verità tramite fatti osservabili e testimoniabili un accertamento della verità basato sulla raccolta e l’analisi dei dati digitali non risulta per nulla scalfita dall’inefficacia di questa strategia. Questo accade perché la nostra società è infatti in piena transizione versa un modello in cui i dati rappresenteranno la base del nostro giudizio e delle nostre pratiche di accertamento della verità, una società post fattuale appunto. Ma in una simile società, in che modo potremo accedere ai dati e, di conseguenza, come potremo accedere alla verità? ### Ciò a cui credi dà forma alla tua realtà Secondo la celebre tesi di Lev Manocivh esistono due modi per accedere all’esperienza tramite i linguaggi digitali: lo spazio virtuale 3D e il database informatico. Seppure esistano forme pure di queste due modalità di accesso digitale all’esperienza, la maggior parte del tempo che trascorriamo connessi a un dispositivo digitale noi lo facciamo attraverso interfacce che ibridano queste due forme. Si tratta prevalentemente dei social network e dei motori di ricerca, ovvero di spazi virtuali al cui interno possiamo compiere una serie di operazioni sui dati presenti nei loro database. Ma quale forma di accesso all’esperienza e al mondo configurano per noi i social network? Facebook, Twitter e gli altri social sono in primo luogo uno spazio entro cui definiamo la nostra identità. La scelta di un avatar, la compilazione di una scheda con le nostre informazioni e la pubblicazione di contenuti all’interno della piattaforma sono tutti atti e momenti che servono a costruire la nostra identità dentro quello specifico spazio. Tuttavia, diversamente da quanto accadeva un tempo, oggi le piattaforme di social networking tendono a far coincidere la nostra identità reale con quella virtuale. Questa tendenza a far coincidere identità reale e virtuale degli utenti social è la diretta conseguenza del modello di business prevalente per le piattaforme. Un modello che si basa sulla vendita di spazi pubblicitari a inserzionisti interessati a poter disporre di raffinati strumenti di targeting per le loro campagne di comunicazione. Perciò, più l’identità virtuale degli utenti coincide con la loro identità reale e più questi dati saranno attendibili e dunque di valore per gli inserzionisti interessati ad acquistarli. Ma la questione non si esaurisce qui. Più informazioni sull’utente la piattaforma ha a disposizione e più questa può migliorare l’esperienza d’utilizzo, fidelizzando l’utente. La raccolta e l’analisi dei dati è infatti alla base della personalizzazione delle nostre esperienze all’interno degli spazi digitali. Processati da potenti algoritmi, questi dati vengono elaborati per fornirci contenuti basati sulle nostre precedenti esperienze di navigazione e quindi ritenuti potenzialmente interessanti. Di fatto, esiste un mondo di contenuti e informazioni potenzialmente differente per ogni singolo utente di ogni singola piattaforma. Questa continua e pervasiva personalizzazione delle esperienze tende a isolare gli utenti, impemebilizzandoli nelle loro credenze e favorendo la [creazione di reti e cluster di utenti estremamente polarizzati](http://www.pewinternet.org/2014/02/20/mapping-twitter-topic-networks-from-polarized-crowds-to-community-clusters/?ref=flaviopintarelli.it) intorno a singole idee, contenuti, fonti di informazone. Non bisogna però credere che noi utenti assumiamo una postura passiva di fronte a questa situazione. Le interfacce con cui accediamo alla rete sono infatti disegnate per garantirci una certo grado di interattività attarevrso funzioni dette *call to action*. Di coseguenza le piattaforme sono pensate per permetterci di agire e influire sull’esperienza del mondo che apparecchiano per noi. Il carattere di queste interazioni è, pervalentemente, imperativo. Pubblica, retwitta, condividi, posta non sono, come potrebbe sembrare delle semplici possibilità, ma un menu di ordini che possiamo scegliere di eseguire, ma a cui non possiamo sottrarci. Se lo facessimo perderemmo infatti qualsiasi valore agli occhi della piattaforma, perch p attraverso l’esecuzione di questi ordini che produciamo quei dati necessari per trasformarci in audience targhettizzata e dare vita alla nostra esperienza di navigazione. In una sequenza del quarto episodio della seconda stagione di *Mr.Robot*, Angea Moss assiste all’arresto di uno dei dirigenti della E Corp responsabile del disastro ambientale in cui la madre ha perso la vita. Mentre avviene l’arresto, Angela sta ascoltando con gli auricolari una musica calma e rilassante su cui una voce femminile ripete alcuni imperativi di *self help*: “faccio in modo di ottenere le cose che voglio”, “dissolvo tutti i falsi messaggi”, “le cose in cui credo creano la mia realtà”, “tutti i miei sogni si stanno avverando, proprio in questo momento”. Come Angela anche noi abitanti di una società post fattuale, arlati dal discorso della postverità, stiamo facendo in modo ottenere le cose che vogliamo, impermeabilizzandoci in un’esperienza del mondo da cui abbiamo cancellato tutto ciò che nega le nostre credenze, in base alle quali stiamo dando forma alla realtà che ci circonda, una realtà in cui tutti i nostri sogni si stanno avverando...soltanto a un clic di distanza. ### Il realismo non è la soluzione L’esito del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha mostrato quali siano i rischi che si corrono vivendo in una società post fattuale e agendo in un’era di postverità. La mancata assunzione di responsabilità da parte dei leader sostenitori della Brexit è un *vulnus* che ha sottolineato in modo doloroso quanto una politica basata esclusivamente sulle emozioni possa nuocere al processo democratico di un paese. Ma come possiamo affrontare questa transizione da una società che per secoli ha basato sui fatti l’accertamento della verità, a una che sta sostituendo i fatti coi dati? La ricerca di una soluzione tecnologica, [come quella che Facebook rincorre da anni](http://corriereinnovazione.corriere.it/tech/2015/12-febbraio-2015/facebook-bufale-futuro-giornalismo-230974026436.shtml?ref=flaviopintarelli.it), per limitare la diffusione di bufale e notizie false in rete non sembra aver portato i risultati sperati. Facebook è riuscita a limitare l’incidenza delle notizie fake all’interno del proprio network né [appoggiandosi agli utenti](https://newsroom.fb.com/news/2015/01/news-feed-fyi-showing-fewer-hoaxes/?ref=flaviopintarelli.it) attraverso meccanismi di segnalazione, né [affidandosi in toto agli algoritmi](http://www.theverge.com/2016/8/30/12702478/facebook-trending-topics-fake-news-megyn-kelly?ref=flaviopintarelli.it). La piattaforma inoltre continua a [non volersi considerare una media company](http://qz.com/770743/zuckerberg-says-facebook-will-never-be-a-media-company-despite-controlling-the-worlds-media/?ref=flaviopintarelli.it), dovendosi così confrontare con gli standard deontologici che questa definizione porta con sé e continuando ad agire in modo ambiguo secondo i propri interessi. Sarebbe utile cominciare a ripensare radicalmente il concetto di verità in base alla transizione tra il mondo dei fatti e quello dei dati che stiamo vivendo. Potremmo farlo innanzitutto pretendendo [trasparenza dagli algoritmi](https://motherboard.vice.com/it/read/right-to-explanation-paper-ue?ref=flaviopintarelli.it) che regolano le nostre esperienze negli spazi digitali e, in secondo luogo, pensando a una nuova etica che [regoli la progettazione di questi spazi.](http://nova.ilsole24ore.com/frontiere/etica-e-design-dellinformazione/?ref=flaviopintarelli.it) Strumenti del genere e un tale cambiamento di paradigma ci aiuterebbero a ricostruire la nozione di realtà sulla base delle trasformazioni che stanno interessando la nostra società. Perciò, [seppure seducente](https://granta.com/why-were-post-fact/?ref=flaviopintarelli.it), proporre un [*New Realism*](https://www.alfabeta2.it/2011/09/09/manifesto-del-new-realism/?ref=flaviopintarelli.it), come ha fatto qualche anno fa il filosofo Maurizio Ferraris, non sembra essere la prospettiva più corretta. La proposta di Ferraris infatti non pareva tenere conto dello spostamento di paradigma che abbiamo provato ad analizzare. Il realismo, da solo, non basta a ricostruire il nostro rapporto con la realtà, perché esso non è altro che una configurazione discorsiva culturalmente influenzata. A essere in gioco qui è la possibilità di un giudizio di verità basato sull’analisi dei dati, attorno al quale ricostruire un sistema di istituzioni che permetta di stabilire cosa è vero e cosa non lo è. La sfida è farlo prima che venga presa una qualche decisione di irreparabile, senza che ci sia nessuno disposto ad assumersene la responsabilità. ### Con lo spazio e con il tempo URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/17/scrittura-montaggio-differenze/ Last updated: 2023-10-18T08:10:30.000Z Profonde e sostanziali differenze attraversano le pratiche artistiche della scrittura e del montaggio. Chiunque scriva, ne sono convinto, dovrebbe, almeno una volta nella vita, confrontarsi con la pratica del montaggio audio e video. Sono giunto a questa convinzione grazie all'esperienza diretta. Nel corso di quest'anno ho curato infatti la direzione artistica di *Anatomia Urbana*, un video che esplora il senso di appartenenza alla mia città e verrà presentato per la prima volta a novembre nel corso di *Longing for belonging*, un programma di eventi ideato dal gruppo di lavoro di [*Museion Art Club Forum*](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/) di cui faccio parte. In queste brevi note, incomplete e impressioniste, desidero perciò elaborare alcune delle idee che ho potuto formarmi grazie a questa esperienza di lavoro. Prima di farlo è opportuno specificare che, pur essendo stato presente praticamente in ogni sua singola fase, a eseguire il gesto del montaggio è stato Armin Ferrari, che di *Anatomia Urbana* è anche il regista. ![Una passerella pedonale accanto a un palazzo, ripresi dal basso.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/10/1_Anatomia-Urbana_Flavio-Pintarelli_2023.png) **Anatomia urbana*, fotogramma. La prima differenza è dunque di natura corporea. Quando scrivo le dita battono sulla tastiera e il resto del corpo ne asseconda i ritmi, venendo rapidamente risucchiato nel flusso creativo. Montando, invece, sono rimasto più distaccato, meno coinvolto e non solo perché mi sono limitato ad osservare qualcuno che eseguiva l'azione al posto mio, ma anche perché il montaggio ha un procedere più compassato rispetto alla scrittura, non cattura attraverso il ritmo ed esige sempre una forma di distacco. Se dovessi fare un paragone, direi che il montaggio corrisponde alla fase di design narrativo di un romanzo o di un racconto. Entrambe le pratiche sono pratiche narrative e, per questa ragione, entrambe devono confrontarsi con l'esigenza di disegnare lo sviluppo drammaturgico dei fatti o delle idee o dei concetti che desiderano raccontare. Per farlo però utilizzano sostanze espressive diverse. Chi scrive si confronta infatti con lo spazio, quello vuoto della pagina bianca. A mano a mano che procede, lo scrittore riempie questo spazio organizzando e formattando le parole per la lettura. Chi monta si confronta invece con la durata, quella di frammenti di immagini e suoni. Prendendoli uno a uno, il montatore usa questi frammenti per orchestrare il flusso della visione. ![Angolo di un palazzo, ripreso dal basso.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/10/6_Anatomia-Urbana_Flavio-Pintarelli_2023.png) **Anatomia urbana*, fotogramma. Un secondo in più o in meno, nel taglio di un frammento, può fare tutta la differenza del mondo perché, nel passaggio tra un'immagine e l'altra, ogni elemento deve raccordarsi in modo da creare armonia o dissonanza. Il montaggio, è la lezione di Ėjzenštejn a dircelo, non opera soltanto in modo orizzontale, organizzando lungo la linea del tempo il flusso dei suoi frammenti. Esso opera anche verticalmente, accordando tra loro anche gli elementi che compongono ogni singolo frammento. Colore, suono, musica, movimento. Ogni elemento va collegato agli altri all'interno dello stesso frammento e rispetto a ogni altro frammento precedente o successivo, creando una rete di relazioni che è sempre presente alla percezione dello spettatore e, allo stesso tempo, evolve davanti ai suoi occhi. Per quanto possa avvicinarsi a un simile risultato, la scrittura non può rompere con la natura sequenziale che le deriva dall'essere un gesto che si dispiega nello spazio. Ma qui non si tratta di una questione di quantità, dunque di gerarchie tra forme di espressione, bensì di una questione di qualità, che sottolinea quanto la scrittura differisca dal montaggio in base al modo in cui dà forma all'espressione. Se il montaggio offre a chi lo compie un'esperienza più ricca in termini di elementi da accordare, va notato anche che esso è limitato dalla natura immodificabile delle unità con cui opera. Mentre scrivendo è sempre possibile cancellare e riscrivere, permutando all'infinito soluzioni diverse, quando si monta si è limitati a operare con e sul materiale che si ha registrato in precedenza. Non è possibile, se non artificialmente, ricostruire una scena per filmarla una seconda volta e correggere così un dettaglio di cui, a posteriori, si è notato un difetto. Tale difetto va infatti abbracciato e accettato come parte del gioco. La scrittura promette e permette un controllo a cui il montaggio chiede di abdicare, favorendo la gestione dell'esistente, l'accettazione del caso, fortuito o spiacevole che sia. Venendo dalla scrittura di un romanzo, aver potuto toccare con mano la distanza tra il controllo permesso dalla scrittura e la gestione imposta dal lavoro di montaggio ha acquisito una qualità che potrei definire "terapeutica", nel senso che è stata liberatoria e, al tempo stesso, profondamente formativa rispetto alle mie pratiche creative e artistiche. Come potrò utilizzare, in futuro, questa consapevolezza è una domanda a cui devo ancora trovare risposta. ## Ti interessano le mie riflessioni? Lascia la tua mail e non perderti nessun post Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi ☄️ ### "La costruzione del paesaggio al tempo dei non luoghi digitali" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/09/la-costruzione-del-paesaggio-al-tempo-dei-non-luoghi-digitali-su-che-fare/ Last updated: 2023-10-09T18:52:20.000Z Quello di paesaggio non è un concetto neutro. Il paesaggio, come idea e comfigurazione visiva, è un artefatto culturale che rispecchia l'idea del mondo di chi lo ha elaborato, intorno al 1600. Come cambia il paesaggio in un'epoca, l'antropocene, in cui l'uomo è diventato una forza geologica in grado di lasciare la sua impronta sul mondo che ci circonda? Una mostra e un libro riflettono a partire da questa domanda e provano a elaborare una prima, parziale risposta. Ne ho scritto su Che Fare. > L’evaporazione del paesaggio fisico diventa così evaporazione del paesaggio culturale e dei concetti che ne sostengono l’impalcatura, come sembra mostrare il senso di sgomento suscitato nell’estate del 2022 in seguito alla tragedia dovuta al distacco di un enorme seracco di ghiaccio dal corpo della Marmolada. [La costruzione del paesaggio al tempo dei non luoghi digitaliL’evaporazione del paesaggio fisico diventa così evaporazione del paesaggio culturale e dei concetti che ne sostengono l’impalcatura. Un’analisi (e un escursione) di Flavio Pintarelli![](https://che-fare.com/wp-content/themes/tema-che-fare/images/favicons/apple-touch-icon.png)cheFareGiacomo Giossi![](https://che-fare.com/che-fare-media/2023/10/Screenshot-2023-09-27-alle-11.40.06.jpg)](https://che-fare.com/almanacco/cultura/la-costruzione-del-paesaggio-al-tempo-dei-non-luoghi-digitali/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La costruzione del paesaggio al tempo dei non luoghi digitali" su Che Fare ### Ipotesi di insuccesso URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/04/ipotesi-di-insuccesso/ Last updated: 2023-10-04T11:35:54.000Z Gestire le aspettative del cliente è un'attività chiave nel lavoro di consulenza strategica. Quando sceglie un consulente, il cliente non gli affida soltanto la gestione di un progetto ma gli si appoggia per illuminare i punti oscuri che una certa attività può avere per lui. Perciò [l'attività di consulenza è sempre anche un'attività di formazione e confronto col cliente](https://tomcritchlow.com/2020/05/28/sparring-and-tenure/?ref=flaviopintarelli.it). Durante questa attività, il consulente deve plasmare le aspettative del cliente e fare in modo che siano realistiche rispetto alle condizioni in il progetto a lui affidato viene svolto. Molti approcci strategici, ad esempio il *workshop* [*12-Step Brand & Content*](https://www.thisisdelightful.com/product/brand-and-content-strategy-workshop?ref=flaviopintarelli.it) di Steve Bryant che utilizzo abitualmente coi clienti, dedicano del tempo alla definizione di obiettivi a breve, medio e lungo periodo. Obiettivi e aspettative del cliente, però, potrebbero non coincidere. Per esempio, un cliente potrebbe darsi come obiettivo quello di diventare il punto di riferimento nel suo settore ma avere l'aspettativa di raggiungere questo obiettivo in un tempo più breve di quanto la sua capacità di investimento gli consente di fare. Obiettivo, aspettative e mezzi, in questo caso, non coincidono e la cosa può generare nel cliente frustrazioni che spetta al consulente gestire. Ma in che modo è possibile farlo? E, soprattuto, in che modo il consulente può anticipare e prevenire l'effetto di queste frizioni? Integrare la prospettiva del fallimento nella strategia può essere un modo per facilitare il compito del consulente. Per farlo è necessario definire un *framework* per la gestione del fallimento. Quello che ho in mente può assomigliare al modo in cui Mick Ryan, generale in pensione dell'esercito australiano, ha presentato, in due uscite della sua newsletter ([qui la prima parte](https://mickryan.substack.com/p/the-ukrainian-offensives-are-coming?utm%5Fsource=post-email-title&publication%5Fid=1198399&post%5Fid=117754609&isFreemail=true), [qui la seconda parte](https://mickryan.substack.com/p/the-ukrainian-offensives-are-coming-34c?utm%5Fsource=post-email-title&publication%5Fid=1198399&post%5Fid=118255738&isFreemail=true)), le condizioni di successo e fallimento dell'offensiva ucraina iniziata all'inizio della scorsa estate. Ryan individua cinque criteri fondamentali per valutare il successo e il fallimento di un'iniziativa. Si tratta di: - connessione: ogni indicatore di successo o fallimento deve essere collegato a un obiettivo, perché nessuna azione avviene isolata dal contesto; - semplicità: ogni indicatore di successo o fallimento deve essere facile da capire; - fattibilità: prima di essere intrapresa, ogni azione deve essere valutata in base alle possibilità che essa dia i risultati sperati. La semplicità e una chiara connessione agli obiettivi da raggiungere permettono di fare questa valutazione; - scalabilità: ogni indicatore di successo o fallimento va adattato ai diversi ordini di grandezza con il progetto di confronta; - applicabilità nel tempo: ogni indicatore di successo o fallimento va ponderato per differenti archi di tempo, in modo da calibrare i risultati nel breve, medio e nel lungo periodo. Dopo aver definito gli obiettivi di un progetto, ognuno di essi andrebbe perciò analizzato in base a questi parametri. Per ognuno di questi parametri andrebbero poi indicate le condizioni di successo e fallimento. Il modello ricavato in questo modo introduce in modo concreto l'ipotesi del fallimento nella relazione tra cliente e consulente. Allo stesso tempo, questo modello fornisce un punto di riferimento "oggettivo" con cui misurare quanto le attività siano orientate al successo o al fallimento. Potendo contare su un punto di riferimento definito e concordato, la gestione delle aspettative del cliente da parte del consulente risulterebbe più semplice ed efficace, limitando così quelle frizioni e frustrazioni che derivano dalla mancanza di allineamento tra aspettative, obiettivi e mezzi per raggiungere questi ultimi. ## Lascia la tua e-mail Non perderti nemmeno uno dei miei contenuti! Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli con un clic 😉 ### Presentazione "Il velo" - Roma 26 ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/04/presentazione-il-velo-roma/ Last updated: 2023-10-04T10:11:12.000Z Il 26 ottobre *Il velo* e io saremo a Roma, ospiti della libreria Tomo nello storico quartiere di San Lorenzo. A dialogare con me del libro e dei suoi temi ci sarà Christian Raimo, l'orario d'inizio è fissato alle 18.30\. Prima e dopo sono assicurate chiacchiere e birrette. ### Presentazione "Il velo" - Milano 19 ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2023/10/04/presentazione-il-velo-milano/ Last updated: 2023-10-16T14:04:04.000Z Dopo aver battuto in lungo e in largo le provincie autonome di Trento e Bolzano, *Il velo* e io iniziamo un tour italiano per incontrare lettrice e lettori. Milano, dove il 19 ottobre saremo ospiti della libreria Occasioni d'Inchiostro (via Ettore Ponti 21), è la prima tappa. La presentazione inizierà alle ore 18.30 e insieme a me a dialogare del libro e dei suoi temi ci sarà la scrittrice Guia Cortassa ([seguite e abbonatevi a 3G](https://guiacortassa.substack.com/), la sua newsletter) ### Appunti sull'evoluzione del processo di branding URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/28/branding-appunti-processo/ Last updated: 2023-08-28T19:44:40.000Z Credo che chiunque, almeno una volta nella vita, sia si trovato a vivere una di quelle situazioni in cui ci sarebbe bisogno di una risposta brillante che, purtroppo, arriva sempre in disperato ritardo rispetto al momento in cui sarebbe stata necessaria. Una di quelle che mi ritorna in mente più spesso m'è accaduta un pomeriggio di più di dieci anni fa, in un aula dell'università di Bologna, durante la prova orale di un esame d'ammissione per un dottorato. Si discuteva, in quell'occasione, il mio elaborato scritto, l'analisi semiotica della pubblicità di un noto detersivo per la lavatrice. Uno dei docenti che componeva la commissione mi riprese, perché nel testo avevo riportato il *claim* di una precedente pubblicità dello stesso prodotto. "Si tratta di un elemento extratestuale", ricordo disse all'incirca così il professore, "dunque perché evocarlo?", mi domandò. La risposta mi venne in mente solo qualche ora più tardi, in treno, mentre tornavo a casa con la sensazione che la risposta zoppicante che accampai a quella domanda avesse affossato le mie possibilità di superare la selezione, come infatti fu. Un *brand*, questo avrei dovuto rispondere per cavarmi d'impaccio, possiede una memoria ed è, in un certo qual modo, tempo racchiuso in un immagine e, pertanto, la sola presenza di uno o più di uno dei suoi elementi distintivi serve a riattivare l'intero universo di senso costruito intorno al prodotto. L'uso che, nel marketing, viene fatto della parola *brand* deriva dal marchio a fuoco che veniva impresso sulla pelle del bestiame per indicarne la proprietà. In origine, il *branding* è dunque l'atto di imprimere a fuoco su un oggetto (no, le bestie non sono oggetti, è la pratica della marchiatura a essere oggettificante) la qualità di poterne godere e disporre in modo pieno ed esclusivo. Nel corso del tempo, il senso di tale atto si modifica e diventa più complesso. Dall'indicare la proprietà - questo oggetto appartiene a una specifica entità, sia essa una persona o un'organizzazione o un qualsiasi altro soggetto - il *brand* passa a indicare qualità immateriali come la personalità, l'identità e il cosmo di valori espresso dal prodotto e/o dall'azienda che lo produce. 🚀 Mi fa sempre piacere incontrare persone interessanti per un caffè dal vivo o su Zoom. Sentiti libero di contattarmi per fissare una chiacchierata. Il mio indirizzo e-mail è [pintarelli.flavio@gmail.com](mailto:pintarelli.flavio@gmail.com) È un'evoluzione, questa, che segue la serie di cambiamenti che attraversano gli assetti economici, culturali e sociali della nostra società, dove con nostra intendo occidentale, dal momento che è all'interno di essa che vengono elaborate le principali linee di sviluppo della disciplina del *branding*. Le tecnologie e la cultura digitale, che segnano in modo determinante la nostra società e cultura nel corso degli ultimi 30 anni, rappresentano un ulteriore passaggio nell'evoluzione del processo di *branding*, perché abilitano e rendono possibili per i marchi nuove e peculiari forme di autonarrazione. Il processo di *branding* diventa perciò quel processo con cui un marchio, attraverso la definizione della propria identità, la perpetrazione dei propri valori e la progettazione della propria narrazione, determina la percezione di se stesso e circoscrive lo spazio di ciò che è possibile dire e pensare al suo riguardo. Attraverso l'atto di *branding*, infatti, non si determina solo il modo in cui si vorrebbe che il pubblico percepisse un prodotto o un'azienda, una persona o un'organizzazione, ponendo così le basi per ogni successiva azione di comunicazione. Attraverso l'atto di *branding* si fanno esistere un prodotto o un'azienda, una persona o un'organizzazione, in base alla selezione di una serie di principi ben precisi e peculiari. L'atto di *branding* è perciò tanto un atto rivolto verso l'esterno quanto un'atto rivolto verso l'interno. È estroflesso e introflesso allo stesso tempo e, ovviamente, si tratta di un processo su cui è impossibile esercitare un controllo totale. Perché se da una parte il processo di *branding* avviene sempre in una condizione laboratoriale, "in vitro" per così dire, dall'altra parte tale processo viene sempre messo alla prova a partire dall'incontro con il pubblico in un ambiente "reale". È in tale contesto che ne viene testata l'efficacia e, eventualmente, corretta la portata. Caratterizzato così, alla luce delle sue evoluzioni, il concetto di *branding* si configura come una leva strategica straordinariamente importante per le attività di marketing. A prescindere dalla necessità specifica - si tratti di diffondere consapevolezza di marca, accrescerne il valore percepito o trainarne la crescita - il processo di *branding* permette di delineare la cornice di senso entro cui avvengono tutte queste attività, moltiplicandone così l'effetto e la portata. ## Non perderti neanche un post! ### Lascia la tua mail e ricevi i miei aggiornamenti. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi 😉. ### Sogno d'una nostalgia di mezza estate URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/19/estate-nostalgia-sogno/ Last updated: 2023-08-19T19:17:08.000Z Che la nostalgia sia un [tratto distintivo della cultura contemporanea](http://monumenttotransformation.org/atlas-of-transformation/html/n/nostalgia/nostalgia-svetlana-boym.html?ref=flaviopintarelli.it) è una tesi più che diffusa ed esplorata. La dispiega, per esempio, il critico musicale Simon Reynolds in *Retromania*, uno dei suoi testi più conosciuti. Dedicato ai numerosi fenomeni di revival che continuano a caratterizzare la fruizione di musica, *Retromania* è, tra le altre cose, una meditazione sul ruolo che le tecnologie digitali hanno nel rievocare il passato, rendendo possibile il recupero e la condivisione di sterminati archivi di prodotti culturali, che il supporto fisico avrebbe destinato o all'oblio o a una circolazione limitatissima o, ancora, al recupero creativo grazie alla pratica del campionamento. Prima di Reynolds, che non a caso la cita come fonte, a provare ad abbozzare una teoria della nostalgia contemporanea è la scrittrice e critica letteraria Svetlana Boym. In *The Future of Nostalgia*, Boym esplora le due principali forme che la nostalgia assume nella nostra cultura: quella restaurativa che, gravida di un'atmosfera di cospirazione, induce al recupero di un passato mitologico e quella riflessiva che, immergendosi in un'atmosfera di sogno e fantasmagoria, sottolinea l'impossibilità di un ritorno a casa. A farmi tornare in mente questi due testi è stato un tweet assai virale che mi è capitato sotto gli occhi mentre mi trovavo in vacanza durante il mese di luglio più caldo di sempre. A pubblicarlo è un utente di Twitter Blue, @Frenkie\_Woody, che gestisce un profilo dal taglio vagamente populista, apertamente nostalgico, prono a scivolare continuamente verso il cringe più evidente. L'aggiornamento in questione il seguente: > C'era una volta la vacanza estiva che durava dai due ai tre mesi. Aveva un nome obsoleto ed in disuso, "la villeggiatura". > > Tanti partivano addirittura ad inizio giugno od ai primi di luglio e tornavano a metà settembre. L' autostrada era una fila di Fiat 850, 600, 1100, 127, 500… [pic.twitter.com/IaiK3SksF2](https://t.co/IaiK3SksF2?ref=flaviopintarelli.it) > > — woody (@Frenkie\_Woody) [July 18, 2023](https://twitter.com/Frenkie%5FWoody/status/1681291276132442112?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Ad illustrarlo è l'immagine del retro di quella che, non sono un esperto d'automobili, potrebbe essere una vecchia Fiat 124 targata Roma. A fianco e davanti a essa, via via sempre più profondità fino a occupare del tutto lo sfondo, un lungo serpentone di vecchie auto tra cui mi pare di riconoscere almeno una Fiat 500. L'elemento visivo del tweet sprofonda l'utente nel passato e lo fa fin dal primo istante in cui entra in contatto con esso. Quella visiva infatti è una dimensione fondamentale per l'estetica e le funzionalità dei *feed* social dal momento che le immagini vengono processate dal cervello umano molto più rapidamente rispetto al testo scritto e, come ogni manuale di social media marketing insegna, oggi, l'uso delle immagini è un elemento fondamentale per catturare l'attenzione degli utenti, contesi costantemente da una miriade di fonti in lotta perenne per questa risorsa tanto scarsa quanto ambita. Tale funzionamento è potenziato dalla bassa qualità dell'immagine. Tutto, in essa, appare sfocato come in un'allucinazione da calore e guardandola con attenzione sembra come intuirsi la grana della carta fotografica sbiadita dal sole, come se l'immagine fosse una meta fotografia: la foto digitale di una fotografia analogica. Da essa emana come un'alone di mistero che questa sua qualità *lo-fi* non fa che rinforzare, spingendo l'utente deciso a penetrarne la nebbia a concentrarsi sul testo che l'accompagna. È un testo molto lungo, privilegio concesso all'utente dall'abbonamento al servizio Twitter Blue, che si apre con la triade di parole che più di ogni altra esprime l'ingresso in una dimensione narrativa: c'era una volta. Sì, ma che cosa? La vacanza estiva, è la risposta di @Frenkie\_Woody, ma non quella che conosciamo oggi, un'altra, dal nome "obsoleto e in disuso", villeggiatura. Era, la villeggiatura, una vacanza che "durava talmente tanto che avevi la nostalgia di tornare a scuola e di rivedere gli amici del tuo quartiere, ed al ritorno non ricordavi quasi più dove abitavi". Un'esperienza calata in un tempo in cui "era tutto più semplice e più vero", espressione di un'epoca che appare costellata di oggetti ormai dimenticati - "la 50 lire per sentire le canzoni dell'estate nel juke box o per comprare coca cola e pallone" - e usanze il cui senso sembra ormai perduto, incomprensibile - "si mandavano le cartoline che arrivavano ad ottobre". Un epoca di gloria in cui, "malgrado i 90 giorni ed oltre di ferie, l'Italia era la terza potenza mondiale, le persone erano piene di valori e il mare era pulito". Un epoca in cui "si era felici" e in cui "nessuno aveva da studiare per l'estate e l'unico problema di noi ragazzi era non bucare il pallone". A dispetto di quel "c'era una volta" che apre il racconto, arrivati fino a questo punto si potrebbe essere portati a credere, e non a torto, di trovarci di fronte alla rielaborazione di un ricordo, un frammento di memoria formattato per i social media che rimanda a un passato in cui la nostalgia, per restare nella tassonomia elaborata da Boym nel suo testo, assume i tratti del ritorno verso un'età dell'oro ormai perduta. La trama, però, prende qui una svolta inaspettata. Dopo aver pennellato i tratti che costituiscono l'epoca e l'epica gloriosa della villeggiatura, rivestendoli d'una patina di memoria, @Frenkie\_Woody ci tiene a ricordare che "il tempo era bello fino al 15 di Agosto, il 16 arrivava il primo temporale e la sera ci voleva il maglioncino perché era più fresco" Questo passaggio, banale solo in apparenza, è in realtà una citazione, probabilmente un omaggio, alla celebre scena della "fine dell'estate di *Sapore di mare*, il primo film dei fratelli Vanzina, di cui [ricorre proprio quest'anno il quarantesimo anniversario](https://www.repubblica.it/moda-e-beauty/2023/07/29/news/enrico%5Fvanzina%5Fsapore%5Fdi%5Fmare%5F40%5Fanni%5Fintervista-409267912/?s=09&ref=flaviopintarelli.it). Quest'inserto segnala, chissà se inavvertitamente o come studiato meccanismo di rottura della quarta parete, la dimensione funzionale del testo davanti a cui ci troviamo noi utenti e, allo stesso tempo, come "le grandi nuvole grigie cariche di pioggia", la frase agisce come un elemento di trasformazione che introduce un cambio di tono nel *mood* del tweet. "Arrivava settembre, tornava la normalità" sottolinea @Frenkie\_Woody, "si ritornava a scuola, la vita riprendeva, l'Italia cresceva". Una routine infantile e, per questo, rassicurante, il cui destino, come d'altronde lo è quello della fanciullezza, è di non poter durare a lungo. Ecco infatti arrivare la nota amara, quella con cui l'autore riconosce che "oggi è tutto cambiato, diverso. La vacanza dura talmente poco che quando torni non sai manco se sei partito o te lo sei sognato". La vacanza oggi, è quella per cui "se non vai ai Caraibi a Sharm o ad Ibiza sei uno sfigato. O magari hai tante cose da fare che forse è meglio se non parti proprio, ti stressi di meno". Qui la descrizione si fa meno vivida, più grigia e meno dettagliata, si avverte come il desiderio di sorvolare, passare oltre. Un'urgenza di chiudere il discorso, lasciando all'utente il compito di completare un'immagine che, @Frenkie\_Woody aveva però già elaborato qualche settimana prima, in un altro tweet di discreta viralità. > Una spiaggia nel 1970 . > Niente tatuati, niente chirurgia plastica. Niente lettini sulla sabbia, ombrelloni e occhiali da sole. > Niente telefoni. Le persone parlano tra di loro. > Non c'è niente, ma c'è tutto❤️ [pic.twitter.com/hgum4QbGro](https://t.co/hgum4QbGro?ref=flaviopintarelli.it) > > — woody (@Frenkie\_Woody) [July 7, 2023](https://twitter.com/Frenkie%5FWoody/status/1677381729193975814?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) La chiusa è, ovviamente, allineata all'umore generale del testo. Pur non avendo mai formulato la domanda, l'autore afferma che "una risposta certa è che allora eravamo tutti più semplici, meno viziati e tutti molto più felici, noi ragazzi e pure gli adulti. La società era migliore, esisteva l’amore, la famiglia, il rispetto e la solidarietà". In queste righe non si può non avvertire, fortissimo, il sentore di nostalgia restaurativa che, affidato alla grande macchina social, si diffonde nell'intelletto generale seminando il germe di un ricordo, quello di un tempo mai davvero esistito, ma che rivive con un'enorme forza assertiva grazie alle dinamiche dello spazio digitale in cui gli è dato di circolare. Avrebbe dovuto in effetti essere questo il senso ultimo della mia meditazione, se non fosse per il fatto che solo al momento di scriverla mi sono accorto che manca ancora una frase a completare il testo, una frase che recita in questo modo: "fortunati noi che abbiamo vissuto così". Avviene alla fine, giusto un attimo prima di congedarsi dai suoi lettori, la presa di coscienza con cui @Frenkie\_Woody ammette, certo non esplicitamente, ma tra le righe, che il ritorno a casa è impossibile e, di fronte al cambiamento che investe il mondo, altro non resta da fare che lasciarsi galleggiare nel sogno. Un sogno che a noi, che a questo mondo restiamo aggrappati, chiama a una sfida. Sovvertire il ricordo. Sovvertirlo per liberarlo, farlo (ri)vivere in forme nuove e mutanti, per superare indenni le onde del tempo che minaccia di farci sprofondare tra i relitti ormai marcescenti di un passato al quale non ci sarà mai più dato modo di tornare. ## Restiamo in contatto? ### Lascia la tua mail per ricevere gli aggiornamenti dal blog. Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi 😉. ### "La controffensiva ucraina, la ‘linea Surovikin’ e la prossima fase dell’invasione russa" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/14/la-controffensiva-ucraina-la-linea-surovikin-e-la-prossima-fase-dellinvasione-russa-su-valigia-blu/ Last updated: 2023-08-14T10:00:57.000Z Il suo incedere lento, difficoltoso e opaco ha spinto molti commentatori, chi in buona fede e chi per propaganda, a dare per fallita la controffensiva ucraina iniziata nel mese di giugno. La realtà, però, è ben diversa. La resistenza delle difese russe ha costretto i comandi ucraini ad adattarsi, rimodulando le tattiche usate per la controffensiva che è tutt'ora in corso. Alla luce di questa consapevolezza, su Valigia Blu ho provato a fare il punto della situazione, descrivendo come procedono le operazioni e quali sono le prospettive per le prossime settimane. > Un articolo del New York Times, uscito a metà luglio, stimava che il 20% degli equipaggiamenti impiegati in battaglia nelle prime settimane della controffensiva fosse stato danneggiato o distrutto. Un tasso di attrito insostenibile per i comandi ucraini che, trovandosi nella condizione di dover preservare le risorse umane e materiali a loro disposizione, si sono adattati al contesto, modificando di conseguenza l'atteggiamento tattico della unità sul campo, riducendo di conseguenza il tasso di perdite. > A quel punto, la controffensiva, da operazione di manovra multidominio si è trasformata in un'operazione centrata sull'attrito delle forze avversarie, un tipo di guerra, sostengono gli analisti Franz-Stefan Gady e Michael Kofman, più consono alla dottrina e all'addestramento delle truppe ucraine. [A che punto è la controffensiva ucraina?A determinare il successo o il fallimento dell’attuale controffensiva ucraina sarà la capacità delle due parti di sostenere più a lungo dell’altra il livello di attrito senza perdere la propria capacità di combattimento.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2023/08/controffensiva-ucraina.jpg)](https://www.valigiablu.it/controffensiva-ucraina-a-che-punto-e-agosto-23/?ref=flaviopintarelli.it) "La controffensiva ucraina, la ‘linea Surovikin’ e la prossima fase dell’invasione russa" su Valigia Blu ### (ri)velato #8 - letteratura e cambiamento climatico URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/11/letteratura-cambiamento-climatico/ Last updated: 2023-08-17T21:43:35.000Z > Grosse nubi grigio scuro ribollivano sopra la Mendola, screziate da riflessi giallognoli. Un ruglio riempiva l’aria. La tempesta si avvicinava alla città. Impossibile stabilire il momento e il luogo in cui aveva preso forma, ma potevo ricostruire la catena di eventi che aveva dato avvio al fenomeno. Un bombardamento a tappeto di raggi UV aveva picchiato con forza contro la montagna. A mazzi, i raggi prodotti dal sole d’agosto si erano gettati in picchiata su lastre e sfasciumi, trasformando le rocce e i pendii in un’unica, mastodontica piastra rovente che assorbiva l’enorme quantità di radiazione, facendo sistema coi campi e l’asfalto, a valle e in città. L’aria, resa più calda e leggera dal contatto con una di queste superfici, aveva cominciato a salire. E mentre galleggiava, la bolla termica aveva incrociato un flusso d’aria fredda che le aveva soffiato sulla coda, incalzandola verso gli strati più alti dell’atmosfera. Lì, nel cuore del cumulonembo, violente correnti ascensionali raggiungevano velocità vicine ai cento chilometri orari, tramutandosi a terra in folate che scuotevano i lampioni e con la loro forza quasi piegavano l’insegna di latta del passaggio pedonale, ritmando l’oscillazione delle luci arancioni che illuminavano la strada. È un mite pomeriggio all'inizio di novembre dello scorso anno. Mio figlio e io camminiamo lungo il vicolo in cui si trova la scuola dell'infanzia che Ettore frequenta ormai da qualche mese. Il profido della pavimentazione emana un piacevole tepore, che invita a slacciarsi la giacca. Saltellandomi a fianco, il piccolo canticchia una filastrocca che va ripetendo ormai da qualche giorno. La filastrocca dice così: > L'autunno è la stagione, delle foglie che cadono giù giù giù/e se c'è un'acquazzone, l'ombrellino lo apro quassù sù sù. Di acquazzoni, però, nel novembre del 2022, non se n'è visto nemmeno uno. La pioggia poi sono diversi mesi che non cade in quantità ragguardevoli e, certe mattine, quando il sole inizia ad alzarsi sull'orizzonte, l'aria ha il colore grigiastro e giallognolo delle polveri sottili in sospensione. Non è nemmeno la prima volta che accade, anzi. Negli ultimi anni, gli autunni miti e siccitosi sembrano essere diventati il *new normal*, ma per la scansione del tempo insegnata a scuola, novembre e ancora e sempre il mese degli acquazzoni e delle foglie che cadono giù giù giù. Sempre più evidenti, gli effetti del riscaldamento globale di origine antropica stanno ridefinendo il contesto in cui viviamo le nostre vite. L'ondata di calore che ha investito l'Italia nel corso del mese di luglio appena trascorso - [che è stato il più caldo della storia](https://www.wired.it/article/luglio-2023-mese-caldo-sempre/?ref=flaviopintarelli.it) \- è solo l'ennesimo, l'ultimo in ordine di tempo, di questi segnali. Il caldo estremo ha significato temperature brucianti, ben al di sopra delle medie stagionali, al sud e violentissime tempeste di pioggia e grandine al nord. Condizioni che, così prevedono gli scienziati, si ripeteranno sempre più di frequente, ridefinendo il nostro concetto di quotidianità, facendoci scivolare [nella nuova normalità a cui la crisi climatica ci costringe ad abituarci](https://www.wired.it/article/caldo-estremo-nuova-normalita-meteo/?ref=flaviopintarelli.it). Prendere coscienza di questo scivolare lento e costante mi spinge a domandarmi in che modo la letteratura dovrebbe relazionarsi al cambiamento climatico e ai suoi effetti. *Il velo* è stato ed è anche un modo, il mio modo, per provare a confrontarmi con questa domanda e abbozzare una risposta. Quello descritto nel romanzo è infatti un clima che già risente degli effetti del riscaldamento globale e la crisi climatica non è qualcosa che si aggiunge alla narrazione, ne è un elemento dal carattere atmosferico. Essa non viene detta, semplicemente c'è ed è. > Erano i primi giorni di dicembre, non pioveva da due mesi e la siccità minacciava la stagione sciistica. Solo, di fronte al deserto di un documento digitale, ascoltavo il mio cervello ronzare al ritmo del cursore che appariva e scompariva. Fuori dalla finestra nubi marroncine si sollevavano dai cantieri della zona industriale; vorticavano nell’aria, simili a sciami di insetti impazziti. Sono, queste citate qui sopra, le prime righe del primo capitolo de *Il velo*, quello che sanciscono come l'universo narrativo del romanzo sia un universo narrativo in cui la normalità è già la nuova normalità della crisi climatica. Tutte le vicende della trama si svolgono così sullo sfondo di questa presenza che è sì avvertita dai personaggi ma, allo stesso tempo, sembra essere da loro data come per scontata. Semplicemente, come dicevo, c'è ed è. > Salutai Sara sulle scalette del locale. Lei fece per andarsene, ma mentre cercavo in tasca le chiavi della macchina si voltò e tornò indietro. «La prima cosa che hai detto» mi disse «è che il paesaggio è cambiato. Hai ragione. Ma hai fatto caso a quanto velocemente ci stiamo abituando a questo cambiamento?» Nel suo darsi ed esserci, però, la crisi climatica e i suoi effetti non operano solo come uno sfondo sul quale agiscono i personaggi. Essi sono consapevoli, come non possiamo più non esserlo noi, della presenza di questo elemento atmosferico che li circonda e retroagisce sulle loro esistenze. È come se i personaggi fossero in grado, in qualche modo, di percepire l'iperoggetto che li avvolge. Sentono, per così dire, lo sguardo dell'antopocene su di loro come un orrore cosmico e anche se non agiscono di conseguenza ogni loro gesto implica questa consapevolezza. È in questo modo che ho provato a fare de *Il velo* un romanzo dell'antropocene: non descrivendolo, ma assumendone gli effetti come qualcosa che, appunto, c'è ed è ed è qui per restare. Credo, nel mio piccolo e con tutti i difetti che pertengono a un romanzo d'esordio, che questo sia uno dei modi in cui la letteratura possa assumersi la responsabilità di raccontare il riscaldamento globale, come qualcosa che esiste già ed è già in azione, modificando la dimensione atmosferica in cui ci è dato vivere le nostre vite. Senza l'azione della letteratura per rimappare la percezione della realtà che ormai ci circonda, la presa di coscienza del riscaldamento globale e dei suoi effetti non sarà né semplice né scontata. Diversamente tutto continuerà a esistere come nella filastrocca con cui mio figlio, a dispetto della sua capacità di inferire correlazioni ancora in formazione, ha imparato, in un mese di novembre caldo e siccitoso, una formula di scansione del tempo che ne determinerà la comprensione del mondo per gli anni a venire. Se di fronte alla crisi climatica in atto c'è un gesto etico di cui la letteratura dovrebbe farsi carico io credo che si tratti proprio di questo sforzo a raccontare la realtà per come è già cambiata. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### Recensione Visme URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/09/recensione-visme/ Last updated: 2023-09-28T19:41:23.000Z Una delle cose che mi tiene ancora legato ai *social network,* nonostante la fatica che avverto sempre più spesso passandoci il mio tempo, è la loro natura serendipica. Sui social capita ancora, e non di rado, che mi accadano cose positive e inaspettate, di cui finisco per stupirmi con piacere. Una delle ultime mi è successa qualche mese fa quando, dopo aver chiacchierato di *e-mail service provider* con una persona su Twitter, ho ricevuto una mail da parte di Grace, responsabile marketing di [Visme](https://www.visme.co/?ref=flaviopintarelli.it), una piattaforma di design collaborativa per creare "presentazioni, visualizzazioni dati, video" e altri formati visivi. Grace aveva deciso di scrivermi dopo aver letto i miei tweet, di cui aveva apprezzato la capacità di analizzare caratteristiche e esperienza utente di una piattaforma, per propormi di provare la versione premium di Visme gratis e per 4 mesi. Lusingato e incuriosito ho accettato la sua offerta e, quello che state leggendo è il resoconto di questa esperienza. ## Che cos'è Visme? Il *copy* che campeggia nella prima schermata della homepage di Visme risponde a questa domanda in modo piuttosto efficace. Visme dunque si definisce: > Your all-in-one platform for creating Presentations, Documents, Data Visualizations, Videos and other branded content. Ovvero un software in *cloud* che ti permette di creare una serie di formati visivi, in particolare presentazioni, documenti, visualizzazioni di dati, video e molti altri ancora. Il primo termine di paragone che ti viene in mente quando accedi all'area di lavoro è, ovviamente, Canva. L'interfaccia utente dei due strumenti è piuttosto simile così come l'esperienza d'uso. La logica su cui Visme si basa risulta così piuttosto semplice da imparare, a differenza di servizi analoghi come Miro o Figma che, al contrario, hanno una curva di apprendimento più alta, dovuta alle loro peculiarità. Visme, al contrario, è uno strumento semplice da padroneggiare, perfetto per chi, come me, non possiede grandi nozioni di grafica ma ha comunque l'esigenza di creare contenuti visivi per il suo lavoro. Visme mi ha permesso difarlo in modo facile e rapido, senza costringermi a impiegare troppo tempo per imparare a usare piattaforme sovradimensionate per le mie esigenze. ## Come funziona Visme? A meno che non si decida di iniziare a creare i propri *visual* partendo da una pagina bianca, in Visme è possibile iniziare a lavorare scegliendo uno dei tanti template presenti all'interno della piattaforma. Una parte della semplicità d'uso di Visme risiede proprio nella grande quantità di template che offre ai suoi utenti. A prescindere dal tipo di *visual* che hai necessità di creare, questa ampia scelta ti dà la possibilità di confrontarti con molte ispirazioni diverse ed evitare di dover costruire il tuo progetto da zero. Una *feature* che, anche in questo caso, è apprezzabile soprattutto da chi non possiede grandi conoscenze di grafica e può così limitarsi a modificare una serie di elementi già organizzati in modo convincente, adattandoli alle sue esigenze. Certo, questo approccio non permette una completa flessibilità, ma è un buon compromesso per chi non ha le capacità o il tempo per creare i propri *visual.* ## Perché scegliere Visme? Come ho già evidenziato nel corso della recensione, la facilità d'uso e la rapidità con cui lo si impara a usare sono senza dubbio i punti di forza più convincenti di Visme, almeno per quella che è stata la mia esperienza di utilizzo del servizio. Inoltre, l'attenzione che il servizio mette verso una serie di formati ben precisi (presentazioni, documenti, visualizzazioni di dati) rende Visme uno strumento utile a tutti quei professionisti che, come me, hanno la necessità di creare contenuti visivi per accompagnare il lavoro strategico che fanno. Rappresentare visivamente e in modo efficace i propri processi di pensiero è una capacità che non può mancare nella cassetta degli attrezzi di un buon stratega di marketing e comunicazione. Visme mi ha permesso di farlo rapidamente e senza sforzo, permettendomi così di concentrarmi su ciò che è più importante per me: pensare con efficacia. ### "McKenzie Wark e il rave tra le ceneri di questo pianeta" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/07/mckenzie-wark-e-il-rave-tra-le-ceneri-di-questo-pianeta-su-esquire/ Last updated: 2023-08-07T14:01:49.000Z Quella di McKenzie Wark è, a mio parere, una delle voci più interessanti nel panorama del pensiero critico. Le sue analisi dedicate al capitalismo nell'era dell'informazione, condotte alla luce di concetti come l'etica hacker e la classe vettorialista, si sono rivelate spesso profetiche e ricche di spunti. È perciò con grande curiosità che mi sono avvicinato alla lettura di *Raving*, testo in cui McKenzie Wark rivolge il suo acume teorico verso se stessa per raccontare, con gli strumenti dell'auto narrazione, l'esperienza del rave al tempo della pandemia. > La pratica di scrittura di McKenzie risulta essere così l'andirivieni costante tra percezioni e concetti che trascina il proprio verso l'altrui per approdare all'alterità irriducibile e perturbante. Un programma che si chiarisce mettendo in luce quello che è l'oggetto della scrittura *autotheoryfiction* di Mckenzie, ovvero il *rave*. *Raving* è infatti il racconto di un ritorno, quello della sua autrice, allo spazio *rave*. [McKenzie Wark e il rave tra le ceneri di questo pianetaL’autrice mette insieme teoria e autofiction per descrivere la natura di una pratica ancora rivoluzionaria.![](https://www.esquire.com/_assets/design-tokens/esquire/static/images/apple-touch-icon.1801cd0.png)Esquire![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod/images/raving-64ba4945d200d.png?crop=1.00xw:1.00xh;0,0&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a44608204/raving-libro-nero-recensione/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "McKenzie Wark e il rave tra le ceneri di questo pianeta" su Esquire ### Presentazione "Il velo" - Merano 9 agosto URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/03/presentazione-il-velo-merano/ Last updated: 2023-08-11T16:33:56.000Z Dopo la pausa di luglio, *Il velo* torna a incontrare le lettrici e i lettori. Lo fa mercoledì 9 agosto al parco Marconi di Merano, ospite del LiteraturCLUB dell'Ost West Country Club. Sonja Steger introdurrà al pubblico il romanzo e Giorgia Lazzaretto lo presenterà dialogando insieme a me. La serata sarà aperta da un *reading* tratto dal romanzo durante il quale Francesco Sardella accompagnerà la lettura, con la sua chitarra e i suoi suonetti. È la prima volta che faccio una cosa del genere, quindi venite che mi serve supporto morale! [LiteraturCLUB: Flavio Pintarelli, Il velo, Vlg. alphabeta edizioniEvenement van Ost West Club Est Ovest op woensdag, augustus 9 2023![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yD/r/d4ZIVX-5C-b.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/364812761_813648060760475_4447511527297577620_n.jpg?stp=c0.35.206.206a_dst-jpg_p206x206&_nc_cat=106&ccb=1-7&_nc_sid=1808df&_nc_ohc=KRDb06q3DkgAX-qjhyX&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfDR0IxlZVQUzs1UZ22fhXM1FlqByZkHG4iboDIT9-vF3g&oe=64DB9488)](https://www.facebook.com/events/240257082259701?acontext=%7B%22event%5Faction%5Fhistory%22%3A[]%7D) Partecipa all'evento su Facebook ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0005.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0007.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0009.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0014.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0022.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0041.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0052.JPG) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/08/DSC_0061.JPG) Foto di Sonja Steger. ### Per Luca Di Meo, futbologo URL: https://flaviopintarelli.it/2023/08/02/luca-di-meo-ricordo/ Last updated: 2023-08-03T10:12:43.000Z Il 3 novembre del 2012 poter guardare una partita di calcio in diretta streaming sul proprio *smartphone* è una possibilità che, in Italia, si attualizza per pochi, di sicuro non per me. Non ricordo esattamente come, quella sera, io abbia fatto esperienza del fatto che l'Inter di Stramaccioni sbancasse 1 a 3 lo Juventus Stadium, infrangendo l'imbattibilità della Vecchia Signora che, in quegli anni, era, semplicemente, troppo forte per chiunque. Forse vidi soltanto gli *highlights*, grazie a una di quelle app pezzotte che, allora, li trasmettevano in leggera differita, avvisandoti con una notifica ogni volta che una squadra segnava. Oppure, più probabilmente, seguii quella vittoria ricostruendone lo sviluppo attraverso la narrazione collettiva che se ne faceva su Twitter. Ciò che invece non scordo, di quella serata memorabile, è la voce che, alla notizia del gol di Cassano che fissa il risultato, esclama: "è l'apoteosi di Stramaccioni!". Quella voce era la voce di Luca Di Meo, [scomparso pochi giorni fa](https://www.wumingfoundation.com/giap/2023/07/morte-di-wu-ming-3/?ref=flaviopintarelli.it). Il 3 novembre del 2012 è la sera del convegno di Futbologia. L'evento si è chiuso da poche ore, segnando il punto più alto di una folle parabola a campanile, iniziata una manciata di mesi prima. Il 2012 è ancora un tempo in cui un gruppo di semi sconosciuti incontratosi in rete può partire dall'idea di organizzare una serata su "calcio e potere" in un centro sociale scalcinato di Benevento e arrivare a pensare di poter cambiare il modo di cui si parla di calcio in Italia, portando un attacco di geometrica potenza e precisione al cuore della narrazione calcistica del nostro Paese. In quel gruppo di persone, la personalità di Luca brilla come un buco nero imprigionato da un diamante. Se gli stai vicino la temi, quella luce, perché emana da un abisso su cui sai di non volerti affacciare ma, al tempo stesso, non puoi fare a meno di seguirla, perché la sua forza illumina il mondo che ti circonda e ne piega la traiettoria. Sono forze del genere che muovono le persone da cui nascono le rivoluzioni e anche noi, nel nostro piccolo, eravamo convinti di poterla vincere, la nostra rivoluzione. E invece, *Ça va sans dire*, abbiamo perso. Perché la rivoluzione non è catenaccio, come dice Toni Negri che, secondo me, con rispetto, di pallone non ne capisce un'acca. La rivoluzione non è sparagnina, perché la rivoluzione è lo spreco della gioia. È arrivare secondi con 82 punti, la rivoluzione. È Bill Shankley al Liverpool, la rivoluzione. La rivoluzione è calcio totale. Si attacca insieme, si difende insieme. Ecco cos'è la rivoluzione, altro che catenaccio. Non credo di averlo mai condiviso con te questo delirio, troppo timido e spaventato per farlo; perciò lo scrivo oggi, ricordandoti, Luca, e, se ti capiterà di leggerlo, lì dove sei adesso, se ne avrai il tempo, sposta leggermente la penna che lascio qui accanto alla scrivania. Saprò riconoscere che sei tu, Mentalista. ### "La controffensiva ucraina è iniziata" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/15/la-controffensiva-ucraina-e-iniziata-su-valigia-blu/ Last updated: 2023-06-15T08:11:30.000Z L'attesa controffensiva ucraina contro le forze d'invasione russe ha avuto inizio nei primi giorni del mese di giugno. L'inizio delle operazioni è coinciso con il sollevarsi di una fitta nebbia di guerra, all'interno della quale vengono costantemente condotte operazioni di guerra informativa, volte a generare confusione nel pubblico, privo della consapevolezza necessaria per una chiara valutazione dei fatti. Per questo Valigia Blu mi ha chiesto di articolare un ragionamento sulla controffensiva in atto, all'interno del quale provo a delineare un *framework* utile per definirne il successo o il fallimento e, di conseguenza, per provare a leggere le informazioni in arrivo dal campo di battaglia. [La controffensiva ucraina è iniziataVari elementi confermano l’inizio della controffensiva ucraina sul fronte orientale![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Flavio PintarelliValigia Blu![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2023/06/counteroffensive.jpg)](https://www.valigiablu.it/controffensiva-ucraina-oggi/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La controffensiva ucraina è iniziata" su Valigia Blu. ### (ri)velato #7 - una replica a Martha Canestrini URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/12/replica-martha-canestrini-il-velo/ Last updated: 2023-06-12T07:57:19.000Z Mi segnalano che, nel numero del settimanale *ff* uscito lo scorso giovedì, una certa Martha Canestrini dedica a *Il velo* un'infastidita e sbrigativa critica, incorporata in una lettera dove la lettrice si lamenta anche della [recensione che Gabriele di Luca ha dedicato al romanzo](https://sentierinterrotti.wordpress.com/2023/05/11/i-fantasmi-del-sudtirolo/?ref=flaviopintarelli.it) sullo stesso settimanale. Lo confesso, l'intero impianto paratestuale che ho messo a punto insieme ai redattori della casa editrice è un'elaborata forma di *clicbait*, costruita apposta per *triggherare* una serie di automatismi tipici del dibattito sudtirolese. Un'esca che Canestrini, ma non solo lei, ha ingoiato, amo compreso. In sintesi, Canestrini mi rimprovera di essere un tipico sudtirolese di lingua italiana che, "tornato all'ovile dopo aver provato a vivere nella sua vera Patria", sfoga la sua frustrazione per non aver ricevuto dalla sua Provincia l'attenzione che pensa di meritare. Il tutto dando a intendere che io sia un nostalgico del regime fascista (sic). Vorrei partire a rispondere a Canestrini da quest'ultima accusa, la più odiosa, perché in questa provincia, ma non solo qui, vige l'abitudine di chiamare fascista chiunque tranne che fascista lo è sul serio. Chi mi conosce sa che l'antifascismo non è solo un mio valore, ma parte integrante della mia pratica politica. Naturalmente Canestrini non è obbligata a conoscermi personalmente, dal momento che, con ottime probabilità, frequentiamo diversi *milieu*. Lei i salotti borghesi, io le strade. Ma restiamo sul punto, perché anche non conoscendomi, a Canestrini sarebbe bastato leggere il libro - cosa che evidentemente non ha fatto, giudicandolo solo a partire dalla arrogante presunzione di sapere già tutto che caratterizza la persona della sua generazione - per imbattersi in un passaggio come questo: > La città trasfigurò. Divenne una ferita da cui sgorgava sangue nero, infetto. Uno squarcio nella carne di questa terra, attorno al quale i suoi abitanti definivano ancora le loro identità come simulacri etichettati da una semplice sfumatura del linguaggio cristallizzata dal tempo. Sprofondai nella diacronia e fu come rivivere la storia dell’Alto Adige. Vidi scorrere la vittoria da traditori nella Prima guerra mondiale, il colonialismo interno, l’italianizzazione forzata. Poi sentii brillare il tritolo, assaporai il sangue ferroso nella bocca dei torturati. Percepii l’umiliazione e la rabbia, lo sgomento e l’impotenza: un intero ciclo di sradicamento, repressione e vendetta che aveva mutato il carattere di quei luoghi, trasformandoli da ponte fra due culture nella linea di faglia lungo la quale esse erano venute a scontrarsi, con gran fragore di movimenti tellurici O in un dialogo come quest'altro, in cui i personaggi commentano l'installazione apposta qualche anno fa sul fregio del palazzo degli uffici finanziari: > «Grazie» dissi rivolto a Manfred, che era ancora al mio fianco. «Se non fosse stato per te me lo sarei perso.» > «Ti piace l’installazione?» > «La trovo meravigliosa.» > Anch’io. Ha qualcosa di risolutivo.» > Non ero sicuro di aver capito cosa intendesse veramente Manfred con quell’aggettivo. > «In che senso?» > «Chi potrebbe mai accusare queste parole di sostenere una delle parti in causa?» > Aveva ragione. Nessuno avrebbe potuto elevarsi a vittima di quel concetto tanto elementare quanto potente: Nessuno ha il diritto di obbedire significava che non ci era concesso negare la nostra responsabilità nelle scelte che facevamo nella nostra vita. Era un messaggio che trasmetteva impegno e speranza. Lascio al lettore giudicare se questi sono i pensieri di un nostalgico del regime fascista quale Canestrini cerca di farmi passare, mentre io passo rapidamente a farmi una sonora risata a proposito di quella che sarebbe la mia "vera Patria". Esattamente, Canestrini, di quale patria vai cianciando? Napoli? Siena? Ovvero le due città in cui il protagonista del romanzo ha vissuto prima di tornare a Bolzano. Posti che vengono definiti "una città splendida, ma \[che\] sa essere crudele" la prima e "un buco \[di culo\]" la seconda? La domanda è, ovviamente, retorica, perché sappiamo entrambi che ti riferisci all'Italia. Il punto è che, come mi è caro l'antifascismo, altrettanto importante per me è l'internazionalismo che, oggi, si esprime nella [mia solidarietà attiva](https://not.neroeditions.com/le-voci-cancellate-della-sinistra-ucraina/?ref=flaviopintarelli.it) verso le organizzazioni antifasciste, femministe e anarchiche che, in Ucraina, resistono sul campo all'invasione imperialista voluta da Putin. Non ho patria, Canestrini, perché la mia patria "è il mondo intero", come canta Pietro Gori nella sua *Stornelli d'esilio*. Chiarito questo punto veniamo alla critica che, più di tutte, mi racconta della tua miseria umana e intellettuale, cara Canestrini. Sul serio pensi che io misuri il successo in base al grado di attenzione che la Provincia rivolge alla mia scrittura? Sei davvero così arida da pensare che davvero m'importi di più essere riconosciuto piuttosto che ricevere uno sguardo d'intesa dalla mia compagna, una risata dei mei figli, l'abbraccio di un amico, la stretta di mano di una persona che stimo? Che vita vuota, triste e schifosa devi vivere, Canestrini, per pensare che io pianga se la mia scrittura non viene notata. Sul serio, non me ne capacito, perché a quarant'anni compiuti la vita mi ha insegnato che il successo è nella qualità delle relazioni che stringi e non nella vanità delle copie vendute perché, vedi, non è per vendere che scrivo, ma per espormi al rischio dell'oltre, dell'altrove e del diverso. Solo da questo rischio, infatti, può nascere quel nuovo che tu, Canestrini, hai smesso da tempo di tenere a battesimo. ### (ri)velato #6 - Una poetica dei bordi URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/09/una-poetica-dei-bordi/ Last updated: 2023-06-09T08:52:42.000Z > All’incrocio abbandonai la via principale svoltando a sinistra. Sotto il pile avvertivo già un velo di sudore. Le rampe di scale in cemento che attaccavano la prima parte della salita mi condussero nella *edgeland*, lì dove il quartiere si fa prima bosco e poi montagna. S’inerpicavano discrete tra i palazzi, insinuandosi tra appartamenti in cui, a quell’ora, la maggior parte delle persone stava ancora finendo di sorseggiare il caffè che segue il pranzo. Soltanto una coppia di anziani mi faceva compagnia, salendo lentamente un gradino dopo l’altro, tra il cinguettio dei pettirossi e lo scricchiolare delle mie suole sul cemento terroso. Li superai agilmente e arrivai a un terrazzino. Un *retaker* con pettorina d’ordinanza stava cancellando la scritta sul muro che lo delimitava. Tratteggiato con un *lettering* a pinnacoli, quasi tagliente, il graffito inneggiava al quartiere, dichiarando: *Oltry rulez*. Combattenti tribali in una guerra che nessuno aveva dichiarato, i ragazzi provavano orgoglio per la loro zona. Crescere tra questi anfratti significava conquistarsi la credibilità di strada che la città vetrina negava. Raschiare via la patina di bellezza da cartolina che si deposita sull'immagine del territorio, per illuminare le zone in ombra della città vetrina. Ne *Il velo*, la ricerca di un immaginario che vada oltre il *cliché* più trito dell'Alto Adige diventa deriva psicogeografica dentro e fuori dai confini di Bolzano. È un pensiero dell'oltre quello di cui vado alla ricerca. Un pensiero capace di portare il lettore al di là dell'immaginario e della narrazione "commerciale" del territorio e che si esprime anche attraverso una poetica dei bordi, delle zone marginali e ibride dove la città si sfalda nella campagna e la campagna è ancora costellata dai segni della città. Nelle pagine di [*Ballardismo applicato*](https://not.neroeditions.com/simon-sellars-ballardismo-applicato/?ref=flaviopintarelli.it), Simon Sellars chiama *edgeland* questi spazi. Spazi in cui la trama della realtà si fa più sottile e dimensioni altre e perturbanti si affacciano di fronte al nostro sguardo. ![Veduta del quartiere Prati di Gries di Bolzano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/06/WhatsApp-Image-2023-03-10-at-18.39.57--1--1.jpeg) > Il sentiero procedeva ripido e sinuoso, al riparo degli alberi e all’ombra della mole di Castel Flavon, un torrione militare riconvertito in ristorante di pregio che, abbarbicato su uno spuntone roccioso, dominava la conca di Bolzano guardando in direzione di Merano. Poco più sopra, al termine della salita, mi aspettava una panchina imbullonata a un terrazzo di roccia che si apriva in mezzo agli abeti, appena un centinaio di metri più in alto del castello. L’avevo scoperta dopo la rottura con Federica, quando il bisogno di trovare un posto in cui riflettere mi aveva spinto a esplorare quella parte di montagna. Quando la raggiunsi, la vista si spalancò davanti ai miei occhi. La mappa divenne territorio. Penso ci sia una bellezza abbacinante in questo genere di spazi. È la bellezza dei luoghi che sfuggono alla cattura del *cliché*, che negano, con la loro esistenza, la rappresentazione stereotipica del territorio e fondano così la possibilità di uno sguardo altro, che modifica la percezione della città. Nel tentativo di scrivere il reportage sull'Alto Adige che gli è stato commissionato dall'editrice Arianna Lanzinger, Alex, il protagonista de *Il velo*, va all'ostinata ricerca di tali luoghi, perché il territorio in cui torna all'inizio del romanzo ha smesso di coincidere con la mappa disegnata nella sua mente. Una poetica dei bordi è, perciò, anche il lavoro che, attraverso la scrittura, riconnette la mappa con il territorio che la esprime e, così facendo, cartografa tutte le nuove soggettività che derivano dalle sue configurazioni. ![Veduta del quartiere Prati di Gries di Bolzano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/06/WhatsApp-Image-2023-03-10-at-18.39.57--2--1.jpeg) > Riconobbi che la città non era più la stessa che avevo conosciuto un tempo. Arianna aveva ragione, forze diverse l’avevano plasmata e riprogettata. Da quella posizione, a metà tra lo sguardo disincarnato e divino del satellite, e quello terreno e incorporato con cui attraversavo le strade ogni giorno, mi parve di intuire quali fossero i vettori che regolavano la brulicante vita urbana sotto ai miei occhi. Provai a ipotizzarne nuove direzioni e nuovi significati. Ogni singola porzione si mostrava malleabile. Pensai che, se solo avessi voluto, avrei potuto imporre all’intera città la mia volontà, così come aveva fatto chi, fino a quel momento, ne aveva governato i cambiamenti. Cercai di leggerne le intenzioni in tutte quelle configurazioni, così come apparivano al mio sguardo. Ma per quanto mi sforzassi, non fui in grado di capire se quei cambiamenti fossero stati in meglio o in peggio. La cartografia che nasce dall'esplorazione delle *edgland* non è un dato puramente estetico, è la base per provare a imporre alla realtà una volontà in grado di trasformare l'esistente. È per questo che ho scelto di non limitare il lavoro cartografico sulle zone limite della città di Bolzano alle pagine de *Il velo*. Da qualche mese, per l'evento che concluderà la mia esperienza come [membro dell'Art Club di Museion](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/), sto coordinando il lavoro per la realizzazione di un video che ho pensato come ulteriore contributo a questa linea di ricerca. Progettato per esplorare il senso di appartenza che lega a Bolzano alcuni dei suoi abitanti, il video esplora, attraverso l'occhio della videocamera del regista Armin Ferrari e l'orecchio del musicista Claudio Rocchetti, quattro quartieri (Casanova, Prati di Gries, Aslago, Europa) posti tutti, in un modo o nell'altro, in una posizione marginale rispetto al cuore dell'immaginario cittadino. ![Veduta del quartiere Prati di Gries di Bolzano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/06/WhatsApp-Image-2023-03-10-at-18.39.57-1.jpeg) > Arianna Lanzinger aveva ragione: la città era viva, si evolveva. Ai margini meridionali della conurbazione apparivano chiazze di edifici di nuova costruzione. Scorrendo a ritroso la ricostruzione digitale potevo vederli sparire, inghiottiti dalla campagna che in realtà erano loro a mangiarsi. La zona industriale – adesso si chiamava “produttiva” – erodeva i frutteti. Si espandeva, megastore dopo megastore. Ne era apparso uno, TopHaus, dedicato ai prodotti per l’edilizia; accanto, il punto vendita Obi più esteso del Norditalia; poco più in là, un centro commerciale ancora da venire. Le cubature riflettevano la riorganizzazione del capitale da industriale a produttivo, quindi a commerciale. Tesi, antitesi, sintesi. Ormai sembrava non producesse più nessuno, l’economia si era fatta logistica e stoccaggio e flussi di denaro, merci e uomini. Più a ovest, verso Merano, anche i quartieri Firmian, Casanova e Prati di Gries consumavano suolo che un tempo era campagna e al loro interno davano origine a nuove, inedite stratificazioni sociali. Quelle isole ballardiane, sorte là dove i vecchi quartieri periferici si sfarinavano nei campi, erano state colonizzate dalla giovane borghesia bolzanina. Passeggiando attraverso quei palazzi, finivo puntualmente per chiedermi come avrebbero reagito le giovani mamme e papà che li abitavano, quando la violenza avrebbe cominciato a scorrere nei loro fragili idilli. Concluse nel corso della primavera, le riprese del video ci hanno portati ad attraversare le strade di quei quartieri. Osservandone le configurazioni attraverso il filtro dell'obiettivo, la nostra percezione di quei luoghi si è fatta più affilata, facendo emergere quei dettagli obliterati sotto al velo dell'abitudine. Dalla qualità dell'aria ai giochi di luce, dalle concrezioni di forme alle trame dei suoi e dei rumori è il dato atmosferico di quegli spazi che è emerso dalle nostre derive e, insieme a lui, una comprensione più profonda di come questo dato determini le forme di vita che prosperano al loro interno. ### Presentazione "Il velo" - Trento 13 giugno URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/09/presentazione-il-velo-trento/ Last updated: 2023-06-09T08:31:28.000Z Martedì 13 giugno *Il velo* va in trasferta a Trento. Ospite della libreria due punti, dialogherò del romanzo e delle sue vicende insieme a Federico Zappini. L'inizio della presentazione è fissato per le ore 18.00. [Un punto in più ✹ Il velo, di Flavio PintarelliUn punto in più ✹ Il velo, di Flavio Pintarelli✹ Sarà presente l’autore Alex è un trentenne copywriter che si sente ingabbiato in un lavoro ripetitivo e insoddisfacente. A rendere più acuta la sua…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yD/r/d4ZIVX-5C-b.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/344824727_725251882725940_1543945284645009360_n.jpg?stp=c0.35.206.206a_dst-jpg_p206x206&_nc_cat=104&ccb=1-7&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=9amyW7oaI2cAX8XXBMT&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfC61GXbRznlSbsoc4OAzHZs-wJ8wc5hCBw7qjw0m5EKKQ&oe=64831FFF)](https://www.facebook.com/events/931050818134156/?acontext=%7B%22event%5Faction%5Fhistory%22%3A[]%7D) Segui l'evento su Facebook e resta aggiornato sulla presentazione. ### Presentazione "Il velo" - Bolzano 8 giugno URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/06/presentazione-il-velo-bolzano-nuova-libreria-cappelli/ Last updated: 2023-06-06T06:00:40.000Z *Il velo* torna a incontrare le lettrici e i lettori bolzanini. Lo fa come parte del programma di inaugurazione della Nuova Libreria Cappelli che (ri)aprirà, [per volere del librario Marcello Landi](https://www.salto.bz/de/article/01052023/ecco-la-nuova-cappelli?ref=flaviopintarelli.it), l'8 giugno. Sono felice, onorato ed entusiasta che Marcello abbia voluto che *Il velo* ed io facessimo parte di questo evento, che durerà dal govedì al sabato, e a cui invito tutte e tutti a partecipare per sostenere sia il romanzo che, soprattutto, la libreria. Una realtà indipendente come questa era uno spazio che mancava alla città e rappresenta uno splendido segnale e un'occasione per chi ama i libri e la lettura. *Il velo* ed io vi aspettiamo! [Inaugurazione Nuova Libreria CappelliEvenement in Bozen, Trentino-Zuid-Tirol, Italië van Nuova Libreria Cappelli op donderdag, juni 8 2023 met 434 die zijn geïnteresseerd en 72 mensen die gaan.![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yD/r/d4ZIVX-5C-b.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/350331560_574072751514428_6042996417953490899_n.jpg?stp=c57.0.206.206a_dst-jpg_p206x206&_nc_cat=102&ccb=1-7&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=8vWXMm1wmc8AX8TU8sN&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfAbnjzTGDM2K__rVL8NZuzHmrX0iMRqsgcHx2IPbCmZNQ&oe=647B3B2B)](https://www.facebook.com/events/802136114604477/?ref=newsfeed) Segui l'evento su Facebook. ![Locandina dell'inaugurazione della Nuova Libreria Cappelli a Bolzano.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/05/Inaugurazione-Nuova-Libreria-Cappelli-Bolzano-1.jpeg) La locandina dell'inaugurazione della Nuova Libreria Cappelli a Bolzano. ### Presentazione "Il velo" - Oskowebtv 5 giugno URL: https://flaviopintarelli.it/2023/06/04/presentazione-il-velo-cyberverso/ Last updated: 2023-06-04T13:59:59.000Z *Il velo* sbarca nel cyberverso per una presentazione in diretta streaming, a ospitarlo è Max Carbone per Oskowebtv. Insieme a lui ci sarà anche Gabriele di Luca, per una chiacchierata sui temi del romanzo. L'orario d'inizio della presentazione è fissato alle ore 20.00 di lunedì 5 giugno. Guarda la presentazione del *Il velo* in streaming su Oskowebtv. ### (ri)velato # 5 - Specifico letterario atesino URL: https://flaviopintarelli.it/2023/05/15/specifico-letterario-atesino/ Last updated: 2023-05-15T08:02:03.000Z C'è un aspetto chiave de *Il velo* che, nella [telegrafica recensione pubblicata nella sua colonna su Salto](https://www.salto.bz/it/article/12052023/il-velo?ref=flaviopintarelli.it), il giornalista Maurizio Ferrandi riesce a cogliere con una certa perspicacia. Appoggiandosi al [saggio *Scorci di un confine*](https://alphabeta-books.it/prodotto/scorci-di-un-confine/?ref=flaviopintarelli.it), antologia dedicata dallo storico Carlo Romeo all'Alto Adige nella letteratura italiana degli ultimi cent'anni, Ferrandi nota che: > nel nuovo secolo pare che i narratori trovino sempre più avvincente l’ambientare le storie in un territorio i cui elementi di fascino si combinano con contraddizioni antiche e recenti. Una descrizione, questa, che a *Il velo* calza in modo pertinente, inserendo così il romanzo in una prima, timida fioritura di narrazioni in cui le contraddizioni del territorio emergono da quel fondo di fascino e idillio che, per lungo tempo, è stata, e in alcuni casi continua a essere, una delle principali chiavi di lettura per l'Alto Adige. Ad accomunare queste narrazione è, almeno mi pare, la ricerca di uno specifico letterario atesino contemporaneo. Una formula per la quale sono debitore - ed è un debito che andrà saldato nel corso della promozione del romanzo - al lavoro di Davide Gritti e Nicolò Tabarelli. Sono stati loro a introdurmi a questo concetto per la prima volta, nel corso della *call* in cui mi presentarono il progetto della rivista letteraria che avevano in mente di realizzare e per la quale mi stavano chiedendo un racconto, *[La carne delle cose](https://flaviopintarelli.it/2022/01/20/la-carne-delle-cose-su-manarot-magazine/)*, che, all'inizio del 2021, troverà posto nel primo (di quattro totali) numero di quella che sarebbe diventata *[Manaròt](https://www.manarotmagazine.it/?ref=flaviopintarelli.it).* Ricordo, di quella *call*, che si svolse in un sabato pomeriggio, nel cuore del primo *lockdown*. *Il velo* non esisteva ancora nella sua forma attuale, che avrebbe cominciato a definirsi solo un anno più tardi, grazie al lavoro di coaching fatto insieme a [Sara Mazzini](https://www.saramazziniediting.com/?ref=flaviopintarelli.it). Esistevano, invece, una serie di materiali preparatori, pensati inizialmente come reportage narrativo, ma privi dell'architettura necessaria a sostenere il racconto che avevano l'ambizione di presentare al pubblico. La successiva elaborazione di quei materiali è stata, lo vedo ora che il romanzo è uscito, pesantemente influenzata dall'ambizione di provare a circoscriverlo, quello specifico letterario atesino contemporaneo che Davide e Nicolò avevano individuato. L'idea che esistesse un nucleo di temi, figure, voci e stili in grado di esprimere, attraverso la scrittura letteraria, delle specificità proprie del territorio atesino e, nel farlo, quel nucleo sapesse parlare ed entrare in relazione con le tendenze più vitali del dibattito letterario nazionale era un'idea potente, che mi ha catturato fin dal primo istante. C'è infatti, alla base della mia scrittura, il desiderio di realizzare una letteratura contemporanea in grado di dialogare col dibattito nazionale, senza per questo rinunciare alla sua specificità locale. *Il velo* è il mio primo, compiuto tentativo di muovermi in questa direzione. Un percorso non facile, non solo, ma anche per la fragilità dell'editoria locale, che proprio la vicenda di *Manaròt* mette in evidenza. Che un progetto di rivista in grado di esprimere l'elevata qualità letteraria ed editoriale che *Manaròt* ha espresso avrebbe certo meritato di sopravvivere più dei due anni che la rivista è durata e, soprattutto, di beneficiare del supporto da parte di una casa editrice strutturata e abbastanza lungimirante da capire che gli autori individuati da Gritti e Tabarelli avevano tutti, nessuno escluso, prospettive di sviluppo in grado di posizionarli con efficacia sulla scena letteraria italiana. Purtroppo, del senno di poi son piene le fosse. Quello che conta, oggi, è che l'idea di uno specifico letterario atesino contemporaneo è stata formulata e lo sciame sismico che ha creato mi sembra tutt'altro che destinato ad esaurirsi. Un auspicio che, mi auguro, i manarottiani non lasceranno cadere nel vuoto. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### Presentazione "Il Velo" - Bolzano 15 maggio URL: https://flaviopintarelli.it/2023/05/11/il-velo-presentazione-bolzano/ Last updated: 2023-05-11T19:16:22.000Z La prima volta in cui un libro incontra i suoi lettori è sempre un'occasione importante. Per *Il velo*, il mio primo romanzo, [accadrà lunedì 15 maggio](https://www.facebook.com/events/1029724907997232/?ref=newsfeed), alle ore 17.30, presso la [Biblioteca Provinciale Italiana Claudia Augusta](https://claudiaugusta.provincia.bz.it/default.asp?ref=flaviopintarelli.it) di Bolzano. In quell'occasione avrò il piacere e l'onore di condividere il palco con Valentino Liberto, amico e giornalista di [Salto](https://www.salto.bz/?ref=flaviopintarelli.it), a cui sarà affidato il compito di accompagnare il pubblico alla scoperta dei temi del romanzo. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/05/Cartolina-FRONT.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/05/Cartolina-BACK.jpg) 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### (ri)velato #4 - Tempo storico e tempo narrativo URL: https://flaviopintarelli.it/2023/05/07/tempo-storico-tempo-narrativo/ Last updated: 2023-05-07T19:19:22.000Z > Manfred indicò il cordone di polizia che attendeva poco più avanti. «Speriamo che oggi non siano di cattivo umore» disse ridendo nervosamente. «Non credo che alle bimbe piacerebbe vedermi conciato in faccia come un panda.» Io invece mi chiesi cosa ci facesse la polizia italiana schierata poco dopo il confine. > Thump. Thump. La risposta ebbe il tonfo sordo dei lacrimogeni sparati verso l’alto. Caricarono senza alcun preavviso. Il corteo fu preso alla sprovvista e sbandò, mentre i cordoni si sfilacciavano risalendo all’indietro la strada che passava accanto al centro commerciale. In prossimità della stazione i manifestanti più preparati si ricomposero, invitando gli altri a defluire attraverso un vicolo lungo i binari della ferrovia. Lo schieramento della celere avanzava battendo sugli scudi coi manganelli. Chi era stato a Genova nel 2001 ricordava ancora quel rumore sordo con preoccupazione. *Il velo* si svolge nel tempo lungo di una gravidanza e, in questo lasso di tempo, mette in scena una serie di eventi che fanno parte della storia recente di Bolzano. Perché oltre a essere la storia di un ragazzo che diventa padre, *Il velo* è anche un romanzo che prova a raccontare una decade, gli anni '10 del Duemila, in cui la mia città è cambiata in molti modi, di cui alcuni hanno già lasciato un segno tangibili mentre gli effetti di altri sono ancora di difficile lettura. Nel corso della lavorazione del romanzo mi sono chiesto più volt, e come me anche le persone che ci hanno lavorato, se fosse legittimo, come alla fine abbiamo scelto di fare, privilegiare il tempo narrativo su quello storico. La manifestazione anarchica al Brennero raccontata in uno dei capitoli finali del libro, per esempio, non solo non si è svolta nel periodo dell'anno in cui è collocata all'interno del romanzo ma ha avuto anche una dinamica che è in parte diversa da quella che ho creato nella finzione, per progettare la quale ho attinto ad altre esperienze analoghe. Nel tempo storico, quei fatti si sono svolti nel 2016 quando, al Brennero, furono almeno tre le manifestazioni di rilevanza nazionale organizzate per protestare contro il blocco del confine deciso dal governo austriaco per impedire il transito ai migranti in viaggio verso il Nord Europa. Ciononostante, nell'economia narrativa del romanzo, quell'episodio aveva la funzione di cementare il rapporto tra due personaggi che, di lì a poco, entrerà in crisi in quella che sarà la morte e resurrezione del protagonista prima della resa di conti che chiuderà la vicenda del romanzo. Dal punto di vista strutturale, la manifestazione non poteva che svolgersi in quel punto del racconto e, pertanto, ci siamo risposti che, quando si maneggia la finzione, all'autore è concesso il privilegio di rivendicare, per il suo lavoro, una serie di prerogative, di cui quella di piegare il tempo storico sul tempo narrativo è una di queste. Dopotutto, quello di cui *Il velo* fa parte è e resta un universo di finzione, attraverso la cui lente diventa però possibile leggere la realtà da cui questo universo emana. Questo, mi pare, sia tutto quello che conta. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### (ri)velato #3 - Un libro è un lavoro collettivo URL: https://flaviopintarelli.it/2023/05/02/libro-lavoro-collettivo/ Last updated: 2023-05-03T11:44:51.000Z Quello della filiera del libro è un tema ampiamente dibattuto. C'è chi pensa che il contributo collettivo all'opera di un autore debba restare nell'ombra, perché un romanzo o un saggio sono comunque l'espressione di una personalità autoriale e chi, invece, e io sono tra questi, pensa che sia corretto sottolineare come un libro sia sempre un lavoro collettivo, a cui danno il loro contributo creativo molte altre persone oltre all'autore. *Il velo* non fa eccezione a questa regola. Per questo, alla fine dle libro, ho voluto dedicare qualche parola a tutte le persone senza le quali il mio primo romanzo non esisterebbe. > Christian Raimo è il mandante morale di questo libro. Senza di lui non avrei mai pensato di iniziare a scrivere un libro su Bolzano e tantomeno avrei pensato che sarebbe diventato il mio primo romanzo. Per questo lo ringrazio e mi scuso se, qualche volta, in passato, mi sono comportato in modo meschino nei suoi confronti. Avermi dato l'opportunità che mi ha dato è un gesto che gli fa onore. > Non so se sia vero, come dice qualcuno, che fare i libri è come fare dei figli. Ho fatto entrambe le cose e penso che fare un figlio sia più bello e difficile. Ma se questa similitudine dovesse rivelarsi esatta, Sara Mazzini sarebbe l’ostetrica di questo romanzo. Senza di lei *Il velo* non sarebbe diventato il libro che è oggi, imperfetto e bellissimo allo stesso tempo. Grazie, Sara, per i tuoi insegnamenti, per esserci sempre quando ho avuto bisogno e per ascoltare i miei vocali. > Due grazie vanno a Giuliano Geri. Il primo per avermi fatto capire cosa non andava nella prima stesura. Il secondo per aver editato la seconda e averla trasformata nel libro che avete appena finito di leggere. > Ringrazio anche chi ha letto questo libro quando ancora non esisteva. Andrea, a cui è piaciuto subito anche se era pessimo, perché lui domina il frastuono e vede il futuro attraverso le cose. Violetta, che ho perso di vista. Se dovessi leggere queste righe, i miei contatti sono sempre gli stessi. Iacopo, perché anche se tutto è cambiato e non ci sentiremo mai più, il suo entusiasmo era genuino. Guia, perché la ammiro e invidio come sa scrivere di musica. Giorgio, perché non aveva alcun motivo per dedicare a questo libro le parole che gli ha dedicato e questo mi ha fatto un piacere immenso e dato la fiducia per andare avanti, anche quando tutto sembrava difficile. > Davide e Nicolò per il lavoro che hanno fatto con *Manaròt*. Ci prenderemo lo spazio, pure senza moneta. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### (ri)velato #2 - Come cala il velo URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/23/alto-adige-turismo-massa-soluzione/ Last updated: 2023-04-23T19:02:59.000Z [Nella prima puntata di (ri)velato](https://flaviopintarelli.it/2023/04/17/il-velo-copertina/), ho descritto il velo che dà il titolo al romanzo come la sopravvivenza di un immaginario che, mentre lo vende, dà forma a un'immagine dell'Alto Adige la quale finisce per retroagire sull'identità di chi lo abita, plasmandola in base ai suoi falsi miti di purezza. In questo senso, il velo è qualcosa che nasconde e occulta, qualcosa che cala dall'alto e si appoggia sulla pelle, le vite e le esperienze di chi abita questa terra, sovradeterminandole con le sue immagini. Alex, il protagonista del romanzo, soffre questa condizione nel momento in cui esce dai confini dell'Alto Adige e si rende conto che, in quanto altoatesino, non gli è dato lamentarsi perché "su da voi si vive bene" e "siete sempre primi nelle classifiche per la qualità della vita". Fattuale, certo, ma difficilmente una classifica esaurisce una rete di esistenze complessa e sfaccettata come lo sono le reti di esistenze che si stringono in una qualsiasi città o provincia. Sollevare il velo, però, non è facile. Il velo esiste grazie al concatenamento di ideologia, marketing, interessi economici e politici. Una mega-macchina estremamente efficiente che muove il pesante dispositivo di potere che regola il funzionamento del velo. La si può vedere all'opera nella cronaca di questi giorni, che riporta, con toni trionfali, la notizia secondo cui [l'Alto Adige ha trovato una soluzione al turismo di massa](https://www.ilpost.it/2023/04/17/limite-posti-letto-alto-adige/?utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=twitter&utm%5Fcampaign=share). Ovvero un meccanismo di regolamentazione del numero dei posti letto disponibili per ogni comune della provincia, che introduce restrizioni all'afflusso turistico. [Ne ha parlato perfino la sezione *travel* del sito della CNN](https://edition.cnn.com/travel/article/italy-tourist-restrictions-alto-adige/index.html?ref=flaviopintarelli.it), dovrà per forza essere qualcosa di innovativo, no? Ma se ci si spinge poco oltre il titolo si può vedere come il limite fissato al numero di posti letto disponibili in Alto Adige è di 34 milioni, pari al numero di pernottamenti registrati nel corso del 2019 (2,8 milioni in media al mese), un anno record per il turismo locale, che, prendo in prestito le parole contenuto nello [studio *Ambizioni di sviluppo territoriale in Alto Adige Verso una nuova cultura del turismo*](https://webassets.eurac.edu/31538/1652790899-ltek%5Fit%5Fweb.pdf?ref=flaviopintarelli.it) del centro di ricerca Eurac, ci ricorda come: > il turismo in Alto Adige lavora sempre più ai limiti della sua sostenibilità sociale, ecologica e, in ultima analisi, anche economica. Limiti che questo regolamento, accolto con tanta enfasi e già preso a modello da altri territori, non fa nulla per mitigare ma, al contrario, cristallizza, indifferente a quei disagi e difficoltà - dal traffico senza controllo ai fenomeni di gentrificazione ed espulsione a essa connessi - che un tale numero di pernottamenti comporta per chi abita il territorio e che il provvedimento si vanta di aver risolto. La realtà, invece, è che questa decisione non intacca di una virgola gli interessi che alimentano il turismo di massa e permette di conservare lo *status quo* presentandolo come una soluzione rivoluzionaria, in grado di confermare quella natura eccezionale dello spirito sudtirolese che fa parte della stessa costruzione identitaria nutrita di falsi miti di purezza per descrivere la quale ho usato l'immagine del velo. Ancora una volta, la strada per resisterle è la costruzione di dieci, cento, mille narrazioni alternative, in grado fratturare l'immagine totalitaria dell'Alto Adige in un caleidoscopio di prospettive. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### Forget_me_not - Bolzano 20 aprile URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/19/forget_me_not_museion_bolzano/ Last updated: 2023-04-19T06:16:39.000Z *Forget\_me\_not. In praise of loss* è il secondo capitolo di *Beyond the Artwork*, il percorso di ricerca dedicato alla relazione tra salute mentale e pratiche artistiche portato avanti dal [gruppo di lavoro di Museion Art Club Forum](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/) di cui faccio parte dal settembre del 2021. Dopo aver esplorato [il tema della dipendenza, letto attraverso il filtro della pillola](https://flaviopintarelli.it/2022/11/07/opening-the-pill-museion-bolzano/), tecnologia di modifica e alterazione del sé per eccellenza, ci siamo dedicati al tema della memoria, intesa come dialettica tra ricordo e oblio. In un'epoca in cui la capacità di ricordare si estende all'infinito grazie alle protesi digitali che aumentano la nostra mente, abbiamo pensato fosse opportuno celebrare anche ciò che, nel processo di creazione di una memoria, viene perso e dimenticato. *Forget\_me\_not. In praise of loss* nasce da queste tensioni teoriche e le affronta in una mostra digitale, ospitata su [depositary.art](https://depositary.art/?ref=flaviopintarelli.it), una piattaforma digitale di cui abbiamo commissionato la realizzazione allo [studio di interactive design olandese Moniker](https://studiomoniker.com/?ref=flaviopintarelli.it) e che sarà attiva a partire dal 21 aprile. Il giorno prima, giovedì 20, inaugureremo la mostra dal vivo a Museion, con un programma di performance che accompagnerà il pubblico alla scoperta della mostra e della piattaforma, un vero e proprio asset digitale che resterà a disposizione di Museion e del suo Art Club anche dopo la fine del mandato del gruppo di lavoro di cui faccio parte. Della mostra fa parte anche *[Allegorie della memoria digitale](https://flaviopintarelli.it/2023/04/11/allegorie-della-memoria-digitale/)*, un ciclo allegorico realizzato da me in dialogo con Midjourney. [Scopri il programma di Forget\_me\_not](https://www.museion.it/2023/04/forget%5Fme%5Fnot/?ref=flaviopintarelli.it) ### (ri)velato #1 - Tutti insieme appassionatamente URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/17/il-velo-copertina/ Last updated: 2023-04-21T14:03:58.000Z Posso non essere sempre d'accordo con Michil Costa e la sua visione del futuro del turismo in Alto Adige, ma non posso contraddirlo quando dice che "l'uso di immagini stereotipate, che dipingono il nostro territorio come spazio incontaminato quindi, non produce altro che falsi miti, forse ottimi cliché per vendere, ma non per trasmettere quello che siamo o vorremmo essere." Nel mio piccolo, ogni volta che ho scritto di Alto Adige, l'ho fatto per provare a rivendicare uno spazio di autonomia dal potere totalizzante dell'immaginario pubblicitario e dall'infrastruttura che lo sostiene. Un spazio al cui interno provare a costruire le alternative di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, perché, rubo ancora a Costa le parole, "non ci rendiamo conto dell'influenza che il turismo ha sull'identità delle comunità locali, di come una vera ospitalità o, al contrario, un commercio turistico ci plasmi". Senza narrazioni in grado di creare altre immagini della nostra terra la sola identità con cui possiamo negoziare è quella costruita ad arte per vendere la nostra terra ai turisti. Un'identità inamovibile che è non soltanto una teoria di falsi miti, ma è anche il calco di un passato che ci ostiniamo a non voler far passare. Le radici degli stereotipi da cui la comunicazione pubblicitaria contemporanea attinge a piene mani quando deve raccontare l'Alto Adige affondano nel tempo almeno fino all'Ottocento. È allora che prende corpo l'immagine della montagna come spazio incontaminato, al tempo stesso opposto e complementare alla città di cui era la proiezione, in cui paesaggio e modo di vivere si compenetrano in una sintesi estetica e culturale dalla forte base morale. Un sentimento analogo permea le immagini di *Tutti insieme appassionatamente* (*The sound of music*), il musical del 1965 da cui ho tratto la copertina del romanzo. Il velo che gli dà il titolo altro non è che la sopravvivenza di questo sentimento e dell'immaginario che lo esprime. La cui essenza si esprime alla perfezione in *The Hills are alive*, uno dei numeri più celebri del film. La sequenza si apre col volo leggiadro della macchina da presa che dal totale del paesaggio stringe progressivamente verso Julie Andrews per poi staccare in raccordo col movimento circolare con cui l'attrice abbraccia la bellezza che la circonda. Le colline sono vive - così canta Maria, il personaggio interpretato dall'attrice americana - col suono della musica, con le canzoni che hanno cantato per mille anni. Una comunione mistica col paesaggio in cui il cuore dell'uomo si nutre della bellezza secolare della natura, che lo riempie e lo redime dai suoi peccati. Un velo appunto, che cala dall'alto a sovradeterminarci tutte e tutti con la sua ideologia di purezza e rende sempre più urgente e necessaria la costruzione di immagini e immaginari alternative con cui raccontare le nostre vite e negoziare le nostre identità. *Il velo* è il contributo che provo a portare a questa impresa. 💃 *Il velo* è il mio primo romanzo. È fuori dal 21 aprile 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Se vuoi saperne di più [leggi la scheda del romanzo](https://flaviopintarelli.it/il-velo/). ### Allegorie della memoria digitale URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/11/allegorie-della-memoria-digitale/ Last updated: 2023-04-28T07:20:27.000Z *Allegorie della memoria digitale* è un ciclo allegorico che ho realizzato come parte di *[Forget\_me\_not](https://www.museion.it/2023/04/forget%5Fme%5Fnot/?ref=flaviopintarelli.it)*, una mostra digitale dedicata all'elogio della perdita, che rientra nel percorso di ricerca del gruppo di lavoro di [Museion Art Club di cui faccio parte](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/). Le immagini e i testi che compongono il ciclo raccontano l'evoluzione del nostro rapporto con le tecnologie digitali, rappresentate come memoria infinita. Sono state realizzate in stile *vaporwave* usando Midjourney, un'intelligenza artificiale *text-to-image.* Il grado di precisione dei *prompt*, i comandi testuali necessari all'intelligenza artificiale per creare le immagini, è stato mantenuto volutamente basso per sfruttare la capacità divinatoria del software. Il risultato finale è equamente dovuto alla volontà dell'autore e alle capacità generative dell'intelligenza artificiale, al punto da non poter determinare con chiarezza dove finisce la prima e dove inizia la seconda, e viceversa. 📧 Non vuoi perderti nemmeno uno dei miei post? Iscriviti per ricevere i miei contenuti nella tua casella di posta elettronica. ### Allegoria dei doni di internet 1/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_of_the_internets_gifts_to_humanity_i_eee3925f-5bea-499d-8a49-985ffcac63ae.png) > Trasparenza, orizzontalità, accesso alla conoscenza, memoria infinita. Internet s'è rivelata all'umanità carica di doni, come una dea dei miti antichi. Con voce suadente ha invertito il corso del tempo, evocando allo sguardo degli uomini immagini di paradiso non più avvolte dalle brume del tempo e macchiate dal dolore del ricorso ma, finalmente, prossime e raggiungibili senza ostacoli. Prompt: *Allegoria dei doni di internet all'umanità: memoria infinita, trasparenza, orizzontalità, accesso alla conoscenza. style vaporwave, gradienti di colori saturi, glitches, flussi video digitali, computer widescreens, videocamere di sorveglianza.* ### Allegoria del cloud come nuova Gerusalemme celeste 2/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_A_data_centre_portrayed_as_the_heavenly_Jerus_c5cf84a0-dcc5-42b2-a36c-5bf24a8d55cd.png) > Come una nuova Gerusalemme Celeste, l'edifico del data center ha finito per incarnare l'infinita capacità di memoria con cui internet si propone di emendare i difetti della facoltà umana di ricordare e dimenticare. Una fantasmagoria di ricordi eternamente conservati in uno spazio smaterializzato, sottratto alla sguardo dell'umanità nei suoi recessi, nelle pieghe, nelle periferie selvagge. Prompt: *A data centre portrayed as the heavenly Jerusalem, set in the sky amidst clouds, surrounded by rainbows and from which a ray of light emerges, vaporwave style, saturated colour gradients, glitches, clouds, setting sun, cables, fibre optics, servers.* ### Allegoria di internet come memoria cibernetica 3/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_An_allegory_of_the_internet_as_cybernetic_mem_98c191f0-8c23-4a27-b017-3c8f1fb647d6.png) > Internet ha mutato il carattere della memoria. Da processo della mente umana, andirivieni incessante tra ricordo e oblio, tra dimenticanza e conservazione, la memoria diventa protesi cibernetica del nostro corpo, costrutto biomeccanico impastato di terre rare, legato insieme da cavi infinitesimali e animato dalla scintilla elettrica che ne percorre a folle velocità i circuiti. Prompt: *An allegory of the internet as cybernetic memory, vaporwave style, saturated colour gradients, glitches, screens, time represented as a cyborg with wings.* ### Allegoria della datificazione del corpo 4/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_a_body_is_unravelled_into_a_stream_o_d74a1328-2762-4921-9c35-d99666f9cdfa.png) > Catturato nelle spire delle rete, scandagliato da sensori sempre più numerosi e precisi, il nostro corpo si è sciolto in dato. Scomposto, generato, raccolto, movimentato, analizzato, visualizzato. La vita ha smesso di appartenerci come insieme coerente di sensazioni ed emozioni, per farsi immagine, discreta e quantificata, del modo d'esistere che l'infrastruttura digitale ci consente. Prompt: *Allegory: a body is unravelled into a stream of alphanumeric code circulating on the Internet, vaporwave style, saturated colour gradients, screens and cables.* ### Allegoria di internet come mente estesa 5/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_of_the_internet_as_mind_extended_out_4c818694-2f1d-4cf2-b6f8-510b6de474b2--1-.png) > Scomparso il corpo, di noi non rimane altro che una mente, incredibilmente estesa lungo i meandri della rete. Una mente elettrificata, che avvolge il mondo e, avvolgendolo, ne crea un riflesso, specchio nero in cui, come indefessi bricoleur, (ri)costruiamo senza posa la nostra identità, in uno scherzo semiotico che non sembra poter avere fine. Prompt: *Allegory of the internet as mind extended outside the body, vaporwave style, saturated colours, colour gradients, three-dimensional space, brain scan patterns, biomechanical bodies, flat screens, cables.* ### Allegoria di internet come Argo Panoptes 6/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_the_net_as_a_divine_gaze_that_sees_e_8e8311eb-8a50-407b-a394-021c9f64674e.png) > Dall'altro lato dello schermo, sempre più simile a un dio che tutto vede, internet, memoria cibernetica infinita ed incessante, registra l'umanità in ogni suo istante e dettaglio, perfino il più infimo e insignificante. Prompt: *The net as a divine gaze that sees everything, vaporwave style, saturated colour gradients, glitches, digital video streams, multiple screens, video cameras.* ### Allegoria di internet come sguardo di Gorgone 7/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_the_net_as_the_gaze_of_the_paralysin_9eb286c5-257a-4bd6-8ba1-7b761de24f57.png) > Come quello delle gorgoni, atroci figlie di Forco e Ceto, lo sguardo cibernetico onniveggente che emana dalla rete verso di noi, corpi scomposti e memorie estese, ci paralizza con la forza della sua incommensurabilità. Di fronte all'archivio senza fine di ogni informazione perdiamo la capacità di agire e finiamo per essere agiti dai suoi programmi, algoritmi e imposizioni. Prompt: *Allegory: the net as the gaze of the paralysing gorgon, vaporwave style, saturated colour gradients, glitches, digital video streams, widescreens, surveillance cameras.* ### Allegoria del diritto all'oblio 8/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_An_allegory_of_the_legal_concept_of_the_right_38240090-9d9b-4a4d-be0d-bd8256cfc8de.png) > Di fronte allo sguardo di Medusa della rete, invochiamo il diritto a essere dimenticati, cancellati dalla sua memoria infinita, inconsapevoli del fatto che, nelle pieghe dell'infrastruttura digitale, resterà sempre traccia di una parte di noi, come doppio inquietante del tempo trascorso al suo interno. Prompt: An allegory of the legal concept of the right to be forgotten, depicted as a ruined server room, vaporwave style, vanishing lines of computer code, saturated colour gradients, glitches, screens, symbols of justice, classical statue with cyborg elements. ### Allegoria dell'obsolscenza dei dati 9/9 ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2023/04/Flavio_Pintarelli_Allegory_of_data_obsolescence_set_in_a_three-_b361f220-da88-49f4-b636-48ef3faf9274.png) > Sarà il tempo, al cui trascorrere nulla sfugge, a liberarci dal peso dello sguardo che grava su di noi, emanato dalla memoria cibernetica infinita. Ogni dato, prima o poi, diverrà obsoleto e, con esso, ciò che lo supporta. Come lacrime nella pioggia, ogni doppio inquietante di noi stessi è destinato a dissolversi e, con lui, le tracce del nostro passaggio. Cenere alla cenere, polvere alla polvere. Così sia. Prompt: *Allegory of data obsolescence, set in a three-dimensional space, time passing, vaporwave style, decay, saturated colours, colour gradients, glitches, floppy disks and cd roms and hard drives floating all around the statue.* ### Cyberwar between Russia and Ukraine - Perugia 19 aprile URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/07/cyberwar-between-russia-and-ukraine-perugia-19/ Last updated: 2023-04-07T13:45:34.000Z Prendendo l'invasione russa come caso di studio, nel panel previsto per il 19 aprile al festival internazionale del giornalismo di Perugia proverò ad analizzare il ruolo che la connettività sta avendo sui campi di battaglia dell'Ucraina, per mostrare in che modo le tecnologie digitali stanno trasformando la dottrina militare nel corso del ventunesimo secolo. [Cyberwar between Russia and UkraineA oltre un anno dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, la risposta di Kyiv sul fronte della cyberguerra appare come uno degli elementi più rilevanti. Secondo un report dell’Aspen Institute, l’assistenza da parte di altri è stata fondamentale per la resistenza messa in campo dal paese. In parti…![](https://www.journalismfestival.com/favicon.ico)International Journalism FestivalFrancesca Bosco senior advisor CyberPeace Institute![](https://www.festivaldelgiornalismo.com/pictures/logo_ijf.png?v=1.1)](https://www.journalismfestival.com/programme/2023/cyberwar-between-russia-and-ukraine?ref=flaviopintarelli.it) Per maggiori informazioni sul panel visita la pagina dedicata sul sito del festival. ### "Oltre l'industria dello sci" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2023/04/06/oltre-lindustria-dello-sci-su-il-tascabile/ Last updated: 2023-04-06T13:18:29.000Z Più o meno un anno fa ho aperto una linea di ricerca dedicata agli studi alpini. L'obiettivo finale di questa ricerca è un testo narrativo che ho iniziato a scrivere verso la fine del 2022 e il cui titolo di lavorazione è *Unmelting Snow* che prova a esplorare la relazione tra cambiamento climatico e cambiamenti del paesaggio alpino. Quella del turismo e dell'industria degli sport invernali è una questione in cui mi sono imbattuto seguendo questa linea di ricerca. Ed era inevitabile che ciò accadesse, perché entrambe queste attività hanno giocato un ruolo di primo piano nella costruzione dell'immaginario alpino condivso dalla nostra cultura. Questo pezzo, pubblicato su Il Tascabile, è uno spin off del lavoro che sto facendo e, idealmente, chiude il dittico aperto all'inizio della stagione invernale con *Contro l'industria dello sci*, provando a mostrare come le comunità delle terre alte stanno reagendo ai cambiamenti in atto. A interessarmi però non sono tanto le formule e le esperienze concrete, quanto le tendenze che emergono analizzandole. È in esse che, credo, risiedano gli elementi dal maggior potenziale trasformativo. > Qualche mese più tardi sono girate molto altre foto, quelle delle olimpiadi invernali di Pechino 2022\. Oltre alle piste di sci alpino innevate artificialmente in un panorama brullo, ha colpito molti anche il trampolino costruito a fianco ai resti di una vecchia acciaieria in disuso. Quelle immagini riuscivano a far dialogare insieme un simbolo della modernità, il complesso industriale dismesso, e uno della “post modernità”, il trampolino innevato artificialmente, dando così voce al discorso sull’Antropocene come eredità spettrale dell’utopia moderna. Nell’estate dello stesso anno, un seracco di ghiaccio si è staccato dal corpo della Marmolada ed è rovinato a valle, portando con sé le vite di 30 persone. Nessuno ha potuto fare a meno di notare che il crollo si era verificato dopo settimane di temperature ben al di sopra delle medie del periodo. L’ondata di calore a cui è stato attribuito il crollo sulla Marmolada non ha più smesso di accompagnarci. Tramutata in siccità, è diventata un tema ricorrente della cronaca e una presenza fissa nel panorama mediatico degli ultimi mesi. [Oltre l’industria dello sciSotto i colpi della crisi climatica, i territori di montagna devono ripensarsi, e superare il turismo di massa.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2023/04/4B15F0A7-C0C2-4246-99CE-EEC8F57E6561-1024x503.jpeg)](https://www.iltascabile.com/scienze/oltre-lindustria-dello-sci/?ref=flaviopintarelli.it) "Oltre l'industria dello sci" su Il Tascabile ### "Le voci cancellate della sinistra ucraina" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2023/03/29/le-voci-cancellate-della-sinistra-ucraina-su-not/ Last updated: 2023-03-29T19:48:27.000Z Quelle della sinistra ucraina sono voci che è estremamente difficile ascoltare nel dibattito a proposito dell'invasione del paese est europeo. Eppure sono molte le organizzazioni - antifasciste e femministe, di ispirazione anarchica o socialista - attive oggi nella società ucraina. *Qui siamo in guerra*, piccola raccolta di scritti e testimonianze di militanti antifascisti, femministi e anarchici ucraina pubblicata da Malamente Edizioni, contribuisce a diffondere in Italia alcune di questi voci rimosse. Una lettura importante per chi volesse mettersi all'ascolto delle analisi e delle letture di chi la guerra la vive sulla propria pelle. Che si sia d'accordo con le posizioni espresse o che non le si condivida, penso che i testi raccolti nel libro siano un punto di partenza da cui la sinistra occidentale non dovrebbe prescindere in questo momento. Per Not ho intervistato Nerofumo, militante anarchico del circolo Berneri di Bologna e curatore del libro. > *Qui siamo in guerra* nasce dalla rete di rapporti che, come anarchici, avevamo cominciato a tessere con le compagne e i compagni di quell’area geografica, in particolare le anarchiche e gli anarchici bielorussi, a partire dai primi anni del Duemila», spiega Nerofumo. «In questo periodo di tempo, per loro, come per le compagne e i compagni russi, l’Ucraina, con la sua democrazia fragile e imperfetta, ha rappresentato un porto sicuro verso cui riparare, soprattuto durante l’ondata repressiva che, tra il 2010 e il 2013, ha di fatto annullato i movimenti radicali in Russia e in Bielorussia. Queste compagne e questi compagni avevano preso seriamente la possibilità che le truppe russe avrebbero invaso l’Ucraina e avevano iniziato a organizzarsi per questa eventualità ben prima del 24 febbraio. Di questa organizzazione facevano parte anche i loro canali di comunicazione rivolti verso l’esterno del paese. [Le voci cancellate della sinistra ucraina | Not | NEROIl westsplaining della sinistra occidentale cancella le esperienze politiche complesse che si oppongono all’imperialismo russo. Un’intervista a partire dalla raccolta di testimonianze Qui siamo in guerra (Malamente, 2022).![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/favicon.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2023/03/image-not4.png)](https://not.neroeditions.com/le-voci-cancellate-della-sinistra-ucraina/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Le voci cancellate della sinistra ucraina" su Not ### "L’invasione dell’Ucraina e il futuro del dominio ‘cyber’ del campo di battaglia" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2023/03/22/linvasione-dellucraina-e-il-futuro-del-dominio-cyber-del-campo-di-battaglia-su-valigia-blu/ Last updated: 2023-03-22T12:00:49.000Z A partire dal 2014, è stata ampiamente dibattuta la dottrina russa della guerra cosiddetta "ibrida". Una forma di conflitto in cui alle tradizionali forme cinetiche di conflitto se ne affiancano altre dal carattere non letale, che mirano a generare effetti nella società nemica, allo scopo di distarticolarne funzioni e processi. Su Valigia Blu ho provato a passare in rassegna quello che sappiamo a proposito del ruolo che la guerra "ibrida" e "cibernetica" ha avuto nel contesto dell'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa. > Entrambe hanno a che vedere con la conoscenza ma differiscono tra loro perché la prima, la *netwar*, opera a livello della società attraverso forme di comunicazione connesse in rete, mentre la seconda, la *cyberwar*, opera a livello delle infrastrutture civili e militari. Entrambe sono state osservate all'opera nel corso dell'invasione dell'Ucraina e, oggi, a un anno di distanza dall'inizio del conflitto, ci sono elementi utili a valutarne l'efficacia in relazione agli obiettivi politici e militari di entrambi i paesi coinvolti. [L’invasione dell’Ucraina e il futuro del dominio ‘cyber’ del campo di battagliaLe tecnologie digitali e informatiche giocano un ruolo di primo piano nella guerra in Ucraina.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2023/03/Ucraina-cyberwar.jpg)](https://www.valigiablu.it/linvasione-dellucraina-e-il-futuro-del-dominio-cyber-del-campo-di-battaglia/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "L’invasione dell’Ucraina e il futuro del dominio ‘cyber’ del campo di battaglia" su Valigia Blu ### Note su ChatGPT, lavoro creativo e automazione URL: https://flaviopintarelli.it/2023/03/14/chatgpt-lavoro-creativo-automazione/ Last updated: 2023-03-15T07:57:08.000Z Di recente, in un live streaming organizzato per raccontare l'*hype* per la diffusione delle intelligenze artificiali creative, mi è stato domandato che differenze ci sarebbero tra ChatGPT e Google. La mia risposta è stata piuttosto lapidaria. Poche, forse nessuna, a parte il fatto che ChatGPT è ferma al 2021\. Se proviamo a descriverla consapevoli di come funziona la tecnologia che, oggi, le permette di funzionare, ChatGPT non è altro che un motore di ricerca la cui interfaccia invita a formulare le proprie intenzioni di ricerca in linguaggio naturale, invece che ragionare per parole chiave come è abituato chi ha vissuto l'avvento dei motori di ricerca. Interpolando la massa di dati e informazioni messa a sua disposizione attraverso quell'enorme archivio che è la rete internet, ChatGPT non fa altro che formulare una risposta all'input dell'utente, restituendogli un testo formulato in linguaggio naturale invece che una lista di fonti da cui attingere a una serie di testi anch'essi formulati in linguaggio naturale. Il risultato di questa operazione assomiglia a un file .jpeg sfuocato di tutta l'informazione contenuta nel *web*, come spiega, con metafora perfettamente calzante, lo scrittore Ted Chiang in [un articolo pubblicato sul New Yorker](https://www.newyorker.com/tech/annals-of-technology/chatgpt-is-a-blurry-jpeg-of-the-web?ref=flaviopintarelli.it). Gli strafalcioni che ChatGPT commette quando deve restituire risposte che si avvicinano all'attualità del tempo presente o l'effetto comico che produce quando le viene chiesto di ricostruire il pensiero o lo stile di un autore nascono proprio dal modo in cui l'intelligenza artificiale di Open Ai funziona e dal fatto che la mole di informazioni che può processare per elaborare le sue risposte è limitata nel tempo. Quando, alla richiesta dello scrittore Vanni Santoni di creare un racconto nel suo stesso stile, risponde abbozzando un incipit in cui si parla di sere d'estate, campagna toscana illuminata dalla luna e di un uomo che cammina lungo una strada sterrata, quello che ChatGPT sta facendo è interpolare le poche informazioni a sua disposizione (il nome dello scrittore e la sua provenienza geografica) per comporre quello che, basandosi sui modelli a sua disposizione, essa crede sia un racconto. > ChatGPT direi... Migliorabile. Torno a far disegnare Midjourney, va'. > > Posted by [Sarmi Zegetusa](#) on [Tuesday, February 14, 2023](https://graph.facebook.com/100008999650938/posts/2963478677295425/?ref=flaviopintarelli.it) Il risultato è, ovviamente, risibile. Ma quanti testi di Vanni Santoni, uno scrittore la cui fama è infinitesimale se rapportata alla vastità della rete (non avertene a male, Vanni), sono disponibili su internet? E quanti di essi sono stati correttamente etichettati come testi scritti dalla sua mano? È la scarsa quantità di contenuti presenti e la loro etichettatura imperfetta che rende insoddisfacente la risposta di ChatGPT alla richiesta dell'autore fiorentino. Gli elementi a disposizione dell'intelligenza artificiale per ricostruirne lo stile sono infatti scarsissime, quasi nulle. In termini di lavoro creativo è proprio questa caratteristica che rende ChatGPT meno interessante di Midjourney che, pur avendo indirizzato il suo sviluppo in una direzione analoga, la creazione di un archivio di foto stock iperpersonalizzabile, conserva una conturbante capacità divinatoria rispetto alle intenzioni dell'utente. Tuttavia questo aspetto non rende ChatGPT e gli altri modelli di intelligenze artificiali *text-to-text* privi di valore. Essi si dimostrano alquanto utili quando si deve industrializzare la produzione di testi molto standardizzati, in cui è più importante il rispetto di certi caratteri formali che l'invenzione creativa; per esempio, i testi ottimizzati per i motori di ricerca. Un'operazione in cui la qualità richiesta per rendere il testo efficace in relazione al suo scopo ha, per l'appunto, molto più a che fare con la prima caratteristica (le indicazioni formali con cui i motori di ricerca determinano la qualità dei contenuti che indicizzano e posizionano) che non con la seconda (ovvero apportare elementi di novità e differenziazione rispetto a un canone di riferimento). In questo passaggio, a differenza di quanto sostengono le voci più apocalittiche o le visioni futurologiste, il ruolo dell'operatore umano non decade. Piuttosto è il peso del suo intervento a spostarsi più sulla progettazione del processo che non sulla sua esecuzione e così il suo margine di innovazione e differenziazione rispetto al canone esistente. È a questo punto che rientra, e in modo prepotente, tutto il discorso politico sull'automazione del lavoro, la necessità del reddito e la conseguente riflessione in termini di azione militante. Ovvero nel riconoscere che quello a cui stiamo assistendo è il passaggio a un epoca in cui la produzione del contenuto passa da una dimensione manifatturiera a una dimensione automatizzata, uscendo dalla cornice del lavoro creativo e cognitivo a cui era stata consegnata fino a oggi, non senza evidenti ambiguità. Un passaggio che, guardando al modo in cui si strutturano i cicli dell'*hype*, appare tutt'altro che compiuto. Lo sviluppo delle intelligenze artificiali creative si trova infatti ancora in una fase espansiva, in cui molti *brand* concorrenti si contendono il mercato, alla ricerca di una formula in grado di definire uno standard per gli utenti. Una volta trovato questo standard, il mercato opererà probabilmente la sua selezione, decretando la sopravvivenza del più forte, così com'è stato, tra il 2008 e il 2012, per il panorama delle piattaforme di *social networking*. In questo scenario, recuperare e sviluppare un pensiero della macchina utile a elaborare strumenti per gestire questo passaggio in chiave critica e liberante risulta essere una necessità di vitale importanza. ### "Ucraina, il fronte militare a un anno dall’invasione su larga scala" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2023/03/02/ucraina-il-fronte-militare-a-un-anno-dallinvasione-su-larga-scala/ Last updated: 2023-03-02T07:00:11.000Z A un anno dall'inizio dell'Operazione Militare Speciale russa in Ucraina sono tornato a parlare della guerra su Valigia Blu, per valutare la situazione sul fronte alla fine dei mesi invernali e in vista delle offensive che si preparano per la primavera. Cosa si è mosso e dove? Quali sono i preparativi in atto in questo momento? Quali prospettive si aprono nei prossimi mesi? Un pezzo lungo che prova a rispondere a queste domande, riassumendo eventi e analisi degli ultimi due mesi. > La risposta ucraina al tentativo di riprendere l'iniziativa da parte della forza di invasione si è concretizzata soprattutto nell'intensificarsi degli sforzi per ottenere supporto politico e militare da parte degli alleati occidentali. Sforzi che hanno permesso al governo del presidente Zelenski, impegnato in una massiccia campagna anticorruzzione, di assicurarsi nuovi e consistenti pacchetti di aiuti. Ne fanno parte le cosiddette GLMSDB (Ground launched small diameter bombs), razzi capaci di colpire le linee logistiche russe oltre la portata dei lanciarazzi HIMARS, il cui uso costante da parte delle forze armate ucraine ha spinto le forze russe ad allontanare i propri depositi e centri di comando dalla linea del fronte; la fornitura di mezzi corazzati e carri armati da battaglia di moderna concezione tra cui i Challegner 2 britannici, gli M1 Abrams statunitensi e i Leopard 1 e 2 tedeschi, su cui le truppe ucraine hanno già cominciato ad addestrarsi; e numerosi altri sistemi tra cui quelli di difesa aerea necessari per contrastare i bombardamenti aerei russi contro le infrastrutture civili e militari del paese. [Ucraina, il fronte militare a un anno dall’invasione su larga scalaNegli ultimi mesi, gli scontri più significativi si sono concentrati in tre località, distribuite da nord a sud della linea del fronte.![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluFlavio Pintarelli![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2023/02/Invasione-Ucraina-un-anno.jpg)](https://www.valigiablu.it/situazione-guerra-in-ucraina-oggi/?ref=flaviopintarelli.it) "Ucraina, il fronte militare a un anno dall’invasione su larga scala" su Valigia Blu ### Roald Dahl, la cancel culture e la vastità del cazzo che me ne frega URL: https://flaviopintarelli.it/2023/02/26/roald-dahl-cancel-culture-social-network-branding/ Last updated: 2025-03-05T19:27:49.000Z La scorsa settimana avrei voluto pubblicare un post che alludesse a tutto il *can can* sollevato dalla vicenda dei libri di Roald Dahl. Se non sapete di cosa sto parlando, la versione breve è che l'editore inglese dei libri del celebre autore per ragazzi ha deciso di cambiare alcuni termini, perché non in linea con la sensibilità odierna. Se volte la versione lunga, sciroppatevi [lo spiegone de *Il Post*](https://www.ilpost.it/2023/02/19/roald-dahl-modifiche-sensitivity-reader/?ref=flaviopintarelli.it). Di Dahl e dei suoi libri, però, a me interessa ben poco. Il post allusivo che avrei voluto scrivere sarebbe stato, se lo avessi scritto, dedicato a chi riesce ad avere sempre un'opinione tempestiva su tutto. Io quel tipo di persona la invidio. Perché non ci riesco, io, ad avere un'opinione su tutto. Dico sul serio, non è una *boutade*. A me piacerebbe molto avere un'opinione solida e ben scolpita su tutto. E, soprattutto, mi piacerebbe averla in tempo reale, così da poterla condividere sui social. Scoppia una guerra? Beccatevi la mia opinione perfettamente levigata sui perché e i percome e i come andrà. Colgono la Juve con le mani nel sacco? Ecco come sono certo che cambierà il sistema calcio nazionale e internazionale. Eleggono Elly Schlein segretaria del PD? Vi servo calda calda la mia riflessione su cosa può signifiare questa scelta per la sinistra da Brescello a Pechino. E invece non ci riesco. O, almeno, non ci riesco quasi mai. Sarà perché ho i vari *read-it-later* sempre intasati di roba (oh, a proposito, da un mesetto sto usando [*Read*](https://read.readwise.io/?ref=flaviopintarelli.it) di *Readwise* che è una bomba, provatelo, tanto non mi danno un soldo) salvata eoni fa che provo a recuperare; sarà perché ho una pila di libri da leggere, video e film da guardare, dischi da ascoltare che non si esaurisce mai; sarà che devo pure piegarmi all'ingiustizia di lavorare per mangiare. Sarà come sarà, più tempo passo sui social, più sento di restare indietro. Fermo. Al palo. Mentre tutti gli altri mi accelerano a fianco, dritti come fusi ad estrarre quanto più plusvalore simbolico riescono dall'ultimo *trend* su cui sembrano sapere già tutto in anticipo, derivando la loro conoscenza da una qualche misteriosa capacità divinatoria, che li fa sempre sembrare in anticipo su ogni cosa, perennemente sul pezzo, pronti a presidiare la loro nuova colonia. E io invece arranco. Salvo articoli su articoli. Mi iscrivo a due, tre nuove newsletter a settimana. Metto in lista di acquisto libri su libri. Bookmarko qualche video, podcast o .pdf che restano lì a farmi salire l'ansia fino a che non inizia un nuovo *hype* e il ciclo ricomincia. Così, a volte, mi domando se forse non sono io a essere sbagliato. Forse non sono all'altezza. Forse sono scarso. Forse ho letto i libri sbagliati. Buttato il mio tempo a fare cose sbagliate. Perché io proprio non ci riesco ad avere un'opinione pronta all'uso su tutto. Per farmi un'opinione e avere il coraggio di esprimerla, io devo prima non dico leggere tutto quello che c'è da leggere ma, almeno, leggere un po'. E anche allora non è che io mi senta proprio a mio agio a dire la mia. Magari ci faccio prima un thread su Twitter, così, per vedere se la cosa funziona. E se funziona vado avanti. Leggo ancora qualcosa. Mi appunto due note nello [*Zettelkasten*](https://flaviopintarelli.it/tag/metodo-zettelkasten/), butto giù un post, lo faccio leggere a qualcuno (di solito è il mio amico [Enrico](https://cruising-collapse.ghost.io/?ref=flaviopintarelli.it), che è super intelligente) e, magari, pitcho un pezzo sul tema a una rivista. Insomma, per dire la mia su un fenomeno ho bisogno di tempo. Tempo che i social non ti danno e, così, finisce che mi ci sento sempre meno a mio agio, sempre più ansioso e livoroso. E mi ritiro. Scrivo meno, rosico di più. Sparisco. E più sparisco più temo che perderò il mio posizionamento, la mia visibilità, i miei contatti e allora mi dico che dovrei scrivere di più, che dovrei seguire quel *topic*, perché, oh, anche io ho qualcosa da dire, un'opinione da esprimere. Insomma, capite bene, è un casino. Ma poi... ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Ma poi, ogni tanto, arriva la realtà e rimette le cose in prospettiva. Nella fattispecie arriva la realtà e ti dice che l'editore inglese di Dahl ha deciso - forse prima o forse dopo essersi beccato la tempesta di merda, boh, chi lo sa, non ha importanza - di fare, oltre alla riduzione per genitori contemporanei, anche un'edizione integrale, con dentro tutti i termini scorreti che all'Autore piacevano così tanto, perché era nato quando cazzo era nato lui. E allora penso, vedi, ho fatto bene a non esprimere qualsiasi opinione. Andava a finire che facevo la figura del tonno come tanti che, oggi, sono lì a fare distinguo, a pattinare sulle uova per giustificarsi le cazzate che hanno detto. E io gongolo. Gongolo, perché dentro di me, nel profondo, è da un po' che rimugino su questa cosa a cui ci spingono i social, ovvero a reagire. A reagire subito. Adesso. Ora. Immediatamente. Reagire a tutto quello che succede nel mondo, perché se non lo fai sparisci. Puff. Via. Finito. Andersen. I social funzionano così. Sono la resa della ragione all'emozione, [come ha ben detto, tra gli altri, Vincenzo Susca in *Tecnomagia*](https://www.singola.net/pensiero/la-morte-dell-individuo-recensione-tecnomagia?ref=flaviopintarelli.it). La logica algoritmica che ormai permea la nostra cultura tutta quanta è proprio questa roba qui. Succede qualcosa, reagisco. Subito. Senza pensarci. Senza far passare neanche un secondo, perché tutto deve svolgersi in tempo reale ed essere messo a valore per il posizionamento del *brand* che, volenti o nolenti, incarniamo nel dominio dell'economia simbolica. Perché i social servono a questo, a costruire e fare circolare *brand* nella mente connessa. Magari non sono serviti a questo da subito, magari chi li ha costruiti lo ha fatto pensando ad altro ma, statene certi, nel corso del tempo sono stati ottimizzati per fare esattamenete questo e per farlo nel modo più efficace e spietato possibile. Vi piaccia o no, per me, è così. Che poi è la stessa cosa che sta succedendo con le intelligenze artificiali creative di cui si parla tanto. Le provi le prime volte e ti sembrano una figata. Poi, più passa il tempo e più subentra la noia e sapete perché? Perché chi le sviluppa le sta sviluppando per farne degli strumenti di lavoro, che poi è il solo modo per farle fruttare e far rientrare gli investitori del loro investimento e se non ci si riesce. Zac. Rubinetti chiusi e tutti a casa ad aggiornare il CV con una posizione in un'azienda di cui il mercato si è dimenticato prima ancora di aver fatto in tempo a premere il pulsante "salva" su LinkedIn. E se ci pensi bene, questo meccanismo di resa della ragione all'emozione, questa spinta a reagire nel tempo reale è lo stesso meccanismo alla base di quella cosa che si chiama *cancel culture* e che a me non sembra molto di più che la cornice concettuale con cui la destra (americana, ma non solo) ha armato contro i suoi avversarile forme di agentività introdotte dal digitale con la sua logica algoritmica. Pensateci bene, una quindicina di anni fa ci hanno detto che il digitale trasferiva potere dai *gatekeeper* alle persone qualunque, disintermediando una serie di funzioni per dare capacità di influenza a chiunque. Il cameriere mi ha trattato male? Una pallina su Tripadvisor! Sulle lenzuola c'era un capello? Un 1 su 5 su Booking! *La corazzata Potëmkin* è una cagata pazzesca? Una stellina su solcazzoiodovesivalutanoifilm! Il governo è corrotto? Organizziamo a una manifestazione usando Facebook e facciamolo cadere. La retorica è stata questa, ed è stata pervasiva. Davvero pensate che, oggi, potendolo fare, le persone non si dovrebbero organizzare per "cancellare" chi non gli va a genio? Ovvero usare gli strumenti digitali a loro disposizione per esprimere la loro opinione e raggiungere una massa critica per avere l'impressione di poter indirizzare la realtà? Suvvia, siamo onesti. Chi di noi non si è tolto lo sfizio di stroncare qualcosa o qualcuno? Il meccanismo alla base della tanto vituperata *cancel culture* è lo stesso, né più né meno, che nutre l'ansia di posizionamento. Devo dire la mia, devo dirla adesso, prima che sia troppo tardi. La cosa grave è che, per metterlo in parole, è necessario usare un frame reazionario, trasformando in realtà quello che è a tutti gli effetti un fantasma. Lo scrivevo tempo fa e oggi ne sono ancora più convinto: [abbiamo bisogno di attrito anche nella vita digitale](https://mailchi.mp/editorialedomani/quasi-domani-7232233?ref=flaviopintarelli.it). E sarebbe bellissimo se i *tycoon* delle piattaforme decidessero di farsi pagare le funzioni base dei loro social, [invece che degli upgrade inutili](https://time.com/6257711/facebook-instagram-twitter-paid-verification/?ref=flaviopintarelli.it). Magari le persone penserebbero che non ne vale la pena e che quei soldi sarebbe meglio investirli in un dominio e un hosting per avere un blog dove dire e fare quello che più aggrada loro, senza che nessuno gli scassi il cazzo. Non succederà, perché le piattaforme fanno ancora un sacco di soldi rivendendo i nostri dati aggregati agli inserzionisti. Però sognare è bello e allora io sogno, mentre un altro *trend* inizia il suo ciclo di *hype* e io contemplo, finalmente sollevato, la vastità del cazzo che me ne frega. ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### ...and my oxygen's all gone URL: https://flaviopintarelli.it/2023/02/06/and-my-oxygens-all-gone/ Last updated: 2023-02-06T15:50:06.000Z Ho un grosso problema con le preferenze, faccio fatica a definirle. Dico sul serio, se vuoi mettermi in difficoltà chiedimi chi è il mio scrittore preferito. O il mio regista preferito. O la mia band preferita. Invidio chi sa rispondere a questa domanda immediatamente e con sicurezza. Davvero, se tu sei una di quelle persone, sappi che ti invido, perché io non ci riesco. Certo, saprei dirti qual è uno scrittore che mi piace tantissimo. Ellroy. Ma anche Tolkien. Oppure Sebald. Mi piace moltissimo Godard. E Chris Marker. Per non parlare di Renoir. Oh, e quanto sono forti i Refused? Vogliamo parlare dei Gorilla Biscuits? O di Nas? O, magari, di Burial? Tutti nomi che adoro ma, ecco, definire quale tra di loro preferisco. Difficile. Difficilissimo. Impossibile. Però... C'è un però. In alcuni casi esistono delle eccezioni. Cose per cui posso ben dire che sono le mie preferite. Tra queste c'è una canzone degli *At the Drive-In*, *Hourglass*. Non ho un ricordo preciso di quando ho ascoltato per la prima volta gli *At the Drive-In*. Penso sia stato durante il mio soggiorno studio in Germania, nell'autunno del 2000\. Su MTV, non ricordo che ora fosse, probabilmente tardi, era passato il video di *One Armed Scissor*. Io, passato rapidamente dai CSI all'hardcore melodico californiano, che andavo in skate e vestivo *baggy*, quelle capigliature afro e i pantaloni aderentissimi proprio non li capivo, era un mistero. E poi c'era quel suono ruvido e spezzato ma, allo stesso tempo, disperatamente melodico. Dentro c'erano la rabbia e il tormento del punk, ma senza la furia e la velocità che, allora, mi parevano indistricabili da quel genere musicale. Mi piacque fin dal primo ascolto. Perché era una grammatica aliena, che non riuscivo a decifrare e, proprio per questo motivo, mi affascinava. Volevo penetrare la barriera, essere messo a parte del segreto che spandeva da quella band. Poche settimane dopo essere tornato a casa dal mio soggiorno studio, a Natale, ricevetti due dischi in regalo. Uno era *White Pony*, l'altro *Relationship of Command*. Due dischi della madonna. Erano ancora i tempi in cui, seppure telefonati, pilotati, nella mia famiglia ci facevano dei regali. Ed era bello, anche se la sorpresa la conoscevi già. Da allora, la mia relazione con gli *At the Drive-In* non si è mai interrotta. Qualche tempo dopo, erano gli anni di Soulseek, completai la discografia. *In/Casino/Out* devo averlo scaricato così, ma non sono sicuro di averlo ascoltato subito. È probabile che sia rimasto a prendere polvere di pixel in qualche cartella di qualche hard disk, fino al giorno che ho deciso di dargli una possibilità. Lei è arrivata così, al centro di quel terzetto fulminante che sono *Lopsided, Hourglass* e *Transatlantic Foe*, le tracce che chiudono il disco. *Hourglass* si apre piano, col tamburello e la cassa a dare il ritmo nel silenzio. Poi, un attimo dopo, irrompono chitarre, tastiere e basso. La voce di Jim Ward inizia a dipingere la prima immagine: > Sucks me in, taking a ride/And I'm wishing for the satellite/Grabbing vein pulling down on the radio/Laughing at the face that's bending down Mano a meno che ci addentriamo nella scena, la musica sale di tono. Un armonico costruisce la tensione sull'ultima strofa, portandoci verso l'alto. Senza preavviso, raggiunto il culmine, il *climax* s'interrompe. Sul tappeto della batteria galleggiano tre note e un accordo di tastiera. Entra la voce di Cedric Bixler. > I'm all alone so far up here/And my oxygen's all gone È allora che si spalanca sotto di te. Immutabile, colata fuori dalle profondità del tempo, l'oscurità dello spazio siderale ti avvolge. Sei solo, là fuori...e il tuo ossigeno se n'è ormai andato tutto. Stai morendo, con la consapevolezza che la tua vita altro non è stata che un istante, un granello di polvere che l'universo sta per spazzare via. Mentre ascolto mi domando se non sia questo il mistero che mi ha rapito più di vent'anni fa. Non ho una risposta, mentre ci penso passo la canzone ancora una volta nello stereo. ### Le geografie minime del lavoro indipendente URL: https://flaviopintarelli.it/2023/01/29/le-geografie-minime-del-lavoro-indipendente/ Last updated: 2023-01-29T21:19:45.000Z Da quando ho scelto la strada dell'indipendenza professionale ho passato molto tempo a riflettere sulla mia nuova condizione. Alcune di quelle riflessioni cono confluite nella [serie pubblicata lo scorso anno su *Siamo Mine*](https://flaviopintarelli.it/tag/siamomine/)*,* mentre altre hanno trovato posto nel blog o sui miei canali social, in particolar modo su Twitter. Con questo post voglio riprendere il filo di quei discorsi, riflettendo sulle esperienze fatte nei mesi passati e provando a inquadrare la questione dell'indipendenza dal punto di vista dello spazio. È tutto sommato risaputo che una delle caratteristiche che definiscono l'indipendenza come dimensione professionale sia anche quella di poter svolgere il proprio lavoro da qualunque luogo in cui sia disponibile una connessione a internet. Oggi, che qualsiasi *smartphone* può trasformarsi in un hotspot, questo significa che un lavoratore indipendente può svolgere la professione praticamente da ovunque ci sia campo e segnale. Questo passaggio tuttavia è tutto tranne che scontato. A me sono serviti quasi sei mesi per sentirmi del tutto a mio agio nel lavorare in luoghi diversi dalla postazione che avevo allestito in casa mia e che, soprattutto all'inizio, ha fatto le veci dell'ufficio, ricostruendone alcuni degli elementi che ne costituivano il *layout*. Per compierlo a pieno mi è stato necessario imparare a gestire in modo più flessibile e, in un certo senso, frammentato la mia capacità di concentrarmi sul lavoro. In una condizione di lavoro dipendente, il tragitto casa-lavoro regola la capacità di concentrarsi funzionando un po' come un interruttore. Muoversi dalla propria abitazione all'ufficio è un gesto che accende (o spegne) la concentrazione. È fondamentale per entrare nella condizione mentale corretta per svolgere il proprio lavoro. Da indipendenti però si perde una parte, a volte anche consistente, di questa regolarità e, dal momento che l'indipendenza è anche indipendenza di tempo, spesso diventa necessario allenare ad attivare la propria capacità di concentrazione in modo più irregolare. Una sessione di lavoro, per esempio, può essere inserita tra due appuntamenti di carattere personale se, tra essi, c'è il tempo necessario per farlo ma, soprattutto, se si hanno a disposizione luoghi adatti a svolgere i propri compiti in modo comodo. Nel corso dello scorso anno mi sono accorto così di aver sviluppato una mia personale geografia del lavoro indipendente. Questa geografia è fatta da una rete di luoghi che si sono dimostrati adatti a ospitarmi quando ho la necessità di lavorare fuori da casa mia. In molte occasioni, la consapevolezza dell'esistenza di una rete del genere mi ha permesso di tracciare percorsi inediti all'interno della mia città, piegando lo spazio alle mie esigenze professionali e, allo stesso tempo, dispiegandolo in modi insoliti e mai sperimentati prima. Devo a questa consapevolezza una parte consistente dell'esaltante senso di scoperta che mi ha accompagnato nel corso di questo primo anno da lavoratore indipendente. ### "La morte dell'individuo e la grande estasi del soggetto collettivo" su Singola URL: https://flaviopintarelli.it/2023/01/25/la-morte-dellindividuo-e-la-grande-estasi-del-soggetto-collettivo-su-singola/ Last updated: 2023-01-25T11:25:34.000Z *Tecnomagia* è uno stimolante testo di Vincenzo Susca, uscito lo scorso anno per i tipi di Mimesis Edizioni. Ho avuto l'opportunità di leggerlo, accorgendomi di come l'autore abbia provato a tracciare un quadro concettuale in grado di dare un senso al cambiamento che stiamo vivendo in questi anni. Ho avuto modo di approfondire il suo pensiero in una recensione pubblicata s Singola, dove ho ragionato intorno alle polarità della morte dell'individuo e della nascita di un soggetto collettivo, reso possibile dalle infrastrutture di rete e dalle pratiche che esse rendono possibile. > Immerso nel paradigma tecnomagico, l'individuo lascia perciò il posto a un soggetto collettivo che agisce in una dimensione di tele-empatia. All'interno di questa dimensione contano ubiquità, sincronia e prossimità e l'opinione pubblica cede il passo all'emozione pubblica, un regime in cui i sensi guidano la ragione e "orientano il pensiero". > In questo soggetto collettivo, tenuto insieme da "estasi, totem e incantesimi", la distanza tra mente e corpo, e il dualismo che ne aveva caratterizzato la relazione nel soggetto razionale moderno, si riducono fino a sparire. > La ragione lascia perciò spazio all'emozione e all'elaborazione dei dati di fatto si sostituisce la reazione senso-motoria iscritta nelle interfacce dei *social media*. [La morte dell’individuo e la grande estasi del soggetto collettivo - Singola | Storie di scenari e orizzontiNel maelstrom del tempo in cui viviamo. Una lettura critica di Tecnomagia. Estasi, totem, incantesimi di Vincenzo Susca (2022, Mimesis Edizioni).![](https://www.singola.net/images/favicon/android-icon-192x192.png)singola![](https://www.singola.net/images/article/359/359-50952350211_23f27180b2_k.jpg)](https://www.singola.net/pensiero/la-morte-dell-individuo-recensione-tecnomagia?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La morte dell'individuo e la grande estasi del soggetto collettivo" su Singola ### "Il museo nello spazio pubblico contemporaneo." su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2022/12/30/il-museo-nello-spazio-pubblico-contemporaneo-su-che-fare/ Last updated: 2022-12-30T07:35:33.000Z [L'esperienza come membro dell'Art Club Forum di Museion](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/) mi ha permesso di vedere da vicino come funziona un'istituzione culturale complessa come un museo di arte contemporanea. Durante *[Opening the Pill](https://flaviopintarelli.it/2022/11/07/opening-the-pill-museion-bolzano/)*, il primo evento organizzato dal gruppo di lavoro di cui faccio parte, ho perciò avuto l'opportunità di intervistare Bart van der Heide, direttore di Museion, e confrontarmi insieme a lui sul tema del museo come soggetto e attore nello spazio pubblico contemporaneo. > Il museo resta un’organizzazione di professionisti altamente specializzati con il compito di fare ricerca, definire e sviluppare la cultura della propria comunità. Solo che questo compito e questa organizzazione devono essere negoziati e discussi di continuo nella relazione con il pubblico a cui il museo si rivolge, riflettendo al proprio interno, nella propria struttura, la trasformazione a cui questo incontro dà avvio, per dare vita nuove forme e pratiche. [Il museo nello spazio pubblico contemporaneo. Intervista a Bart van der HeideBart van der Heide è un professionista con 19 anni di esperienza nella gestione di istituzioni culturali pubbliche. Un dialogo con Flavio Pintarelli sul ruolo del museo come attore nello spazio pubblico![](https://www.che-fare.com/wp-content/themes/tema-che-fare/images/favicons/apple-touch-icon.png)cheFareGiacomo Giossi![](https://www.che-fare.com/che-fare-media/2022/12/Screenshot-2022-12-14-alle-08.48.16.jpg)](https://www.che-fare.com/almanacco/cultura/il-museo-come-attore-nello-spazio-pubblico-contemporaneo-intervista-a-bart-van-der-heide/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il museo nello spazio pubblico contemporaneo." su Che Fare ### "Contro l'industria dello sci" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2022/12/27/contro-lindustria-dello-sci-su-il-tascabile/ Last updated: 2022-12-27T14:01:27.000Z In che modo l'industria dello sci e degli sport invernali è destinata a cambiare mano a mano che le conseguenze del riscaldamento globale si fanno più visibili e percettibili? Su Il Tascabile ho provato a rispondere a questa domanda, tracciando un percorso che dalla nascita di questo comparto guarda alle sue prospettive presenti e future. > Tuttavia, la gestione imprenditoriale e politica dei territori alpini sembra ancora ignorare il futuro che questi studi raccontano. L’industria dello sci e degli sport invernali sembra preoccuparsi della progressiva scomparsa della neve solo quando deve fare pressione sullo Stato per socializzare le sue perdite. Le Olimpiadi Invernali del 2026 si terranno a dispetto delle voci sempre più numerose che ne chiedono l’annullamento in nome dell’impatto e delle contraddizioni che un evento del genere rappresenta. In più, anche dopo un estate straordinariamente siccitosa, si stanno moltiplicando gli interventi legati al potenziamento delle infrastrutture sciistiche come, per esempio, il raddoppio degli impianti *Klausberg* in Valle Aurina, approvato dalla Giunta Provinciale di Bolzano che ha ignorato senza alcuna spiegazione le indicazioni dei tecnici sull’elevatissimo impatto ambientale del progetto. [Contro l’industria dello sciPer questioni economiche e culturali, la gestione imprenditoriale e politica delle Alpi è ancora colpevolmente indifferente alla crisi climatica.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2022/12/FB7E2091-7D17-4320-801F-B74B67BD3313.jpeg)](https://www.iltascabile.com/scienze/industria-sci-alpi/?ref=flaviopintarelli.it) "Contro l'industria dello sci" su Il Tascabile ### 2022 - Un anno in rassegna URL: https://flaviopintarelli.it/2022/12/21/bilancio-di-fine-anno-scaletta/ Last updated: 2023-01-10T20:49:35.000Z Come ho raccontato [in una serie pubblicata su Siamomine](https://www.siamomine.com/author/flavio-pintarelli/?ref=flaviopintarelli.it) in primavera, quello che sta volgendo al termine è stato il mio primo anno da consulente indipendente. Se dovessi scegliere una parola per descrivere questi mesi, "cambiamento" sarebbe la parola che sceglierei per farlo, quella che meglio racchiude il senso di questo periodo della mia storia personale. Sono molte infatti le cose che ho cambiato e che sono cambiate per me nel corso del 2022\. Orari e itinerari; colleghə, modi e luoghi di lavoro e, soprattutto, abitudini. Di queste abitudini, alcune le ho perse, altre invece le ho acquisite. Vorrei una di queste nuove abitudini diventasse quella di passare in rassegna l'anno appena trascorso, ragionando su di esso in un post pubblico. Quello che stai leggendo è il primo della serie. ## Facts&Figures Chiuderò il mio primo anno da indipendente con un piccolo attivo di bilancio. Questa è la prima buona notizia, dal momento che, per ragioni di reddito, ho potuto aprire la partita iva in un regime, quello ordinario, che comporta spese e oneri fiscali piuttosto elevati. Ciononostante, per scelta personale, dalla fine del mese di luglio ho smesso di cercare attivamente progetti. La seconda è che il modo in cui ho ripartito il mio fatturato è coerente con la proposizione di valore intorno a cui ho costruito la mia offerta. Per verificarlo ho suddiviso le attività che ho svolto quest'anno in quattro categorie: 1. Strategia 2. Project Management 3. Scrittura e lavoro culturale 4. Altro Nella prima categoria ho compreso tutte le fatture derivate da commesse nelle quali ho in carico sia la creazione delle strategie dei miei clienti, sia la gestione del progetto. Nella seconda soltanto quelle commesse in cui mi sono occupato della gestione di un progetto. Nella terza categoria è confluito tutti il lavoro culturale e di scrittura. Nella quarta e ultima categoria ho fatto confluire alcuni lavori di copywriting e la [collaborazione con Edulia](https://flaviopintarelli.it/2022/12/02/scrittura-digitale-connessa-su-edulia/), la piattaforma *ed-tech* di Treccani. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/12/Percentuali-dei-settori-settori.jpg) Come si può vedere dal grafico, il lavoro strategico pesa per il 67,6% del totale, seguito dal project management con il 24,6% e dal lavoro culturale e di scrittura con il 4,1%. Un dato che, da una parte, conferma quanto la narrazione che ho costruito intorno alla mia offerta sia stata credibile e, dall'altra, che sono stato capace di comportarmi in modo coerente a essa nel corso dell'anno. Aver messo la componente strategica del mio lavoro al centro dell'offerta mi ha permesso di godere di alcuni di vantaggi, tra cui quello di poter stringere coi clienti relazioni professionale di medio-lungo periodo e quello di allargare la mia rete di contatti, aprendomi alla possibilità di integrare entrate passive tramite partnership con fornitori di servizi complementari ai miei. ## Prospettive future Date queste premesse, la scelta dell'indipendenza si è rivelata, fino a questo punto, un'ottima scelta sotto ogni profilo: da quello economico a quello dell'equilibrio tra vita privata e lavoro, fino a quello della soddisfazione personale. Ma quali sono le prospettive per il prossimo futuro? L'obiettivo per il 2023 sarà quello di confermare gli elementi positivi del mio primo anno da indipendente, arricchendoli di nuove prospettive. ### Potenziare il ruolo del lavoro culturale e di scrittura È la prospettiva di più ampio respiro, a cui ho cominciato a dare sostanza riprendendo a fare ricerca per progetti strutturati. Nel giro di dieci anni vorrei arrivare a riequilibrare il mio mix professionale, aumentando in modo considerevole il peso che il lavoro culturale e di scrittura ricopre. Significa perciò fare quantitativamente meno lavoro di marketing e comunicazione (ma qualitativamente migliore e più soddisfacente, magari spostandomi verso settori più affini ai miei interessi) e molto più lavoro culturale e di scrittura. Durante il prossimo anno proverò perciò a dare maggior continuità a questo genere di lavoro. ### Approfondire l'attività di *sparring* strategico L'attività di *sparring* strategico può essere definita come un dialogo periodico tra il consulente e il committente, in cui il primo ha il ruolo di stimolare attraverso le sue competenze il pensiero e l'attività del secondo. Un po' per caso, un po' per istinto, nel corso del 2022 ho potuto sperimentare delle routine di sparring affiancando due amici in altrettanti progetti. L'attività è estremamente affascinante ma per essere davvero credibile in questo ruolo dovrei colmare molte lacune nel campo della gestione d'impresa. Farlo è uno degli obiettivi che mi pongo per il 2023. ### Blogging Il blogging è un'attività importante per il posizionamento di un consulente indipendente. Scrivere e condividere il proprio pensiero in rete serve a costruirsi una reputazione e ad ampliare così la propria rete di contatti. Ma più che una prospettiva, quello di dare continuità all'attività di blogging è un proposito, che rinnovo più o meno ogni anno, alla fine dell'anno. Quindi è inutile che qui io faccia troppe promesse, nel corso del 2023 scoprirò se sarò in grado di tenergli fede. ### "Vacanze di Natale come nostalgia della modernità" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2022/12/12/vacanze-di-natale-come-nostalgia-della-modernita-su-esquire/ Last updated: 2022-12-12T08:03:30.000Z Cosa sognano in Vanzina quando simulano gli anni '80 nel primo film della serie *Vacanze di Natale*? Studiando la storia delle Alpi mi sono fatto l'idea che al cuore del film stia una meditazione nostalgica sulla perdita dell'età dell'oro, quella dell'utopia moderna. Questo, per me, rappresenta un problema, perché l'eredità del moderno - il suo spettro, come insegna l'hauntology - pesa ancora oggi su ogni possibile esito della nostra relazione con l'Antropocene e i suoi effetti. Su Esquire Italia ho riletto questo cult del cinema italiano alla luce di queste riflessioni. > Fedele al clima culturale dell'epoca, **Vacanze di Natale* può essere letto dunque come una simulazione della modernità alpina (gli anni 60) - di cui entrambi i fratelli Vanzina possono, per ragioni anagrafiche, aver vissuto i fasti durante la loro infanzia e preadolescenza - che si veste coi tratti più vistosi e sgargianti dell'epoca (gli anni 80) in cui è stata realizzata. Una fantasmagoria autenticamente postmoderna quindi, che si vena però di una nostalgia malinconica per un'epoca spensierata, in cui la dimensione utopica del futuro prometteva di ripetersi, all'infinito e identica a sé stessa. [Vacanze di Natale come nostalgia della modernitàIl film dei Vanzina è in bilico tra racconto degli eccessi anni 80 e nostalgia del boom anni 60, quando l’automobile cambiò anche il paesaggio alpino.![](https://www.esquire.com/sites/esquire/assets/images/apple-touch-icon-152x152.png)EsquireDonzelli Editore![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod.s3.amazonaws.com/images/film-natale-vacanze-di-natale-vanzina-5-1669826605.jpg?crop=1.00xw:0.892xh;0,0.0710xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/film/a42110045/film-natale-vacanze-di-natale-vanzina/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Vacanze di Natale come nostalgia della modernità" su Esquire ### "Scrittura digitale connessa" su edulia URL: https://flaviopintarelli.it/2022/12/02/scrittura-digitale-connessa-su-edulia/ Last updated: 2022-12-02T11:43:33.000Z *Scrittura digitale connessa* è un corso che ho realizzato nel 2022 per *[edulia](https://edulia.it/?ref=flaviopintarelli.it),* la piattaforma *ed-tech* del marchio Treccani. Partendo dalla mia esperienza di blogger, ho provato a mettere a fuoco le potenzialità di sviluppo professionale che la scrittura abilita quando viene praticata negli ambienti digitali connessi. In due moduli di un'ora ciascuno, il corso offre una panoramica degli strumenti e delle pratiche di scrittura connessa a disposizione per chi, oggi, vuole mettere lo scrivere al centro delle sue strategie di *personal branding*. [Scrittura digitale connessa | edulia MasterclassDai blog ai social, passando per le piattaforme di messaggistica, mai come in questo periodo la scrittura è stata alla base della nostra comunicazione. Ma sappiamo sfruttare al meglio le possibilità che la scrittura digitale connessa può offrire come opportunità di crescita personale e professionale…![](https://edulia.it/apple-touch-icon.png)edulia Masterclass![](https://edulia.it/wp-content/uploads/2022/10/scrittura-digitale-connessa-flavio-pintarelli.jpg)](https://edulia.it/prodotto/scrittura-digitale-connessa/?ref=flaviopintarelli.it) Scopri il corso "Scrittura digitale connessa" su edulia ### Mo' ve o buco sto Mondiale - Trento 2 dicembre URL: https://flaviopintarelli.it/2022/11/28/mo-ve-o-buco-sto-mondiale/ Last updated: 2022-11-28T08:42:46.000Z Ci sono i mondiali in Qatar. Bella. Anzi, no. Brutta. Forse non molto più brutta di quanto non fosse le altre volte, ma ok. In ogni caso Elena e Federico della libreria due punti di Trento (chissà come mai tutte le volte che penso a Trento mi viene in mente la "e" apertissima che pronunciava il cantante dei Full of Life da Trento qualche anno intorno alla fine dei '90) hanno organizzato *Mo' ve o buco sto Mondiale*, una rassegna che parla di sport, non solo di calcio. Tanto è vero che mi hanno invitato a presentare *Tavole Ribelli,* il [pezzo sullo skate che ho pubblicato su menelique](https://flaviopintarelli.it/2022/03/09/tavole/) ([pezzo che puoi leggere qui](https://flaviopintarelli.it/2022/11/27/tavole-ribelli/). Grazie redazione di menelique per avermi fatto ripostare il pezzo!). Quindi venerdì 2 dicembre sarò a Trento, al circolo ARCi Café del la Paix, alle 18.30, per parlare di tavole, di ribelli, di tavole ribelli e di molte altre cose mirabolanti che penso tu possa ascoltare solo dal vivo. Quindi vieni. Così dopo mi offri da bere. Ma vieni pure prima, che alle 17.30 ci sta Fabrizio Gabrielli. Chi è? Cosa fa? Scusa, non sono il suo agente. [Mo’ ve o buco sto Mondiale ✹ Menelique #7, sport e corporeità✹ MO’ VE O BUCO STO MONDIALE Calcio e geopolitica. Sport e libri. Storie e birrette.\_\_\_\_\_ ✹ Menelique #7, sport e corporeitàVenerdì 2 dicembreore 18.30 presso Cafè de la Paix✹ Flavio Pintarelli...![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yD/r/d4ZIVX-5C-b.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/316304223_2312990892211030_1046946387557048994_n.jpg?stp=c94.0.206.206a_dst-jpg_p206x206&_nc_cat=107&ccb=1-7&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=Tmankl4tUQ4AX8hTlh_&_nc_ht=scontent.xx&oh=00_AfAb8PB-uW1JGx2G3O73aCxjw8CRNPN30Vhnm4zbYEeSzQ&oe=63842D58)](https://www.facebook.com/events/1197537454510031/?ref=newsfeed) Partecipa all'evento su Facebook e scopri l'intera rassegna! ### Tavole ribelli URL: https://flaviopintarelli.it/2022/11/27/tavole-ribelli/ Last updated: 2022-11-27T18:56:20.000Z *Questo articolo è apparso per la prima volta sul [settimo numero di menelique](https://flaviopintarelli.it/2022/03/09/tavole/), dedicato allo sport.* La notte del 25 agosto del 2020, sull’asfalto di Sherdan Road, una strada della cittadina di Kenosha, nel Wisconsin, lo skateboarder ventiseienne Anthony Huber giace esanime, con un proiettile in corpo. A sparargli è stato Kyle Rittenhouse, un ragazzo di 17 anni originario di Antioch, Illinois. Rittenhouse ha già sparato e ucciso quella notte. Pochi minuti prima, a cadere sotto i colpi del suo fucile Smith&Wesson M&P15 è stato un altro abitante di Kenosha, il senzatetto Joseph Rosenbaum. Due giorni prima di quella notte, sempre a Kenosha, un agente di polizia, dopo averlo colpito con un taser, ha ucciso con quattro colpi di pistola alla schiena l’afroamericano Jacob Blake. La violenza poliziesca è l’alito che attizza la brace della rabbia nera, le cui fiamme divorano gli Stati Uniti fin da quando, il 25 maggio del 2020, due mesi prima della notte di Kenosha, il buttafuori afroamericano George Floyd ha esalato il suo ultimo respiro, col collo costretto sotto il ginocchio dell’impassibile e beffardo agente di polizia Derek Chauvin. È per difendere le proprietà degli onesti cittadini bianchi dalla rabbia dei manifestanti che Rittenhaus, cadetto e sostenitore della polizia, ha attraversato il confine dello Stato per pattugliare in armi le strade di Kenosha. Ed è per disarmarlo, dopo che ha sparato la prima volta, che Anthony Huber si getta contro di lui, armato solo del suo skateboard, colpendolo e ricevendo in cambio lo sparo che gli costerà la vita. Nell’autunno del 2021, al termine di un dibattimento durato dal primo al diciannove di novembre, una giuria di venti persone, dopo aver ascoltato oltre trenta testimoni e visionato dozzine di video di quella notte, ha assolto Kyle Rittenhouse da tutti i capi d’imputazione per i quali era stato messo a processo. *First-degree reckless homicide; first-degree intentional homicide; attempted first-degree intentional homicide; first-degree recklessly endangering safety; possession of a dangerous weapon by a person under 18; failure to comply with an emergency order from state or local government*. Alle brave persone dello Stato del Wisconsin, nessuna di queste espressioni della legge è apparsa adeguata a definire le azioni di Kyle Rittenhouse. A chi si domanda cosa sarebbe successo se a compierle fosse stato un afroamericano resta l’impressione che quella sentenza abbia decretato chi, negli Stati Uniti, ha il diritto di esercitare la violenza senza tema di rappresaglie. Ma non è questa la storia che ho intenzione di raccontare. Mi interessa di più parlare di uno skate, quello che Anthony Huber portava con sé la notte in cui è stato ucciso. Mi interessa perché non è la prima volta che uno skateboard fa la sua comparsa nelle immagini delle manifestazioni del movimento *Black Lives Matter* e negli scontri che spesso le accompagnano. Ci sono video e fotografie in cui gli skater eseguono i loro trick sulle carcasse di auto della polizia bruciate o rovesciate durante le rivolte e altri in cui le tavole vengono usate come oggetti contundenti contro vetrine di negozi o cordoni di polizia. Ma la presenza dello skate in quelle settimane non si limita a questi logici *detournement* della sua funzione d’uso. In molte città, da San Francisco a Philadelphia fino a Toronto, gli skateboarder si organizzano per bloccare il traffico, dando vita a grandi *critical mass* per mostrare supporto alla lotta degli afroamericani contro la violenza e i soprusi della polizia. Come nasce negli skateboarder, persone che la cultura popolare contemporanea ha dipinto spesso come ragazzini frivoli, disimpegnati ed edonisti, quest’urgenza di partecipazione e di coinvolgimento nel movimento che più di ogni altro ha provato a prefigurare un’immagine diversa della contemporaneità americana, con una forza e un magnetismo capaci di imporlo come un simbolo globale e globalizzato di lotta e resistenza alla violenza del potere? Cosa lega ed avvicina alla lotta degli afroamericani contro la violenza e il razzismo sistemici chi si riconosce in una sottocultura il cui immaginario è stato costruito intorno a una lunga serie di stereotipi legati a un’identità maschile, bianca ed etereosessuale? Per rispondere a questa domanda bisogna riportare lo skateboarding proprio alla sua natura di fenomeno sotto e contro culturale. A dispetto dell’immaginario con cui lo skateboarding è stato raccontato e vissuto - che è, appunto, maschile, bianco ed eterosessuale - i valori che esso incarna - spiega Iain Borden in *Skateboarding, Space and the city*, studio accademico sullo skateboarding come fenomeno culturale urbano e contemporaneo - hanno la capacità di trascendere le barriere di classe, genere e razza. Lo skate è infatti una pratica globale con alcune distinte variazioni regionali, che fanno sì che, nel corso della sua storia, le tensioni razziali al suo interno siano state pochissime, quasi nessuna. Il suo essere una pratica sportiva non competitiva ha, da un lato, agito come antidoto alla solitudine della vita urbana contemporanea, permettendo a persone di diversa estrazione sociale, genere e razza di aggregarsi intorno a una passione comune e, dall’altro, di fare in modo che le diverse esperienze di vita incarnate dai singoli skater diventassero un patrimonio condiviso all’interno della comunità che essi andavano formando, frequentando gli stessi luoghi delle città in cui vivevano. Questa circolazione di esperienze tuttavia non si limita alla conoscenza reciproca, ma assume un tratto più incarnato e performativo. Lo skateboarding è infatti una pratica di strada, che porta le persone, in particolar modo gli adolescenti e i teenager, a confrontarsi con uno spazio in cui valgono regole diverse da quelle dei luoghi - la casa, la scuola, la squadra sportiva organizzata e/o istituzionalizzata - a cui per la loro età sono stati abituati a frequentare. Chi pratica lo skate in strada viene perciò a contatto sia con tutta una serie di figure marginali che la strada la vivono e, a volte, la abitano: il tossico, il barbone, la prostituta, il delinquente; sia con tutta una serie di figure che in strada incarnano l’autorità in tutte le sue forme: dal proprietario (di una casa, un negozio, un’attività) alla guardia giurata, fino al poliziotto. Se nel caso delle figure marginali l’incontro può avvenire tanto in forme conflittuali, come lo scontro col piccolo criminale che prova a derubare lo skater dei suoi averi, quanto in forme negoziali o complici, come può essere il rapporto con uno spacciatore, una prostituta o un senza tetto; nel secondo caso non esiste altra modalità di relazione che non passi attraverso il conflitto. Lo skateboarding è infatti una cultura i cui membri resistono attivamente al costante tentativo di istituzionalizzare e integrare l’adolescente nei riti del commercio e del consumo che la sua vita parallela come skater rifiuta o risemantizza secondo regole proprie. Un rifiuto che la cultura popolare americana ha trattato come una vera e propria dichiarazione di guerra fin da quando, negli anni ‘50, l’adolescente ha cominciato a essere prodotto come soggetto di consumo e segmento di marketing con una propria e indipendente visione del mondo. Da *Rebel without a cause* agli hippie, dal rock’n’roll agli skateboarder, la cultura americana ha visto negli adolescenti uno dei tanti nemici da combattere dentro e fuori i suoi confini per mantenere intatto il suo destino manifesto di dominio sul mondo. Un conflitto che s’incarna nel *topos* del “confronto con l’autorità”, tipico della produzione visiva dello skateboarding, in cui spesso, all’aggressività delle figure autoritarie, lo skater risponde comportandosi come una sorta di *trickster* che raggira il nemico grazie alla sua furbizia. Le forme in cui questo scontro viene riassorbito però non spogliano l’autorità della sua violenza. Dunque, seppur a un diverso grado di qualità e intensità, anche gli skateboarder vengono repressi come vengono repressi gli afroamericani; anche loro sono sottoposti all’arbitrio, all’abuso e alla violenza poliziesca che li tratta come nemici dell’ideologia che vuole l’America doversi fare di nuovo grande. È in questa comune esperienza di violenza e repressione che va dunque collocato e letto l’impegno degli skateboarder nella lotta del movimento *Black Lives Matter*; un impegno che è tanto la rivendicazione di un sentimento di fratellanza che travalica le barriere di classe, genere e razza, quanto la presa di coscienza della natura politica insita nel gesto di scegliere di far parte di una sotto e contro cultura di strada come lo skateboarding. ### Dentro Opening the Pill - Impressioni imperfette URL: https://flaviopintarelli.it/2022/11/23/opening-the-pill-recensione/ Last updated: 2022-12-19T20:13:49.000Z Come avevo avuto modo di [scrivere altrove](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/), faccio parte del gruppo di lavoro che ha organizzato [*Opening the Pill*](https://flaviopintarelli.it/2022/11/07/opening-the-pill-museion-bolzano/), il simposio performativo che lo scorso fine settimana ha animato le sale di *Museion*, il museo d'arte moderna e contemporanea di Bolzano. Mi costa perciò una grande fatica lavorare a questo resoconto, in cui il rigore critico non potrà fare a meno di essere curvato di continuo dall'investimento emotivo che ho nei confronti di questo evento, alla cui progettazione ho iniziato a contribuire più di un anno fa, insieme allə miə compagnə di lavoro. Procederò perciò per impressioni e per immagini, più che per valutazioni e giudizi, perché credo che questo sia il solo modo per tradire tanto il rigore quanto l'investimento che mi attraversano in questo momento. Inizierò quindi col notare quanto sia stata importante la drammaturgia degli spazi che abbiamo costruito per *Opening the Pill*. La dimensione performativa del simposio è stata in primo luogo quella che il pubblico si è trovato a dover esperire, obbligato a muoversi di continuo attraverso gli spazi del museo, dentro e fuori dai suoi confini, in un movimento senza soluzione di continuità. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_17_Opening_the_Pill_4-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_17_Opening_the_Pill_26-1.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_17_Opening_the_Pill_44.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_18_Opening_the_Pill_15.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_11.jpg) © Museion, Bozen/Bolzano. Photo: Samira Mosca Una scelta che ha reso dinamica l'esperienza, trasfigurando soglie, corridoi e dispositivi spaziali del museo in una teoria di passaggi segreti e porte nascoste capaci di preludere alla rivelazione dei misteri racchiusi dal programma dell'evento. Una sfumatura iniziatica sottolineata dal rito, ripetuto ogni giorno in momenti diversi, dell'apertura della pillola, che ha messo i partecipanti a contatto diretto con la missione del simposio: esplodere questa moderna tecnologia nelle sue componenti, per poterla guardare da una molteplicità di punti di vista diversi. Il programma si è perciò dispiegato su e dovuto confrontare con questo impianto narrativo, per negarlo o integrarlo a seconda dei casi. Pienamente integrato è stato, per esempio, [*Surfacing HypoKrisia*](https://www.eventbrite.it/e/charlie-laban-trier-surfacing-hypokrisia-tickets-459909280037?aff=odcleoeventsincollection&ref=flaviopintarelli.it) la serie di sforzi e incantesimi performativi messi in scena dall'artista Charlie Laban Trier nel corso di tutti e tre i giorni del simposio. Muovendosi allo stesso tempo tra la dimensione attuale del museo e quella virtuale della rete e attingendo all'archivio della *pop culture* per destrutturarlo, Laban Trier ha infestato *Museion*, facendo affiorare coi suoi gesti, le sue parole e i suoi scritti una serie di sensazioni e frammenti di senso capaci di aleggiare nell'aria come pensieri in cerca di quel corpo, effimero e instabile, che il simposio ha provato a creare nel tempo del suo svolgimento. Forse, rifletto, mentre i ricordi delle altre performance, dei talk, dei workshop, sia quelli a cui ho partecipato che quelli a cui ho presenziato e basta, si sfilacciano fino a farsi sempre più tenui e spariscono nell'azzurro e limpido cielo di questo pomeriggio di novembre, il senso ultimo di questa esperienza è stato proprio far provare a chi l'ha vissuta tutta una serie di sensazioni che, come onde emotive, salivano e scendevano nel movimento continuo attraverso lo spazio del museo, modificando lo stato di chi lo ha attraversato, proprio come farebbe una pillola ingoiata in uno dei molti contesti in cui questo gesto, semplice e banale, avviene e continua ad avvenire anche in questo momento, in ogni parte del mondo. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_19.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_20.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_34.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_36.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/2022_11_19_Opening_the_Pill_47.jpg) © Museion, Bozen/Bolzano. Photo: Samira Mosca ## Opening the Pill - la documentazione video Recap della tre giorni Charlie Laban Trier - *Surfacing HypoKrisia* Marina Orlova - *Neurodiversity and Robots* Josefine Aavild Rahn - *One Woman Musical* Zander Porter - *ADHD Penetration* ### "L’inverno sta arrivando: la situazione militare in Ucraina a otto mesi dall’invasione russa" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2022/11/14/inverno-sta-arrivando-la-situazione-militare-in-ucraina-a-otto-mesi-dallinvasione-russa-su-valigia-blu/ Last updated: 2022-11-14T10:32:15.000Z Dall'inizio di settembre - quando, dopo mesi di stasi, il fronte in ucraina si era mosso grazie alla repentina offensiva nell'oblast di Kharkiv - all'inizio di novembre si sono susseguiti molti eventi importanti, soprattutto nel contesto in cui il conflitto si svolge. Su Valigia Blu ho provato a fare un resoconto di quanto è successo prima della ritirata russa da Kherson. > Possiamo tuttavia vedere come, dopo la breve fase di frenetiche manovre registrata all'inizio di settembre, la guerra è tornata ad avere il ritmo lento della guerra d'attrito che l'aveva contraddistinta durante l'estate. L’unica differenza è che, con l'inverno alle porte, sono le forze armate ucraine ad attaccare le truppe d'invasione russe, che si difendono lungo la quasi totalità della linea del fronte. [L’inverno sta arrivando: la situazione militare in Ucraina a otto mesi dall’invasione russaL’inverno è alla porte e la Russia ha reagito alla controffensiva russa attraverso la mobilitazione di parte della popolazione, oltre a una bieca strategia di attacco a infrastrutture civili.![](https://i0.wp.com/www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluValigia Blu![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2022/11/Inverno-russia.jpg)](https://www.valigiablu.it/invasione-ucraina-escalation-russia/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "L’inverno sta arrivando: la situazione militare in Ucraina a otto mesi dall’invasione russa" su Valigia Blu ### Opening the Pill - Bolzano 17/19 novembre URL: https://flaviopintarelli.it/2022/11/07/opening-the-pill-museion-bolzano/ Last updated: 2022-11-07T20:24:26.000Z *Opening the Pill* è un simposio performativo, organizzato nel più ampio contesto del percorso di ricerca *Beyond the Artwork*, dedicato all’intreccio tra pratiche artistiche e salute mentale e curato del [gruppo content di Museion Art Club](https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/), di cui, come membro esterno al museo, faccio parte insieme alla designer Giulia Cordin e all'artista Michael Scerbo mentre la curatrice Frida Carazzato e la responsabile dei servizi al pubblico e progetti educativi Brita Köhler partecipano come membri interni del museo. Previsto per il 17, 18 e 19 Novembre 2022, *[Opening the pill](https://www.museion.it/2022/11/openingthepill/?ref=flaviopintarelli.it)* ospiterà una serie di eventi che esploreranno il tema della “salute come tecnologia”. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_1-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_2-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_3-2.jpg) Azione di poster art per la promozione di *Opening the Pill*. All'interno di questo contesto, la pillola - moderna tecnologia che consente micro trasformazioni fisiologiche e politiche - diventa il punto di partenza per l’indagine di prospettive alternative e pratiche radicali per l’emancipazione contemporanea. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_4-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_5-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_6-2.jpg) Azione di poster art per la promozione di *Opening the Pill*. Partendo da diverse, ben note pillole come estrogeni, ormoni e sostanze psicotrope, gli eventi che compongono il simposio - talk, laboratori, performance, reading group e interventi nello spazio pubblico del museo - bordeggiano tra differenti ambiti d’interesse, nel tentativo di restituire la complessità della nostra relazione con queste tecnologie. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_7-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_8-2.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/11/Museion_Opening-the-Pill_Teaser-POSTER_9-1.jpg) Prenderanno parte al programma gli artisti: Shulea Cheng, Mary Maggic, Zander Porter, Charlie Laban Trier ed Enrico Floriddia; verranno ospitate le promotrici del [progetto Patternhouse ](https://patternhouse.org/it/?ref=flaviopintarelli.it)presso Casa Basaglia di Merano, teorici, ricercatori e ricercatrici tra cui João Florêncio, Valeria Graziano ed Enrico Petrilli e molti altri contributi provenienti dal territorio locale e dall’ambito internazionale. [Scopri il programma di Opening the Pill](https://www.eventbrite.it/cc/opening-the-pill-1354899?ref=flaviopintarelli.it) ### "Sara Cunial e i populisti no vax del Sudtirolo vanno presi sul serio" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2022/10/18/sara-cunial-e-i-populisti-no-vax-del-sudtirolo-vanno-presi-sul-serio-su-esquire/ Last updated: 2022-10-18T08:54:58.000Z In Sudtirolo, le ultime elezioni politiche hanno visto la buona affermazione della lista "Vita" di Sara Cunial. Un risultato che nasce dalla capacità di monetizzare la visibilità ottenuta da alcune figure di riferimento del locale movimento di renitenza al vaccino. Cosa può rappresentare questo risultato per lo scenario politico locale? Ho provato a rispondere a questa domanda su Esquire, in un pezzo che mischia cronaca, analisi e fiction politica. > Quello che al Sudtirolo è mancato fino a oggi è invece un partito e, soprattutto, un leader populista antisistema che sia capace di generare nella politica locale lo stesso impatto che in altri contesti hanno prodotto figure come Donald Trump, Nigel Farage e Matteo Salvini. Nel risultato di Vita non sembra dunque spregiudicato individuare l'esistenza di uno spazio politico per un progetto con queste caratteristiche. [Sara Cunial e i populisti no vax del Sudtirolo vanno presi sul serioHanno ottenuto circa il 6% alle scorse politiche, anche grazie a 300mila scaldacollo![](https://www.esquire.com/sites/esquire/assets/images/apple-touch-icon-152x152.png)EsquireFlavio Pintarelli![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod.s3.amazonaws.com/images/gettyimages-1665489512.jpg?crop=1.00xw:0.757xh;0,0.115xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/news/politica/a41583971/sudtirolo-lista-vita-partito-politco/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Sara Cunial e i populisti no vax del Sudtirolo vanno presi sul serio" su Esquire ### "BASIS Vinschgau Venosta: la periferia al centro il centro in periferia" su cheFare URL: https://flaviopintarelli.it/2022/10/13/basis-vinschgau-venosta-la-periferia-al-centro-il-centro-in-periferia-su-chefare/ Last updated: 2022-10-13T06:38:21.000Z BASIS è un *social impact hub* che ha sede a Silandro, in Val Venosta, in due delle palazzine che fanno parte della ex Caserma Druso. Posizionato nel cuore della periferia, questo progetto ha avuto, in pochi anni, la capacità di illuminare lo spazio e connettersi a una rete globale di spazi culturali di nuova generazione. Ne ho raccontato la vicenda in un reportage, pubblicato sul magazine di cheFare. > A colpirmi di più la prima volta che ho visitato a BASIS, è stata l’evidente atmosfera urbana che vi si respira, nonostante l’hub sia collocato in una delle valli più periferiche della provincia di Bolzano, quasi una periferia della periferia. > La cultura che BASIS esprime è però la stessa delle grandi capitali dell’economia cognitiva, creativa e culturale. Un milieu globale, progressista e liberale – che non sembra fuori luogo definire woke – che si esprime oltre che negli usi dello spazio anche nelle sue regole di condotta. > Sui flyer del festival a cui ho partecipato e su alcuni manifesti posizionati qua e là sui muri dello spazio, vengono riportate le istruzioni d’uso della frase “C’è Paula?”, **safe word* da utilizzare per segnalare al personale che si è vittima di attenzioni indesiderate o molestie. > BASIS riterritorializza dunque il centro nella periferia e deterritorializza la periferia come centro o, meglio, come nodo di una rete di spazi caratterizzati dalla stessa cultura urbana e globale. [BASIS Vinschgau Venosta: la periferia al centro il centro in periferiaBASIS è uno spazio innovativo, nato in Val Venosta recuperando una caserma degli anni ’30 abbandonata. Un esperimento di cultura urbana e attivazione del territorio. Un reportage di Flavio Pintarelli![](https://www.che-fare.com/wp-content/themes/tema-che-fare/images/favicons/apple-touch-icon.png)cheFareGiacomo Giossi![](https://www.che-fare.com/che-fare-media/2022/09/Schermata-2022-09-29-alle-09.24.01.jpg)](https://www.che-fare.com/almanacco/politiche/comunita/basis-vinschgau-venosta-la-periferia-al-centro-il-centro-in-periferia/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "BASIS Vinschgau Venosta: la periferia al centro il centro in periferia" su cheFare ### Appunti per una hauntology dello spazio alpino URL: https://flaviopintarelli.it/2022/10/10/appunti-per-una-hauntology-dello-spazio-alpino/ Last updated: 2022-10-10T06:38:51.000Z La mattina di qualche giorno fa percorrevo in bicicletta corso Libertà, in direzione del centro storico di Bolzano. Per chi non avesse dimestichezza con la pianta stradale della mia città, corso Libertà è il viale che da piazza Gries sale verso ponte Talvera. Rappresenta uno degli assi del quadrilatero razionalista che si prolunga dal monumento della Vittoria ed è quindi uno dei lasciti con cui l'urbanistica fascista ha segnato la città in cui vivo. A fare da sfondo a corso Libertà c'è la mole imponente del Catinaccio che, quella mattina, brillava di un riflesso incongruo. Il sole, sorgendo, illuminava la superficie del nuovo rifugio Passo Santner. ![Immagine del cantiere del nuovo Rifugio Passo Santner](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/10/Nuovo-rifugio-Passo-Santner.jpeg) Il cantiere del nuovo rifugio Passo Santner Inaugurato all'inizio dell'estate, il rifugio è stato al centro di accese polemiche sia per la sua forma ipertecnologica che per la sua capienza, 70 posti, giudicata eccessivamente impattante.[ Avevo letto che il rifugio era visibile da Bolzano](https://www.salto.bz/de/article/06072022/il-maxirifugio-si-vede-da-bolzano?ref=flaviopintarelli.it). Ero scettico su questo, fino a che non ho visto il suo bagliore dardeggiarmi davanti una mattina di settembre. Di cosa mi parla quella costruzione che ora fa parte del paesaggio della città in cui sono nato e vivo? Per rispondere a questa domanda non posso non farmene un altra e chiedermi: che cosa sono le Alpi? Potrebbe sembrare una domanda banale, ma scopro che non smetto di farmela ogni volta che mi confronto con il territorio in cui sono nato e vivo, provando a capirne il senso e il modo in cui i suoi elementi interagiscono prima tra di loro e poi con me. Le Alpi sono molte cose e, in primo luogo, oltre che essere magnifiche montagne, esse sono il risultato di un lungo processo di costruzione. Un artefatto culturale dunque, la stratificazione di temi e immagini che, nel corso del tempo hanno prima dato vita a una serie di immaginari e poi, attraverso di essi, al paesaggio stesso. Non c'è nulla di naturale nelle Alpi - a parte rocce, fiori, alberi, animali, sorgenti, acqua, neve, semi, spore, funghi, ghiaccio, pietrisco, ghiaia, cascate, forre, rapide, prati, fango e terra - e quando mi muovo attraverso di loro - a piedi, in treno, in auto o in aeroplano - sento di muovermi attraverso tutti gli strati di questo costrutto culturale che siamo stati abituati a chiamare "Alpi". ![Immagine del dipinto Rhonegletscher von der Talsohle bei Gletsch gesehen, del pittore svizzero Caspar Wolf](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/10/Caspar-Wolf---Rhonegletscher-von-der-Talsohle-bei-Gletsch-gesehen-.jpeg) Caspar Wolf, *Rhonegletscher von der Talsohle bei Gletsch gesehen* Un'identità propria, le Alpi cominciano ad averla solo intorno alla metà del Settecento, quando le élite urbane europee abbandonano la dicotomia tra *ager* (la pianura ordinata e coltivata) e *saltus* (il territorio indistinto, caotico e selvaggio), che derivava loro dalla cultura latina. Permeati di cultura illuminista, scienziati e artisti prendono a guardare le Alpi da vicino, scoprendone la vita vibrante e ricca di dettagli. Quelle montagne così vicine sono al tempo stesso lontanissime, continenti da esplorare con lo stesso spirito che anima le spedizioni scientifiche che si dipartono ai quattro angoli del globo. L'immagine del ghiacciaio come *mere de glace* deriva dai resoconti delle esplorazioni artiche e antartiche e ci parla così di questo spirito del tempo che riscrive la geografia del cuore dell'Europa. È così che lo spazio alpino cessa di essere semplicemente uno spazio non ordinato e si dà agli occhi dei suoi esploratori come spazio da scoprire e costruire, perché sfuggito, fino a quel momento, alla presa ordinatrice della città sulla natura. ![Immagine della stampa Mer de Glace, di J.F. Albanis Beaumont](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/10/J.F.-Albanis-Beaumont-Mer-de-Glace.jpeg) J.F. Albanis Beaumont, *Mer de Glace* Nel giro di pochi decenni, il dispositivo pittorico del contrasto si consoliderà come primo modello di organizzazione dello spazio alpino dove alla rappresentazione pittoresca del primo piano corrisponde il tempo mondano della vita quotidiana delle comunità; alla rappresentazione delle rovine del piano intermedio quello storico delle vestigia del passato; e, infine, alla rappresentazione delle vette e dei ghiacciai il tempo divino e cosmico dell'infinito. Così, [quando osservo sui social le immagini della Marmolada che crolla](https://not.neroeditions.com/marmolada-of-madness/?ref=flaviopintarelli.it) e la teoria di ghiacciai che lentamente si ritira fino a sparire, è questo dispositivo che vedo perturbarsi e, con esso, l'ordine secolare di un mondo che va in frantumi, materializzando davanti ai miei occhi quell'orrore cosmico che va sotto il nome di "antropocene". L'uomo come era geologica, come forza che dà forma alla terra (terraformazione), che le imprime la propria volontà, anche quando la natura esce fuori di sesto. Il rifugio Passo Santner, col suo bagliore che rifulge nella luce del mattino, è certamente un segno che l'uomo ha impresso sulla natura, creando paesaggio. Ma esso è anche qualcosa di più, perché, nel contesto di un mondo scosso sempre più di frequente da eventi climatici estremi, la natura di quella costruzione mi appare la manifestazione spettrale di un passato che non vuole passare. Non si tratta però dello spazio inesplorato che la cultura illuminista ha dotato di identità, né del contrasto da cui nacque il paesaggio ottocentesco. Il rifugio passo Santner è un fantasma di quella forma della modernità che prende il nome di "modernismo alpino" e che dai precedenti settecenteschi e ottocenteschi prende compiutamente le distanze. ![Panorama della stazione sciistica di Sestriere](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/10/Sestriere.jpeg) Sestriere Esso ne è, al tempo stesso, evoluzione critica e distacco (pur nella continuità dell'immaginario). Così, attraverso l'ideologia della modernità, la città si riflette sulla montagna, terraformandola ancora una volta. Il rifugio d'alta quota, costruzione che mira alla performance tecnologica per unire alla maestosità della montagna l'intimità della comunità umana, s'inserisce nel concatenamento che lega automobile e stazione sciistica, impianto di risalita e pista da sci, in un ciclo di consumo che, modellato sulla fabbrica fordista, fa della montagna un'esperienza percettiva fatta di estasi ed ebrezza. Un'esperienza che sta svanendo come la neve che la natura smette di regalare all'uomo con sempre maggior frequenza, e che l'uomo si ostina a voler recuperare coi suoi interventi, facendo finta di non vedere che proprio questa sua ostinazione è la causa di tale scomparsa. Come una piuma sospinta dal fiato, l'ideale della modernità alpina sfugge di continuo all'uomo che prova ad afferrarlo, per infondergli una nuova vita. ![Immagine di un cantiere in alta quota, parte della serie Berg.Werk del fotografo Lois Hechenblaikner.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/10/Berg.Werk---Lois-Hechenblaikner.jpeg) Lois Hechenblaikner, *Berg.Werk* Le forme morte della modernità che infestano le Alpi non sono solo le rovine delle stazioni sciistiche abbandonate, ma anche le forme scintillanti e ipercontemporanee delle infrastrutture che s'illudono di rovesciare il tempo e inchiodano il paesaggio all'eredità e alla nostalgia di un passato che non si vuole passare. Il cuore di un progetto per un'*hauntology* dello spazio alpino sta in questo incandescente nucleo teorico in cui riscaldamento globale, paesaggio e immaginari si innestano l'uno sull'altro, dando vita a un dispositivo di lettura, visione e scrittura da cui può nascere il germe di una nuova visione della montagna. ### "Sangue acido" su Manaròt. Rivista di letteratura atesina URL: https://flaviopintarelli.it/2022/09/27/sangue-acido-su-manarot-rivista-di-letteratura-atesina/ Last updated: 2022-09-27T10:01:11.000Z ### Il 15 settembre del 2022 è uscito Atra, quarto e purtroppo ultimo numero di Manròt. Rivista di letteratura atesina. In [Decay, il numero precedente delle rivista](https://flaviopintarelli.it/2022/01/20/la-carne-delle-cose-su-manarot-magazine/), era presente un mio racconto, intitolato "Sangue acido", che ripubblico qui. Il fatto era clamoroso al punto che mi trovai mio malgrado immerso nel pettegolezzo. Ero tornato a Bolzano da qualche settimana, aggregato come *PR & crisis management strategist* presso gli uffici di un gruppo immobiliare locale impegnato in un’intensa azione di sviluppo in città. «Vediamo grandi potenzialità nella tua figura» mi aveva comunicato il CEO dell’agenzia di Berlino «per questo vogliamo offrirti questa opportunità». Io avevo annuito, mascherando l’inquietudine che provavo ogni volta che mi trovavo da solo nel suo ufficio. «La tua conoscenza della città sarà una risorsa preziosa a cui attingere durante questo incarico». Aveva il fisico asciutto e teso di chi dalla sua dieta aveva eliminato i carboidrati in favore di un rigido regime chetogenico. «Il cliente ha apprezzato moltissimo questo aspetto, quando gli abbiamo proposto il tuo profilo». Scolpito dall’esercizio fisico, quell’uomo emanava un’aria di minaccia anche quando sorrideva. Davanti a lui ti sentivi vulnerabile. Ti prendeva la consapevolezza che, se lo avesse voluto, avrebbe potuto spezzarti il collo con la stessa facilità con cui addentava le mele sulla sua scrivania. «Occupandoti di questo progetto come responsabile avrai modo di dimostrarci il tuo valore. Porta a casa il risultato e ti assicuro che al tuo ritorno troverai ad attenderti una qualifica senior». Si allungò sulla scrivania, facendo leva sui gomiti per appoggiare il mento sulle dita intrecciate «E i relativi benefit». Restai qualche secondo a guardarlo in silenzio, mentre il mio corpo si irrigidiva in modo innaturale sulla sedia. Non ero sicuro di voler tornare nella città in cui ero nato. Poco dopo il liceo ero scappato da Bolzano, portandomi dietro le ferite di cinque anni d’inferno, passati a maledirmi per un’identità e un corpo che non sentivo miei, che nessuno mi permetteva di riconoscere. Quando ero approdato a Berlino qualche mese dopo, avevo trovato un’atmosfera in cui la benevola indifferenza delle persone si mescolava alla trascuratezza e al disordine della città. Per la prima volta mi ero sentito libero di respirare. Sotto lo spettro del muro ero rinato a nuova vita e avevo tracciato la mia via. Ciononostante accettai. «Di cosa si tratta?». Il CEO si abbandonò sullo schienale della poltrona. «Pubbliche relazioni» rispose pigiando due tasti sul portatile aperto davanti a lui. «Troverai tutto quello che ti serve sapere nel report che ti ho appena inviato». Studiai i file durante il viaggio verso Bolzano. La Ganma Immo Holding rappresentava gli interessi di un immobiliarista austriaco in un progetto di sviluppo urbano che, se fosse stato realizzato, avrebbe cambiato volto alla città. Questo ne rendeva il percorso accidentato. Ambientalisti e anarchici l’avevano contestato duramente mentre crepe profonde si erano aperte nella politica locale. Per ben due volte il voto sul progetto aveva scosso gli equilibri di una giunta, facendola cadere. Il comune era stato commissariato per mesi. Solo grazie a un discusso referendum cittadino l’iter amministrativo era stato sbloccato e il cantiere avviato. Sotto alla superficie c’erano diversi gruppi di potere che si affrontavano. Ognuno era concentrato per indirizzare gli eventi. Una gestione bilanciata e accorta dell’immagine dell’azienda e del progetto, capace di orientare in loro favore l’opinione pubblica, era cruciale per l’esito positivo dell’intera operazione. L’idea di torpore provinciale che ancora conservavo di Bolzano e l’immaginario alla *The Wire* che quei documenti evocavano lottavano avvinghiandosi l’uno all’altra nella mia mente. Quando arrivai, in città mi parve non fosse cambiato nulla. Bolzano era sempre la stessa e, forse un po’ più pulita del solito. La gente era cordiale e distaccata. Sotto il limpido cielo di un ottobre dalla temperatura stranamente piacevole pensai che forse avrei potuto darle una seconda possibilità. Ancora non avevo scoperto cosa dimorava nelle pieghe di quelle strade pittoresche. Fu proprio quella mattina che ritrovai il diario e prese avvio la malaugurata catena di eventi che mi hanno portato a essere ricoverato in questa comunità dove, stordito dagli antipsicotici, scrivo queste righe, come ammonimento per chi potrà leggerle. Rientrando dal bar verso la la stanza in cui alloggiavo, scorrevo distrattamente le notizie pubblicate da uno dei portali locali più influenti. Erano passati pochi giorni dal crollo dell’Hotel Eberle. Un pezzo di montagna si era abbattuto sull’edificio schiacciandolo al suolo. Fortunatamente l’albergo era chiuso e non c’era scappato il morto. Mi cadde l’occhio su un articolo intitolato “Quella cava dimenticata”. Il giornalista aveva raccolto impressioni di storici e geologi. Speculavano sulla presenza nella zona di un’antica cava di porfido, che veniva indicata tra le possibili cause dell’incidente. Altri, più prosaici, additavano alcune opacità nell’iter amministrativo che aveva autorizzato i recenti lavori di ampliamento dell’hotel. Entrai in casa, aprendo la porta con circospezione. La proprietaria dell’appartamento non era appostata all’ingresso come al solito. Era una donna sgradevole e preferivo non incontrarla. Parlava un pessimo italiano e un dialetto tedesco strettissimo, del tutto incomprensibile. Era instabile e scostante. A volte si comportava affettuosamente, altre volte s’approfittava di me con quella crudeltà che gli anziani riservano di solito ai loro consanguinei. Decisi di approfittare della sua assenza per fissare una delle doghe del vecchio letto su cui dormivo. Dovevo fare attenzione a come mi comportavo da ospite, la signora era suscettibile e gelosissima dei suoi averi. Approfittare della sua assenza era il solo modo per farlo. Sollevai il materasso per capire quale fosse il problema ma sembrava tutto in ordine. Toccai le doghe e mentre lo facevo qualcosa cadde con un tonfo sordo. Guardai sul pavimento, e nella polvere che si posava vidi un quaderno. Il suono della notifica mi ricordò che la riunione sarebbe iniziata a minuti. Non so bene perché, ma invece di rimetterlo a posto lo raccolsi e lo infilai nello zaino prima di precipitarmi di nuovo fuori dalla pensione. La sede della Ganma Immo Holding occupava gli ultimi due piani di uno storico palazzo nel centro della città, a sottolineare l’intenso legame che la univa a essa. Varcai il portone che si apriva accanto al gazebo di un ristorante che apparteneva alla Ganma ma, mi avevano raccontato, era chiuso da mesi. Mi affrettai a salire le scale. Simon Kager, il proprietario, esigeva puntualità. Quando entrai nella sala riunioni lui era già lì, in piedi vicino a un leggio su cui poggiava un portatile collegato al grande schermo alle sue spalle. Ovunque andasse era sempre circondato dai suoi collaboratori. Il modo in cui gli si distribuivano attorno rispecchiava l’equilibrio dei rapporti all’interno dello studio. A chi era permesso avvicinarsi di più spettava l’onore di essere la voce più influente e ascoltata. Ma si trattava di un equilibrio instabile. Kager era volubile e ci voleva un attimo per perdere ogni privilegio. Mappando la rete di relazioni di potere interne allo studio, come facevo ogni volta che venivo aggregato a un’azienda cliente, avevo scoperto che risalire la corrente era impresa per pochi. Chi commetteva gli errori più gravi preferiva andarsene, piuttosto che sopportare la pressione di un’improbabile *rentrée.* Quando l’ultimo collaboratore si fu seduto, Simon Kager sollevò davanti a sé un blocchetto di fogli di carta. «La frana all’Hotel Eberle rappresenta una concreta minaccia per i nostri interessi». « » La sua assistente si mosse, affrettandosi a distribuire a tutti i presenti una copia del fascicolo. Erano gli screenshot di una serie di commenti molto critici verso la proprietà dell’albergo, pubblicati su gruppi e pagine Facebook locali. Parlavano di abusi edilizi che sarebbero stati commessi durante i lavori di ampliamento dell’albergo e che, a dar retta alla *vox populi*, sarebbero stati all’origine del crollo. «Se i sentimenti di sfiducia si diffondono, ci troveremo presto ad affrontare una nuova ondata di critiche. Dopo tutto il tempo che abbiamo già perso, ulteriori ritardi sarebbero inaccettabili». Kager si voltò, «come possiamo gestire la situazione, dottore?”. Era la prima volta che si rivolgeva a me direttamente. Mentre si risiedeva, ebbi per un istante l’impressione che la scena davanti ai miei occhi tremolasse come un’allucinazione nel deserto. «Per quanto ho potuto osservare, si tratta di critiche isolate e limitate a poche persone, i cui pregiudizi contro ogni forma di sviluppo immobiliare sarebbero facilmente dimostrabili». Kager si protese sul tavolo. «Reagire con troppa veemenza a un evento che non ci riguarda direttamente potrebbe presentarci sotto una cattiva luce, come se stessimo nascondendo qualcosa. Tuttavia, nelle prossime settimane potremmo rilasciare una *press release* che presenti le misure di sicurezza che abbiamo adottato, nell’occasione potremmo organizzare una visita al cantiere per mostrarle in atto a una platea di giornalisti selezionati tra quelli più favorevoli al nostro progetto». Kager annuì. «Nel frattempo metterò a punto un apparato di *social listening* per monitorare in diretta il *sentiment* della città rispetto al nostro progetto. Se qualcosa nell’atteggiamento dell’opinione pubblica dovesse cambiare, saremmo i primi ad accorgercene e potremmo intervenire tempestivamente». «Proveremo a fare come dice l’esperto allora». dichiarò Kager soddisfatto. «Adesso tutti al lavoro!» I collaboratori di Kager si alzarono quasi all’unisono dalle loro sedie. Ero appena diventato una minaccia per loro e mentre sciamavano fuori dalla sala, accompagnati solo dal fruscio delle loro scarpe sulla moquette, percepii l’odio con cui mi sommersero come una colata di cemento. Prima che potessi uscire, Kager mi fermò. «Deve scusare la mia irruenza, dottore. Questo progetto è cruciale per lo studio e abbiamo avuto già molti problemi di immagine». «Capisco benissimo la situazione. Ma non si preoccupi, raramente il rumore di fondo dei social diventa una minaccia concreta». «Capisco poco di queste diavolerie moderne. Di sicuro ha ragione lei». Gli risposi con un sorriso, mentre mi accompagnava verso la porta della sala riunioni. «Ma si ricordi che le scelte avventate qui non si dimenticano», aggiunse mentre mi incamminavo verso le scale. Riemersi dal portone del palazzo pensando a quanto ero fortunato a non dover lavorare negli uffici della Ganma. Come consulente potevo svolgere la mia attività da remoto. Sui prati del Talvera c’era un piacevole tepore, ed era balsamica l’idea di passare qualche ora all’aria aperta prima di pranzo. Per quanto la riunione fosse stata breve, mi sentivo come svuotato da quel confronto. Mi abbandonai su una panchina di legno e mi ricordai del quaderno che avevo trovato nella soffitta dell’appartamento. Lo tirai fuori dallo zaino e cominciai a esaminarlo. La copertina aveva un motivo minerale screziato di riflessi grigi e violacei. Accarezzandola sembrava che i polpastrelli trasmettessero una sensazione di ruvidezza che era, naturalmente, solo un’illusione tattile. Le pagine erano ingiallite e gonfie d’umidità . Lo aprii maneggiandolo con estrema attenzione per non sbriciolarlo. L’intestazione riportava il nome di un certo Hannes Haeneke, dottore geologo presso l’università di Lipsia. La prima annotazione era datata 18 agosto 1803, descriveva la partenza del dottor Haeneke dalla cittadina tedesca. L’accademico era diretto a Bolzano, dove era stato incaricato di condurre una campagna di rilievi geologici. Le pagine seguenti si soffermavano a lungo sui dettagli del viaggio. Sul suo diario, Haeneke annotava in lunghi elenchi nomi di villaggi e locande, di elementi della fauna e dettagli geologici, nonché prolisse descrizioni delle condizioni climatiche. Nonostante la verbosità, c’era qualcosa di vivido nella sua scrittura. Proseguendo si aveva l’impressione che, avvicinandosi alle Alpi, il paesaggio trascolorasse dall’estate all’autunno scandendo tanto il passare del tempo quanto quello dei chilometri. Il cinque ottobre di quell’anno, Bolzano faceva la sua prima comparsa nel diario. *Fu ingeneroso da parte di Mozart definire questa cittadina borghese e sonnacchiosa un* «*buco di culo da porci*»*. Non si respira l’aria grave e mondana della corte viennese, ma la gente è cordiale nel suo distacco, il clima mite e il cibo buono. Dal punto di vista geologico invece la conca di Bolzano riflette l’immagine fattami dai miei corrispondenti: una grossa piattaforma porfirica il cui aspetto antico e solenne è rifratto in tutta la città. Numerose infatti sono le cave da cui viene ricavato questo materiale, destinato ai più vari utilizzi nella costruzione di muratura o per la pavimentazione delle strade.* Chiusi il diario, si era fatta ora di pranzo. In quelle settimane mangiavo spesso in un locale aperto poco tempo prima nella stube dell’Hotel Luna, uno storico albergo del centro cittadino. Era uno dei pochi ristoranti, forse il solo in città, in cui si respirava quell’aria cosmopolita che rendeva meno penosa la mia mancanza da Berlino. Lo gestiva un energico terzetto – marito, moglie e fratello – con cui ero entrato presto in confidenza. Tra i tre avevo legato soprattutto col fratello, un signore di mezza età di nome Robert, che gestiva la sala e la cantina. Capitava spesso che mi fermassi insieme a lui, dopo la fine del servizio, per gustare un ultimo bicchiere. In quelle occasioni era solito scegliere bottiglie di qualche piccolo produttore biodinamico su cui aveva sempre un aneddoto o una curiosità che davano all’assaggio un certo fascino esoterico, come se quei vini fossero un segreto che condivideva solo con poche persone. Mi raccontò anche della sua passione per un romanzo del giornalista americano Gay Talese. Si intitolava *Onora il padre* e parlava degli anni in cui Talese era stato a contatto con una famiglia mafiosa italoamericana, di cui riportava la storia con il tatto e la delicatezza di cui solo un grande autore era capace. Eravamo rimasti d’accordo che me lo avrebbe prestato, finché un giorno non capitò che mi fermai dopo pranzo per esaminare alcune carte di lavoro. Il progetto della visita stampa presso il cantiere era andato avanti e mi ero assunto il compito di organizzarlo. Quando Robert si avvicinò al mio tavolino, come faceva di solito in quelle occasioni, non poté fare a meno di notare il logo della Ganma. «Lavori per il signor Kager?». Alzai gli occhi dal foglio che stavo leggendo e lo guardai. C’era una sfumatura fredda nel tono con cui mi aveva rivolto quella domanda. «Svolgo per lui una consulenza per conto dell’agenzia in cui lavoro a Berlino. Curo l’immagine pubblica del cantiere». «Pare un lavoro interessante». «A dire il vero non più di altri che ho seguito in passato. Ci facciamo un bicchiere?». «Oggi non posso, ero solo passato a farti un saluto. Poi stai lavorando, non mi va di disturbarti». Prima che potessi dirgli che avrei gradito volentieri una pausa, si era già allontanato. Da quel giorno iniziò a trattarmi con distacco. Non che fosse diventato scortese, ma era come se avesse smesso di soffiare su quella brace di amicizia che sembrava essersi accesa tra di noi. Così, piano piano, l’affinità si spense e mi dispiacque perché la sua presenza era una presenza gradevole, che rendeva meno solitaria la mia permanenza a Bolzano. Tuttavia non diedi troppa importanza all’episodio. Il lavoro mi assorbiva e, quando non lavoravo, passavo molto tempo ad addentrarmi tra i meandri del diario del geologo Haeneke che attirava la mia attenzione con un’irresistibile forza, quasi magnetica. Dopo il suo arrivo in città, Haeneke spese molte pagine per descrivere i preparativi e l’avvio della sua campagna di studi. Il cantiere pareva circondato da un alone di misteriosa sfortuna. Era stato difficile assumere le maestranze necessarie, le più esperte tra le imprese locali avevano rifiutato in massa ogni proposta e Haeneke era stato costretto a rivolgersi a gente che lui stesso definiva «di dubbia moralità». Erano perlopiù sbandati o forestieri, gente che sapeva sì tenere in mano un piccone, ma che mancava della perizia propria di un operaio specializzato. Ma nonostante la scarsa qualità del materiale umano, il cantiere s’era avviato lo stesso, salvo poi doversi fermare per una serie ininterrotta di incidenti. Tra arnesi che si usuravano rapidamente, piccoli crolli e infortuni più o meno gravi, la campagna di scavi procedeva a rilento. Eppure procedeva, tanto che qualche mese dopo la data di inizio dei lavori, Haeneke annotava nel suo diario che: *\[...\] a dispetto delle difficoltà incontrate i lavori di scavo procedono e mi permettono di acquisire ogni giorno sempre più dati utili ai miei studi. Sembra che la grande piattaforma porfirica su cui è adagiata la città di Bolzano si estenda molto più a lungo e in profondità di quanto non apparisse in precedenza. Sembra che questa roccia innervi ogni fessura del terreno circostante, come fosse sangue mineralizzato nelle vene di questa terra. È vivida la sensazione che l’intera piattaforma risalga a tempi antichissimi, forse più antichi ancora di quanto immaginassi prima di iniziare e questo è assai strano, come è strano il fatto che sia così difficile stabilire l’origine di queste rocce. La grana finissima, afantica micro e criptocristallina, che presentano le classificherebbe come rocce eruttive ipoabissali oppure vulcaniche, ma mi è stato impossibile appurarlo con certezza. Pare come se, a volte, l’origine fosse tanto di un tipo, quanto di un altro, come se in questa zona le enormi forze che hanno modellato il pianeta si fossero sovrapposte e scontrate dando vita a questa formazione. È un mistero questo su cui voglio indagare ancora, e perciò chiederò un ulteriore sostegno economico ai miei protettori. Ho intenzione di spingermi in profondità nel cuore della piattaforma porfirica, per vedere se riuscirò a svelarne il mistero*. Di pagina in pagina, era finalmente giunto il giorno dell’evento. La mattina prescelta mi presentai davanti ai cancelli del cantiere. Lo scavo si trovava sulla sommità della collina del Virgolo e dominava la città, avvolta nell’umidità che annunciava le prime piogge d’autunno. I giornalisti arrivarono qualche minuto dopo, a bordo di una navetta che la Ganma aveva organizzato per condurli al cantiere lungo la strada di servizio aperta sul fianco della collina. Simon Kager scese insieme a loro e prese posto sul palchetto che avevo fatto sistemare di fronte all’ingresso del cantiere. Avevo disposto che i lavori procedessero anche durante la visita, per dare ai partecipanti l’idea di una cantiere vivo e operativo, per cui camion e operai si muovevano alle sue spalle. Ai completi sartoriali che indossava abitualmente, quel giorno aveva preferito un abito più informale. Calzava scarpe robuste ed eleganti, un paio di jeans e, sopra a una spessa camicia a quadri, portava un gilet smanicato. Dovetti ammettere che Kager sapeva il fatto suo. Così vestito dava l’impressione di essere un capocantiere navigato e raffinato allo stesso tempo. Solo l’elmetto di plastica gialla appariva incongruo. Ma tra gli astanti nessuno avrebbe notato quel dettaglio ridicolo alla George W. Bush. Avevo selezionato con cura i giornalisti più favorevoli al progetto e alla Ganma, che contribuiva in modo generoso alla raccolta pubblicitaria delle testate per cui lavoravano. «Sono molto felice di avervi qui» esordì Simon Kager rivolto al suo pubblico. «Questo cantiere, il cui buon esito contribuirà a trasformare il volto della nostra amata città, non è solo un progetto immobiliare e di sviluppo chiave per il futuro di Bolzano. Vuole essere anche l’occasione per sperimentare le tecniche costruttive più all’avanguardia sul mercato». La sua voce decollava dalle casse dell’impianto audio, sollevandosi sopra il frastuono del cantiere con una leggera sfumatura metallica. «Chi fa il nostro mestiere oggi vive un’epoca di transizione e grandi cambiamenti. La digitalizzazione e la crisi climatica ci pongono di fronte a sfide che dobbiamo vincere, per garantire alla nostra specie quella continuità che tutti auspichiamo. Nella storia del rapporto tra l’uomo e la natura, i tempi in cui viviamo rappresentano un emozionante campo di battaglia che sarà imperativo dominare». Kager terminò il discorso tra gli applausi dei giornalisti. Il fotografo ufficiale scattò diverse pose mentre l’imprenditore scendeva dal palco e, con gesto plateale, faceva loro strada all’interno del cantiere. Proprio mentre la solennità di quel momento lasciava posto all’informalità propria di un evento tra amici, l’aria si riempì di un boato minerale. Una grossa porzione della parete che sovrastava l’area del cantiere si staccò di netto, precipitando a terra. In un istante l’aria fu satura della polvere brunita del porfido, che attaccò i polmoni. Rochi e profondi colpi di tosse punteggiavano l'ordito di grida che si levò lungo il cantiere. Gli operai presero a chiamarsi l’un l’altro. La frana aveva sciolto ogni legame sociale all’interno del cantiere, scaraventando tutti i presenti nella nuda consapevolezza della propria natura mortale. Man mano che la polvere prese a posarsi cominciò a salire un silenzio tetro. In quel marasma solo Simon Kager sembrava aver conservato la sua calma. Spiccava in mezzo alla polvere grazie al suo elmetto giallo, che ora gli dava l’aura del comandante nel cuore del naufragio. «Non c’è nulla di cui preoccuparsi» gridava. «La visita può continuare!»Ma la sua voce si perse nel vuoto di quel momento tragico. «Da questa parte signori!» gridò un’ultima volta. Poi mi scorse nel piazzale, da cui mi stavo allontanando. Lo sguardo che mi rivolse era deluso e privo di empatia. In quella un operaio gli passò accanto correndo. Kager lo afferrò per un braccio e glielo torse con violenza, gridando qualcosa che non riuscii a udire. Un brivido mi riempì il cuore di terrore. Ebbi la sensazione che, se avesse potuto, Simon Kager mi avrebbe ucciso in quel preciso istante. Seguirono giorni convulsi. Per la seconda volta nel volgere di pochi mesi, un crollo aveva scosso la quiete della città. Due operai erano stati travolti e uccisi dall’enorme lastra di porfido che era precipitata sul cantiere. Le autorità giudiziarie avevano disposto il blocco dei lavori e apposto i sigilli ai cancelli. L’inchiesta sarebbe stata lunga ma l’indiscrezione che i due sventurati erano stati assunti senza regolari tutele da una delle tante ditte a cui erano stati affidati gli appalti del cantiere divenne pubblica rapidamente. E anche se molti erano i nostri alleati nella stampa locale, la cui copertura dell’evento fu improntata a un distaccato garantismo, sui social il tono delle conversazioni si era alzato. Le voci più critiche sollevavano indignazione e sempre più spesso veniva messa in dubbio l’utilità del cantiere. Il *tool* di ascolto che avevo messo in opera nelle settimane precedenti ribolliva. Contenere il danno d’immagine intervenendo in quel diluvio di conversazioni che si moltiplicavano era un lavoro ingestibile per una sola persona. Anche se avevo predisposto una serie di automazioni, l’ausilio di un piccolo team avrebbe reso la mia azione più efficace. Mi sentivo come se per ogni rattoppo che provavo a cucire su quella situazione, altre due fessure si aprissero nella trama della pubblica opinione e da quegli strappi colava, sempre più forte, un sentimento ostile al progetto. In tutto questo ero stato allontanato dal novero dei collaboratori. Simon Kager si faceva vedere pochissimo. Le riunioni di équipe erano state sospese e le decisioni venivano prese da una cerchia ristrettissima di cui facevano parte solo i collaboratori più fidati. Ottenere informazioni utili a svolgere il mio compito era impossibile e ogni volta che mettevo piede nell’antico palazzo sentivo intorno a me un clima di paura, diffidenza e ostilità. Una mattina scoprii che l’ingresso della Ganma veniva presidiato da guardie armate e Simon Kager lo lasciava solo se accompagnato da quattro gorilla addetti alla sua protezione. Non seppi capire se presentarsi come una persona in pericolo di vita si trattasse di un’astuta mossa d’immagine, o se Kager temesse davvero per la sua incolumità. Rivolsi i miei dubbi ai vertici dell’agenzia, durante una lunga *call* in cui mi fu chiesto un dettagliato report della situazione. «Capisco che la situazione sia grave e complessa» mi aveva comunicato il *managing director* dell’agenzia «ma non possiamo affiancarti altro supporto oltre a quello di cui già disponi». «Non sto dicendo che quanto è successo sia una tua responsabilità» aveva aggiunto il CEO ma in questo momento devi farti carico delle conseguenze».Chiusi la chiamata con la sensazione che in agenzia ritenessero che quel disastro comunicativo fosse colpa mia. Il pensiero mi gravava e mi spingeva a lavorare con sempre maggiore impegno. Mi trattenevo negli uffici della Ganma ben oltre l’orario di chiusura e rincasavo spesso attraversando il centro di quella città che, nelle ore notturne, era deserta e vuota di vita, come se i suoi abitanti temessero un qualche orrore in agguato nel buio. Fu al termine di una di quelle interminabili sessioni di lavoro, mentre scendevo lo scalone che portava all’ingresso del palazzo, che lo vidi per la prima volta. Il simbolo campeggiava su una delle pareti del giroscale, circonfuso in una fosforescenza violacea di cui non comprendevo l’origine. Era costruito intorno a un cerchio che racchiudeva una specie di A maiuscola al suo interno. Dalla circonferenza esterna, in alto, tra le dieci e le due, emergevano due tratti che ricordavano due erre opposte, mentre in basso, in corrispondenza delle sei, si allungava un peduncolo con due escrescenze. Rimasi a fissare quel simbolo che emanava mistero, domandandomi cosa fosse, cosa significasse e, soprattutto, come fosse apparso all’interno di un palazzo sorvegliato da guardie armate. Quella notte sembrava che non ci fosse nessuno e fu proprio mentre mi stavo chiedendo dove fosse la sicurezza che vidi una sottile lama di luce tagliare l’oscurità dell’androne. Un’ombra sgattaiolava fuori da uno spiraglio nel portone. Mi gettai al suo inseguimento nel cuore della città addormentata. La vidi svoltare nel vicolo più vicino e le tenni dietro. Ancora non so spiegare da dove attinsi le forze per quell’inseguimento. L’aria umida e fredda della notte bruciava i polmoni e i muscoli delle gambe, intorpiditi dalle lunghe ore passate alla scrivania, urlavano il loro disappunto per quella corsa folle. Ciononostante recuperai presto terreno sull’ombra che scappava. La braccai ancora, strada dopo strada, svolta dopo svolta. L’inseguimento terminò di fronte al muretto che delimitava un vigneto. «Chi sei e cosa ci facevi nella sede della Ganma?» L’ombra non rispose. Feci un passo avanti nella sua direzione, bloccandole la via di fuga. «Che cos’è quel segno che hai tracciato sulla parete?» Un tremolio mi attraversò le dita delle mani. Le strinsi in un pugno per riprendere il controllo. «Si tratta forse di una minaccia?», le urlai senza riuscire a trattenere una lieve strozzatura nella voce. L’ombra allora fu scossa da una stridula risata. Sembrava provenire da una qualche cavità nascosta e fluiva attraverso l’aria diventando sempre più intensa. «Una minaccia dici?» Mi guardai intorno disorientato. «Una minaccia?» ripeté l’ombra con tono beffardo.«Oh sì, certo che siamo una minaccia mia cara. Una minaccia terribile» Feci un passo indietro, mentre l’ombra, che fino a quel momento m’era apparsa piccola e inoffensiva, sembrava dispiegarsi tutto intorno a me, allungandosi verso l’alto. «Noi sappiamo chi siete» continuò «Siete nemici, siete assassini. Voi ci volete morti. Ma tu e Kager non ci avrete». L’ombra fece un passo avanti, scostandosi il cappuccio che le copriva la testa. Apparve il volto di Robert. Lampi purpurei gli deformavano il viso. «No, non ci avrete mai, Sandra, perché morirete prima». La sua voce era un ruggito nella notte. Mi paralizzò, come se pronunciando quelle parole Robert mi avesse avvinto a un qualche incantesimo arcano. Erano anni che nessuno si rivolgeva a me usando il mio *deadname*. Poi balzò in avanti, gettandomi contro una delle pareti del vicolo. Battei la testa contro un mattone e lo vidi fuggire, inghiottito dall’oscurità. Tornando a casa un senso di minaccia prese possesso della mia mente. Mi chiedevo come quello sconosciuto avesse potuto scoprire quel nome che credevo di aver consegnato all’oblio. E per quale motivo mi aveva aggredito? Cosa aveva a che fare Robert con Simon Kager e il suo progetto? Le orecchie mi fischiavano forte mentre salivo le scale del palazzo per rientrare al mio appartamento. Entrai in camera senza farmi scrupolo di essere silenzioso; la proprietaria era fuori città, ospite di alcuni parenti. Accesi la luce e il diario di Haeneke era lì, sul comodino. Il lavoro mi aveva assorbito al punto che non lo aprivo dal giorno dell’incidente. Era come se, nel silenzio della mia stanza immersa nel cuore della notte, quelle pagine mi stessero chiamando. Senza neanche togliermi i vestiti mi sdraiai sul letto e iniziai a leggerlo dal punto in cui l’avevo interrotto settimane prima. *Lo scavo della galleria ha destato numerosi turbamenti in città. Giorni fa, il vescovo e il borgomastro, accompagnati da alcuni notabili, sono venuti in delegazione chiedendo di interrompere gli scavi. Gli ho risposto che il cantiere godeva di tutte le autorizzazioni e i permessi del caso, ma a nulla sono valse le mie ragioni. Sulle prime era come se fossero spaventati, ma verso la fine della discussione erano diventati minacciosi e aggressivi, tanto che mi sono preoccuopato. Ma per nulla al mondo interromperei gli scavi adesso. Più procediamo nelle profondità della placca, più il mistero del porfido si fa irresistibile. Dopo aver avanzato a lungo nel gelo della nuda roccia, l’aria all’interno della galleria si è fatta dapprima tiepida e poi sempre più calda. È qualcosa che non avevo mai osservato prima e di cui non sono ancora riuscito a venire a capo. Se poche notti fa non fossi stato aggredito da un folle, avrei già esplorato l’ultima parte del tunnel, quella in cui sono più numerose certe complesse formazioni cristalline che appaiono nella roccia con sempre maggiore frequenza. Sulle prime non ci avevo fatto caso, ma mano a mano che mi addentravo nella roccia quei cristalli sembravano formare un motivo preciso e regolare, basato su un simbolo la cui natura e il cui significato mi sono oscuri…* Il diario si interrompeva, sospeso su quella frase dal significato misterioso. Girai la pagina e quello che vidi mi colpì con la forza di un pugno. Sull’ultima pagina del diario, Haeneke aveva schizzato l’oscuro simbolo a cui faceva riferimento. Lo stesso che Robert aveva tracciato sulla parete dell’androne della Ganma. Sbagliarsi era impossibile. Restai a fissare il glifo tracciato sulla pagina con gli occhi sgranati. Un senso d’angoscia s’impadronì di me. Il diario non offriva alcuna soluzione a quel mistero che aveva attraversato la grana del tempo per giungere fino a me. Esaminai il diario con cura e nella copertina notai una tasca di cui non mi ero mai accorto prima. La aprii. Dentro c’era un foglio di carta velina che feci scivolare con delicatezza. Era una mappa muta. Mi alzai di scatto e corsi a rovistare tra i cassetti dello scrittoio della proprietaria, dove teneva una vecchia cartina della città. La spiegai sul tavolo e vi sovrapposi la mappa di Haeneke. Ci misi qualche minuto a far combaciare i punti di riferimento segnati sulla velina sottile, e quando lo feci notai che il geologo aveva segnato quello che ipotizzai fosse l’ingresso dello scavo. Si trovava solo qualche centinaio di metri più in alto rispetto al cantiere della Ganma. Non so cosa mi prese in quel momento, ma pensai che dovevo sapere a tutti i costi se quel tunnel fosse ancora lì. Indossai il completo da trekking che mi ero portato da Berlino e uscii di casa nel livore dell’alba. La cartina mostrava un piccolo sentiero che dalla città saliva lungo il lato nord del Virgolo. Era stretto e disadorno, tra i cespugli affioravano immondizia abbandonata e i segni dei bivacchi di qualche senzatetto. Mi inerpicai, scivolando sul fango e le foglie umide fino a una vecchia e malridotta scaletta di cemento. La percorsi ben oltre l’area del cantiere, i cui segni affioravano di quando in quando dal fitto del bosco. Dopo essere salito un bel pezzo sopra il cantiere, la scala s’interrompeva. Da quello spiazzo potevo vedere il centro della città che pian piano andava animandosi. Ero salito lassù avanzando con foga, divorando il dislivello che s’attorcigliava lungo il fianco della collina. Mi fermai a riprendere fiato, chiedendomi cosa avrei fatto a quel punto. La mappa di Haeneke era tremendamente imprecisa e non avevo altri punti di riferimento al di fuori di essa. Quando ebbi riacquistato lucidità mi fermai a osservare il bosco intorno a me. Un segno blu scolorito occhieggiava su un tronco alla mia destra. Mi avvicinai per scoprire una piccola traccia, quasi scomparsa, che tagliava la collina, correndo intorno a essa. Pochi minuti dopo mi trovai di fronte ad un’apertura nella roccia. Assi marce su cui si arrampicava la vegetazione ne chiudevano la luce. Mi tornarono in mente le storie dei bunker che mi raccontavano i miei genitori. Abbandonati dai nazisti in ritirata, attiravano i ragazzi nelle loro scorribande e più d’uno era rimasto ferito o ucciso dagli scoppi di munizioni in disuso. Con quel ricordo in testa svelsi le assi ed entrai nella galleria. Nulla mi assicurava che fosse davvero quella di cui parlava Haeneke nel suo diario, ma qualcosa mi spinse ad andare avanti nel buio, rischiarato soltanto dalla luce di una pila frontale. Un vento gelido spirava nel condotto. Eppure, man mano che procedevo, era come se quella corrente andasse mitigandosi, lasciando il posto a un incongruo tepore. Più questo aumentava e più uno strano bagliore rossastro invadeva lo spazio del cunicolo. Nel suo diario Haeneke non ne aveva fatto menzione, ma man mano che rischiarava cominciai anche io a notare le formazioni cristalline descritte dal geologo. Erano in tutto e per tutto uguali al simbolo che avevo visto tracciato da Robert nel palazzo della Ganma e sembrava fosse proprio da loro che emanava quella strana luce. Lo spettacolo mi riempì il cuore di meraviglia e inquietudine. Come era stato possibile che quel prodigio geologico fosse rimasto nascosto per tutto quel tempo era un interrogativo a cui la mia mente non riusciva a dare risposta. Fu proprio mentre mi facevo queste domande che lo udii per la prima volta. Dapprima sommesso, il borborigmo sembrava salire dalle profondità del pianeta, come un suono antichissimo che esplode al presente amplificato attraverso le ere. In un istante riempii l’intera cavità con il suo timbro metallico e avvolgente. Una pulsazione attraversava le formazioni di cristalli sulle pareti, facendole vibrare di una vivida luce violacea. Il battito stroboscopico saturava la galleria. Il respiro del porfido mi avvolse, abbracciandomi come magma. Era come una forza aliena che affiorava dalle profondità del tempo e dello spazio, facendomi sentire minuscolo di fronte alla sua rabbia di bestia ferita. Tracimava d’odio, un odio che faceva fluire attraverso il mio corpo colmando d’orrore la mia mente. Mi sentii tirare all’estremità, come se quell’entità stesse provando a lacerarmi e mi rassegnai alla morte. ### "La controffensiva ucraina potrebbe essere un punto di svolta della guerra" su Valigia Blu URL: https://flaviopintarelli.it/2022/09/18/la-controffensiva-ucraina-potrebbe-essere-un-punto-di-svolta-della-guerra-su-valigia-blu/ Last updated: 2022-09-18T09:12:45.000Z Durante la prima settimana di settembre, le forze armate ucraine hanno condotto un contrattacco contro la forza d'invasione russa nell'Oblast di Kharkiv. L'operazione ha portato al collasso delle linee di difesa russe, consentendo agli ucraini di liberare oltre 3000 chilometri quadrati di territorio. L'azione è il frutto di un preciso disegno strategico e operativo, costruito e attuato nei mesi scorsi dal comando delle forze armate ucraine. Su Valigia Blu ho ricostruito la catena degli eventi che ha portato a quello che potrebbe essere un punto di svolta nella guerra in corso. > Il valore di Kherson non è però soltanto simbolico, ma anche strategico. La regione, coi suoi porti sul Mar Nero e le centrali elettriche, è un'area di vitale importanza per l'economia ucraina, oltre a essere una "porta" aperta sulla Crimea. È qui che ha dunque inizio la cosiddetta "battaglia dei ponti". > Con questa espressione ci si riferisce a una serie di attacchi di precisione che le forze armate ucraine effettuano nei territori controllati dalla forza d'invasione a ovest del fiume Dnipro, fin dall'inizio del mese di luglio. A venire colpiti per primi sono i depositi di munizioni, limitando così la capacità del nemico di effettuare tiri di artiglieria e controbatteria. Sono poi colpite le infrastrutture di comando e controllo, disarticolando la capacità del nemico di prendere decisioni; quelle logistiche, per ostacolare i rifornimenti; infine i sistemi di difesa aerea, per permettere all'aviazione ucraina di intensificare le missioni nel quadrante, sia con velivoli a guida umana che remota. [La controffensiva ucraina potrebbe essere un punto di svolta della guerraTra la fine di agosto e l’inizio di settembre, dopo un lungo periodo di stasi, le forze armate ucraine hanno lanciato due operazioni contro le forze d’invasione russe, riportando il conflitto a una fase dinamica, simile a quella osservata nelle settimane immediatamente successive all’invasione.![](https://i0.wp.com/www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2015/10/cropped-favicon-32x32-192x192.png)Valigia BluValigia Blu![](https://www.valigiablu.it/wp-content/uploads/2022/09/Ucraina-controffensiva-scaled.jpg)](https://www.valigiablu.it/controffensiva-ucraina-kherson-kharkiv/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La controffensiva ucraina potrebbe essere un punto di svolta della guerra" su Valigia Blu. ### Il consulente alla periferia della semiosfera URL: https://flaviopintarelli.it/2022/09/15/il-consulente-alla-periferia-della-semiosfera/ Last updated: 2022-09-15T19:33:44.000Z Quello di "semiosfera" è un concetto a me caro. [Creato dal semiologo russo Juij Lotman](http://www.lanavediteseo.eu/item/la-semiosfera/?ref=flaviopintarelli.it), il concetto di semiosfera è una rappresentazione dello spazio al cui interno i differenti sistemi di segni di una cultura coesistono e generano nuove informazioni. La semiosfera, analogamente al concetto di biosfera di Vernadskij su cui è modellata, è dunque lo spazio all'interno del quale una cultura può vivere w svilupparsi e al di fuori del quale non è possibile la semiosi. Semplificandone molto la descrizione, si può dire che la semiosfera sia formata da tre elementi: il centro, dove i sistemi di segni si istituzionalizzano in una grammatica; la periferia, dove avvengono i fenomeni di traduzione tra sistemi di segni appartenenti a semiosfere distinte; il confine, che separa una semiosfera da un'altra e ne regola gli scambi. ![Rappresentazione grafica del concetto di semiosfera](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/09/Rappresentazione-grafica-del-concetto-di-semiosfera-1.png) Rappresentazione grafica del concetto di semiosfera Per capirne il funzionamento possiamo pensare al modo in cui l'estetica punk è stata tradotta nella semiosfera del rap grazie alle scelte stilistiche di alcuni artisti trap che, dapprima, ne hanno riadattato degli elementi estetici e, in seguito, recuperato anche gli elementi musicali, al punto da riprodurli come se si trattasse di una sofisticata operazione di *library music.* È il caso della musica di un artista come Machine Gun Kelly che, muovendosi alla periferia della semiosfera del rap, ha tradotto gli elementi punk nella sua estetica e nella sua musica, istituzionalizzandoli in una grammatica ripresa da molti altri artisti, ad esempio il trio italiano composto da Theo, Plant e Fisk, che ha pubblicato un album a nome La Sad. [Da quando ho iniziato la mia carriera da consulente indipendente](https://www.siamomine.com/come-gestire-il-indipendente/?ref=flaviopintarelli.it), mi sono trovato spesso a pensare al concetto di semiosfera, perché trovo che possa essere utile a descrivere un aspetto del modo in cui ho sagomato il mio metodo di lavoro. Cosa succede infatti se proviamo a descrivere il cliente e il consulente come due semiosfere distinte e comunicanti? Al centro della semiosfera rappresentata dal cliente ci sono le competenze che gli permettono di svolgere il suo *core business*. ![Rappresentazione della semiosfera del cliente.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/09/-La-semiosfera-del-cliente.png) La semiosfera del cliente. Un albergatore di solito ha grandi capacità nel gestire la relazione con gli ospiti, i fornitori e il personale. È questa capacità che costituisce il centro della sua semiosfera. Muovendosi verso la periferia ce ne saranno altre. L'albergatore potrebbe per esempio in grado di gestire una parte consistente della sua contabilità o di effettuare da sé piccoli interventi di manutenzione e/o grandi lavori di ampliamento della propria struttura. Oppure non sarà in grado di farlo perché avrà preferito investire nell'acquisizione di altre competenze, come il marketing, la comunicazione o il *revenue management*. A prescindere dalle situazioni concrete, il punto è che un imprenditore, per quanto preparato, non è in grado di gestire da solo e con efficacia ogni aspetto della propria attività, soprattutto in un ecosistema di business dalla complessità esponenziale come quello contemporaneo. Più le competenze richieste si allontanano dal centro verso la periferia della semiosfera del cliente, più la qualità degli output prodotti tenderà a decrescere. ![Una rappresentazione della dinamica delle competenze nella semiosfera del cliente.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/09/La-semiosfera-del-cliente.png) Dinamica delle competenze nella semiosfera del cliente. Il consulente entra in gioco a questo punto della dinamica, offrendo al cliente il suo supporto nelle aree collocate alla periferia della sua semiosfera, laddove l'output dei suoi sforzi è più carente. Al centro della semiosfera del consulente ci sono proprio quelle competenze che si collocano alla periferia della semiosfera del cliente e che costuituiscono a loro volta il *core business* del consulente. Come il cliente, anche il consulente non è in grado di svolgere con la stessa efficacia un ventaglio troppo ampio di competenze diverse. Alla periferia della sua semiosfera ci sono dunque tutta [una serie di competenze periferiche](https://www.siamomine.com/consigli-pratici-per-diventare-freelance/?ref=flaviopintarelli.it), che mettono il consulente in contatto non solo con il cliente ma con tutti quei soggetti che ne possono supportare ulteriormente l'azione. Analizzato alla luce del concetto di semiosfera, il ruolo del consulente è dunque quello di tradurre, a supporto del cliente, le competenze presenti al centro della sua semiosfera, imparando a gestire, nello stesso tempo, i rapporti con tutti quei soggetti che possono supportare la sua azione di consulenza, sopperendo con le loro competenze centrali alle mancanze nelle competenze periferiche del consulente stesso. ![Rappresentazione della dinamica delle Interazioni tra semiosfere nella relazione cliente-consulente](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/09/Interazione-tra-semiosfere-nella-relazione-cliente-consulente.png) Dinamica delle interazioni tra semiosfere nella relazione cliente-consulente. Per poterlo fare, il consulente deve perciò collocarsi alla periferia della semiosfera, ovvero laddove il volume degli scambi e delle traduzioni con altre semiosfere è più intenso e proficuo. Detto usando le parole di Tom Critchlow, il consulente deve essere spinto a ["rifiutare la specializzazione"](https://tomcritchlow.com/2022/06/16/rejecting-specialization/?ref=flaviopintarelli.it), ovvero a non collocarsi al centro della semiosfera, laddove le sue competenze e i suoi metodi sono più istituzionalizzati, dunque irrigiditi in grammatiche che, se da una parte sono una risorsa essenziale per condurre con efficacia la sua consulenza, dall'altra lo espongono al rischio di sclerotizzare la sua capacità di rispondere alle esigenze del cliente in modo flessibile e di gestire con successo tutti i partner necessari all'esecuzione di un progetto in un ecosistema la cui complessità aumenta in modo esponenziale, come abbiamo già avuto modo di ricordare. In questo aspetto, la condizione di indipendenza costituisce un netto vantaggio rispetto ad altri soggetti più burocratici, in quanto consente al consulente una rapidità e una flessibilità che organizzazioni più strutturate non possiedono. ### "È attraverso il desiderio che prenderemo il potere." su Eccetera Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2022/09/08/e-attraverso-il-desiderio-che-prenderemo-il-potere-su-eccetera-magazine/ Last updated: 2022-09-08T19:12:00.000Z Ultimo in ordine di tempo a essere pubblicato in Italia, *[Desiderio Postcapitalista](https://www.minimumfax.com/shop/product/desiderio-postcapitalista-2494?ref=flaviopintarelli.it)* (Minimum Fax) è il volume che raccoglie le 5 lezioni che Mark Fisher tenne alla Goldsmiths University di Londra prima di suicidarsi, nel gennaio del 2017. Le lezioni esplorano la relazione tra desiderio e capitalismo e hanno al centro un tentativo di recupero della relazione, interrotta negli anni '70, tra la sinistra di classe e la controcultura. Obiettivo del lavoro di Fisher è la creazione di una controlibido in grado di disarticolare la cattura del desiderio da parte del capitalismo e volgerla verso la creazione di una nuova dimensione di autonomia e agentività politica. Nella recensione pubblicata su Eccetera Magazine ho inquadrato e messo in luce questo e gli altri temi del libro. > Incapace di accogliere la potenza trasformatrice della controcultura, la sinistra tradizionale abbandona le forze del desiderio al capitale, smettendo progressivamente di rappresentare, nella società, le forze votate al cambiamento e finendo per incarnarne e rappresentarne altre, quelle della classe media borghese, più interessate alla conservazione del proprio status quo. > In questa dinamica si innesta un’altra tendenza che caratterizza con forza l’attuale stadio di sviluppo del capitalismo: la progressiva espulsione dal discorso pubblico del discorso di classe, a vantaggio di una serie di politiche centrate intorno al concetto di identità. La coscienza di classe, che rappresenta il processo attraverso cui si giunge al riconoscimento di una condizione comune di sfruttamento che prescinde dalle differenze (di genere o di razza), viene così sostituita da una serie di identità in conflitto tra loro per ottenere quell’insieme di richieste che ne costituisce l’essenza ultima e più profonda. [È attraverso il desiderio che prenderemo il potere. Recensione a Desiderio Postcapitalista di Mark FisherLa ricezione di massa del pensiero e delle opere di Mark Fisher nel nostro paese sembra coincidere con la data![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2020/01/cropped-ecceteramagazine_favicon-270x270.png)Eccetera MagazineFlavio Pintarelli![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2022/09/Mark-Fisher_Flavio_pintarelli_ecceteramagazine.png)](https://www.ecceteramagazine.it/blog/2022/09/06/e-attraverso-il-desiderio-che-prenderemo-il-potere-recensione-a-desiderio-postcapitalista-di-mark-fisher/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "È attraverso il desiderio che prenderemo il potere." su Eccetera Magazine. ### Contro il perfezionismo URL: https://flaviopintarelli.it/2022/08/24/contro-il-perfezionismo/ Last updated: 2022-08-24T08:02:01.000Z Una sera di qualche settimana fa, prima di addormentarmi, ero impegnato in un esercizio di visualizzazione. Erano passate solo poche ore da quando avevo consegnato un grosso progetto di cui ero responsabile e che, a causa una serie di difficoltà ed errori di gestione, s'era protratto più a lungo del previsto. Nel teatro che avevo allestito nella mia mente provavo a immaginare il debriefing che, di lì a qualche settimana, avrei sostenuto con il mio committente. Il teatro mentale è una tecnica che consiste nel ricostruire in anticipo una situazione che ci si troverà a vivere, immaginando in quali modi affrontarla e con quali parole. Ripetuta diverse volte, questa rapresentazione mentale permette di affinare il proprio discorso fino a renderlo il più efficace possibile. Negli anni ho usato spesso questo esercizio di visualizzazione, che mi è stato utile per non farmi trovare impreparato durante una presentazione, un colloquio di lavoro o, appunto, il debriefing di un progetto.. A un certo punto, nella scena che stavo ricostruendo nella mia mente, il mio personaggio si è rivolto al suo interlocutore dicendo: "\[...\] come sai, io sono un perfezionista". Subito però s'è corretto: "Scusami," ha detto "non è così, non sono un perfezionista. Non mi piace nemmeno definirmi perfezionista, perché sono conosapevole che ogni output possiede un certo grado di entropia. Il mio scopo non è eliminarla, è ridurla al minimo". La forza di quel pensiero mi ha colpito come uno schiaffo. Nel corso della mia carriera ho incontrato spesso colleghi e collaboratori che amavano definirsi perfezionisti. E non credo di essere il solo. Sono molte le persone che trattano la propria, manicale attenzione al dettaglio come un punto di forza del proprio modo di lavorare. Ma l'accezione del termine "perfezionista", [così ci ricorda il dizionario Treccani](https://www.treccani.it/vocabolario/perfezionista?ref=flaviopintarelli.it), è tutto tranne che positiva. Esso indica chi, "per tendenza nevrotica o per naturale insoddisfazione, tende in ogni sua attività a una perfezione ideale irraggiungibile". Il perfezionista è dunque chi dimentica l'antico e fondamentale adagio dei geografi: la mappa non è il territorio. Ovvero che per quanto sia dettagliata, un'astrazione non può mai ricostruire del tutto la realtà. Rispetto alla prima, la seconda presenta sempre delle differenze con cui è necessario confrontarsi. Riformulato dunque in termini di *project management*, il vecchio adagio dei geografi potrebbe suonare più o meno così: il progetto non corrisponde al suo output, tantomeno al percorso necessario per ragiungerlo. Il che equivale a dire che, per quanto dettagliati possano essere, nel momento in cui essa vengono eseguite, una strategia o un progetto si confrontano con situazioni concrete che non solo non possono essere previste, ma impongono loro di adattarsi alle asperità che si incontrano sul terreno. In questo scenario, la pretesa di perfezione, irraggiungibile per definizione, ha come unico effetto quello di ostacolare lo svolgimento del lavoro, esigendo di rispettare un'astrazione che si dimostra incapace di reggere il confronto con la realtà del territorio. Quando si trova invischiato in una situazione del genere, solo una chiara visione d'insieme del lavoro consente al *project manager* di far muovere il lavoro nelle direzione desiderata, trovando di volta in volta il modo più efficace per lasciarsi alle spalle gli ostacoli che incontra. Visione, flessibilità e rapidità di pensiero sono gli strumenti a sua disposizione per evitare che uno sterile perfezionismo lo conduca in un vicolo cieco, dove l'astrazione prevale sulla realtà concreta, bloccando il percorso necessario per portare il progetto a compimento. Così come il personaggio che interpretavo nel teatro mentale, il *project manager* deve essere consapevole che l'entropia è una componente sistemica che non può essere eliminata, solo gestita, e che lo suo scopo del suo lavoro è di minimizzarne il più possibile gli effetti. ### "Marmolada of Madness" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2022/07/25/marmolada-of-madness-su-not/ Last updated: 2022-07-25T09:42:49.000Z Cos'hanno rappresentato, per la nostra idea di spazio alpino, le immagini del distacco di un seracco di ghiaccio dal corpo della Marmolada, manifestatesi all'improvviso nell'afa di una domenica d'inizio luglio? In un pezzo super speculativo pubblicato su Not mi sono interrogato su quei fotogrammi, dialogando con i processi ci costruzione che hanno creato l'immagine delle Alpi a partire dalla modernità fino ai nostri giorni. > Le immagini della frana di rocce e ghiaccio che, nel corso della giornata di domenica 3 luglio, hanno cominciato a raggiungerci, distribuite in rete nel tempo quasi reale della comunicazione elettronica, rappresentano la rottura, improvvisa e dirompente, di questa configurazione dello sguardo sedimentata nella nostra memoria culturale da quasi trecento anni. > E questa rottura costituisce una delle dimensioni traumatiche dell’evento, quella forse più forte e più capace di colpire il nostro immaginario. [Marmolada of Madness | Not | NEROLa montagna, l’impensabile, il nostro sguardo davanti al dolore del mondo![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/favicon.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2022/07/pinta-2.jpg)](https://not.neroeditions.com/marmolada-of-madness/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Marmolada of Madness" su Not ### Un esperimento con Midjourney URL: https://flaviopintarelli.it/2022/07/18/esperimento-midjourney/ Last updated: 2022-07-18T06:40:29.000Z [Midjourney](https://www.midjourney.com/?ref=flaviopintarelli.it) e [DALL-E mini](https://huggingface.co/spaces/dalle-mini/dalle-mini?ref=flaviopintarelli.it) sono due intelligenze artificiali, progettate per generare immagini partendo da *promt* testuali. Partendo da una descrizione scritta, fornita dall'utente, questi software creano delle immagini in grado di illustrarla. Dopo aver provato per qualche tempo DALL-E mini, sono riuscito a ottenere un invito alla versione beta di Midjourney e ho usato le 25 query disponibili gratuitamente per illustrare un breve paragrafo di un capitolo del romanzo a cui sto lavorando da qualche anno. Ho scelto di usare Midjourney, perché la vicenda di cui tratta il capitolo e il modo in cui essa viene raccontata mi sembravano risuonare con lo stile onirico che caratterizza molte delle creazioni del software. Per realizzarle ho scelto sia di descrivere con frasi didascaliche alcuni passaggi del paragrafo, sia di fornire al software, come *promt* testuale, frasi prese direettamente dal testo a cui sto lavorando. Quello che segue è risultato del mio esperimento con Midjourney. *Parcheggiai una ventina di minuti dopo al limitare del bosco e mi inoltrai lungo il sentiero. Lo scricchiolio dei rami agitati dal vento rompeva il silenzio della notte. Le foglie secche crocchiavano sotto le scarpe.* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/1.png) *Lo scricchiolio dei rami agitati dal vento rompeva il silenzio della notte. Le foglie secche crocchiavano sotto le scarpe. All’altezza del lago piccolo di Monticolo cominciai a salire. Il disco lunare si rifletteva nello specchio d’acqua nero e profondissimo come un pozzo. Assorbiva ogni stilla della bianca luce che attraversava il cosmo fino ad arrivare sulla terra. La trascinava giù, verso il suo fondo gelido e limaccioso, come i corpi dei bagnanti che spesso annegavano nelle acque del lago, traditi dai vortici che si aprivano in superficie.* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/2.png) *Alla fine della salita emersi dal fitto del bosco. Una spianata di rocce si apriva davanti ai miei occhi. Piccoli cumuli di pietra comunemente detti ometti spuntavano come funghi, qua e là sulle rocce. La loro presenza mi stupì. Di solito si usavano in montagna per indicare i sentieri, quando mancavano le indicazioni ufficiali.* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/3.png) *In basso, la città era avvolta da un alone giallastro. La luce piombava dall’alto, scagliata a terra da potenti riflettori a specchio; correva lungo le piantane su cui erano inastati, allargando il suo cono fino a terra, dove si spiaccicava sull’asfalto che la rifletteva debolmente facendola percolare tutto intorno. Più piccole, localizzate, altre luci – bianche verdi gialle rosse – si accendevano ritmicamente nel buio della notte. La loro muta sinfonia scandiva la notte, cullando la città.* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/4-bis.webp) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/4.webp) *Il vento risaliva la collina, sibilando nel bosco e tra le crepe del porfido. Sotto la sua sferza gli alberi piegavano il capo, emettendo gemiti e lamenti. Tra una folata e l’altra mi parve di riconoscere il pianto di un neonato. Aubet, Cube e Quere erano lì. Levitavano nel vuoto, proprio oltre il bordo del dirupo. Spaventose apparizioni, sembrava emanassero dalla terra e dall’aria.* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/5.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/07/6.png) *Avvertii un senso di minaccia. La parte rettile del mio cervello mi urlò di andarmene. Soffiai fuori l’aria dai polmoni, sforzando sul diaframma per riacquistare padronanza di me. Era giunto il momento di affrontarle.* ### Note su "Essere senza casa" di Gianluca Didino URL: https://flaviopintarelli.it/2022/07/12/essere-senza-casa-didino-recensione/ Last updated: 2022-07-13T10:14:49.000Z Le primavere arabe hanno rappresentato per i social media una sorta di passaggio all'età adulta. Sono state infatti il primo evento di rilevanza storica a essere non solo trasmesso ma anche (co)generato dai social media. O, quantomeno, il primo evento storico in cui i social media si sono ritagliati un ruolo di rilievo come principale mezzo di comunicazione e strumento organizzativo per le persone che a quegli eventi stavano prendendo parte. Fu nel gorgo di quegli accadimenti che emerse in modo cristallino la natura dei social come dispositivo per l'autonarrazione di massa in tempo reale. Nella racconto di quei giorni, i social venivano fatti apparire come la lente attraverso cui osservare la storia dispiegarsi davanti ai propri occhi in tempo reale. Ricordo però con grande chiarezza quanto fosse difficile dare seguito a questa affermazione. La mole di contenuto prodotta in un singolo istante e la velocità con cui si susseguivano gli aggiornamenti degli hashtag di tendenza rendeva nebulosa l'esperienza di provare a dare un senso a quello che stava accadendo. Osservare le mie timeline mi dava, nei momenti di massima tensione di quel periodo, la stessa sensazione di star osservando il mondo filtrato dal muro d'acqua di un temporale violentissimo. Non credo sia un caso se fu proprio in quei mesi che, per indicare l'attività di selezione, verifica e e cura dei contenuti pubblicati sui social, si prese a utilizzare l'espressione *content curation.* Anche se potrei sbagliarmi, credo infatti che essa sia stata utilizzata per la prima volta per descrivere la pionieristica copertura delle primavere arabe fatta attraverso i social dal giornalista Andy Carvin che, grazie alla sua capacità di recuperare, verificare e contestualizzare la grande mole di informazioni prodotta grazie a tali media, riusciva a ritagliarsi quel ruolo di *testimone a distanza* degli eventi, che io non ero ancora abbastanza skillato per ricoprire. Di curatela dei contenuti non si parlava però solo in relazione all'attività giornalistica. La capacità di aggregare e ridistribuire contenuti prodotti in rete dando loro un senso appariva una risorsa anche per i marchi e le aziende e la capacità di curare flussi di contenuti veniva a costituirsi come una risorsa a disposizione di chi usava i social media come uno strumento di marketing. E anche se oggi l'uso di questa espressione sembra essere meno rilevante che allora, l'idea di curatela dei contenuti continua a sopravvivere, per esempio nelle numerosissime newsletter che, a cadenza più o meno regolare, selezionano e organizzano per i loro lettori contenuti disponibili in rete. Mettendo a disposizione del consumatore d'informazioni tutti gli strumenti necessari per permettergli di produrre e distribuire informazioni a sua volta, il web 2.0 aveva dato vita a un diluvio di contenuto, all'interno del quale il *content curator* si comportava come la luce guida di un faro, che illuminava la buriana e indicava la rotta verso il porto sicuro del senso. Se ho scelto di rievocare la memoria di questi eventi di un decennio ormai passato è perché nel concetto di curatela dei contenuti digitale ho trovato una pratica chiave di lettura per la struttura di *[Essere senza casa](https://www.minimumfax.com/shop/product/essere-senza-casa-2258?ref=flaviopintarelli.it)*, il saggio che Gianluca Didino ha dedicato all'*ipermodernità*, ovvero la condizione di vivere in tempi, i nostri, in cui accadono cose "strane" (*weird* e *eerie*) e inaspettate al posto della costante ripetizione variata dei tropi della cultura popolare del passato che aveva caratterizzato la condizione postmoderna caratteristica del periodo della "fine della Storia". Una stranezza che, è la tesi alla base del lavoro di Didino, ha a che fare col tramonto (o il collasso) dell'idea di casa così come essa era stata costruita nella nostra cultura di riferimento. Non credo sia sminuente definire quello di Didino un "saggio curatoriale" in cui la tesi di fondo viene espressa per intero fin dalla prime pagine e poi argomentata lungo tutta la durata del testo attraverso una rete di riferimenti che finisce per far assomigliare il libro a un lungo catalogo di dischi, libri, film e serie tv in cui la relazione tra la perdita della casa e l'incontro con una dimensione "strana" costituisce il tema portante della narrazione. Una dimensione, quella indagata da Didino in *Essere senza casa*, che si nutre della specificità digitale della nostra epoca, così come la struttura del libro stesso sembra ricalcare la necessità curatoriale di muoversi sulla superficie della rete per connetterne insieme singoli frammenti, in grado di costruire un percorso coerente che è sempre l'espressione di uno sguardo personale sulla realtà che ci circonda. Ed è nelle modalità con cui Didino articola il proprio sguardo che risiede l'aspetto che trovo meno convincente del suo lavoro, che pure resta uno stimolante catalogo di letture tenuto insieme da una tesi affascinante e produttiva. La natura necessariamente personale e autobiografica del gesto curatoriale sembra infatti venir spesso mascherata da una pretesa di oggettività che porta l'autore, in alcuni passaggi, a elevare la propria esperienza personale a unità di misura di un'intero orizzonte culturale e generazionale. Per esempio nelle prime righe del libro, in cui Didino scrive: > Certamente la mia generazione stava lasciando che strane cose "venissero a fare visita e rimanessero nei paraggi": dovevamo sapere che c'era qualcosa di strano nel fatto che la maggioranza dei nostri idoli era morta da decenni prima, la nostra musica preferita sembrava un'estensione delle colonne sonore dei film western e noir all'italiana degli anni Settanta e le ragazze di cui ci innamoravamo erano tutte repliche di Anna Karina in *Alphaville* di Godard. Eppure io, che pure di Didino sono quasi coetaneo, non mi ritrovo nella sua descrizione e sento tanto distanti quanto alieni praticamente tutte le coordinate che dominano il paesaggio culturale tratteggiato nel libro. La ragione di questo spaesamento credo risieda nel fatto che - è lo stesso autore a notarlo verso la fine del libro, senza purtroppo sviluppare le conseguenze dell'intuizione, come farà nel successivo e bellissimo *[Brucia, memoria](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/scienze/brucia-memoria-gianluca-didino-9788858438213/?ref=flaviopintarelli.it) \-* nella cultura digitale in cui viviamo immersi, l'atto di posizionamento che produce la nostra autonarrazione è un atto che ci isola e differenzia, attraverso la produzione di uno sguardo sul e di un racconto del mondo che sono solo e soltanto personali, anche quando riescono, con la forza del magnetismo che sviluppano, ad aggregare introno a esso altre monadi, altre solitudini, altre storie autobiografiche. La lezione che ne traggo, germogliando il pensiero dalla lieve critica che muovo a Didino su questo punto, è che nel mondo pienamente digitalizzato abbiamo finito per [barattare la solitudine con l'essere soli](https://theconvivialsociety.substack.com/p/trading-solitude-for-loneliness), e questa è la condizione su cui non facciamo che continuare a riflettere e scrivere, persi nell'imperativo incessante alla produzione d'informazione che caratterizza la condizione contemporanea. ### Trachycarpus Fortunei URL: https://flaviopintarelli.it/2022/07/04/trachycarpus-fortunei/ Last updated: 2022-07-04T06:38:12.000Z *Questo racconto nasce dalla lettura di [Babbling Corpse](https://www.johnhuntpublishing.com/zer0-books/our-books/babbling-corpse?ref=flaviopintarelli.it) (Zer0 Books), un saggio di Grafton Tanner dedicato al genere vaporwave. Leggendolo mi sono chiesto se esistesse una narrativa vaporwave e che caratteristiche avrebbe potuto avere una letteratura che si rifacesse agli stilemi di questo genere musicale e visivo tipico della internet culture. Riflettendo su questo punto ho individuato le seguenti caratteristiche come possibili punti cardinali di una narrativa vaporwave: campionamento da copy pubblicitari, testi SEO, materiale promozionale come brochure e volantini; una struttura narrativa circolare al posto di una struttura narrativa lineare; il ricordo e i suoi fallimenti come tema, un'esibita estetica del refuso, anche tipografico. Il racconto qui pubblicato, Trachycarpus Fortunei, nasce da queste riflessioni e mette in scena un momento da me vissuto nel recente passato.* Il pomeriggio che seguì la cerimonia mi chiese cosa ricordassi del babbo. "L'odore acre delle Merit" le risposi "e il basso ruglio della F40 che si riverberava contro il cemento del tunnel che imboccammo dopo essere usciti dalla superstrada, quell'estate in cui mi portò a Merano. Ricordo che percorremmo il viale alberato che costeggiava l'ippodromo di Maia, un luogo importante per l'antica tradizione delle corse a cavallo. Sai" dissi "a Merano, tra maggio e ottobre, se ne corrono ogni anno centoquaranta, sparpagliate lungo venti giornate." Accennò un sorriso lieve, piegando leggermente la testa, come invitandomi a non dilungarmi in digressioni. "Una decina di minuti più tardi" continuai "papà parcheggiò la Ferrari in un parcheggio sotterraneo. Ne uscimmo attraverso una stretta scala di metallo che sbucava lungo la passeggiata che costeggia il torrente, poco distante dall'edificio delle terme. Mi colpì il panorama delle vette, così vicine e ripide, incorniciato tra gli steli sottili di un paio di palme che mi sembrarono fuori luogo in quella che mi aspettavo essere una tranquilla stazione turistica alpina. Papà mi guardò attraverso le lenti azzurrate dei suoi Ray Ban e si avviò col borsone a tracolla verso il maestoso Hotel Meranerhof. Un grand hotel a Merano che sorgeva nel cuore della città termale. I suoi saloni parevano uscire dalla Belle Époque e nelle stanze di questa dimora con carattere pareva d'immergersi nell’epoca dell’imperatrice Sissi e rivivere il fascino dello Jugendstil. In quell'albergo a Merano, ricordo il pensiero che mi sovvenne, tradizione e modernità parevano convivere in una simbiosi unica. Mentre percorrevo quei corridoi sentivo addosso gli sguardi di Michael Jackson, Luis Trenker, Arved Fuchs e di molte altre illustri personalità che avevano soggiornato in quelle stanze dalle linee sobrie, colori naturali, caldi e arredamento artistico." Fu a quel punto che m'interruppe. "Ti ricordi che anno era?" mi domandò. "Era il 1994, credo". Mi sfiorò la guancia come faceva quando ero bambino, "A quell'epoca, papà ci aveva già lasciati..." Il pomeriggio che seguì la cerimonia mi chiese cosa ricordassi del babbo. "L'odore acre delle Merit" le risposi "e i͐͏̹̹͚̞l̷͚̳͚ͤ̍̚ ̷̤̤̪̉ͅb̸͙̳̙̤̟̰̊͋a̋ͮͭ҉͍̻̜̖͈̳̤̭s̞̻̫̤̬̜͈̍̒͡s̈͏̥̪̰ọ̩̲̠̩ͤͩ̚̚͘ ͪ̀҉͖͔̖̪̣̘̩̪r̡̞͙̦̰ͨ̍́u̗̼̤͍͓̳ͫ̒ͮ̍͠g̱̥͎̯̉̎̂͡l̰̣ͭ̄̆ͣ͟ï͙̞̫̫̣̞̗̆ͭ͝o̘̗̫͔͙ͭ͢ ͧ͋̆͋҉̯̪̫d̞͖̣̞̩̼̆̊͡ẻ̴͕̬̲ͮ͒ͤl̴̗̩͈̗̜͓̮͍ͯͭl̴̹͖̤̱̳͖̑ͩ͒͒ā͉͎͇͚̹ͪͨ͘ ̴͔͌͆ͅF̸̤̼̭̘̺͍̝̌̒̍̑ͅ4̷̳̠̗̟̖͗͒̿0̸̼͈̔ͧ̔̓ che si riverberava contro il cemento del tunnel che imboccammo dopo essere usciti dalla superstrada, quell'estate in cui mi portò a Merano. Ricordo che percorremmo il viale alberato che costeggiava l'ippodromo di Maia, un luogo importante per l'antica tradizione delle corse a cavallo. Sai" dissi "a Merano, tra maggio e ottobre, se ne corrono ogni anno centoquaranta, sparpagliate lungo venti giornate." Accennò un sorriso lieve, piegando leggermente la testa, come invitandomi a non dilungarmi in digressioni. "Una decina di minuti più tardi" continuai "p̨̪̭̱͖̤ͬa̭̟̓͛̆͝p̷̗̳̝̓́́̅�̧̤̞͋�̖̲̗̿̈͠ ̣̣͉̘̽̕p̵̰̠̖̺̣̹̹̒͋̌ͪa̹̦̖͈͉͎̣̼ͦ̉ͥ͘r͕̣̤̆̂͞c͒҉̥͕͓̯̳h̸̝̞̰͛ͫe̛͉͇̽̎̌g̻̟͉̱̹̟̜̈͆ͬ̃́g̴̥̰̲͂ͅi̧̻̝̦̞̥̲ͦ̆�͓̼̯̠̖̫̣̺̓̀�̥̹͎̖͙͕͗̊͡ ̩͖̙̒̿̂͠ḽ̴̝͊ǎ̛͕̬̜̻͍̳́ ̛͚͓̺̄͐͋͑F̟̹̥̗̐́́e̖̝̔́r̝̗̘͉̺̊ͫ́ŕ͎̤̰͈͙̞͚͜â̵̱̫͍̘̯̘ͨr̛̖̹̞͕̝͇̉ͥͯ̊ͅi͉̲̼̙̘̭̼̰̐̄͡ in un parcheggio sotterraneo. Ne uscimmo attraverso una stretta scala di metallo che sbucava lungo la passeggiata che costeggia il torrente, poco distante dall'edificio delle terme. Mi colpì il panorama delle vette, così vicine e ripide, incorniciato tra gli steli sottili di un paio di palme che mi sembrarono fuori luogo in quella che mi aspettavo essere una tranquilla stazione turistica alpina. Papà mi guardò attraverso l̵̰̰͍̝̞͖̗͖̔̄̄͌ė̶̜͓̤̗̠́ ̸̭͕͎̹̰̄ͅl̛͙̖̠̲̙͊̃̒͂e̡̻̱̩̔̊̚ņ̟̣ͫ̚t͎̮͎̗͍̑͡i̸̟͙͎̠̫̤͙ͣ̍̑ ̷͚̦̣͊̏͑ͦä̡̩̘z̙͓̰̲͌̇͞z̨̰͖̤̍̂ͬ̚ų̱̳͐ṙ̸̺̪͈̹̺̱͙̣̅̑̌r̮͔͇̜̲̥͛̒͞ͅa̺͉̺̪̪̯̓͞ţ̪̗̯̣̹̫͉͚̌̂ͪ̚e̲͈̬̟̟͕̐̏͝ ̶̪̞͌d̴̝͕̪̺̥͋̽ͨĕ͈̝̱̹͆̐̐́i͔̥͇͕̳ͮ͞ ̭̰ͩ͛̑ͤ͘s̬̲̮͖̤̩͑̀u̸̞͚̻͖̙͇ͨͥͅoͨ͏̝͍̹̞ͅĭ̿̊̀͏̫̙̝ ̵͍̪̻͓ͩ͂R̴͇̪̭̗̗̳ͫ̏̎a͇̯͚̮ͮ̀y̐ͦ͏̮̻̙͖̬̻̗ ̰͚̫̩͕ͤ͡B̡͙̟̱̬͙̲ͩ̓ͭa̡̻͔͖ͪͬn̢̥̪̱̙̼̗͚͔̓ e si avviò col borsone a tracolla verso il maestoso Hotel Meranerhof. Un grand hotel a Merano che sorgeva nel cuore della città termale. I suoi saloni parevano uscire dalla Belle Époque e nelle stanze di questa dimora con carattere pareva d'immergersi nell’epoca dell’imperatrice Sissi e rivivere il fascino dello Jugendstil. In quell'albergo a Merano, ricordo il pensiero che mi sovvenne, tradizione e modernità parevano convivere in una simbiosi unica. Mentre percorrevo quei corridoi sentivo addosso ḡ̟̹̞͍̮̠̋͒͐͞l̠̝͇̼̩̒͘ȉ̞̼̠̩̟͕͂͟ͅ ̵͙̩̜̯̈́s̹͈͉̳͓̫̦̼̔͗̈ͪ͞g̝̲̥͔̩̪̎̚͠u͎̗̝̖̬̝̱̘͊͟a̺̬͕̎̈͢r̡̜̮͈̳̻̮̟̅̉̉d̝̞̬̙̫̠̹͕͗͜i̶͙͇̠̯͎̻͂̓ ̺̫͚̰ͦ͟d͎̙̖̲̣̖ͣ̆ͩ̐́ͅͅi̺̩̳̻̥͔̔̓ͣ̀ͅ ̡͖̼̳̫ͦͩ̄̎M̡̦̣̯ͥ̎̚i̤͇̬̱̪̻̼͚ͮ̕c͔̙͛͛̓͝h̗͇͕̻ͩ̍̕a͇̺̠͐͞ḙ̢̰̈̿l̪͕͎̜̰͈̊͊̚͝ ̫͉̰̬̋̕J̲̞͎͚͕̫͇̑̾ͣ͠a͔̲͉̬͙̣̋̕c̜̘͑̔͌́͘ͅk̰̺̙̙̤̤̩̂̇̚͠s̻̺̼̦ͪ͜o̧͍̜̖̺̬͍̩̺ͯ̑n̲̳̔̀ͅ,͉̰͚̲͌ͫ̓͟ ̶̭̗̹̖̖̬͓̣ͫ̍L̢̳̺̟̟̟̉͗̒u̷͚̩̗̼ͬͣi̓̇̋͗͏̘̬͕̦̲̯̰͎s̄͐҉̠̦͙̘̱͇ͅ ̴̱̗̦̯̱̤̄͂͛T̺̮̟͑͒͘r͚̦̳̣̿̏̂͘ę̰̹͔͔̝̈́͆n̗̘͚̮̗̺̖͈͌͜k͕͖̞̠̼̠͇̏͗͌̀e̵̤͈̫̣͈ͪ̅r̶̪̭̟̝̰̫̊,̧̬̱̲͈͉̰͎̂̆͗ ̨͎͍͓̣͇̠̝̱ͩ͂͊ͤA̶̦͔̣̮͎͇͒̈̈ͅr̰̼͔͖̻̙̺̤̉ͮ͂̓̀vͧ̅ͨ͏̗͉ͅe͈̮̮̯͕ͨͯ̑̒͞d̖̗͓̙̐͢ ̹̜͖̤͚̼͂ͤ̈͝F͑͂͏̱̭u͖̬͍̝͛ͮͬ͠c̔ͧͯ͆҉̱̘̹̯̳̝̫h̝̮̺̳͕̘͆̈͌͢s̵̱̩̺̱̜̠̙̯ͬ̉̈́ͨ ̪̦̳͎͊̂͠ͅe̦͇̭̜̪̦̟̓̑̍̆͟ ̸̞̤̥̘̝͍̼̤̓d̬̭͐͒̏̚͘i̶̗̯̼͙̞̟ͥ ̯̩̗̾̿̐̏͡m̭̜ͤ͗̚͞o̯̫̩͇̎́ͅl̷̰̘̟ͥ̏̅t̅҉͚̭̻̱̮̫e̶͕̪̳̘͇͓͍̓̄̉̆ ̸̼̱ͯ̆̌a̜̺̤̤͓͙ͦ̕l̛̙͇̣̜̻ͣ̈́͒t̷̗͖͚̍ͯ̿ͨr̴̙̠͇͚̟͕̳̝ͫe̟̮͚͖͇̓̂͡ ̢̲̭̫̮̤͔ͭͅiͬͤ҉̦̲̣l̪̘̳̘̅̈͗ͨ͠l̡͖̙̺̑̉u̧̪͎̭͉̺͇̩̱ͮͥ̏s̫͖̽ͣ̆͗͢t̏҉̥̣̥̭̗̞r̨̗̲̠̗͉͍͍̽́i͈̳̍͢ ̽̅͂҉̙͕͓̦̠p̸͉̩̞̳ͬͯ́͛e̬͖̞̙̫͇͇̝͌̒ͤ͘r̷̠͎̗͖̖ͥs̪̭ͣ̚͞o͚̥̒ͪ͆͠ͅn̶͇̬̈́̽ͨͬa̙̗̲̳͑̉ͦ͢l̴̜͉ͥ͐i̦̬͚̗̹̿͒̎̕t̼̰̺̔̽̄̈́͘�̶̲̭̻͙ͧ�ͯͨ̂̃͏̙̙̙̖̖ che avevano soggiornato in quelle stanze dalle linee sobrie, colori naturali, caldi e arredamento artistico..." Fu a quel punto che m'interruppe. "Ti ricordi che anno era?" mi domandò. "Era il 1994, credo". Mi sfiorò la guancia come faceva quando ero bambino, "A quell'epoca, papà ci aveva già lasciati". I̷̞̩̤̪ͥͩͣl̴͎͚̬͔͉͙͉̽ͧ ̷̠̦͚͖͙̲̠̹̈p̦͙̻͛̌͟ỏ͛ͤ͏̞͙͚̬̻͙͎̹m̃͏̱̦͚̳e̲̮͉̮̭͈̱̅̋͂́ŗ͇͎̱̔ͤ͐̇i̴͕̠̍ǵ̦̼̦̯̜͈͛̇͢g̡̼͉̰̝͕̥̗͙̎ͤi̳̙͑̓ͤ́o̩̻͕̖͂͜ ̣͓̬̲̼̞̍̃͊͋͜ͅč̛̬̱̳̪h̩͉͖̰̜̫̭̻͑̅̚͝ȇ͉͎̖͈͔͋̽̐͢ ̶͕̠͍̗̞͚̒̈́ͣs͓͔̆͝é͍̝̺͑͜g̶͎̗̙̲̥̼͎͓ͧ̈́̋uͤͬ̿̿͏̜̪͚̥̞�̡̩̹͍͑͌ͅ�͚͚̩̠̠̙̣͓̍ͨ̅̄͝ ̓ͨ҉̻̟̹̻̦͍l͐͌̉҉͇̖̘͉̤̳͙ą̖̤̲̪̮ͯ ̸̹̲̩͎̱̻̦̇ͬc̴̞̞͋͛̃ͥē̝̳͇͒͝r̤̰̙̳͖͒̉̓̈́͟ͅi̧̜͇̪͕̯ͮ̑m̷͓̱͔͒͊̃͆ǒ̹̘͎͉̪̝̄ͩ͠n̛̯͇̰̖͔͍̘̿͆ỉ̧̫͕̳̼͛̾͑ͅä͚̙̆́ ̸̥̠̱̞̪͆ͦ̔̓ṁ̢̰͖̹͛ͤi̴̲̭͕͙̰̎̽ͮ̑ ̸̘̲̿ͣc̷̪̯̤͓̣̗̤̾h̴̦͉̘̿̑̍ͅǐ̸̞͈̓ͦ͆ę̻͇̺̝͖̟͇̀ͣͨs̢̮̱̭͙͈̮̻͊ͅe̺͖͚̱̽̋̀͞ ̡͖̻̱͙̮͚͑ͧͨ͑c̱̲̘͉͉̳̝̱͛ͯ̄̕o̢̞̪͖͓̓̈́s͈̟̟̬͙͓͕̈́̿͂ͪ̕a̐͒͏̞̬̗̣͙͔ ̻̜͓̔͛ͭ̒͠ŗ̝̙ͦ̅̾ì̵̞̼̞̞̲̜c̤̤̾̑̕ͅő͇̺͖̟̯ͩ̍͟r̟͍̘̈́͝d̶͔̘̭̪̞͂̄ͥa̞̘͖̖̼̤ͨ̚̕s̡͕̱̣͉̐͒ͫ̍s͔̬͚͇͚̬̲̣ͨͨ́į̘͉̯̪̫͎͔͌̆ͯ ̵̭̯̲̤̚d̵̹̻͌̌e̸̦͚̘ͯͬ͑l̸͇̖͓̘̹ͤ ̵̝͇̞͌̆̓b̧̺̬̼͉̺̞̙̬̋̈́a̍͏̠̩͎̹̱b̙̱͎͔͔͖ͨ̽̄̀b̛̺͓̩̣̾o͙͔̳̹̘̙ͨ̚͢ͅ.̷̳̥̟̈́ͫ͂ͧ ̴̙̲̞̗͉̜͖̌̃ͪ͟"̵̺̙̥̼̺̣̹ͪ̚L̷̵̝͓̖͔̩͇̲̩̊ͧ͗͛̒'͚̗͎͍͚̥̈́͝ͅõ̼̩͕̬ͨ̕ͅd́ͩͧ҉̜̝̯͎͍̤ơ̳̲̄̑̐́r̡͖̰̳̳͈͎̻̈̄̾ḛ͇̥̃ͥ̔̈́͠ ͖̺͓͖̖̓̌͘a̹͉̟͇͙̭̞͊͘c̸̘̟ͬ̂r͗̽ͬͦ͏͔̲̞̬̫ẻ͓̻̯̔͌͡ ̛̗͓̰̳̺̠̠̽d̶͔͉̩̤̘̄̔ͫͅe̴̠͉͉̹ͪl̥͈͚͇̼̼̐͋̑ͫ͞l̼̱͎̜̖ͮͦ́e͈̙ͥ̒̎͜ ̨͔̗̜̙͍̈͐̔̒ͅM̘̝͍̭͂̾͗͜e̲̖͇̤̮͍͛͌͝ͅr͔͕͎̦̤̅͒̾͆͠i̊̓ͪ҉̺̰̱͓̥͇̗ţ̟̼̥̳̠̩̱͎̠̜̯͙͊ͪͣͪͣ̕"̶̗͖̣̯̩̤͍̥̍̔ͪ ͚͎̼͚̦̝ͪͦ͝l̃̊̆ͭ҉͉̪͙ę̦͉͖̼̹͚͚̤ͯ ͕͉ͫͦ́r̸̲͙͔̯̩̤̃ͥ̍̌i͔̺̗̼̦̎͞ș̲ͫ̂̀ͤ͢p̢͓̱͓̘̪͇̲̳̅̔ͪo͍͚͓͍̤̼͎̚̕s̞̞͌͑̅͑͟ḯ̢̮̥͇̂͋ ̨̳̩͓̩̤͈̺̹̜̦̜͉̗̺ͩͦͧ̄̀̓͜"ͧͦ͏̠̮̫̜̫̭e̸̥̲ͯ ̴͔̤͙ͤ͒ị̷̗̜̰̬̫̺͖̽̈́̅̿l̡͉͉̮̮ͩͮ̿ ̩͍̏͡b̴̳͙̥͙̐ͥ̄̋a̦̗̜̗̝̮̲ͨ͒͋͜s̴͖̳̺̿͆s͕̖̻̫ͦ̀o̧͙͙͙̳̭ͧ̀̓̓ ̵̲̝͚͈̼̘̼̺̔r̦̭̰̟̮̠ͣ̚͢u̡̖̜̯̦̟̻̠ͮg̯̜͈̟͔͎ͥ̅͛́ḻ̸̰̜ͧ̈́ï̥̮̘̲̄ͭ̂͢o̼͓ͥ͗̎͡ ̢̰̘̬̳̻̟̫͙̓̎d̶̻͉̆ͯ̉ͤe̛̺͚̳̝̺̭ͮl̸͍̥̝͕͗̆̔ͯl̻͚̭͉̠͓̐ͦ̿͢a̡̤͈̣ͨ ̛̞̜̠̱̼̹̆̎F̺̥̝͕̹̬̦͆̅̂͡4̡̤̼͊̌ͯͪ0͚̪̙͔̺̒͡ ͧ̿͏̗̦̬̱͈̻͖c̳̗͖͒̎͒̂͡ḩ̣̥̟̰̱̱̪͍ͭͦe͕̫͓͕̓ͤ͑͟ ̙̪̲̻̼͎͉̬́͛ͮͨ͠s̡̬̭̞͂ͬĭ̬̝̝̹̦̳̮̤ͧ͋ͦ̀ ̷̙̰̍͒r̡̠̭͉͎̹̜̰̞̔͒̎i̼̙̠ͤ͐͢v̴̻͙̊ę̝̺̳̻̪̼̳̣̾ͤ̄̆ŕ̶̹̙̬̞̭̹b̙̝͎͈̠ͭ͗̀e͇̱̒̀̈̋͠r̛̟̰͍ͬ͆ͬa̸͎̠̹̲̺̗͕̭͛̃̂ͨv̗̭͖̰̯̟̌͒̋̀ã̵͇̻ ̛̦̜̟̜̬͂ͦ̚c̱̣̿͋͟ǒ̶̹͕͎͇͇̍̅n̮͖͈͍̥̻̓̋͡t͖͖͕̦̞͎̱̫ͤ̈́̐̚͟r͖̳̪̤̝͎̿͢o̟̭̠̟͇̻̙͎ͦͫ̊̋̀ ͚̻ͣ͘i̼̟̱͖͍̻̝͐̌̒́l̥͔̬̱̃ͮ̇ͯ͝ ̮̪̟̣̺̓́c̘͈͕̖̘̭̅͒̃̈́͝ẽ̷̦͇̯̮̰̭̙ͦͪṁ̢͖̗ē̷̠͓͕̮ͥņ̖͙̞̅͂̒̃t̸̬̼̜͚̑͛ͭȍ̘͇̞̗̗̞̲̘̏ͫͫ͜ ̧͇̞̦ͦ͛d̰̙͖̝̳̭ͬ̍̂͜ě̛̲̜̩͇̮̦̣ͩ̈́̚l̺̳͚͌ͩ́ ͎͈̬̖̲ͣ͠t̓̿͂̚͏̲̠̯͕̥̼̩u̜̥ͭ̀n̶̟̦̣͙̭ͨ͗̎ͣͅn̥͔̺̹͐̊͟ͅe͈̭̗̩͂ͫ̎̕l̢̻̝͚͚̠ͤ ̣̜̼͚̺̼̞̱ͧ̊̊̀c̫̙͚̬̟͗̅̽ͮ̕h͈̱͚̻̺̬̉ͣ̀e̻͕̖̰̘͚̮͋ͮ͑͘ ͓̫̝̰̭̏̅̀i̛̭̗̯͑̊̂̽ṃ̫̰͈͈̓̐̈͝ͅb͖̱͎̥̠̽͂͋̍̀ọ̗͉̋ͯ̾͟c̯̱̲̬̽̀c̴͉̟̮̪̤̻͋̆ͯͨa̮͉̹͓̥̠̒͋̑͟ͅͅm̷̲̱̰͎̝͂̏ͧ̽m̷̺̭̞̞̽o̵̩̤̗̱͔̅ͮ ̷͇̰͉̗̥̙̪̪͆̇ͬ̚d̥͎̠̒͡o̥̟̖̭͌̄͡p̣̝̭͒̒̍̚͡ő̵̗̣̗̥͓̹ͦ̑ ̻̳̂̇͡e̻̦̱̟̳̠ͪͥ́͜s̷̲͔̺͎͊ͤ͋ͯsͧ̌̆͏͇̥͎͍ͅe̺͍̩̼͙͔̯͒̆ͪͮ́r̸͚̫̰̫̻̺͉͓͑e͖̪̳̟͍̾͑ͯͤ̀ ̸̖̭̗̹̗̳̭͔͋u̜͇̭̪̇͐͛̆̀s͕̲̪͉̖̺ͮ̋͞c̙̬̿̏͋͢i̧̯̞͔͚̥͉̓ͧt̰̘̫̭ͦ͌ͣ͟i͇̞͖͔͎̚͡ ̮̥̤͕̺̝̭̌ͧ̐͡d͓̺̬̝̘̘͎͉̔ͧͪ͒͠a̹̺ͦͬ̀l̷̰͉͇͕̟̩̣̋͐̅̓l͙͙̟͈̮͛̃͂͠ą̱̥̟̰͍̠̐͛ ̴̩̹̰̪̭͊́͋s̸͈̱̣̭͚̠̗̃ͯ̆̃u͕̪͔̝̝̎ͮ͒͜p̙̹̜̪͎͍̺̾̎͘ę̣̣̼̗͈͈͚̜̒̔̚̚r̛̹͉̟̳͍͗s̸̤̩̳͍͎̺͖̎̊̇t̴̳̘̗͚̹̙̞͙̿́ͨ͂r̉͏̻̰͈̹̫̳̯ä̷̗̖̻̀̎ͭd͉̤̈ͨͦ̀a͈̫̘̹̗͒́̑͊͟,̸̗̱͚̳͆̈ quell'estate in cui mi portò a Merano. Ricordo che percorremmo il viale alberato che costeggiava l'ippodromo di Maia, un luogo importante per l'antica tradizione delle corse a cavallo. Sai" dissi "a Merano, tra maggio e ottobre, se ne corrono ogni anno centoquaranta, sparpagliate lungo venti giornate." Accennò un sorriso lieve, piegando leggermente la testa, come invitandomi a non dilungarmi in digressioni. ̶̺͕̬̗̙͇́ͯ"̟͉̻͙̣͋͂ͬ̚͡U̩̦̣ͭ̊̋͝n̲̟̣̟̟̣̫̲ͧ̓̕a̵̲̻̼̗͈̬͗ͬͬͧ ̖͖̖̺̰̰̱͛̆͟d͚͎͖͚̂ͯͩ͗͡e̘͔̲͍̪̐̽̃̕c͖̖̪̺̞̭̼̍̾̒̚͠ͅi̱̝͉͎̻͕̓̌͝n̛͉̖̹͙̗̎a̖͉͚̻͈͍̥̲͒͌́ ̮̣͙̯̯̪̫̌͡d̫͍̬͚̘͖͔̫͋̿͜i̶̖̮̮͓̙͐͊ͧͅ ͉͙͔̗̠͎̠̥̒̾͘m͆ͫͮ̆͏͖̗̥͔̰i͔͓̖̺̔̾͟ṅ̟͈ͦͥͧ͘ͅȗ̬̦̃͞t̮̰͓͓̯̜͕ͬ͆́͘į̭͔͔̭͖͚͊̽ ̩͓͓͕͈̍̓ͪ͡p̻̩̋͡i̵̫̩ͥ̑̓ͅ�̴͚̯̥̻̾�̇̌ͤ҉̞͙ ͈̻̞͇̗̣ͮ͟ͅt͚͈ͩ̃ͨͬ́a̞͔̭̫̯̹̩͊̽͟r͎͈͙̹̻ͦ̑͐͜ḓ̴̦̖̹̗͎̘͈͋͋ͬ͋i̵̫͙̰͚̩̪͖͙̟͚͂͑̍̿̀͢ͅ"͔̰͕͈̳̑̋̕ ̵̮̹̫̗ͭ̏͌ͪc͎̗̳̖͍͔͈̯͊̏̃̀o̲̼̫̳̳ͦ̚͢n̛̰̙̜͔̣̬̭ͧt͈̻͖͖̗͓̿ͫ͘i̺̖͋ͭͫ͟n͒̃̃̉҉̦͉̮u̧͇͔̾̚ȃ̫̝͉̰͎̫́̚͘ī̢̮͕̗͈̝͕̗̭̾ ̴̧͇̣̩̦̱̯̘̰̭͕̱̋̋̓̌"̷̦͉̤͔̹̟̖ͩ̍̈́ͨp̨̫͓̝͈ͬạ̼̘̌̆͠p̥͉͔͇̞͙͖̅̉̽̐́�̧̫̣̪̺̻̓ͧ�̥̠̝͌̐ͫ͜ ͚̪̼͖̣̋͞p͙͇̟̗̮̻̲̬̃̌͘a̮̳̭ͤ̿ͫ̀rͤ̆ͪͯ҉̤̩̪̦̪͚̩ͅc͇̦̲̦ͨ̉͜ĥ̪̪̺̄͒̊͞e̶̤̲͛g̨̱̠̘̳̈̓̓g̰͓ͫ̇͘i̛͕͚͖̩̳ͤ̒̉͒�̷̟̳̑͊�̨̲͉̹̳͉̪ͭ ̈́͑҉͓͕l̸̲͓̭̗͈͕̎͋̅̚ͅā̷͈̜͓̲̂̉ ̨͇̳̭̌̊ͥ̄F̵̻ͦ̉ͧͅe̡̜̠͓̒r̡͕̻̫̫ͭͤr͙̰ͫ̉͆͘ͅȃ͎̳͙͉̒̅̚͞r̵͈̪̜͎̟̻̣͊͐i̡͕͓̱͖̪̪͂ ̗̩̝̥̍̅ͥ̓͟ḯ́́҉͕̲͍̞͉̰ņ̹̲͖̯̪͊ͨ ̶͖̣̊u̯͎̣̮̠͚͗͛̔͊́n̜͔̊͞ ͖̯̻̄̇̄̌͢p̨͉͚̜̬̮͖̣ͫͯͅa͕̭̲̳̰̖͙͊ͬͨ̋͜r̷̙̱̭̲̙ͦ̉c̠͈͕͇̥̼̋ͥ͋̓͞ͅh͖̭̻̤̦̮́̆ͣ̕e̦̞͇ͪ̑͘ģ͔̖͂͆ͫg̙͙͉͍̗̊͟i̠̤̰̙̬̣͇̒ͪ̓ͭ͟ọ̷͖̘͙̮͎̺͔̾ ̯̭͖͎̽̏͠s̸̜̰̻͖̰̭̞̑ō̵͖̠͍͉̿̋͐t̓͂̓͏̳̖t̨͎̜̥̬̯̾͊́̅ë̡͙̻͕̮̌̉r͖̖͕̐͐͠r͔̮͍̪̥͍̗̎ͦ̇ͧ͢a̮̲̻̝̝̗ͤͣ͞n̖̪̘͐͗͂͠e̿̏҉͈̜̩̱̼ȯ̡͖͈.̧̙̘̫̗̝̠̈́̽͌̃ ͈̯̠̥̱ͤ̄͆͢N̞̪͕̤̳͇̾̀é̤̘͙̑ͪ͜ ̨̣̳͓͔̤͗u̡̲̠͍͑̎̋s͔̪͙̻͇̀ͤ͜c̶̺̗͍ͪ̐͐ĭ͕̗̰̝ͧ̀ṃ̝͇̼̙̘͇̀̓́͟m̷̲̪̖̘̔̏ȏ̢̝̝͈̲̼͑̉̒ ̡͖̩̳͉̌̈̍a̭͉̻͉̻ͭͬ̍͒͠t̼̺͇̥̋ͯ͡ͅͅt̢̹̺̺̟͓̙͔̂͐ͮ̽ŕ̛̜̩̯̻͈̃ͪä́ͯ͏̞̦̻̥̺̭͉͔v̸̫̠͚̻̇͑ͨ̋e̗͍͔͍͚̔̈́͒͢ͅr̛̪̦̭̐ͣͅͅs͂ͦͬ͗͏̱͓̣̥̲̙o̵̝̠͗̍̎ ̥̲͓̝̬͍̍ͯ͘ṳ̢͕̩͎̟̝̱̓͌̌̎n̳̻͉͍̦͕̒ͯ͟â̡͉͉͈̳͎̲̺͊̈ ͦ̂҉̲̣̦̗s̖̱͈̻̻̤͖̋ͭͮ͜ť̘̹̪̚͝r͇̞̠͖̄ͫ̏͞e̼̼̖̣̱͙ͫ́t̅ͭ҉͕̯̥̮͙t̢̤͕̫̥͐a̰̩̱̰͉͓̜͙̓̾͠ ̱̫̣̺̐ͤ̉̂̀ś̟̲̍͞c̛̖̺̗̀̎̉̅a̛͓̲̪̻͍̱̣̜ͬ͒l̦̩͍̼̟̙̩̓̎̉͡a͙͓̼͐ͭ̾̅͜ ̶͍̲̱̖͖͖͛̉d̢͖͈͚͖̦̂̽͐ͅͅḭ͎̼̹̣̠̆ͣ̒͊͘ ̡̪̞̠̬͈̅̓̓m̶̙̫͔̤̖̿̏ͅḛ̢̜̭̜̹̟̘͌̌ͭͅt̴͎̪̦̺̺ͦ̐ͤ͊ȃ̳̥͞l̹̱̥̠̜̱̹͇̓̉͝l̦̹͈͓̳͉̩̽̅͂͘ö̥͕̰́̂ͪͪ͘ ͙̰̲̦ͬ͛͒͝ͅc̡͙̼̪͑̑͑̋h̴̤͈̙̯̩ͧ̄ẻ͙͍̠̞͖͈̹͔ͦ̚͜ ̞̼̓͞ș̪̹̺̊ͪ͟b̖̖̭͔͍̮̙̒̃ͥ͋͢ů̢̳̞̻̭̦̒ͪc̨̜̼̱̒ͣ̅̆a̵̪͚͙͕̥̙ͣ̽̅v̶̪͎̥̙̖͂a̔ͮͫ͑͏͔̰̹̙ ̛̞̪͖̪̗ͫ̔ͅl̡͖̩̜ͧͬͯͭȗ̵̝͉͇̲̪̠ͯͥn̸̘̬͖̤ͤ̓̐ͥg̨̳̼̦̣̪̽o̸̖̼̫̰̙̗ͧͨ̊ ͛̇͏̩̣l̷̘͇̰̍ͅa͍͙̰̖͍͔̫̦ͥ̍̒͞ ͙͚͈̳͖̙̫̿̎͢p̧̪͈̣̑̎͒̌a̛̦̰̣̞̩̥͉̝̔̒̄s̰͓̺̒͟s͖̩̜͖̪͍̦͎ͩ̂̅́͢e̷̘̥̯̞͂͋ͤg̳̣̰ͫ͒͡g͈͖̪̪͕̮̦̓ͯ͒̀ͅi͇͙͎̟̺ͣ͞ả͕͙̦̼̖̲͓̆̃̃̕t̨̖͚̩̹͛ͭa̗͎̰͖̫̋ͤͩ͞ ̨̮̠̰̈́c̋̎̎҉̖̰̫̘̣h͖͍̙̤̽́e̠͙͉̘̩̫ͩ̐̐͞ ̣͍͚̃̈́͟c̰͎ͨ̈́́ͮ͘o͔̹̝̤͈͐̉͟s̼̟̗ͦ͂̐̍̕t̻̗͎̤̤ͬͩͫ͟e̙̟̤̫͗̓͂͗̕g̞̹͓̻͓̋̍ͩ͞g̨̬̤̹̑ͤi͖̬͕̜̔͋̊ͥ́a͓͕̓͐ͫ́ ̛̬͉̙ͤͅi̷͍͙̳͑͊l̡̟͈̰͕̱̈́͛̏ ̛͕̙̬̦̗̟͖̂̈́ṫ̛̬̖o̸̺͍͎̲̥̲ͦͬͅr̈ͥ͛̚͏̱͖̲r̷̖̦̊̋͗é҉̬͕̺͇͓̪nͬ͐ͧ͏̝̤̜t̪̻̘̞̔͠e̸͍̠̟̗͙ͭͮ̓ͬͅ,̛̤͓̬̘̥̇̏̃ ̧̥̥̘̱̮̭̗̫ͣp̧̺͓͇͛̋̈o̳̜̓͐͛̅͡c̲̱̹̬̫͛̓͜o͓̲̘̮ͧͫ͆͜ ̗̳̠͚͓̝̜̗ͨ͑̚̚͢ḑ̞̮͔̼̟̠̟ͯi̸͈͇͂ͬͤs̥̲̘̃͠t̴̟̟̟̬̖͆ͮ̈́̂a̗̺̗͗̌͘n̸͚̻̻̖̠̞̾͂̚t̞̩̘̱̞̹ͨͮ͠ͅͅẻ̷̪͙̠͚͈̼ͅ ̦̱̯̼͍̦͍̺̌ͥͭ͘d̼̗̩̺͕̬̖̋͌́a̪͕̣̥͈̙͙̘ͬ̕l̮̫̪͈̝̊ͩ͗͠ͅl͖̩̯̙͓̪͎̣̻͍̼̙ͭͨ́̒͢'̴̬̱̣̻͗̇̚e̵͉͉͕ͦͩͯͤd͈̱̹̱ͧͫͭ͠î̵̯͖̜f̮̬͓͇̐̄͟ͅi̸͖̹̲ͣ͗̐c̡̟̖̐ͬ̓̒ǐ̙̱̘̌ͭ̕ͅȍ̷͈̺͍̯̳̃̓ͧ ̨̮͈̭̥̦̌̿ͅḑ̠͓̙̃ė̵̦̯̳͔̩̫̩͔ͨͪ̎l̡͈͈̤̣̺̋l͉͎̝̝ͭ̓ͯ̅͝è̵̮͎̘ ͚̯͉͈̞͖̪ͧ͊̚͘ṱ̙͖͕ͣ͒́e̟̱̫̍̽ͮ̕r͋̆҉̜̺m̙̩̭̟͍̂͘e͈͈̗͇̬͖ͧͦͫ̚͜ͅͅ.̜̭̣̰̬͎͙ͤ̇͟ Mi colpì il panorama delle vette, così vicine e ripide, incorniciato tra gli steli sottili di un paio di palme che mi sembrarono fuori luogo in quella che mi aspettavo essere una tranquilla stazione turistica alpina. 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"Era il 1994, credo". Mi sfiorò la guancia come faceva quando ero bambino, "A quell'epoca, papà ci aveva già lasciati..." Ȋ̛̦̠̖͍̫l̮̱͔͙͔̮̪̞ͧ͆ͣ͠ ͔͕̮͎̃͟p̫͚͕̙͚̭̦ͪ̽̎͝ǒ̭͎̮̺̮ͩ̿ͧ͝m̷̬̟̺̙̠̦͛ẻ̫͉͂͞r͕͍͚̪̜͊̀i̢͕̘̗̭͓̘̊̈ḡ̯̗͕͍͔̈́ͨͭ͠g̱̙͙͕̩̺̮̓ͯ̋͢ͅi̸͖̰̹͇̝̲̋̔̓̚ͅơ̝͙̤͖͓͛ͤ ̻̮͈ͧ͒̐͡c̤̙̠̺̳̞̯̗̈ͩ͜ḩ͎̬̲ͯ̀ͫe̹̝̗̜̱ͦͫ͡ ͬͩ̍̚͏͉̮̱̜̟̩͎s͓̮ͪ͆͝e̩̼̙̹̻͎͙̿́g͇̦̠͗̈̂͝u͕̟̳̲̲͍̐̊̅̐͞�̢̖̟̖̺ͫͅ�̧̯̲̹̤ͬͫ̀̈ ̪̣͇͔͓͇͓̻͂ͦ̐͝l̞̰̖̻̠͍͆ͧͮͨ́a̡̪̖̤͔ͯ̍̀ ̳̱͈̹͔͇̩̟̀ͨͧ̄͡cͧ͗̏͏̞̘̬͎͇e̝̪͕̙͙̮̜̅ͬ̉̇́r̷̳̠͕̯̦̮̤̓ͅi̮̥̼̋̍́̏͘m̴̪̻̤̠ͣơ̩͇̪͚͙͚̰̆͋͊ͤn̥͇̄̏͆͢ī̶̮̜̜̟͙͔͉͉̒ͬ͑ḁ̷͈̉ ̤̫̠̈́̽́m͋ͦͤͤ҉̬̹̫̹̣̝i͕̰͍̇͠ ̴͕̥̗̗͎̠̤̉̑ͬc̷͖̜̩ͮͣ̏̿h̛̤̰̮̲ͧ͑̚i̢̟̪̗̞̭̙̦ͭe͕̣̝͎̖͊̌͝s̛͙̼̙̘ͥ̈̔e̤̣͈̽ͪ̾ͫ͘ ̤̦̜̟̲̍͡c̨̙̦̥͎͖̪̈́ͣ͛o̴͚͙̓ͦs͕͙̦̝̝͉͈̔̑ͫ͝ạ̟̖̱̱̀̌͡ ̥̫ͫ̏͛ͮ͞ͅr͈̬͚̟̔͋͠i̽҉̫̻͚̱̮͎c̺̟̠̘ͤ́̾̿͟o̱̺̫̰͖̙̅͝r͆ͭ҉̱̪̥̙̞d̻̤͉̳̥͔̊ͩ̃͠ậ͙͎͖̦͓̻ͪ͆͊͠ͅs̛̲̰̺̥̱̯̜̽̋̾s̼̟̦̠̮̥̊͂ͭ̎̕i̱̪̥̝ͭ͢ ̶͚͔̳̪̗̞̼̺͆̓̾ͥd̮̤͎͕̩̲ͮ̄̾͡ȩ͎̭̓̅̏͂l̡̰̦͕̠ͫ ̫͚̘̠̩͑͗ͯ͜b̳͍̱̝̣ͧ͝ͅa̔́҉̣̝̹b̻̰͍̦̺̊͋͌̕b͖̯̈́̀͢ô̶̭̝̤̰̗̹̞͌ͬ.̬̺̉̋ͯ͊͠ ̸̛͓͖͚̩͔̤̫̪̱̒ͯ̿͊̋"̫͓̤͎̗͉̦̰̈ͥ̇͋́L̹͉͈͇̖̳͖̯͍͇͙̀ͧ́ͬͯ̌͞'̨̫̯̀̂̒̚ọ̸̺̝̩̮ͯd̰̱̬̀͗͡o̻͇ͦ͟r̼̱̻͛͗́e̻̲͇͛ͧͤ͊̀ͅ ̡͎̭͔̯̪̈́ͮͧa͚͚̬ͦ̏̾ͪ̕c̵̰̝̪͉͙͇̟̣͊͆͌r̭̖̳̪̞̦̙̎̚͟e̶̳͖̳̐̉̈ ̧̲͉͉͍͎͔̒̾d̢̳̳͍̎̇ͦ̄ȅ̥̝̂̌͡l̸͕̭̟̻̙̊̚l͕͔͚̬͔̥̜̣͋̑͗͘e̟̻̗ͣ͠ ̢̙͓͎͈̈́̉M̵̻͔̗͎̙̙ͧe̮̹̘͎͍͑ͭ͢r̩̺̯͉̞͕̬̙̓͝i̲̝͚̦̭̥͂ͮ̕t̼̝̙̼̰̗͙̹̟̖ͫͬ̄̔̀͞ͅ"͚̻̥̠͙͑ͫͬ͝ 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Più che la capacità di restituire l'uomo, le sue posture e i suoi affetti, quelli che mi interessano di più sono quegli artisti capaci di restituire il dato atmosferico di una data situazione. La descrizione o la rappresentazione della qualità dell'aria, del gioco della luce, della trama dei suoni di un luogo mi colpiscono più che la vita interiore o l'intrecciarsi delle relazioni. Se c'è qualcosa che ambisco a restituire, nei miei balbettanti tentativi di produzione artistica, è proprio quella qualità atmosferica di cui subisco l'attrazione e il magnetismo. ### "Consigli pratici per diventare freelance" su Siamomine URL: https://flaviopintarelli.it/2022/05/16/consigli-pratici-per-diventare-freelance-su-siamomine/ Last updated: 2022-05-16T15:14:15.000Z La terza e ultima parte della mia serie sul lavoro indipendente per Siamomine è dedicata alle strategie di posizionamento per i freelance. Un aspetto del lavoro spesso trascurato, il posizionamento è fondamentale sia per comunicare con efficacia la propria proposizione di valore, sia per pianificare i successivi sviluppi di carriera. Nell'articolo propongo, oltre a una serie di riflessioni sul tema, alcuni framework pratici per lo sviluppo del proprio posizionamento e della propria carriera in ambito marketing digitale. > Quando ho iniziato a pensare a me stesso come a un lavoratore indipendente, una delle prime cose di cui mi sono preoccupato è stata quale servizio avrei potuto offrire ai miei futuri clienti. Sembra una domanda da nulla, scontata. Non lo è affatto; per quanta esperienza tu possa avere alle spalle, svolgere un lavoro come dipendente non è la stessa cosa che svolgerlo da indipendente. > Non lo è perché, in primo luogo, diventare indipendente non comporta solo dover svolgere il tuo lavoro, ma anche imparare come proporlo e venderlo ai potenziali clienti, oltre che a gestirne tutti gli aspetti amministrativi e burocratici. Questo passaggio è tutto tranne che semplice da pianificare. Perciò, quando mi sono posto per la prima volta il problema di capire cosa avrei potuto offrire ai miei clienti, in che modo, e perché sarebbe stato importante per loro, è stato agli strumenti del marketing che mi sono rivolto per trovare una soluzione. [Consigli pratici per diventare freelance \* SiamomineAlcune cose da tenere in considerazione prima di pianificare il passaggio al lavoro autonomo.![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2020/11/cropped-favicon3-270x270.jpg)SiamomineFlavio Pintarelli![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2022/05/Siamomine_guida_freelance_Quitters_4_Illustrazione_Davide_Bart_Salvemini.jpg)](https://www.siamomine.com/consigli-pratici-per-diventare-freelance/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Consigli pratici per diventare freelance" su Siamomine ### Breach Festival #01 - 19, 20, 21 maggio. URL: https://flaviopintarelli.it/2022/05/12/breach-festival-01-19-20-21-maggio/ Last updated: 2022-05-12T11:06:06.000Z A due anni di distanza dall'edizione #0, allo Spazio Autogestito Arvultùra di Senigallia torna Breach, il festiva di cultura digitale che ho ideato e curato insieme a Giacomo Tognon del collettivo Arvultùra. Il tema di questa edizione è la relazione tra la dimensione materiale e quella immateriale che costituiscono la rete. Da una parte il virtuale, l'incorporeo, il fittizio delle piattaforme e delle relazioni mediate da internet; dall'altra parte il peso e l'impornta ecologica delle infrastrutture che rendono tutto questo possibile. La formula del festival resta la stessa di due anni fa. Quattro eventi, divisi in tre giorni, dal giovedì al sabato. Ad aiutarci a esplorare il tema ci saranno Tommaso Guariento, Niccolò Cuppini, Giulio Quarta e Alessio Giacometti. Sul sito dello Spazio Autogestio Arvultùra è possibile leggere [il programma](https://www.arvultura.it/5690/breach-01/?ref=flaviopintarelli.it) e [il manifesto](https://www.arvultura.it/5692/breach-festival-01-manifesto/?ref=flaviopintarelli.it) del festival. Per maggiori informazioni c'è anche l['evento su Facebook](https://www.facebook.com/events/7512575245450608?acontext=%7B%22event%5Faction%5Fhistory%22%3A[%7B%22surface%22%3A%22page%22%7D]%7D). ### Cosa sognano le intelligenze artificiali? - Merano 13 maggio URL: https://flaviopintarelli.it/2022/05/06/cosa-sognano-le-intelligenze-artificiali-merano-13-maggio/ Last updated: 2022-05-06T15:04:55.000Z Venerdì 13 maggio sarò ospite del Centro per la Cultura di Merano per una conferenza dal titolo "Cosa sognano le intelligenze artificiali?". Muovendomi in equilibrio tra diversi approcci, accompagnerò il pubblico alla scoperta di questo tema, che è tra i più affascinanti del nostro tempo. Attraverso l'analisi delle tecnologie, della storia e degli immaginari che hanno reso possibile lo sviluppo del pensieri artificiale proverò a chiedermi cosa sarà di noi, esseri umani, oggi che ci troviamo sempre più spesso a confrontarci con la vertigine di razionalità altre e aliene da noi. La conferenza si terrà alle ore 18.00\. Per maggiori informazioni è possibile consultare [l'evento Facebook](https://www.facebook.com/events/4956341261128031). ### "Come ho imparato a dare le dimissioni" su Siamomine URL: https://flaviopintarelli.it/2022/04/27/come-ho-imparato-a-dare-le-dimissioni-su-siamomine/ Last updated: 2022-04-27T06:58:32.000Z Dare le dimissioni è una scelta che, nella maggior parte die casi, non si prende a cuor leggero. I fattori che la determinano sono tanti e capire come gestirli è parte di un percorso di consapevolezza che alla sua base ha bisogni e desideri. Bisogni e desideri che si devono imparare a riconoscere con chiarezza. Questo è il tema della seconda puntata del mio memoir motivazionale che Edoardo Vitale di Mine Studio sta pubblicando su Siamomine a partire da marzo. > Ripensando oggi a quel periodo mi accorgo che ogni volta che inviavo un curriculum o sostenevo in colloquio finivo per dire o fare qualcosa che mi rendeva inassumibile agli occhi di chi avrebbe dovuto valutarmi. Finivo così a pensarmi e a immaginarmi sempre più spesso come un lavoratore indipendente. Più lo facevo e più intensificavo i miei sforzi per crearmi e farmi coinvolgere in progetti paralleli che mi facessero sperimentare quella dimensione indipendente a cui, giorno dopo giorno, scoprivo di aspirare con sempre maggiore convinzione. [Come ho imparato a dare le dimissioni \* SiamomineStoria del percorso che mi ha portato a dare le dimissioni dal lavoro dipendente![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2020/11/cropped-favicon3-270x270.jpg)SiamomineFlavio Pintarelli![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2022/04/Siamomine-grandi-dimissioni-foto-di-Hashem_Shakeri.jpg)](https://www.siamomine.com/come-ho-imparato-a-dare-le-dimissioni/?utm%5Fcampaign=later-linkinbio-siamomine&utm%5Fcontent=later-26245881&utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=linkin.bio) Continua a leggere "Come ho imparato a dare le dimissioni" su Siamomine ### "Perturbanti riflessi del digitale" su Singola URL: https://flaviopintarelli.it/2022/04/01/perturbanti-riflessi-del-digitale-su-singola/ Last updated: 2022-04-01T19:28:00.000Z *Per una storia della letteratura elettronica italiana* di Roberta Iadevaia non è solo una ricognizione del fenomeno della e-lit nel nostro paese. È anche un ottimo compendio di teoria digitale, che mostra come la letteratura elettronica agisca come specchio deformante e discorso critico sul nostro rapporto con le tecnologie digitali. Nella recensione pubblicata su Singola ho provato ad approfondire questa intuizione. > La letteratura elettronica diventa quindi, nella trattazione che Iadevaia ne fa all’interno del suo libro, una lente attraverso cui leggere quella che Franco “Bifo” Berardi chiama la “grande accelerazione”, ovvero tutto l’insieme dei cambiamenti che le tecnologie digitali hanno imposto alla società globale, accelerandone in modo estenuante alcune dinamiche di sviluppo. Una lente critica e deformante che, lavorando con il linguaggio, la materia espressiva verso cui convergono tanto l’uomo quanto i computer, mostra il doppio perturbante e alieno del panorama mediale digitale in cui siamo immersi. La letteratura elettronica lavora infatti dentro e contro i principi che definiscono la “corretta” creazione dei media digitali. Le opere di letteratura elettronica rifiutano quindi tanto la trasparenza delle interfacce, a cui preferiscono l’opacità e l’errore, quanto la funzionalità del codice, che travalicano in direzione dell’estetica. Il loro scopo non è offrire a chi le fruisce un’esperienza pacificata, piacevole, frictionless; quanto piuttosto di metterne in discussione le certezze, portandolo a contatto con un universo di logiche e agentività altre rispetto a quelle che regolano lo sviluppo dell'umano, contestandone costantemente il primato e aprendo di continuo squarci verso un panorama dai contorni compiutamente postumani. [Perturbanti riflessi del digitale - Singola | Storie di scenari e orizzontiIn![](https://www.singola.net/images/favicon/android-icon-192x192.png)singola![](https://www.singola.net/images/article/296/296-90s-net-art-900x450-c.jpg)](https://www.singola.net/pensiero/perturbanti-riflessi-recensione-storia-letteratura-digitale-italiana-iadevaia?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Perturbanti riflessi del digitale" su Singola ### "Alla scoperta dell’e-lit" su FarFarFare URL: https://flaviopintarelli.it/2022/03/30/alla-scoperta-delle-lit-su-farfarfare/ Last updated: 2022-03-30T06:00:00.000Z Roberta Iadevaia è l'autrice di *[Per una storia della letteratura elettronica italiana](https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857581958?ref=flaviopintarelli.it),* prima ricognizione del fenomeno e della sua ricezione nel nostro paese. Nella terza uscita del numero di marzo di FarFarFare, dedicato alle storie raccontate in digitale, l'ho intervistata per approfondire alcuni dei temi del suo libro. > La differenza fondamentale tra le applicazioni informatiche “comuni” e l’arte digitale risiede nel rapporto tra questi due livelli: le prime tendono a nascondere il livello del codice (il testo sorgente e i processi che innesca) dietro un’interfaccia pulita, brillante, rassicurante, standardizzata, facilitata; la seconda, al contrario, evidenzia il codice sottostante portandolo in superficie, generalmente rendendo il testo di superficie difficile da leggere e quindi da gestire e controllare. Per avere un’idea basta confrontare la homepage di Google con quella del sito del celebre duo di net artisti jodi: la prima appare trasparente e solida, la seconda, al contrario, sembra opaca e “rotta”, caotica e poco sicura. [FarFarFare - Digitale #3 - Alla scoperta dell’e-litUna storia, quella della letteratura elettronica, che ha radici ben più profonde di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Per questo abbiamo contattato Roberta e le abbiamo fatto qualche domanda a proposito del suo lavoro.![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2020/05/cropped-Logo_WP_square-1-270x270.png)FarFarFare![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2020/05/cropped-Logo_WP.png)](https://farfarfare.it/alla-scoperta-delle-lit/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere ""Alla scoperta dell’e-lit" su FarFarFare" ### "La vendetta del testo" su FarFarFare URL: https://flaviopintarelli.it/2022/03/28/la-vendetta-del-testo-su-farfarfare/ Last updated: 2022-03-28T05:59:59.000Z *La vendetta del testo* è il titolo del primo di *CTRL+C, CTRL+V - Scrittura non creativa*. Un libro dello scrittore Kenneth Goldsmith che mi ha ispirato moltissimo quando l'ho letto, due anni fa. Per questo motivo l'ho scelto come titolo del laboratorio che ho realizzato per la terza uscita del numero di marzo di FarFarFare, dedicato al digitale come strumento per raccontare storie. Il laboratorio insegna a pasticciare con il codice informatico, per mostrare come gli oggetti digitali siano in realtà costituiti da linguaggi. > L’attività che voglio proporti è tratta proprio dal primo capitolo di questo libro ed è pensata per farti ragionare su una cosa di cui spesso ci dimentichiamo quando navighiamo in rete tra social network e meravigliosi siti web che assomigliano a opere d’arte o a edifici progettati dalla più brillante delle archistar. > Ovvero che “quelli che sul nostro schermo appaiono come elementi grafici, suoni o animazioni, sono solo un sottile strato sotto il quale si nascondono chilometri e chilometri di linguaggio”. > Si tratta del codice, il codice informatico, quell’entità un po’ misteriosa che il vocabolario Treccani definisce “insieme di simboli o di caratteri usati in determinati sistemi di comunicazione, di registrazione o di elaborazione dell’informazione per rappresentare, in base a regole assegnate, i simboli o i caratteri di un altro sistema di comunicazione”. > I codici usati per creare spazi e oggetti digitali vengono chiamati appunto “linguaggi” e hanno nomi astrusi come HTML e C++, o evocativi come Python. [La vendetta del testo - FarFarFareLa vendetta del testo Laboratorio a cura di Flavio Pintarelli Come titolo per questo laboratorio ho scelto il titolo del primo capitolo di un libro bellissimo. Si chiama CTRL+C, CTRL+V – Scrittura non creativa. Ti consiglio di leggerlo. Lo ha scritto Kenneth Goldsmith che è poeta, scrittore, artista…![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2020/05/cropped-Logo_WP_square-1-270x270.png)FarFarFare![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1.jpg)](https://farfarfare.it/la-vendetta-del-testo/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La vendetta del testo" su FarFarFare ### "Lasciare il lavoro dipendente per divenire indipendenti" su Siamomine URL: https://flaviopintarelli.it/2022/03/26/lasciare-il-lavoro-dipendente-per-divenire-indipendenti-su-siamomine/ Last updated: 2022-03-26T19:43:05.000Z Il 31 dicembre del 2021 è stato il mio ultimo giorno ufficiale da lavoratore dipendente. Dall'inizio del 2022 sono un lavoratore indipendente. Dietro questa scelta ci sono diverse ragioni, un lungo percorso di consapevolezza e bisogni concreti. Qualcosa con cui ho sentito il bisogno di fare i conti. Così, quando Edoardo di Mine Studio mi ha chiesto di collaborare con *Siamomine*, il loro magazine, ho pensato fosse il posto perfetto per farlo. Ne è nata una serie di tre pezzi. Questo è il primo, ed è dedicato a come si affronta il primo giorno da lavoratore indipendente. > Solo che, adesso, come faccio? Mi faccio questa domanda la mattina del dieci gennaio di quest’anno quando, seduto a quella che sarebbe diventata la mia la mia postazione di lavoro domestico, sto iniziando quella che passerà alla storia come la mia prima giornata da lavoratore indipendente. Il quesito prende rapidamente possesso di ogni centimetro della mia mente, paralizzando per un istante tutte le mie funzioni cognitive, come uno scrittore senza ispirazione di fronte al pulsare ritmico del cursore sul foglio elettronico intonso. [Lasciare il lavoro dipendente per divenire indipendenti \* SiamomineHo rassegnato le dimissioni dopo dieci anni da dipendente, per intraprendere la carriera da consulente indipendente. Ecco come sono stati i miei primi giorni.![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2020/11/cropped-favicon3-270x270.jpg)SiamomineFlavio Pintarelli![](https://www.siamomine.com/wp-content/uploads/2022/03/SIAMOMINE_quitters-lasciare-lavoro-dipendente-diventare-indipendente-foto-di-andrea_morani.jpg)](https://www.siamomine.com/come-gestire-il-indipendente/?ref=flaviopintarelli.it) "Lasciare il lavoro dipendente per divenire indipendenti" su Siamomine ### "Tavole ribelli" su menelique URL: https://flaviopintarelli.it/2022/03/09/tavole/ Last updated: 2022-03-09T17:08:41.000Z Negli Stati Uniti attraversati dalle proteste del movimento *Black Lives Matters*, lə skateboarder hanno scelto di appoggiare in modo attivo le ragioni del movimento. Quali sono le ragioni che hanno spinto gli appartenenti a una cultura costruita intorno all'immagine del teenager maschio e bianco a prendere parte a uno dei più radicali movimenti politici contemporanei? Per il settimo numero di menelique, dedicato allo sport, ho provato a rispondere a questa domanda. Partendo dall'omicido di Anthony Huber fino ad arrivare al rock 'n roll, il testo prova a fare luce su una delle tante guerre che innervano la cultura statunitense: quella contro lə giovanə. > Chi pratica lo skate in strada viene perciò a contatto sia con tutta una serie di figure marginali che la strada la vivono e, a volte, la abitano: il tossico, il barbone, la prostituta, il delinquente; sia con tutta una serie di figure che in strada incarnano l’autorità in tutte le sue forme: dal proprietario (di una casa, un negozio, un’attività) alla guardia giurata, fino al poliziotto. Se nel caso delle figure marginali l’incontro può avvenire tanto in forme conflittuali, come lo scontro col piccolo criminale che prova a derubare lo skater dei suoi averi, quanto in forme negoziali o complici, come può essere il rapporto con uno spacciatore, una prostituta o un senza tetto; nel secondo caso non esiste altra modalità di relazione che non passi attraverso il conflitto. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/03/Menlique-7-Copertina.jpg) #### Menelique #7 - Sport Basket, nuoto, skateboard, wrestling, yoga, *roller derby*, calcio, taekwondo, bodybuilding, corsa, *futsal*, *pelota vasca*, *pelota maya*, boxe e *sa murra* sono alcuni degli sport che approfondiremo nelle prossime 144 pagine e negli ‹episodi online› che pubblicheremo su menelique.com nelle settimane successive all’uscita di questo settimo numero. [Scopri e diventa complice di menelique](https://www.menelique.com/editoriale-7-sport/?fbclid=IwAR2bhCEdq6CexybD2zhqjy0F19b6XbGbxxRhC7z76FRpvZnsKjbgk41eloc&ref=flaviopintarelli.it) ### "CultureWarsMeets" su Culture Wars URL: https://flaviopintarelli.it/2022/02/28/culturewars-meet/ Last updated: 2022-02-28T20:22:47.000Z Qualche settimana fa, [Davide Piacenza](https://twitter.com/davide?ref=flaviopintarelli.it) e io abbiamo avuto una discussione su Twitter sulla famigerata "cancel culture". Si parlava, se non ricordo male, se fosse o meno corretto parlare di "cultura" in merito a un episodio piuttosto spiacevole accaduto negli Stati Uniti. Visto il tono degli scambi, cordiale e approfondito, nonostante Davide e io avessimo due posizioni opposte anche in modo piuttosto radicale, abbiamo deciso di proseguire quella conversazione con altri mezzi. Il risultato è uscito qualche giorno fa su *Culture Wars*, la newsletter curata da Davide che tratta proprio di questi temi. > Quello della consapevolezza è un tema importante, e su cui non posso che essere d’accordo con te: siamo, effettivamente, circuiti su base giornaliera, a ogni shitstorm, a ogni login. Facendo discorsi simili con altre persone, ho maturato l’idea che quel “culture” a me, personalmente, convince nella misura in cui sembriamo tutti dare assurdamente per scontato che quelle dinamiche siano il modo più “normale” di vivere e d’agire: qualche settimana fa ho raccontato la vicenda di West Elm Caleb, un anonimo ragazzo newyorkese finito nel tritacarne di TikTok perché, beh, aveva fatto lo scemo con troppe ragazze con cui si vedeva, finendo in gogne incrociate da centinaia di migliaia di visualizzazioni. In questo senso, secondo me, esiste un problema “culturale”: ovvero passi la celebrità, passi il libro, passi il film, passi a maggior ragione la statua… ma davvero non ti poni due domande – tu generico, ovviamente – prima di rischiare di rovinare l‘esistenza letteralmente al primo che passa? [#CultureWars | La guerra, quella veraRussia, Ucraina e altre cose difficili![](https://d3jbm9h03wxzi9.cloudfront.net/assets/icon-3ef15b89ab8676cd48dac6b7878bbc0e564d4e4167ea590f1f49d8e596d1ee4b.svg)Revue![](https://s3.amazonaws.com/revue/issue_images/images/000/446/115/original/issue_image_1045581.jpg?1645729302)](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-la-guerra-quella-vera-1045581?fbclid=IwAR0Bm3scv1tgTbnlIxQYiJDLWDKHvj5cKd5ESkSGyBkXRG8aWB46ZE4Ms3I&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "CultureWarsMeets" su Culture Wars ### "Sangue acido" su Salto URL: https://flaviopintarelli.it/2022/02/24/sangue-acido-su-salto/ Last updated: 2022-02-24T19:24:20.000Z *Sangue acido* è il titolo del racconto che ho scritto per il terzo numero di *[Manaròt](https://flaviopintarelli.it/tag/manarot/)*, la rivista di letteratura atesina curata da Davide Gritti e Nicolò Tabarelli. Un estratto di questo racconto è ospitato su Salto, grazie all'interessamento di Valentino Liberto. > «Chi sei e cosa ci facevi nella sede della Ganma?» L’ombra non rispose. Feci un passo avanti nella sua direzione, bloccandole la via di fuga. > «Che cos’è quel segno che hai tracciato sulla parete?» Un tremolio mi attraversò le dita delle mani. Le strinsi in un pugno per riprendere il controllo. > «Si tratta forse di una minaccia?», le urlai senza riuscire a trattenere una lieve strozzatura nella voce. > L’ombra allora fu scossa da una stridula risata. Sembrava provenire da una qualche cavità nascosta e fluiva attraverso l’aria diventando sempre più intensa. > «Una minaccia dici?» > Mi guardai intorno disorientato. > «Una minaccia?» ripeté l’ombra con tono beffardo. > «Oh sì, certo che siamo una minaccia mia cara. Una minaccia terribile» > Feci un passo indietro, mentre l’ombra, che fino a quel momento m’era apparsa piccola e inoffensiva, sembrava dispiegarsi tutto intorno a me, allungandosi verso l’alto. > «Noi sappiamo chi siete» continuò «Siete nemici, siete assassini. Voi ci volete morti. Ma tu e Kager non ci avrete». > L’ombra fece un passo avanti, scostandosi il cappuccio che le copriva la testa. Apparve il volto di Robert. Lampi purpurei gli deformavano il viso. > «No, non ci avrete mai, Sandra, perché morirete prima». > La sua voce era un ruggito nella notte. Mi paralizzò, come se pronunciando quelle parole Robert mi avesse avvinto a un qualche incantesimo arcano. Erano anni che nessuno si rivolgeva a me usando il mio *deadname*. > Poi balzò in avanti, gettandomi contro una delle pareti del vicolo. > Battei la testa contro un mattone e lo vidi fuggire, inghiottito dall’oscurità. [Sangue acidoIl cantiere, la frana – e una terribile minaccia. Un estratto del racconto di Flavio Pintarelli per il terzo numero della rivista di letteratura atesina Manaròt.![](https://www.salto.bz/sites/default/files/blue-dot-fallback_1.png)Salto.bzFlavio Pintarelli![](https://www.salto.bz/sites/default/files/styles/salto_article_main_image/public/thumbnails/image/1056400_100_0130_ok.jpg?itok=EAYzTiNU)](https://www.salto.bz/de/article/22022022/sangue-acido?fbclid=IwAR0Wep1io4DiBeBSrl1XJefKsRGtj8au5Wp%5FqFF%5FmIJLufkpoAj9jHobQOY&ref=flaviopintarelli.it) Continua a laggere "Sangue acido" su Salto ### Soft KPIs URL: https://flaviopintarelli.it/2022/02/07/soft-kpis/ Last updated: 2022-02-07T12:39:53.000Z Le conversioni sono l'unica cosa che importa davvero al cliente. È una frase bellissima. Rotonda. Le conversioni solo l'unica cosa che importa davvero al cliente. È una frase che semplifica. C'è una cosa, una soltano, che importa davvero al cliente: le conversioni. Se lavori nel marketing questa frase l'hai letta, sentita o vista almeno un milione di volte in un milione di video, blog, corsi o podcast. Ogni minuto di ogni giorno vengono inviate 210 milioni di e-mail, guardate 97.200 ore di contenuti su Netflix, eseguite 4.2 milioni di ricerche su Google ([LOCALiQ](https://localiq.com/blog/what-happens-in-an-internet-minute-2021/?ref=flaviopintarelli.it)) ma al cliente importa davvero una cosa, e una soltanto, le conversioni. Chi scrive o pronuncia frasi di questo tenore, di solito che cosa sono le conversioni tende a non spiegarlo. Conversione è una parola che può voler dire molte cose. Se il tuo obiettivo è generare traffico su un sito, una visita è una conversione. Che quella visita duri più o meno di un millesimo di secondo, se sia stata utile per te che possiedi il sito o significativa per chi l'ha compiuta, se abbia avuto un effetto sulla tua attività, sono tutti dettagli che non interessano se il tuo obiettivo è generare traffico su un sito. Insomma, se le guardi con più attenzione, le conversioni sono una questione di obiettivi; di obiettivi che ci poniamo quando prendiamo una decisione o facciamo una certa azione, o diamo vita a un'iniziativa. Quindi potremmo riformulare la frase con cui si apre questo post, dicendo che gli obiettivi sono l'unica cosa che importa davvero al cliente. E qui la cosa si fa complicata, perché capire quali sono gli obiettivi significativi è una delle parti più difficili di un progetto. Ma non è quello di cui voglio parlare. Mi interessa di più ciò che intende davvero chi scrive o afferma che le conversioni sono l'unica cosa che importi a un cliente, ovvero le vendite. Quando leggi frasi come "ciò che importa davvero al cliente sono le conversioni" dovresti allenarti a sostituire automaticamente la parola "vendite" alla parola "conversioni". Perché è di vendite che sta parlando chi scrive o dice frasi del genere. Quindi stai dicendo che le conversioni, anzi le vendite non sono importanti? No, le vendite sono importanti e lo sono anche le conversioni. Nel marketing sono la cosa più importante? Probabilmente sì. O almeno sono una delle cose più importanti, ma non è detto che siano la sola cosa che importi davvero a un cliente. Quando lavori sul campo e ti confronti con situazioni concrete - che poi significa quando entri in contatto e interagisci con un'altra persona che chiami cliente, perché lui acquista da te la tua conoscenza e il tuo saper fare - ti accorgi che le cose non sono sempre così lineari come sembrano. I clienti sono persone, e le persone non si comporatano mai come la teoria vorrebbe che facessero. Tanto quanto sono [irrazionali i consumatori](https://www.routledge.com/The-Irrational-Consumer-Applying-Behavioural-Economics-to-Your-Business/Trevisan/p/book/9781138274112?ref=flaviopintarelli.it), lo sono anche i clienti. Entrambi in fondo sono persone, e le persone sono guidate, sempre, da motivazioni intime, profonde e, spesso, difficili da sondare. Negli ultimi dieci anni ho lavorato quasi ogni giorno a contatto con persone che erano clienti miei o della mia organizzazione. Facendolo mi sono trovato molto più di frequente di quanto mi aspettassi in situazioni in cui a importare davvero ai miei clienti erano cose molto diverse dalle conversioni e dalle vendite. Il bisogno di sentirsi importanti e riconosciuti dai propri pari; il desiderio di essere i primi a intraprendere una strada, anche se dovesse rivelarsi impervia o sbagliata; la voglia di accordare l'immagine pubblica della propria azienda all'idea che il cliente si è fatta di essa; saper esprimere con parole e immagini qualcosa che il cliente vorrebbe raccontare, ma non è in grado di farlo. Propongo di chiamare *soft KPIs* questo insieme di idiosincrasie, piccoli e grandi vezzi, sfizi e sfumature della personalità*.* Ho scelta questa formula per ricalcare la differenza tra competenze dure (*hard skills*) e competenze morbide (*soft skills*), dove le prime rappresentano le nostre conoscenze e il nostro saper fare e le seconde il modo in cui ci comportiamo a seconda delle situazioni e in diversi contesti. I *Soft KPIs* andrebbero perciò pensati come tutti quegli indicatori di performance che attengono alla sfera personale e intima del cliente. Sono i sogni, i desideri e i bisogni che lo caratterizzano come persona e non come imprenditore o manager. Nella mia esperienza di *strategist* mi sono accorto che questi *soft KPIs* sono altrettanto importanti degli *hard KPIs*, ovvero conversioni e vendite. I primi stanno in relazione ai secondi, come la figura sta in relazione allo sfondo nella [psicologia della *Gestalt*](https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia%5Fdella%5FGestalt?ref=flaviopintarelli.it): vendite e conversioni rappresentanto la costante di un progetto di strategia di marketing e comunicazione, mentre idiosincresie, desideri e bisogni inespressi sono le variabili che emergono da quello sfondo. Uno dei compiti che spettano a un consulente indipendente è perciò quello di imparare a riconoscere e gestire i *soft KPIs* nel contesto in cui si trova a operare. Ho maturato questa convinzione partendo dalla lettura di *[Navigating Power & Status](https://tomcritchlow.com/2020/06/24/navigating-power-status/?ref=flaviopintarelli.it)* un capitolo del libro *[The Strategic Indpendent](https://tomcritchlow.com/strategy/?ref=flaviopintarelli.it)* di Tom Critchlow. Per il consulente indipendente, questa è la mia opinione, è tanto importante cogliere le relazioni di potere all'interno di un'organizzazione, quanto le idiosincrasie personali dei soggetti con cui ha a che fare. La costruzione di una relazione efficace con il cliente passa anche dalla gestione delle sue aspettative inespresse o (all'apparenza) irrazionali. È solo imparando a riconoscere e a cogliere tali segnali che è possibile definire i *soft KPIs* (che sono diversi da caso a caso) e convertirli. ### "La carne delle cose" su Manaròt. Rivista di letteratura atesina URL: https://flaviopintarelli.it/2022/01/20/la-carne-delle-cose-su-manarot-magazine/ Last updated: 2022-01-20T15:21:12.000Z ### Il 15 gennaio 2022 è uscito *Decay*, il terzo numero di *Manròt. Rivista di letteratura atesina*. All'interno è presente un mio racconto, *Sangue Acido*. *Decay* è distribuito nelle librerie, [il cui elenco è disponibile sul sito della rivista](https://www.manarotmagazine.it/?ref=flaviopintarelli.it). Quello pubblicato di seguito è, invece, il racconto apparso nel gennaio del 2021 su *Nachlass*, il primo numero della rivista. --- “Guarda” disse Marcello, mettendomi sotto gli occhi un’immaginetta che impiegai un attimo per mettere a fuoco. “C’è dentro tutta Bolzano”. La stringo nel palmo e premo i polpastrelli contro gli spigoli. Cerco di ricreare la sensazione che ho provato, quella strana scarica di energia che ha pervaso il mio corpo la prima volta che l’ho toccata. Che ho toccato la calamita. In primo piano, tre quarti dell’immagine era occupata da una veduta di piazza Walther, il salotto buono bolzanino. L’aiuola sotto alla statua di Walther von der Vogelweide - il Minnesänger che da queste parti chiamano “il Dante tedesco” - è un tappeto verde ribollente di fiori colorati. Figurette di persone in maniche di camicia passeggiano lì intorno o s’assiepano sotto ai gazebo dei bar, avvolte nella più banale e calda luce di tarda primavera. Dietro la statua, sulla destra, si scorgono i portici di quello che fu il *palais* Campofranco, sormontati dalla scritta Bolzano-Bozen in sovrimpressione. Sulla sinistra, il duomo col campanile tardo gotico e i tetti di maioliche verdi e dorate. L’immagine è stiracchiata, piegata ai lati, deformata come se fosse stata presa con un *fish-eye*. È incorniciata dal profilo delle pendici di due montagne che creano come una quinta dietro la quale si staglia la mole innevata di quello che, a prima vista, mi pare proprio essere il Catinaccio-Rosengarten. Ma sì, non può che essere altro che lui, il Catinaccio. Dopotutto, anche se l’immagine è tagliata malamente verso l’alto, quelle incastonate tra la statua del Vogelweide e il campanile della chiesa sono evidentemente le tre Torri: la principale, la nord e quella est. “Lo so, lì non ci dovrebbero essere quelle montagne” m’anticipa Marcello, come se m’avesse seguito col pensiero mentre i miei occhi leggevano l’immagine, elaborandone il senso. Già, il Catinaccio-Rosengarten sta dalla parte opposta di quella veduta della piazza. Da quella posizione, al limite, ci si potrebbe scorgere in lontananza il profilo del monte Macaion, col suo riconoscibilissimo avvallamento squadrato. M’accorgo allora che l’immagine è una costruzione sintetica, una specie di fotomontaggio a tre dimensioni che serve a rappresentare la città, affastellandone in quello spazio microscopico alcuni degli elementi più riconoscibili. Un coagulo di porzioni di spazio-tempo collassate una sopra l’altra. A giudicare dalla fioritura, nella piazza sarà fine maggio, sulle montagne pieno inverno, tanto le pareti sono cariche di neve. Qualcosa nell’angolino in basso a sinistra mi pizzica l’occhio. Come ho fatto a non notarli prima? Sotto una nuvola violetta che dovrebbe essere il ramo sfocato d’un albero in fiore, ci sono due bambini. Camminano affiancati e stringono, uno con la sinistra e l’altra con la destra, un cesto di vimini colmo di fiori. L’immagine ha un che di nuziale. Lisci e biondi al limite del parossismo, distanti anni luce dal tipo del contadino affilato e spigoloso che Leni Riefenstahl racconta d’aver apprezzato in uno dei suoi soggiorni altoatesini, indossano gli abiti della domenica, quelli della messa o delle grandi occasioni. Lui camicia bianca e pantaloni neri, con un panciotto nero anch’esso da cui spunta una catena d’oro. Lei calze bianche, gonna blu, corpetto nero e rosso sopra una camicia bianca, con corte maniche a sbuffo. Sono alti tre volte le persone accanto a cui il perito grafico autore dell’immagine ha deciso di collocarli. Potrebbero, se volessero, schiacciare tutti i turisti scollacciati che passeggiano ignari di loro sul pavé. Gli basterebbe alzare un piedino, soltanto un piedino, calarlo, assecondare la gravità, per annullare quei corpi in villeggiatura. Forse Bolzano è esattamente questo, un luogo in cui l’armonia nasconde il collasso, mentre su ogni cosa vigilia il matrimonio mistico della tradizione, la sola forza capace di tenere tutto questo insieme a dispetto delle prospettive aberranti con cui costringe lo spazio-tempo a piegarsi, ad appiattirsi. *Time is a flat circle*, mormora Reggie Ledoux, mentre la stanza intorno a me *glitcha* e, per un istante, sono anche io inginocchiato in una palude della Lousiana, minacciosa e derelitta come la mia città. Poi tutto comincia a girare. I confini delle cose si rincorrono gli uni con gli altri in una centrifuga. Lo spazio accelera, rotea su sé stesso. Al centro di questo vortice che si schiude dalla rotondità del minuto cestino di fiori tenuto in mano da quei giganti bambini e si espande fino ad avvolgermi tutto, ecco che appare, nitido davanti agli occhi, un altro circolo. È un cerchio, brunito, liscio e freddo. È il tondo metallico dalla macroscopica corona di spine che per anni gli Schützen hanno portato con loro in manifestazione per simboleggiare le sofferenze patite dalla gente di questa terra. Dura un istante, quella visione; e mentre il lugubre scalpiccio di passi cadenzati si spegne, l’immagine s’allontana trascinata sul fondo della mia pupilla e subito sostituita. Tondeggiante, il grottesco volto batrace di una scultura di Kippenberger s’avanza dal fondo del vortice finché la rana, inchiodata alla croce, non emerge completamente dal frigo dominando la cucina con la sua presenza. Cala il buio, screziato soltanto dal gioco di luci e ombre che le fiaccole del vilipendio e le torce dell’indignazione gettano su *Zuerst die Füße*, così si chiama quell’effigie precipitata sulla nostra terra da un altrove blasfemo. Ma la ridda dello sdegno dura poco, giusto il tempo di dar soddisfazione agli imbecilli e lasciare, sul pavimento della sala, il residuo ammonticchiato della festa che una solerte donna delle pulizie già s’appresta a sgomberare con decisa autorità, spazzando via la sozzura con colpi di scopa circolari prima rapidi e poi via via più lenti e ampi. ![Immagine della rivista appoggiata su un puff verde.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/01/IMG_20220120_122918.jpg) *Decay*, il terzo numero di *Manaròt. Rivista di letteratura atesina* Un respiro e sono di nuovo a casa, la faccia piantata davanti allo sportello, un rigagnolo di sudore freddo che scorre tra la base del collo e la spina dorsale. Stringo la calamita tra le mani e la faccio scivolare nella tasca dello zaino che mi sto caricando sulle spalle. Guardo fuori dalla finestra e vedo l’orto che fu di mia nonna prima e di mio padre poi. Lascio proseguire lo sguardo tra le case degli operai. Supero i tetti del blocco che chiude il quartiere e i miei occhi ora s’arrampicano sulle balze innevate della montagna di fronte. All’altezza del Castel Flavon vengono sospinti verso l’alto dalla verticalità delle pareti. La giornata sarà limpida e tersa, penso. Ieri notte s’è alzato il vento. Ma a me non resta più tempo per struggermi. Qualcosa mi chiama e devo andare. Abbasso l’avvolgibile ed esco. Bolzano, e con lei questa Provincia così apprensiva da essersi guadagnata l’appellativo di “mamma”, sono qualcosa da cui scappare, da cui affrancarsi, da cui emanciparsi. La fuga e l’assenza sono lo strumento per farlo. Perciò la fine del liceo, l’inizio dell’università - quella vita lontana, in un altrove qualsiasi, in un posto che fosse “dappertutto tranne qui” - hanno scavato un solco che mi separa dal mio luogo d’origine. Poco meno di dieci anni è durato quell’esilio volontario, che io e come me anche altri, amici o sconosciuti, avevamo promesso sarebbe stato per tutta la vita. Poi sono tornato - siamo tornati in molti a dire il vero, quasi tutti - portandomi dietro questo senso d’assenza a un luogo che in quei rari, cadenzati ritorni a casa che il calendario ci concedeva, mi sembrava rimanesse sempre uguale a sé stesso, immobile, immune allo scorrere del tempo. Lungo l’autostrada A22, i cartelloni che indicano le distanze dei caselli iniziano a riportare il nome di Bolzano più o meno all’altezza di Rovereto. Prima di allora, per la segnaletica autostradale, nei circa centocinquanta chilometri che separano Trento dal confine non sembra esserci nulla di notevole: un vuoto chiamato Alto Adige. È in questo vuoto che abitano i fantasmi della calamita. Che sono poi gli stessi che mi perseguitano quando, ovunque sono, dichiaro la mia provenienza. *Ma non mi pare che parli con l’accento di Bolzano. Quale accento? Quello vostro, tipo il nonno di Heidi. Ma io non sono tedesco. Ah, non siete tutti tedeschi dalle vostre parti? No.* Nel vuoto proliferano i cliché. Lo saturano senza riempirlo perché sono piatti, monodimensionali. Lo mascherano, ci si appiccicano sopra come una pellicola vischiosa su cui il tempo scivola via dissimulando il cambiamento. Anche io ci rimbalzo, su questa superficie elastica che ti separa dalla carne delle cose. Penso a questo mentre aspetto il bus, camminando avanti e indietro sotto alla pensilina, le mani ben ficcate nelle tasche a proteggerle dal freddo di queste gelide sette del mattino. È allora che mi scappa uno sbuffo. Una donna mi cerca con sguardo complice. Guardò dall’altra parte. Ci s’aggrappa, “son sempre in ritardo, è vero o no?”. Abbozzo un ghigno tirato e provo a far finta di nulla: “nella direzione opposta ne son passati diversi da quando sono qui, nella nostra invece nessuno”. Arrivati a questo punto ho già messo mano al cellulare e avviato l’applicazione dell’azienda di trasporti, “ha solo cinque minuti di ritardo, vede” dico io con una punta di fastidio per nulla celato, mettendole lo schermo sotto il naso “ci sarà traffico, è l’ora di punta dopotutto. Vedrà che adesso arriva. Di solito sono abbastanza puntuali.”. Mentre la donna sta per ribattere che no, non è vero, che ieri l’altro ha aspettato per più di venti minuti e che l’autobus non arriva mai ecco spuntare il 110 da dietro la curva del cimitero, salvandomi sul filo di lana. Le porte s’aprono con il loro solito sibilo pneumatico. Mentre salgo penso che, fossi stato da solo, mi sarei spazientito anche io. Siamo a Bolzano, mica a Roma. Le cose, qui, funzionano. M’accomodo al solito posto, ultima fila, sedile a destra. Scelgo quello perché proprio lì sotto è alloggiato il motore e dal rivestimento di plasticone che lo copre sgorga, piacevole, un certo calore dai sentori di gasolio. Il bus squarcia via Claudia Augusta, il cuore di Oltrisarco. Finché il sogno industriale italiano è durato questo era il quartiere degli operai che lavoravano negli stabilimenti siderurgici e automobilistici costruiti al di là della ferrovia che s’intravede ogni tanto oltre le fila di case sulla sinistra. Mio padre me li indicava, se capitava di passarci vicino con la macchina, e raccontava che quando facevano la fusione, di notte, negli anni Cinquanta, il quartiere s’illuminava dei riflessi rossastri degli altiforni e il giorno successivo tutti avevano un bel daffare a spazzare via la rena rossa che si depositava sui balconi. Solo che da quelli veniva via più facilmente che dai polmoni, come quelli devastati di mio nonno che per colpa della fabbrica non ho mai conosciuto. È morto che mio padre aveva otto anni e gli ha insegnato che non esiste un padrone buono, come canta Bresh in una sua canzone ricordandomi, ogni volta che la sento, che quel retaggio è anche il mio retaggio. Chiusi gli stabilimenti, a minare la salute degli abitanti del quartiere, oggi tra i più multietnici della città, ci hanno pensato i gas di scarico dell’autostrada che corre sopraelevata, parallela anch’essa alla via Claudia Augusta, ancora una manciata di chilometri più a sinistra della ferrovia. Nonostante tutto sono orgoglioso di aver vissuto nel quartiere fino a oggi. Oltrisarco, con le sue villette e palazzotti d’inizio novecento costruiti in un modesto stile liberty che s’alternano a caseggiati più moderni, ha in sé un fascino street che pochi altri quartieri della città possono vantare. A quindici anni avrei pagato per poter dire d’essere un Oltry Boy, perché quanto a credibilità di strada chi ci passa la vita, nel quartiere, non è secondo a nessuno. Crescere qui, sentii dire da un ragazzetto all’amico, un pomeriggio che tornavo dal lavoro, è come crescere a Napoli. Non proprio, penso, ma credo anche sia bello poter fingere di venire da un posto dove la vita non ti regala un cazzo, anche se vivi nella provincia più ricca d’Italia. ![Immagine della rivista appoggiata su un lenzuolo a righe bianche e verdi.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2022/01/IMG_20220120_122952.jpg) *Decay*, il terzo numero di *Manaròt. Rivista di letteratura atesina* Superato il ponte, il percorso dell’autobus resta lineare per qualche chilometro ancora mentre dai finestrini scorrono come quinte i palazzi di via Roma e corso Italia. Se non fosse per la piazza del Tribunale, quella col fregio di Mussolini trasformato in un meme antifascista grazie a un’azzeccatissima citazione di Hannah Arendt che recita “nessuno ha il diritto di obbedire”, questa parte del percorso sarebbe alquanto insignificante. È per queste vie che nel 2011 Casa Pound ha marciato in difesa del fregio e di Bolzano italiana. Ed è in una di queste, quella intitolata al socialista interventista Cesare Battisti, che ha la sua sede. Il bus ci passa davanti proprio in questo momento, rallentando prima della fermata, giusto in tempo per poter osservare i cartelloni esposti sulla strada questa settimana. Martiri delle foibe, mutuo sociale e l’immancabile “basta feccia! \[cit.\]”. L’indirizzo comunque non l’hanno scelto a caso. Via Cesare Battisti è nel cuore della Bolzano fascista. Quella costruita dal Duce, quella che quando c’era lui si dormiva con la porta aperta, quella di cui il Monumento alla Vittoria è l’unità di misura ultima ed essenziale. Mentre il bus passa a fianco del colonnato sormontato da fasci littori osservo ancora una volta la scritta latina che, sul frontone, fa da cornice all’immagine della vittoria sagittaria che scaglia la sua freccia a nord, verso il nemico di sempre: “hic patriae fines siste signa hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus”. Chi vuol capire perché qualcuno avesse tanto in uggia questa costruzione da aver provato più volte a farla saltare in aria col tritolo non dovrebbe far altro che provare a tradurre quelle parole: “qui abbiamo fissato i confini della patria, qui abbiamo colonizzato i barbari con la lingua, le leggi e le arti”. I barbari sono, manco a dirlo, le popolazioni locali di lingua tedesca. Ma a chi viene da fuori per respirare la nostra aria, pura di perfezione, tutto questo non sembra interessare.. “Siamo in Italia o no? L’italiano lo dovrebbero parlare, con tutti i soldi che gli diamo!”, dice la vox populi del turista mentre il bus rallenta alla fermata di piazza Domenicani. Da qui al centro storico è questione di una manciata di minuti a piedi. Basta risalire via Goethe e in breve, sulla destra, si apre il lungo cunicolo di via dei Portici. Questo decumano, che da secoli è la strada delle botteghe mi ricorda che Bolzano, fino a un centinaio di anni fa, non è mai stato un centro di potere politico. La sua posizione ne ha fatto una città di bottegai, nulla di più. Qui regnano schei e svanziche e nel palazzo mercantile c’è ancora un quadro che raffigura l’allegoria delle tasse. L’apice di questa sua atavica vocazione al commercio, Bolzano la raggiunge però nella piazza che sto costeggiando adesso. Piazza Walther! È qui che, dalla prima domenica d’avvento all’epifania, si celebra quella grande liturgia del consumo che è il Mercatino di Natale. Una tradizione inventata di sana pianta, ripresa dal Nord Europa, impacchettata e rivenduta a uso e consumo dei turisti che da un generico sud d’Italia - per l’altoatesino medio una qualsiasi regione posta al di sotto del confine della Provincia rappresentato dalle chiuse di Salorno e immancabilmente meno efficiente, ricca e pulita della nostra - rigurgitano fuori da pullman, treni e automobili private con il solo scopo di partecipare a questa gigantesca orgia collettiva fatta di luci e colori che accendono le vie della città, riscaldando l’aria frizzante di dicembre per la quale si spandono gli odori pungenti del vin brulè e di ogni altra specialità locale. Dai grassi canederli ai goulasch saporiti, agli strudel speziati, il Mercatino di Natale è una festa per tutti i sensi, capace di regalare tutta la romantica magia dell’atmosfera natalizia che avete sempre desiderato. O qualsiasi altra formula analoga che si legge su quei prospetti turistici e siti web che io stesso ho contribuito ad alimentare quando lavoravo come redattore pubblicitario: un’immagine diabetica di gioia natalizia che anche i locali vivono con un misto di riverenza («dopotutto “ne giova l’economia della città”»), e odio profondo, (ché “quando c’è il Mercatino ci vuole un’ora per fare un chilometro e state a casa teste di cazzo”). Soffio fuori dai polmoni con forza, mentre le porte dell’autobus mi scaricano davanti alla facciata austera della stazione. Salgo le scale sotto gli sguardi di rimprovero delle statue che rappresentano le virtù della produttività e del lavoro. Guardo verso il parco che fra qualche anno non esisterà più. Al suo posto qui ci sarà un centro commerciale. Ho fatto la scelta giusta, mi dico, mentre le porte a vetri si chiudono alle mie spalle e percorro il lucido salone della biglietteria e scendo le scale e imbocco il sottopassaggio per poi risalire all’ultimo binario. Salgo i gradini, uno dopo l’altro, e allora rallento perché il passo si fa meno stabile, meno sicuro. Il vento gelido che soffia dal Brennero si sfoga ora fuori dall’imbuto della valle dell’Isarco, spazzando l’areale ferroviario e incanalandosi lungo la scalinata finendo per tagliarmi la faccia. Quando emergo sulla banchina mi tiro il berretto sulle orecchie e lo sento scricchiolare acrilico contro i capelli, carichi di elettricità statica. Dal regionale mi sciamano contro, rapidissimi, i pendolari delle otto e trenta che marciano compatti verso scuole e uffici. Un istante e sono solo. Alzo gli occhi. Di fronte a me chiazze di neve tra le vigne della collina di Santa Maddalena e le coste del monte Tondo brillano, illuminate dal sole che, sulla destra, è appena spuntato oltre la cima del Colle. Poco più indietro, a chiudere come un fondale la valle, fiera nella luce del mattino, con le balze di bianco addobbate, la mole del Catinaccio mi osserva indifferente, riempiendomi gli occhi e il cuore. Un primo fischio richiama i miei propositi alla mente. Vattene, lasciati tutto alle spalle, dice la voce. Un secondo fischio, qualcosa s’inceppa. Ora o mai più, sali, ti sei già dimenticato il conflitto etnico e l’eredità di Langer e il primo posto nella classifica della qualità della vita e come siete fortunati voi e non mi pare che hai l’accento bolzanino quale? Quello tipo Heidi, non parlate così voialtri lassù? mi scorrono di nuovo nelle orecchie tutte le frasi fatte, i fantasmi che sto rifiutando, le etichette che m’hanno appiccicato addosso. Tutto volevo lasciarmi alle spalle. Al terzo fischio ho già deciso. Il treno comincia a macinare lentamente il suo ritmo sulla strada ferrata. Io sto scendendo i gradini per tornarmene a casa. Metto una mano nella tasca e ne estraggo la calamita. La guardo, la stringo, mi pungo le dita sui suoi spigoli aguzzi. ### Alto Adige - cronaca di un'estinzione - La turbolenza #0 URL: https://flaviopintarelli.it/2021/12/20/alto-adige-cronaca-estinzione/ Last updated: 2025-03-23T19:45:17.000Z Intervistato dal quotidiano Alto Adige*,* Erwin Hintereggr, CEO di IDM, potentissima agenzia di marketing territoriale che controlla il *brand* Alto Adige, parlandone in modalità *damage control* lo definisce un "grave danno d'immagine" e un "problema di reputazione da recuperare". Oggetto della sua costernazione è l'elevato numero di persone che, in Provincia di Bolzano, hanno scelto di non aderire alla campagna vaccinale contro il virus SARS-CoV2, che da due anni imperversa per il mondo, mettendo alla prova la tenuta di molte società, soprattutto in Occidente. Nel mirino delle preoccupazioni di Hinteregger c'è la buona riuscita della stagione turistica invernale che, dopo un anno, appare ancora a rischio dal momento che la provincia si trova attualmente in bilico tra la zona gialla e quella arancione. A dominare il panorama è un diffuso senso di incertezza, amplificato da una copertura mediatica nazionale e internazionale tutt'altro che lusinghiera. Incertezza che sta avendo un duplice effetto sul comparto turistico: da una parte ci sono le numerose disdette registrate dagli operatori e dall'altra le prenotazioni che stentano a decollare, alimentandone la preoccupazione. Per rendersi conto che anche questa si prospetta una stagione difficile bastava passeggiare per il centro di Bolzano durante il ponte dell'Immacolata. In quella che, per tradizione, è una delle festività chiave per il turismo invernale legato ai mercatini di Natale la città appariva stranamente calma e compassata. A chi scrive però, quello che per Hinteregger è soprattutto un problema di PR, da risolvere attraverso "una revisione dell'apparato di comunicazione *di IDM*", appare come qualcosa di più profondo e prende i tratti più complessi e sfumati dello *shock culturale*. Per capire perché è opportuno fare una digressione lunga quasi due anni. ## La via sudtirolese alla pandemia All'inizio del 2020, quando lo spettro del SARS-CoV2 cominciava a manifestarsi in Italia, apparendo tra lo sbigottimento generale dall'altrove orientalista in cui era originariamente apparso, il presidente della locale Camera di Commercio, che è anche l'imprenditore che controlla da una posizione di [quasi monopolio](https://www.ildolomiti.it/politica/2018/ladige-comprato-da-athesia-ora-e-monopolio-sudtirolese-con-trentino-alto-adige-e?ref=flaviopintarelli.it) la maggior parte dell'informazione della provincia, [dichiarava](https://www.altoadige.it/cronaca/bolzano/vertice-d-urgenza-con-l-economia-primo-non-mollare-1.2281412?ref=flaviopintarelli.it), a proposito del diffondersi del Coronavirus, che > se si analizzano i numeri in modo obiettivo, si scopre che in Alto Adige il rischio di contagio è minimo, indipendentemente dal fatto che nei prossimi giorni sorgano o meno altri casi isolati. Anche se si venisse contagiati, in nove casi su dieci il decorso della malattia non è preoccupante. Non c'è quindi motivo di disperare. Gli effetti psicologici ed economici del Coronavirus sono molto più pesanti della malattia stessa. La vita e il lavoro devono continuare. L'inconsistenza e la protervia di un'affermazione del genere divennero evidenti quando, poche settimane dopo, i contagi erano esplosi in tutta la Provincia di Bolzano e alcune delle principali località turistiche del territorio - la Val Gardena in testa a tutte - si erano trasformate in focolai di considerevole entità. In quei giorni di marzo in [un'intervista pubblicata su *salto.bz*](https://www.salto.bz/de/article/11032020/coronavirus-lodissea-degli-infermieri?ref=flaviopintarelli.it)*,* Massimo Ribetto, referente regionale del sindacato degli infermieri *Nursing up*, dichiarava che > la percezione è che l’Alto Adige sia rimasto indietro, di almeno una settimana, rispetto al resto d’Italia e che non si stia facendo abbastanza. Ciononostante, e a dispetto di questa e altre *cautonary tales* che tennero banco nelle cronache di quei primi giorni di pandemia, la gestione dell'emergenza da parte del sistema Alto Adige fu improntata fin da subito verso una "via sudtirolese alla pandemia". In contrasto con il governo centrale e in anticipo rispetto al resto d'Italia, la Provincia di Bolzano, appoggiandosi allo Statuto di Autonomia, è stata la prima a riaprire le attività. Questa dinamica conflittuale da una parte sembrava guardare alla storia turbolenta del rapporto Alto Adige e Italia, dall'altra parte appariva però più come un gioco delle parti che permettesse al governo locale di procedere lungo la sua strada senza che quello nazionale perdesse la faccia, e dunque il controllo, sul resto del territorio Con l'arrivo dell'estate 2020, sempre in anticipo rispetto al contesto e per non turbare l'idillio dei turisti, la Provincia di Bolzano è stata tra le prime ad allentare le restrizioni, alimentando l'idea che il peggio fosse passato, salvo poi trovarsi, impreparata, ad affrontare, all'inizio dell'autunno successivo, la seconda ondata. Anche in questo caso la reazione è stata lenta, caratterizzata da tentennamenti e inefficace. Si è così arrivati alla mezza farsa del [test di massa](https://flaviopintarelli.it/2020/11/20/giorni-pandemici/) del novembre 2020, la cui efficacia è stata minata fin dall'inizio dalla fretta di riaprire per "salvare il Natale", che nel giro di due mesi e in piena terza ondata[ ha riportato la provincia in zona rossa](https://flaviopintarelli.it/2021/02/02/pandemia-alto-adige/), proprio mentre il resto del paese usciva, lentamente e a fatica, dalle restrizioni. A conti fatti, La "via sudtirolese alla pandemia" - la convinzione che le doti di organizzazione e diligenza che fanno parte dell'identità e dell'autorappresentazione della popolazione altoatesina sarebbero, da sole, bastate a gestire la crisi in modo più efficace e con un decorso più rapido rispetto al resto del contesto nazionale e internazionale - si è rilevata infatti fallimentare e inefficace. In questo fallimento risiede il primo nucleo dello *shock culturale* che ha scosso e scuote ancora la psiche collettiva degli abitanti della provincia di Bolzano, mettendo in discussione fino a fratturarla un immagine di sé consolidata nel corso di decenni e che appariva intoccabile solo fino a pochi mesi fa. È stato proprio mentre questa consapevolezza cominciava a depositarsi nel corpo collettivo altoatesino che un altro fenomeno di grande portata cominciava a far sentire la propria presenza sul territorio. ## L'Alto Adige e il rifiuto del vaccino In ritardo rispetto al resto del paese, l'Alto Adige ha vissuto gli echi del movimento "Io apro" quando, all'inizio del gennaio del 2021, si è tornati a parlare di chiusure. In quei giorni furono chiamate un paio di manifestazioni discretamente partecipate, almeno per un territorio poco o nulla incline a questo genere di forme di protesta. Ad attraversare quelle piazze erano soprattutto e in modo più evidente albergatori e ristoratori preoccupati di dover chiudere ancora una volta. A quel tempo era ancora lo spettro di un nuovo lockdown - che sarebbe comunque arrivato - a dover essere esorcizzato. Eppure, facendo attenzione e muovendosi tra gruppi Facebook e chat Telegram, ci si poteva accorgere che l'ombra di una nuova minaccia stava profilandosi all'orizzonte: quella del vaccino e, poco dopo, quella del passaporto vaccinale. Quella di Bolzano è stata infatti tra le prima province italiane ad avviare la campagna vaccinale e ad adottare un pass, il cosiddetto Corona Pass, mutuato da analoghe iniziative prese nel mondo tedesco, da sempre punto di riferimento privilegiato per l'Alto Adige. L'opposizione a queste misure inizia perciò a farsi sentire con un certo anticipo rispetto al resto d'Italia e d'Europa. Già alla fine dell'inverno, a Bolzano, Bressanone e Brunico, vengono organizzate le prime, poco partecipate, "passeggiate per la libertà". In primavera appaiono affissioni contro il pass vaccinale e vengono organizzate manifestazioni di protesta che hanno il rifiuto del vaccino come argomento centrale. Una delle voci più in vista di quel movimento, l'avvocatessa Renate Holzeisen, guadagnerà proprio in quei mesi anche un piccolo credito di fama nazionale partecipando ad alcuni "dibattiti" televisivi. Candidata all'elezioni europee per il Team K, spin off locale del Movimento 5 Stelle capace, nel 2018, di prendere il 15,2% dei voti alla sua prima partecipazione alle elezioni Provinciali, Holzeisen è da tempo impegnata in prima persona a sostenere la causa dei sanitari sospesi per il rifiuto della vaccinazione. Nonostante sembri aver perso forza e voce proprio mentre nel resto d'Italia, tra l'assalto alla CGIL e la [sommossa di Trieste](https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/11/strange-days-no-green-pass-trieste-1/?ref=flaviopintarelli.it), esplodeva la protesta contro il Green Pass e il vaccino, va comunque evidenziato come questo movimento rappresenti al momento circa il 15% della popolazione vaccinabile della Provincia di Bolzano che è il terzo territorio meno vaccinato d'Italia, secondo solo a Sicilia e Calabria. Come abbiamo già visto, è a questa irriducibilità che faceva riferimento Hinteregger quando parlava di un danno di reputazione. Ma è interessante tornare alle sue parole a questo punto, perché quando gli viene chiesto cosa intenda per reputazione, il CEO di IDM risponde: > beh, una lunga tradizione di rispetto delle regole, di attenzione al benessere loro e anche dei nostri ospiti. A partire da queste parole possiamo iniziare a delineare il secondo nodo dello *shock culturale* che sto cercando di mettere a fuoco. Se il fallimento della via sudtirolese alla pandemia aveva messo in discussione l'eccezionalismo dello spirito sudtirolese, la sua capacità di organizzazione e la sua diligenza, l'ostinato rifiuto del vaccino ne sta facendo riemergere quel lato ribelle e irriducibile che ha nella mitologia di Andreas Hofer il suo mito fondativo. Non è un caso se proprio la figura di Hofer ha campeggiato, per molti mesi e accompagnata da un'invettiva contro il lockdown, sulla facciata dell'hotel Cavallino Bianco di San Candido, salito quest'estate agli onori della cronaca nazionale per il divieto di usare la mascherina, imposto dal titolare ai suoi dipendenti. Ma l'effetto di tale rifiuto va molto più in profondità rispetto all'evocazione di miti tecnicizzati come quello di Hofer. La frattura che attraversa oggi la società altoatesina, [polarizzandola con violenza intorno alla dicotmia no vax/si vax](https://www.repubblica.it/cronaca/2021/11/24/news/montagna%5Fno%5Fvax%5Fval%5Fgardena-327688128/?fbclid=IwAR2bc-ZwBXNfErKRCvB73aAq4NQLFv-NEHbx6a7WuLEAQD%5FyUkyIT1YUs9I&ref=flaviopintarelli.it), la fa distribuendosi in modo trasversale rispetto alle linee di appartenenza etnica, rompendo (e per questa suggestione ringrazio l'amico Valentino Liberto, che me l'ha suggerita) quel senso di unità che era emerso come reazione a un altro, enorme *shock culturale*, le Opzioni, e che per decenni ha fatto da collante per la popolazione di madrelingua tedesca. Questo non significa né dimostra che il conflitto etnico sia stato in alcun modo superato. Esso è comunque presente come rimosso, come spettro che infesta ogni aspetto della nostra psiche collettiva. Di fatto ritorna nella narrativa che, rispetto all'accettazione del vaccino e al rispetto delle regole, opporrebbe la popolazione italiana a quella tedesca. Per la prima un'occasione ghiotta, quand'anche Angela Merkel nel suo discorso d'addio ammette di desiderare che "anche la Germania fosse come l'Italia", per fare i conti con il suo senso di inferiorità rispetto alla controparte e riscoprirsi, proprio nell'anno degli straordinari successi sportivi internazionali italiani, migliore e più ligia alle regole dei propri vicini. La realtà dei fatti, sotto a questi conflitti d'identità che stanno ancora a ricordarci come, a dispetto della pacificazione, lo scontro entico sia una ferita che ancora suppura, è più sfocata e dai contorni meno netti. Piuttosto è interessante notare come la dicomotia no vax/si vax riprenda quella tendenza di scontro tra la cultura urbana, progressista e cosmopolita, e quella rurale, conservatrice e suprematista, che è uno dei tratti più evidenti della nuova cultura globale. Per accorgersene basta girare lo sguardo verso gli Stati Uniti nel crepuscolo trumpiano, dove le campagne in armi hanno letteralmente e più volte invase le città in tumulto dopo l'uccisione di George Floyd. ## Cosa fare quando una società si estingue? Quando e se la pandemia finirà le cose non torneranno come erano prima. Questa è un'illusione determinata dal regime discorsivo con cui tutto questo trauma è stato gestito nei suoi primi istanti. Non torneremo ad abbracciarci domani o, se lo faremo, non saremo più gli stessi che si erano allontanati per restare al sicuro. Quello che stiamo vivendo nella terra in cui sono nato e vivo e che ho provato a raccontare con questi appunti brevi e disordinati, che avrebbero bisogno, per essere utili davvero, di un'elaborazione collettiva e urgente di cui oggi non vedo alcuna possibilità, è l'estinzione di una società, la scomparsa di un'autorappresentazione che ci ha accompagnati, determinati e tenuti insieme come società per decenni. Non credo a chi dice che, passato tutto, le persone si dimenticheranno di quanto è successo, perché, si sa, le persone hanno la memoria corta. La magnitudo del trauma è stata enorme e, senza un'elaborazione, senza il lavoro della ripetizione che lo mitighi e lo rimodelli per dare vita a nuove energie, le ferite che ha generato non si chiuderanno. Questo non vuol dire che ci saranno necessariamente dinamiche di causa-effetto. Forse non vedremo inaspettati risultati elettorali, rivoluzioni o la rovina delle istituzioni di oggi. I simulacri del potere e dell'identità sopravvivono al crollo e si preservano nel tempo senza che il loro funzionamento ne venga intaccato. Ma intorno a loro tutto scorre e cambia e, giorno dopo giorno, sfugge alla loro presa e le lascia indietro, vuote e inutili come acquedotti diroccati in un paesaggio di rovine. Ma come si sopravvive all'estinzione? Come si vive all'ombra del disastro? Come si attraversa la zona morta? Io non ho queste risposte, ma sono convinto, e mi spiace per Hinteregger, che non basti "intensificare proprio adesso una comunicazione più realistica e rassicurante", che non sia sufficiente "tirarsi su le maniche e raccontare le persone, i bar aperti, i gestori degli impianti", che la chiave non sia "comunicare, comunicare" quando stiamo perdendo l'immagine di noi stessi e le parole per dirci. Perciò mi affido a un libro. S'intitola [*Cronache della grande estinzione*](https://www.aguaplano.eu/scheda/TINA-Storie-della-Grande-Estinzione-138?ref=flaviopintarelli.it)*.* È il frutto di un lavoro collettivo coordinato da Matteo Meschiari e Antonio Vena, che ne hanno fatto un [manuale di sopravvivenza per tempi oscuri](https://www.lavoroculturale.org/tina-storie-della-grande-estinzione-un-manuale-di-sopravvivenza-per-tempi-oscuri/claudia-boscolo/2020/?ref=flaviopintarelli.it), compendiando la grande mole di letteratura esistente sulla morte delle società, gli *shock culturali* e i cigni neri attraverso una selezione di racconti che sperimentano un linguaggio in grado di attraversare la catastrofe per traghettarci oltre di essa. Ecco, il punto è questo ed è il compito che, credo, ci aspetta oggi. Abbiamo da inventare un linguaggio che ci porti oltre la catastrofe. Abbiamo bisogno di nuove storie e nuove immagini. Di nuovi miti da raccontare quando, rifugiato in fuga, noi sopravvissuti ci stringeremo intorno al fuoco e, coi nostri occhi spaventati, cercheremo qualcosa che ci protegga dall'oscurità in agguato. Se saremo all'altezza, beh, questo non so dirlo, ma non c'è molto che mi dia fiducia oggi. ## 🌪️ Che cos'è la turbolenza? La turbolenza è il diario di lavoro di un libro su come la cultura globale si riflette nella politica altoatesina. Un modo per pensare in pubblico e condividere con te leggi gli appunti che prendo durante la strada. [Leggi anche le altre puntate della serie.](https://flaviopintarelli.it/tag/la-turbolenza/) ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### L’operaio digitale ai tempi dello smartworking URL: https://flaviopintarelli.it/2021/12/16/conflitto-sociale-smartworking/ Last updated: 2026-02-11T21:20:44.000Z 🔨 Questo testo è stato scritto e pubblicato per la prima volta nel 2021 su **Coomonware*. Ho deciso di riprenderlo integralmente perché la rivista non è più disponibile online e perché in questi giorni - febbraio 2026 - la negazione dello smartworking è al centro della vertenza dei lavoratori della software house Ubisoft. La pandemia ha avuto tra i suoi effetti quello di accelerare un ampio numero di fenomeni che, in modo più o meno sotterraneo, si stavano strutturando nella nostra società. Il lavoro da remoto è uno di questi, di certo tra quelli quantitativamente più rilevanti. All’inizio di marzo del 2020, quando Giuseppe Conte annunciò il lockdown nazionale, furono diversi milioni i lavoratori che dovettero ridisegnare in modo radicale le loro routine intorno alle nuove misure previste dall’emergenza. All’improvviso, una modalità di lavoro che fino a quel momento era stata soprattutto un’opzione limitata a persone con problemi di salute, tecnici informatici, manager di medio-alto livello e liberi professionisti diventava esperienza quotidiana per una fetta molto ampia di lavoratrici e lavoratori, soprattutto nel settore del terziario avanzato ma, seppure limitatamente ad alcune funzioni, anche in altri comparti (si pensi per esempio al lavoro amministrativo e di segreteria in tutti i settori della manifattura). In quei primi giorni di quarantena, forse con una funzione motivazionale, la narrazione del lavoro a distanza - che in Italia è stato improvvidamente chiamato *smart working* \- era incentrata soprattutto sugli aspetti positivi della nuova condizione, che avrebbe aiutato contribuito a rendere più produttivi i lavoratori grazie alla dimensione di maggior autonomia che la situazione di emergenza imponeva. Non intendo dire che mancassero campanelli d’allarme, soprattutto sull’assottigliarsi della distanza tra vita privata e lavorativa, eppure, nel clima di unità e concordia nazionale che la pandemia evocava, il lavoro da remoto veniva descritto come qualcosa che la pandemia aveva contribuito ad acquisire, un *new normal* di magnifiche e progressive sorti che, in Italia, avrebbe contribuito a svecchiare anche le relazioni di lavoro più incancrenite. Poco più di un anno dopo il panorama era drasticamente cambiato. Mano a mano che la campagna vaccinale proseguiva sotto la “salda” guida del generale Figliouolo, il fronte datoriale, con il ministro Brunetta a guidare la carica ai bastioni della Pubblica Amministrazione, si è mosso compatto proprio contro quel lavoro da remoto che fino a pochi mesi prima veniva sventolato come una desiderabile novità. Più la situazione pareva stabilizzarsi, più il ritorno alla normalità della vita professionale organizzata intorno alla diade casa-ufficio veniva acclamato a gran voce e il lavoro da distanza minato. Più di qualcuno, tra i giornalisti dediti ad amplificare la voce del padrone, si è spinto a proporre una riduzione della retribuzione per quei lavoratori che avessero scelto il remoto come modalità di lavoro. Tale aberrazione veniva giustificata dalla riduzione dei costi di trasporto e vitto di cui avrebbero beneficiato tali lavoratori, smascherando così in modo inequivocabile come il reddito sia sempre visto dal padronato come uno strumento per sostenere il consumo e non come uno strumento per la sussistenza a cui ogni persona dovrebbe avere diritto per il semplice fatto di essere al mondo. Perché intorno al lavoro da remoto abbiamo assistito a un cambio di fronte così repentino e violento? Proverò a rispondere a questa domanda partendo dalla mia esperienza personale, di lavoratore dipendente ed RLS impiegato in una PMI attiva nel settore del marketing e della comunicazione. Per i miei colleghi e per me, lo switch dal lavoro in presenza al lavoro da remoto - che abbiamo messo in atto in tempi ridottissimi perché, di fatto, molte delle tecnologie che fino a quel momento stavamo già usando erano tecnologie basate sul *cloud* e pertanto progettate per operare da remoto *by design* \- ha equivalso alla presa di coscienza di qualcosa di cui eravamo già convinti ma che non avevamo mai potuto sperimentare: ovvero che il nostro lavoro di *strategist*, *copywriter*, *developer*, *designer* o *system engineer* non aveva alcuna connessione necessaria con un luogo fisico, ma poteva essere svolto da qualsiasi posto nel mondo e in un qualsiasi tempo. Per molte e molti di noi, specialmente per quelli meno politicamente consapevoli della loro dimensione di sfruttamento, questa presa di coscienza ha avuto un valore di autentica rivelazione. Mai, in oltre dieci anni di lavoro, ho visto un tale livello di conflittualità come nelle settimane in cui il datore di lavoro ha organizzato il rientro in sede all’allentarsi del lockdown. E se tale livello può essere considerato ridicolo rispetto a quello che sono capaci di esprimere altri settori dove la stretta padronale è più forte, va comunque ricordato che l’intero settore terziario avanzato, e quello della comunicazione e dell’IT in particolar modo, è intriso di ideologie californiana e mitologie di autoimprenditorialità che hanno reso il progetto di integrazione della forza lavoro nel microcosmo aziendale molto più *frictionless* che in altri settori con una più solida e istituzionalizzata tradizione sindacale alle spalle. Dunque, nelle mie colleghe e nei miei colleghi, cosa ha toccato l’esperienza del lavoro da remoto al punto da suscitare in loro scoppi di lotta di classe che mi sarebbero sembrati impossibili solo fino a pochi mesi prima? Mi spingo a dire che sia stata l’autonomia sperimentata in quelle settimane ad aver acceso la miccia di tali scoppi. Autonomia intesa come presa di coscienza della propria capacità di lavorare senza il bisogno della struttura padronale la cui dimensione di controllo ed estrazione del plusvalore è apparsa in modo assai evidente a molte e molti nel corso di quell’esperienza. ## Vuoi esplorare nuovi mondi? Iscriviti a **Strategie dell'Universo* Iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi. La ritrovo per esempio nelle parole di un collega che, sfogandosi con me per la decisione di rientrare in sede imposta dal datore di lavoro, lamentava di non capire “perché devo rischiare il contagio per arricchire qualcun’altro, quando lavoro meglio da casa?” Al netto dell’ingenuità, in frasi come questa appare come l’esperienza del lavoro a distanza abbia reso questa dimensione di controllo ed estrazione assai più evidente di quanto non fosse nella normalità della routine di ufficio. Credo perciò ci siano tali preoccupazioni alla base tanto della durezza dell’attacco padronale al lavoro da remoto a cui abbiamo assistito, quanto al fenomeno che ha preso il nome di “Great Resignation”, recentemente inchiestato da Francesca Coin in un pezzo uscito su L’Essenziale. Questo sembra essere una reazione personale, impolitica, emozionale alla violenza della reazione padronale che, messa per necessità epidemiologiche di fronte alla possibilità che la forza lavoro sperimenti inedite dimensioni di autonomia capaci di rendere meno necessaria ai loro occhi l’infrastruttura padronale, reagisce per far abortire ogni possibilità in tal senso. Spingendoci questo carotaggio più in profondità, ci si accorge che alla base di questa dinamica c’è un fenomeno che potremmo chiamare “industrializzazione del terziario avanzato”. Come accennavo prima, il settore dei servizi è sempre stato considerato un territorio caratterizzato dalla libera professione come orizzonte culturale e sbocco ultimo di molte carriere. Un orizzonte dominato dalla figura del piccolo imprenditore che, nell’intersezione tra *information technology* e comunicazione, prendeva le vesti del webmaster e che oggi permane come illusione, come spettro o ideologia, mentre la realtà al di sotto dell’immagine muta. Se fino a dieci o quindici anni fa una sola persona poteva efficacemente gestire l’intera filiera di produzione di un sito web, dall’hosting al design delle interfacce, oggi la complessità dell’infrastruttura rende necessaria una maggiore divisione del lavoro in comparti ben definiti (sviluppo, copywriting, ottimizzazione SEO, UX/UI design, gestione del server, ecc.). Con la divisione del lavoro di afferma anche un modo di produrre che avvicina alla realtà industriale quella che un tempo era un’attività dalle caratteristiche quasi artigianali. Ciò avviene perché all’aumentare della complessità del panorama tecnologico, che avviene per effetto delle piattaforme e della loro capacità di determinare gli standard di sviluppo delle tecnologie digitali, l’estrazione di plusvalore necessaria a chi detiene i mezzi di produzione obbliga a scalare verso l’alto la quantità di prodotti realizzati, diminuendo i tempi di realizzazione e standardizzando il risultato finale. Perciò la filiera di produzione dell’informazione digitale si industrializza per garantire, da una parte, l’estrazione di plusvalore e, dall’altra, per rispondere alle esigenze sempre più pressanti di quello che Franco Berardi chiama l’automa cognitivo globale, che “si costituisce ricavando pattern comportamentali dalla registrazione continua dell'esistente, individuando i punti di possibile cablatura nel flusso dei comportamenti e inserendo congegni dotati di intelligenza artificiale negli snodi”. L'estrema economicità dei mezzi di produzione necessari a creare informazione digitale fa sì che tale dimensione industriale possa essere ridotta, tagliando ogni intermediario tra la forza lavoro e l’automa cognitivo globale, fino al livello del singolo lavoratore. È il caso dei turchi meccanici di Amazon o dei content creator, entrambe figure che lavorano a ritmi industriali per nutrire la catena di montaggio dell’automa cognitivo globale, senza per questo essere inseriti in una relazione professionale di dipendenza. Ritengo che sia possibile ritrovare questa dimensione industriale del lavoro terziario non solo nel settore IT o nella comunicazione. Non partecipano forse della stessa dimensione i lavoratori di tutti gli studi professionali che si basano sul lavoro gratuito o sottopagato di forza lavoro inquadrata, come avviene per esempio negli studi di avvocati, architetti, commercialisti o ingegneri, con rapporti di libera professione ma sottoposta a tutte le restrizioni proprie di una relazione professionale dipendente (obblighi di orario, di presenza in sede). Inquadramenti giustificati da possibilità come l’associazione o la scelta di una carriera da liberi professionisti che appaiono sempre meno plausibili, se non addirittura precluse, a chi non possiede sufficiente capitale relazionale, sociale, economico o di posizione? Questa tuttavia resta una suggestione che spetta ad altri esplorare. In conclusione, e tornando al mio ambito specifico, sono convinto che la richiesta di una dimensione di autonomia professionale sotto forma di lavoro a distanza sarà sempre più una richiesta da parte della forza lavoro e un terreno di scontro e conflitto con il padronato. Se questa dimensione sarà di certo più facilmente gestibile dalle grandi aziende burocratizzate, i cui apparati possiedono il *know how* e i *key performance indicator* per gestire il lavoro da remoto, più problematica è la situazione nelle piccole e medie imprese che, anche in questo ambito, dominano il panorama produttivo italiano, perpetrando il modello dell’azienda-famiglia con tutte le sue storture. Con riflessioni di questo genere desidero, da una parte fare luce su un ambito del lavoro contemporaneo su cui si fa ancora troppo poco inchiesta e dall’altra parte suggerire a tutte le organizzazioni che si pongono come obiettivo la trasformazione radicale dell’esistente di investire sulla politicizzazione e la sindacalizzazione di un segmento di classe operaia ancora troppo abbandonato all’ideologia dominante, il cui potere di conflitto è però enorme e ancora tutto da verificare. Cosa succederebbe alla catena di produzione e distribuzione delle merci durante uno sciopero generale dei sistemisti? ## ☕️ Mi offriresti un caffè? ☕️ Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Offrimi un caffè!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "Di quali pesi possiamo farci carico?" su Eccetera Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2021/12/03/di-quali-pesi-possiamo-farci-carico-su-eccetera-magazine/ Last updated: 2021-12-03T10:30:57.000Z *E: la congiunzione*,l'ultimo libro di Franco "Bifo" Berradi uscito in Italia per Nero nella collana Not, è un testo denso e importante. Tra le pagine di questo saggio a cui il filosofo bolognese lavora ormai da molti anni, aggiornandolo di edizione in edizione, ci sono una serie di intuizioni utili a mettere in prospettiva la "grande trasfromazione" che stiamo vivendo. Con questa espressione, Berardi fa riferimento al passaggio dalle modalità analogiche di produzione dell'informazione a quelle digitali. Ma c'è qualcosa di più. Per Berardi, a trasformarsi in modo radicale sono anche e soprattutto le modalità con cui gli esseri umani entrano in relazione tra loro. Queste passano da una modalità congiuntiva e una modalità connettiva, con una serie di conseguenze la cui portata è tanto ampia quanto problematica. Recensendo il libro per Eccetera Magazine, ho provato a mettere alla prova i temi contenuti nel libro, mostrando in concreto quali sono alcuni degli effetti e delle configurazioni a cui fa riferimento. > Dal momento che la mutazione tecnocognitiva interessa sincronicamente ogni aspetto della società, è rilevante notare come tale integrazione all’interno dell’automa cognitivo globale faccia sistema con la parabola del capitalismo neoliberista, la cui traiettoria prosegue da quasi quarant’anni senza che se ne riesca a intravedere una fine che non implichi una catastrofe di proporzioni spaventose. E se ai tempi di Thatcher e Reagan l’individuo era solo di fronte al mercato che ne regolava la vita – **there is no such thing as society* – oggi esso pare consegnato interamente nelle mani dell’automa che ha sussunto in sé anche il mercato (o forse è il mercato a essersi sempre stato una sorta di automa). Quali conseguenze produce questa dinamica nella vita delle persone che più le sono esposte? [Di quali pesi possiamo farci carico? La recensione di “E: la congiunzione”, di Franco “Bifo” Berardi.Quando, nel 1999, Jay David Bolter e Richard Grusin coniano il termine rimediazione per riferirsi alla rappresentazione di un mezzo![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2020/01/cropped-ecceteramagazine_favicon-270x270.png)Eccetera MagazineFlavio Pintarelli![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2021/12/bifo_flavio_pintarelli_ecceteramag.jpg)](https://www.ecceteramagazine.it/blog/2021/12/02/di-quali-pesi-possiamo-farci-carico-una-recensione-di-ela-congiunzione-di-franco-bifo-berardi/?fbclid=IwAR1zAUPExVO2CnsQtrDb7VYgxKaCys4OniN2RPfPX7ayMqtZL6xpiijOgMY&ref=flaviopintarelli.it) Continua a legger "Di quali pesi possiamo farci carico?" su Eccetera Magazine ### "Metaverso, cosa cambierà?" su Diderot URL: https://flaviopintarelli.it/2021/11/26/metaverso-cosa-cambiera-su-diderot/ Last updated: 2021-11-26T11:26:41.000Z Meta è il marchio ombrello che, da qualche settimana, riunisce tutte le aziende di proprietà di Facebook. Il brand nasce perché, come ha spiegato il CEO Marck Zuckerberg, da ora in avanti tutte le aziende del gruppo avranno una sola missione: dare vita al metaverso. Ai microfoni di Diderot, trasmissione della Radio Svizzera Italiana, ho ragionato intorno a cosa questa scelta significa in termini di business e di futuri sviluppi della nostra socialità digitale. ### [Ascolta l'intervista sul podcast di Diderot.](https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/diderot/Metaverso-cosa-cambier%C3%A0-14774664.html?f=podcast-shows&utm%5Fsource=pocket%5Fmylist) ### "Per un pensiero che attraversi il disastro" su Singola URL: https://flaviopintarelli.it/2021/10/26/per-un-pensiero-che-attraversi-il-disastro-su-singola/ Last updated: 2021-10-26T19:00:04.000Z *Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare* è uno strano oggetto. Nelle sue pagine un filosofo, Michael Marder, e un'artista, Anaïs Tondeur, dialogano tra loro con parole e immagini intorno a un tema: come si sopravvive a un disastro di proprozioni inimmaginabili? Al centro del loro conversare c'è quello che può essere definito come il disastro distintivo della contemporaneità: l'esplosione nucleare di Chernobyl. Nasce così una riflessione che pone al lettore una domanda: quali sono le caratteristiche di un pensiero che attraversi il disastro? A questa domanda, prendendo in mano di fili di cui il libro è composto, ho provato a dare una risposta nella recensione pubblicata dai tipi di Singola. > La scrittura congiunta di Tondeur e Mader - allo stesso tempo scrittura del visibile (le immagini) e dell’invisibile (il testo) - convoca dunque le piante, l'elemento vegetale che ci circonda, come un interlocutore che si (im)pone sullo stesso piano dell’uomo nel rivendicare i suoi diritti di fronte al disastro. Dice infatti Mader che “a posteriori, si scopre che io, come gli animali e altri esseri umani, come le piante e il suolo, ho ricevuto enormi quantità di radiazioni, io come tutti in maniera egualmente inconsapevole. Ero, come tanti ad Anapa e, più a nord-ovest, a Kiev e Minsk, una sorta di pianta o, per ricorrere a una metafora animalesca, una preda facile. A cosa è servita la nostra esposizione? Ha preparato il terreno a una solidarietà trans-umana? Il suo denominatore comune era la fisicità stessa, il semplice fatto di avere un’estensione fisica, aperta a tutto, incluse le radiazioni. Quest’apertura esprimeva la nostra vulnerabilità insondabile, la nostra capacità di difenderci da una minaccia sconosciuta e impercettibile ai sensi. Siamo ineluttabilmente impotenti e passivi di fronte alla radioattività”. [Per un pensiero che attraversi il disastro. Recensione a Chernobyl Herbarium. - Singola | Storie di scenari e orizzontiScritto dal filosofo Michael Marder, Chernobyl herbarium. La vita dopo il disastro nucleare è una raccolta di frammenti che, in dialogo con le immagini create dell’artista Anaïs Tondeur con la tecnica del fotogramma, riflette sul rapporto tra uomo e natura alla luce del disastro nucleare.![](https://www.singola.net/images/favicon/android-icon-192x192.png)singola![](https://www.singola.net/images/article/251/251-f13-comandra-umbellata-santalaceae-anaistondeur-chernobyl-herbarium-ongoing-1.jpg)](https://www.singola.net/pensiero/recensione-chernobyl-herbarium-per-un-pensiero?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Per un pensiero che attraversi il disastro" su Singola ### Museion Art Club Member - Bolzano 06 settembre URL: https://flaviopintarelli.it/2021/09/09/museion-art-club-member/ Last updated: 2022-09-14T08:47:42.000Z Lunedì 6 settembre è stato presentato al pubblico il team del [nuovo Art Club di Museion](https://www.museion.it/wp-content/uploads/2021/08/Comunicato-stampa-presentazione-Forum-Museion-03-09-2021%5Fita.pdf?ref=flaviopintarelli.it), il museo di arte contemporanea di Bolzano, di cui sono un membro. Il Forum nasce su iniziativa di Bart van der Heyde, nuovo direttore del museo, che ha voluto imprimere una svolta partecipativa alla sua gestione. Del forum fanno infatti parte nove tra professionisti, creativi e artisti espressione del territorio, che per due anni collaboreranno insieme allo staff di Museion in tre ambiti definiti: *content*, *new audiences* e *public program.* Nelle parole del direttore, questa: > è la prima volta che in un contesto internazionale attraverso il Forum un museo reagisce in stretta simbiosi con l'ecosistema culturale circostante per esprimere nuovi contenuti. Il museo deve diventare un precursore di pensiero, sensibile alle questioni urgenti del territorio e della comunità. In diretta collaborazione con giovani talenti che lavorano artisticamente in provincia, il Museion può sviluppare nuovi impulsi, idee ed eventi. Ciò consente di avviare un dialogo con le istituzioni culturali locali e di posizionarsi come intermediario. L’apertura e il dialogo, come anche gli impulsi sostengono e promuovono il mondo economico, rappresentato nella Fondazione dai Museion Provate Founders, per investire attraverso questi e le loro idee nella visione del Museion per l'Alto Adige. Una visione che mi ha colpito per sensibilità e lungimiranza fin dal workshop di presentazione del progetto, avvenuto il 17 giugno. Un museo che sceglie di ascoltare e coinvolgere voci provenienti dal territorio nel quale opera è un museo attento e sensibile a quanto lo circonda; una scelta con cui mi sento in grande sintonia e a cui sono orgoglioso di poter contribuire portando le mie idee e la mia voglia di fare. ### "La prima volta dello skate alle Olimpiadi" su Ultimo Uomo URL: https://flaviopintarelli.it/2021/08/09/la-prima-volta-dello-skate-alle-olimpiadi-su-ultimo-uomo/ Last updated: 2021-08-09T09:58:22.000Z In occasione del debutto olimpico dello skateboarding, *L'Ultimo Uomo* mi ha invitato a scrivere una riflessione sul significato di questo evento, per una disciplina la cui componente sottoculturale è preponderante rispetto a quella puramente sportiva. > Saper affrontare il cambiamento, senza snaturare ciò che ha contribuito a renderlo una delle attività sportive più affascinanti, accessibili e praticate al mondo. È esattamente questa la sfida che la scelta olimpica pone allo skateboarding come cultura. Perché sono esattamente la libertà, la sfida alle convenzioni e la possibilità assoluta di espressione individuale che hanno reso quel fenomeno globale così amato ed enorme da renderlo impossibile da ignorare. Sacrificarle sull’altare della rispettabilità olimpica e della competizione a tutti i costi sarebbe una perdita di innocenza che non sarebbe compensate dall’enorme occasione di visibilità che le Olimpiadi comportano. Lo skate, però, questa dialettica tra identità sottoculturale e sportiva, tra popolarità e autismo, tra commercializzazione e ribellione, la vive fin dalle sue origini; non a caso è nato negli Stati Uniti, un luogo dove ogni cosa può diventare, con impressionante rapidità, un business. Che questo adolescente riottoso abbia, nonostante tutto, la maturità per non perdere la sua innocenza è qualcosa su cui sono pronti a scommettere tutte le persone che lo amano. Dopotutto è solo dandogli autonomia e fiducia, che un adolescente può imparare a diventare adulto. [La prima volta dello skate alle OlimpiadiUna sottocultura può diventare uno sport olimpico?![](https://www.ultimouomo.com/wp-content/themes/UU3/assets/favicons/android-icon-192x192.png)L'Ultimo UomoFlavio Pintarelli![](https://ultimouomo.imgix.net/wp-content/uploads/2021/07/26145321/skate_cop-950x447.png)](https://www.ultimouomo.com/skatebord-olimpiadi-prima-volta/?ref=flaviopintarelli.it) "La prima volta dello skate alle Olimpiadi" su Ultimo Uomo ### "AI&Conflicts: diagrammi dell’intelligenza artificiale" su Eccetera Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/28/ai-conflicts-diagrammi-dellintelligenza-artificiale-su-eccetera-magazine/ Last updated: 2021-05-28T13:36:30.000Z *[Ai&Conflicts vol.1](http://www.krisispublishing.com/prodotto/ai-conflicts-volume-1/?ref=flaviopintarelli.it)* è una raccolta di saggi pubblicata da Krisis Publishing, che fa il punto sul dibattito intorno all'intelligenza artificiale. I testi contenuti nel volume affrontano l'intelligenza artificiale come artefatto culturale che occupa una posizione chiave nell'ecosistema culturale contemporaneo. Su Eccetera Magazine ho recensito il volume, provando a isolarne i temi, collegandoli l'uno all'altro. > Come scrivono i curatori del volume nell’introduzione, l’intelligenza artificiale è “una risorsa fondamentale per interpretare il mondo e per interagire con le grandi architetture di dati che lo popolano essa modella il modo in cui sperimentiamo il mondo”. È perciò di fondamentale importanza non solo capirne il funzionamento, ma anche tracciarne le linee di sviluppo, per capire da quali genealogie e discorsi è generata e quali genera a sua volta. Questo passaggio è essenziale per non cadere in due scorciatoie logiche: quella per la quale la tecnologia è neutra e quella per la quale la tecnologia è determinata una volta per tutte. Ogni tecnologia, e l’intelligenza artificiale non fa eccezione, è il frutto dei rapporti di forza interni alla società e i suoi principali utilizzi li rispecchiano, ma questo non vuole dire che non sia possibile modificare quei rapporti di forza e, di conseguenza, gli usi di una tecnologia. [AI&Conflicts: diagrammi dell’intelligenza artificialeAI&Conflicts. Volume 1Paglen, Crawford & Joler, Pasquinelli, Brunton & Nissenbaum, Weizman, Iaconesi & Persico, Manovich, Crespo & McCormick. A cura![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2020/01/cropped-ecceteramagazine_favicon-270x270.png)eccetera magazineFlavio Pintarelli![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/AIConflicts-cover-newsletter-low.jpg)](https://www.ecceteramagazine.it/blog/2021/05/27/aiconflicts-diagrammi-dellintelligenza-artificiale/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "AI&Conflicts: diagrammi dell’intelligenza artificiale" su Eccetera Magazine ### "Un progetto nato per documentare il caos, “perché viviamo in un mondo strano”" su Domus URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/16/un-progetto-nato-per-documentare-il-caos-perche-viviamo-in-un-mondo-strano-su-domus/ Last updated: 2021-05-16T11:28:12.000Z Ideato e curato da Mattia Salvia, *Iconografia del XXI Secolo* è un progetto che si occupa di documentare il modo in cui la cultura visiva riflette i grandi cambiamenti di questo periodo sospeso a metà tra un vecchio assetto di potere e il nuovo che si delinea all'orizzonte. A metà tra la curiosità e l'antorpologia visiva, il progetto è cresciuto rapidamente ed è passato dall'essere un semplice profilo Instagrama a una vera e propria rivista monografica. Per conto di Domus ho potuto fare qualche domanda a Mattia per farmi raccontare come si documenta il caos di questo strani giorni. > Le tre tag ideali che attraversano tutto questo lavoro di raccolta sono #geopolitica, #conflitti e #popculture. Lo conferma anche Mattia, dicendo che “purtroppo è vero”. Lo spiega così: “*Iconografie del XXI* è, nel bene e nel male, ancora il mio sguardo personale sulle cose che accadono nel mondo e non uno sguardo scientifico e neutro. La geopolitica e conflitti sono centrali perché uno degli obiettivi è documentare il caos che esplode nel sistema globale quando manca un soggetto in gradi di esercitare al suo interno una forma di egemonia. Sono due modi in cui questa assenza si manifesta. Mentre la cultura pop, che è molto presente nelle immagini che raccolgo, credo dipenda invece dal fatto che stiamo vivendo con tecnologie che facilitano enormemente la diffusione e la massificazione di artefatti culturali. A questi temi si aggiunge un interesse per molte dinamiche che accadono lontano dall’Europa. Per la prima volta da molto tempo, è relativamente facile avere anche altri sguardi sul mondo”. [Un progetto nato per documentare il caos, “perché viviamo in un mondo strano”Iconografie del XXI secolo è un profilo Instagram, un progetto editoriale che nasce digitale ma non si ferma lì, un riflesso del suo creatore. O forse solo un modo di fare giornalismo al passo con i tempi. L’intervista. ![](https://www.domusweb.it/etc/designs/domusweb20/assets/fav/android-icon-192x192.png)![](https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/art/2021/05/14/un-progetto-nato-per-documentare-il-caos-perch-viviamo-in-un-mondo-strano0/domus-teddybear.jpg.foto.rbig.jpg)](https://www.domusweb.it/it/arte/2021/05/14/un-progetto-nato-per-documentare-il-caos-perch-viviamo-in-un-mondo-strano0.html?fbclid=IwAR2Fv33D0J0HICb0qcCS1IjabhEoQkuH8qApsmQUdsncnQ%5Fvy8DBr3EW9eY&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Un progetto nato per documentare il caos, “perché viviamo in un mondo strano”" su Domus ### Piattaforme e discriminazioni - Rifestival 2021 - Skypeverso 19 maggio URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/11/piattaforme-discriminazioni-rifestival-2021-19-maggio/ Last updated: 2021-05-11T06:00:00.000Z Che rapporto c'è tra piattaforme tecnologiche digitali e discriminazioni? È questa la domanda al centro di *Piattaforme e discriminazioni* il talk dell'edizione 2021 di [Rifestival](https://www.rifestival.it/?ref=flaviopintarelli.it), a cui sono stato invitato a partecipare il 19 maggio. Insieme a me per discutere l'argomento ci saranno la ricercatrice Valentina Bazzarin e il giornalista Andrea Daniele Signorelli. Lo spunto da cui il dialogo prenderà avvio è il seguente: > Le esperienze con le piattaforme digitali - specialmente quelle che raggiungono una portata globale - pongono innumerevoli interrogativi a livello politico e di governance. Ma "dove" si originano queste problematiche? Al livello dei servizi offerti o della progettazione? Ci sono degli impliciti ideologici su cui si basa la strutturazione delle piattaforme? Al di fuori di ogni determinismo, tecnologico o sociale, e consapevoli del rapporto strettissimo tra forze sociali e progettazione tecnologica, ci si vuole interrogare sul binomio piattaforme-discriminazioni, e su quali siano le forme di organizzazione e advocacy che possono resistervi e fronteggiarlo. Il talk si terrà online, sulla pagina Facebook di Rifestival, il 19 maggio a partire dalle ore 18.00. [Piattaforme e discriminazioni | Signorelli, Pintarelli, BazzarinLe esperienze con le piattaforme digitali - specialmente quelle che raggiungono una portata globale - pongono innumerevoli interrogativi a livello politico e di governance. Ma “dove” si originano queste problematiche? Al livello dei servizi offerti o della progettazione? Ci sono degli impliciti ideo…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yv/r/B8BxsscfVBr.ico)Signorelli, Pintarelli, Bazzarin![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t1.6435-0/c160.0.206.206a/p206x206/173991998_1178773762561059_7364603932371107116_n.jpg?_nc_cat=111&ccb=1-3&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=MG9jqwuqlyIAX--1s_N&_nc_ht=scontent.xx&tp=27&oh=a8bbee82a9f8ffb105b60e6815257898&oe=60BDEC45)](https://www.facebook.com/events/994101161126752/?acontext=%7B%22event%5Faction%5Fhistory%22%3A[%7B%22mechanism%22%3A%22calendar%5Fgoing%5Fevents%5Funit%22%2C%22surface%22%3A%22bookmark%5Fcalendar%22%7D]%7D) Partecipa all'evento su Facebook. ### "You say I do not exist" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/10/you-say-i-do-not-exist-su-not/ Last updated: 2021-05-10T06:58:59.000Z *You say I do not exist* è un ottimo racconto di theory fiction scritto dall'artista slovena Klara Debeljak. È uscito la prima volta sul sito dell'*Institute of network culture* e i tipi di Not mi hanno chiesto di tradurlo in italiano. Al centro del racconto ci sono l'idea e il concetto di tempo, raccontati in prima persona come se il tempo stesso fosse un'entità cosciente dotata di capacità autoriflessiva. Con questo espediente, Debeljak riflette sulla condizione di spossessamento del tempo che viviamo come singoli e comunità. > La privazione del tempo è parte integrante della struttura organizzativa di ogni società avanzata. L’intera metastruttura delle società industriali e postindustriali è satura di discriminazione cronometrica. Quando parlo di discriminazione cronometrica intendo dire che valgo più nelle mani di alcuni che in quelle di altri. Le vittime della discriminazione cronometrica possono possedermi, ma non ho alcun valore per loro. Anche quelli che di me non ne hanno abbastanza, o che non ottengono abbastanza valore per avermi, sono materialmente poveri. Di conseguenza, accade un fenomeno che io chiamo *Cronoghetti*. Si tratta di spazi metafisici nei quali i membri della tua gente sono intrappolati in un presente continuo, incapaci di immaginare il concetto di sovranità temporale. La possibilità di scegliere come spendermi è un privilegio e un lusso che chi è intrappolato nei *Cronoghetti* non possiede. La libertà di scelta e la sovranità temporale rappresentano un tipo di libertà, e la loro presenza è intrinsecamente connessa alle risorse finanziarie e al posizionamento all’interno della vostra società. In questo contesto sono diventato un’*entità politica*. [You say I do not exist | NERO | NotTeoria dei Cronoghetti![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/touch.png)NotKlara Debeljak![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2021/05/immagine-crono.png)](https://not.neroeditions.com/you-say-i-do-not-exist/?fbclid=IwAR0iuy4MgdN7Wwosh1l%5FPfKY7EhwU-UFGqgOGHOj05tPx6AGvFKZhcjbOTY&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "You say I do not exist" su Not ### Note su Lingua Madre di Maddalena Fingerle URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/07/note-lingua-madre-maddalena-fingerle/ Last updated: 2021-05-07T06:54:00.000Z Confesso di aver dovuto aspettare del tempo per riuscire a trovare la giusta disposizione d'animo per scrivere di *Lingua Madre*, il romanzo d'esordio di Maddalena Fingerle, vincitrice del Premio Calvino dello scorso anno. La mia esitazione nasce nell'avvertire una sorta di pressione a esprimermi su questo libro. Sono stati diversi gli amici a sollecitarmi un parere in merito e in privato ho avuto il piacere di dialogare con loro di questo libro. Un libro che, lo dico apertamente, non è proprio "la mia tazza di te". Ovvero non è il tipo di letteratura che seguo, che suscita il mio interesse intellettuale o su cui ho strumenti per esprimermi in un modo compiuto. È per questo motivo - e seguendo diversi inviti ricevuti a esprimermi in una forma pubblica in merito - che ho scelto di pubblicare le mie riflessioni in forma di note e su questo mio spazio privato. Posta questa premessa devo confessare che condivido poco la riflessione sul linguaggio che è centrale nel romanzo di Fingerle. Con il Derrida de *La voce e il fenomeno*, penso che nel momento in cui le esprimiamo in forma di *phoné* le parole smettano di appartenerci. Per questo faccio molta fatica a sposare la dicotomia tra parole pulite e sporche che informa tutta la visione del protagonista del libro. Per me le parole sono sempre e costitutivamente sporche. [Il linguaggio e la comunicazione a cui esso è funzionale sono vettori di entropia](https://www.singola.net/pensiero/manuale-istruzioni-per-abolire-il-mondo-esiste-una-fine-del-capitalismo?fbclid=IwAR3UaKFpGRNZ5qOG2OlYKrXJrxi-zRCckMfWQLtDO3NPPhrx6MR9vmkVSdM&ref=flaviopintarelli.it). Per questo condivido la critica che Gabriele Di Luca muove al romanzo [nella sua recensione](https://www.anordestdiche.com/alabanda5-una-lingua-piena-a-meta/?ref=flaviopintarelli.it), quando nota che lo sguardo di Fingerle > avrebbe potuto forse essere reso più acuto e incisivo mediante una maggiore profondità riflessiva sul tema del linguaggio in generale, sulla sua capacità contraddittoria – e quindi produttiva – di rivelare e nascondere un mondo della vita fatto di molteplici sfumature, non solo avvitandosi e annegando nella contrapposizione neurotica, in bianco e nero, tra “parole sporche” e “parole pulite”; e allo stesso tempo sono dubbioso quando Claudia Boscolo [nel suo pezzo su Ibridamenti](https://www.ibridamenti.com/2021/04/30/dissezionare-la-lingua-madre/?ref=flaviopintarelli.it) nota che > Nel delirio psicotico di Paolo Prescher, invece, il lascito drammatico dell’italianizzazione forzata dell’Alto Adige da parte del regime consiste in una lingua orrenda, inutilizzabile, ipocrita, senza radici, violenta. Non tanto perché l'intuizione sia fuori fuoco, quanto perché in questo passaggio non (mi) è chiaro dove e contro chi si esercita la violenza dell'italianizzazione a cui Boscolo fa riferimento. Perché la lingua tanto odiata dal protagonista del romanzo è quel vernacolo italiano che nasce dall'incontro tra le diverse varietà dell'italiano che si sono mescolate a Bolzano come effetto del colonialismo interno operato dal Regime. Il rischioi è che si finisca a leggere la violenza di quella lingua come sradicamento, aprendo l'ennesimo contenzioso su chi è vittima di chi nella Storia locale che è una delle forme ormai esaurite di espressione del conflitto etnico. A questo punto però interrompo il frattale, perché è un discorso che porterebbe troppo lontano dal romanzo di cui, invece, ho apprezzato alcuni degli aspetti simbolici. Uno su tutti il ruolo di antagonista assegnato alla madre del protagonista. Trovo significativo che ci sia questo conflitto al centro di una narrazione ambientata in un territorio dove la principale istituzione, la Provincia, è detta "mamma" in un'accezione che è più iperprotettiva che affettuosa. Sono infatti convinto da tempodella necessità di storie che possano offrire un angolo di visuale sull'Alto Adige differente dalle narrazioni dominanti - quelle pubblicitarie e autopromozionali - che definiscono l'immaginario di questa terra. *Lingua Madre* va in questa direzione e la cosa mi rende felice. Ancora più felice mi rende il fatto che lo sta facendo con alle spalle il lavoro di due riviste come *[Fillide](https://www.fillide.it/index.php?ref=flaviopintarelli.it)* e *[Manaròt](https://www.manarotmagazine.it/?ref=flaviopintarelli.it)*, che lavorano per valorizzare la scena letteraria locale con uno sguardo aperto verso il dibattito nazionale. Un pregio che ben si accorda a un altra mia ossessione: quella di rompere con l'eccezionalismo altoatesino e provare a legare i destini della cultura locale a correnti ed energie che ne scavalchino i confini. Con *Lingua Madre* si apre così una fessura che può fare solo del bene alla capacità della letteratura atesina di proporre una nuova e altra narrazione del territorio. È una bella sfida da raccogliere. ### A chi parla Fedez? URL: https://flaviopintarelli.it/2021/05/03/fedez-branding/ Last updated: 2021-05-04T07:54:43.000Z Sono diverse le analisi che ho letto in questi giorni, dopo il monologo pronunciato da Fedez al concerto del primo maggio e le polemiche suscitate dalla goffa telefonata tra il cantante, la committenza e l'editore dell'evento. Dei diversi punti di vista, uno tra quelli che ho visto girare di più è quello che inquadra la scelta di Fedez come una mossa di branding, mirata a consolidare un posizionamento preciso all'interno del panorama mediatico nazionale. Questa posizione viene espressa sia con un intento liquidatorio: "non è una presa di posizione autentica e sentita, è solo marketing"; sia con un intento demistificatorio: "è marketing, non dovremmo curarcene perché altrimenti contribuiamo al successo dell'operazione". In un certo modo sono due posizionei complementari e le ho viste spesso sostenute da persone che si collocano in area militante (soprattutto la prima) o progressista (soprattutto la seconda). In entrambi i casi da persone che fanno politica e condividono il posizionamento che si suppone Fedez voglia perseguire con la sua azione. Di questo tipo di analisi non condivido l'idea di fondo che Fedez sia agito dal proprio *personal brand.* Sono convinto che lui creda in quanto ha detto e fatto in modo genuino e allo stesso tempo che tempi e modi del suo gesto possano essere stati concordati con lo staff che ne cura la comunicazione. A quei livelli di popolarità e per come funziona oggi l'universo dei media le due cose possono andare perfettamente di pari passo, senza essere in contraddizione. Provo però ad andare oltre la mia convinzione e a prendere per buona l'idea che Fedez agisca solo per calcolo, cavalcando uno o più temi di tendenza per rafforzare il proprio valore di marca. Il calcolo corrisponde, in questo caso e nello scenario attuale, a un apparato di ascolto e analisi della società che permette a Fedez di individuare le tendenze, acquisire conoscenza su di esse e, dunque, tarare il suo messaggio in base a queste informazioni. Mi pare che una tale consapevolezza - e ciò che essa comporta - manchi dalle analisi e dalle critiche centrate sul *personal branding* di Fedez. Perché quasi nessuno si chiede: a chi parla Fedez? Qual è il segmento di mercato pronto a recepire un monologo sui diritti civili e un attacco diretto a una forza politica che ha comunque un peso rilevante nel paese? Per chi fa politica queste dovrebbero essere domande pressanti a cui dare risposta. Perché se è vero che Fedez agisce come un marchio, allora è certo che quel segmento esiste e se esiste forse è permeabile a un discorso che vada oltre l'affermazioni dei diritti civili, verso una spinta capace di trasformare la società. Probabilmente è (anche) su quel terreno e presso quel pubblico che la capacità intersezionale delle lotte può giocare un ruolo chiave nel creare nuove, inedite soggettività. Per ragionare su questo piano è però necessario conoscere nel profondo i meccanismi del sistema dei media e dell'informazione e andare oltre la semplice ricognizione dell'ovvio. Fedez sarà pure un brand, ma di cosa ci parlano le sue azioni? Questa è la domanda a cui dare una risposta. ### AI&Conflicts: New Extractivism - Skypeverso 27 aprile URL: https://flaviopintarelli.it/2021/04/21/ai-conflicts-talk-27-aprile/ Last updated: 2021-04-21T15:19:06.000Z *Ai&Conflicts* è una raccolta di saggi dedicata all'intelligenza artificiale, uscita poche settimane fa per i tipi di *krisis publishing*. A tenerli insieme è l'idea di voler offrire al pubblico una panoramica dei principali studi che interrogano il tema da una prospettiva "teorica", mettendo in evidenza gli aspetti estetici, etici, politici e infrastrutturali dell'intelligenza artificiale. Il volume rappresenta perciò un'ottima introduzione e una ricognizione esaustiva dello stato dell'arte nel dibattito teorico sul tema, di cui la nozione di estrattivismo è uno degli snodi principali. Sarà proprio a partire da questo concetto, così come lo elaborano Mezzadra e Nielsen in un paper intitolato *[On the multiple frontiers of extraction: excavating contemporary capitalism](https://ccct.uchicago.edu/wp-content/uploads/2020/08/MezzadraNeilsonOnthemultiplefrontiersofextractionexcavatingcontemporarycapitalism.pdf?ref=flaviopintarelli.it),* che il 27 aprile alle ore 18.00 avrò il piacere di moderare un talk con due degli autori raccolti nel libro - Matteo Pasquinelli e Vladan Joler - che affronterà i diversi temi sollevati in *Ai&Conflicts*. L'incontro è organizzato dalla Facoltà di Design e Arti dell'università di Bolzano,si svolgerà online e [sarà pubblicamente accessibile a tuttə tramite Teams](https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3ameeting%5FNmJkMWRjYmMtZTA5ZC00NTNkLThkOGUtOWM1ZTQ5YjU4NTkz%40thread.v2/0?context=%7b%22Tid%22%3a%2292513267-03e3-401a-80d4-c58ed6674e3b%22%2c%22Oid%22%3a%22c432a4eb-04c2-4b7b-be2c-cb1980ef9f5d%22%7d&ref=flaviopintarelli.it). [AI & CONFLICTS — NEW EXTRACTIVISMAI & CONFLICTS — NEW EXTRACTIVISMSandro Mezzadra and Brett Nielson introduced ‘extractivism’ as one of the leading forces operating in the XXI Century. The idea of ‘extractivism’ extends the boundaries of the very concept of extraction beyond the appropriation of natural resources, and embeds “proc…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yv/r/B8BxsscfVBr.ico)![](https://scontent.xx.fbcdn.net/v/t1.6435-0/c80.0.206.206a/p206x206/175918064_1700336990169523_772502532237088618_n.jpg?_nc_cat=108&ccb=1-3&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=Gtq4i7XKPbsAX9fHeft&_nc_ht=scontent.xx&tp=27&oh=8899a24635935da839b49c2a2fcc02b7&oe=60A7B413)](https://www.facebook.com/events/3884221778331102/) Partecipa all'evento su Facebook ### Spore #12 - Durata URL: https://flaviopintarelli.it/2021/03/09/spore-durata/ Last updated: 2021-03-09T11:14:48.000Z La capacità di mostrare la durata delle cose è ciò che più mi colpisce nei film di Jean Marie Straub e Daniele Huillet. Piazzata di fronte a uno scenario qualsiasi, la macchina da presa ne registra ogni più minuto cambiamento. Lo stormire del vento tra le foglie. Lo sfarfallare della luce. Movimenti lenti, impercettibili. Variazioni microscopiche nella trama dell'atmosfera che sono tutto tranne che le accelerazioni violente dei *time lapse*. Non la velocità del cambiamento dunque, bensì la durata dei fenomeni, esoposta in tutta la sua estenuante continuità. Su tutto, la voce dei personaggi che, con tutta la sua concretezza, frattura la trama delle cose e ne fa emergere le storie nascoste, occultate, sepolte. È questa la magia dei loro film. Ma è anche, mi sono accorto, il tempo della scrittura. Nelle scorse settimane ho cominciato la quarta stesura di un testo a cui lavoro dal 2017\. È un romanzo, il primo che scrivo. Non so se uscirà mai, se qualcuno lo potrà leggere, ma non è questo il punto. Il punto è scriverlo e imparare come farlo. Imparare come farlo significa appunto stare nella durata. Usare il proprio corpo e la propria mente per registrare quel tessuto di variazioni molecolari che compone l'immagine del tuo saper fare le cose. Quando ho iniziato questa stesura ero sicuro di non saper padroneggiare gli strumenti narrativi. Avevo bisogno di una guida che mi indicasse dove stessero gli atrezzi di cui avevo bisogno e mi insegnasse come usarli. Ma quando li ho presi in mano, quello è stato il momento in cui il mio corpo ha reagito adattandosi a quegli stumenti in modo del tutto naturale. È stato come se qualcosa - una sorta di memoria muscolare della scrittura - si fosse depositata col tempo e fosse emersa, all'improvviso, in tutta la sua abbagliante potenza. È il lavoro della durata, questo, almeno è quello che ho capito. ### "Chico" su Eccetera Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2021/03/02/chico-su-eccetera-magazine/ Last updated: 2021-03-03T10:24:03.000Z Eccetera Magazine è una rivista fondata da Giulio Burroni, Filippo Guidarelli e Giulio Pedani. Tre amici che ho avuto la fortuna di conscere a Siena, negli anni dell'università. Quando mi hanno chiesto di scrivere per loro ho pensato che Eccetera fosse il posto giusto per ospitare *Chico*, il breve racconto di un aneddoto di strada ai confini tra la realtà e la leggenda. > Ci vogliono tre volanti e sei sbirri per fermarlo. Alla fine ce la fanno. Un po’ contusi, ma ce la fanno. Lo caricano dentro una delle auto e filano via a sirene spiegate, fino in questura, che poi è qua dietro, fa lui voltandosi a guardare verso il ponte, che ormai sta per sparire dietro all’angolo delle case, dove c’è, appunto, l’edificio della questura. Quando entra là dentro, Chico sa che quella volta non la passerà liscia. L’ha fatta troppo grossa e poi, così dice la leggenda, nelle mutande ha qualcosa. [ChicoL’umidità gelata che sale dal fiume si aggrappa all’asfalto di ponte Druso come una membrana, che brilla sotto la luce![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2020/01/cropped-ecceteramagazine_favicon-192x192.png)eccetera magazineFlavio Pintarelli![](https://www.ecceteramagazine.it/wp-content/uploads/2021/02/chico-4.jpg)](https://www.ecceteramagazine.it/blog/2021/02/22/chico/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Chico" su Eccetera Magazine ### "La parabola di YouTube, che ora compie sedici anni" su Domus URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/19/la-parabola-di-youtube-che-ora-compie-sedici-anni-su-domus/ Last updated: 2021-02-19T19:40:31.000Z È una delle piattaforme più amate, a dispetto di qualche difficoltà e competitor sempre più agguerrite. Sto parlando di YouTube, che nel 2021 ha compiuto sedici anni. Ne ho ricostruito, per Domus, la parabola, raccontandone vicende e fortuna. > Come tutte le piattaforme del web 2.0, anche il successo di YouTube si deve alla sua capacità di facilitare un’operazione complessa come, appunto la condivisione di video in rete, abbattendo al tempo stesso le barriere di costo necessarie per distribuire questo genere di contenuti. A caricare il primo di moltissimi fu uno dei tre fondatori, Jawed Karim che, con il suo account, alle 20:27 del 23 aprile del 2005, rese disponibile un breve filmato di soli diciotto secondi, intitolato *Me at the zoo*. [La parabola di YouTube, che ora compie sedici anniNel 2005 esordiva la piattaforma che ha cambiato per sempre la nostra idea di video. Ma è stato un processo lungo, con un avvio anarchico, che oggi lascia trasparire un po’ di stanchezza, mentre si affermano nuovi modelli, tra TikTok e Instagram Stories.![](https://www.domusweb.it/etc/designs/domusweb20/assets/fav/android-icon-192x192.png)DomusDomusDomusChinaGermanyIndiaMexico, Central America and CaribbeanSri LankaKoreaicon-cameracloseicon-commentsicon-down-smicon-downloadicon-facebookicon-hearticon-hearticon--mobile-logoicon-next-smicon-nexticon-pinteresticon-playicon-plusicon-prev-smicon-prevSearchicon-twittericon-viewsicon-instagram![](https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/news/gallery/2021/02/16/com-cambiato-youtube-che-ora-ha-sedici-anni-/2BCA004B-9969-4276-8515-FE7058630B8B.png.foto.rbig.png)](https://www.domusweb.it/it/notizie/gallery/2021/02/16/com-cambiato-youtube-che-ora-ha-sedici-anni-.html?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La parabola di YouTube, che ora compie sedici anni" su Domus ### Spore #11 - Maestri URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/16/spore-maestri/ Last updated: 2021-02-16T19:17:57.000Z Amo molto una frase di Deleuze che dice "c'è una familiarità pratica, innata o acquisita, con i segni, che fa sì che ogni educazione sia un rapporto d'amore, ma anche di morte. Non apprendiamo nulla con chi ci dice di fare come lui. I nostri soli maestri sono qualli che ci dicono di fare con loro, e che, anziché proporci dei gesti da riprodurre, hanno saputo trasmettere dei segni da sviluppare nell'eterogeneo". Ce l'ho davanti agli occhi proprio adesso, stampata sulla quarta di copertina di un libro. S'intitola *La statua e il giocattolo*. Me lo ha regalato Marco Dinoi, la persona che considero il mio unico, vero maestro. È una raccolta di saggi, dedicata a Maurizio Grande, che di Marco era il maestro. Un bel gioco di specchi, come quello di una famosa foto di Deleuze che, in un certo modo, era il maestro di noi tutti. Me lo ricordo, Marco, una mattina di sole, davanti all'università. Forse era maggio. Di sicuro era maggio. Indossavo una maglietta a maniche corte, sbrindellata dietro, proprio sopra il culo, da qualche caduta rovinosa con lo skate. Era d'un arancione brillante e davanti, sul petto, c'era il nome del brand: *Anti Hero*. C'era un convegno sul rapporto tra Beckett e Deleuze. Anche Marco era lì. Quando mi vide arrivare sorrise divertito. "Molto appropriata per l'occasione", disse indicando la maglietta. Ancora oggi riesco a sentire il suono arrotato delle due erre che stridono nella mia mente. Non avrei mai pensato che quella t-shirt potesse essere appropriata per un serioso convegno accademico. Marco era questo per me. Meraviglia che trasmetteva segni da riprodurre nell'eterogeno. Oggi non ho più quella maglietta. Col tempo, l'asfalto avrà terminato la sua opera di dissoluzzione del tessuto e l'avrò buttata via, lisa e bucata. Ma la lezione che ho imparato quel giorno non l'ho più dimenticata. I nostri soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro... ### "Abbiamo bisogno di attrito anche nella vita digitale" su Domani URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/14/abbiamo-bisogno-di-attrito-anchenella-vita-digitale-su-domani/ Last updated: 2021-02-14T19:19:15.000Z *Immagine: Rorschmap (James Bridle)* Concepita quando la velocità di connessione era bassa e navigare difficile, l'idea che il design dei prodotti digitali dovesse ricercare la totale assenza di frizione nelle azioni degli utenti oggi mostra i suoi limiti. Le piattaforme fanno infatti i conti coi problemi che nascono dalla facilità con cui possono essere condivisi contenuti potenzialmente nocivi per la tenuta del patto sociale. In questo articolo uscito per Domani, traccio i confini e ricostruisco la storia della *frictionless*, dando uno sguardo a quali possibili soluzioni stanno venendo eleaborate per affrontare i problemi sollevati dalla facilità d'uso. > Se volessimo fare un paragone cinematografico, l’attuale design delle interfacce assomiglia molto alla grammatica del cinema hollywoodiano classico. Cioè una serie di convenzioni che mirano all’immersività dello spettatore facendo sparire ogni traccia dell’apparato tecnico necessario per produrre il flusso d’immagini. L’immersività è infatti uno degli obiettivi principali di chi progetta interfacce e non è un caso che gli studi di psicologia cognitiva giochino un ruolo chiave in questa disciplina. Massimizzare il coinvolgimento dell’utente, immergerlo nell’esperienza e col-legarlo per il maggior tempo possibile alla piattaforma sono tutti obiettivi perseguiti con precisione scientifica. Tutto ciò costituisce oggi un nodo di problemi di enorme portata. [Abbiamo bisogno di attrito anche nella vita digitaleLe piattaforme sono studiate per rendere più facile l’esperienza degli utenti, ma anche questo ha conseguenze. Solo con un uso più consapevole possiamo riuscire a prendere in mano il destino della nostra esperienza online.![](https://mcusercontent.com/dc6df7df0e866f3485077ffd9/images/2178630c-d43b-404f-9112-8708b911bce3.png)](https://mailchi.mp/editorialedomani/quasi-domani-7232233?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Abbiamo bisogno di attrito anche nella vita digitale" su Domani ### "Glitches of my life" su Ludica URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/11/glitches-of-my-life-ludica/ Last updated: 2021-02-11T16:34:59.000Z L'esperienza odierna di navigare in internet somiglia all'esperienza di trovarsi soli, spaesati, di fronte a una cultura ignota che, coi suoi innumerevoli segni, ti chiede di decifrare i suoi incomprensibili aspetti linguistici, in un gioco di specchi e rimandi potenzialmenti infiniti. *Doomer*, una mod di *Doom* a tema meme e theory, resituisce a chi la gioca proprio questa sensazione, adattandola alla *lore* e alla ambientazione di uno dei prodotti più iconici del medium videoludico. Ne ho parlato in un *let's play* pubblicato su Ludica Magazine. > Mi prendo un secondo. A ogni livello di difficoltà corrisponde la citazione di un concetto di Mark Fisher. *Cool*, penso mentre premo Enter. L’immagine cola via e sono nella prima stanza. Un *beat* ripetuto in loop riempie quello spazio virtuale. Mi arriva alle orecchie ovattato, come se fossi immerso in un muro d’acqua. Muovo il personaggio all’interno del *dungeon*. Mi giro intorno. Le pareti dell’ambiente sono tappezzate di meme. Ne riconosco alcuni, tra cui il faccione bonario di Stirner. Altri, in stile manga, mi sono ignoti. Una bella ragazza in stile spaziale campeggia sulla porta d’ingresso. Mi muovo rapidamente e mi accorgo che tutti gli elementi del gioco, dai pezzi d’arredamento agli oggetti, *glitchano*. Appaiono e scompaiono e il loro ritmo mi pare accordarsi a quello del beat che continua ad avvolgersi su se stesso. Ora lo riconosco, è *Archangel*, la seconda traccia di *Untrue* di Burial. [Glitches of my lifeStoria, presente e futuro dei videogiochi![](https://i0.wp.com/www.ludicamag.com/wp-content/uploads/2020/11/ludicamagz.png?fit=192%2C192&ssl=1)LudicaFlavio Pintarelli![](https://i0.wp.com/www.ludicamag.com/wp-content/uploads/2021/02/doomer.jpg?fit=1920%2C1080&ssl=1)](https://www.ludicamag.com/doomer-glitches-of-my-life/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Glitches of my life" su Ludica ### Spore #10 - L'orto URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/09/spore-orto/ Last updated: 2021-02-09T09:34:11.000Z Stamattina ha smesso di piovere. Le nubi si sono sollevate e, dietro di loro, è spuntato il cielo, azzurro come solo un cielo di fine inverno sa essere. Le montagne, imbiancate dalla nevicata del giorno prima, brillano alla luce del sole che, lento, sale a ovest. Mi affaccio alla finestra sul retro. L'orto di mio padre gronda umidità. Il verde delle piante invernali punteggia la terra scura, gonfia d'acqua. L'ultimo cumulo di neve sporca si staglia all'angolo più a nord del lotto. Imperterrito resiste alle temperature in aumento. Questo fazzoletto di terra, stretto tra le pareti delle case che lo circondano, mi ha visto crescere. Qui ho giocato da bambino, sporcandomi le mani con la terra resa fertile dal composto che, marcescente, emana i suoi afrori da una cassetta fatta d'assi appoggiata a una delle pareti che delimitano lo spazio. Ricordo le macchie sui quaderni, quando ci venivo a studiare, seduto sul tavolaccio il cui posto è oggi occupato dall'ordinata catasta di legna. Ricordo il verde delle piante di pomodoro che macchia le dita quando, d'estate, passo a legarli ai pali attorno a cui s'avvinghiano, crescendo impetuosi, di giorno in giorno. Ricordo l'odore acre e dolciastro dei fichi spappolati a terra, che s'appiccicano alle suole, mischiando terra e brecciolino alla gomma delle suole. Qui ha giocato mio figlio, un anno fa, nell'incertezza del lockdown, sperimentando anche lui, per la prima volta, il contatto con quella terra di cui la mia famiglia si prende cura da tre generazioni. Guardo la parete della montagna, che chiude lo sguardo. Il calendario su cui, per quasi dieci anni, ho visto scorrere il tempo, nel ciclo rassicurante delle stagioni. Anche l'orto cambia con loro. Il dimesso disordine invernale lascerà posto alla regolarità della primavera, con le sue aiuole vangate e sarchiate. Poi verrà il tempo selvaggio dell'estate, la rigogliosa stagione della crescita. L'esplosione della vita. Infine l'autunno, con la sua molle dolcezza, la pigrizia rilassata che accompagna la luce dorata che, lenta, digrada dietro i profili acuti delle abitazioni. Poi tutto ricomincerà, ma questa volta io non ci sarò. Tra pochi mesi una nuova casa accoglierà me e la mia famiglia, con le sue promesse di novità e sensazioni inedite e abitudini tutte da costruire. Sarà bello, lo so, ma una parte di me resterà qui e qui tornerà. Alla terra. ### "Manuale d'istruzioni per abolire il mondo" su Singola URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/03/manuale-distruzioni-per-abolire-il-mondo-su-singola/ Last updated: 2021-02-03T16:26:59.000Z In quali condizioni può darsi un superamento del mondo attuale, con le sue storture e i suoi limiti? È questa la domanda che lega insieme alcuni testi molto stimolanti che ho avuto modo di leggere in questi mesi. Tra questi *Dark Deleuze*, *The dark forest theory od the internet* e *Capital is dead* sono alcuni dei più interessanti. In un breve saggio, pubblicato su Singola, ho provato a legare insieme alcune delle riflessioni e dei concetti più interessanti di questi libri. Il "Manuale d'istruzioni per abolire il mondo" è nato in questo modo. > Comunicazione, proiezione del sé, racconto della verità su noi stessi e rivelazione delle nostre coordinate sono le condizioni che ci vengono poste per entrare in connessione con gli altri all’interno della rete. Ma queste sono accompagnate da un rischio. Un rischio elevato, collegato direttamente ai due assiomi su cui riposa il web 2.0: che la comunicazione sia un bisogno umano primario, necessario alla nostra sopravvivenza, e che la socialità sia il vettore di ogni conflitto umano. All’interno di questa cornice, l’enfasi sulla comunicazione che fa parte dell’ideologia della connettività concepisce questa attività come uno sforzo incessante ed eccessivo verso la chiarezza di ogni scambio, senza accorgersi che è la connessione stessa a produrre quella complessità che genera i conflitti, in un meccanismo che si auto alimenta. Tanto più proviamo a chiarire noi stessi comunicando attraverso sistemi connessi, tanto più il reale si fa complesso e, di conseguenza, conflittuale. È questa la condizione della nostra esistenza nel mondo costruito dalla connettività. [Manuale d’istruzioni per abolire il mondo - Singola | Storie di scenari e orizzontiLa sensazione che il capitalismo sia messo alle corde dai tempi che viviamo è sempre più diffusa. Eppure è estremamente difficile immaginare ciò che può venire dopo.![](https://singola.net/images/favicon/android-icon-192x192.png)singola![](https://www.singola.net/images/article/142/142-fine-del-mondo.jpg)](https://singola.net/pensiero/manuale-istruzioni-per-abolire-il-mondo-esiste-una-fine-del-capitalismo?fbclid=IwAR3UaKFpGRNZ5qOG2OlYKrXJrxi-zRCckMfWQLtDO3NPPhrx6MR9vmkVSdM&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Manuale d'istruzioni per abolire il mondo" su Singola ### Vicolo cieco URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/02/pandemia-alto-adige/ Last updated: 2021-02-02T14:29:31.000Z Le gestione della pandemia in Sudtirolo è stata improntata, fin da subito, a un atteggiamento di superficialità e sottovalutazione del rischio. La pretesa di imporre una "via sudtirolese" alla gestione della crisi, di fatto una forzatura, a volte al ribasso altre al rialzo, di tutte le misure e le tempistiche dettate dal governo centrale e operata in nome dell'autonomia di cui gode il territorio, è alla base dei fallimenti che l'attuale amministrazione non fa che inanellare da un anno a questa parte. Fallimenti da cui emergono in modo sempre più chiaro anche le reti di corruzione, i clientelismi e le sudditanze psicologiche che innervano l'intero sistema Alto Adige/Südtirol. L'elenco è lungo. Va dagli skipass gratuiti offerti agli studenti nelle prime settimane di chiusura delle scuole a febbraio 2020, fino ai [dati sul contagio che l'assessore Widmann ha negato di mostrare ai colleghi del consiglio provinciale](https://www.salto.bz/de/article/28012021/widmann-soll-endlich-zahlen-vorlegen?ref=flaviopintarelli.it) in queste ultime, tristi settimane di farsa. In mezzo ci sono [gli scaldacollo acquistati dal cugino dell'amico del parente](https://www.fanpage.it/attualita/bolzano-300mila-scaldacollo-antivirus-comprati-dalla-provincia-prodotti-dal-cugino-dellassessore/?ref=flaviopintarelli.it) e le [forniture mediche e i DPI farlocchi](https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/08/coronavirus-tra-dubbi-su-idoneita-mascherine-e-scaldacollo-di-famiglia-provincia-di-bolzano-sotto-accusa-m5s-popolazione-preoccupata/5762809/?ref=flaviopintarelli.it) che sono costati alla collettività un travaso di 25 milioni di euro verso un soggetto privato. Un circo tragico, i cui attori si sono dimostrati più preoccupati e solleciti nell'assecondare le volontà dei diversi potentati economici e nell'aprire ridicoli e antistorici contenziosi con Roma che nel salvaguardare la salute collettiva. Forse perché farlo avrebbe mostrato in modo aperto e senza equivoci come gli ultimi vent'anni di politiche sanitarie fossero dissennate e fallimentari. Tutto questo ha prodotto momenti grotteschi, come l'imbarazzante diatriba sulle riaperture, dopo Natale. Quando l'intera amministrazione ha contestato al governo centrale la veridicità dei dati e, approfittando del vuoto di potere apertosi con la crisi, ha continuato a mantenere a giallo il livello di allerta e a fare finta che nulla fosse, per poi dichiarare, da un giorno all'altro, come per magia, che il territorio era passato al profondo rosso e affrettarsi per imporre le chiusure di bar e ristoranti quando era ormai evidente che non farle sarebbe costata agli imprenditori l'erogazione dei ristori, che tutti dicono essere magri e lenti ad arrivare ma, signora mia, son soldi e, quindi, mettiamoceli in saccocia. Oppure il test di massa. Una dimostrazione di muscolare paternalismo che, hai detto cotica, sono venuti perfino dall'Austria a studiare come si fa, la cui (limitata) efficacia venne vanificata dall'assessore stesso ancora prima di avere luogo, nel momento in cui fu dichiarato il ritorno alla normalità nel giro di due o tre settimane. Una fiducia quella, che per responsabilità collettiva abbiamo concesso, e che [non andava tradita](https://www.altoadigeinnovazione.it/alto-adige-in-massa-al-test-covid-una-fiducia-che-non-puo-essere-tradita/?ref=flaviopintarelli.it), ma che, oggi, [con le terapie intensive di nuovo in affanno](https://www.salto.bz/it/article/02022021/alto-adige-bocciato-ancora?fbclid=IwAR3UsxOw-0wM3xb%5FaMpOyvCxdRlH0iQDYS0AUZlVuBCQYoUEaRv9QlLPYqw&ref=flaviopintarelli.it), appare davvero mal riposta. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 12 mesi non è solo il fallimento di un partito, quello che governa da così tanto tempo da essere ormai indistinguibile dalle istituzioni che prende in prestito ogni 5 anni. Quello a cui stiamo assistendo è il fallimento e la rovina di un'identità costruita su una pretesa di eccellenza ed eccezionalità che, alla prima, vera difficoltà, si sono mostrate per quello che sono veramente: spocchia, protervia e alterigia. Da questo momento, l'unico modo sano per essere sudtirolesi sarà diventare nemici di noi stessi e il solo obiettivo smantellare l'impianto ideologico che puntella questa identità di paccottiglia che tanto ci piace difendere, facendo finta che il mondo inizi e finisca tra le chiuse di Salorno e il Brennero, tra il passo Resia e le Tre Cime di Lavaredo. L'alternativa è la condanna eterna a questo imbarazzante vicolo cieco. ### Spore #9 - Quit URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/02/spore-quit/ Last updated: 2021-02-02T09:15:49.000Z L'idea che il tempo migliori le cose in cui siamo convolti è, spesso, solo un'illusione. Un'illusione che, credo, nasca dalla forma lineare con cui abbiamo finito per concepire il cambiamento, di cui il tempo è un simbolo. Così configurato, esso appare come l'inarrestabile corsa verso un progresso dato per scontato per il semplice fatto che, beh, accade, o dovrà accadere, al culmine di un processo di progressione continua. L'esperienza mi ha insegnato che, spesso, le cose vanno diversamente. Nella maggior parte dei casi, il tempo non migliora e un progetto, nel tempo, non per forza cresce, ne si sviluppa e tanto meno si radica come vorremmo. Questi sono risultati che sono frutto tanto del lavoro, quanto del caso. Allora, in molti casi e non senza fatica, si tratta solo di capire quando è arrivato il momento giusto di mollare. Di lasciare che una cosa si spenga, da sola. Oppure di metterle fine nel migliore dei modi possibili. O, ancora, di farsi da parte e lasciare che siano altri a portare avanti e, magari, a raccogliere i frutti di qualcosa che abbiamo contribuito anche noi a seminare. Saper riconoscere quel momento, saperlo cogliere e, quindi, saper scendere da un treno in corsa quando la corsa è ancora ricca di possibilità, e vitale, è una capacità non comune. Mi ci è voluto molto tempo per allenarmi a riconoscere quei momenti. Ad ascoltare la voce che, da dentro, mi dice che un percorso è giunto al termine ed è meglio lasciare che prosegua senza di me. Non è facile, perché abbiamo tutte e tutti la presunzione di essere indispensabili, essenziali. Saper acettare di non esserlo, capire quando si è diventati di troppo, significa sfidare questa nostra percezione di noi stessi e iniziare a pensarci come eccentrici, secondari e, in definitiva, sostituibili. Non è proprio questa, forse, la condizione stessa della nostra esistenza? ### "Pensare il mondo mentre cambia" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2021/02/01/pensare-il-mondo-mentre-cambia-su-il-tascabile/ Last updated: 2021-02-01T11:48:41.000Z L'incontro con il pensiero di Antonio Caronia è stato, per me, tardivo e folgorante. Pur avendo sempre sentito parlare da molti e molto bene di questo incollocabile pensatore del rapporto tra tecnologia, immaginario, arte e cultura pop non lo avevo mai letto. Forse perché, ma non ne sono sicuro, lo scambiavo per Ugo Cornia, non che abbia nulla contro di lui, ma, ecco, questa confusione potrebbe avermi in qualche modo frenato. Per fortuna l'uscita per Meletemi, casa editrice a cui sono molto legato, del volume *[Dal cyborg al postumano](http://www.meltemieditore.it/catalogo/dal-cyborg-al-postumano/?ref=flaviopintarelli.it)* è stata l'occasione per recuperare la mia lacuna. Ho scoperto così un intellettuale dal pensiero profetico, ricco e profondo. Un vero e proprio maestro, che ho voluto omaggiare con un profilo pubblicato su *Il Tascabile*. > Caronia utilizza l’immaginario come mappa e come lente e la sua scrittura diventa il tentativo di pensare lo spostamento degli equilibri tra gli elementi che compongono la nostra società, nel momento stesso in cui essi mutano e mentre il sistema muta con loro (di recente, questo esercizio di pensiero ha preso il nome di *iperstizione* e la forma in cui s’esprime è [conosciuta come ](https://not.neroeditions.com/cose-la-theory-fiction/?ref=flaviopintarelli.it)*theory fiction*). Ma quale immagine del mondo emerge da questo sforzo che, è bene ricordarlo, impegna Caronia dagli anni Ottanta fin dentro la prima decade del nuovo millennio? [Pensare il mondo mentre cambiaUn omaggio ad Antonio Caronia, intellettuale anomalo e profetico, che dagli anni Settanta ai Duemila ha raccontato le tecnologie tra scienza, fantascienza e politica.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)Il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2021/01/carosia-cover.png)](https://www.iltascabile.com/scienze/antonio-caronia/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Pensare il mondo mentre cambia" su Il Tascabile ### Spore #8 - Opera aperta URL: https://flaviopintarelli.it/2021/01/26/spore-opera-aperta/ Last updated: 2021-01-26T12:07:04.000Z Leggo *No Complaints*, la newsletter della scrittirce Caroline Crampton, da qualche anno. Mi piace il tono, intimo e personale, con cui scrive i suoi dispacci, che sono sempre piccole riflessioni sulla vita, la carriera e le cose che la circondano. Nell'ultimo numero, un numero un po' anomalo, che esce dopo qualche mese di silenzio e raccogli scritti di argomento diverso tra loro, un po' un recupero del tempo passato, Crampton racconta della corrispondenza tra lei e il lettore di uno dei suoi libri. Questo la porta a riflettere su una dimensione della scrittura (e della pubblicazione) che viene spesso sottovalutato. Scrive infatti Crampton: > This aspect of becoming an author wasn't one that I anticipated. I thought of the book as something finite, which once it had been finished and published would remain static. But it continues to evolve for me, even after being on shelves for nearly two years. I've been taken aback by how many people have taken the trouble to look up my email and write to me once they have finished reading it — I've never done this myself, so I naturally assumed nobody else did — and although they tailed off after it had been out for a while I still get two or three a month. I even sometimes get real letters, written on paper. Those are the best of all. Ha perfettamente ragione. Un libro non è mai un oggetto che termina con la pubblicazione. Anzi, spesso, la sua vita inizia davvero solo in quel momento, quando diventa parte della sfera pubblica. Quando viene letto, annotato. Quando diventa l'elemento intorno a cui costruire un dialogo con le persone che l'hanno letto e utilizzato. A più di sei anni dalla sua uscita, mi capita ancora che *[Stupidi Giocattoli di Legno](https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/)* sappia susciare l'ammirazione da parte di lettori che lo scoprono e che, dopo averlo letto, mi cercano per avere un confronto. Scrivere, è la lezione che traggo da queste esperienze, non solo non è un processo che può avere una fine, ma è anche un modo per condividere una parte della propria personalità con gli altri. È un appiglio, una mano tesa verso l'esterno, la molecola intorno a cui nascono relazioni che l'ignoto definisce nel loro tono e nel loro svolgersi. È forse questa consapevolezza, mi domando oggi, che mi ha spinto a preferire, in questi ultimi anni, una forma di scrittura frammentaria e disseminata, attraversata da tendenze tra loro coerenti, eppure (ancora?) incapaci di solidificarsi in una struttura solida, capace di legarle tra loro in un oggetto chiamato libro? ### "Capire la pandemia attraverso le immagini" su L'Indiscreto URL: https://flaviopintarelli.it/2021/01/22/capire-la-pandemia-attraverso-le-immagini-lindiscreto/ Last updated: 2021-01-22T08:35:29.000Z Cosa possono dirci le immagini e gli sguardi prodotti o stimolati dalla pandemia su di essa e sulla nostra cultura? Ho provato a capirlo con un saggio pubblicato su L'Indiscreto e dedicato proprio al regime visivo che ha caratterizzatoe caratterizza i mesi in cui stiamo vivendo. In parte catalogo di sguardi e immagini, in parte riflessione sullo statuto del visivo contemporaneo, il testo prova a capire come il potere ha gestito la pandemia e la sua narrazione, dove ha avuto successo e dove, invece, ha fallito. > Il virus non è visibile a occhio nudo. La sua esistenza può essere o confermata attraverso una protesi dell’occhio o dedotta in base ai suoi effetti. Perciò esso può essere soltanto visualizzato o sottoforma di immagine prodotta, o in base agli effetti della sua gestione (le città svuotate e la natura che ne occupa gli spazi durante i primi lockdown), oppure attraverso i dati. Il virus perciò agisce come dispositivo di visualizzazione: ci permette di vedere aspetti dell’ambiente in cui viviamo fino a quel momento invisibili o non del tutto visibili e, nello stesso tempo, abilita i nostri dispositivi visivi a produrre le immagini con cui possiamo vederlo. [Capire la pandemia attraverso le immaginiLe immagini, e gli sguardi che le producono, tradiscono le idee che le hanno prodotte, quindi possiamo usarle per capire dall’interno la nostra cultura, il senso che diamo a cosa accade intorno a noi, e![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2019/01/favicon.png)L'INDISCRETOIndiscreto E![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2021/01/1_main-image.jpg)](https://www.indiscreto.org/capire-la-pandemia-attraverso-le-immagini/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Capire la pandemia attraverso le immagini" su L'Indiscreto ### Spore #7 - Esaustione URL: https://flaviopintarelli.it/2021/01/19/spore-esaustione/ Last updated: 2021-01-19T09:40:44.000Z Il sole batte sui cumuli di neve ormai sporca. A cavallo tra il vecchio e il nuovo anno ha nevicato come mai da parecchi anni a questa parte. Un sottile strato ghiacciato ricopre ancora le tettoie che lambiscono i piedi del balcone. Illuminato dai raggi che scaldano l'aria, il candido manto risplende, fulgido in questo mattino di gennaio. Gocce d'acqua stillano nella grondaia. Il cielo è un gradiente d'azzurro, tenue ai margini dell'orizzonte, dove s'incrocia col profilo frastagliato delle montagne, e via via più scuro e profondo, mano a mano che sale verso lo zenith. La città è immersa in una luce che bagna ogni cosa. L'inverno inizia a recedere. le giornate si fanno più lunghe, e calde. Come una vibrazione la cui frequenza, troppo bassa o troppo alta, la rende inudibile all'orecchio, un senso di rinascita attraversa l'etere. Io, però, batto un altro tempo. Manco il ritmo e giro a vuoto. Mi sento esausto, svuotato. Un profondo senso di stanchezza mi pervade le membra. Gambe pesanti, braccia pesanti. Avanzo al rallentatore mentre tutto, intorno a me - minuti, ore e giorni - sembra scorrere al doppio della velocità. La testa arranca. Tra le tempie un ronzio, come l'audio d'avvio di un computer il cui hardware non è più in grado di reggere lo sviluppo dei processi. La sensazione *vaporwave* di non essere altro che il suono di un guasto trascinato all'infinito nel corso di queste giornate di metà inverno. Lo so, qualcosa nel profondo me lo dice e mi rassicura, che col tempo questa sensazione svanirà, che trascolorerà, lasciando i suoi residui a seccare al sole, come salsedine su una roccia. In questo istante, perso ma mai davvero solo, quel momento appare tanto remoto, e sfocato, da sembrare irraggiungibile. Mi ripeto che ci vuole solo pazienza. Mi domando se ne avrò abbastanza? ### "È tempo di imparare a fare politica" su FarFarFare URL: https://flaviopintarelli.it/2021/01/15/e-tempo-di-imparare-a-fare-politica-su-farfarfare/ Last updated: 2021-01-15T09:14:59.000Z Il 2021 si è aperto con la pubblicazione di un'intervista di cui vado molto fiero. Nei mesi scorsi infatti, *FarFarFare*, la newsletter creata dall'associazione *I Ludosofici* insieme a Corraini Edizioni con cui collaboro da tempo, ha deciso di dedicare un numero alla politica. L'occasione perfetta per fare una cosa che volevo fare da tempo, intervistare Christian Raimo sul suo impegno come assessore alla cultura del III Municipio di Roma. Ne è uscita fuori una bella conversazione, in cui emerge in modo chiaro l'idea di politica come pedagogia civile che Raimo sta elaborando. Che la si condivida o meno, è un'idea forte, innovativa, con cui ci si deve confrontare. > Vista dall’interno, la stanza dei bottoni è vuota. Il piano politico è quasi del tutto inesistente. C’è un piano decisionale, una cinghia di trasmissione del potere che funziona nel modo più autoritario che io abbia visto, nel modo meno dialettico. Le persone che fanno politica passano il loro tempo ad abitare sia questo piano decisionale che quello, altrettanto fondamentale, comunicativo.La decisione viene presa in quanto viene comunicata, nel momento in cui viene comunicata. I luoghi dove si decide sono le conferenze stampa. [FarFarFare - Politica #1 - È tempo di imparare a fare politicaChristian Raimo, scrittore, intellettuale e insegnante, racconta la possibilità di riprendersi e colmare gli spazi vuoti che ci separano da una politica distante e, per certi aspetti, inesistente. Facendo cultura, educazione. Facendo, e imparando a fare, politica.![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2020/05/cropped-Logo_WP_square-1-192x192.png)FarFarFare![](https://farfarfare.it/wp-content/uploads/2021/01/Raimo-400.png)](https://farfarfare.it/e-tempo-di-imparare-a-fare-politica/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "È tempo di imparare a fare politica" su FarFarFare (paywalled) ### Spore #6 - Fantasmi semotici URL: https://flaviopintarelli.it/2021/01/12/spore-fantasmi-semotici/ Last updated: 2021-01-12T08:45:08.000Z In un suo celebre racconto, *Il continuum di Gernsback*, William Gibson chiama le "fantasmi semiotici" le apparizioni che tormentano il protagonista, un fotografo incaricato dalla storica dell'arte Dialta Downes di realizzare un servizio fotografico sullo stile *Art déco* americano. Questi "fantasmi semiotici",dice Gibson, sono "frammenti di un immaginario culturale che si è separato e ha acquistato vita autonoma" e non si incontrano solo nei suoi racconti. Quest'estate ne ho visto uno anche io. Scendevo, da solo, lungo il sentiero 376 che, dal bivacco Aldo Moro, sul Lagorai, porta in basso, verso il Lago di Paneveggio, costeggiando il lato sinistro della Val Ceremana. Sono circa un migliaio di metri di dislivello, lungo cui il sentiero scende praticamente in verticale, tagliando prima i baranci per poi infilarsi nel bosco, a fianco della cima Bragarolo, e precipitare a valle con una serie di tratti, brevi e netti, che zigzagano tra gli alberi. Nuvole grigie correvano rapide sulla mia testa, coprendo il sole che, a quell'ora, era quasi mezzogiorno, restava perfettamente alle mie spalle. Prima di scorgerlo mi accorsi delle scritte. Grosse lettere rosse, tracciate con pennellate acute e diritte sulle piatte rocce del piano inclinato che stavo scendendo, indicavano a chi passava di lì quanto segue: "ultima acqua prima della cima". Una freccia puntava verso la sorgente. È stato allora che l'ho visto. Più in basso, alla mia destra, ancorato con quattro cavi in un avvallamento di erba verde, un cubo emergeva con tutta la sua volumetria incongrua. Bianchissimo, svettava all'interno del paesaggio. La sua pulizia, il suo essere nuovo, immediatamente identificabile come moderno o, addirittura, futuristico, contrastava con la vetustà di quel luogo tutto. Mi sono chiesto chi lo avesse installato lì e a che scopo. Mentre scendevo infestava i miei pensieri. Qualcosa mi diceva che lo avevo già visto, che sapevo la risposta, ma la mia mente si rifiutava di collaborare. Per un attimo ho pensato di avvicinarmi, per studiare più da vicino quell'apparizione e rendermi conto se fosse vera o, come mi pareva, un'immagine che stavo proiettando dall'immaginario nella realtà. Ho preferito non farlo. Ho tirato dritto. Il cubo bianco, alla fine, è scomparso alle mie spalle, inghiottito dal paesaggio. Di tanto in tanto mi chiedo se sia ancora lì. ### Spore #5 - Dolore URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/29/spore-dolore/ Last updated: 2020-12-29T11:30:20.000Z C'è una sensazione che mi accompagna da qualche anno. È una forma di dolore. Se ne possono provare molte nel corso di una vita, e ognuna di esse possiede una qualità che le è propria, che la rende diversa dagli altri e peculiare. Alcune forme di dolore sono laceranti; come la morte di una persona cara. Altre sono insopportabili; come il mal di denti. Altre ancora possono apparire a intermittenza; come l'emicrania. Oppure possono essere lancinanti; come un taglio profondo. O magari sanno essere tremende o feroci. Il dolore che sento non possiede nemmeno una di queste qualità. È un dolore viscido, bastardo. Che ti si appiccica addosso e non va più via. Resta incrostato come sporco sulla pelle, in attesa, pronto a macchiare ogni cosa, a renderla più misera. L'ho sentito spandersi per le fibre dei muscoli, dopo essersi infiltrato, colando attraverso i pori. Ha strisciato giù per i dotti. S'è nascosto nello stomaco e da lì ha pianificato i suoi agguati. Quando qualcuno mi chiede: "come stai?", avverto la sua presenza. È piccolo ma denso, pesante. Un grumo di materia oscura che pulsa, un buco nero che risucchia l'aria e fa implodere ogni certezza. A mezza bocca rispondo con bocconi di frasi imbarazzate. "Alti e bassi". "Abbastanza bene". "Potrebbe andare meglio". "Si tira avanti". "Bene è un'altra cosa, ma non mi lamento". Potrei davvero dire altro? Esiste davvero una risposta che possa esaurire una domanda tanto secca con la stessa, infallibile precisione? E chi ho davanti avrebbe il tempo, o la voglia, per starmi ad ascoltare davvero? Se potessi sul serio spiegargli a cosa assomiglia questo dolore, gli direi che è una guerra a bassa intensità. Una guerra che nessuno a dichiarato e che nessuno potrà fermare. Può succedere che perda d'intensità. Che dia l'illusione d'essere finita. Ma sono solo tregue, tra un bombardamento e l'altro. Perché questo dolore, lo so, è qui per restare. Non passa mai questo dolore, perché non c'è un trauma da cui abbia avuto inizio. È il basso continuo che batte il mio tempo, la trama su cui si disegna questa mia esistenza. Ma è un dolore senza speranza? Non ci sono appigli o vie di fuga da esso? Se cedi alle sue lusinghe potresti pensarlo. Lui vuole che lo pensi, dato che si nutre delle mie ombre, delle mie oscurità. Ma la verità è che, col tempo e non senza aiuto, con lo mio dolore sto imparando a convivere. Ci faccio compromessi. Ci scendo a patti. Siglo tregue più lunghe, cessate il fuoco più solidi. È così che, tra le macerie di questa guerra a cui la mia esistenza ha cominciato ad assomigliare mi accorgo che, ogni tanto, qualcosa squarcia la miseria e mi regala uno stralcio di bellezza. Può essere il sorriso di un amico. La mano che mi guida quando mi sento perso. O la forza d'animo di una persona che trova il coraggio di ridere quando tutto le sembra perduto. Mi stupisco di tutti i modi che mi ricordano quanto valga la pena lottare. Perché, sto cominciando a capirlo, la vita è lotta. Non esiste vita che non si dia in essa. E così sia. ### Spore #4 - Edgeland URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/22/spore-edgeland/ Last updated: 2020-12-22T14:03:00.000Z Nella vita di tutti i giorni ho bisogno di fughe. Di allontanarmi dalla presa della città, con la mente e con il corpo. Camminare nella *edgeland*, la terra di nessuno dove la città si sfrangia e la distinzione col contado è ancora labile e incerta, è uno dei modi in cui fuggo. Il quartiere in cui vivo, e che tra qualche mese lascerò, di vie di fuga ne offre diverse. Quella che preferisco inizia ai piedi di una scalinata di cemento. Si apre sulle superficie di un muro di contenimento. Sale in strette volute, cinta tra i palazzi. Gradino dopo gradino, a guidarmi è il corrimano dipinto di verde. La vernice è scrostata, incostante come il mio umore. Raggiungo un terrazzino. Sul muro dell'edificio che lo delimita, tratteggiata con un lettering acuto e tagliente, campeggia una scritta che inneggia al quartiere: Oltry-Rulez. Guerrieri tribali in una guerra che nessuno ha dichiarato, i ragazzi provano orgoglio per la loro zona. Crescere tra questi anfratti dona la credibilità di strada che la città vetrina invece nega. Quando li incontro mi fanno brutto. Avverto la tensione che sale dai loro corpi. Il mio sguardo è un'intrusione in affari che custodiscono gelosamente. Confabulano in una lingua che non conosco. Passo loro accanto. Ringhiano. Snudano i denti. Hanno fame di violenza, e li capisco. Ma qui, oggi, c'è solo una coppia di anziani. Salgono lenti, scalino dopo scalino. Li supero. Forzo il passo. Le fibre dei muscoli si tendono. Ho come la sensazione che leggere fratture si aprano sulla loro superficie. Il cuore pompa. Spinge verso l'alto il sangue che stagna alle estremità più remote del corpo. L'eccesso di ossigeno m'intossica la mente. Sotto l'abbigliamento tecnico inizio a sudare. Soddisfo così il mio bisogno d'espiazione. Sconto la colpa di peccati veniali. L'ho percorsa a strappi. Fermandomi di tanto in tanto a riposare. Soste brevi, per inghiottire l'aria necessaria a continuare. Poi la scalinata termina. Sfocia su una strada asfaltata. Una canaletta di cemento l'affianca. Proseguo risalendo la corrente. Alla mia sinistra c'è il bosco. Reti paramassi intrecciate tra gli alberi vegliano sulla strada e i palazzi. Mentre salgo, sulla destra gli edifici s'abbassano. Cammino allo stesso livello dei loro tetti. Lo supero macinando il dislivello. Davanti a me spalanca il suo abbraccio la rotonda su cui s'affaccia la fermata del bus. La cinge l'ennesimo, alto muro di contenimento. È allora che decido di entrare nel bosco. Sopra la mia testa corrono i fili di un traliccio dell'alta tensione. Lo incrocio poco più avanti. Svetta in mezzo agli alberi, assiso sul suo piedistallo di cemento. Continuo a salire. Il ronzio della corrente elettrica svanisce alle mie spalle. Sotto le suole ora gracchia il ghiaino. I resti del bunker ospitano da tempo una cabina elettrica. La supero. Il parcheggio del ristorante è davanti a me. Percorre veloce il falso piano. Lo attraverso. Il sentiero ora è più stretto. Riprende a salire. Le suole scivolano sul tappeto di foglie umide e scure. Appoggiano sulla terra smossa e franosa della montagna. Arrivato a questo punto lo scenario potrebbe darmi l'impressione di essermi lasciato la città alle spalle. Che una liberazione sia possibile, a portata di mano. Ma quando la salita termina, lei è lì, in basso. Mi siedo sulla panchina. Davanti agli occhi si spalancano la valle e la città. Da qui ne posso cogliere gli schemi. Vie, piazze, edifici. Formano un reticolo di cui studio la conformazione. Cerco uno schema che dischiuda i suoi misteri alla mia comprensione. Tutto sarebbe più facile se esistesse un disegno. O, almeno, la consapevolezza che quelle forme siano regolate da un principio, anche ignoto, invece che dal caos. La corrente ascensionale spinge le strida di mezzi meccanici fino quassù. La città infesta il bosco. Non c'è fuga possibile. Solo accettazione. ### Spore #3 - Controllo URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/15/spore-controllo/ Last updated: 2020-12-15T09:42:28.000Z A lungo ho avuto un bisogno spasmodico di controllare le cose. Di anticipare ciò che mi accadeva. Di programmarlo e di svolgere il programma così come lo avevo pensato. Pianificare ogni cosa era un tratto a tal punto spiccato della mia personalità che, più o meno per scherzo, un'amica che frequentavo ai tempi dell'università mi aveva soprannominato "il militare". Non è stato facile - e non lo tutt'ora, almeno non del tutto - accettare che esistano cose che ricadono al di fuori del mio controllo. Cose che, semplicemente, non posso programmare, che non vanno come vorrei che andassero. Mi ci è voluto un grande impegno (e l'aiuto della terapia) per arrivare a capire questa cosa che, per molte altre persone, è scontata. A volte, ho imparato, le cose, semplicemente, succedono e noi non possiamo fare nulla se non farci travolgere da loro e agire di conseguenza. L'inaspettato, insomma, ci aspetta dietro ogni angolo, pronto a mettere a soqquadro i piani che, con tanta cura, abbiamo preparato per la nostra vita. Mi è accaduto l'ultima volta giusto qualche settimana fa, quando ho ricevuto una notizia davvero enorme: la mia compagna e io aspettiamo l'arrivo di due gemelli. L'avevamo cercata questa seconda gravidanza; e avevamo iniziato a progettare la nostra vita futura intorno a questo desiderio. Abbiamo comprato casa. Pianificato come organizzare la nostra vita lavorativa. Fantasticato su come avremmo vissuto, una volta che saremmo stati in quattro. Poi è arrivata la notizia. Ed è una di quelle che con sé portano la prospettiva di un cambiamento radicale della tua vita. Oltre a scombinare tutti i piani che hai fatto fino a quel momento, dandoti la sensazione che il tempo corra più veloce di quanto vorresti. Ma, per la prima volta in vita mia, di fronte a un cambiamento di tale portata, non ho vacillato. Il cambiamento, non può che essere così, spaventa. È la cosa più difficile con cui possiamo fare i conti noi esseri umani. Eppure, davanti a quella notizia così fuori misura, che mi costringerà a pianificare nuovamente la mia intera esistenza, sono rimasto saldo. L'ho accettata, per ciò che è e rappresenta, come parte del gioco della vita. Come qualcosa che ho scelto e non, come sarebbe capitato in passato, come qualcosa che mi frana addosso senza che io possa spostarmi dalla traiettoria. Dice Nick Hornby, in *Febbre a 90',* > *"una volta credevo, anche se adesso non lo credo più, che crescere e diventare adulti fossero due cose analoghe, due processi inevitabili e incontrollabili entrambi. Adesso penso che diventare adulti sia una cosa dominata dalla volontà, che si possa scegliere di diventare adulti, ma solo in determinati momenti. Questi momenti capitano piuttosto di rado...* Beh, per parte mia, di questi momenti credo di averne vissuto uno proprio poche settimane fa. ### Spore #2 - I write to remember URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/07/spore-write-to-remember/ Last updated: 2020-12-07T08:17:16.000Z La pioggia di febbraio m'impregna il giaccone. Intirizzito, tremo. Grosse gocce fredde scivolano lungo il collo. Ho percorso in scooter dieci chilometri sotto il diluvio e adesso sono lì. Prego che nessuno apra la porta, che nessuno mi veda. Sarebbe imbarazzante dover spiegare ai genitori della ragazza che meno di un mese fa ha deciso di lasciarmi cosa ci faccio davanti a casa loro, impalato sotto l'acquazzone, con una busta in mano. Ho affidato a una lettera ciò che provo. È l'ultimo, disperato tentativo di invertire il corso degli eventi. Allora, come oggi, ho una fiducia smisurata nel potere taumaturgico della parola. A muovermi è la speranza che quelle frasi, le immagini che evocano, la storia che raccontano, bastino per smuovere la persona che sento di amare ancora. Ma di lei, in quelle righe, parlo già al passato. Scrivo per ricordare. Sono queste le parole che ho scelto per aprire la mia lettera. Sono le parole di una canzone che ascolto spesso in quelle settimane. Il cantante le grida, alla fine del pezzo, con una nota disperata nella voce. Un grido stridulo, mozzato, che sembra morirgli in gola, incatenato a una profondità da cui non riesce a liberarsi. Mi sento così anch'io. Indugio. Chiazze d'umidità cominciano a spandersi sulla carta. La busta si fa trasparente. Mi avvicino alla cassetta delle lettere e la faccio scivolare nella fessura. Poi mi allontano. Monto sullo scooter e riparto. La pioggia non accenna a smettere. Attendo. La incontro anni dopo. Le ferite hanno messo di sanguinare. Le cicatrici sono l'ombra del sentimento che bruciava con passione. Le chiedo se ha mai letto quella lettera. Dice di non averla mai ricevuta. Strano, rispondo. Ero sicuro di averla imbucata. Chissà? Forse è andata davvero così. Forse non ho mai imbucato quella lettera. Forse ho solo aspettato lì, sotto la pioggia, che la carta si sciogliesse. Che diventasse poltiglia, mentre le mie parole scivolavano via, perdendosi nei mille rivoli di un acquazzone invernale. Non lo saprò mai. La certezza delle mie azioni è ormai persa, inghiottita dalle nebbie del tempo. A restare è solo l'incerto ricordo di un pomeriggio, che provo a fissare, una volta di più, mettendo in fila queste parole. Il ricordo e una canzone, che continua a suonare... > Dissect a trillion sighs away > Will you get this letter > Jagged pulp sliced in my veins > I write to remember > Cause I'm a million miles away > Will you get this letter > Jagged pulp sliced in my veins > I write to remember > I write to remember > I write to remember ### {Ri}costruire mondi - Skypeverso 23/24 gennaio URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/03/ri-costruire-mondi-workshop/ Last updated: 2020-12-03T10:18:26.000Z Dei tanti concetti esposti nei testi raccolti in [*Chthulucene* di Donna Haraway](https://not.neroeditions.com/donna-haraway-chthulucene/?ref=flaviopintarelli.it), la necessità di (o l'esortazione a) pensare a come "sopravvivere su un pianeta infetto", attuando strategie per rigenerarlo che sappiano creare rapporti di complicità tra essere viventi, è forse quello che più mi ha colpito, quando ho letto il libro. È a quest'idea che mi sono aggrappato quando, stimolato da Alessandro Tartaglia, ho proposto un workshop di worldbuilding per *[La Scuola Open Source](https://www.lascuolaopensource.xyz/?ref=flaviopintarelli.it)*. La mia idea era quella di fornire ai partecipanti strumenti pratici e concreti per provare a immaginare come ricostruire un mondo in rovina. Per farlo ho deciso di riprendere un'attività che avevo già proposto alla Libera Università di Bolzano, nell'ambito di un corso a cui Pietro Corraini e Andrea Facchetti mi avevano invitato a contribuire. Ovvero usare *[Microscope](http://www.lamemage.com/microscope/?ref=flaviopintarelli.it) \-* un manuale di regole di gioco narrativo pensato per costruire, collettivamente, delle linee del tempo - per dare vita a mondi che i partecipanti possono poi usare come ambientazione da esplorare con diverse forme narrative. Da quello spunto, è nato[{Ri}costruire mondi](https://www.lascuolaopensource.xyz/didattica/ri-costruire-mondi?ref=flaviopintarelli.it), un workshop di due giorni dove, insieme a me, sarà presente anche Fabrizio Luisi. Scrittore e docente, Fabrizio è autore di *[Maghi, Guerrieri, Guaritori: gli archetipi della politica italiana](https://www.librimondadori.it/libri/maghi-guerrieri-e-guaritori-fabrizio-luisi/?ref=flaviopintarelli.it)*. Un testo di recente uscita e grande interesse, per chi si occupa di comunicazione e tecniche narrative. A Fabrizio spetterà il compito di fornire ai partecipanti l'impalcatura teorica necessaria per affrontare l'attività pratica che coordinerò. Il workshop si svolgerà il 23 e 24 gennaio, nello Skypeverso. Verrà attivato con un minimo di 12 iscritti e ne potrà ospitare al massimo 20\. È possibile iscriversi sul sito di *La Scuola Open Source*. [{Ri}costruire mondi – Progettare, scrivere e immaginare mondi, per ricostruire quello in cui viviamoProgettare, scrivere e immaginare mondi, per ricostruire quello in cui viviamo![](https://www.lascuolaopensource.xyz/android-icon-192x192.png)La Scuola Open Source![](http://www.lascuolaopensource.xyz/content/didattica/101-ri-costruire-mondi/vdieu-5964ac2f48ed7-1000-3000.jpg)](https://www.lascuolaopensource.xyz/didattica/ri-costruire-mondi?ref=flaviopintarelli.it) Iscriviti al workshop! ### Spore #1 - Divenire bambino, divenire animale URL: https://flaviopintarelli.it/2020/12/01/spore-divenire-bambino-divenire-animale/ Last updated: 2020-12-01T09:31:13.000Z Non ho mai provato nulla che abbia saputo trasformarmi come ha saputo farlo l'esperienza di essere genitore. Crescere un figlio significa infatti diventare bambino a tua volta. Che non vuol dire tornare bambini, regredire. Bensì imparare a guardare di nuovo il mondo con lo sguardo di un bambino. Dunque con occhi nuovi, con occhi rinnovati. Accade perché, in ogni istante che passi al suo fianco, al fianco di tuo figlio, tu ti rispecchi in lui. Quella creaturina è parte di te e, allo stesso tempo, è anche qualcosa di diverso da te. Qualcosa di distantissimo da te, di remoto e di indecifrabile. Provare a capirlo, a decrittarlo, significa mettersi in ascolto. Sintonizzarsi sulle sue frequenze. Apprendere come lui guarda e decifra le cose che gli stanno intorno. Sentirle come le sente lui, attraverso di lui. Questo esercizio lavora in profondità. È il divenire, il farsi altro da sé, nel flusso ininterrotto di sensazioni che tu e tuo figlio vi scambiate istante per istante. Poco più di un anno fa abbiamo fatto una gita in montagna. L'ho portato al Parco Naturale di Paneveggio. È un luogo che amo moltissimo. Da quelle parti ho passato numerose estati della mia infanzia e adolescenza. Ci sono tornato, a più riprese, anche dopo che la mia famiglia ha smesso di andarci in vacanza. Di fatto, ci torno almeno una volta ogni anno, d'estate, nelle settimane in cui mio figlio e la mia compagna sono al mare e io, io che resto da solo a casa, per lavorare, mi concedo quelle lunghe escursioni che preferisco fare senza compagnia. All'imbocco del parco c'è un recinto. Ospita dei cervi. Decidiamo di fermarci lì. Scendiamo dall'auto. Ettore cammina già da qualche mese. Imbocca il sentiero che dal parcheggio scende verso la rete. È un sentiero largo, ben tenuto. Una lingua di terra battuta, coperta di sassolini grigi, su cui mio figlio caracolla con i suoi passi minuti. Lo seguo a distanza di qualche passo. Mi aspetto che da un momento all'altro il suo moto s'inceppi. Mi figuro la caduta. Sento sui palmi il bruciore della pelle scorticata. Avverto il pianto risalire i dotti lacrimali e inondarmi le guance arrossate dalla frustrazione. Attento. Resta vicino. Non correre. Il richiamo alla prudenza è un grido che trattengo a fatica dentro di me. Ma ho imparato a lasciarlo libero di correre qualche pericolo, di provare da sé come funzionano le leggi della fisica. Ettore, però, non cade. Arriva in fondo, dove il sentiero si scioglie in un prato d'erba ancora verde, nonostante sia già ottobre inoltrato. Poco più in là, un cervo posa per noi. Quelli del recinto lo fanno spesso. Sono abituati alla gente che s'affolla davanti alle recinzioni. Sanno di poter rimediare un po' di cibo. Si concedono all'attenzione dei turisti, senza che si possa dire se siamo più lusingati o indifferenti ai loro sguardi. L'esemplare è un giovane maschio. È tonico, muscoloso. Si mostra di tre quarti, col collo leggermente piegato verso di noi. Un palco di corna svetta sulla sua fronte. Sotto di essa gli occhi, nerissimi e profondi, ci osservano con uno sguardo dolce e robusto. Ettore lo vede. Rallenta il passo fin quasi a fermarsi a pochi centimetri dalle maglie di metallo della rete. Gli occhi si sgranano come l'obiettivo di una macchina fotografica. La bocca è una circonferenza spalancata in un'esclamazione senza suono. Freme di timore e ammirazione. Simili a bolle sulla superficie quieta di uno stagno, affiorano domande nel suo sguardo, ed io le leggo. Chi è quell'essere? Da quale regno m'interpella? A che dimensione appartiene? Cosa significa quella magnificenza? E a me? A me cosa sta succedendo? In quell'incrocio di sguardi, di cui io sono il terzo ed estraneo fuoco, assisto al divenire animale di mio figlio. Quella è la prima volta che Ettore vede un cervo ed anche io, in quell'istante, vedo un cervo per la prima volta, divenendo bambino. ### Santini e medagliette URL: https://flaviopintarelli.it/2020/11/27/maradona-femminismo/ Last updated: 2020-11-27T12:38:13.000Z C'è un passaggio de *Il racconto del Vajont* che amo molto. È quello in cui Paolini descrive il sentimento che ha provato la prima volta che ha visto la diga. Lo stesso, dice l'autore, che ogni maschio, a una certa età più o meno precisa, prova di fronte a una portaerei. Non importa se tu, in futuro, diventerai pacifista o antimilitarista. A un certo punto della tua vita, se sei un maschio e ti trovi di fronte a una portaerei, la tua reazione sarà sempre la stessa: stupore e ammirazione. Il sentimento delle Colonne d'Ercole, così lo chiama l'autore. È la voglia di spingersi oltre, di mettersi alla prova, di superare i limiti. È lo spirito del progresso. Il fascino della frontiera. Il desiderio dell'ignoto. È un sentimento antico, radicato e profondamente infantile. Amo molto quel passaggio perché parla anche di me. In uno degli album di famiglia che stanno a casa dei miei genitori c'è una foto che mi ritrae. È l'estate del 1998\. Siamo in viaggio negli Stati Uniti. Un pomeriggio, a Manhattan, mi portano a visitare L'*Intrepid Sea-Air-Space Museum,* il museo di storia marittima e militare che si trova al Pier 86, lungo la quarantaseiesima strada. La collezione è ospitata sopra e intorno alla USS *Intrepid*, una portaerei della Seconda Guerra Mondiale ancorata sull'Hudson. Nella foto poso davanti a un carro armato. Ho una postura strana, un po' insicura. Nella mia cognizione adolescente delle cose del mondo ho già rifiutato l'imperialismo e il militarismo di cui quelle macchine sono un ingranaggio. Ma, lo stesso, sul volto ho stampato un sorriso che va da un orecchio all'altro. Nella mia spensieratezza di bambino le amo, quelle macchine. Ho passato la mia infanzia ad amarle. Ho letto praticamente tutto Tom Clancy. Ho consumato riviste di militaria. Ho collezionato fascicoli e schede sugli armamenti. Ho consumato un volume fotografico sugli aerei da caccia. Me lo comprarono una domenica in libreria, durante un'iniziativa nazionale di promozione della lettura. Dentro c'erano foto emozionanti del volo di Mig, di Tornado, di Mirage. Ne so riconoscere il profilo quando passano nel cielo. So citarne le configurazioni dei sistemi d'arma. Ne ho mandato a mente le prestazioni, le caratteristiche, i pregi e i difetti. Sono diventato un nerd dei sistemi d'arma, prima ancora di compiere quindici anni. Poi piano piano, quell'amore ha perso intensità. Un po' perché alle superiori essere un nerd era socialmente squalificante ed esserlo dei sistemi d'arma, beh era un ottimo viatico per venir considerati alla stregua di Unabomber; un po' perché ho iniziato ad avvertire la contraddizione tra la visione del mondo che stavo sviluppando e quella passione infantile. Non sono mai guarito davvero. Prendere coscienza del fatto che i sistemi d'arma sono meravigliosi strumenti di morte non mi ha impedito, molti anni dopo, di giocare in modo ossessivo a *Modern Warfare 2* per sbloccare ogni arma e accessorio disponibili. Ma ho saputo mettere nella giusta prospettiva la mia passione, pur continuando a fremere di piacere quando vedo la foto di un sottomarino nucleare sovietico classe Tifone. Quel passo di Paolini, e il ricordo che gli ho collegato, mi sono tornati in mente ieri, quando ho letto i commenti a un post che il mio amico Lorenzo ha pubblicato su Facebook. Sono due frasi in cui dice che c'è una distanza tra l'autore e la sua opera e che se il primo è uno stronzo, se muore forse è il caso di evitare di celebrarlo in pubblico. Sta parlando di Maradona, ovviamente. E anche se nel post Lorenzo non lo dice in modo esplicito, l'aspetto infamante della sua vita, quello che lo qualifica come "uomo di merda", è il rapporto che ebbe con le donne. Certo, se esprimiamo un giudizio sulla sua figura non possiamo ridurre Maradona solo a quest'aspetto. Maradona è stato anche altro: uno straordinario interprete del gioco del calcio, forse il più grande di tutti; un simbolo di riscatto per gli emarginati e gli sfruttati; una persona dalla mente infestata di mostri e fantasmi, con cui credo che mai vorrei avere a che fare. Il giudizio su Maradona ci mette davanti alla complessità del reale, alla sua contradditorietà. [Dice bene Gabriele Di Luca](https://sentierinterrotti.wordpress.com/2020/11/26/e-morto-diego/?ref=flaviopintarelli.it) quando, rivolgendo il suo ultimo saluto a Maradona, scrive che "c’è qualcosa di profondamente sbagliato e puerile nel pretendere che un eroe sia anche un cavaliere senza macchia e senza paura". Accettarlo però non è così facile o scontato. Lo dimostra la discussione che sotto al post di Lorenzo, che è appropriato descrivere usando l'aggettivo *cursed*, maledetta. A leggerla ci si accorge quanto sia difficile mettere in discussione un mito. Il mito, in quanto tale, non si discute. Si perpetua e si celebra. Provare a tenerne insieme tutte le dimensioni, anche quelle che si contraddicono tra di loro, come fa Lorenzo, sulla cui tesi di fondo potremo anche discutere, significa assumersi il rischio di venir tacciati di moralismo o di vedersi agitare davanti lo spauracchio della *cancel culture* (su cui ha [scritto cose definitive e condivisibilissime](https://www.internazionale.it/opinione/claudia-durastanti/2020/07/17/passare-microfono-altri-cancel-culture?ref=flaviopintarelli.it) Claudia Durastanti). Eppure a un pensionato non perdoneremmo il turismo sessuale; a un imprenditore non perdoneremmo di picchiare la moglie; a un amico non perdoneremmo lo sprezzo nell'usare le donne e i loro corpi. A Maradona invece, in ragione del suo essere mito, perdoniamo tutte queste cose o, almeno, tendiamo a minimizzarle, a riporle in un cassetto che, sì, sappiamo esistere ma non abbiamo voglia di aprire. Farlo non significa voler rimuovere il mito, volerlo cancellare. Farlo significa riconoscere le contraddizioni che lo innervano e lo abitano. Significa fare i conti con la realtà del mito, con la concretezza da cui ha origine l'immagine che consegniamo alla storia. Non è facile e non credo sia un caso che, in quella discussione come altrove, ad avere più difficoltà a farlo siano soprattutto dei maschi, bianchi, eterosessuali a comportarsi in questo modo. È una sorta di regressione, in cui torniamo a scambiarci santini e medagliette. A impersonare il ruolo del chierichetto e del balilla. Non solo perché noi - maschi, bianchi eterosessuali - di fronte alle Colonne d'Ercole non possiamo fare a meno di sentire la fascinazione del limite e del suo superamento. Ma anche perché in quel mito di progresso, e nella dimensione *larger than life* che gli attribuiamo, più a torto che a ragione, troviamo la nostra assoluzione. > Se oltre alla tecnica c'è altro che vi affascina de stommemerda che potreste letteralmente incontrare ovunque,fatevi due domande sulla fascinazione che subite dai ricchi famosi 'geni maledetti' maschi cishet perché è la storia più vecchia del mondo, altro che 'fuori dagli schemi' > > — Onironauta (@Detta\_Lalla) [November 26, 2020](https://twitter.com/Detta%5FLalla/status/1331860247426854913?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Maradona era enorme, nei vizi e nelle virtù. Su un campo da calcio, come nella vita, non potremo mai essere come lui. Questa consapevolezza ci rassicura, perché relega i lati oscuri a una dimensione che non possiamo raggiungere e, quindi, per questo motivo, essi non ci riguardano, non fanno parte di noi. Se, al contrario, riconoscessimo le contraddizioni che abitano il corpo del mito, se riportassimo l'immagine alla carne, finiremmo per annullare quella distanza e dovremmo riconoscere che noi siamo identici a Maradona, che i suoi lati oscuri albergano anche in noi, a dispetto di quanto crediamo di sapere su noi stessi. Benjamin diceva, più o meno, che bisogna essere capaci di ammirare la bellezza dell'arco di trionfo e, allo stesso tempo, indignarsi per la violenza che celebra. Ma per esserne capaci, quella violenza bisogna prima riconoscerla. Saperla vedere. Saperla chiamare con il suo nome. Se noi maschi continuiamo a negare, su questa e su altre vicende, il punto di vista femminile, se lo rifiutiamo, lo mettiamo in causa, lo delegittimiamo, beh, non potremo mai farci carico delle contraddizione che ci abitano, tanto meno risolverle. E non è cosa da poco, perché il nome che portano e il volto con cui si presentano è quello della violenza che nasce dall'esercizio del potere patriarcale. Se la scontiamo a qualcuno, la scontiamo a tutti. Come possiamo iniziare a farci carico di questa responsabilità? Quando avevo quindici anni, quelli a cui piaceva il grunge, al mercato compravano delle magliette dei Nirvana con su stampato il volto di Kurt Cobain in posa cristologica. Sopra la sua faccia c'era una scritta: *kill your idol*. Nella mia ingenuità di adolescente, in quelle parole leggevo soprattutto la bestemmia. Ma in quella maglietta c'è qualcosa in più dello sputo in faccia alla religione, al potere, alla tradizione. Qualcosa che la rende davvero straordinaria. L'invito a uccidere il proprio idolo, infatti, è rivolto tanto a Cristo, quanto a Cobain stesso. Uccidimi, dice al suo fan il leader dei Nirvana. Uccidi l'idolo. L'idolo pop. Perché è nel momento in cui lo diventerò davvero, un idolo, che smetterò di essere me stesso. Perderò la materialità del mio corpo. Mi sarò fatto immagine. E l'immagine, ricordava Godard citando San Paolo, verrà solo al tempo della resurrezione. Ovvero il tempo in cui, mondato dai suoi peccati, l'uomo si sarà fatto dio e parteciperà della sua sostanza. Così, tra le macerie a cui il mondo sarà ridotto, l'idolo farà ciò che è stato progettato per fare: essere adorato, nei secoli dei secoli. Così sia. È un saggio consiglio, quello che ci dava Cobain. Gli idoli si uccidono per riportarli a una dimensione mondana, per impedire che, liberati dalle catene della carne, circolino solo come immagine, bruciando tutto ciò che sta loro intorno. ### Giorni pandemici URL: https://flaviopintarelli.it/2020/11/20/giorni-pandemici/ Last updated: 2020-11-20T13:53:31.000Z Sono quei giorni di novembre che il vento rende limpidi, spazzando via nubi e foschie. Il sole mi scalda la schiena e le gambe, sono gli ultimi morsi prima dell'inverno. Il leviatano ha mobilitato le sue membra. S'assembrano in lunghe file fuori le *location* degli *screening*. Sono in fila anche io. Accanto a me le foglie crepitano, rotolando sull'asfalto incalzate dal vento. *Il morbo infuria, il pan ci manca*. Prima di uscire di casa ho guardato fuori dalla finestra. L'aria vibra di bagliori dorati. La finestra è la stessa da cui ho osservato l'autunno arrivare, colorando l'Italia di giallo, arancione e rosso. Quassù il rosso è calato e ha ricoperto ogni cosa. Tutto è rosso. Come il pericolo. Come il sangue. Come la morte. Nell'orto, sotto al balcone, giacciono abbandonati gli attrezzi. Un cumulo di sampietrini mai riordinati attende la ripresa della vita quotidiana. Il cavolo nero, unico superstite dell'abbondanza estiva, svetta tra gli sterpi e le foglie cadute che, lentamente, marciscono nutrendo la terra. Quel fazzoletto ha rappresentato, nei giorni di primavera del *lockdown*, la sola fonte di aria aperta a disposizione. Lo abbiamo zappato, vangato e sarchiato. Lo abbiamo preparato ad accogliere i semi, come il medico che ingengerizza la fertilità di una donna. Lo abbiamo fatto, sempre, sotto l'occhio vigile della montagna. La stessa che avvampava con l'autunno e che, al tempo, eruttava la rinascita primaverile. Giornate di confinamento. Lunghe, infinite, col latrare degli altoparlanti a scandire il tempo. *Per contenere il diffondersi del virus vi invitiamo a restare in casa*. Papà, ascolta, dice Ettore quando l'auto della protezione civile passa sotto casa, arriva la macchina che parla. Esplosioni di fiori bianchi punteggiano il verde tappeto di gemme sbocciate. Una cascata candida, che cola dall'alto fino in città. Ci dà speranza. Tutto questo finirà. La curva si piega. L'Rt s'abbassa. Fase due. *Osanna*. Ma il tempo sospeso della pandemia è un tempo ciclico. Ha più a che fare con l'alternanza delle stagioni o con le fasi lunari, che con le rette del nostro misero tempo mortale. La pandemia ritorna. Batte di nuovo le strade. Intasa gli ospedali. Collassa polmoni. Evidenzia le storture del sistema. Ma non tutti hanno occhi per vedere. *La luce di Dio ci acceca o ci illumina*? Così il Leviatano agisce. Il leviatano spera e, sperando, nutre il corpo di illusioni. Torneremo alla normalità. Salveremo il Natale. Chi vuole, potrà lavorare. Tra qualche giorno la montagna sarà di nuovo spoglia. Un muro grigio e marrone. Contundente. Alberi e rocce, saldati insieme in quell'immutabile profilo geologico. Li ho osservati per mesi. A lungo. Con attenzione. Cercando in loro il segno del tempo che in eterno, gira e ripete se stesso. Non ne ho ricavato che indifferenza. Per loro non sono nulla. Ma loro, per me, sono tutto. Mi definiscono e io mi definisco in loro. ### Vivere senza autorevolezza URL: https://flaviopintarelli.it/2020/11/16/autorevolezza-declino-autorita/ Last updated: 2020-11-18T16:51:26.000Z Qualche mese dopo essermi laureato, all’incirca una decina di anni fa, mi ritrovai a colloquio con il mio relatore in uno di quei localacci intorno alla stazione di Milano. All’epoca ero fermamente intenzionato a proseguire il mio percorso di studi con un dottorato e avevo raggiunto il capoluogo lombardo proprio per discutere questa eventualità con il docente che mi aveva accompagnato durante la tesi. Fu una chiacchierata piacevole, talmente piacevole che, dopo aver discusso una serie di tecnicalità legate alla mia volontà, finimmo per parlare dell’attualità culturale di allora. Sulle riviste e nei giornali teneva all’epoca banco il *New Realism* di Maurizio Ferraris nei cui confronti il mio professore, un semiologo di provata fede strutturalista, provava più di qualche riserva. Si chiedeva, infatti, come fosse stato possibile che alcuni concetti, da lui giudicati ormai acquisiti nel pensiero sulla natura di costrutto culturale delle nozioni di realismo e realtà, potessero essere rimessi in discussione e avere una tale fortuna critica e mediatica. Mi alzai dal tavolo di quel bar tavola calda per tornare verso la stazione con dentro una sensazione di incompiutezza. Quella riflessione agrodolce mi aveva colpito e, durante il viaggio di ritorno, non riuscii a sedare la netta percezione che avrei avuto una risposta assai arguta da dare a quella preoccupazione; una di quelle frasi così pregne di significato da risultare risolutive nella loro brevità e chiarezza. Purtroppo non riuscii mai a formularla e quel pensiero rimase inespresso dentro di me fino a pochi mesi fa, quando ne ho ritrovato lo spirito in un passaggio di [*Trentacinque secondi ancora*](https://www.ultimapagina.net/interviste/intervista-a-lorenzo-iervolino/?ref=flaviopintarelli.it), il secondo romanzo dello scrittore romano Lorenzo Iervolino da poco pubblicato per 66th&2nd. Il libro, per chi non ne avesse sentito parlare, racconta la vicenda di Tommie Smith e John Carlos, i due velocisti afroamericani che, nel 1968, espressero, col gesto del potere nero, solidarietà alle lotte per i diritti civili, dal podio dei 200 metri piani delle olimpiadi di Città del Messico. Verso la metà del volume c’è un capitolo in cui Iervolino si trova a intervistare il professor Harry Edwards, sociologo, attivista e ispiratore del *Progetto Olimpico per i diritti umani*, l’esperienza di militanza da cui nacque il gesto di Carlos e Smith. A un certo punto del capitolo Edwards pronuncia queste parole: > “Dopo anni di analisi e azioni politiche, ho capito un’altra cosa che per me è stata fondamentale. Mi chiedono spesso se sono scoraggiato dal fatto che nello sport americano, oggi, stiano di nuovo lottando per gli stessi motivi per cui mi sono battuto io, e con le stesse identiche modalità di allora. La mia risposta è: No. Ed è no perché le questioni contro cui ci siamo battuti e contro cui oggi si battono sono perpetue, sono dinamiche: ritornano. Questa lotta è ciclica e, sono ormai convinto, non può portare a vittorie definitive.” Se potessi tornare indietro a quel pranzo milanese, al mio professore potrei dire queste stesse identiche parole, ché, come i diritti, probabilmente anche i concetti sono soggetti ai cicli storici e vanno di conseguenza rinegoziati ogni volta che se ne chiude uno e se ne apre un altro. ## Il declino dell’autorevolezza Della riflessione del professor Edwards sarà bene tenere conto da ora in avanti. E non soltanto perché, com’è ormai evidente più o meno a chiunque, le generazioni nate a cavallo del passaggio di millennio e quelle successive hanno attraversato e stanno attraversando un periodo di grandi e sostanziali cambiamenti di natura tecnologica, sociale e culturale; ma anche perché la stragrande maggioranza di questi cambiamenti è avvenuta e sta avvenendo sotto le insegne della disintermediazione e della *disruption*. Con l’espressione disintermediazione, mutuata dal gergo bancario in cui è apparsa per le prima volta nel 1967, si indica generalmente la rimozione degli intermediari dalla catena di distribuzione di un prodotto. Mentre quando si parla di *disruption*, si fa di solito riferimento a una teoria dell’innovazione elaborata per la prima nel 1995, da Clayton M. Christensen e Joseph Bower, in un articolo pubblicato dalla Harvard Business Review e intitolato *Disruptive Technologies: Catching the Wave* e approfondita successivamente nel libro *The Innovator’s Dilemma*. Secondo questa teoria le aziende strutturate, pur essendo perfettamente consapevoli e in grado di innovare, non avrebbero tuttavia la capacità di mettere a frutto i mercati più sensibili all’innovazione tecnologica. Questo perché, di solito, si tratta di piccoli segmenti, poco interessanti dal punto di vista di un’azienda che, per dimensioni e cultura, avrebbe uno scarso interesse a perseguirli. Un interesse che è invece fondamentale per le imprese start up che, al contrario, possono esplorare piccole nicchie di mercato per mettere alla prova i propri prodotti e modelli di business per poi scalarli verso bacini d’utenza più ampi. Vista attraverso questa teoria, l’innovazione tecnologica non è soltanto la capacità di dare vita a prodotti capaci di incontrare bisogni e desideri latenti, ma anche quella di ridisegnare gli scenari di business intorno alle caratteristiche e alle esigenze del prodotto stesso, modificando di conseguenza gli ecosistemi economici e sociali in cui l’innovazione si produce e si sviluppa. Sebbene [questa teoria sia stata criticata](http://www.newyorker.com/magazine/2014/06/23/the-disruption-machine?ref=flaviopintarelli.it), e [da diversi punti di vista](https://www.theguardian.com/technology/2014/jul/13/clayton-m-christensen-theory-disruptive-innovation-debunked?utm%5Fcontent=buffer6b0bf&utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=facebook.com&utm%5Fcampaign=buffer), l’idea di *disruption* è entrata a far parte stabilmente del nostro bagaglio concettuale e, insieme a quella di disintermediazione, costituisce uno dei nostri orizzonti culturali più stabili. La digitalizzazione dell’informazione, ad esempio, è un ambito in cui abbiamo assistito a entrambi i fenomeni. Si è avuta disintermediazione nella facilità con cui oggi possiamo produrre e, soprattutto, distribuire informazioni, un processo che ha avuto l’effetto di invertire il vettore di questa operazione, trasformando da verticale a orizzontale la dinamica con cui produciamo e distribuiamo informazione nel corpo sociale; dall’altra parte, ed è qui che si è verificata una *disruption*, ha creato e perseguito quel segmento di mercato rappresentato da tutti coloro che erano alla ricerca di un modo facile ed economicamente non impattante per creare e distribuire contenuti con cui esprimere la dimensione e le sfumature proprio “self”. L’apertura di questo mercato ha aumentato a dismisura il numero di voci (di nodi della rete) che producono e distribuiscono informazioni, creando un ecosistema dove la concorrenza per l’attenzione, una delle risorse più scarse in assoluto, è altissima e feroce. Sono così apparsi, in questo scenario, una serie di linguaggi caratterizzati da una cifra estetica basata sull’immediatezza (dal selfie alla diretta video su You Tube, dalla geolocalizzazione ai live tweet) o, meglio, sulla costruzione di un effetto di immediatezza. I media digitali hanno così portato a compimento una tendenza che era già in atto nei mezzi di comunicazione tradizionali e attraversava trasversalmente l’universo della comunicazione contemporanea. In questo contesto, i tradizionali soggetti deputati all’elaborazione e alla diffusione del sapere si sono trovati a dover negoziare il loro ruolo in un panorama radicalmente mutato, dove la produzione sovrabbondante di informazione, calata in un ambiente orizzontale im-mediato, ha dato la possibilità a singoli nodi della rete di acquisire un notevole potere di influenza (definiamo infatti *influencer* i più attivi tra questi nodi). A cambiare sono state soprattutto le logiche con cui si determina l’autorevolezza di una fonte; non a caso, in un articolo pubblicato su Prismo, Raffaele Alberto Ventura di riferisce a questo periodo come all’[era del sospetto](http://www.prismomag.com/era-del-sospetto/?ref=flaviopintarelli.it), un periodo storico nel quale il dubbio generalizzato è diventato uno degli orizzonti culturali di una società in cui la lentezza e l’impaccio con cui i tradizionali soggetti deputati alla produzione e alla distribuzione del sapere (università, musei, istituiti di ricerca, intellettuali, giornali, ecc.) hanno reagito a questo cambiamento, faticando tanto a comprenderne le logiche quanto i linguaggi, ha permesso che si erodesse la fiducia in quell’autorevolezza su cui si basava l’efficacia della loro azione. ## Le forze che abitano il vuoto Prima di degenerare in una dimensione spettacolare che ne ha obliterato ogni possibile efficacia, il dibattito sulla post verità, nato da una riflessione sul [carattere post fattuale](http://www.prismomag.com/fatti-interpretazioni-verita/?ref=flaviopintarelli.it) della nostra epoca, ha avuto il merito di porre l’attenzione sullo spostamento dalla natura testimoniale a quella misurabile del giudizio che esprimiamo sulla realtà. Anche se per un momento tutto sommato breve, si è accesa una luce sul vuoto prodottosi in seguito al declino del principio di autorevolezza. La domanda che dovremmo porci ora è la seguente, quali forze è possibile che si installino o si stiano installando in questo vuoto? E attraverso quali discorsi si esprimono? Se guardiamo alle cronache di questi ultimi mesi - da Brexit a Trump passando, in Europa, per il peso crescente delle destre d’impostazione lepenista - sembra piuttosto chiaro come il populismo sia una delle forze, forse quella più chiaramente delineata, che stanno mettendo radici nel vuoto generato dalla disintermediazione del principio di autorevolezza. Come [scrive Hamilton Santià su Il Tascabile](http://www.iltascabile.com/societa/populismi/?ref=flaviopintarelli.it), > populismo è una catch-all word, che fonda il suo successo sulla possibilità che in ogni momento della storia, a ogni livello, ci sia un popolo che si sente escluso e deprivato», ovvero un discorso che rilegge «il conflitto non più come “destra vs sinistra” ma “alto vs basso”. È lungo quest’ultimo vettore che si genera quella diffidenza verso gli esperti che si tramuta facilmente in astio e caratterizza molte espressioni del discorso populista: dal rifiuto della politica al primato della percezione personale dei fenomeni sociali rispetto alla loro effettiva quantificazione, come accade puntualmente in relazione alle problematiche che riguardano la sicurezza. Nel vuoto in cui ci stiamo muovendo, a questa dimensione emotiva e rabbiosa che si agglutina in un «corpo sociale nuovo, risultato della cosiddetta proletarizzazione del ceto medio» (è ancora Santià a notarlo), si contrappone un’altra forza, meno definita, che sembra nascere anch’essa dal declino e dalla scomparsa progressiva del ceto medio. Prendendo a prestito il titolo da un [pezzo di Valerio Mattioli](http://www.prismomag.com/orgoglio-elite/?ref=flaviopintarelli.it), si potrebbe chiamare questa forza “Orgoglio élite”, ovvero la rivendicazione, da parte della «classe creativa urbana e progressista» di una [propria superiorità politica e intellettuale](https://www.independent.co.uk/voices/metropolitan-liberal-elite-donald-trump-brexit-stand-up-for-ourselves-and-ideas-a7559891.html?ref=flaviopintarelli.it) che viene rappresentata sotto assedio da parte di una [minaccia a cui è necessario reagire](http://www.pagina99.it/2017/02/12/sono-elite-e-me-ne-vanto/?ref=flaviopintarelli.it) prima che sia troppo tardi. Il problema è che la natura di questa reazione, piuttosto che articolarsi intorno a un tentativo di ricostruire su basi nuove e adeguate ai tempi in cui viviamo il principio di autorevolezza, sembra risolversi spesso verso nuove forme di autoritarismo. Un esempio, tra i tanti possibili, è il crescente [fastidio verso la democrazia](http://www.iltascabile.com/societa/alternativa-alla-democrazia/?ref=flaviopintarelli.it) come forma di organizzazione della vita politica, che è emerso più volte in occasione di eventi come Brexit, il referendum costituzionale o l’elezione di Trump. Di fronte alla presa che queste argomentazioni, emotive e sostanzialmente prive di riscontri fattuali, fanno su quel corpo sociale escluso e deprivato che costituisce quel popolo a cui il discorso populista si rivolge, creandolo; questa autoproclamatasi elité ha preferito e preferisce vagheggiare dei futuri in cui i [diritti politici sono vincolati a forme di valutazione](http://www.ilpost.it/2016/05/25/democrazia-voto-ignoranti/?ref=flaviopintarelli.it) come test o esami, piuttosto che ragionare sulla natura ideologica della democrazia e del discorso che la produce o per articolarne una critica, magari su basi libertarie; oppure immaginare percorsi di democratizzazione in grado di erodere il potere del capitale [come suggerisce Erik Olin Wright](http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/07/05/erik-olin-wright-estendere-la-democrazia-per-erodere-il-capitalismo/?ref=flaviopintarelli.it). Invece che usare il proprio capitale culturale per attivare processi di trasformazione dell’esistente, l’espressione dell’”orgoglio elité”, nell’ansia di contrapporsi all’irrazionalità dell’avversario, come è accaduto in occasione dell’approvazione del decreto sull’obbligo vaccinale, finisce per mimarne tanto le posture quanto i meccanismi retorici, in una reazione uguale e contraria che non solo appiattisce il dibattito in una dimensione da stadio ma, ed è ben più grave, contribuisce a far circolare nel dibattito ipotesi che fino a qualche tempo fa sarebbero state bollate come inaccettabili da chiunque si fosse auto rappresentato come appartenente al campo progressista: dall’esclusione della patria potestà alla pena di morte. È come se questa “[classe disagiata](http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/noi-classe-disagiata/?ref=flaviopintarelli.it)”, che si riconosce più nella propria formazione e nei propri consumi culturali che non nelle condizioni economiche che la caratterizzano, fosse talmente sbigottita dalla dissoluzione dell’orizzonte d’autorevolezza che è stata abituata a riconoscere da non essere capace di ripensarlo, ritirandosi in forme di autoritarismo che aprono scorci inquietanti sul futuro che ci aspetta. In pochi sembrano accorgersi infatti che le uniche e vere elité sono proprio quelle forze che oggi sanno cavalcare il discorso populista e che hanno avuto in Berlusconi prima e in Donald Trump ora due autentici campioni. Se si raggiunge la consapevolezza di questa equivalenza, continuare ad alzare il livello di tolleranza del corpo sociale all’autoritarismo, con la scusa di condurre una battaglia campale contro un campo di forze che si vuole rappresentare come avverso, pur condividendo le stesse condizioni economiche di partenza, è una strada perdente che sembra avere come unico sbocco quello di dissodare il terreno migliore per far germogliare il lato oscuro di ogni discorso populista, che non può che essere il fascismo. Cosa fare dunque per scongiurare la distopia? ## Come ricostruire l’autorevolezza? La questione in ballo qui è, in effetti, assai semplice, e ruota intorno alla domanda: “come ricostruire un principio di autorevolezza?”. Stimolato direttamente sull’argomento durante la [conferenza *Connected Intelligence?*](https://www.salto.bz/it/article/19052017/tra-utopia-e-distopia?ref=flaviopintarelli.it), il massemdiologo Derrick DeKerckhove ha indicato nell’intelligenza artificiale lo strumento in cui riporre fiducia per ricostruire un principio di autorevolezza. È un’ipotesi che spiazza, probabilmente perché le grandi narrazioni, da *Terminator* e *Matrix*, ci hanno abituato a una concezione distopica dell’intelligenza artificiale come elemento macchinico impegnato nella distruzione del o nell’estrazione costante di valore dal genere umano. L’utopia, come genere narrativo, è scomparsa dal nostro immaginario ormai da parecchio tempo. Eppure è proprio di un [ritorno a essa](http://www.prismomag.com/tornare-alla-utopia/?ref=flaviopintarelli.it), alla capacità di immaginare futuri alternativi rispetto a quelli che ci si prospettano, che sembra esserci davvero bisogno. L’esortazione di DeKerckhove andrebbe perciò letta in questa direzione, come un invito a esplorare le potenzialità dell’intelligenza artificiale come potenza liberante, come strumento in grado di garantire l’apertura di vie di fuga percorribili. Senza rinunciare a uno spirito critico che ci consenta di metterne in dubbio e interrogarne costantemente gli usi, forse dovremmo davvero prendere per buone le conclusioni a cui giungeva un [saggio pubblicato qualche anno fa su Aeon](https://aeon.co/essays/true-ai-is-both-logically-possible-and-utterly-implausible?ref=flaviopintarelli.it), in cui Luciano Floridi si domandava se dovessimo davvero temere l’intelligenza artificiale, per rispondersi che no, non è necessario temerla bensì fare in modo che questa tecnologia ci aiuti a diventare più umani di quanto già non siamo. Immaginare e raccontare in che modo sia possibile farlo è un compito che, per fortuna, le macchine non hanno ancora imparato a svolgere meglio di noi. È questa, credo, la missione più ambiziosa che ci aspetta di questi tempi. ### Note su Flashover di Giorgio Falco URL: https://flaviopintarelli.it/2020/11/08/flashover-giorgio-falco/ Last updated: 2020-11-09T10:35:37.000Z Il tessuto imprenditoriale locale, come buona parte di quello italiano d'altronde, è composto da micro, piccole e medie imprese. Sono aziende a conduzione familiare. Seconda o terza, a volte anche quarta, generazione di imprenditori. Hanno lavorato molto e bene sul prodotto, in alcuni casi sono stati bravi a internazionalizzarsi ma oggi, che il mondo si è fatto più piccolo e la concorrenza più agguerrita, sono in affanno. Questa descrizione - asciutta, fattuale - da tempo è entrata a far parte del mio disco vendita. In pochi, e infatti non è mai successo, potrebbero smentirne l'evidenza. Il tessuto imprenditoriale del paese è davvero composto in prevalenza da micro, piccole e medie imprese a conduzione familiare. L'osceno, di questa mia descrizione, ciò che resta fuori campo, è la rete di relazioni disfunzionali tra famiglia e impresa che le innerva. È su questo complesso di rapporti che getta la sua luce *[Flashover](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/flashover-giorgio-falco-9788806246273/?ref=flaviopintarelli.it)*, il romanzo di Giorgio Falco uscito da poco per Einaudi, in cui lo scrittore racconta la storia di Enrico Carella, l'imprenditore che, nel 1996, diede fuoco al Teatro La Fenice di Venezia per coprire i ritardi nei lavori accumulati dalla sua azienda, la Viet, che gli sarebbero costati un'onerosa penale. A Carella spetta, nella ricostruzione che Falco opera della vicenda, un ruolo ben preciso, quello del figlio padrone. Figlio di suo padre, grazie alla cui intercessione ottiene il subappalto per i lavori nel teatro; padrone della ditta Viet, dunque responsabile dei e per i suoi operai. Un doppio legame che lo rende, al tempo stesso, sottoposto alla ed esecutore della legge del padre. Sì, perché il padrone è anche un padre. Premia, rimprovera, mette alla prova ed esige fedeltà incondizionata. Detta legge, in casa come in azienda. Perché, dopotutto, le imprese a conduzione familiare sono anch'esse delle piccole famiglie. Coi loro litigi, certo, le incomprensioni, i conflitti. Ma nulla che non si possa risolvere, o che non possa essere accettato e ingoiato. Rimosso, cacciato giù, nel profondo delle cavità del ventre, dove bile e rancori s'accumulano e si trasformano e, a volte, esplodono. O s'innescano e prendono fuoco, così come si brucia un teatro. La parola *flashover*, scrive Falco, > indica lo sviluppo completo dell'incendio, soprattutto all'interno di un luogo chiuso; la temperatura è altissima, uniforme, e non si verifica più il rapido aumento tipico della fase di propagazione: tutti gli elementi bruciano all'unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superfici disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco. Il flashover identifica il momento di transizione tra un incendio in crescita e un incendio nella sua fase matura. > C'è qualcosa di malinconico in ogni flashover su cui incombe la distruzione: la distruzione portata da se stesso, la distruzione di se stesso. Già, perché il fuoco, è questa la sua natura, porta con se le condizioni della propria estinzione. Quando non c'è più nulla da bruciare, il fuoco, semplicemente, si spegne. Come la micro, la piccola e la media impresa. L'impresa a conduzione famigliare. Prima o poi si estingue, si spegne, perché nell'intreccio di relazioni disfunzionali che la tiene in piedi ci sono già gli inneschi che la faranno bruciare. Per raccontare tutto questo, perché è di questa rete di relazione che il romanzo fa l'autopsia, Falco sceglie uno stile che fa del montaggio la sua tecnica. Montaggio in senso cinematografico, ed è raro che la letteratura riesca ad avvicinarsi così bene a uno strumento così squisitamente filmico. Organizzata in una successione di paragrafi separati tra loro da evidenti spazi sulla pagina, la narrazione, in *Flashover*,procede inframezzata da commenti e riflessioni che creano, nel lettore, l'impressione di vederli sovrapposti alle scene del racconto, e che, come la voce fuori campo in un film dell'ultimo Godard o in Straub Huillet, questo racconto lo fanno divampare nei guizzi infiniti delle fiamme che compongono l'incendio. Così, paragrafo dopo paragrafo, i vari pezzi della vicenda si compongono, sovrapponendosi l'uno all'altro, come la cenere si deposita, sulle cose e sulle persone, alla fine di un rogo. ### "Quali immagini dopo la pandemia?" su La Foresta URL: https://flaviopintarelli.it/2020/11/06/quali-immagini-dopo-la-pendemia-su-la-foresta/ Last updated: 2020-11-06T15:06:48.000Z > Everybody wants to own the end of the world. > Don De Lillo, Zero K 04/04/2020 Quanto è banale abbozzare un intervento critico sulla pandemia, nel pieno della quarantena imposta per mitigare l’evento? M’interpella così la sindrome dell’impostore mentre batto sulla tastiera le prime parole di questo testo, che vorrebbe riflettere intorno a quello che mi appare come un fatto: non esiste un’immagine simbolo della pandemia. Permettetemi un paragone con l’unico evento di portata storica comparabile che mi sia stato dato possibile vivere: l’undicesimo giorno di settembre dell’anno 2001\. Prodotte e riprodotte incessantemente nei giorni mesi e anni successivi dall’apparato mediatico, le immagini del secondo schianto ci sono state imposte come epitome di quel giorno, l’alpha e l’omega di un momento epocale. “Nulla sarà mai più come prima”. Ecco come suonava la dichiarazione che faceva da didascalia al disintegrarsi del velivolo; al suo vaporizzarsi in una nuvola di fuoco nell’istante del contatto con quel fragile costrutto di cemento e acciaio che fu la seconda torre del *World Trade Center*. Esistono immagini di tale portata, di magnitudo così elevata per raccontare ciò che stiamo vivendo? Più mi trovo a compulsare gli hub della distribuzione cognitiva globale e più mi convinco che manca un’immagine che possa chiudere il ventaglio di possibili esiti apertosi con il diffondersi del Coronavirus lungo le catene logistiche mondiali. Venezia svuotata è impressionante? Lo sono anche New York, Wuhan, Parigi, Londra. Qualsiasi città è impressionante se svuotata dei suoi abitanti. I cittadini indiani che abbandonano le metropoli per tornare nelle aree rurali fanno scalpore? Lo stesso hanno fatto coloro che fuggivano dalla Lombardia nelle ore precedenti l’imposizione del *lockdown*. Branchi di scimmie si riappropriano di una città in Thailandia? Ma così hanno fatto anche i delfini nel porto di Cagliari o i cinghiali a Roma o i cervi sul litorale toscano. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/11/La-Foresta-2.jpeg) Nessuna di queste immagini possiede la forza necessaria per annullare ogni altra possibile alternativa e chiudere la sequenza con un concatenamento di montaggio capace di far procedere la narrazione. Nemmeno l’impressionante immagine di Papa Francesco in una piazza San Pietro costituita come spazio visivo dalla presenza dello sguardo divino possiede quell’universalità necessaria per imporsi come immagine unica, definitiva, della pandemia. La cosa che più si avvicina a questa immagine sono le visualizzazioni di dati. Curve esponenziali e logaritmiche, mappe di calore, diagrammi, bolle, rette, intervalli, scalini. Il virus e i suoi effetti rappresentati soprattutto in forma di astrazione. Eppure, mai come in questa situazione, in cui gli apparati di produzione dei dati variano da regione a regione e da nazione a nazione, siamo consapevoli della loro natura non oggettiva e, di conseguenza, della natura puramente rappresentativa, configurata e tutto sommato illusoria di queste visualizzazioni. Il massimo dell’astrazione, che dovrebbe coincidere con l’apice della chiarezza, diventa qui solo un altro segmento di quella costruzione frammentata e soggettiva della realtà che dovremmo cominciare ad adottare come approccio mentale predefinito al nostro stare nel mondo. Quantomeno, se l’obiettivo comune è abitarlo con l’ambizione di poter agire su di esso e sui suoi meccanismi. Un’ambizione che l’apertura operata dal virus contribuisce a rafforzare, a corroborare. Il tempo sospeso della quarantena è anche il tempo in cui si pronuncia l’indicibile e si progetta il futuro. All’arte - e alla critica che ne espande il discorso, gettando ponti tra le diverse aree della produzione e riproduzione culturale e sociale - spetta pertanto un compito, uno solo e cruciale. Impedire che una sola immagine prevalga chiudendo il circuito. Tra il massimo di concretezza incorporato nella visione soggettiva e il massimo d’astrazione della visione oggettiva, chi produce e socializza le immagini ha, adesso, il dovere etico e politico di mantenere aperto uno spazio tra esse. Un interstizio in cui poterci collocare tutti per immaginare un futuro che sappia andare oltre il realismo che ha dominato il mondo fino a pochi istanti fa, quello del capitale. ### È il momento di farci da parte URL: https://flaviopintarelli.it/2020/10/23/e-il-momento-di-farci-da-parte/ Last updated: 2020-10-23T10:24:13.000Z Due degli artisti che ho ascoltato di più nelle ultime settimane sono adolescenti. Si chiamano [J Lord](https://open.spotify.com/artist/1SDzdhISMGaEQzOCaJQ45C?si=g-CKcBkwT8KCIF3OzMq0jA&ref=flaviopintarelli.it) e [Neima Ezza](https://open.spotify.com/artist/754BUADwzMYecBgOoBaetK?si=uYHYHBgHRLyFdZVSyIV%5FoA&ref=flaviopintarelli.it). Di loro non so molto. Sono entrambi rapper, emergenti e, come si dice adesso, italiani di seconda generazione. Il primo, J Lord, è napoletano. Il secondo, Neima Ezza, è milanese. Se dovessi dire cosa li accomuna direi che, da una parte, tutti e due hanno qualcosa che di loro mi trasmette l'idea che siano dei bravi ragazzi, quasi dei "secchioni", se mi passate il termine. Nel caso di Neima sono gli occhiali da vista. In quello di J Lord la deliziosa "r" blesa del suo cantato dialettale, che mi suscita l'immagine di un timido impiegato napoletano da commedia all'italiana. Dall'altra parte, ed è la cosa più importante, i testi di entrambi sono incredibilmente consapevoli o *conscious*, come direbbero i critici musicali più colti. "Ccà tutte quant fanno “bang” si pe’ denare,/dimme che gusto ce truove doppo ca lle ‘ccise./Fanno a malavit, fotteno a muglier in giro./Uapp do quartier so schiave do superiore". Sono le barre che usa J Lord, in una delle strofe che apre un pezzo intitolato *Gangster,* per raccontarci un frammento di vita di strada, scegliendo un registro distante anni luce da quello apologetico con cui molto del rap di questi ultimi (e non solo) anni ha scelto per raccontare le stesse situazioni. Il video di *Gangster* di J Lord. Un registro analogo sceglie anche Neima Ezza che, tanto nel documentario che accompagna l'uscita del suo [primo EP](https://open.spotify.com/album/1pILTatr9mKxtA5S4vOcKO?si=qVFt0yqgRiWlrf%5FY2VJZrg&ref=flaviopintarelli.it) quanto nel disco stesso, sottolinea più volte quanto la vita di strada sia tutto tranne che attraente per chi in mezzo alla strada è nato e cresciuto. Più ascolto i loro brani pubblicati in giro sulle piattaforme - non sono molti a dire la verità - più mi torna in mente *[Passare il microfono agli altri](https://www.internazionale.it/opinione/claudia-durastanti/2020/07/17/passare-microfono-altri-cancel-culture?ref=flaviopintarelli.it)*, il bel saggio scritto da Claudia Durastanti per Internazionale quest'estate. In quel pezzo Durastanti rifletteva, inquadrandole da una prospettiva di potere, sulle preoccupazioni sollevate nel campo progressista dalla cosiddetta *cancel culture*. Queste preoccupazioni, che hanno trovato forma in una lettera firmata da 153 intellettuali e pubblicata sulla rivista Harper's, sono, nell'analisi che ne fa Durastanti, > "tensioni suscitate da \[...\] microassestamenti in cui pesano anche bilanci editoriali, valutazioni sulla composizione demografica del proprio pubblico e il potere d’acquisto dei consumatori-attivisti". *Perif*, il documentario con cui Neima Ezza ha lanciato il suo EP. Andrebbe scritto qualcosa di più profondo su come i rapper italiani stanno usando il documentario per raccontare se stessi e la loro musica. Perché il punto è, dice ancora Durastanti, che > la festa è piena di nuovi invitati. Le sedie iniziano a scarseggiare, qualcuno è costretto a restare in piedi, e se i nuovi arrivati sono più divertenti, entusiasti e destinati ad attirare l’attenzione, forse più che di censura si deve parlare di questo: dell’aggressività gioiosa del nuovo arrivato rispetto all’imbarazzo di chi a quella festa c’è sempre andato. In quest'immagine la musica e le parole di J Lord e Neima Ezza si rispecchiano alla perfezione, suscitando in me che le ascolto un senso di meraviglia e rispetto. Meraviglia, perché ho la sensazione di star assistendo all'emergere di due voci capaci di raccontare una generazione che non avrei altro modo di avvicinare, e capire. Rispetto, perché ascoltandoli mi convinco che il mio (minuscolo) ruolo di intelletuale mi imponga, in questo momento, di farmi da parte e lasciar loro il microfono, di essere loro complice, di farmi guidare da loro alla scoperta del mondo, di imparare da loro ed essere disponibile a fare insieme a loro le cose necessarie. C'è speranza in queste nuove generazioni, e saggezza, che dobbiamo imparare ad ascoltare per dar loro lo spazio che meritano e di cui hanno bisogno. ### "Il ventennale imperfetto dell'11 settembre" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2020/10/01/il-ventennale-imperfetto-dell11-settembre-su-not/ Last updated: 2020-10-01T12:51:18.000Z Il ventennale dell'11 settembre incombe sulle nostre esistenze. A festeggiarlo potrebbe essere Donald Trump e, per questo motivo, ci impegniamo a rimuovere l'evento dal nostro orizzonte cognitivo. È questa la più lampante conferma di quanto l'attacco terroristico alle Torri Gemelle abbia definito e continui a definire l'orizzonte della nostra società. Di questo ho ragionato in un saggio pubblicato su Not, che prova a riconoscere alcuni effetti dell'onda lunga dell'11 settembr e ipotizza alcune possibili trasformazioni. > Sottrarre l’immagine dell’11 settembre nel giorno del suo anniversario è un modo di ribellarsi (o di provare a farlo) al fatto che di quell’evento esista una sola immagine possibile, con un unico concatenamento di montaggio possibile. Che è anche la più grande differenza tra l’11 settembre e il golpe cileno. Un evento che non ha avuto un’immagine simbolo capace di instaurarsi per ripetizione nell’immaginario collettivo senza alcun intervallo di latenza o, quanto meno, con un intervallo di latenza brevissimo, quasi istantaneo. Perciò, mentre il corto di Ken Loach è un lavoro di montaggio che crea senso concatenando anonime immagini d’archivio, l’immagine dello schianto dell’aereo contro la seconda torre del World Trade Center è immediatamente riconoscibile come marchio di fabbrica dell’evento 11 settembre. Perciò che quest’ultimo, a dispetto dei tentativi di rimozione, continui a definirci mi pare sia una considerazione difficilmente contestabile. Il punto è provare tanto a capire perché, quanto a capire come il nostro orizzonte sia ancora infestato dall’immagine delle due torri che crollano. [Il ventennale imperfetto dell′11 settembre | NERO | Noto dell’invisibilità del virus![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/touch.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2020/09/twin-towers-2.jpg)](https://not.neroeditions.com/il-ventennale-imperfetto-dell11-settembre/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il ventennale imperfetto dell'11 settembre" su Not ### "Le architetture utopiche del solarpunk" su Domus URL: https://flaviopintarelli.it/2020/09/23/le-architetture-utopiche-del-solarpunk-su-domus/ Last updated: 2020-09-23T12:13:06.000Z Sono molte le peculiarità che rendono il solarpunk un artefatto culturale complesso e sfaccettato, che riflette bene le caratteristiche della nostra epoca. genere letterario, estetica, sottocultura digitale e movimento politici allo stesso tempo, il solarpunk è uno dei prodotti più vitali del web e delle sue community. Su Domus ho scritto una ricognizione del fenomeno che lo affronta da tutti i possibili punti di ingresso, provando a mettere in prospettiva tutte le sue peculiarità. > Fedele al suo spirito “punk”, il solarpunk ha come compito quello di opporsi al dominio politico del vecchio, ma con la consapevolezza di doverci convivere. Perciò, dal momento che architettura e infrastrutture sono due elementi chiave dell’estetica solarpunk, mirare alla convivenza tra generazioni significa progettarle affinché siano sostenibili nel lungo periodo e abbastanza flessibili da saper servire i bisogni di persone con esigenze molto diverse tra loro. Farlo comporterà anche la necessità di riorganizzare di conseguenza le forme del vivere in comune, armonizzandole tanto al mutare del contesto climatico, quanto alla nuova organizzazione urbana che sarà necessaria per far loro fronte. L’attenzione sarà perciò posta sulla dimensione di mutuo scambio economico, su pratiche politiche generative e procedurali, su logiche di convivenza modulari, leggere, open source. [Le architetture utopiche del solarpunkMovimento capace di produrre soluzioni alle sfide che definiscono la nostra epoca, il solarpunk pensa e progetta un mondo in cui prosperità, pace e bellezza siano un obbiettivo realizzabile.![](https://www.domusweb.it/etc/designs/domusweb20/assets/fav/android-icon-192x192.png)DomusDomusDomusChinaGermanyIndiaMexico, Central America and CaribbeanSri LankaKoreaicon-cameracloseicon-commentsicon-down-smicon-downloadicon-facebookicon-hearticon-hearticon--mobile-logoicon-next-smicon-nexticon-pinteresticon-playicon-plusicon-prev-smicon-prevSearchicon-twittericon-viewsicon-instagram![](https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/architecture/gallery/2020/09/16/le-architetture-utopiche-del-solarpunk-/domus-architetture-solarpunk-1.jpg.foto.rbig.jpg)](https://www.domusweb.it/it/architettura/gallery/2020/09/16/le-architetture-utopiche-del-solarpunk-.html?fbclid=IwAR2FUy3p3AJKsKFbZyL8bSnisO5LOVcEvuRnkxW59GDBdEIw5hLzbNYsojs&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Le architetture utopiche del solarpunk" su Domus ### Talk "Spread the voice of democracy" - Milano 29 settembre URL: https://flaviopintarelli.it/2020/09/16/talk-spread-the-voice-of-democracy-milano-29-settembre/ Last updated: 2020-09-16T07:20:09.000Z Oggi che il reale del mondo e il virtuale della rete sono imbricati l'uno nell'altro al punto da essere diventati indistinguibili, che rapporto corre tra l'individuo e la collettività nelle rivendicazioni politiche? Quali sono le continuità e le rotture tra le comunità reali e le community digitali? Sono queste le domande intorno a cui mi troverò a ragionare, martedì 29 settembre a partire dalle 18.30, quando, insieme a [Priscilla Robledo](https://twitter.com/prisrobledo?ref=flaviopintarelli.it), sarò ospite di *Spread the voice of democracy*. L'evento, organizzato alla Triennale di Milano, si inserisce nel percorso di incontri che preparano la messa in scena dello spettacolo teatrale *[Come out! Stonewall Revolution](https://www.triennale.org/eventi/come-out-stonewall-revolution/?ref=flaviopintarelli.it) di* Margherita Mauro e Michele Rho. [Spread the voice of democracy | Triennale MilanoL’incontro intende approfondire il rapporto individuo e collettività: la circolarità tra web e vita reale nelle rivendicazioni politiche, la continuità e le rotture tra comunità reali e community digitali. Intervengono: Flavio Pintarelli, Priscilla Robledo.![](https://www.triennale.org/favicon.ico)Triennale Milano![](https://images.prismic.io/triennale/130bf43f-1d9b-4bc6-8bb3-a223cebb4b89_Incontro+Lapsus.jpeg?auto=compress,format)](https://www.triennale.org/eventi/come-out-spread-the-voice-of-democracy1/?ref=flaviopintarelli.it) Per maggiori informazioni sul talk visita il sito della Triennale ### Pronostico elettorale - Elezioni amministrative di Bolzano 2020 URL: https://flaviopintarelli.it/2020/09/07/campagna-elettorale-bolzano-2020/ Last updated: 2020-09-08T10:17:11.000Z *Fedele ai dettami del compagno Lenin, concepisco il voto solo come un momento tattico nella battaglia politica. Un mezzo, non un fine, che posso decidere di esercitare, come di non farlo. L'amministrazione della cosa pubblica mi appare infatti più come un gesto riformista, esercitato entro i confini dell'attuale sistema di produzione e rappresentazione, più che un gesto in grado di trasformare lo stato di cose presente. Il seguente pronostico va perciò letto alla luce di questa nota. Have fun.* **EDIT: avevo riportato erroneamente il numero di consiglieri della lista di Angelo Gennaccaro, uno in luogo di due e quindi il raddoppio a due invece di quattro. L'errore è stato corretto.** Con la destra che si presenta federata per la prima volta dopo (almeno) un decennio di balcanizzazione c'è poco da volare con la fantasia. Il match per il titolo se lo giocano Caramaschi e Zanin, due candidati con differenze così sottili da sembrare l'uno l'immagine riflessa dell'altro. > Se metti Caramaschi e Zanin uno di fronte all'altro la realtà prende a rifrangersi all'infinito. > > Posted by [Bolzano\_cringeposting](https://www.facebook.com/BOLZANOCRINGEPOSTING/) on [Friday, September 4, 2020](https://www.facebook.com/BOLZANOCRINGEPOSTING/posts/101394981709426) Grazie a Bolzano\_cringe posting per la dritta. Il primo è espressione della burocrazia amministrativa pubblica, mentre il secondo viene dal mondo della libere professioni. A parte questo, sono entrambi maschi, bianchi e boomer. Sono entrambi ossessionati dalla sicurezza, intrisi di etica lavorista e con la viabilità come problema più stringente da risolvere. Trippa per gatti ce n'è poca: la poltrona di sindaco se la giocano loro. Perciò sarà interessante, e dirimente, capire chi dei due sarà in testa dopo il primo turno. Sarà a quel punto che la SVP - che si presenta con un proprio candidato sindaco, restando alla finestra e per non dover scegliere una parte fino al momento in cui l'elettorato di madrelingua italiana non avrà chiarito vero quale dei due candidati ha deciso di orientare la sua preferenza - dovrà uscire allo scoperto dando, se non un'indicazione di voto, almeno un segnale ai proprio elettori. Se si fosse votato a maggio come da programma, avrei dato Zanin vincente. Ma la quarantena (e la sua gestione) potrebbe aver affievolito il ricordo della maldestra campagna referendaria per il tram, garantendo a Caramaschi un argomento in più oltre alla oculata gestione del bilancio cittadino. Inoltre, la partecipazione al voto di Casa Pound, che alla scorsa tornata aveva piazzato ben tre consiglieri, ha rimescolato le carte. Sono convinto che se Zanin sarà più convincente nel dare l'impressione di poter vincere potrà prendersi almeno due dei tre seggi di Casa Pound. Se così fosse, non credo che la SVP avrebbe grandi problemi a fare una giunta con il centro destra, avendo alle spalle consolidate esperienze di governo con la Lega a Laives e in Provincia. Quello su Fratelli d'Italia mi dà l'idea di essere più una cortina fumogena che non una questione che non possa essere appianata. Perciò, dovendomi sbilanciare con un pronostico, do vincente Zanin. Che non mi si accusi di non prendere una posizione chiara. --- Chiarito che il titolo se lo giocano le due coalizioni maggiori, resta comunque interessante vedere cosa accade alle loro spalle. Tra tutti i contendenti, spicca il Team K di Paul Köllensperger le cui scelte, nel piattume generale, paiono degne dell'acume strategico del compagno Lenin. Thomas Brancaglion come candidato sindaco significa strizzare l'occhio a un elettorato urbano, progressista e postmoderno, che potrebbe non voler votare un Partito Democratico fin troppo intriso di ambiguità e tecnicismi politici, tanto a livello locale che, soprattutto, nazionale. La composizione sociale di riferimento è la stessa a cui puntava la defunta (?) lista *I Love my Town* di Vanja Zappetti, a cui si aggiunge una maggior credibilità nei confronti dell'elettorato tedesco. Per il Team K, una buona prestazione alle amministrative nel capoluogo sarebbe il miglior viatico per puntare a conquistare la giunta provinciale nel 2023, presentandosi come un partito autonomista, bilingue e progressista. In questa tornata è l'underdog e può fare da bene a molto bene, avendo un bacino elettorale interessante da conquistare. Lo compongono i delusi della sinistra, che potrebbero storcere il naso di fronte alla proposta -invero non troppo credibile - di controbilanciare a sinistra la politica di Caramaschi, su cui Sinistra Unita scommette presentandosi in coalizione come argine alla federazione di destra a trazione leghista. Ma anche il già citato ceto urbano postmoderno che per anni ha visto nei Verdi un'alternativa credibile e ideologicamente non connotata in cui specchiarsi. Ci sono, infine, anche i delusi del Movimento 5 Stelle, che credo pagherà a carissimo prezzo l'esperienza di governo, sparendo o quasi dai radar in città. Ultimo fattore che prefigura una buona prestazione da parte del Team K, il fatto che lo abbiano scelto come alleato +Europa e i Socialisti. Ovvero entità che da decenni parassitano i più vari organismi ospitanti per sopravvivere, con l'obiettivo di dominare il pianeta a seguito del probabile olocausto climatico che ci attende. --- Chiusa la panoramica su quanto succede sinistra del centro, una nota veloce per Angelo Gennaccaro. Il suo *Bildungsroman* mi appassiona. Se 5 anni fa puntava tutto sul suo viso fresco e imberbe, oggi occhieggia dai manifesti con l'aspetto adulto di chi ha aggiunto al curruculm un'esperienza di amministrazione. Sospeso senza paura tra destra e sinistra, non solo potrebbe confermare i due seggi, ma potrebbe pure raddoppiarli, garantendosi così altri 5 anni in giunta, a prescindere da chi sarà sindaco, ché i voti in consiglio, come la pecunia, non odorano. Chissà se, un giorno, non sarà proprio lui a sedere sulla poltrona di sindaco? --- Ultima ma non ultima, la destra. Qui mi pare ci sia poco da dire: sarà Giorgia o Matteo a scaldare di più il cuore dei bolzanini? Il match non mi appassiona: l'una vale l'altro. Perciò staremo a vedere. Arrivati a questo punto immagino vi starete chiedendo: "bello il pronostico, ma non si capisce tu per chi tifi. Sì, insomma, tu per chi voti?". Vi lascio una clip per dedurlo da voi. Ci vediamo dopo il voto... > Annata 2007/2008, l'Anime Night di MTV mostra come eroi romantici gli ultimi irriducibili dell'Armata Rossa Giapponese [pic.twitter.com/yruwN4RByY](https://t.co/yruwN4RByY?ref=flaviopintarelli.it) > > — Gnarrrgh! (@Gnarrrgh) [April 29, 2020](https://twitter.com/Gnarrrgh/status/1255575248776433667?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) ### Glitch URL: https://flaviopintarelli.it/2020/08/10/glitch/ Last updated: 2020-08-10T10:27:33.000Z Mi rendo conto che, più o meno inconsciamente, sto eliminando ogni traccia di vita privata dai social; in particolare quelle tracce visive. Domenica scorsa, per esempio, sono andato in montagna. Una ferrata. Tremila metri di altezza. Mille e cinquecento di dislivello. Lì sopra, viste che sintetizzano acido lattico. Bello. Bellissimo. Solo un anno fa - lo so perché Facebook mi ricorda di averlo fatto - avrei consegnato ai social quattro o cinque foto scrause. Foto scattate col sudore che colava sugli occhi, le mani aride di polvere di roccia, accecato dal sole. Domenica scorsa no. Quella precedente neppure. Perché? Penso che, forse, non ho più voglia di regalare quelle immagini alle piattaforme. Non ho più voglia di contribuire con la mia vita al ciclo digestivo dell'estrazione di valore. Ma non è solo questo. Provo una sorta di rigetto verso la *mise en scene* dell'esistenza che tutto questo comporta. La selezione dell'inquadratura, la scelta della didascalia, l'effetto giusto. Questa regia del vivere che sento alienarmi da ciò che vivo mi risulta ormai insopportabile. E poi è anche che non ho nemmeno più voglia di regalarla a voi, la mia vita. A voi, sì, a voi che mi seguite, che mi leggete, che mi guardate. A voi pubblico dei social, che sono anche io che produco a vostro uso e consumo ciò che producete a vostra volta. Non vi/ci viene voglia di dire: "basta"? Forse avrebbe più senso smettere di produrre immagini. Forse avrebbe senso scrivere tutto. Per effetto della durata stessa, trasformare tutto ciò che vivo in durata. In tempo speso e passato. Forse lo farò. Forse ci sarà tutto questo in ogni riga che scrivo e scriverò, da oggi in avanti. Chissà. ### James Ellroy è un culto URL: https://flaviopintarelli.it/2020/07/09/james-ellroy-questa-tempesta/ Last updated: 2020-07-09T09:17:42.000Z James Ellroy è un culto. Alla sua chiesa appartengono: giornalisti democratici, pubblicitari progressisti, militanti rivoluzionari, sociologi libertari, semplici sbandati. *The boys are back in town*. Nei suoi libri cercano il verbo di un messia che sappia riscattarli dal destino di impotenza che si sono cuciti addosso. Vogliono sentirsi *caaaaaaattivi*. Sognano la violenza. Hanno disimparato a esercitarla. Perciò la bramano. Come un tossico brama la sprizza che lo tiene in vita. James Ellroy è quella pera. È il grande reazionario. Il gorilla bianco che frantuma crani con le mani. È il cane demoniaco della letteratura. James Ellroy è tornato. *Questa Tempesta* è il suo ultimo testo sacro, il secondo vangelo di una nuova quadrilogia. Il decennio è il quarto del ‘900\. La guerra mondiale ha bussato alle porte dell’America. Spira il vento della Storia e la pioggia batte le strade di Los Angeles. Un detective lascia fuggire un sospettato. Un uomo muore coi piedi ficcati in una friggitrice. È la notte dell’ultimo dell’anno. Count Basie suona per i poliziotti. Smotta una collina. Un cadavere affiora dal fango. L’oro muove brame e ossessioni. Sbirri vengono uccisi. Nazisti e comunisti negoziano il destino del dopoguerra. Sommergibili attraccano nelle insenature messicane. Giapponesi vengono deportati. Schiavi attraversano il confine. Vip vippeggiano. Giornalisti infangano. Poliziotti indagano. Cospiratori cospirano. La trama del libro riflette la confusione di un’epoca. Nulla è come sembra. Una divisa non basta a distinguere l’amico dal nemico. Alleanze si stringono trasversali agli schieramenti in campo. L’interesse domina ogni azione. Lo spirito del tempo emerge nelle parole pronunciate e scritte dai personaggi. Il germe geopolitico del dominio americano è stato piantato in quei giorni e irrorato col sangue. Cos’altro ne potrebbe germoliare? *Questa tempesta. Questo disastro devastante*. Lo stesso che viviamo. Kameraden. Sinarquistas. Boogaloo Boys. Sicuri di essere al sicuro? ### Ride the Lightning URL: https://flaviopintarelli.it/2020/06/12/ride-the-lightning/ Last updated: 2020-06-12T12:32:13.000Z È la rapidità con cui l’impossibile diventa non solo possibile, bensì reale che più mi stupisce delle convulsioni che scuotono il mondo da un anno e mezzo a questa parte. Nella notte tra lunedì e martedì, un gruppo di rivoltosi ha innalzato barricate lungo cinque strade del centro di Seattle. Le ha difese dalle cariche della polizia che, alla fine degli scontri, è stata costretta a ritirarsi. L’edificio che ospita il distretto orientale è stato abbandonato e [sei isolati sono stati occupati, liberati e dichiarati zona autonoma](https://en.wikipedia.org/wiki/Capitol%5FHill%5FAutonomous%5FZone?ref=flaviopintarelli.it). All’interno del perimetro la vita viene riorganizzata. Gli occupanti provvedono ai servizi essenziali - cibo, salute, sicurezza - per inventarli nuovamente fuori dal recinto del potere e dimostrare che si può fare. Possiamo contendere al potere il controllo del territorio. Possiamo riorganizzarlo in base a un principio che articoli i rapporti tra le persone sulla base dell’idea che ogni potere debba essere destituito della sua legittimità e delle strutture con cui la esercita. Probabilmente non è la cosa più importante tra tutte quelle che stanno accadendo oltreoceano, ma è una di quelle che più mi ha colpito. Lo ha fatto perché dimostra che tutto questo non è solo possibile, è possibile farlo con una velocità difficile da immaginare per chi, come me, è nato nel 1983 e cresciuto immerso nell’idea che la Storia era finita, la musica migliore già suonata. Alla mia e alle generazioni adiacenti alla mia è stato ripetuto, allo sfinimento, che per noi non sarebbe esistito altro orizzonte possibile che la ripetizione infinita di qualcosa di già detto, visto e fatto e di cui, in ogni caso, non avremmo potuto fare esperienza. Accontentatevi e fate a patti con l’esistente. Questo l’ordine che ci è stato trasmesso. L’ordine entro cui abbiamo provato a sopravvivere. Poi a scuoterci è arrivato questo biennio. A illuminarsi per prima alla luce dei fuochi dell’insurrezione è stata la Francia, paese della rivoluzione per eccellenza, attraversata per mesi dalle manifestazioni dei Gilet Gialli. [Un movimento che ha ridefinito l’idea stessa di radicalità](https://www.metamute.org/editorial/articles/memes-force-%e2%80%93-lessons-yellow-vests?ref=flaviopintarelli.it), mostrando come nuovi soggetti politici possano nascere al di fuori delle tradizionali mediazioni. [The Movement as BattlegroundIn France, nationalists and anarchists are vying to determine what form opposition to neoliberal centrists like Macron will take in the future.![](https://it.crimethinc.com/apple-touch-icon.png)CrimethInc.CrimethInc. Ex-Workers Collective![](https://cloudfront.crimethinc.com/assets/articles/2018/12/05/header.jpg)](https://it.crimethinc.com/2018/12/06/the-movement-as-battleground-fighting-for-the-soul-of-the-yellow-vest-movement?ref=flaviopintarelli.it) Sul rapporto complesso e articolato tra Gilet Gialli e realtà politicizzate. Quindi è stata la volta di Hong Kong. Nella futuristica città-stato, posta ai margini del gigante cinese e della sua distopia di controllo sociale, l’insurrezione è scoppiata violentissima, mostrando al mondo come il confronto di piazza può essere ridefinito in un’era di repressione tecnologicamente avanzata. Qui la composizione è apparsa più eterogenea rispetto ad altre realtà (BLM e l'esperienza cilena a cui accennerò più avanti). Ciononostante la rivendicazione nei confronti del potere ha molto in comune con le altre esperienze del periodo. [Hong Kong: Anarchists in the Resistance to the Extradition BillAn anarchist collective in Hong Kong analyzes the struggle against the extradition bill, the context of previous movements, and future prospects.![](https://it.crimethinc.com/apple-touch-icon.png)CrimethInc.CrimethInc. Ex-Workers Collective![](https://cloudfront.crimethinc.com/assets/articles/2019/06/22/header.jpg)](https://it.crimethinc.com/2019/06/22/hong-kong-anarchists-in-the-resistance-to-the-extradition-bill-an-interview?ref=flaviopintarelli.it) Sulla composizione delle rivolte di Hong Kong e sul posizionamento dei collettivi anarchici rispetto a esse. Poi la convulsione ha attraversato il Cile. Anche il paese sacrificato per evocare il demone neoliberista è esploso, mettendo al centro delle proprie rivendicazioni questioni materiali, pratiche, concrete. Per dimostrare ancora una volta alla falsa coscienza borghese che le masse non hanno bisogno di studiare la teoria per individuare e rivendicare i loro bisogni. > [From Chile: An Anarchist Analysis of the Revolt and the Repression](https://anarchistsworldwide.noblogs.org/post/2019/10/28/from-chile-an-anarchist-analysis-of-the-revolt-and-the-repression/?ref=flaviopintarelli.it) Il punto di vista anarchico sulle rivolte cilena Ultimi ma non ultimi - focolai d’insurrezione hanno infiammato anche Libano e Iraq - gli Stati Uniti. Nel paese, dilaniato da violentissime guerre culturali, l’innesco è stato l’omicidio di un uomo, George Floyd, morto soffocato da un poliziotto che gli ha tenuto premuto il ginocchio sul collo per otto, infiniti minuti. Colpevole di essere nero e disoccupato, [Floyd ha esalato il suo ultimo respiro sotto l’occhio degli smartphone](https://www.nytimes.com/2020/05/31/us/george-floyd-investigation.html?ref=flaviopintarelli.it) che hanno registrato il razzismo in azione, diffondendo all’istante il contagio della violenza. L’intero paese ha reagito, con rabbia, colpendo i simboli del privilegio bianco. “Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni”, diceva Lenin. Il 2019 e il 2020 sono il rock ‘n roll della mia generazione, sono il nostro biennio rosso, sono la dimostrazione che non c’è peccato più grave del pessimismo militante. Se c’è una lezione che dovremmo imparare da questi giorni convulsi credo sia questa: l’indicibile può essere detto, l’imponderabile può essere pensato, l’impossibile può diventare realtà. Una possibilità che dobbiamo tener presente anche nel nostro paese. Qui il lavoro e la salute paiono configurarsi come due dei potenziali terreni su cui accendere lo scontro. Alla condiscendenza dei sindacati confederali nei confronti di Confindustria - che a quest'ultima ha dato un ulteriore salvacondotto per alzare la posta e il livello dello scontro di classe - ha fatto da contraltare una risposta dal basso che ha visto i lavoratori di alcuni dei comparti chiave nella catena di produzione e trasmissione del valore (agricoltura e logistica) auto organizzare una risposta dal basso determinata, combattiva e consapevole. > [«Dal prologo in cielo alle avventure sulla terra». Appunti per organizzare il contagio del conflitto](https://kamomodena.noblogs.org/2020/05/09/dal-prologo-in-cielo-alle-avventure-sulla-terra-appunti-per-organizzare-il-contagio-del-conflitto/?ref=flaviopintarelli.it) L'analisi di Kamo Modena sulla situazione in Italia. Una consapevolezza che [sembra trovare una sua timida strada](https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/04/21/news/coronavirus%5Fa%5Ftorino%5Fil%5Fprimo%5Fsciopero%5Fdello%5Fsmart%5Fworking%5Ftrattativa%5Fe%5Frottura%5Fonline-254610511/?ref=flaviopintarelli.it) anche in settori come la gestione dell'infrastruttura e la produzione di informazione digitale, la cui natura alienata sembra ormai sempre più difficile nascondere dietro il paravento della creatività. O come il settore della cura e dell'assistenza alle persone, ambito di cui l'emergenza sanitaria ha mostrato le crepe dovute alle dinamiche di definanziamento e privatizzazione che l'hanno caratterizzato negli ultimi decenni. Per capire quanto, su quest'ultimo punto in particolare, la pandemia abbia aperto spiragli di azione potenziale basterebbe mettersi in ascolto delle voci che provengono dai territori dve l'emergenza è stata gestita nei modi più sciatti e grotteschi. Dovessi scommettere dove è più probabile che possa scoppiare un'insurrezione oggi, in Italia, direi la Val Seriana. E se la velocità con cui si accendono, oggi, le insurrezioni è quella a cui questo biennio ci ha abituati, il compito che ci spetta è farci trovare pronti a cavalcare il fulmine. ### "Fenomenologia di Social Boom" su SPNS URL: https://flaviopintarelli.it/2020/05/13/fenomenologia-di-social-boom-su-spns/ Last updated: 2020-05-13T10:03:14.000Z Chi è Social Boom? Lo youtuber che ha reinterpretato il gossip sfruttando le dinamiche di prosuming abilitate dalla rete. In questo articolo pubblicato su Sapiens ho provato a tracciarne una fenomenologia. Partendo da una definizione del suo campo di attività sono arrivato a ragionare sul ruolo del gossip e sulle conseguenze che questo comporta per le persone, mappando il modo in cui questa attività si è evoluta per rispondere al mutare delle logiche della celebrità all'epoca di internet. > Data la natura del materiale che Social Boom estrae dalla rete possiamo dire che il lavoro di questo canale – scaricare, salvare, rimontare e caricare su YouTube questi contenuti pensati e pubblicati per non lasciare tracce – si colloca in un territorio in cui freebooting, archiviazione e curatela s’incontrano e si confondono le une con le altre. [Fenomenologia di Social Boom: il gossip ai tempi di YouTubeChi è Francesco Belardi, in arte Social Boom, e come ha reinventato il mondo del gossip tra Instagram stories, dissing e YouTube![](https://luz.it/wp-content/themes/project/assets/favicon/apple-touch-icon.png)Luz - About Storiesdi Flavio Pintarelli![](https://luz.it/wp-content/uploads/2020/05/h_02573773-e1589205575978-1024x576.jpg)](https://luz.it/spns%5Farticle/fenomenologia-di-social-boom-youtube/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Fenomenologia di Social Boom" su SPNS ### Cronache della Metropoli - Calendario di Maggio URL: https://flaviopintarelli.it/2020/05/06/cronache-della-metropoli-calendario-maggio/ Last updated: 2020-05-06T19:15:23.000Z ### Giovedì 28 Maggio, Barricate OFF, Cyberspazio C'è luogo migliore del cyberspazio per presentare un libro di racconti ambientato in una città-stato completamente automatizzata? Risposta breve: no, non c'è. Perciò chissà come mai non ci è venuto in mente di farla prima, una presentazione virtuale di *Cronache della Metropoli*. A rimediare ci hanno pensato le ragazze e i ragazzi di [Barricate di Carta](https://barricatedicarta.noblogs.org/?ref=flaviopintarelli.it), il network delle librerie indipendenti e militanti delle Marche, che hanno invitato il libro e me a partecipare a *Barricate OFF,* una serie di quattro incontri dedicati al continente digitale. [Barricate OFFBarricate della Carta, il network delle librerie indipendenti delle #Marche, @\[1397249477180347:274:Libreria Indipendente “Colonna 130”\], @\[366291473530246:274:Libreria Arvultùra\], @\[1266022813460777:274:Libreria Indipendente SABOT\], organizza e presenta: I GIOVEDI’ DI MAGGIO: Quattro appuntamenti…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c78.0.200.200a/p200x200/95442545_2389846507920634_7474594888751775744_o.jpg?_nc_cat=106&_nc_sid=b386c4&_nc_oc=AQkNJjgyzQufkUNerZCsePfT3622RByOyXm2d2YRroeupJkC7_63g2psGfb0aP_tujQ&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=ab7981d224dcb2e802ebad5173565522&oe=5EDA5EBB)](https://www.facebook.com/events/2664130600578707/?event%5Ftime%5Fid=2664130610578706) Per maggiori dettagli sull'iniziativa, segui l'evento su Facebook ### "Nostalgia di Internet" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2020/05/04/nostalgia-di-internet-su-il-tascabile/ Last updated: 2020-05-04T19:30:27.000Z La fine degli anni '10 ha coinciso con una grande ondata nostalgica per...l'internet degli albori. A dispetto dell'usabilità e delle interfacce, sono stati in molti a sentire la mancanza di un web imperfetto, difettoso, respingente per l'utente. Ma cosa si nasconde dietro questa nostalgia? Ho provato a rifletterci su in un saggio uscito per *Il Tascabile*, in cui provo a tirare un filo tra la netstalgia e le promesse tradite del web. > Nel suo *The Future of Nostalgia*, Svetlana Boym distingue due tipi diversi di nostalgia. Definisce *restorative* (ricostitutiva) la prima e *reflective* (riflessiva) la seconda. La nostalgia ricostitutiva evoca una dimensione nazionale e collettiva del passato e del futuro. Si basa sulla credenza che un’entità ostile – più o meno identificata, più o meno reale – sia responsabile della distruzione di un passato dai tratti edenici e idilliaci, che deve essere ricostruito, identico, nel presente. È un sentimento pregno di complottismo, paranoia e senso di accerchiamento. Al contrario, la nostalgia riflessiva è più incentrata sulla dimensione individuale e culturale della memoria. Piuttosto che invocare una ricostruzione, la nostalgia riflessiva abbraccia i frammenti distrutti della memoria e conferisce tempo agli spazi. È un atteggiamento ironico e scanzonato, innamorato della distanza che lo separa da quel posto mitico che viene chiamato “casa”. Chi lo adotta si installa della distanza tra il presente e il passato verso cui prova nostalgia, con l’obiettivo di trascinarne l’immagine verso il futuro. [Nostalgia di InternetCosa ci manca della tecnologia dello scorso decennio?![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)il TascabileFlavio Pintarelli![](https://www.iltascabile.com/wp-content/uploads/2020/04/image16.jpg)](https://www.iltascabile.com/societa/nostalgia-di-internet/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Nostalgia di Internet" su Il Tascabile ### 1 Maggio 2020 - pensieri su una pagina di Operai e Capitale URL: https://flaviopintarelli.it/2020/05/01/1-maggio-2020-operai-capitale-tronti/ Last updated: 2020-05-01T13:14:33.000Z Riaprire tutto. Questo l'assordante *refrain* che il capitale non smette di suonare nelle ultime settimane. Poco importa che durante tutta l'emergenza sia rimasto aperto, da remoto o in presenza, [oltre il 55% delle attività produttive](https://brescia.corriere.it/notizie/economia/20%5Faprile%5F15/coronavirus-chiusura-meta-brescia-lavoro-270mila-26fb6036-7ef0-11ea-a4e3-847238ee431e.shtml?ref=flaviopintarelli.it). La riduzione a meme del reale, quando non travalica nella mistificazione ideologica, apparecchia per il nostro immaginario immagini di blocco totale da contrapporre allo scenario desiderato. Riaprire tutto. Riaprire subito. Altrimenti sarà catastrofe. [Starnazza così la voce del realismo capitalista](https://www.salto.bz/de/article/29042020/il-centralismo-ci-sta-strangolando?ref=flaviopintarelli.it). A farmi da paraorecchie, per caso e non per progetto, è la lettura di *Operai e Capitale* di Mario Tronti. Il testo, caposaldo dell'operaismo italiano degli anni '60, è ostico. Non ho grande abitudine con l'idioletto della teoria politica e mi mancano molte basi date per scontate. Eppure, a tratti, la lettura mi trascina nel suo gorgo, mi cattura per la forza delle prosa e dei concetti tratteggiati. Una frase mi colpisce. > Ci si chiede: che cosa ci sarà dopo? E noi rispondiamo: certo, *non* la crisi catastrofica del sistema. Il gioco del capitale è convincerci che la crisi del sistema sarà catastrofica. Certo, ma per chi? Dice ancora Tronti, qualche paragrafo più sopra: > Il blocco, anche momentaneo, della produzione è quanto oggi non viene sopportato: bisogna dunque bloccare la produzione, in punti strategici. Dunque se sarà catastrofica, la crisi del sistema, lo sarà soprattutto per chi questo sistema lo domina e lo presiede. La classe lavoratrice avrebbe più vantaggi nel [pensare alla catastrofe come Bifo](https://not.neroeditions.com/lo-strano-silenzio-della-tempesta/?ref=flaviopintarelli.it), quando scrive: > io mi permetto di dissentire dal catastrofismo dell’*Economist*, perché intendo diversamente la parola «catastrofe», che significa, nel suo etimo «svolta oltre la quale si vede un altro panorama». *Kata* si può tradurre come oltre, e *strofein* significa muoversi, spostarsi. È con questo rovesciamento, con questo cambio di paradigma che > siamo andati oltre, abbiamo compiuto finalmente quel movimento che le lotte coscienti determinate e loquaci di cinquant’anni non sono riuscite a compiere. Tutto si è fermato o quasi tutto, ora si tratta di rimettere in moto il processo, ma secondo un altro principio, il principio dell’utile e non quello dell’accumulazione di astratto. Il principio dell’uguaglianza frugale di tutti, non quello della competizione e della disuguaglianza. In questo primo maggio di seconda fase, mentre, scrive come se fosse ieri Tronti dal 1964, > il governo annuncia pallide misure anticongiunturali e definisce allarmante la situazione economica, facendolo credere solo ai partiti di sinistra, i capitalisti attaccano direttamente, e per conto loro, il punto decisivo, il livello operaio, con questi precisi obiettivi: ridimensionare la piena occupazione, ricostituire un margine di sicurezza nell'esercito di riserva, strutturare di nuovo, al suo interno, la giornata lavorativa, riqualificare a livelli più alti la forza-lavoro, guidando meglio la sua mobilità e tagliando i costi di produzione: tutto per ottenere, senza chiedere, una tregua salariale di fatto. il nostro obiettivo deve essere riscoprire la forza operaia per > forzare i livelli alti della lotta, battere in questi punti la spontaneità operaia, imporre il carattere aperto dello scontro, rovesciare il culto della passività in lotta aperta, trascinarsi dietro, con questo tipo di violenza, le vecchie organizzazioni. In queste condizioni, nessuna forma di iniziativa operaia può sostituire la forma di lotta tradizionale e fondamentale: lo sciopero di fabbrica, lo sciopero di massa. > Ci si chiede: che cosa ci sarà dopo? E noi rispondiamo: certo, non la crisi catastrofica del sistema. ### Sguardi divini sulla pandemia URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/29/sguardi-divini-pandemia/ Last updated: 2020-03-29T14:52:00.000Z Le immagini del deserto di piazza San Pietro a cui venerdì sera Papa Francesco s'è rivolto per concedere l'indulgenza plenaria resteranno nell'immaginario dell'epidemia insieme ai grafici, alle curve dei dati e alle foto delle città svuotate. Non solo per la forza che sono state capaci di esprimere - forza misurabile dallo straordinario impatto che esse hanno avuto sui social, venendo condivise da migliaia di persone, credenti e non credenti - ma anche per il fatto che a produrle è stata la Chiesa Cattolica, un'istituzione religiosa che negli ultimi anni è stata spesso dipinta come scossa e attraversata da una profonda crisi d'identità. Non uso il verbo produrre a caso. Quando si parla di un'istituzione che ha un rapporto quasi costitutivo con la produzione di immagini e le arti della rappresentazione, pensare che ogni istante del video trasmesso venerdì sera non fosse stato coreografato con attenzione significa sottovalutare la tradizione e il retaggio della Chiesa di Roma. Video integrale dell'indulgenza plenaria concessa da Papa Francesco, durante l'epidemia di Coronavirus del 2020. Quello a cui abbiamo assistito è stato, dunque, un grande momento di televisione che vale la pena di essere analizzato con attenzione, per provare a capire meglio qual è il discorso che ha provato a costruire. È ciò che proverò a fare qui. Sono convinto che buona parte del senso dell'intera operazione stia nelle scelte di regia operate nei primi quindici minuti del video. Proviamo a vederle ne dettaglio, usando come fonte il video caricato sul canale YouTube di Repubblica. La trasmissione inizia con un'immagine (Fig.1) in campo lungo e in profondità di campo. Francesco, ripreso di spalle, in piedi davanti a una sedia, sta iniziando il suo discorso. Davanti a lui, appiattita dalla focale contro la superficie dell'immagine, torreggia la mole dell'obelisco che sembra volersi schiantare contro l'esile contorno del Papa che lo fronteggia, impassibile. Sullo sfondo sparute persone sotto gli ombrelli si appoggiano alle transenne che chiudono la piazza, guardate da un'auto della polizia municipale. ![La foto raffigura un frame del video dell'indulgenza plenaria concessa da Papa Francesco. Vi si vede il Papa, ripreso di spalle, davanti allo sfondo della piazza. La scena è alterata dalla prospettiva](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Papa-Francesco-concede-l-indulgenza-plenaria.png) Fig.1 (A chi appartiene questo sguardo?) L'uso della profondità di campo altera completamente le distanze tra gli elementi dell'immagine, che appaiono più vicini di quanto non siano in realtà. L'entità del vuoto che si apre di fronte allo sguardo del Papa viene celata. Non è Francesco che deve guidare il nostro sguardo su ciò che ha di fronte. A chi appartiene dunque questo sguardo? Sarà compito delle immagini rispondere a questa domanda. L'immagine successiva è un piano americano. Come l'*anchorman* di un telegiornale, il Papa pronuncia il suo discorso rivolto al pubblico. Lo sguardo che egli sostiene in questo momento è il nostro, quello di noi spettatori. Il piano dura una decina di secondi, forse qualcosa di più, poi c'è un taglio. La camera ci presenta un altro elemento della scena. È il Crocifisso di San Marcello, oggetto della venerazione dei romani. Una tradizione vuole che fu quest'oggetto, nel 1500, a salvare la città dalla peste. L'obiettivo avanza lentamente, stringendo il campo e avvicinandosi al viso del Cristo scolpito. Ancora un taglio. L'immagine torna su Francesco che continua a parlare dal podio. Il taglio successivo arriva qualche minuto dopo. Mentre il Papa chiede "perché avete paura? Non avete ancora fede?", la camera esegue una carrellata da destra a sinistra, inquadrando in primissimo piano, di lato, il volto del crocifisso (Fig.2), lasciando sul lato destro dell'inquadratura un ampio spazio. Il pian successivo, idealmente ciò che il volto scolpito di Cristo sta guardando è un campo lungo sulla piazza vuota (Fig.3), il papa ripreso di spalle, sulla sinistra dell'immagine. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Lo-sguardo-di-Cristo.png) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Controcampo-allo-sguardo-di-Cristo.png) Fig.2 e 3 (Lo sguardo di Cristo e il suo controcampo) Gli elementi che lo costituiscono - il punto d'osservazione posto alle spalle del Papa, che occupa la parte sinistra dell'inquadratura, e la profondità di campo - fanno si che questo piano richiami quello con cui la trasmissione sì era aperta. Ciò che l'immagine d'apertura lasciava aperta - l'attribuzione dello sguardo - viene ora specificata. È Cristo a guardare la piazza vuota da dietro le spalle di Francesco. Anch'egli è presente, oltre a noi spettatori, per osservare la concessione delle indulgenze plenarie. Una presenza ribadita dopo circa tre minuti, quando campo lunghissimo (Fig.4) ci mostra ancora una volta la piazza. Posizionato sul lato destro dell'inquadratura, il crocifisso questa volta appare in primo piano, sulla sinistra dell'immagine, mentre il Papa, più lontano, è spostato sulla destra lungo la traiettoria della linea diagonale che parte dal volto del Cristo allungandosi verso la piazza. ![La foto raffigura un frame del video dell'indulgenza plenaria concessa da Papa Francesco. Vi si vede un campo lungo della piazza, che raffigura il crocifisso e il Papa sotto al baldacchino. Il papa si trova lungo la traiettoria della diagonale che si prolunga dal volto del Cristo.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Un-segno-della-presenza-di-Cristo.png) Fig.4 (La linea di forza dello sguardo di Cristo) Questa comincia perciò ad apparire come uno spazio costituito dal gioco di sguardi che la regia sta allestendo. Come abbiamo visto, uno è rappresentato dal nostro sguardo di spettatori che assiste al discorso del Papa; l'altro invece è lo sguardo di Cristo che, per effetto delle configurazioni formali delle diverse inquadrature, accoglie il nostro sguardo e risponde all'interpellazione che esprime. C'è però un terzo sguardo che interviene a costituire la piazza come spazio simbolico. Esso si manifesta per la prima volta intorno al settimo minuto del video, circa un minuto dopo l'apparizione dello sguardo di Cristo (Fig.4). Ad annunciarlo è un campo lunghissimo (Fig.5) che piove dall'alto sulla piazza deserta, inquadrando la scalinata che sale verso l'ingresso della basilica di San Pietro. Al centro dell'immagine c'è il Papa, circonfuso di luce e coperto dal baldacchino illuminato. L'illuminazione enfatizza il contrasto tra luce e ombra che domina l'inquadratura, reso ancora più drammatico dalla luce bluastra del crepuscolo che sommerge tutta la scena. ![La foto raffigura un frame del video dell'indulgenza plenaria concessa da Papa Francesco. Vi si vede il campo lunghissimo, ripreso dall'alto, della piazza San Pietro, con il Papa al centro, circonfuso di luce.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Lo-sguardo-divino.png) Fig.5 (Lo sguardo divino) Si manifesta qui lo sguardo divino, che chiude la triangolazione con Cristo e lo spettatore. I primi due estremi della trinità appaiono così abbracciare il vuoto a cui si rivolge Papa Francesco durante il suo discorso. Costruita attraverso questi sguardi, piazza San Pietro diventa simbolo del mondo intero, svuotato di vita dal virus ma vegliato e cullato dall'espressione del divino che si materializza sottoforma di sguardo. La rappresentazione raggiunge il culmine. Da ora in avanti lo schema degli sguardi non avrà più alcuna variazione e si concentrerà solo nel rafforzare il ruolo del Papa come *medium* capace di mettere il consesso umano in comunicazione con l'emanazione del divino. Ciò accade nella lunga sequenza che va dal minuto nove fino al minuto tredici quando, dopo aver reso omaggio alla Salus Populi Romani (l'icona bizantina di Maria conservata in Santa Maria Maggiore), Francesco bacia i piedi del crocifisso prima di varcare il portale della basilica e proseguire la liturgia. L'alternanza tra il punto di vista di Cristo e quello divino, che si stringe progressivamente sulla figura del Papa serve proprio a sottolineare il ruolo di ponte tra l'umano e il divino che la rappresentazione assegna a Francesco. Con questa trasmissione, di grande potenza, la Chiesa riesce, nel rapporto sociale mediato da immagini, a sopperire all'incapacità di creare immaginario di cui hanno sofferto il potere temporale e i suoi apparati di fronte all'emergere del virus. Quale sarà l'effetto di questa dimostrazione di forza nel definire il ruolo della Chiesa nel mondo dopo la pandemia è una domanda a cui non possiamo ancora rispondere. ### "La biblioteca dentro Minecraft e il nostro futuro nel metaverso" su Domus URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/27/la-biblioteca-dentro-minecraft-e-il-nostro-futuro-nel-metaverso-su-domus/ Last updated: 2020-03-27T13:03:41.000Z *The Uncensored Library* è un progetto rilasciato da Reporter Senza Frontiere in occasione della giornata mondiale contro la censura digitale. Si tratta di una biblioteca digitale, realizzata all'interno di Minecraft per contenere il materiale censurato in cinque dei paesi più attivi nel contrasto alla libera informazione. Del progetto e di quello che potrebbe significare il concetto di metaverso per il nostro immediato futuro, ho scritto su Domus. [La biblioteca dentro Minecraft e il nostro futuro nel metaversoThe Uncensored Library è un incredibile lavoro di architettura digitale, che porta i libri nei paesi che li censurano utilizzando il celebre videogioco. Ma è anche una finestra su come potrebbe diventare la rete.![](https://www.domusweb.it/etc/designs/domusweb20/assets/fav/android-icon-192x192.png)DomusDomusDomusChinaGermanyIndiaMexico, Central America and CaribbeanSri LankaKoreaicon-cameracloseicon-commentsicon-down-smicon-downloadicon-facebookicon-hearticon-hearticon--mobile-logoicon-next-smicon-nexticon-pinteresticon-playicon-plusicon-prev-smicon-prevSearchicon-twittericon-viewsicon-instagram![](https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/news/gallery/2020/03/16/la-biblioteca-dentro-minecraft-e-il-nostro-futuro-nel-metaverso/domus-uncensoredlibrary-3.png.foto.rbig.png)](https://www.domusweb.it/it/notizie/gallery/2020/03/16/la-biblioteca-dentro-minecraft-e-il-nostro-futuro-nel-metaverso.html?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La biblioteca dentro Minecraft e il nostro futuro nel metaverso" su Domus ### Quarantined | liriche per la pandemia URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/22/quarantined-liriche-per-la-pandemia/ Last updated: 2020-03-22T16:43:54.000Z Un paio di giorni fa ho chiesto ai miei amici su Facebook di segnalarmi i loro pezzi emo preferiti, più disperati. L'idea era quella di farne una playlist per la quarantena. Di commento in commento, mano a mano che la lista si arricchiva, ho pensato di fare qualcosa di più coi suggerimenti che le persone lasciavano. Perciò ho sommato la durata di ogni pezzo, prendendoli nell'ordine in cui sono stati postati, e trovato la riga corrispondente del testo della canzone. Ho usato Genius come fonte ogni volta che era possibile, per dare al conteggio la maggior uniformità possibile. Mi sono dato come regola che, se la cifra avesse ecceduto il numero di righe del testo, avrei ripreso dall'inizio il conteggio fino ad esaurirlo. Quando non mi è stato possibile reperire il testo di una canzone, l'ho saltata. Alla fine ho incollato ogni riga una dietro l'altra, dando vita a un testo che è la quintessenza della disperazione emozionale. *(have trigger, will travel)(have trigger, will travel)* *Where have you been?* *To hell with you and all your friends, it's on* *Depending if we're walking or dancing* *I want to smash things* *That's unsatisfying, it's been so fucking long* *And I lost it all* *off my helmet* *And then leave me alone* ### Le tracce ### Il virus come dispositivo di visualizzazione URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/19/virus-dispositivo-visualizzazione/ Last updated: 2020-03-19T13:53:09.000Z Per aprire la sua [analisi dedicata a Covid-19 come oggetto culturale e politico](https://www.lavoroculturale.org/corona-virus-oggetto-culturale-politico/?ref=flaviopintarelli.it), Pietro Saitta usa queste parole: > ciò che affascina delle emergenze – intese come quegli eventi inattesi e indesiderati che fanno irruzione nella vita di una società e ne interrompono il regolare flusso – è la loro capacità di mettere a nudo i tratti più autentici della normalità. [Gli fa eco su CheFare Ivan Carozzi](https://www.che-fare.com/carozzi-virus-corona-letteratura/?ref=flaviopintarelli.it) dichiarando che: > il virus è la verità. Il virus dice la verità. Il virus strucca e palesa il mondo. Il virus ha rivelato l’importanza vitale di un servizio sanitario pubblico efficiente, pronto, attrezzato, organizzato. Eppure lo avevamo dimenticato. I politici avevano dimenticato. Ci sta mostrando il sudore, la forza, la virtù e la generosità senza paragoni di medici e infermieri: non eravamo più abituati. Con toni più sfumati il primo e più solenni il secondo, entrambi gli scrittori si concentrano sulla qualità rivelatoria del virus. Una dichiarazione d'intenti piuttosto massimalista, la cui tenuta andrebbe testata di fronte all'attuale orizzonte di atomizzazione, individualizzazione e moltiplicazione dei punti di vista sul mondo, resa possibile dall'insieme di tecnologie che rendono facile e accessibile a chiunque costruire, con poco sforzo, infinite architetture di senso dotate delle più diverse marche semiotiche di veridizione. Ovvero la configurazione del giudizio che ci siamo abituati a [chiamare post verità o, in modo più corretto, post fattualità](http://www.prismomag.com/fatti-interpretazioni-verita/?ref=flaviopintarelli.it). Ma una disamina sullo statuto della verità e i problemi a esso connessi sono il punto su cui mi interessa soffermarmi. Ci basti dire, mediando, che il virus genera effetti di verità. Nel cono di luce che esso proietta, scompare l'apparenza che ricopre le strutture della società. La natura dei rapporti che le compongono viene così esposta davanti agli occhi di tutti. Dunque il virus è un dispositivo di visualizzazione che, mentre ci consente di vedere, abilita la creazione delle immagini con cui i nostri dispositivi ermeneutici ci permettono di vederlo. Trasformatasi in immagine, la supposta verità a cui il virus ci metterebbe di fronte si allontana e mentre lo fa richiama nel dibattito tutta la questione del rapporto tra visione e veridizione. Un rapporto tutt'altro che stabile. Perché se è vero che nelle tecnologie di visualizzazione, specialmente in quelle a base fotografica (ma non solo, basti pensare alle visualizzazioni di dati così in voga in questo periodo storico), c'è sempre una componente che attesta qualcosa di reale è altrettanto vero che queste tecnologie presuppongo sempre un lavoro di configurazione. La costruzione del punto di vista si effettua nel gesto che seleziona cosa viene mostrato e cosa nascosto all'interno di un'inquadratura. Perciò il punto diventa chiedersi cosa stiamo vedendo, come possiamo riconoscerlo e attribuirgli un senso ma, soprattutto, come possiamo riconoscere quello che l'immagine nasconde. Domenica 8 marzo, poco dopo l'annuncio che diverse aree del nord Italia sarebbero diventate zona rossa, sui social prende a circolare un video che s'insinua anche nel mio feed. > è una puntata di ciao darwin? [#zonerosse](https://twitter.com/hashtag/zonerosse?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/zKSjFGjycH](https://t.co/zKSjFGjycH?ref=flaviopintarelli.it) > > — Leonardo (@tweetofleonardo) [March 8, 2020](https://twitter.com/tweetofleonardo/status/1236640807983202304?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) Raffigura una stazione non meglio identificata - scoprirò solo in seguito, dai giornali, che si tratta della stazione Porta Garibaldi di Milano - lungo i cui corridoi s'affrettano numerosi viaggiatori con valige al seguito. In sottofondo una voce, forse quella della persona che sta effettuando la ripresa, intima, rivolta alla folla, senza alcun successo, "Fermi! Fermi! Qui succede un putiferio". Questa voce è l'unico elemento che connota d'eccezionalità una scena che, altrimenti, sarebbe fin troppo comune. Il video documenta un breve istante della fuga di centinaia di persone che, alla notizia dell'estensione delle zone rosse di contenimento all'intera Lombardia e a 11 province limitrofe, trapelata sui giornali prima ancora che il governo ne annunciasse l'entrata in vigore, hanno scelto di abbandonarle zone oggetto del provvedimento. La totalità delle didascalie che accompagnavano il video, definendone il tono della ricezione, era di aperta condanna e chiaro giudizio su un comportamento che tutto appare, tranne che rispettoso della propria e dell'altrui sicurezza. Dedotta dalla sua ricezione e diffusione sui social, la verità che il virus ha visualizzato in queste immagini è quella di un paese indisciplinato e incurante, dove l'interesse privato prevale sul bene pubblico. Ma un'immagine è tutto fuorché trasparente; nasconde tante cose quante ne mostra. Nasconde, ad esempio, l'armamentario coloniale che, vista la direttrice della fuga (dal nord al meridione), la postura giudicante non ci ha messo molto a riattivare producendo, in un ideale concantenamento di montaggio, il meme che potete vedere qui sotto. > Milano Centrale, marzo 2020 In fuga dalla "zona rossa", alcuni meridionali prendono d'assalto i vagoni dei treni per ritornare al paesello. > > Geplaatst door [Fotografie Segnanti](https://www.facebook.com/fotografiesegnanti/) op [Zaterdag 7 maart 2020](https://www.facebook.com/fotografiesegnanti/photos/a.1571107999817936/2520087524919974/?type=3) Le immagini della stazione Garibaldi fanno tutto questo operando attraverso la costruzione del punto di vista. Chi riprende è al di fuori del flusso, in alto rispetto alla scena, a una distanza di sicurezza rimarcata dalla linea delle balaustre e delle scale mobili. È il punto di vista di chi è già in quarantena, di chi ha già obbedito all'ordine di restare a casa e può permettersi di farlo. Immagini costruite allo stesso modo diventeranno parte della grammatica visiva della quarantena. In quegli otto secondi di video è cristallizzata la costruzione dello sguardo del popolo dei balconi. Uno sguardo che, per la sua configurazione, rientra appieno in quelle [visualizzazioni dell'assedio](http://www.prismomag.com/sotto-assedio/?ref=flaviopintarelli.it) che definiscono uno degli orizzonti visivi di maggior diffusione di questa contemporaneità. Orizzonte in cui generano un rovesciamento degno di nota. Qui il nemico è in rotta, fugge e si allontana dalle mura. È dunque un momento di vittoria quello a cui stiamo assistendo? Se sì, di quale vittoria si tratta? In [un post](https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2020/03/14/covid-19-il-soggetto-imprevisto-rovesci-simbolici-emozioni-vita-quotidiana/?ref=flaviopintarelli.it) pubblicato il 14 marzo dal blog *Studi sulla quesitone criminale*, Anna Simone riflette sul virus come soggetto imprevisto e sui rovesciamenti che Covid-19 ha imposto alla sceneggiatura delle nostre esistenze. C'è un passaggio che risulta utile a ridefinire la cornice delle immagini attorno a cui sto ragionando in questo scritto. > A un certo punto si genera anche una sorta di razzismo al contrario, quel “Napoli colera” con cui gli ultras delle squadre di calcio hanno stigmatizzato intere popolazioni del sud dopo l’epidemia del ’74 fa eco tra i miei ricordi di bambina. Non v’era estate o vacanza al Nord, almeno sino agli anni ’90, in cui appena ci si relazionava ad una persona lombarda o veneta o piemontese e magari si cenava insieme, dinanzi ad una nostra eventuale richiesta di crudi di mare, gli altri storcevano la bocca e ci dicevano: “Ma come? Non vi è bastato il colera?”. Nella nostra amata criminologia critica tale postura si chiama *labelling approach*, teoria dell’etichettamento. Senza cedere alla vendetta, che comunque viene istintiva ed è persino comprensibile se financo durante l’emergenza rifiuti a Napoli, solo qualche anno fa, accreditati quotidiani come “Libero” o “Il Giornale” scomodavano le tesi di Niceforo e Lombroso per ribadire che “i napoletani” non sanno smaltire la loro immondizia, vivono in tanti e ammassati in pochi metri quadri nei quartieri spagnoli senza avere alcuna idea di cosa sia la civiltà, ciò che qui voglio sottolineare è che di fatto, il soggetto imprevisto Covid-19 ha completamente rovesciato l’ordine discorsivo di matrice razzista tra nord e sud, est e ovest. Al flusso d'immagini se ne aggiungono altre. L'estetica è quella dei documentari verità, dei servizi de Le Iene, delle piazzate di Brumotti o del Gabibbo. Camera a mano che ondeggia, immagini sgranate. Un cellulare avanza tra i veicoli parcheggiati sulla lingua di cemento della banchina di un porto. Sguardi attoniti al suo passaggio. Verso la fine l'obiettivo s'avvicina all'ingresso di uno dei pullman. Sbircia all'interno prima di essere allontanato. Anche questa volta è una voce fuori campo a determinare il tono e il contesto di ciò che vediamo. Su YouTube il video è datato 26 febbraio 2020\. Una decina di giorni prima che la quarantena entrasse in vigore. Raffigura un'abitante dell'isola di Ischia accoglie un gruppo di turisti provenienti dal veneto, regione in cui sono stati registrati alcuni dei primi casi di contagio da Coronavirus, con un rosario di insulti razzisti rovesciati. È la rappresentazione visiva della riflessione di Simone. Da cosa stanno fuggendo le persone riprese nel video di domenica 8 marzo? Mi rispondo che fuggono tanto dall'attivazione delle zone rosse quanto dalla vendetta di chi, seppur per un breve istante, si è visto rovesciare addosso il razzismo a lungo perpetrato al danno dell'altro. Nel [tempo dell'incertezza](https://www.iltascabile.com/scienze/incertezza-coronavirus/?ref=flaviopintarelli.it), mentre ci [conduce alla stagnazione](https://not.neroeditions.com/cronaca-della-psicodeflazione/?ref=flaviopintarelli.it), il virus produce rovesciamenti e controrovesciamenti. Dunque possiamo davvero dire che il virus è la verità? Dice davvero la verità? Ho l'impressione che le cose siano più sfumate, meno nette di quanto ci appaiono in questa sorta di animazione sospesa in cui ci siamo trovati a vivere, senza un'adeguata preparazione. Il virus, da solo, non produrrà alcun cambiamento nel nostro orizzonte d'esistenza. Il virus si limita illuminare contraddizioni che già esistono, a produrre immagini di esse. Sta a noi, operando tagli e concatenamenti sul flusso di queste immagini, provare a indirizzare la direzione verso cui, come un treno che perde all'improvviso la sua forza motrice e inizia a rallentare inesorabilmente fino alla stasi, è indirizzato il collasso di tutti i dispositivi che regolano le nostre esistenze. Mentre tutto intorno a noi si contrae in un grumo di tempo densissimo attraversato da infinite rette, ogni concatenamento sembra possibile. Dalle sarabande survaivaliste che si squagliano rapidamente al sole della quarantena, al terrore sterminista evocato dalle scelte del governo Johnson e altrettanto rapidamente rientrato nell'alveo di uno stile globale di gestione dell'emergenza, fino alle utopie di un ritorno della necessità del socialismo o al sogno di un caleidoscopio di microsovranità così granulare da raggiungere la dimensione cellulare. Lo spettro di possibilità è amplissimo e se solo fino a ieri era difficilissimo, se non impossibile, immaginare un futuro capace di uscire dai recinti dell'assiomatica capitalista. Oggi, davanti ai nostri occhi, il virus proietta scenari e genera fantasie a ciclo continuo. Non durerà a lungo. Come [insegna Marco Dinoi](https://www.lavoroculturale.org/lo-sguardo-e-levento-i-media-la-memoria-il-cinema/?ref=flaviopintarelli.it), prima o poi emergerà un'immagine capace di chiudere definitivamente il ventaglio delle possibilità. Tuttavia, lo spazio per determinare quale sarà il concatenamento che opererà la definizione dell'evento che stiamo vivendo è ancora aperto. È aperto nella solidarietà incondizionata ai detenuti che, nelle carceri, si sono ribellati a chi, nel tempo dell'emergenza, ha operato per rendere ancor più inumana e gravosa la pena. È aperto nello sciopero selvaggio dei lavoratori che rifiutano di mettere a rischio la propria salute per contribuire a mantenere in funzione lo stesso sistema che ha abilitato la diffusione del virus, indebolendo le strutture di una società che ha preteso di cancellare, stringendola nella morsa dell'individualismo e del mercato. La situazione ci impone un'autodisciplina che deriva, oggi più che mai, dalla presa di coscienza collettiva che nasce nell'empatia, nella capacità di farsi carico del dolore, della solitudine e della paura vissuta dall'altro. Il lavoro di cura che la quarantena impone è la base da cui iniziare a destituire l'emergenza e politicizzare il virus. Sono le via di fuga più sicure che possiamo percorrere. ### La metafora bellica e l'ombra del razionamento URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/17/metafora-bellica-razionamento/ Last updated: 2020-03-20T15:52:46.000Z Del [buon articolo](https://ilmanifesto.it/siamo-in-uneconomia-di-guerra/?ref=flaviopintarelli.it) che Roberto Ciccarelli dedica oggi alle risposte e alle reazione che il mondo economico e finanziario, europeo e non, sta mettendo in campo per prevenire gli effetti sistemici dell'impatto di Covid-19 sull'intero modello di sviluppo mi interessa in particolare la chiusura, dedicata alla metafora bellica con cui si sta affrontando la situazione. Ciccarelli fa bene a far notare che > la metafora della guerra circola dappertutto in questi giorni, alimenta il discorso pubblico e mediatico. Non indica una guerra contro un nemico “umano”, ma contro una “minaccia” che interrompe il normale corso di una vita identificato con il “progresso”, la “crescita”, la realtà identificata con il capitalismo che oggi scopre dentro di sé un’anomalia che ha inceppato la sua corsa. La metafora della guerra, sanitaria e non militare, affermata con forza ieri anche da Macron, serve inoltre a rinserrare la popolazione nelle file di un esercito immaginario schierato contro una presenza inquietante che, in realtà, si trasmette da essere umano a essere umano. Questo uso di un concetto emblematico può favorire cortocircuiti di ogni tipo, a cominciare da una radicale immunizzazione dalle relazioni per un tempo indefinito e con il rischio di conseguenze auto-distruttive. La guerra economica potrebbe anche portare a un’economia della sopravvivenza, una volta riscontrata l’inutilità dei tentativi di riavviare la macchina a lungo termine. Tra questi cortocircuiti quello più significativo, anche se meno esplorato e dibattuto - forse perché, almeno per il momento, la tenuta delle catene di approvvigionamento sembra essere scontata -, è quello che anticipa una possibile economia di guerra. Ovvero l'ordine del discorso che introduce nella nostra quotidianità l'ombra del razionamento, della limitazione radicale dell'accesso ai beni di prima necessità. Proviamo a fare un esempio concreto. Se avete una conoscenza, anche solo superficiale, di come funziona la filiera della produzione agricola italiana probabilmente sapete che il lavoro nei campi si basa in buona parte sull'utilizzo di forza lavoro straniera. [Forza lavoro che in questo momento non può entrare nel paese.](https://www.internazionale.it/notizie/stefano-liberti/2020/03/20/coronavirus-agricoltura-lavoratori?ref=flaviopintarelli.it) Di fronte al *lockdown*, c'è il rischio concreto non che la stagione vada perduta, ma che non inizi proprio. Al di là delle fantasie survaivaliste circolate sui social nei primi giorni del contagio, quando l'umore generale poteva ancora permettersi il lusso di oscillare tra il divertito e il preoccupato, porsi il problema dell'approvvigionamento è un piano concreto su cui bisogna ragionare. Non tanto perché nell'immediato ci sia il rischio di una carenza di prodotti agricoli - l'industria dello stoccaggio usa da tempo tecniche di atmosfera controllata per accumulare derrate alimentari e regolare così l'offerta per proteggere il prezzo di vendita (mano invisibile, anyone?) - quanto perché, se la quarantena dovesse prolungarsi a cascata e su una scala globale, rialzi consistenti dei prezzi simili a quelli che abbiamo visto per mascherine e igienizzanti sono ipotizzabili anche per i generi alimentari. Per restare nel campo della metafora, se davvero il sistema globale è un treno che sta rallentando fino a fermarsi, allora è altrettanto vero che siamo appena all'inizio della frenata e che passerà molto più tempo di quanto ci sembra ragionevole prevedere prima che il convoglio si fermi del tutto. Banalmente, anche solo perché le misure di contenimento non sono state attivate contemporaneamente, ma hanno seguito una logica progressiva. Prima la Cina, poi la Corea del Sud, poi l'Italia, l'Austria, la Francia, la Germania, l'Inghilterra e via dicendo. Difficile ipotizzare quali saranno, nel lungo termine, le conseguenze della frenata. Ecco perché, come nel caso della salvaguardia delle condizioni di salute delle persone impiegate nella produzione o di quelle della popolazione carceraria, l'orizzonte di azione non può che essere politico e temi come l'autoproduzione da una parte e la cittadinanza per i lavoratori stranieri dall'altra devono diventare parte di un discorso più ampio, di una spinta radicale a ripensare l'intero sistema dei rapporti economici. Destituire l'emergenza e politicizzare il virus. Questo il lavoro che ci attende per preparare le condizioni necessarie a scongiurare scenari ancora più foschi. ### Uno spettro | contagio marxista URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/14/uno-spettro/ Last updated: 2020-03-14T12:26:22.000Z In questo post sono raccolte cinque fotografie di altrettanti teorici del neoliberismo. Si tratta di Friedrich von Hayek, Jacques Rueff, José Piñera, Ludwig von Mieses e Milton Friedman. All'interno del codice di ognuna delle immagini ho aggiunto, alla riga numero 21, cifra che risulta dalla somma delle cifre che compongono l'anno 1848, la seguente citazione di Karl Marx tratta da *Il Capitale*: > Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall'altra l'operaio salariato. Oggi, con la presente pubblicazione, queste foto, infestate dallo spettro di Marx, prendono a circolare in rete. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Friedrich-von-Hayek.jpeg) Friedrich von Hayek ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Jacques-Rueff.jpeg) Jacques Rueff ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Jose--Pin-era.jpeg) José Piñera ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Ludwig-von-Mises.jpeg) Ludwig von Mieses ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/03/Milton-Friedman.jpeg) Milton Friedman ### Cronache della Metropoli - Calendario di Marzo URL: https://flaviopintarelli.it/2020/03/05/cronache-della-metropoli-calendario-marzo/ Last updated: 2020-03-05T15:13:31.000Z ### Sabato 21 Marzo, Libreria Modo Infoshop, Bologna *Cronache della Metropoli* e io sfidiamo il virus e torniamo a viaggiare per incontrare lettrici e lettori. Sabato 21 marzo siamo attesi alla libreria Modo Infoshop di Bologna, in compagnia di Wu Ming 1. [Cronache della metropoli, un libro di Flavio PintarelliWu Ming 1 ne parla con l’autore. “Cronache della metropoli. Sei personaggi in una società possibile” (Ledizioni, 2019)Che cos’è la metropoli? È una rete, un sistema che muove informazioni, dà forma a nuove relazioni e consuma risorse. Forse non ce ne siamo accorti, ma stiamo già vivendo all’intern…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-ams4-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c0.0.200.200a/p200x200/89343689_2796305570419311_3555725462112043008_n.jpg?_nc_cat=100&_nc_sid=b386c4&_nc_ohc=qfBKyFlRBQoAX9MZaJ7&_nc_ht=scontent-ams4-1.xx&oh=6a4604e6db80995637dd4d583d9cafb2&oe=5E8242EC)](https://www.facebook.com/events/544035099555395/) Per maggiori dettagli segui l'evento su Facebook ### "È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2020/02/21/e-ora-di-riscrivere-le-promesse-che-la-rivoluzione-digitale-ci-aveva-fatto-su-che-fare/ Last updated: 2020-02-21T08:52:18.000Z *È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto* è il titolo con cui abbiamo scelto di pubblicare il manifesto dell'[edizione #0 di Breach Festival](https://barricatedicarta.noblogs.org/breach-festival-0/?ref=flaviopintarelli.it). Nel testo abbiamo provato a tracciare un bilancio degli ultimi dieci anni di evoluzione del nostro rapporto con le tecnologie, scegliendo le Primavere Arabe come evento in grado di inaugurare il decennio, configurando l'orizzonte di un tradimento che si è consumato negli anni successivi. > Da allora sono passati dieci anni. La luna di miele con le tecnologie digitali si è interrotta, e nel modo più brusco. Il [datagate prima](https://www.theguardian.com/world/interactive/2013/nov/01/snowden-nsa-files-surveillance-revelations-decoded?ref=flaviopintarelli.it#section/2), [Cambridge Analytica](https://www.nytimes.com/2018/03/17/us/politics/cambridge-analytica-trump-campaign.html?ref=flaviopintarelli.it) poi hanno rivelato a chiunque quanto radicale fosse la riprogettazione della nostra vita e della nostra società incorporata nel modello di business delle piattaforme digitali. Il percolare della connettività in un vastissimo numero di oggetti della vita quotidiana ha come obiettivo quello di aumentare la produzione di dati, trasformando ogni aspetto della nostra esistenza in un data point a uso e consumo di processi d’estrazione e accumulo di valore che si sono fatti sempre più aggressivi. L’unica differenza che c’è tra il [vasto sistema di sorveglianza digitale](https://www.economist.com/leaders/2016/12/17/chinas-digital-dictatorship?ref=flaviopintarelli.it) messo in piedi dallo stato cinese e il livello dell’[estensione del tracciamento dei possessori di smartphone americani](https://www.nytimes.com/interactive/2019/12/19/opinion/location-tracking-cell-phone.html?ref=flaviopintarelli.it) è il tipo di burocrazia a cui rispondono. Di stato il primo, aziendale il secondo. [È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fattoGovernare le nostre vite ed estrarre da loro ogni valore possibile è la pretesa, più o meno celata, del capitalismo digitale e delle sue piattaforme: è ora di immaginare un’altra rivoluzione digitale, e la prima edizione del festival culturale Breach alla Libreria Arvultùra parte proprio da qui.![](https://i2.wp.com/www.che-fare.com/wp-content/themes/che-fare-2018/images/favicons/android-icon-192x192.png)cheFareFlavio Pintarelli![](https://www.che-fare.com/che-fare-media/2020/02/julia-joppien-XFUqd0u5U7w-unsplash-768x512.jpg)](https://www.che-fare.com/breach-festival-manifesto/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "È ora di riscrivere le promesse che la rivoluzione digitale ci aveva fatto" su Che Fare ### Impressioni #2 - Vento URL: https://flaviopintarelli.it/2020/02/10/vento/ Last updated: 2020-02-10T20:11:08.000Z Tra tutti i fenomeni atmosferici, è il vento quello che preferisco. Quando spira da nord, intirizzisce. Sfolla nubi e foschie. Permette alle cose di darsi in tutta la loro geometrica violenza. La, in fondo, il Monte di Mezzo è un solido nero. Crudele, inghiotte ogni luce, ritagliato sullo sfondo del cielo, che è un gradiente d'azzurro chiaro e verde petrolio. Il sole è tramontato da un po'. Negli occhi ha lasciato gli ultimi residui di radiazione. Pian piano svaniscono. L'inverno sta finendo. Pigre, le promesse di primavera s'annunciano sul calendario. ### Com'è nato Breach Festival #0 URL: https://flaviopintarelli.it/2020/02/05/breach-festival-2020/ Last updated: 2020-02-05T10:44:46.000Z Quando, qualche mese fa, Giacomo Tognon della Libreria Arvultùra di Senigallia mi ha contattato chiedendomi se avessi libri, articoli e risorse da consigliarli per una serie di eventi sul digitale che aveva intenzione di organizzare ho pensato subito che curare un evento di questo tipo sarebbe stata una splendida opportunità. Mi occupo di tematiche legate al digitale ormai da un po' di tempo e, negli anni, ho stretto rapporti e relazioni con persone (giornalisti, ricercatori, attivisti) molto valide e attive in questi campi. Convinto di poter dare vita a un programma interessante, gli ho proposto una collaborazione. Lui e il collettivo che gestisce lo Spazio Arvultùra hanno accettato. Arvultùra ha un posto speciale nel mio cuore. Qualche anno fa mi hanno invitato a presentare *[Stupidi Giocattoli di Legno](https://flaviopintarelli.it/stupidi-giocattoli-di-legno/)*. È stata una delle migliori presentazioni che abbia mai fatto. Il calore, l'entusiasmo e l'organizzazione della giornata mi hanno impressionato. Che la proposta di curare un festival arrivasse da una realtà come la loro era uno stimolo ulteriore a lanciarmi in questa piccola impresa. L'edizione #0 di Breach Festival, che si terrà dal 13 al 15 febbraio, è nata in questo modo, quasi per caso. ### Perché Breach? Ci sono state due cose su cui, fin dall'inizio, ho tenuto il punto con una certa testardaggine. La prima è stata dare a questa edizione una connotazione sperimentale; la volontà di farne una sorta di prova generale per qualcosa che deve ancora venire. Un progetto di futuro. Un evento che mostri quanto potenziale può esprimere un festival che porta nel cuore della provincia italiana temi di risonanza globale, ma che questo potenziale non lo esaurisca tutto in un unico, spettacolare, fuoco d'artificio. La seconda è stata la necessità di dare all'evento un nome forte, capace di creare immaginario. Ho proposto di usare la parola *breach* perché questo vocabolo, tratto dal lessico della sicurezza informatica, esprime una tensione che sento urgente, fondamentale. Quella di aprire varchi nell'oscurità delle scatole nere a cui abbiamo affidato le nostre vite, delegando porzioni sempre più ampie della nostra facoltà decisionale. C'è bisogno di condividere sapere e sperimentare pratiche che possano incidere nel qui-e-ora delle nostre esistenze. Il nome e il programma di Breach festival nascono da questa urgenza che diventa, al tempo stesso, l'idea curatoriale che ho sviluppato. Per descriverla ho scelto queste parole: > Governare le nostre vite ed estrarre da loro ogni valore possibile è la pretesa, più o meno celata, del capitalismo digitale e delle sue piattaforme. Capire e capire come incidere sul tipo di esistenza che progettano per noi gli algoritmi a cui deleghiamo porzioni sempre più ampie del nostro potere decisionale è, oggi, una necessità per chiunque aspiri a cambiare lo stato di cose esistente. > Breach Festival nasce per rispondere a questa necessità con due talk e due workshop pensati per far toccare con mano la realtà di un mondo digitalmente mediato e insegnare come riprogettarlo, creando vie di fuga al di fuori delle logiche di sfruttamento. ### Breach Festival - Il programma L'evento principale su Facebook [Breach Festival - teorie e pratiche per il mondo digitale𝗕𝗿𝗲𝗮𝗰𝗵 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹 #𝟬 Governare le nostre vite ed estrarre da loro ogni valore possibile è la pretesa, più o meno celata, del capitalismo digitale e delle sue piattaforme. Capire come incidere sul tipo di esistenza che progettano per noi gli algoritmi a cui deleghiamo porzioni sempre …![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)teorie e pratiche per il mondo digitale![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c78.0.200.200a/p200x200/81589297_1425402400952476_488557280153829376_o.jpg?_nc_cat=101&_nc_ohc=TEnwXhn1wygAX_t-IHD&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=a1944daa9d78b61a688d8ff8ff91eadc&oe=5ED1B6FE)](https://www.facebook.com/events/191897231954516/) Segui l'evento su Facebook La bibliografia ragionata del festival [https://barricatedicarta.noblogs.org/bibliografia-essenzial-breach-festival/](https://barricatedicarta.noblogs.org/bibliografia-essenzial-breach-festival/?ref=flaviopintarelli.it) ### Giovedì 13/02 – ore 21.00 – Riprenderci l’attenzione (workshop a cura di eFFe, Giacomo Giovannetti) L’attenzione è una risorsa preziosa che determina la qualità delle nostre vite. Il capitalismo opera da sempre per catturare questa risorsa ed estrarre valore da essa. In questo workshop vengono affrontati i principali approcci teorici all’economia dell’attenzione e proposte strategie concrete e facilmente applicabili per sfuggire ai dispositivi di cattura dell’attenzione e riguadagnare spazio e tempo per le nostre vite. ### Venerdì 14/02 – ore 21 – Come ordinare la tua città su Amazon (talk con Federico Nejrotti) Amazon, Deliveroo, Airbnb, Instagram… sono tutte aziende che funzionano molto bene, no? Be’, allora dovremmo imparare da loro come amministrare le nostre città. Un tour guidato nel saggio speculativo ‘Run Your City Like Amazon’ (meatspacepress.org/), una raccolta di 38 racconti ed essay in cui si immaginano città gestite come aziende tech: parliamo di finanziarizzazione urbana, economia delle piattaforme e capitalismo estrattivo. E di fantascienza, spero. ### Sabato 15/02 – ore 16 – Il ciclo di vita digitale delle notizie (workshop a cura di Andrea Coccia, con Lorenzo Ceccarelli) Che cos’è una notizia all’epoca della sua riproducibilità digitale? Come nasce, come cresce e come muore? In questo workshop, curato da un giornalista di provata esperienza nel mondo digitale, maturata in oltre dieci anni tra le redazioni di Blogo, Il Post, Linkiesta e Slow News, si lavora per rispondere a queste domande. Il percorso porterà i partecipanti dentro i flussi di lavoro di una redazione digitale, mostrando come una notizia – vera, verosimile o falsa – viene costruita, diffusa e ricevuta nei differenti ecosistemi giornalisitici digitali, da quelli più fast&clickbait a quelli più slow. ****Il workshop ha posti limitati (20) e prevede il pagamento di una quota di partecipazione di 20€. Per informazioni e iscrizioni scrivi libriarvultura@gmail.com*** [Il ciclo di vita digitale delle notizieNel terzo giorno di @\[191897231954516:844:Breach Festival - teorie e pratiche per il mondo digitale\] attiveremo un workshop a numero chiuso per ragionare praticamente su: Che cos’è una notizia all’epoca della sua riproducibilità digitale? Come nasce, come cresce e come muore? In questo workshop…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c78.0.200.200a/p200x200/84728123_1436091516550231_4422128826524368896_o.jpg?_nc_cat=107&_nc_ohc=IsmdaGXvIt4AX8aVtRL&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=cf38a36ab0dcb141a4dceb0ca28b7d65&oe=5ED36BFB)](https://www.facebook.com/events/658048758265349/) Segui l'evento su Facebook ### Sabato 15/02 – ore 21 – Progettare con i dati il diritto digitale alla città (talk con Valentina Bazzarin) Chi progetta le nostre città? La politica? I cittadini? Il turismo? Le imprese? Le piattaforme? Chi disegna oggi le trasformazioni urbane e tenta di determinare quelle sociali? Le politiche sono guidate dai dati? O i dati e le informazioni vengono utilizzati (e spesso manipolati) solo per giustificare le decisioni già prese? Quante decisioni vengono prese in base agli algoritmi o direttamente dagli algoritmi? Gli algoritmi e la tecnologia sono neutrali? Il diritto alla città è uguale per tutti? Quali spazi e opportunità di agire abbiamo e quali possiamo conquistare attraverso l’hackeraggio civico? Possiamo ambire ad una città intelligente e femminile? Durante il nostro incontro proveremo a rispondere a queste domande e a tutte le altre che emergeranno, partendo dal design di processi ergonomici e da una disciplina emergente, la data ethics. [Progettare con i dati il diritto digitale alla città𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼 𝟭𝟱/𝟬𝟮 – 𝗼𝗿𝗲 𝟮𝟭 – 𝗣𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗴𝗶𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ (𝘁𝗮𝗹𝗸 𝗰𝗼𝗻 𝗩𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗮 𝗕𝗮𝘇𝘇𝗮𝗿𝗶𝗻) Chi progetta le nostre città? La politica? I cittadini? Il turismo? Le imprese? Le piattaforme? Chi diseg…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c78.0.200.200a/p200x200/84630171_1436701703155879_2229216635124711424_o.jpg?_nc_cat=105&_nc_ohc=zAbAPguNbNYAX8iuRqE&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=77299daaec19a4a400560725f6b4dc17&oe=5EC3ED69)](https://www.facebook.com/events/194067781960921/) Segui l'evento su Facebook ### ### Cronache della Metropoli - Calendario di Febbraio URL: https://flaviopintarelli.it/2020/02/03/cronache-della-metropoli-calendario-febbraio/ Last updated: 2020-02-03T06:20:00.000Z ### Martedì 11 Febbraio, Libreria due punti, Trento Con un po' di pigrizia, com'è giusto che sia, *Cronache della Metropoli* comincia ad andarsene in giro per incontrare i lettori. Martedì 11 febbraio sarò a Trento, alla libreria due punti, insieme a Domenico Nunziata per chiacchierare del libro e delle sua storie. [Un punto in più ✹ Cronache della Metropoli, di Flavio Pintarelli✹ Un punto in più ✹ Cronache della Metropoli, di Flavio Pintarelli✹ martedì 11 gennaio, ore 18.30 ✹ in libreria @\[932870830223050:274:due punti\] ✹ L’autore dialoga con @\[100027882609251:2048:Domenico Nunziata\] e @\[719837593:2048:Federico Zappini\] ✹ Che cos’è la Metropoli? È una rete, un sistema …![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c103.0.200.200a/p200x200/79372437_1413610485482413_3528060697290211328_o.jpg?_nc_cat=104&_nc_ohc=kKB8OyOw4dkAX_fa3fd&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=d58970ef0e57b5db16bcdd6455d9f117&oe=5EDA1A01)](https://www.facebook.com/events/582594352556098/) Per maggiori dettagli segui l'evento su Facebook ### Il farsi algoritmo del mondo URL: https://flaviopintarelli.it/2020/01/24/il-farsi-algoritmo-del-mondo/ Last updated: 2020-01-24T16:23:04.000Z Tempo fa, in una discussione su un gruppo professionale a cui sono iscritto su Facebook, si parlava di *content mangement systems* (CMS), la categoria di software che serve per gestire i contenuti sui siti web. In quell'occasione un utente commentava che se usi Wordpress, uno dei CMS più famosi e diffusi al mondo, qualsiasi cosa finisce per diventare (ed essere trattata come) un *content*. È un'osservazione acuta, che chiama in causa il concetto di *affordance*. Ovvero di invito all'uso, cioè quell'insieme di qualità fisiche che gli oggetti possiedono e che suggeriscono alle persone il modo appropriato di utilizzarlo. Le *affordance* di Wordpress, notava quel commentatore, hanno come effetto quello di trasformare ogni cosa in un *content* e di trattarle di conseguenza. Il commento mi è tornato in mente venerdì mattina, commentando questo tweet di Fabio Chiusi. > Con lanci indegni come questo. Che razza di orrore, ma non ce l’avete una coscienza? [pic.twitter.com/7WYEk78X6X](https://t.co/7WYEk78X6X?ref=flaviopintarelli.it) > > — Fabio Chiusi (@fabiochiusi) [January 23, 2020](https://twitter.com/fabiochiusi/status/1220414576094785536?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) La mia risposta è che no, non c'è alcuna coscienza in un lancio di questo genere. E in quel tweet dei "Il Giornale" emerge un tratto della nostra cultura che mi pare essere dominante: la riduzione di ogni aspetto della nostra vita a una questione tecnica. Tecnica della comunicazione o del governo, tecnica politica. Noto una tendenza a voler ridurre ogni questione a una lista di istruzioni funzionale alla produzione di un effetto. Quando faccio formazione sull'utilizzo dei social media - l'ho fatta in diversi contesti, dalle aziende ai media, dalle associazioni a realtà del privato sociale - spesso (quasi sempre) l'aspettativa di chi mi ascolta è quella di ricevere una sorta di libretto di istruzionicapace di rispondere a domande come "quante volte devo postare al giorno?" o "è meglio postare testi, video o fotografie?". Difficile spiegare che non sono queste le domande giuste da farsi. Che l'approccio con cui lavoro ai progetti di comunicazione è di tipo umanistico e non prevede tecniche per far funzionare i social media e che ogni azione va pensata, progettata ed eseguita con in mente l'idea di dover soddisfare i bisogni di persone e che, per farlo, è necessario prima conoscerle. È un approccio, questo, che richiede uno sforzo maggior rispetto ad altri, peraltro molto diffusi, che invece si concentrano nel provare a fornire questo genere di istruzioni. Basta farsi un giro su molti blog di settore per accorgersi di quanto sia egemonica l'idea che ci possa essere un *vademecum* per la perfetta comunicazione social (o digitale *tout court*). Credo che la diffusione di questo genere di approcci sia dovuto anche al fatto che le caratteristiche tecniche dei social, il modo in cui le loro interfacce sono progettate, siano [funzionali all'attivazione di un set di comportamenti desiderati](https://baymard.com/blog/analyzing-social-affordances?ref=flaviopintarelli.it), indirizzati soprattutto a massimizzare, con una logica estrattiva, il tempo di permanenza e utilizzo delle singole piattaforme. Torniamo così al tweet de "Il Giornale", che è un esempio perfetto di come le caratteristiche inscritte nelle piattaforme social siano in grado di attivare dei comportamenti. Ovvero la riduzione di un evento alla sua dimensione spettacolare pura, mirata a produrre un effetto. In quel caso, veicolare traffico sul sito e interazioni sulla piattaforma. Tutto questo prima ancora che si produca l'effetto di propaganda e di rafforzamento dell'ordine del discorso che sta alla base dello sfruttamento della vicenda di Bibbiano per ragioni di opportunità politica. Un meccanismo di cui sarebbe opportuno capire perché si adatta in modo così incredibilmente efficace al discorso di estrema destra. Così, mano a mano che la nostra cultura diventa pienamente digitale, è il mondo stesso e la nostra vita insieme a lui a farsi algoritmo. Ovvero una lista di istruzioni capace di produrre effetti, nascondendo, mentre lo fa, l'architettura alla base del proprio funzionamento. Lavorare dentro e contro questa logica non è solo uno sforzo necessario, è un'istanza di sopravvivenza che dovremmo porci con serietà. ### "Cos'è la theory fiction?" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2020/01/22/cos-e-la-theory-fiction-su-not/ Last updated: 2020-01-22T09:48:08.000Z Non so bene perché Valerio Mattioli di Not mi abbia commissionato un testo per spiegare cos'è la theory fiction, il meta genere letterario in cui teoria e finzione si incontrano. Dopotutto non sono un critico letterario e nemmeno un teorico della letteratura. Eppure il compito è stato stimolante. Dalla ricerca è nato un testo che prova a definire quali caratteri hanno in comune i testi definiti da questa etichetta e, soprattutto, qual ruolo svolgono rispetto al posizionamento dei loro autori nel panorama culturale. > È ancora Mark Fisher a indicarci la strada quando, sulla scorta di Baudrillard, nota che il divenire finzione della teoria è necessariamente accompagnato dal divenire reale della finzione. *Iperstizione* dunque. Un doppio movimento che dissolve l’opposizione tra la teoria come modellizzazione e l’invenzione finzionale come creazione di mondi. È in questo senso che la theory fiction si mostra come il tentativo di elaborare una forma di scrittura capace di essere all’altezza delle sfide poste da un mondo in cui la forma computazionale del pensiero è diventata la forma culturale egemonica. Sciogliere la riflessione teorica nella finzione significa dunque operare sulla realtà per indirizzarla verso una direzione desiderata, voluta. [Cos’è la theory fiction? | NERO | NotDal «Ballardismo applicato» di Simon Sellars al «miglior romanzo horror di cui non avete ancora sentito parlare» via Mark Fisher e la CCRU: piccola introduzione a un metagenere letterario![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/touch.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2020/01/quayola.png)](https://not.neroeditions.com/cose-la-theory-fiction/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Cos'è la theory fiction?" su Not ### Il libro è una merce, è ora che ce lo si dica URL: https://flaviopintarelli.it/2020/01/13/libri-bookblogger-parente/ Last updated: 2020-01-13T08:36:14.000Z C'è un aspetto che mi sembra sia stato ingiustamente trascurato, sottovalutato, tra i tanti che sono stati dibattuti a proposito dell'editoria digitale quando, qualche anno fa, gli ebook hanno fatto il loro ingresso sul mercato diventando un prodotto di massa. È lo scollamento tra il contenuto di un libro e il suo supporto. L'ebook, che è una serie di informazioni codificate in un linguaggio di programmazione, smaterializza quel parallelepipedo di fogli di carta rilegati. Un oggetto che centinaia di anni di dimestichezza con le tecnologie di stampa ci hanno portato a identificare con l'idea stessa di libro. Ma non è così. Di un libro contano (soprattutto) le parole, il modo in cui l'autore le accosta le une alle altre usando un sistema definito di regole, le immagini che suscitano, i concetti che esprimono. Che lo facciano su un supporto materiale, sensibile, o attraverso un formato immateriale fa poca differenza. È vero che nel processo di digitalizzazione il libro perde una forma, e di conseguenza anche una serie di abitudini d'uso, consolidatasi nel corso di centinaia di anni. È un processo che ha un impatto molto più elevato di quello che ha avuto, per esempio, la digitalizzazione del film, un oggetto culturale che si è dato come ontologicamente separato dal suo supporto materiale fin dalla sua prima apparizione. Quanti di voi hanno mai toccato una striscia di pellicola? Non credo molti. Ma il fatto che gli aspetti sensuali del libro (le sensazioni tattili, l'odore della carta) vennero e vengono ancora usati come argomentazione per giustificare la resistenza alla digitalizzazione mi pare sia un sintomo di quanto questo snodo sia rimasto poco compreso e, soprattutto, poco esplorato nelle sue conseguenze. Non lo farò qui e tantomeno adesso. Mi premeva però sottolineare questo passaggio, perché sono convinto che la smaterializzazione del libro sia un merito che dobbiamo riconoscere alla digitalizzazione. Perché può aiutarci a elaborare una relazione più distaccata con questo oggetto culturale. Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere [un post](http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/social-sessiste-e-carine-ecco-influencer-modaiole-libro-1808202.html?ref=flaviopintarelli.it) in cui Massimiliano Parente \[inserisci inciso random in cui ironizzo su chi è Massimiliano Parente\] fa il solito esercizio di stile *edgy,* in cui un giornalista con ambizioni da intrattenitore commenta un fenomeno di costume di cui non sa e non ha capito nulla. Un genere diffuso a tal punto, che mi chiedo quando il mercato arriverà a saturazione per liberarci da questa piaga. L'argomento era il *bookblogging*. O, meglio, le *bookblogger*. Il pezzo è sessista al punto che la cosa più sensata che da fare è andare immediatamente a seguire le persone colpite sui social, in segno di solidarietà. Di questo trascurabile episodio, che verrà, com'è giusto, archiviato al più presto, mi ha colpito una cosa. Il fatto che in molti abbiano provato a spigolare il post di Parente, sostenendo che almeno su una cosa avesse ragione: la mercificazione del libro. Alle *bookblogger* viene imputato il reato d'aver trasformato il libro in complemento d'arredo, alimentando un modo di parlare di libri che è, di fatto, marketing. Anche in questo caso, e in modo opposto rispetto al discorso relativo alla sua digitalizzazione, il discorso sul libro ruota intorno alla sua natura di oggetto fisico. Nel primo caso questa viene chiamata in causa come forma di resistenza al cambiamento. Nel secondo, invece, come sintomo di un decadimento, di una perdita d'aura. Ridotto a complemento d'arredo negli scatti delle *bookblogger*, sembra dire chi prova a recuperare qualcosa dal discorso ignorante e offensivo di Parente, il libro perde quello status culturale che gli assegna una qual certa proprietà sacra, la capacità di apportare valore al capitale reputazionale di chi lo possiede e ostenta con esso un rapporto elettivo. Poco importa il fatto che il libro sia da sempre stato progettato, prodotto, confezionato, distribuito e venduto come una qualsiasi altra merce. E, come qualsiasi altra merce, prende parte al processo di produzione del capitale. Non sono le foto delle blogger a trasformare il libro in complemento d'arredo. Il libro è sempre e comunque un complemento d'arredo, perché esserlo è nella sua natura di merce. L'aura del libro, se di aura vogliamo parlare, o il suo valore culturale stanno nell'articolazione dei segni di cui esso si fa *medium*, mezzo di trasporto. È questa confusione tra supporto e contenuto che fa gridare allo scandalo quando, in polemica con le idee che veicolano, si vandalizzano i libri di Salvini. La stessa confusione spinge certi [ambigui *influencer*](https://twitter.com/PierluigiBattis/status/1127569962829254656?ref=flaviopintarelli.it) a dichiarare, in nome di un malinteso concetto di tolleranza, di voler acquistare i libri di un editore fascista per supportarlo dopo che [una mobilitazione antifascista](https://flaviopintarelli.it/2019/05/07/il-salone-del-libro-non-e-un-campo-di-battaglia/) lo ha cacciato dal principale evento librario italiano. Perciò, ben venga la smaterializzazione del supporto, se questa avrà come effetto collaterale quello di disperdere la nebbia che porta continuamente a confondere ciò che di un libro conta davvero, le parole e le idee, con ciò che invece conta poco o nulla, la sua forma fisica. Per farlo è urgente superare quell'idea di politica culturale che in Italia fa egemonia da almeno 30 anni nel dibattito e ricostruire un'idea di cultura che sia in primo luogo politica. Uno strumento di azione e intervento sulla realtà che ci circonda, non un mezzo per accumulare capitali, qualunque sia la loro natura. ### Rischio‌ ‌letale URL: https://flaviopintarelli.it/2020/01/03/rischio-letale/ Last updated: 2020-01-03T09:00:20.000Z Avete presente la sensazione che le scelta che state per fare potrebbe esporvi a un rischio potenzialmente letale? Dall’ultima volta che mi sono trovato a provarla è passata giusto una manciata di mesi. Il primo week end di giugno del 2019, dopo un mese di freddo e tempo infame, spinto dalla “malattia dei sassi”, ho deciso di salire in montagna per inaugurare la stagione con un’ascensione in quota. L’escursione che circumnaviga la Roda de Vaèl salendo dal rifugio Paolina fino al passo del Vaiolon è un percorso semplice, adeguato come prima uscita. Mi preoccupa soltanto la neve. In maggio ne è caduta parecchia, come non si vedeva da tempo e come, forse, non si è mai vista. Le cime sono ancora imbiancate. Perciò, per farmi un’idea della situazione, passo la sera prima della partenza a controllare le webcam di rifugi e impianti di risalita della zona. In quei giorni, lo zero termico è stabilmente attestato sui 4000 metri d’altezza e i bollettini mostrano come la neve si stia sciogliendo a gran velocità. In alcune zone delle Alpi si è passati da 320 a 160 centimetri nel giro di dieci giorni. Le immagini sono rassicuranti. Di neve ce n’è, ma i sentieri sembrano sgombri. La decisione è presa, la mattina dopo parto di buon'ora. Nel bagagliaio della macchina porto due paia di scarponi. Le scarpe da trekking leggere e gli scarponi alti, con la suola spessa, in Vibram. Valuterò all’attacco del sentiero quali indossare. Sul posto potrò farmi un’idea più precisa delle condizioni del terreno. Alla fine scelgo gli scarponi alti. E faccio bene. La prima parte del percorso, che dal passo di Costalunga sale prima al rifugio Paolina e, poi, al passo del Vaiolon è esposta a sud-ovest, perciò è perlopiù sgombra. Eppure dopo un po’ mi ritrovo a camminare circondato da cumuli di neve alti diversi metri. Gronda acqua un po’ dappertutto. Il disgelo ha formato rivi e cascate, riempiendo l’aria di uno scroscio continuo e fragoroso. In più di un tratto il sentiero è bagnato e il fango s’appiccica alla suola. Poi, un paio di centinai di metri più in basso del Vailon, eccolo che compare. Uno spesso strato di neve ricopre il sentiero che sale verso il passo. Vedo numerose orme che seguono le serpentine del percorso, fino a farsi risucchiare dalle stretto imbuto che conduce in alto, là, dove attacca la ferrata che sale in cima alla Roda de Vaèl. Se è già passato qualcuno, significa che è il percorso è fattibile. Il pensiero mi rincuora e mi sostiene mentre affronto l'ultima pendenza, quella che mi separa dal punto più alto che toccherò quest’oggi. La neve, resa cedevole dalle temperature, non aiuta la salita. Sprofondo più volte fin quasi al ginocchio e devo moltiplicare lo sforzo per menare il passo. Per fortuna ho con me i bastoncini. Quando la neve m’inghiotte posso fare forza sulle braccia per tirarmi fuori. Mi costa un po’ di fatica in più, ma non è un problema insormontabile. Alla fine, dopo qualche bestemmia, raggiungo il passo. > Stamattina, alle 9 e qualcosa, al passo del Vaiolon. Sopra 2000 ancora un botto di neve. Impressionante pensare che si sta sciogliendo super velocemente cc [@dissezione](https://twitter.com/dissezione?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/KO5NjY3WvG](https://t.co/KO5NjY3WvG?ref=flaviopintarelli.it) > > — El\_Pinta (@El\_Pinta) [June 9, 2019](https://twitter.com/El%5FPinta/status/1137700750501523456?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=flaviopintarelli.it) L’aria fredda che s’incanala tra le pareti mi accarezza le guance, ma il suo tocco è mitigato dal calore del sole, che vedo per la prima volta da quando sono partito, visto che fino a quel momento è sempre stato al di là della cima. Il cielo è limpido, screziato qua e là da poche nubi, che corrono veloci. Oltre il passo, là dove dovrò scendere appena avrò recuperato un po’ di fiato, brilla una distesa di neve. Troppa neve. Molta di più di quella che mi sarei aspettato da questo versante della montagna che, pur essendo esposto a nord-est, è comunque illuminato dal sole per diverse ore al giorno, visto che alle sue spalle non ci sono pareti a fargli ombra. La solita fila di impronte mi rassicura. Se qualcuno è già passato da qui, significa che si può fare. Recupero le mie cose e vado avanti. Il sentiero taglia un dirupo che termina su uno strapiombo. Decido di passare qualche decina di metri più in alto, sopra una serie di roccette. L’idea che la neve mi ceda sotto al piede, facendomi scivolare non mi aggrada. Scelgo un po’ di fatica in più in cambio di un passaggio più sicuro. Chi mi ha preceduto ha fatto la stessa scelta. Decido di fidarmi ancora di loro, le mie guide invisibili e sconosciute. Supero l’ostacolo e scendo leggero verso il bordo di un catino. Le orme ne costeggiano il bordo e poi...spariscono. Guardo alla mia destra, un piccolo crepaccio innevato scende verso il basso, dove scorgo il sentiero che dovrebbe portarmi al rifugio, riesco anche a vederlo, qualche chilometro più in là. Purtroppo non vedo indicazioni e non mi fido a scendere. Se non fosse quello il sentiero? Se al fondo di quel piccolo crepaccio ci fosse una parete potrei restare inchiodato. Riuscirei a risalire a quel punto? Non voglio correre il rischio, perciò decido di affacciarmi a un secondo crepaccio, che scorgo un poco più in basso. Forse il sentiero passa di là e le orme dei miei predecessori fantasma sono state cancellate da qualche smottamento della neve. Non ci sarebbe nulla di strano, la parte finale di quest’avvallamento tra le cime funziona di certo come un collettore e non è sciocco pensare che la neve scivoli costantemente dall’alto verso il basso mano a mano che s'attuano gli effetti del disgelo. Scendo il pendio e mi avvicino al secondo dei due beccucci dell’imbuto. Mi affaccio per capire se il sentiero passa di qui. Non vedo alcun segno. Anche questa volta non mi fido a scendere per il crepaccio. Per quanto mi sporga non riesco a vedere cosa c’è alla fine e non voglio rischiare di trovarmi in una situazione spiacevole. Nella mia mente comincia a farsi strada un dubbio. Torno verso il centro dell’avvallamento. Ho bisogno di trovare un posto da cui osservare il terreno. Flash della mappa dell’escursione consultata su un sito internet in fase di pianificazione dell’uscita mi balenano in testa. E se dovessi valicare la parete nord dell’avvallamento? Ma no, che dico, il profilo altimetrico prevedeva una sola salita, poi discesa. Ne sei sicuro? Non ricordo. E se fosse così? Bestemmio. Al pensiero di trovarmi di fronte a un altra salita le gambe si fanno molli. Bestemmio ancora. Un crampo m’indurisce il quadricipite. Porca puttana, ogni volta! Ogni cazzo-di-volta. Dovrà mica cominciare a portarmi dietro il potassio? Bestemmio, questa volta a voce alta. Poi mi guardo intorno e penso che alzare la voce in mezzo a un catino ricoperto di neve non sia la migliore delle idea. Ok il disgelo, lo zero termico a 4000 metri, ma se viene giù una slavina mi trovano a luglio, surgelato. Stringo i denti e m’inerpico in cima a una collinetta, proprio al centro dell’avvallamento. Mi lascio cadere su una roccia che emerge dalla neve. I muscoli delle gambe gridano per lo sforzo. Ansimo, la gola raschiata dall’aria fredda. La pelle della fronte e delle braccia scricchiola, ustionata dalla luce del sole che si riverbera sul tappeto di neve. Eccomi qui, all’inizio di questo racconto, nella condizione di dover fare una scelta che, sono abbastanza sicuro, potrebbe espormi a un rischio letale. Già me lo vedo, il funerale. Amici e conoscenti stretti intorno al feretro, l’atmosfera grave. Poi la mia compagna che prende il microfono: “m’ha lasciata sola, quel coglione. Sola con un figlio. Testa di cazzo”. Mic drop. Silenzio. Imbarazzo. Preferirei evitare di andarmene così. Studio la situazione. Inerpicarsi sulla parete nord dell’avvallamento è fuori discussione. Primo, non mi pare ci sia traccia di alcun sentiero. Secondo, affrontare quella salita in queste condizioni è una follia. Le gambe non mi reggerebbero. C’è una sola cosa da fare, scegliere uno dei due crepacci e sperare che sia quello giusto. Mi rimetto in piedi. Taglio l’avvallamento e risalgo verso il primo. Lo raggiungo. Mi affaccio per la seconda volta. È ripido, ripido e pieno di neve. Non ho visuale. Lo scarto. Scendo di nuovo verso il secondo. Studio la situazione meglio di quanto avessi fatto prima. Il pendio sopra cui mi trovo digrada con più dolcezza rispetto al primo crepaccio. Guarda lì, sembrano quasi dei gradini. Forse è una traccia. Ma sì, è una traccia. Comincio a scendere, con calma. Studio ogni passo e pure i due che dovrò fare dopo. Meglio evitare di scendere troppo in basso, se capissi che quella via è impraticabile avrei meno salita da dover rifare. Per fortuna non va così. Continuo a scendere. Arrivo alla parte più stretta della spaccatura. Ci sono almeno un paio di metri da scendere con la faccia alla parete, poi, più sotto, passato il salto, il terreno sembra più agevole. Lancio i bastoncini di sotto e mi giro. Pianto i piedi su due appoggi, poggio la destra su uno sperone e afferro una roccia con la sinistra. La roccia cede. Mollo la presa, sperando resti lì. Ma cade, cade e mi colpisce un ginocchio. Il dolore mi mozza il fiato. Bestemmio in silenzio mentre ascolto la roccia frantumarsi più in basso. Meno male che ero ben poggiato, se mi fossi affidato solo a quella roccia probabilmente sarei volato di sotto. L'ansia e la voglia di levarmi d'impaccio hanno fatto a gara con l’esperienza, per fortuna ha vinto quest'ultima. Da quel punto in avanti mi prendo il tempo per saggiare la tenuta di appigli e appoggi. Arrivare al terrazzino sottostante si rivela cosa da poco. Da lì al sentiero principale sono poche centinaia di metri, da fare tra le rocce. Ce l’ho fatta, ho preso la decisione giusta. Arrivo al rifugio con le gambe di burro. Entro e ordino una coca e una fetta di torta per placare il calo di zuccheri. Il ragazzo al bancone mi chiede da dove vengo. Dal Vaiolon, rispondo. Mi guarda come si guarderebbe uno un po' tocco ma che, comunque, merita rispetto. Ah, mi fa, e c’è neve? Fino al passo poca, dopo molta di più, gli dico. E inizio a raccontare. Mezz’ora dopo ho recuperato la mia baldanza e saltello lungo strada del ritorno. Ripenso all’avventura appena trascorsa. Al percorso che mi sono lasciato alle spalle. Dovrei tornare quest’estate, penso. Magari potrei completare il giro salendo alla Roda de Vaèl per la ferrata. L’itinerario è perfetto per la stagione calda. Se parti presto, la mattina fino al Vaiolon sei in ombra. Di certo non soffrirei il caldo. In quell’imbuto tira una bella arietta, specialmente quando ti avvicini alla scaletta di metallo che serve a superare quella roccia piantata in mezzo al sentiero. Un cane mi passa davanti agli occhi. Anzi, salta. Abbaia e salta e guaisce. Prova a raggiungere il padrone, che lo chiama dalla cima della scaletta. Io sono ancora alla base. Non è la prima volta che faccio quel giro. Il ricordo è appena riaffiorato da un recesso della memoria. Anni prima, con due amici e un cane facemmo lo stesso giro. Non riuscimmo a completarlo, l’animale non ce la fece a salire la scaletta e noi decidemmo di tornare indietro. Forzarlo non aveva senso. Quel giorno era l’11 settembre del 2001. Quando tornammo a valle ricevemmo un SMS, parlava di un aereo contro le torri gemelle. Rimanemmo un po’ interdetti. Ma di cosa parla? Ci mettemmo in macchina per tornare a casa e accendemmo la radio, ma c'erano soprattutto scariche. Carpimmo brandelli di conversazione, ma senza immagini era impossibile dare un senso alle parole. Ricordo che ci sentimmo sbigottiti. Gli arabi, ripetevamo, sono stati gli arabi e ci chiedevamo cosa ne sarebbe stato della Palestina. Non vidi le immagini dell’attacco che arrivato a casa. Mio padre stava davanti alla televisione. Fino a quel momento avevo immaginato un Cessna. Avete presente la sensazione che le scelta che state per fare potrebbe esporvi a un rischio potenzialmente letale? ### Impressioni #1 - Notturno URL: https://flaviopintarelli.it/2020/01/01/notturno/ Last updated: 2020-01-01T20:02:00.000Z Il vento che tira da nord fa crepitare le foglie secche sull'asfalto. Il cielo è un pozzo profondissimo, sul cui fondo brillano milioni di stelle. Senza distorsione alcuna, la loro luce attraversa le distanze siderali. Arriva limpidissima, dritta nella tua retina. Per strada non c'è nessuno. Sono le due del mattino, viale Druso è un fiume in secca che corre dal cuore della città al suo margine più estremo, sfrangiandosi nella campagna. Il silenzio sommerge ogni cosa. Potresti quasi dire di sentire il ticchettio dei semafori che lampeggiano. Tic. Acceso. Tac. Spento. L'alternarsi di quelle luci ritma i tuoi passi come, di giorno, regola il flusso del traffico che affolla la carreggiata. Il freddo non si cura dei tuoi jeans. Buca la tela, punge le gambe. Contrasta col calore che si spande in cerchi dalle cosce. L'energia che produci si dissipa a contatto con l'esterno. Minuscolo, insignificante di fronte alla vastità dell'universo. Così sei in questa notte d'inverno; come una fiammella che s'accende per un istante, subito sopraffatta dal respiro indifferente dell'universo. ### Immagini di rivoluzione (1999-2019) URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/31/mr-robot-finale-serie/ Last updated: 2020-05-11T14:19:00.000Z Quattro figure, riprese di spalle, contemplano, dalle finestre di una stanza, un paesaggio di grattacieli. La luce, al di là delle grandi vetrate, è limpida; il cielo azzurro, come in una fredda mattina d’inverno. La scena dura pochi secondi, giusto il tempo che la voce narrante pronunci un paio di battute. Siamo nei minuti conclusivi dell’episodio finale di Mr. Robot, la serie di Sam Esmail che, con questa quarta stagione, si conclude. Qualche sequenza prima di quest’immagine abbiamo scoperto che quelle quattro figure sono altrettante proiezioni della personalità di Elliot Alderson. Perciò il protagonista della serie, il personaggio le cui vicende abbiamo seguito per l’intero arco narrativo della vicenda e che adesso scopriamo chiamarsi “il burattinaio”, altro non è che un frammento della persona di cui fa parte e che egli stesso tiene prigioniera in quel perfetto mondo mentale a cui, non senza un certo spaesamento, noi spettatori ci siamo trovati davanti nelle ultime tre puntate. Alzi la mano chi, vedendo quell’Elliot Alderson impomatato e sicuro di sé risvegliarsi dopo l’esplosione della centrale nucleare di Washington Township, non ha pensato, almeno per un istante, al rischio che una serie sugli hacker rivoluzionari potesse concludersi in un pantano di dimensioni parallele e/o alternative. Lo spettro del finale di Lost, dopotutto, infesta ancora i nostri sonni di spettatori seriali. Ma quello spazio non è una proiezione verso l’esterno, quanto una piega dello spazio interiore del personaggio, un loop ricorsivo a cui la personalità che si risveglia nell’ultima sequenza della serie è stata condannata dalla sua rabbia, dai suoi sentimenti negativi, dal desiderio inebriante di “far bruciare il mondo”. *Mr. Robot* \- serie dal sapore cyberpunk su un vigilante hacker che porta l’attacco al cuore informatico del capitalismo fino a determinare “la più grande redistribuzione di ricchezza a cui il mondo abbia assistito" - si trasforma, nel finale, in una meditazione sulla natura dell’atto rivoluzionario. Lo fa echeggiando fino a citarlo un altro caposaldo della cultura pop: *Fight Club*. Cos’altro può essere la scena della finestra che ho descritto sopra, se non una citazione del finale del film di Fincher, che si conclude con l’immagine, iconica, dello sguardo di Tyler e Marla che assistono al culmine del “Progetto Mayhem”, la distruzione delle sedi dei dodici istituti di credito più importanti della città che, esplodendo, collassano al suolo accompagnati dallo stridere delle chitarre di *Where is My Mind* dei Pixies. Da quel momento sono passati esattamente 20 anni. L’impeto rivoluzionario che, nel 1999 di *Fight Club*, si esprimeva nella distruzione nichilista del mondo, oggi sembra essere stato sussunto da un capitale che ha fatto dell’armageddon il suo obiettivo politico ultimo. Di fronte a tutto questo, Sam Esmail sembra volerci dire che la rivoluzione deve essere sempre, prima di tutto, rivoluzione permanente del soggetto. Perché non si cambia il mondo se, prima di tutto, non ci si sta dentro e in mezzo. “Hello, Elliot”, un nuovo decennio sta iniziando. ### 2020, ritorno alla blogosfera URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/24/2020-ritorno-alla-blogosfera/ Last updated: 2019-12-24T08:17:37.000Z C'è un post, non ricordo bene il titolo, potrebbe essere una policy dei commenti, in cui Mark Fisher prova a fare un bilancio della sua attività da blogger. L'ho letto qualche mese fa, sfogliando [la raccolta di K-Punk](https://repeaterbooks.com/product/k-punk-the-collected-and-unpublished-writings-of-mark-fisher-2004-2016/?ref=flaviopintarelli.it) che Repeater Books ha pubblicato poco meno di un anno fa. In quel post, Fisher riflette sull'introduzione della sezione commenti, avvenuta *by default*, notando come l'upgrade avesse aumentato il lavoro a carico del blogger, abbassando la qualità delle interazioni. Gestire il flusso dei commenti significa non solo leggerli, ma anche rispondere, argomentare; tenere i fili della conversazione, impedire che essa deragli e, di conseguenza, stabilire delle linee guida per indirizzarla e, una volta stabilite, operare affinché la community le rispetti. Non c'è quindi solo lavoro editoriale. C'è anche una parte di lavoro poliziesco. Inoltre, ricorda Fisher ed è la cosa più importante, quando non c'erano i commenti l'unico modo per rispondere a un post era scriverne un'altro e così via. Un circolo virtuoso in cui alle dinamiche di botta e risposta veniva imposto un tempo di latenza, quello della scrittura, necessario per l'elaborazione della risposta. Quell'intervento mi è tornato in mente leggendo *L'amore è fortissimo, il corpo no,* l'epocale riflessione in due parti ([parte 1](https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-1-twitter-addio/?ref=flaviopintarelli.it) e [parte due](https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/lamore-e-fortissimo-il-corpo-no-2-dieci-anni-di-twitter/?ref=flaviopintarelli.it)) con cui Wu Ming tira le somme di un decennio di presenza in rete, chiudendo una lunga parentesi di sperimentazione. Col suo andamento anamnestico, è un testo con cui vale la pena confrontarsi. Non solo per il modo in cui ricostruisce la traiettoria di sviluppo seguita dai social network in questi anni, mettendo in evidenza come scelte di design funzionali allo sviluppo di un preciso modello economico - quello basato sull'estrazione e la messa a valore dei dati degli utenti - abbiano determinato comportamenti alla base del progressivo decadimento della qualità delle relazioni coltivate attraverso i social. Ma anche per le prospettive che apre sulle possibilità e gli strumenti che abbiamo a disposizione per (ri)costruire la nostra presenza in rete. C'è un passaggio che mi preme sottolineare, ed è il seguente: > A chi per ora non se la sente di chiudere gli account sui social commerciali, chiediamo di dare comunque una mano a riattivare voci e canali indipendenti, macchine di comunicazione non gamificate. Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger. > Una nuova blogosfera post-**social* è possibile. Anzi, il suo formarsi è altamente probabile, mentre il futuro di Twitter è pieno di incognite e Facebook potrebbe presto [restare schiacciato dal suo stesso peso](https://www.theguardian.com/business/2019/nov/08/how-big-tech-is-dragging-us-towards-the-next-financial-crash?ref=flaviopintarelli.it). Una blogosfera diversa da quella pre-**social*, perché potrà avvalersi di nuovi strumenti, e perché la situazione è diversa da quella degli anni Zero. Sono d'accordo. E non solo perché ho scelto, con ostinazione, di tenere in piedi il sito su cui state leggendo anche nel periodo in cui i blog, personali e collettivi, erano in ritirata (grosso modo dal 2014 fino a oggi). Anche perché, complici proprio la lettura e l'approfondimento del metodo e della scrittura di Fisher, mi è tornata la voglia di curare uno spazio che accolga i miei pensieri al di fuori dal recinto dei social network, commerciali e non. Avverto anche io [la necessità sottrarmi](https://posthumanghost.wordpress.com/2019/11/21/zero%5Fsottrazione-sovversione/?ref=flaviopintarelli.it) al gioco, al meccanismo e ai comportamenti indotti dai social e dal loro design. È un bisogno, questo, che diventa strategia. [Non farsi trovare dove l'avversario si aspetta che tu sia](https://www.che-fare.com/guerra-culturale-social/?ref=flaviopintarelli.it) è un modo per "colpirlo", usando il suo stesso impeto. Il discorso, poi, non dovrebbe appiattirsi solo sulla riappropriazione. Riappropriazione del #tempo, dell'attenzione, delle risorse fisiche e mentali che ci vengono sottratte. Il capitalismo è sempre furto di tempo, anche in assenza di social network. È più, la vedo così, un modo per istituire una distanza, riaffermare una frizione, ricostruire quella latenza necessaria ad aprire un interstizio in cui collocarsi per progettare linee di fuga dal dispositivo. Perciò, sono d'accordo che il blog sia ancora lo strumento più adatto per tenere insieme quella profondità di riflessione e scrittura del sé, che hanno reso così urgente questa forma di espressione. Il lavoro di Mark Fisher sta lì a dimostrarlo. Solo, quale blogosfera è possibile, oggi? Ha ragione Wu Ming a dire che una nuova blogosfera è possibile, ed possibile con strumenti nuovi, adeguati alla situazione. Ma quali? Può sembrare una domanda oziosa, non lo è. Perché se è vero che i social network si sono stati fatti evolvere in una direzione ben precisa, anche le piattaforme di blogging non sono rimaste ferme. Blogspot fa a pieno titolo parte dell'ecosistema Google/Alphabet. Wordpress.com ha da tempo imposto ai suoi utenti la pubblicità, senza alcuna forma di *revenue sharing* a giustificarne la presenza. Insomma, anche le piattaforme di blogging hanno ormai da tempo incorporato le stesse dinamiche di *gamification* dei social network commerciali. Non è un caso che lo standard per la scrittura sul web oggi sia rappresentato da Medium, una prodotto la cui parabola è esemplare in negativo. Dunque, se l'obiettivo è ricostruire intorno ai blog la nostra presenza in rete, quali alternative esistono? La mia scelta è caduta, fin dall'inzio su Ghost, il CMS su cui è costruito questo sito. Ghost è una piattaforma aperta, progettata e pensata per il publishing professionale. La fondazione che ne cura lo sviluppo si sostiene offrendo pacchetti di hosting e supporto tecnico. In occasione dei 5 anni di attività, hanno [pubblicato un post](https://ghost.org/blog/5/?ref=flaviopintarelli.it) che spiega bene le basi e le evoluzioni del progetto. Personalmente è una soluzione che apprezzo molto, ma il cui costo, incluse le spese per il dominio, si aggira sui 400€ all'anno. Le collaborazioni pagate con le riviste mi aiutano a coprire la spesa. Questa potrebbe essere ridotta, magari scegliendo un servizio di hosting più abbordabile che però non mi garantirebbe il supporto tecnico da parte del team di sviluppo di Ghost e mi costringerebbe a gestire aspetti tecnici per confrontarmi coi quali mi mancano tempo e voglia. Per quanto io sia soddisfatto della scelta, sono consapevole che non rappresenta una soluzione alla portata di tutti. Anche questo è un tema. Perché l'idea di una rete a due velocità, regolata da soglie economiche che consentono di accedere a spazi privilegiati, [liberati dalle logiche estrattive](https://www.nytimes.com/2015/06/04/opinion/zeynep-tufekci-mark-zuckerberg-let-me-pay-for-facebook.html?%5Fr=1&ref=flaviopintarelli.it), è una prospettiva sempre presente, sempre in procinto di trasformarsi in realtà. Che lungo questa linea di faglia finiscano o finirebbero per riconfigurarsi assetti e privilegi di classe dovrebbero essere chiaro, anche senza dirlo in modo esplicito. Insomma, la strada che porta fuori dai social commerciali, sempre che se ne voglia uscire (e io ho i miei dubbi sul fatto che sia necessario, utile od opportuno farlo), è tutt'altro che lineare e tracciata. La pista va aperta e non sarà semplice. Ci vediamo la fuori. ### "Moderazione e rivoluzione" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/20/moderazione-e-rivoluzione-su-not/ Last updated: 2019-12-20T09:35:54.000Z Not pubblica *Moderazione e rivoluzione* che è il primo racconto della raccolta *[Cronache della Metropoli](https://flaviopintarelli.it/cronache-della-metropoli/),* uscita il 5 dicembre nella collana Il Quant di Ledizioni. Fedele alla missione della raccolta, *Moderazione e rivoluzione* racconta la vita e le condizioni di lavoro degli addetti alla moderazione sui social network. > Durante il training le fu insegnato come riconoscere i contenuti che violavano le complesse architetture di regole che il Cervello sintetizzava di continuo, adattandole in tempo reale ai cambiamenti esterni. Potevano essere immagini pornografiche o snuff movie, minacce di morte o paranoie di complotto. Lei aveva solo pochi secondi per bloccare o permettere a quei contenuti di circolare nel grafo. Servivano concentrazione e rapidità di pensiero ma anche pelo sullo stomaco, perché digerire certe immagini non era facile. Molti abbandonavano il training dopo poche settimane. Altri crollavano. [Moderazione e Rivoluzione | NERO | NotUn meme in forma di racconto (piovuto dal futuro)![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/touch.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2019/12/pinta3.png)](https://not.neroeditions.com/moderazione-e-rivoluzione/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Moderazione e rivoluzione" su Not ### "Life Magazine, 1965" su Anima Loci URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/18/life-magazine-1965-su-anima-loci/ Last updated: 2023-02-02T08:23:01.000Z Qualche mese fa, la redazione della rivista Anima Loci mi ha chiesto un saggio sullo skateboarding. Ho rilanciato, proponendo un testo a metà tra saggistica e racconto, che prende come spunto un servizio fotografico di Bill Epperidge del 1965\. Pubblicato su Life Magazine, il servizio racconta gli albori della moda dello skate a New York, negli anni '60. > Le pagine delle rivista frusciano sotto le mie dita. Ne apprezzo la grana coi polpastrelli. Un filo di polvere, l’umidità che ingrossa le pagine e qualche leggera scoloritura parlano di un tempo lontano. Da quante altre mani sarà passata, mi domando, prima di finire tra le mie, che l’hanno sollevata da questa bancarella di chincaglieria antiquaria allestita sotto le fronde degli alberi che costeggiano la promenade più famosa della mia città. [Life Magazine, 1965 | Anima LociIl ragazzo nella foto tiene la camicia infilata nei pantaloni. Le maniche, corte, arrotolate in un risvolto che gli arriva a metà del bicipite. Sta seduto a![](https://animaloci.org/favicon.ico)Anima LociFlavio Pintarelli![](https://animaloci.org/wp-content/uploads/2019/12/Anima-Loci-Flavio-Pintarelli-Life-Magazine-1965-1.jpg)](https://animaloci.org/life-magazine-1965-it/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Life Magazine, 1965" su Anima Loci ### Il capitalismo è radioattivo URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/17/moderazione-contenuti-social-network/ Last updated: 2019-12-18T08:20:57.000Z ### Note sulla moderazione dei contenuti sui social network Lo spettro della violenza infesta i sogni del capitale. Lo minaccia ogni giorno, virando verso l'incubo la fragile pax garantita dal suo apparato ideologico. Decapitazioni, omicidi, stragi, sparatorie, sevizie, stupri. La realtà delle vita di milioni di persone, quelle che vivono all'ombra del progetto di estrazione, viene dislocata davanti agli occhi di chi gode lo sfruttamento, grazie alle tecnologie digitali di trasmissione delle informazioni. L'orrore esonda dai social. Come liquame che trabocca da un cesso intasato, ci lambisce le scarpe nuove. Ce lo troviamo di fronte ovunque, nascosto dove mai ce lo aspetteremmo. Si annida tra le pieghe dei cartoni animati che scarichiamo per i nostri figli, nel gorgo di contenuti correlati, creati automaticamente, che nutre la megamacchia computazionale. Puntuale come un corriere di Amazon, come un rider di Deliveroo che corre sotto la tempesta per non perdere rating, l'orrore ci viene consegnato a domicilio. Il capitale lo sa. Per impedirlo assolda persone e dà loro il compito di regolare il flusso incessante di informazioni che ci assedia degli schermi di cui ci circondiamo. La moderazione dei contenuti, l'atto di decidere cosa ha o non ha il diritto di circolare nel sistema nervoso digitale della nostra società, è una funzione fondamentale per la tenuta dell'intero sistema. Ha solo un difetto. Non produce utili. È un costo, non un investimento. È qui che, allora, si realizza l'ennesimo processo d'estrazione del valore. La moderazione dei contenuti è la catena di montaggio all'epoca del capitalismo delle piattaforme. Dovrebbe essersene reso conto chiunque abbia letto *The trauma floor* e *The terror queue,* i reportage sulla moderazione dei contenuti nelle piattaforme digitali che Casey Newton ha scritto nel corso di quest'anno The Verge. Nell'ipotetica bibliografia di una versione contemporanea de *Il Capitale* a questi testi dovrebbe spettare un posto di rilievo. Entrambi analizzano le condizioni di lavoro a cui sono sottoposte le persone che hanno il compito di revisionare quelle categorie di contenuti potenzialmente in contrasto con le policy aziendali e le leggi dei paesi in cui operano le piattaforme. Se ne ricava un quadro di esposizione costante a contenuti violenti e disturbanti che hanno pesanti conseguenze sulla salute mentale e fisica delle persone coinvolte nel processo. Sindrome da stress post traumatico, disturbi di ansia, dell'alimentazione, abuso di sostanze, depressione e altre patologie fanno parte della vita di chi esercita, per professione, la moderazione dei contenuti. Condizioni che peggiorano, mano a mano che l'operazione viene esternalizzata dalle case madri verso sub appaltatori che offrono il servizio. La violenza che costituisce il capitale si esercita su un doppio vettore: dal centro alla periferia del sistema, dove viene agita per garantirne la riproduzione; dalla periferia al centro, dove viene prevenuta per permetterne la stabilità. Il capitalismo è radiottivo. Il suo fallout ci minaccia tutt\*. [Google and YouTube moderators speak out on the work that gave them PTSDThey scrub the internet of violent and disturbing content, and it haunts them forever. Following his investigations on Facebook moderators, The Verge’s Casey Newton reports on the working conditions and side effects of scrubbing the internet of “violent extremism” content.![](https://cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_asset/file/7395351/android-chrome-192x192.0.png)The VergeCasey Newton![](https://cdn.vox-cdn.com/thumbor/U_Sz7wN5xicOOI-wRiaAkZU04b4=/0x197:2040x1265/fit-in/1200x630/cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_asset/file/19531386/VRG_ILLO_3808_001.0.jpg)](https://www.theverge.com/2019/12/16/21021005/google-youtube-moderators-ptsd-accenture-violent-disturbing-content-interviews-video?ref=flaviopintarelli.it) Leggi *The Terror Queue* su The Verge [The secret lives of Facebook moderators in AmericaIn a damning new report, Casey Newton gives an unprecedented look at the day-to-day lives of Facebook moderators in America. His interviews with twelve current and former employees of Cognizant in Arizona reveal a workplace perpetually teetering on the brink of chaos.![](https://cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_asset/file/7395351/android-chrome-192x192.0.png)The VergeCasey Newton![](https://cdn.vox-cdn.com/thumbor/BwMxgW-XB-dayquTzD1a_T8QTSk=/0x40:2040x1108/fit-in/1200x630/cdn.vox-cdn.com/uploads/chorus_asset/file/14480950/VRG_3246_Social.jpg)](https://www.theverge.com/2019/2/25/18229714/cognizant-facebook-content-moderator-interviews-trauma-working-conditions-arizona?ref=flaviopintarelli.it) Leggi *The Trauma Floor* su The Verge ### Le vite dietro al velo URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/11/le-vite-dietro-al-velo/ Last updated: 2019-12-11T10:19:47.000Z In [una newsletter inviata più o meno un mese fa](https://nocomplaints.substack.com/p/am-i-a-writer?utm%5Fmedium=email&utm%5Fcampaign=cta), Caroline Crampton rifletteva sulla natura del suo lavoro ponendosi la domanda: *am i a writer?* Ovvero interrogandosi sul senso di definirsi una scrittrice, con tutto ciò che farlo comporta in termini di percezione di noi stessi da parte degli altri, quando buona parte delle attività che svolge e che le sono necessarie per la sopravvivenza non rientrano in questa categoria o passano inosservate. Nel fare il confronto coi suoi colleghi, Crampton si accorge che a essere nella sua stessa situazione sono in molti e che il meccanismo di costruzione dell'identità abilitato dai social contribuisce a generare quel senso di spaesamento di cui parla nel suo testo. Il mio nuovo libro è uscito meno di una settimana fa. Stasera lo [presenterò al pubblico per la prima volta](https://flaviopintarelli.it/2019/12/05/cronache-della-metropoli-calendario-dicembre/). Domani mi intervisteranno in radio. Eppure la mia vita va avanti come sempre. La pubblicazione non ha intaccato e non intaccherà la routine se non nella misura in cui a essa si aggiungeranno una serie di impegni, di scadenze, di cose da fare in più. Cosa passa di tutto questo alle persone che mi vedono attraverso quella performance di me stesso che sono i miei flussi di aggiornamenti sui social network? Probabilmente nulla. La noia, la ripetitività dei gesti quotidiani, ma anche le piccole e grandi gioie che questi comportano, cadono in secondo piano. Scivolano dietro un velo, sotto una superficie, al di là di quella linea oltrepassata la quale siamo costretti all'intossicante ebbrezza di una positività infinita, quella con cui nutriamo l'apparato di cattura che regola il nuovo ciclo di accumulazione. Quanto ci sarebbe di sollievo nello sparire? [Quanto è sovversivo, l'atto della sottrazione](https://posthumanghost.wordpress.com/2019/11/21/zero%5Fsottrazione-sovversione/?ref=flaviopintarelli.it)? ### Cronache della Metropoli - Calendario di Dicembre URL: https://flaviopintarelli.it/2019/12/05/cronache-della-metropoli-calendario-dicembre/ Last updated: 2019-12-05T11:16:24.000Z ### Mercoledì 11 Dicembre, Libreria Ub!k, Bolzano *[Cronache della Metropoli](https://flaviopintarelli.it/cronache-della-metropoli/)* esce oggi, giovedì 5 dicembre, e per quanto sia un mese difficile per organizzare eventi abbiamo già fissato la prima presentazione. Mercoldì 11 dicembre, alle ore 19.00, il libro e io saremo insieme a Marco Passarello alla libreria Ub!k di Bolzano per il primo incontro pubblico coi lettori. [Cronache della Metropoli di Flavio Pintarelli alla Ub!k BolzanoMercoledì 11 dicembre alle ore 19.00 presso la @\[859738384061214:274:Libreria Ubik Bolzano Bozen\] ci sarà la presentazione del libro “Cronache della Metropoli” (@\[109120559173329:274:Ledizioni - LediPublishing\]) di Flavio Pintarelli. L’autore dialogherà con Marco Passarello. Che cos’è la Metropoli?…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c118.0.200.200a/p200x200/78714582_2519544578080578_7291736273872486400_n.jpg?_nc_cat=100&_nc_ohc=BAIxFSXldbQAQnslXHFALXWh_64oCLN9YExEX6KZf9fP-sUQrp6uy8V-g&_nc_ht=scontent-amt2-1.xx&oh=443361e86b4380208992f3a20dfd323d&oe=5E419436)](https://www.facebook.com/events/1027372484274464/?notif%5Ft=plan%5Fuser%5Fassociated¬if%5Fid=1575540270729809) Per maggiori dettagli segui l'evento su Facebook ### "Ban!" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2019/11/21/ban-su-il-tascabile/ Last updated: 2019-11-21T17:01:20.000Z Negli ultimi anni, Facebook ha preso posizione e implementato azioni concrete per limitare la diffusione dei contenuti d'odio sulla sua piattaforma. Dopo una serie di sospensioni e ban che hanno colpito numerose pagine italiane di meme e informazione, Il Tascabile mi ha chiesto di provare a fare il punto sulla strategia che il social network di Marc Zuckerberg ha messo in campo per rendersi un posto migliore. Mi sono così inoltrato tra sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento dei contenuti, team di moderazione sparsi in tutto il mondo e organismi di governace indipendenti per provare a ricostruire la struttura e le storture di un sistema a cui spetta la responsabilità della libera espressione di 2,45 miliardi di utenti attivi mensili. > Tutta questa storia oscilla di continuo tra l’ufficialità e l’ipotesi, tra la certezza del comunicato stampa e una serie di frasi formulate al condizionale. Alla base c’è l’opacità delle piattaforme. Capire come funziona Facebook è un gioco a informazione mancante. La piattaforma ci fornisce delle linee guida incomplete, un libretto di istruzioni a cui mancano delle parti fondamentali, perché sono protette dalla sua proprietà intellettuale. Non possiamo saperle, altrimenti saremmo in possesso di ciò che rende redditizio l’intero dispositivo, avremmo crackato la scatola nera. Perciò, per colmare quei buchi, per dare un senso alle anomalie, possiamo solo procedere per prove ed errori, facendo ipotesi cartografiche da verificare mentre attraversiamo il territorio, mentre siamo immersi nel paesaggio. Quali immagini abbiamo tracciato durante la nostra esplorazione? [Ban!Cosa sappiamo sulle decisioni di Facebook di oscurare contenuti politicamente sensibili.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)il TascabileFlavio Pintarelli![](https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/iltascabile/wp-content/uploads/2019/11/15110039/IMG_1158.png)](https://www.iltascabile.com/societa/facebook-ban/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Ban!" su Il Tascabile ### Talk "The Black Box" - Bologna 25 Ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2019/10/21/talk-the-black-box-bologna-25-ottobre/ Last updated: 2019-11-04T08:45:46.000Z La tecnologia sta diventando sempre più opaca. Una scatola nera le cui logiche sfuggono persino al controllo di chi ne ha creato i meccanismi. È questo il tema dell'undicesima del ROBOT Festival di Bologna, [ben delineato nel manifesto](http://www.robotfestival.it/it/manifesto/?fbclid=IwAR0U6DeJ1LZ4aZnfWRHa2Wr6RcqZiUts1t2w6arkUcTYx4zzpuBsox2PS7s&ref=flaviopintarelli.it) firmato da Daniele Gambetta e Andrea Zanni. Con loro e con Valentina Bazzarin sarò in dialogo per esplorare i modi in cui questo concetto influisce e sta cambiando le nostre esistenze. Il talk avrà luogo venerdì 25 ottobre, a partire dalle ore 16.00, a Bologna, presso Palazzo d'Accursio. [The Black BoxIl concetto di BlackBox, termine preso in prestito dalla cibernetica, è diventato al giorno d’oggi una metafora del nostro rapporto quotidiano con la tecnologia, che si è ormai tramutata in una scatola nera dai meccanismi interni opachi, di cui conosciamo gli input ed output ma non il funzionamento.…![](https://static.xx.fbcdn.net/rsrc.php/yz/r/KFyVIAWzntM.ico)![](https://scontent-bru2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/c78.0.200.200a/p200x200/74614778_2661249933896006_755340831602245632_n.jpg?_nc_cat=102&_nc_oc=AQka6dK5xlkaWWPczE0IPXXHNprUbdh0TNyH90vW3WGVxn48_6y5ItjfPsPIu2QV-dU&_nc_ht=scontent-bru2-1.xx&oh=9275a1e80b39834887f51c9671ec268a&oe=5E1C77EF)](https://www.facebook.com/events/1177817275738993/) ### Le tigri di montagna URL: https://flaviopintarelli.it/2019/10/18/le-tigri-di-montagna/ Last updated: 2019-11-04T08:46:45.000Z Ieri sera ho presentato *L'età della tigre*, l'ultimo libro di Ivan Carozzi. È un libro difficile da etichettare in modo chiaro. Parla di tante cose diverse tra loro. Parla di Milano, del lavoro culturale, parla di quanto sia meraviglioso abbandonarsi a un incontro casuale. Poi, parla anche di trap. La trap funziona da innesco per la narrazione. È il pretesto per parlare di questi anni. Ma di questi anni, la trap è anche il sintomo. È una creatura digitale e chi la fa, i trapper, sono alieni. Esseri perturbanti, psichedelici, xenomorfi. Rappresentano uno iato, una cesura, sono agenti dello shock culturale. Sono la data sul calendario che sconvolge chi si sveglia dopo vent'anni di coma, pensando che sia passato soltanto un minuto. Sono predatori. I trapper, dice Carozzi, sono tigri. Stanno in agguato nel fogliame della giungla urbana. Occhieggiano minacciosi dai cartelloni pubblicitari, pronti a sbranarci, a prendersi tutto ciò che gli spetta e anche qualcosa di più. Sono la minaccia che incombe su ogni ordine, su ogni grammatica, su ogni decoro. Ieri mattina, un'occhiello sulla prima pagina del più importante quotidiano locale titolava: "[Sinigo, nel video trap spuntano le pistole](https://www.altoadige.it/cronaca/merano/sinigo-nel-video-rap-spuntano-le-pistole-1.2155201?ref=flaviopintarelli.it)". Diceva proprio così, spuntano le pistole. Come se fossero margherite o ranuncoli. L'articolo fa riferimento a *Block Freestyle*, una canzone del gruppo trap locale FVmille, con la partecipazione di Lony, un altro trapper. Sono un gruppo di adolescenti, non avranno più di sedici anni. Ragazzini di seconda generazione. Cantano nelle loro lingue d'origine, in italiano e in *daitsch*, il dialetto tedesco di queste parti. Indossano outfit da strada. Magliette da calcio, tute sportive. Come Jamil o i PNL. Sventolano le bandiere dei loro paese. Impugnano pistole a gas e si scambiano buste di plastica, mimando pose e gesti da "formiche" che abbiamo visto mille volte in tv, tra *Romanzo Criminale*, *Gomorra* o *Narcos*. Le tigri sono arrivate in montagna. La reazione non si è fatta attendere. Giuliano Vettorato, vicepresidente leghista della Provincia ha parlato di "gravissimi messaggi violenti e intimidatori". È sua opinione che vadano "subito attivati dei controlli molto attenti, per verificare se i genitori di queste persone beneficino di contributi dalla Stato" e che sia "necessario verificare la scuola di provenienza di questi ragazzi e se eventualmente si tratta di soggetti che vengono seguiti dai servizi sociali". Il genitore severo s'è svegliato ed è gravido di minacce e repressione. Nella Provincia Vetrina ogni segnale di disagio va espulso per preservare la salute dell'organismo. Sei povero? Se ti lamenti ti togliamo i soldi. Così sarai ancora più povero. Sei incazzato? Stai male? Provi disagio? Non è possibile, siamo primi nelle classifiche di qualità della vita, come ti permetti di di lamentarti? Il disagio, il male, la sofferenza. Tutto finisce sotterrato dall'idea che qui si stia bene a prescindere. Nella Provincia Vetrina non puoi permetterti di stare male, rovineresti il paesaggio. Alla sterilizzazione del corpo sociale partecipano tutti. Dai politici, ai burocrati, ai mediatori culturali. Tutti inadeguati, tutti impauriti. Nella reazione rabbiosa e scomposta c'è il segno della loro debolezza. Quanto può essere forte un Potere che trema davanti all'atto di parresia di un gruppo di ragazzini adolescenti? Quanto è ridicola e fragile la sua finzione di ordine? Le tigri lo sanno bene e se ne fottono. Sono fiere e coraggiose. Stanno su Facebook e su YouTube e su Instagram. Commentano, ribattono, sfottono. Con l'arroganza di chi, a quattordici anni, non ha paura di nessuno e il mondo, se vuole, se lo prende e se lo sbrana in un boccone. Sinigo vive. FVmille vive. Lony vive. I morti siete voi. ### Gli anelli degli alberi URL: https://flaviopintarelli.it/2019/10/07/gli-anelli-degli-alberi/ Last updated: 2019-11-04T08:47:18.000Z Qualche mese fa un uragano si è abbattuto sui boschi a cavallo tra Veneto, Trentino e Alto Adige. Il vento ha soffiato a oltre 200 chilometri all’ora, abbattendo diversi milioni di metri cubi di legname. Il giorno prima gli alberi si ergevano in piedi, quello dopo erano a terra adagiati gli uni sugli altri, al centro di voragini apertesi nella macchia, che abbiamo potuto vedere in tv o sui siti, ripresi dall’alto da droni o elicotteri. Qualche giorno più tardi mi sono trovato a passare, per lavoro, attraverso una delle zone colpite. Forse non una di quelle colpite più duramente, ma abbastanza da vedere i segni della devastazione. Ai lati delle strade, dove l’uragano ha minacciato più da vicino la civiltà, squadre di forestali e vigili del fuoco si affaccendavano intorno ai cadaveri dei tronchi per liberare il bosco. Maneggiavano agili le motoseghe recidendo i morti. Non so perché, forse per evitare di sradicare le radici compromettendo la tenuta dei pendii, ma lasciavano i ceppi a terra, nudi, con la loro teoria di anelli concentrici esposta allo sguardo di chi, come me, si trovava a passare da quelle parti. Mi accorsi che nel tronco reciso di quegli alberi deceduti si disegnava l’immagine definitiva del tempo. Delle sue due concezioni, lineare e circolare, ne fanno infatti sintesi gli anelli che si formano di stagione in stagione e si accumulano uno dietro l’altro man mano che l’albero si espande nello spazio. Per ogni stagione che si chiude e riapre si forma un anello. Per ogni anno che passa un anello si aggiunge al conteggio e così via fino a che l’albero non muore, di morte naturale o per effetto di un agente esterno. Differenza e ripetizione, questa è l’essenza del tempo incarnata nel tronco di un albero. \*\*\* Qualche settimana fa un amico di vecchia data mi ha fatto un regalo. Si tratta di una chiavetta USB che estraggo da una scatolina di cartone sul cui verso superiore c’è appiccicato una specie di gagliardetto disegnato al computer. Dentro la chiavetta ci sono vent’anni di musica organizzati in playlist, ordinate in cartelle tematiche, raccolte in cicli cronologici. Sono tutte tracce che, dal 1999 al 2019, abbiamo scoperto e ascoltato insieme lui, io e il nostro gruppo di amici. Un lavoro di catalogazione enorme, enciclopedico, che vuole provare a sistematizzare un ventennio di amicizia attraverso la musica. Le tracce, come gli anelli degli alberi, si accumulano una dietro l’altra lungo la linea del tempo ma segnano, nello stesso momento e nella ripetizione dei generi e delle band, l’aprirsi e il chiudersi di diverse stagioni della nostra vita. Marcano, come gli anelli di un albero sezionato, il passaggio del tempo e ne ricavano un’immagine, quella della nostra amicizia. Ogni sezione, ogni intervallo di anni, ogni playlist e ogni traccia aprono la porta dei ricordi. L’insieme ha, allo stesso tempo, una tensione centripeta e una forza centrifuga. Si tiene insieme, coerente e ordinato, mentre proietta all’esterno l’entropia dei ricordi, degli aneddoti. Ogni sua parte è il punto di partenza per potenziali narrazioni che ricostruiscono tanto la nostra vicenda di gruppo quanto le nostre singole amicizie. Chiunque di noi guardi la sua parabola attraverso questa compilazione la racconterà da un punto di vista diverso e aggiungerà qualcosa che gli altri non possono aggiungere, perché non l’hanno vissuta e, ciononostante, troverà sempre qualcosa che lo lega e lo accomuna a tutti perché il disegno, la trama complessiva, ci lega insieme. Lo sguardo retrospettivo che la chiavetta USB apre sulle nostre vite mostra il paesaggio che ci siamo lasciati alle spalle, un panorama di rovine striato di chiaroscuri, a cui guardiamo con la consapevolezza che qualcosa di quello che abbiamo vissuto resterà sempre con noi come doppio: l’immagine, inquietante e rassicurante allo stesso tempo di cosa siamo stati insieme, da cui non riusciamo a staccare gli occhi mentre dal cuore di quella catalogazione qualcosa ci spinge verso il futuro. Come l’*angelus novus* di Benjamin, anche noi procediamo verso l‘avvenire con lo sguardo fisso sul passato che ci stiamo lasciando alle spalle. In *The Future of Nostalgia*, Svetlana Boym definisce *reflective nostalgia* questo sentimento che guarda al passato non come un serbatoio di miti da far rivivere nel presente, ma come l’immagine *eerie* di un doppio fantasma che ci accompagna. \*\*\* È il 30 gennaio 2019\. Trecentosessantacinque giorni e qualche ora fa nasceva mio figlio. La sua prima stagione si è conclusa e una tacca si è aggiunta alla sua tempolinea. Provo a tracciare un bilancio di questi giorni e scopro un basso continuo di fatiche puntellato da picchi frequenti di gioia. Scintille di felicità che illuminano un’infinita notte artica sbriciolandosi nel buio. Questo è l’anno in cui ho letto più libri negli ultimi dieci anni. L’anno in cui scopro in me una concentrazione mai provata; come se l’arrivo di questa parte-di-me-che-non-è-me m’avesse fatto nascere dentro qualcosa che assomiglia a una chiarezza dei miei desideri a me stesso, un interruttore che scatta e trasforma l’apatia nella determinazione a rendere importante ogni frazione di tempo, perché anche la più piccola, la più infinitesimale, adesso conta e vale come l’eternità. Lacrime mi rigano il viso mentre la mia compagna e io tracciamo un bilancio di questo tempo. Sediamo in penombra sul letto. Lei tiene in braccio nostro figlio mentre io gli accarezzo quel piedino che solo un battito di ciglia fa era minuscolo e oggi mi pare già enorme. Sono passati vent’anni da quando è iniziata la mia adolescenza e ora che le nostre mani si sfiorano mi accorgo che sta tutta dentro quella chiavetta USB, che poco prima ho appoggiato sulla libreria in salotto. Incrociamo gli sguardi e le nostre voci si sovrappongono: “siamo diventati adulti” ci diciamo; e mentre la domanda si volge in affermazione, un cerchio più spesso degli altri si disegna nella grana del tempo che adesso ci avvolge. ### "Evadere dalla megamacchina" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2019/10/07/evadere-dalla-megamacchina-su-not/ Last updated: 2019-11-04T08:47:39.000Z Qual è il ruolo degli archivi nel definire la forma computazionale del pensiero, che è la forma di pensiero dominante della contemporaneità. È intorno a questa domanda che si snoda il mio saggio pubblicato su Not, dal titolo "Evadere dalla megamacchina". Partendo dalla ricognizione degli elementi costitutivi di un archivio, analizzando come questi si trasformano nel passaggio dalla dimensione analogica a quella digitale, provo a mostrare come questi contribuiscono a rendere possibile la logica computazionale e quanto partecipano al suo progetto ideologico. > Cosa cambia dunque, nel passaggio dall’archivio fisico a quello digitale, se i suoi elementi fondamentali restano identici, seppure rimediati? Cambia il suo statuto di visibilità. Se l’archivio fisico era visibile, tangibile, presente all’interno dello spazio fisico all’interno del quale esprimeva una precisa istanza ideologica, l’archivio digitale pretende invece di diventare invisibile, immateriale, di scomparire dall’orizzonte della percezione senza pertanto smettere di esprimere e perseguire una precisa istanza ideologica. Ma quale? [Persi nella megamacchina | NERO | NotLa datificazione delle nostre esistenze ha trasformato il pianeta in un immane archivio. È possibile ribaltarne le logiche computazionali?![](https://not.neroeditions.com/wp-content/themes/nerino/img/icons/touch.png)NotFlavio Pintarelli![](https://not.neroeditions.com/wp-content/uploads/2019/10/stack.png)](https://not.neroeditions.com/archivi-datificazione-megamacchina/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Evadere dalla megamacchina" su Not ### Zuccati URL: https://flaviopintarelli.it/2019/09/24/zuccati/ Last updated: 2021-09-22T09:12:32.000Z Ieri mattina un fuoco di sbarramento di segnalazioni ha colpito una pagina Facebook di cui, insieme ad altre persone, sono amministratore. Si tratta di una pagina che pubblica meme di sinistra; contenuti antifascisti, antisessisti, antirazzisti. [Recependo una tendenza in atto](https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/a-blueprint-for-content-governance-and-enforcement/10156443129621634/?hc%5Flocation=ufi) nel discorso pubblico, negli ultimi mesi Facebook si è dotata di strumenti capaci di arginare quel fenomeno a cui ci si riferisce con l'espressione "discorso d'odio". La multinazionale ha così deciso di dotarsi di un [organo indipendente di controllo](https://newsroom.fb.com/news/2019/09/oversight-board-structure/?ref=flaviopintarelli.it), deputato a vagliare sui casi che rientrano in questa definizione. La rimozione in massa di account e pagine di chiara ispirazione fascista, che nelle scorse settimane ha sollevato feroci polemiche sulla "libertà d'espressione" che dovremmo concedere a queste persone, è stata tra le prime conseguenze di questa scelta. Sorvolando sulle argomentazioni liberal in difesa della libertà dei fascisti di essere fascisti, fanno già ridere da sé, alcune voci emerse nel dibattito hanno fatto notare con preoccupazione che lasciare arbitrio a una multinazionale di decidere su chi può usare i suoi strumenti per comunicare avrebbe potuto danneggiare anche chi si colloca all'opposto dello spettro politico: ovvero le forze antifasciste. Preoccupazione legittima. Le pagine di informazione curde e palestinesi sospese da Facebook stanno lì a testimoniare che il social americano è un campo di battaglia come ogni altro. Come non ci sono governi amici, non ci sono amiche neppure le multinazionali. Su questo non ci piove. Resta il fatto che, a leggerli, i [parametri con cui Facebook](https://www.facebook.com/communitystandards/hate%5Fspeech) definisce i termini del "discorso d'odio" [r](https://www.facebook.com/communitystandards/hate%5Fspeech)isultano per molti tratti ampiamente condivisibili. O almeno io li trovo condivisibili. E allora perché quei post sono stati segnalati da Facebook e, alla fine della giornata, la pagina oscurata? Provare a rispondere a questa domanda è utile sia per capire secondo quali parametri si sta muovendo Facebook, sia per individuare alcuni limiti di un certo modo di comunicare. I post segnalati e rimossi dalla pagina aveva tutti un elemento in comune: un riferimento diretto al fascismo. Avevamo ad esempio pubblicato il frontespizio del *Mein Kampf*, modificandolo con la scritta "il fascismo si cura leggendo, il razzismo si cura viaggiando" per evidenziare quanto quella frase fosse retorica, vuota e inutile. Oppure avevamo ironizzato sui turbamenti di Simone di Stefano dopo le elezioni del 4 marzo, accostandolo a un Pepe The Frog piangente; un riferimento all'ormai proverbiale "vittimismo dei camerati". Tutte cose così. Il che mi porta a escludere che la pagina sia entrata nei radar dei revisori di Facebook a causa della recente equiparazione del comunismo al nazismo da parte del Parlamento Europeo. Più semplicemente, Facebook non ha colto il lato critico delle nostre operazioni semiotiche. Ha visto Hitler e, giustamente, si è chiesta per quale motivo dovesse ospitarlo sulla sua piattaforma. Voi lo invitereste a casa vostra? Io col cazzo. Insomma, possiamo girarci intorno quanto ci pare, Hitler è e resterà sempre Hitler anche quando giochiamo con la sua immagine nel modo più raffinato e distruttivo possibile. Qui, nel modo particolare di essere che hanno le immagini, sta, forse, uno dei limiti delle operazioni di propaganda politica che sfruttano la memetica come arma. Se è vero che, da una parte, le immagini acquistano senso solo in [relazione alle etichette che le descrivono](https://www.excavating.ai/?ref=flaviopintarelli.it); è altrettanto vero che, dall'altra parte, esse conservano un residuo il cui senso è irriducibile e sfugge a qualsiasi etichettatura. È lungo questa linea di faglia che dobbiamo approfondire la nostra familiarità con le immagini, se crediamo che questa forma di comunicazione sia un mezzo utile e potente a nostra disposizione. Un primo modo per affrontare la questione potrebbe essere quello di capire come possiamo rappresentare il fascismo senza per questo esporci al rischio di rappresaglia delle piattaforme. Da qui potremmo ripartire. ### Talk "Dall'archivio digitale al computer mondo" - Vicenza 03 Ottobre URL: https://flaviopintarelli.it/2019/09/23/talk-dallarchivio-digitale-al-computer-mondo/ Last updated: 2019-10-24T15:48:43.000Z Giovedì 3 Ottobre sarò a Vicenza per inaugurare lo spazio culturale "La Pasticceria" con un talk intitolato "Dall'archivio digitale al computer mondo". Gli spazi de "La Pasticceria", si legge nella [pagina dedicata](http://www.asa-studio.it/lapasticceria/la-pasticceria/?ref=flaviopintarelli.it) a questo spazio culturale, "erano un tempo occupati da una storica attività pasticcera in Contra’ San Francesco". È nei suoi spazi che, dopo averli recuperati, Asastudio, studio di architettura vicentino fondato nel 1987 dai fratelli Albanese, ha deciso di installare il proprio archivio e dare vita a un "laboratorio di produzione immateriale" capace di ospitare idee e pensieri. In occasione dell'[inaugurazione di questo spazio](http://www.asa-studio.it/it/lapasticceria/http-www-asa-studio-it-it-lapasticceria-larchivio-al-potere-dalla-carta-ai-big-data/?ref=flaviopintarelli.it), sono stato invitato da Asastudio a tenere un talk che parlasse "dell'archivio digitale dei big data". Ho così progettato un percorso capace di illustrare il percorso che dall'archivio digitale conduce a quello che ho chiamato il computer mondo. È stata l'occasione per riprendere in mano una mia vecchia ossessione, il documentario di Alain Resnais *Toute la memoire du monde*, e alcune nuove linee di ricerca a cui mi sono dedicato negli ultimi mesi. Primi fra tutti i concetti di *nuova era oscura* di James Bridle e quello di *Stack* di Benjamin Bratton. Il talk prova a far lavorare insieme questi orizzonti, dando vita a un percorso che mostra le metamorfosi architettoniche e concettuali dell'archivio, svelandone il ruolo e le complicità che intesse nel dare vita alla forma computazionale del pensiero che è poi quella della nostra cultura contemporanea. ### La locandina dell'evento ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2019/09/L-archivio-al-potere-1.jpg) La locandina dell'evento ### Il video integrale della serata ### Il pamphlet realizzato per la serata [Scarica il pamphlet *Dall'archivo digitale al computer mondo*, realizzato per la serata](https://drive.google.com/file/d/1yc2YE7g7X5bm2BokLib7icYqkhkRAt2L/view?ref=flaviopintarelli.it). ### "La battaglia invisibile" su SPNS URL: https://flaviopintarelli.it/2019/09/18/la-battaglia-invisibile-su-spns/ Last updated: 2019-09-18T09:57:59.000Z Alessandro Curioni è, insieme ad Aldo Giannuli, autore del volume *Cyber War. La guerra prossima ventura*. L'ho intervistato su Luz per farmi spiegare quali sono gli scenari di guerra cibernetica che ci attendono. La guerra sta attarversando un periodo di grandi cambiamenti. Lo sviluppo di cyber armi, capaci di agire nascoste alla vista, sta modificando i termini con cui siamo soliti definire la guerra. Nel momento esatto in cui scrivo, e senza che nessuno ne abbia contezza, potrebbe essere in corso un'azione di guerra cibernetica dagli esiti potenzialmente distruttivi. Per capire meglio quali sono gli scenari che ci attendono e quali sono i termini del cambiamento in atto ho intervistato Alessandro Curioni, autore, in coppia con Aldo Giannuli, di *Cyber War. La guerra prossima ventura*, un volume sul tema pubblicato di recente per i tipi di Mimesis Edizioni. > Le peculiarità non mancano e mi limiterò a qualche esempio. In primo luogo può essere definita come la “madre di tutte le guerre asimmetriche” a partire dal dato di fatto che se l’attaccante potrebbe essere una forza militare, di certo la prima linea di difesa sarà civile. > Se devo mettere il ginocchio un intero paese colpirò le sue infrastrutture critiche come la rete elettrica o quella idrica che sono gestite da privati. > Un secondo aspetto è la difficoltà nel capire chi è il nemico. In assenza di una dichiarazione di guerra l’offensiva può partire passando attraverso i sistemi di un terzo inconsapevole. Altro elemento significativo è la posizione di sostanziale vantaggio dell’attaccante che può sfruttare un fronte sconfinato e con infiniti punti di accesso, per giunta senza soffrire dei problemi logistici che hanno sempre afflitto gli eserciti invasori. Chi si trova dall’altra parte della barricata dovrà valutare attentamente la possibilità di un “difesa in profondità” che lo porti all’interno del perimetro del nemico per produrre disservizi e blocchi tali da rallentarne le operazioni. [Alessandro Curioni: cyber war, la battaglia invisibileLa guerra digitale farà sparire il conflitto dalla vista, ma solo in apparenza: come si combatteranno i conflitti di domani?![](https://luz.it/wp-content/themes/project/assets/favicon/apple-touch-icon.png)Luz - About Storiesdi Flavio Pintarelli![](https://luz.it/wp-content/uploads/2019/09/h_02060330modANTEPRIMA.jpg)](https://luz.it/spns%5Farticle/curioni-giannuli-intervista-cyberwar/?fbclid=IwAR0F-Eg0Teq7Dpm2h4-zX2JG9g%5FyvgNAyaosFoVgdBZSgpTwc3I2A49yHvE&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La battaglia invisibile" su SPNS ### "C'è un modo rivoluzionario di raccontare il calcio" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2019/08/23/ce-un-modo-rivoluzionario-di-raccontare-il-calcio-esquire/ Last updated: 2019-09-03T10:11:31.000Z Una mia recensione del libro *Uccidi Paul Breitner* di Luca Pisapia, pubblicata da Esquire Italia. *Uccidi Paul Breitner* è un romanzo di Luca Pisapia, uscito nel 2018 per la collana Quinto Tipo delle edizioni Alegre. Il libro è uno degli oggetti narrativi non identificati usciti nella collana curata da Wu Ming 1\. Analizza, ibridando il saggio con tecniche narrative, il rapporto del calcio con tre diversi tipi di potere: quello politico, quello economico e quello mediatico. In questa recensione, pubblicata su Esquire Italia, mi confronto col libro provando a far emergere alcuni dei temi e ragionando sulle tecniche narrative con cui questi vengono affrontati. > Nel mostrare il modo in cui le relazioni del calcio coi diversi poteri si strutturano diacronicamente, l’autore evidenzia come la dicotomia tra un calcio vecchio stampo (puro, incontaminato) e un calcio moderno (opaco, corrotto) sia destituita di ogni fondamento. “Il calcio”, sostiene Pisapia, “nasce moderno, nel senso che nasce come forma di potere”, e la nostalgia che vi si distilla intorno appare dunque come un sentimento del tutto reazionario, malleabile e manipolabile. Non c’è un’età dell’innocenza per il pallone, ma solo concatenamenti di cui risalire la genealogia osservando come, qua e là durante il percorso, si aprano vie di fuga e s’accendano bagliori di resistenza. Il calcio, nella narrazione che ne fa Luca Pisapia, è costantemente ipotesi di una sconfitta, una partita già segnata nel risultato che va però giocata, ogni volta alla ricerca di quel gol che riapre le speranze. [C’è un modo rivoluzionario di raccontare il calcioUccidi Paul Breitner di Luca Pisapia è un romanzo che svela le eterne connessioni tra sport e politica, economia, media.![](https://www.esquire.com/sites/esquire/assets/images/favicon.ico)EsquireFlavio Pintarelli![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod.s3.amazonaws.com/images/gettyimages-987398386-1562670947.jpg?crop=1.00xw:0.753xh;0,0.169xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a28333245/calcio-come-raccontarlo/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Esquire ### "Louis Vuitton, il capitalismo barocco e la fine del mondo" su Domus URL: https://flaviopintarelli.it/2019/07/05/louis-vuitton-il-capitalismo-barocco-e-la-fine-del-mondo-su-domus/ Last updated: 2019-09-06T14:26:20.000Z In un saggio pubblicato su Domus, provo a tracciare una rete di rapporti tra l'estetica del capitalismo avanzato, frammenti di cultura pop e lo stile dittatoriale in voga oggi. L'estetica barocca del capitalismo, lo stile dittatoriale e l'attitudine coloniale del lusso sono i temi che cercavo di intrecciare da almeno un paio di anni. Grazie a una commissione della rivista Domus ho avuto modo di farlo, scrivendo un saggio breve che prova a tenere insieme tutte le suggestioni sollevate da queste questioni, tracciandone una genaologia che arriva fino a una possibile configurazione del nostro futuro, dominato dalla proliferazione incessante delle merci. > Lo osservo come osserverei un minerale precipitato dallo spazio. Quest’oggetto emana una vibrazione algida e glamour. Una frase affiora dal recesso della mente in cui l’avevo relegata: “ghiaccio sul mio polso, bling blow”. Si tratta di un verso della canzone Bello Figo Dark, contenuta nel disco The Dark Album, pubblicato nel 2016 dal gruppo trap romano Dark Polo Gang. All’epoca erano quattro, più il produttore Sick Luke. Oggi sono in tre. Se seguite X Factor è probabile li abbiate visti anche in televisione. Difficile non notarli. Nei video e sui palchi si presentano con un look abbagliante, talmente ricco e carico da sconfinare nel dominio del cafone. Tedua, un altro trapper piuttosto famoso, genovese, in un’intervista ha definito il loro stile “barocco” e nessuno ha avuto nulla da ridire. [Louis Vuitton, il capitalismo barocco e la fine del mondoQuale futuro ci aspetta in un mondo dominato dalla merce al suo massimo grado di accumulazione?![](https://www.domusweb.it/etc/designs/domusweb20/assets/fav/android-icon-192x192.png)DomusDomusDomusChinaGermanyIndiaMexico, Central America and CaribbeanSri LankaKoreaicon-cameracloseicon-commentsicon-down-smicon-downloadicon-facebookicon-hearticon-hearticon--mobile-logoicon-next-smicon-nexticon-pinteresticon-playicon-plusicon-prev-smicon-prevSearchicon-twittericon-viewsicon-instagramFlavio Pintarelli![](https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/op-ed/2019/07/03/louis-vuitton-il-capitalismo-barocco-e-la-fine-del-mondo/domus-flavio-pintarelli-07.jpg.foto.rbig.jpg)](https://www.domusweb.it/it/opinion/2019/07/03/louis-vuitton-il-capitalismo-barocco-e-la-fine-del-mondo.html?fbclid=IwAR2RSD0iqa3XmIOPu%5FoHx-L9VL9jRKAzz83NG3Z2bFxYwf5XdzLoKEjmp2Y&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Domus ### "Possiamo usare il Tai Chi per disinnescare la guerra culturale sui social?" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2019/05/26/possiamo-usare-il-tai-chi-per-disinnescare-la-guerra-culturale-sui-social-su-che-fare/ Last updated: 2019-09-06T14:27:06.000Z Che Fare ospita la chiusura di un trittico di riflessioni dedicate al nostro modo di vivere gli spazi digitali. Una modesta proposta per ripensare il nostro modo di vivere i conflitti culturali di questo tempo. Il clima di costante conflitto culturale che domina l'orizzonte negli spazi culturali ha pesanti conseguenze in termini di neurosostenibilità. Come fare per sottrarsi ai gravami di questo lavoro cognitivo senza per questo rinunciare all'impegno? Ho provato a rispondere alla domanda partendo dall'analisi di un saggio dedicato alla cartografia delle fazioni in lotta nelle nuove guerre culturali, trovando nella pratica del Tai Chi una possibile via di fuga da elaborare. > Più partecipiamo al gioco performativo dei social, più diventiamo attori dei conflitti culturali in corso. Essere consapevoli di quali sono le nostre condizioni di esistenza all’interno del dispositivo dovrebbe toglierci qualsiasi alibi o falso moralismo. > Il momento in cui decidiamo di entrare nel cono di illuminazione che ci rende visibili agli altri come soggetto dall’identità digitalmente costruita, quello è il momento in cui costruiamo la gogna all’interno di cui esponiamo noi stessi e che, al tempo stesso, ci permette di cominciare a competere per l’attenzione e i segnali con cui gli altri partecipanti alla rappresentazione certificano il successo o il fallimento della nostra opera. [Possiamo usare il Tai Chi per disinnescare la guerra culturale sui social?Più partecipiamo al gioco performativo dei social, più diventiamo attori dei conflitti culturali in corso. Il Tai Chi può aiutarci a liberarci da questa trappola.![](https://i2.wp.com/www.che-fare.com/wp-content/themes/che-fare-2018/images/favicons/android-icon-192x192.png)cheFareFlavio Pintarelli![](https://www.che-fare.com/che-fare-media/2019/05/Tai_Chi_Chuan-1-e1558394419425.jpg)](https://www.che-fare.com/guerra-culturale-social/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Che Fare ### Il Salone del Libro non è un campo di battaglia URL: https://flaviopintarelli.it/2019/05/07/il-salone-del-libro-non-e-un-campo-di-battaglia/ Last updated: 2025-12-03T11:06:24.000Z ⚠️ **Edit: ho riportato il riferimento al paragone tra Altaforte e le edizioni AR fatto da Christian Raimo in modo non corretto. Anche Raimo sottolineava la differenza tra i due casi. Purtroppo lo faceva in un post poi cancellato e la memoria mi ha tradito. Correggo il testo, lasciando tra parentesi quadre la frase scorretta.* Su quanto sta accadendo intorno al Salone del Libro di quest'anno collassano tantissimi piani diversi. Il piano dei rapporti, quello del dibattito culturale, il piano politico e anche quello della militanza. Una complessità che non aiuta ad articolare un discorso, soprattutto adesso che il quadro è in divenire e di ora in ora ne mutano gli assetti. Ecco perché in questo post cercherò di stare lontano da ogni tentazione di totalizzare quello che sta succedendo, preferendo fare appello alla natura terapeutica della scrittura. La definisco tale perché se io, come altri, sono riuscito a non crollare dietro all'eruzione di emotività che questo evento ha scatenato è anche perché la scrittura, sotto forma di conversazione sui social network, mi ha aiutato a scaricare la tensione e a schiarire le idee. Ma di questo parlerò meglio e più avanti. Per iniziare vorrei chiarire il campo da un equivoco. ## Cosa non è Altaforte Altaforte non è semplicemente un editore neofascista. Altaforte è la piattaforma culturale di Casa Pound. Fa parte a pieno titolo del suo progetto imprenditoriale. Come il marchio di abbigliamento Pivert, che con Altaforte condivide la proprietà nella persona di [Francesco Polacchi](https://www.repubblica.it/dossier/cultura/salone-del-libro-torino-2019/2019/05/07/news/editore%5Faltaforte%5Fchi%5Fe%5Ffrancesco%5Fpolacchi-225644535/?rss&ref=flaviopintarelli.it), che di fronte alle polemiche non ha esitato a definirsi fascista. Ad Altaforte dunque non mancano certo visibilità, riconoscibilità e pubblicità. Presso il suo pubblico di riferimento le ha in quanto emanazione di un partito politico il cui progetto sembra quello di costruire con ogni mezzo una presenza forte nel tessuto sociale. Può contare insomma su una consolidata rete di militanti e simpatizzanti che non solo ne costituiscono i principali clienti, ma diventano veri e proprio ambasciatori del marchio. Tanto è vero che è grazie all'impegno di queste persone che Altaforte può contare oggi su due librerie collegate al marchio: una a Bolzano e l'altra a Piacenza. Quanti "piccoli" editori possono dire e fare altrettanto? Quanti piccoli editori avrebbero la forza di pubblicare un libro intervista col politico più popolare del momento? Il paragone che molti hanno fatto \[Christian Raimo ha fatto\] con le edizioni AR di Freda risulta così poco centrato. A dispetto delle responsabilità enormi che Freda porta sulle spalle, il suo marchio non ha gli stessi legami e ramificazioni che ha Altaforte, la cui presenza nel principale evento librario italiano rappresenta un problema per tutti coloro che si riconoscono nei valori antifascisti, militanti e/o costituzionali. Ma fino a giovedì la partecipazione di Altaforte non avrebbe dovuto essere il problema principale. ## Il problema è la piattaforma Uno delle pratiche più efficaci elaborate di recente nel mondo anglosassone di fronte al montare di partiti e movimenti di estrema destra consiste nel [sottrar loro le piattaforme di comunicazione](https://www.vice.com/en%5Fus/article/bjbp9d/do-social-media-bans-work?ref=flaviopintarelli.it). Impedire a rappresentanti, portavoce e influencer l'accesso ai luoghi fisici e digitali da cui diffondere il loro messaggio ne riduce la portata fino quasi ad annullarla; con buona pace di chi non ha ancora capito che [il fascismo non è un'idea da dibattere nell'app store del pensiero, bensì un set di azioni da combattere](https://lithub.com/fascism-is-not-an-idea-to-be-debated-its-a-set-of-actions-to-fight/?fbclid=IwAR0zhfgWzAU2iNC0PlFnQxFUut4lAnX%5FBxV%5F300vTD5nsja8GAahSaSqaak&ref=flaviopintarelli.it) È corretto dunque il modo in cui mercoledì scorso, dalle pagine di Lavoro Culturale, Nicola Perugini ha posto la questione ai vertici del Salone del Libro, chiedendo loro perché [la manifestazione si prestava a fare da piattaforma a un editore neofascista](http://www.lavoroculturale.org/i-neofascisti-al-salone-del-libro-di-torino/?ref=flaviopintarelli.it). Il punto, fino a giovedì, dovrebbe essere questo e ogni azione, fino a giovedì, dovrebbe essere mirata a fare pressione sugli organizzatori del Salone del Libro per far capire loro che la scelta di fare da piattaforma ad Altaforte ha delle conseguenze. ## Segui il mio viaggio Iscriviti per ricevere le mie newsletter 📩 iscriviti Email sent! Check your inbox to complete your signup. No spam. Ti cancelli quando vuoi! Chi ha scelto di disertare l'evento aveva questo come obiettivo. Porre chi organizza il Salone di fronte a una questione politica, colpendolo dove gli fa più male ovvero nei numeri. Il Salone del Libro è infatti una fiera che vive della vendita di un programma di eventi e della presenza di tanti editori in un solo luogo. Più eventi ci sono, più editori partecipano, più sono i biglietti staccati e il risultato dell'equazione decreta il successo o l'insuccesso della manifestazione. Basta dare uno sguardo ai [comunicati di chiusura di ogni edizione passata per rendersi conto che funziona in questo modo](https://www.repubblica.it/speciali/robinson/salone-libro-torino2018/2018/05/14/news/salone%5Flibro%5Fconferenza%5Fstampa%5Ffinale-196398631/?ref=flaviopintarelli.it). Fare pressione su chi avrebbe potuto sottrarre la piattaforma ai fascisti e farne emergere la responsabilità e l'inadeguatezza delle risposte avrebbe dovuto essere l'obiettivo comune della costellazione antifascista che si è mobilitata in questi giorni. Al centro del dibattito, invece che spaccarsi sull'opportunità o meno di partecipare alla kermesse, avrebbe dovuto essere posta la questione relativa a come sabotare il Grande Evento Spettacolare. Col senno di poi, ovviamente, sono bravi tutti. Ha comunque senso chiederci perché non è andata così. ## Fuori dalla palude delle passioni tristi La prima critica rivolta a chi sceglieva la diserzione dal Grande Evento Spettacolare è stata quella di poterselo permettere. Che tra i primi ad aver preso questa posizione siano stati i Wu Ming forse non è un caso. Per quanto ingenerosa, la critica tocca un punto dolente. Per chi non ha le spalle larghe e una comunità solida a cui fare riferimento come il collettivo bolognese rinunciare al Salone è una scelta che implica un notevole sacrificio. Per un piccolo editore quei giorni sono quelli in cui fattura una buona fetta del suo anno fiscale; mentre per un autore esordiente, un editor alle prime armi, un curatore che sta iniziando il suo percorso nell'editoria sono momenti importanti per la costruzione della propria carriera. Di fronte alla possibilità di un boicottaggio sono queste le cose che vanno pesate ed è umano e comprensibile farlo. Lo sprezzo della vita è roba da fascisti. Se siamo diversi da loro è perché non abbiamo il *fetish* della bella morte e se dobbiamo combattere lo facciamo con la paura per quello che potremmo perdere. È per questo che i fascisti hanno perso ogni guerra, perché gli manca la prospettiva di cosa viene dopo. Mi pare tuttavia che nelle prese di posizione e nei comunicati dei soggetti più vulnerabili buona parte di questi fattore "esistenziali" siano o rimasti confinati alla sfera delle conversazioni più o meno private, più o meno sicure; oppure finiti sepolti sotto una retorica resistenziale o barricadera che vorrebbe il Salone del Libro come un campo di battaglia da contendere ai fascisti e non prende in considerazione che la ritirata non è solo un'opzione dopo la disfatta ma, spesso, è la chiave con cui si vincono le guerre. La sensazione è che abbia prevalso un senso di isolamento, di solitudine, la consapevolezza che mancasse, alle spalle, una comunità in grado di supportare la scelta della diserzione. Credo però che quella comunità esistesse. Magari non organizzata o non immediatamente riconoscibile. Ma le reti di supporto, i network, le relazioni esistono e lo ho viste mobilitarsi in questi giorni dibattendo sui social, riflettendo collettivamente e provando a immaginare e costruire soluzioni con una febbrilità vista di rado negli ultimi tempi. Credo sia stato anche merito di questo agitarsi molecolare se la questione è montata al punto che, dopo Wu Ming, anche altri - Zerocalcare, Ginzburg, Piumini, il Museo di Auschwitz, la casa editrice People di Pippo Civati - hanno scelto di disertare il Grande Evento Spettacolare mostrando che quella scelta si poteva fare. Cosa sarebbe potuto succedere se davvero la si fosse discussa con la consapevolezza che alle spalle di chi l'avrebbe presa c'era una comunità pronta a sostenerlo? Se c'è una lezione che dovremmo portare sempre con noi dagli [scritti del Comitato Invisibile di recente pubblicati in Italia](https://not.neroeditions.com/comitato-invisibile/?ref=flaviopintarelli.it) è che c'è una forza imprevedibile nelle relazioni che si stringono nel momento della lotta. Teniamolo a mente, perché da giovedì la questione, per chi ha scelto di essere al Salone del Libro di Torino, sarà come comportarsi di fronte alla presenza dei fascisti. Chi spera si ritireranno prende un granchio. Ci saranno e saranno organizzati e pronti a difendersi. Dopo tutto è una reazione è ciò che ogni provocazione chiede per poter funzionare. Ma chi ci sarà e agirà una cosa tenga a mente. Non siete soli, avete noi alle vostre spalle. ## 🌈 Ho un sogno 🌈 Mi piacerebbe che scrivere questo blog fosse la cosa a cui dedico la maggior parte del mio tempo e delle mie energie. Se ti piace quello che scrivo puoi donarmi 1€ e aiutarmi a realizzarlo. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni. [Aiutami a realizzarlo!](https://flaviopintarelli.it/#/portal/support) ### "L'era della cyberguerra" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2019/03/17/era-cyberguerra-il-tascabile/ Last updated: 2019-09-06T14:28:12.000Z *Il Tascabile* ospita un saggio che prova ad abbozzare una teoria della guerra nel mondo contemporaneo. La guerra è il suo ruolo nella nostra società è da tempo un tema che mi sta a cuore. Su *Il Tascabile* ho pubblicato un saggio che parte dalle definizioni di cyberguerra e prova a tracciare una teoria del ruolo della guerra nel mondo contemporaneo. Invisibilità, onnipresenza e minaccia costante del conflitto bellico sono gli assi attorno cui si struttura questa riflessione. > Infine, con l’avvento della nostra epoca post moderna, al campo di battaglia si aggiunge una quinta dimensione, quella che i due autori indicano con il termine “cyber”. Si tratta di uno spazio che coesiste con lo spazio fisico del campo di battaglia ma è da esso separato da una barriera sensoriale. Quindi, applicato al campo di battaglia, il concetto di cyberspazio rappresenta tutto ciò che accade al di là dei sensi. La forma geometrica che caratterizza questo modo di fare la guerra è il tesseract o ipercubo. [L’era della cyberguerraIn che modo la “guerra cibernetica” sta modificando i conflitti, la lotta al terrorismo e le nostre paure.![](https://www.iltascabile.com/favicons/apple-touch-icon.png)il TascabileFlavio Pintarelli![](https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/iltascabile/wp-content/uploads/2019/03/11151925/171202-F-LW859-012.jpg)](https://www.iltascabile.com/scienze/era-della-cyberguerra/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Il Tascabile ### 【Hyperstition #1】 URL: https://flaviopintarelli.it/2019/02/05/hyperstition-number-one/ Last updated: 2019-02-05T21:46:48.000Z Nel corso di una recente anomalia climatica un glitch nei miei sistemi neuroinformatici mi ha permesso di captare un cablogramma digitale proveniente da un tempo e una dimensione ignoti. L'ho riportato a uso e consumo di altri esploratori. Della terza guerra mondiale non ci siamo quasi accorti, perché è stata combattuta prevalentemente nel cyberspazio. Le architetture informative dei social media e i grafi dei network sono state il principale teatro delle operazioni. È qui che hanno avuto luogo attacchi e contrattacchi, ritirate e offensive. Memetico l’arsenale con cui si sono svolte le ostilità: una modalità del discorso che abbiamo capito quando ormai eravamo già esangui. Solo occasionalmente il conflitto si è materializzato al di fuori della dimensione virtuale, creando quelle killbox in cui la violenza conservava tragicamente ogni sua qualità tangibile. E mentre la tempesta infuriava sulla Siria, in Yemen e altrove, in Europa il quarto reich renderizzava se stesso sulla cartina, condividendo il proprio ordine al di sopra delle barriere che ricostruiva, che rimodellava come faceva con le parole, creta con cui plasmare un popolo a propria immagine e somiglianza. Uno a uno, i guardiani del vecchio ordine - che noi, reietti, comunque non avevamo mai visto di buon occhio - cadevano travolti dalla marea montante. Avevamo immaginato a lungo quel momento, fantasticando di rivoluzioni e ghigliottine e orologi sparati. Non andò così. Non fu carnevale, ma furono pratica burocratica, timbro e carta bollata che autorizzarono l’esperimento. La forma di governo che avevamo conosciuto coma la più imperfetta, eppure migliore, venne alterata. La democrazia mutata geneticamente in forma autoritaria. Fascismo accelerato 2.0, installato sull’evaporazione di ogni autorevolezza possibile, nel pulviscolo semantico di punti di vista frazionati, ognuno valido di per sé e in costellazione con altri simili, isolati dagli altri sistemi di grandi bolle di senso galleggianti nel vuoto. Questo l’hardware che rese possibile l’ennesima ricodificazione dei flussi di capitale lungo corsie d’accelerazione tecnologica di cui i tecnici stessi persero ben presto la logica, quando la scintilla di un pensiero inedito illuminò il dimenarsi fino ad allora bulimico dell’intelligenza artificiale che batteva quell’universo in espansione perenne e caotica che erano le nostre nubi di dati e metadati. Solo allora quell’insieme informe venne cartografato, ricodificando ancora una volta il caos nell’ordine normato dallo sguardo colonizzatore. I nostri xenocorpi divennero così stigma e ogni tentativo di craccare il naturale fu assoggettato alla volontà di potenza. Enhancement corporeo, biohacking prestazionale, psichedelia produttiva, scorci di vita eterna. L’alterità irriducibile del cyborg virata al delirio di onnipotenza. Fu un massacro, ma siamo sopravvissuti. Decimati, ma siamo sopravvissuti. Siamo fantasmi di suicidi. Spiriti dei morti, infestiamo le rovine del linguaggio e del pensiero, abitiamo i recessi del discorso, le pieghe capovolte della realtà e sfuggiamo ai radar perché ormai le nostre intensità sono cangianti come limatura metallica che danza nell’aria irraggiata di luce. Siamo metallo fuso, mercurio che scivola tra gli interstizi e le crepe della fortezza. E anche se sembra tutto finito, se in apparenza sulla superficie dell’acqua s’è chetata ogni increspatura, noi agiamo dietro le linee perché la guerra è infinita e il dopoguerra è lungo e mai pacificato. L’equilibrio dei campi di forza è instabile e nell’attesa che il rapporto s’inverta sintetizziamo immagini della nuova utopia. ### "Cosa si prova a essere Ghali" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2019/01/30/cosa-si-prova-a-essere-ghali-su-esquire/ Last updated: 2019-09-06T14:30:10.000Z Dopo averne visto il documentario, mi sono chiesto cosa si prova a essere Ghali. Provo una forte attrazione per i documentari musicali. Mi piacciono molto, ne ho visti tanti e li guardo anche se non conosco l'artista o la band di cui parlano. Perciò, quando su you Tube è stato caricato *Dai palazzi ai palazzetti*, il documentario sull'ultimo tour di Ghali, me lo sono visto subito. Ghali mi piace, lo ascolto volentieri e penso sia un artista importante di questi anni. Un po' più schivo degli altri trap kings e di certo più maturo nelle liriche e nei comportamenti. Un'impressione confermata anche dal film che, lungi dall'essere un semplice backstage o una simulazione del concerto, è uno spaccato bello e intimo dell'artista italotunisimo. Per questo ne ho scritto sull'edizione italiana di Esquire. > Quell’espressione che danza sullo schermo - lo sguardo di un bambino stretto dentro le pareti dell’inquadratura, costretto a sostenere uno sguardo da cui vorrebbe fuggire senza riuscirci - funziona come un tunnel che mette in comunicazione il passato e il presente dell’artista e illumina la sua vicenda di una luce inedita. Si carica così di una qualità disturbante che la rende il segno di un passato che non accenna a spegnersi, diventa un’immagine capace di infestare il presente dell’artista e della sua parabola artistica. [Cosa si prova a essere Ghali?Le canzoni, il tour, i momenti personali: il documentario Dai palazzi ai palazzetti cerca di rispondere a questa domanda.![](https://www.esquire.com/sites/esquire/assets/images/favicon.ico)EsquireFlavio Pintarelli![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod.s3.amazonaws.com/images/ghali-1548336439.jpg?crop=1.00xw:0.892xh;0,0.0277xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/cultura/musica/a26021674/ghali-documentario-dai-palazzi-ai-palazzetti/?utm%5Fterm=Autofeed&utm%5Fmedium=Social&utm%5Fsource=Facebook&fbclid=IwAR079ekdhwNo-o5puX4-BVzL8Rj3O28evzmCnjqftu7kr-WXu2hlxPidRSU#Echobox=1548594611) Continua a leggere l'articolo su Esquire ### "L’audience engagement è autorappresentazione o militarizzazione della realtà?" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2019/01/15/laudience-engagement-e-autorappresentazione-o-militarizzazione-della-realta/ Last updated: 2019-09-06T14:30:54.000Z Una riflessione obliqua sul concetto di engagement che ne esplode i significati in direzioni inattese. Di che cosa si parla quando si parla di *audience engagement*? È la domanda a cui la redazione di Che Fare mi ha chiesto di rispondere nell'ambito del [progetto di scrittura collettiva *Nube di parole*](https://www.che-fare.com/progetto/nube-di-parole/?ref=flaviopintarelli.it). Nel farlo ho scelto di epslodere i significati del concetto di engagement in una serie di direzioni inattese che hanno chiamato in causa i concetti di autorappresentazione e militarizzazione del sé. > Tuttavia, l’engagement ha una dimensione ulteriore, spesso poco considerata. Tradotto alla lettera il termine significa infatti “fidanzamento” ed indica in particolare l’impegno formale tra due persone a contrarre matrimonio. L’engagement smette di essere soltanto la misura della quantità di azioni eseguite in relazione a un contenuto e diventa il modo in cui si costruisce una relazione tra diversi soggetti. In questo senso, l’engagement diventa la base dell’attività di costruzione di una comunità, ovvero il modo in cui un soggetto guida un certo numero di persone a riconoscere ciò che le accomuna e ad agire di conseguenza. [L’Audience Engagement rischia di trasformarsi nella militarizzazione della nostra quotidianitàChe si tratti di marketing o politica, l’Audience Engagement rischia di trasformarsi nell’ennesima tecnica di militarizzazione della nostra quotidianità. Flavio Pintarelli racconta uno dei termini più importanti degli ultimi anni — Lo stiamo indagando insieme con il nostro progetto Nube di Parole: http://bit.ly/audienceENG![](https://i2.wp.com/www.che-fare.com/wp-content/themes/che-fare-2018/images/favicons/android-icon-192x192.png)cheFareFlavio Pintarelli![](https://www.che-fare.com/che-fare-media/2019/01/clem-onojeghuo-381193-unsplash-e1547476783320.jpg)](https://www.che-fare.com/audicence-engagement-social-prodotto/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Che Fare ### "Intelligenza artificiale e vocine nella testa" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2019/01/08/intelligenza-artificiale-e-vocine-nella-testa-su-esquire/ Last updated: 2019-09-06T14:41:57.000Z Cosa succede quando provi a tenere insieme i consigli omicidi di Alexa, la Singolarità Tecnologica e l'episodio interattivo di Black Mirror? Ottieni un pezzo sul rapporto tra intelligenza artificiale e libero arbitrio. Quello che la redazione dell'edizione italiana di Esquire mi ha chiesto di scrivere e che è uscito nei primi giorni dell'anno nuovo. Nell'articolo rifletto su questi temi, analizzando criticamente Black Mirror: Bandersnatch per mostrare come sia la rappresentazione di un mondo controllato da un'intelligenza artificiale unaccountable rispetto all'utente che ne subisce le decisioni. ## Addendum L'immagine che emerge dalla lettura dell'articolo è quella di un mondo in cui l'esercizio del pensiero è un optional, esternalizzato a un dispositivo creato da aziende private e ai cui meccanismi non abbiamo accesso. È proprio su questo invito ad abbandonare la facoltà di pensiero che sembrano convergere le ricerche sull'intelligenza artificiale e quelle [sul design degli ambienti digitali](https://blog.usejournal.com/understanding-digital-darkness-22b98ecd4385?ref=flaviopintarelli.it). Una correlazione che in futuro varrà la pena di approfondire. [Intelligenza artificiale e vocine nella testaAlla fine del progresso tecnologico c’è la fine del libero arbitrio umano?![](https://www.esquire.com/sites/esquire/assets/images/favicon.ico)EsquireFlavio Pintarelli![](https://hips.hearstapps.com/hmg-prod.s3.amazonaws.com/images/bandersnatch-1546513306.jpg?crop=1.00xw:0.752xh;0,0.151xh&resize=1200:*)](https://www.esquire.com/it/lifestyle/tecnologia/a25732243/intelligenza-artificiale-bandersnatch-singolarita-tecnologica/?fbclid=IwAR2K6IsVq85753CqZwE7xzXyZ2TaetEhhrgrdAsBX0Bb5Xdo858rd%5F84s9E&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere l'articolo su Esquire ### "Viviamo nel mondo di GTA V, e nessuno ci ha avvertito" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2018/11/16/viviamo-nel-mondo-di-gta-v-e-nessuno-ci-ha-avvertito-su-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:45:20.000Z GTA V è stato una pietra miliare nella storia dei videogame. Ma se fosse stato qualcosa di più di un grandioso videogioco? Se fosse stato un'anticipazione dei tempi che viviamo? Questa è la tesi che i ragazzi di ESquire mi hanno permesso di argomentare sulle colonne del loro sito. Un racconto del gioco che prova a isolarne quegli elementi della realtà che il videogame ha colto prima che diventassero capaci di decidere i destini del mondo. Così Michael, Trevor e Franklin diventano figure di un'America alla ricerca della grandezza perduta, prima che questa diventasse la formula vincente di Donald Trump. Un esercizio di semiosi all'interno di quella che è la più ambiziosa iperstizione degli ultimi 5 anni. Esagerazione? Giudicate voi > La precisione del dettaglio, ci accorgemmo col tempo, non si limitava agli aspetti demografici (quali auto rappresentano meglio un certo strato sociale?), comportamentali (come reagiscono allo stesso stimolo un abitante del ghetto, un lavoratore portuale o un turista in gita?), urbanistici (quali edifici, infrastrutture e arredi urbani caratterizzano una zona rispetto all’altra?) o a quelli atmosferici (quante possibili varianti di situazioni climatiche erano state previste dagli sviluppatori?); in essa appariva anche l’idea di società delineata nel mondo del gioco. [Continua a leggere "Viviamo nel mondo di GTA V, e nessuno ci ha avvertito" su Esquire](https://www.esquire.com/it/cultura/icone/a25044097/nel-mondo-di-gta-v/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Parodie digitali e performance social" su Che Fare URL: https://flaviopintarelli.it/2018/11/15/parodie-digitali-e-performance-social-su-che-fare/ Last updated: 2019-04-11T12:26:17.000Z Profili fasulli che suonano veri, politici veri che suonano fasulli. Una riflessione sui meccanismi della parodia che parla di quanto sia difficile come cambia, oggi, il giudizio su ciò che è vero e ciò che è falso. Sono convinto che il [dibattito sulla società post fattuale](http://www.prismomag.com/fatti-interpretazioni-verita/?ref=flaviopintarelli.it) e la cosiddetta post verità, che ne è l'espressione più diretta, abbia perso terreno perché queste espressioni si sono rapidamente trasformate in armi dialettiche. Tuttavia, penso che l'urgenza di questi temi sia imprescindibile per capire l'oggi. I canoni del giudizio su cosa è o non è vero stanno cambiando. Il ciclo industriale del dato - la sua abbondanza, raccolta ed elaborazione - è al [centro di questo processo](https://www.iltascabile.com/scienze/mondo-data/?ref=flaviopintarelli.it). Quando Giacomo Giossi di Che Fare mi ha chiesto di scrivere a proposito di una rete di fake account parodici che prendeva in giro i membri più in vista del Movimento 5 Stelle non pensavo che sarei arrivato a toccare questi temi. Eppure è stato così. L'analisi e la riflessione sulla parodia mi ha portato a interrogarmi su come si determina la verità in questi tempi di grande cambiamento. Il risultato è uscito un paio di giorni fa. > La natura performativa dei social media e la loro capacità di creare schegge di realtà è già stata affrontata ed esplorata altrove. L’elemento di novità che emerge dall’analisi di questi fake è il ruolo che l’attuale realtà politica gioca nel rendere efficace il loro meccanismo. Il populismo come forma del discorso sembra configurarsi come una parodia dell’agire politico; una sua versione più interessata a configurare la narrazione della realtà che a intervenire sulla realtà stessa. Una forma di agire politico che esalta e collude alla perfezione con la distorsione parodica resa possibile dai social media. [Continua a leggere "Parodie digitali e performance social" su Che Fare](https://www.che-fare.com/parodia-digital-performance-social/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Strane videocamere" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2018/11/13/strane-videocamere-su-not/ Last updated: 2018-11-13T08:31:16.000Z Una riflessione critica sul ruolo della videocamera, da strumento di realtà e certificatore dell'elemento strano del mondo. Per molti anni l'estetica della videocamera ha rappresentato il sigillo di verità che attestava la realtà di fronte all'obiettivo. Poi è arrivato The Blair Witch Project e le cose sono cambiate. Ai margini della videocamera hanno cominciato a spingere strane presenze alla ricerca di un portale per il nostro mondo. Da quel momento in avanti la loro presenza ha abolito la realtà, sostituendola con il gioco infinito dei racconti. È questo il filo conduttore di un lungo saggio critico che ho pubblicato su Not. Al suo interno intreccio diversi prodotti culturali che fanno riferimento al genere weird, alla ricerca dell'essenza del suo rapporto con la videocamera. > Il meccanismo che in The Blair Witch Project era funzionale a farci sentire la presenza dell’elemento weird qui si trasforma nella sua visualizzazione. Ma cos’è che stiamo vedendo, in realtà? È ancora Mark Fisher a offrire la chiave di lettura per questa sequenza. Nel primo capitolo di The Weird and the Eerie, Fisher si propone adoperare queste due sensazioni per superare il concetto di Unheimlich, il perturbante freudiano, che è loro successivo cronologicamente. Dice infatti Fisher: «Il ricondurre il weird e l’eerie all’unheimlich è sintomatico di un ripiegamento secolare dall’esterno \[…\] Il weird e l’eerie muovono da una direzione opposta: ci permettono di osservare l’interno da una prospettiva esterna». > Quello che viene messo in scena nella sequenza finale di Cloverfield è esattamente l’apparire di questo sguardo che dall’esterno preme sull’interno e che è destinato a costituire il nostro punto di vista nello spazio e nel tempo postapocalittici. Ancora una volta, è grazie al potere attestativo della videocamera a della sua estetica che possiamo cogliere i segni dell’avvento del weird nella nostra realtà. [Continua a leggere "Strane videocamere" su Not](https://not.neroeditions.com/strane-videocamere/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Mondo Data" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2018/09/14/mondo-data-su-il-tascabile/ Last updated: 2018-09-14T09:31:51.000Z Una riflessione sull'etomologia della parola "dato", tratta dal volume Datacrazie e pubblicata su Il Tascabile. Mondo Data è il titolo con cui Il Tascabile ha scelto di ripubblicare il saggio che ho scritto per *Datacrazia* l'antologia curata da Daniele Gambetta per D Editore, che assolve al compito di mappare il dibattito "politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data". Il mio contributo ragiona intorno all'etimologia della parola "dato", mettendone in luce quelle ambiguità che sono fondamentali nel favorire l'opacità che si genera nel nostro rapporto con le piattaforme digitali. > Il breve studio etimologico che ho condotto fin qui sulla natura della parola dato mi è servito a mostrare, da una parte, come è il modo in cui chiamiamo e pensiamo le cose che le fa esistere per noi in una determinata maniera. Così, se li pensiamo come una forma di dono, non ci poniamo alcun problema sulla proprietà dei nostri dati. Dall’altra parte, invece, è emerso il modo in cui l’uso delle parole contribuisce a costruire delle prospettive sulla realtà che, almeno in questo caso, sono funzionali a dissimulare dei rapporti di potere. [Continua a leggere "Mondo Data" su Il Tascabile](https://www.iltascabile.com/scienze/mondo-data/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Accelerazionismo saudita" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2018/06/28/accelerazionismo-saudita-su-not/ Last updated: 2018-08-12T14:17:30.000Z È la potenza immaginativa l'aspetto che più colpisce di Neom, la città robot pienamente automatizzata che un principe saudita sta progettando come avanguardia dell'evoluzione post petrolifera delineate nel progetto Saudi Vision 2030\. Una megamacchina legata ai processi di trasformazione del capitale, nelle pieghe del cui immaginario c'è la possibilità di tracciare le vie di fuga per uscire dalla sua cattura. Ne ho parlato diffusamente su Not. > La prima volta che, circa un anno fa, ho sentito parlare di Neom, non ho potuto fare a meno di restare colpito dalla potenza immaginifica del suo progetto. Per chi ha tra i suoi orizzonti ideali la pretesa della piena automazione, questo enorme robot in forma di città non può che rappresentare una fonte di fascino. Alimentato da energie pulite e rinnovabili, innervato con le tecnologie più all’avanguardia in tutti i settori (dalla produzione alla ricerca), parlato dai linguaggi creativi più innovativi e capace, nelle intenzioni, di creare una nuova forma di convivenza tra le persone che ne abitano il territorio, Neom si presenta come uno squarcio su quella dimensione utopica del pensiero politico il cui ritorno nel discorso è, da sempre più parti, auspicato come orizzonte nella costruzione di un futuro capace di ridare slancio alla Storia sempre più appiattita nella circolarità del tempo imposto dal capitalismo. Un argine alle distopie che con sempre maggiore frequenza sembrano percolare dai prodotti dell’immaginario, appiccicandosi alla realtà che ci troviamo a vivere ogni giorno. [Continua a leggere "Accelerazionismo saudita" su Not](https://not.neroeditions.com/accelerazionismo-saudita/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Quello che resta dei monumenti fascisti" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2018/06/18/quello-che-resta-dei-monumenti-fascisti-su-il-tascabile/ Last updated: 2018-08-12T14:19:27.000Z Il rapporto tra Bolzano e il fascismo è uno dei tratti distintivi della storia e dell'identità cittadina. Gli interventi architettonici sono tra i lasciti più importanti del regime, lasciti che per anni non sono stati affrontati se non in un'ottica di scontro etnico, voluto e ricercato. Oggi, dopo molti anni, una serie di interventi museali e artistici hanno affrontato questo lascito con risultati di grande interesse. Mi sono occpuato della questione con un pezzo pubblicato su *Il Tascabile*. > La frase, ripresa da Kant, ha la forza retorica per scavare una fessura nella monumentalità del bassorilievo. È in quella fessura, in quello scarto di senso, che lo spettatore è invitato a collocarsi per mettere in discussione il significato dell’opera, quel “Trionfo del Fascismo” che viene decostruito dalla riflessione sull’obbedienza della pensatrice tedesca. Il tutto evitando di intervenire pesantemente sull’opera, pur segnalando a chi la guarda che il suo ruolo e il suo significato sono cambiati. È un atto di montaggio, che la problematizza più che storicizzarla. L’intervento si pone così in continuità con il percorso espositivo sotto il Monumento alla Vittoria, espandendone il gesto più radicale, l’apposizione dell’anello di LED. [Continua a leggere "Quello che resta dei monumenti fascisti" su Il Tascabile](http://www.iltascabile.com/societa/monumenti-fascisti/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Mestre, il più bel non-luogo d'Italia" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2018/05/08/mestre-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:46:00.000Z Quando ho annunciato agli amici che, per varie ragioni personali, quest'anno mi sarei trovato a frequentare spesso Mestre le reazioni sono state un misto di pena e sfottò. Dopotutto, quest'anticamera della laguna di Venezia è universalmente riconosciuta come uno dei luoghi più brutti d'Italia. Non è così. Mestre ha un fascino tutto suo, che va scoperto lentamente. Weekend dopo weekend ho imparato a conoscere questa cittadina, ne ho respirato le atmosfere e, in filigrana, ho imparato ad amarne il fascino bituminoso. Di tutto questo ho potuto scrivere grazie ai ragazzi di ESquire Italia, che hanno accettato di ospitare sulle loro pagine questo mio racconto. > “Sorry, i’m a tourist too” è la frase con cui si concludono di solito quei brevi conciliaboli, che si stringono per un istante e si sciolgono quasi subito lasciando i due turisti allontanarsi affranti, abbandonati al loro destino in quest’immagine di Neo China aggiornata all’estetica del non finito, tipica di quelle infrastrutture incomplete - una strada, un ponte che aggetta sul nulla, lo scheletro di una palazzina - in cui ogni tanto capita d’imbattersi nelle campagne italiane. [Continua a leggere "Mestre, il più bel non-luogo d'Italia" su Esquire](https://www.esquire.com/it/lifestyle/viaggi/a20150231/mestre-il-piu-bel-non-luogo-d-italia/?utm%5Fterm=Autofeed&utm%5Fcampaign=Echobox&utm%5Fmedium=Social&utm%5Fsource=Facebook#link%5Ftime=1525613040) ### Note sulla lettura de "I cani del Sinai" URL: https://flaviopintarelli.it/2018/04/23/i-cani-del-sinai-franco-fortini/ Last updated: 2019-01-23T07:59:21.000Z 22/04/2018 Sabato ho letto per la prima volta *I cani del Sinai* di Franco Fortini. L'ho fatto in una di quelle giornate in cui mi reco a Mestre che, per varie ragioni, è una città che sto frequentando con una certa regolarità in questi mesi. Tanto è vero che il libro l'ho comprato proprio a Mestre, non più tardi di un paio di settimane fa. L'ho trovato scartabellando tra gli scaffali della libreria d'essai "Don Chischiotte". È un bel posto, forse il mio negozio preferito di Mestre, anche perché è l'unico a vendere roba che mi interessa davvero visto che i due negozi di dischi che sembravano promettere bene su Google hanno le serrande abbassate da quello che sembra ormai un bel po' di tempo. La "Don Chisciotte", comunque, è fatta proprio nel modo in cui ti aspetteresti fosse fatta una libreria d'essai: piccola, buia, ingombra all'inverosimile di volumi ordinati manicalmente per editore. Riconosci così a colpo d'occhio le costine candide de Il Saggiatore, quelle colorate di Raffaello Cortina, le file ordinate di Einaudi e quella invitante muraglia di Adelphi. *I cani del Sinai*, nell'edizione Quodlibet, se ne stava li un po' dimesso, nel ripiano basso di uno scaffale vetrato che si apre stridendo, stretto tra un paio di Deleuze. La copertina è rovinata, macchiata di grigio in più punti come se fosse passata sotto una ruota dentata o un qualche tipo d'ingranaggio. Lo prendo lo stesso - e non perché il difetto mi vale uno sconto sul prezzo di copertina - ma perché è un libro che esercita su di me, da anni, una misteriosa attrazione. ![Fortini-Cani-Jean-Marie-Straub-Daniele-Huillet](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/04/Fortini-Cani-Jean-Marie-Straub-Daniele-Huillet.jpg) Da questo libro Jean Marie Straub e Daniele Huillet hanno tratto un film, *Fortini/Cani*. Ne lessi per la prima volta tra le pagine de *L'immagine-tempo. Cinema 2*, testo feticcio che compulsai nei primi anni da studente di cinema all'università di Siena. All'epoca mi muovevo per suggestioni, mappavo i territori sconosciuti della cultura alta in traiettorie sghembe e semicerchi ubriachi, attratto da tutto ciò che appariva colto, ermetico ma anche in grado di modificare la mia percezione della realtà. Quella coppia di nomi, Jean Marie Straube e Danielle Huillet, e quel titolo, *Fortini/Cani*, con la barra obliqua nel mezzo, furono una delle tappe di quel viaggio. Di quel sodalizio artistico, il film era l'unico titolo presente nella cineteca universitaria. Ne presi in prestito la VHS e scoprii un film difficile, che metteva a dura prova l'idea di film che avevo fino a quel tempo. Era cinema di durata, fatto di immagini fisse sul paesaggio, da cui la voce narrante faceva dischiudere sensi e significati celati sotto strati di banalità solo apparente. Catturava l'occhio con una peltora di micro movimenti che riempivano l'inquadratura, saturando la percezione. Era cinema che ti chiamava allo sforzo intellettuale, che modifica la postura spingendoti in avanti, quasi a volere o dover entrare nello schermo per poterlo afferrare, per poterlo capire. ![Franco-Fortini](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/04/Franco-Fortini.jpg) Mi restò, dopo quella visione, la voglia di saperne di più su questo autore, Fortini, che con Siena e la Toscana, allora le mie patrie di formazione, aveva un rapporto strettissimo. Ë con questi ricordi che ho iniziato a leggere il libro. L'ho aperto sul regionale delle sei e trenta di mattina che ci portava verso Mestre. Ho continuato al parco, con mio figlio addormentato nell'ovetto al mio fianco. L'ho finito accaldato su un logoro divano di pelle nella sala d'aspetto della scuola di specializzazione che la mia compagna frequenta. Ho trovato un libro vigoroso - esattamente quel testo scritto "a muscoli tesi, con rabbia estrema" come confessa lo stesso Fortini in una nota a Jena Marie Straub pubblicata alla fine del volume - punteggiato di momenti altissimi come questo dedicato a descrivere il clima del luglio 1967: > Sull'asfalto delle strade il sangue fresco torna ad aggrumarsi dove già schizzò negli anni passati. Gli agenti della Stradale tendono le loro misurazioni tra le briciole dei cristalli. Il contadino che ebbe portata via la gamba da un'auto estiva anni fa, seduto sulla soglia della casupola che s'è costruita col risarcimento, guarda il proprio ragazzo pedalare sbandando nel buoio lungo i tornanti che le macchine attaccano. Nulla deve mutare. La radio parla dell'esodo estivo, le musichette delle sigle ballonzolano nelle osterie. È l'estate dei rospi e dei cani nei campi, dei piccoli congegni notturni degli insetti; che hanno solo questa estate da vivere e sono al lavoro dappertutto. oppure quest'altra, fulminante, riflessione sul senso dell'autobiografia: > la forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico d'avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che solo miei non sono. Della mia "vita" non me ne importa quasi nulla. Ha senso, questa nota, perché il testo, sulla scorta della guerra dei sei giorni, interroga l'essere ebreo di Fortini in relazione a quel conflitto. Ne scaturiscono pagine di una chiarezza estrema sul razzismo, sulla sopraffazione, sulla difficoltà o l'impossibilità di poter prendere una posizione che coincili l'appartenenza a una storia e la negazione di quella stessa storia. Il tutto immerso in una scrittura che suona vetusta al mio orecchio, eppure incredibilmente affascinante nel suo vigore. Chiudo il libro. Lo ripongo con cura nelle borsa e ne estraggo penna e taccuino. La lettura chiama immediato l'esercizio dello scrivere e io, diligente, eseguo il compito. ### "Diventare papà: come affrontare il cambiamento" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2018/04/09/diventare-papa-come-affrontare-il-cambiamento-su-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:46:17.000Z Diventare padre. A sentire gli altri sembra che tutto debba cambiare irrimediabilmente. E certamente un sacco di cose cambiano, in fretta e di continuo. Come si può affrontare tutto questo in modo positivo, conservando quello che è importante nella nostra vita? Su Esquire ho provato a raccontare la mia esperienza. > Mi sono trovato a riflettere sul fatto che è proprio la capacità di adattarsi al cambiamento ad aver fatto dell’uomo l’essere vivente che domina il pianeta (nel bene e nel male). È con questa consapevolezza che ho affrontato e sto affrontando i primi mesi di vita del mio bimbo. Visto che lui, come ogni neonato, cambia di giorno in giorno, di settimana in settimana, e di mese in mese così faccio anche io. [Continua a leggere "Diventare papà: come affrontare il cambiamento" su Esquire](https://www.esquire.com/it/lifestyle/a19640947/diventare-papa-come-affrontare-il-cambiamento/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Nascita ed età dell'oro dei platform" su Ludica URL: https://flaviopintarelli.it/2018/03/22/nascita-ed-eta-delloro-dei-platform-su-ludica/ Last updated: 2018-08-12T20:51:16.000Z Per moltissimi anni il *platform* è stato il videogioco per eccellenza. Super Mario, Sonic, Alex Kid e tanti altri personaggi intenti a superare ostacoli mortali sono stati il simbolo del videogiocare stesso. Poi quei giochi hanno cominciato a sparire, le loro meccaniche riassorbite in altri generi o relgate nella vasta produzione indipendente. Per ridare al genere la sua meritata gloria, ho proposto ai ragazzi di Ludica Magazine una storia del *platform* dalla sua nascita all'età dell'oro. > Calcolo, coordinazione, velocità di pensiero ed esecuzione, allenamento. Queste le abilità che non possono mancare a ogni giocatore di Super Mario Bros. L’improvvisazione è punita severamente, perché la capacità fondamentale richiesta ai giocatori e quella di identificare e superare una serie di schemi algebrici ricorrenti, che hanno soltanto una soluzione. Per farlo è necessario individuare ed eseguire nel modo più preciso possibile la corretta sequenza di comandi. Non solo, questa va eseguita in fretta, perché c’è un tempo limite entro cui è obbligatorio terminare ogni singolo livello, pena la perdita di una vita. Tutto questo, in un’epoca dove il salvataggio dei dati è soltanto una confusa speranza nel progresso dell’umanità, richiede applicazione costante e l’infinita ripetizione di schemi e combinazioni di tasti. Una sorta di metodo Lobanovskyi applicato al divertimento non senza una punta di cinismo, viste le frustrazioni che era in grado di procurare. [Continua a leggere "Nascita ed età dell'oro dei platform" su Ludica](http://www.ludicamag.com/nascita-ed-eta-delloro-dei-platform/?ref=flaviopintarelli.it) ### "La prima volta che diventi padre: i consigli non richiesti" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2018/03/21/la-prima-volta-che-diventi-padre-i-consigli-non-richiesti-su-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:47:08.000Z Dal macellaio, all'edicolante. Dal vicino di autobus, all'idraulico. Quando diventi padre non c'è modo di sfuggire alla maledizione dei consigli non richiesti. Su Esquire ho provato a trovare una soluzione a questo annoso problema e mi sono accorto che la soluzione era tanto antica quanto semplice e a portata di mano: non dare consigli, semplicemente racconta. > Di certo non passano i perfetti sconosciuti, tipo il macellaio del supermercato o il tabaccaio da cui acquisti per la prima e unica volta la marca da bollo di cui hai bisogno. Personaggi che, per il solo fatto che tu abbia tuo figlio neonato nella carrozzina o tua moglie incinta accanto, si sentono in diritto, anzi in dovere, di consigliarti di prendere un mese di ferie più o meno al raggiungimento del sesto mese o di acquistare quel particolare modello di passeggino con cui, anche loro, si sono trovati benissimo. Oppure, ancora, quei perfetti sconosciuti che si mettono a pontificare sulla posizione migliore per l’allattamento, consigliandoti vivamente di farla provare a tua moglie che, vedrai, si troverà benissimo. [Continua a leggere "La prima volta che diventi padre: i consigli non richiesti" su Esquire"](https://www.esquire.com/it/lifestyle/a19477516/diventare-padre-3-consigli-non-richiesti/?ref=flaviopintarelli.it) ### "La prima volta che diventi padre: tutto cambia in un attimo" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2018/03/15/la-prima-volta-che-diventi-padre-tutto-cambia-in-un-attimo/ Last updated: 2018-11-16T09:47:23.000Z Quando diventi padre, qual è il momento esatto in cui capisci che tutto è cambiato e non c'è più modo di tornare indietro? Quando arriva la consapevolezza che le tue scelte sono irreversibili? Il mio è stato un lunedì sera qualsiasi, quando alla mia compagna si sono rotte le acque. Su Esquire ho provato a raccontare cosa significa quel momento > Alla mia compagna accade intorno alle dieci e mezza di un lunedì sera qualsiasi, quando il sonno si è ormai fatto strada nelle nostre teste e la giornata sembra volgere finalmente al termine. Quando emette quel suono percepisco che non è così. Giuro che non saprei riprodurlo e nemmeno descriverlo. Se dovessi provarci vi direi che è stato una specie di sospiro strozzato. Come quando, nel dormiveglia, ricordi quella volta in cui hai inciampato come un fesso, rischiando di romperti l’osso del collo. Dentro di me, quando lo sento, è come se qualcosa si spezzasse. [Continua a leggere "La prima volta che diventi padre: tutto cambia in un attimo" su Esquire](https://www.esquire.com/it/lifestyle/a18656891/diventare-padre-2/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Tecnologie radicali di Adam Greenfield" su Il Tascabile URL: https://flaviopintarelli.it/2018/01/26/tecnologie-radicali-adam-greenfield-il-tascabile/ Last updated: 2018-08-12T21:19:07.000Z "Tecnologie Radicali" è un saggio di Adam Greenfield, uscito in autunno per Einaudi. Iniziandone la lettura mi sono domandato perché le più avanzate tecnologie che abbiamo a disposizione oggi vengano definite "radicali" dall'autore di questo libro? La risposta è semplice, la radicalità delle tecnologie sta nel modo in cui queste riscrivono il nostro rapporto con la realtà che ci circonda, progettando la vita che viviamo ogni giorno. > Le tecnologie radicali, quindi, sono quelle che abilitano la produzione inconsapevole di dati da parte degli utenti, un processo, la datificazione della vita quotidiana, funzionale all’ottimizzazione e alla razionalizzazione delle nostre esistenze. La dimensione narrativa entro cui esse si muovono è infatti quella che dipinge una società in cui tutte le decisioni sono prese da sistemi tecnologici capaci di selezionare le opzioni migliori, tra le molte possibili. Sistemi che basano le loro scelte sull’analisi di una quantità sterminata di dati prodotti, come abbiamo visto, tanto volontariamente quanto inconsapevolmente da noi utenti connessi a dispositivi digitali. A emergere da questa connessione, è una società che non ha più bisogno dei tradizionali soggetti deputati all’attività decisionale, in quanto questa è stata demandata a dispositivi tecnologici capaci di farlo al posto loro. [Continua a leggere "Tecnologie radicali di Adam Greenfield" su Il Tascabile](http://www.iltascabile.com/recensioni/tecnologie-radicali/?ref=flaviopintarelli.it) ## Addendo: Tecnologie Radicali e utopia ![Tecnologie-radicali-copertina](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/01/Tecnologie-radicali-copertina.jpg) A lettura ultimata, e questo valga come addendo alla recensione, mi rendo conto che il lavoro di Greenfield è utile anche per offrire una prospettiva inedita da cui guardare ai tanti discorsi sulla necessità di un recupero dell'utopia come orizzonte di costruzione di un futuro alternativo a quello a cui sembra siamo destinati. Un futuro che è strettamente legato al discorso e alla narrazione della tecnologia ben descritto e criticato da Greenfield nel suo saggio. Di fronte a questo discorso è opportuno chiederci che cos’è, di preciso, la tecnologia? Il dizionario ci informa che la radice della parola tecnologia è composta dalle parole greche tecno- e -logia la cui traduzione letterale sarebbe “trattato sistematico”. Più liberamente possiamo dire che la tecnologia è il discorso sulla tecnica e, da un punto di vista antropologico, rappresenta: > l’insieme delle attività materiali sviluppate dalle varie culture per valorizzare l’ambiente ai fini dell’insediamento e del sostentamento; in questo senso generale la tecnologia (o, con termine ormai meno usato, ergologia) costituisce una branca fondamentale della cultura, e talvolta la si identifica con la cosiddetta cultura materiale, ma in realtà il suo significato è assai più esteso poiché la ricerca connessa alla tecnologia incide tanto sulla conoscenza teorica della realtà e della natura costitutiva dei materiali quanto sul loro uso e sulle loro proprietà con influenze dirette sull’organizzazione sociale e politica. Possiamo a questo punto provare ad ampliare la nostra definizione di tecnologia e inquadrarla come quella forza che ha la capacità di plasmare il nostro rapporto con il mondo. È infatti attraverso gli artefatti tecnologici che noi esseri umani siamo in grado di entrare in relazione con la realtà che ci circonda. Questo significa che le tecnologie che utilizziamo ogni giorno danno forma e struttura alla realtà e la fanno, di fatto, esistere per noi in modi definiti e peculiari. Ecco che, alla luce di questa definizione, appare meglio quale sia la posta in gioco nel meccanismo che Greenfield prova efficacemente a descrivere in *Tecnologie radicali*. ![Adam-Greenfield](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/01/Adam-Greenfield.jpg) Laddove la tecnologia è in grado di influire sul nostro modo di concepire la realtà e di entrare in relazione con il mondo, liberare il discorso su di essa da quelle incrostazioni ideologiche che, lo abbiamo visto, sono funzionali a trasmettere l’utopia del Potere diventa un momento fondativo della nostra posizione di esseri umani, situati nel mondo e legati in relazioni che assumono l’aspetto della società in cui viviamo. Tutto questo, Greenfiled lo fa con una lucidità di sguardo e una chiarezza di scrittura che hanno la forza della rivelazione e aiutano a comprendere l’importanza di fondare un dibattito sul cambiamento in cui viviamo partendo da premesse meno legate a degli interesse di classe, abilmente distribuiti in una forma narrativa accattivante e, apparentemente, priva di problemi. Se c’è qualcosa che accomuna i movimenti radicali e rivoluzionari più importanti della storia è la loro capacità di immaginare il futuro, di creare visioni ambiziose di quello che sarà e che potrebbe essere. Uno sforzo a cui si accompagna sempre un tentativo di lettura e riscrittura delle più avanzate tecnologie a disposizione in un dato momento storico. Perché non si può dare immagine del futuro che non ne preveda un uso liberatorio. Nei tempi in cui ci siamo trovati a vivere, sembra che questa capacità si sia pian piano esaurita o estremamente raffreddata. E allora non appare casuale che Nick Srnicek e Alex Williams abbiano voluto intitolare [*Inventing the future*](https://www.versobooks.com/books/2315-inventing-the-future?ref=flaviopintarelli.it) un saggio che riflette su come rinnovare le forme della partecipazione politica, aggiornandola ai cambiamenti tecnologici che stiamo vivendo come singoli e come società. Da sempre più parti si avverte forte infatti un desiderio di ritornare a concepire l’utopia tanto come orizzonte di costruzione del futuro, quanto come argine alle distopie che sempre più spesso sembrano percolare dai prodotti dell’immaginario, appiccicandosi alla realtà che viviamo ogni giorno. Tuttavia, il pensiero utopico, ce lo ricorda Fredric Jameson nelle pagine de *L’inconscio politico*, non è da solo garanzia di radicalità né di una volontà progressista di trasformazione dell’esistente. Piuttosto, ci dice il critico americano, > ogni coscienza di classe, di qualsiasi tipo, è utopistica nella misura in cui esprime l’unità di una collettività \[...\]. La collettività raggiunta o un gruppo organico di qualsiasi genere – degli oppressori come degli oppressi – è utopistica non in sé stessa, bensì solo nella misura in cui tali collettività sono figure della vita collettiva concreta ultima di una raggiunta società utopistica o senza classi. Ecco perciò che il lavoro di Greenfiled ha il pregio di equilibrare gli entusiasmi più acritici, ricordandoci che il pensiero utopico non è mai trasformativo di per sé, ma deve essere sempre accompagnato da un progetto politico in cui riconoscersi. ### "L'era del sapere militare diffuso" su Not URL: https://flaviopintarelli.it/2017/12/19/era-sapere-militare-diffuso-not/ Last updated: 2018-08-12T20:52:41.000Z Quando ha avuto inizio la colonizzazione del nostro immaginario da parte delle immagini di guerra? È difficile indicare una data precisa, ma è certo che ogni epoca ha visto strategie diverse affrontare questo sforzo. Per l'epoca contemporanea, tuttavia, non sembra sbagliato indicare nella prima guerra del Golfo una data chiave a partire da cui si sviluppano tutta una serie di strategie di militarizzazione delle sguardo proprie dei nostri tempi. Per riflettere su queste forme ho scritto un saggio, pubblicato su Not, che ragiona intorno a quella che ho provato a chiamare "l'era del sapere militare diffuso". Un periodo storico in cui abbiamo familiarizzato col sapere militare, sotto forma di immagini realistiche, in molti ambiti della cultura popolare. Questo è un invito a smilitarizzare il nostro sguardo. > Dagli storici e dai teorici della dottrina militare, Desert Storm viene descritta come l’ultima grande battaglia campale prima che la guerra passi ad assumere quella dimensione «asimmetrica» che viene ormai considerata come la forma di conflitto più caratteristica della contemporaneità digitale. Una forma di conflitto che vede opporsi agli eserciti invasori una galassia di forze insorgenti tanto atomizzate quanto efficaci nello spostare la dimensione temporale dello scontro dall’eccezionalità alla quotidianità, e per i cui esiti la capacità politica è senza dubbio più determinante della potenza tecnologica. La campagna in Afghanistan scatenata dopo gli attacchi al World Trade Center dell’11 settembre 2001 è forse l’esempio più eclatante di questa transizione. Nonostante la soverchiante superiorità tecnologica americana, la guerriglia dei talebani non solo non è stata sconfitta, ma ha avuto modo di rafforzare le sue posizioni a causa dei numerosi errori (politici) di valutazione commessi nel corso del più lungo conflitto della storia americana. Desert Storm è dunque il canto del cigno di una dottrina della guerra figlia del clima da «fine della Storia», che caratterizzava gli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino e che poneva il primato tecnologico americano come il principale fattore globale di stabilità. [Continua a leggere "L'era del sapere militare diffuso" su Not](https://not.neroeditions.com/industria-bellica-cultura-pop/?ref=flaviopintarelli.it) ### "È ora di crescere: L’impero del sogno di Vanni Santoni" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2017/12/13/impero-del-sogno-vanni-santoni-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:47:46.000Z Questo saggio, pubblicato pochi giorni fa su *Esquire*, nasce da un'intuizione avuta quest'estate duramte la lettura di uno dei saggi contenuti nella raccolta [*Against Everything*](https://www.versobooks.com/books/2515-against-everything?ref=flaviopintarelli.it) di Mark Greif. È stato allora che ho cominciato a riflettere sull'ossessione per la giovinezza che aveva caratterizzato me e la mia generazione intorno agli ultimi anni dell'università. Ho finito per credere che, questa la tesi che mi ha girato in testa per qualche mese, a qui tempi ci fosse mancato il confronto con un immaginario che aiutasse a pensarci adulti e a uscire dalla dicotomia obbligata tra giovinezza e vecchiaia. Questo pensiero è rimasto però inarticolato fino a che non ho avuto modo di leggere [*L'impero del sogno*](http://www.minimaetmoralia.it/wp/limpero-del-sogno/?ref=flaviopintarelli.it), l'ultimo romanzo di Vanni Santoni. È nelle sue pagine che ho trovato la chiave per dare forma al mio pensiero. > E se la matrice da cui questo mondo nuovo che va creato ha le fattezze d’una bimba che cresce a vista d’occhio, protetta e accompagnata da una coppia di spostati che crede alla realtà del sogno, che cos’altro è L’impero del sogno se non un inno al diventare adulti? M’appare allora, in lontananza, flebile una fiammella di lucidità... e se a esserci mancata, a essermi mancata, in quel periodo della mia vita fosse stata proprio un’immagine di adultità con cui confrontarmi? Se fosse questa la chiave per capire quella mia ossessione autodistruttiva per la giovinezza? [Continua a leggere "È ora di crescere: L’impero del sogno di Vanni Santoni" su Esquire](http://www.esquire.com/it/cultura/libri/a14380471/adulti-impero-del-sogno-santoni-longform/?ref=flaviopintarelli.it) ### La polemichetta Pandora: pensieri e considerazioni URL: https://flaviopintarelli.it/2017/12/03/pandora-pubblicita-sessista/ Last updated: 2018-08-30T16:24:46.000Z Tra chi ne evidenzia gli aspetti sessiti e chi, al contrario, grida alla caccia alla streghe politicamente corretta, in queste ore sta tenendo banco sui social la polemichetta intorno a una campagna del marchio di gioielli Pandora. Sul banco degli imputati un copy, stampato a caratteri cubitali su una serie di affissioni, che recita: "Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?". Osservando un po' lo spettro delle reazioni dall'esterno mi pare che le critiche manchino un po' il cuore della questione e perciò cercherò di argomentare, ma prima sgombriamo il campo da possibili equivoci, chiedendoci se il messaggio della campagna di Pandora è davvero sessista. La risposta è sì, lo è. Quel copy è sessista perché restituisce un'immagine della donna ancora interamente appiattita sul lavoro domestico e di cura. Ora non mi aspetto che un brand, per quanto evoluto, possa arrivare a utilizzare nella propria comunicazione elementi del [pensiero xenofemminista](http://www.laboriacuboniks.net/it/index.html?ref=flaviopintarelli.it), ma do per scontato che almeno un paio di nozioni di *empowerment* siano, oggi, patrimonio comune di chi fa comunicazione. Quello che dobbiamo chiederci, arrivati a questo punto, è però se siamo davvero sicuri che il destinatario di quel messaggio siano le donne. La risposta è no, non lo sono. Mi pare evidente che Pandora, con quella campagna, non ha alcuna intenzione di rivolgersi alle donne, si sta rivolgendo agli uomini. Anzi, si sta rivolgendo a un particolare tipo di uomini, ma a quali? In questo caso ci viene in aiuto la grande mappa sinottica degli stili di vita che Eurisko ha il merito di pubblicare ogni anno. Nell'angolo in basso a destra della mappa, compresi tra i valori di istinto, egocentrismo e azione, si collocano tre gruppi di stili di vita così denominati: il maschio pre-culturale, il lavor-e-svago, il lavoratore d'assalto. Si tratta di uomini di età medio-giovane, con istruzione e reddito medio-bassi, individualisti e autocentrati. Sono queste ultime due caratteristiche a fare la differenza, perché chi altri se non un individuo estremamente egocentrico, non particolarmente attento alle evoluzioni del costume, potrebbe regalare alla propria partner un dono sgradito e stereotipato come un ferro da stiro o un pigiama? Se da tutta questa vicenda noi volessimo trarne un'indicazione sociologica, quello su cui bisognerebbe riflettere davvero non è tanto la goffaggine della campagna, ma il fatto che in Italia esiste un segmento di pubblico così esteso - tanto da convincere un marchio a fare un notevole investimento pubblicitario (le affissioni, si sa, costano) - per cui l'immagine della donna come soggetto deputato al lavoro di cura della casa è perfettamente sensata e in linea con la propria visione del mondo. Se la osserviamo da questo punto di vista, il ragionamento fatto dai responsabili marketing di Pandora può anche essere sensato. Dobbiamo chiederci però se l'esecuzione lo è altrettanto. ![Mappa-sinottica-Eurisko](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/12/Mappa-sinottica-Eurisko.jpg) ## Come si gestisce una crisi Per rispondere alla domanda con cui abbiamo chiuso il paragrafo precedente dobbiamo partire dalla fine, ovvero dal modo in cui Pandora ha gestito la crisi che si è scatenata sui social. per farlo, il team di comunicazione decide di scrivere [una nota su Facebook](https://www.facebook.com/notes/pandora/pandora-vi-augura-di-ricevere-il-regalo-che-pi%C3%B9-desiderate/2029180703760623/) che dice: > PANDORA Lovers, molte di voi hanno visto la nostra campagna Natale 2017 e le affissioni che coprono tutta l'Italia. Abbiamo notato però che il messaggio a volte è stato frainteso, per questo vogliamo raccontarvelo meglio. > Da sempre PANDORA ha a cuore le donne e quest'anno vuole aiutarle a trovare sotto l'albero il regalo perfetto. > Quante di noi a Natale hanno ricevuto qualcosa di non gradito? Questa iniziativa nasce proprio da una ricerca che ha evidenziato come la maggior parte delle donne a Natale riceva sempre il regalo sbagliato. > Auguriamo a tutte voi di ricevere proprio ciò che più desiderate. Analizziamolo punto per punto e cerchiamo di capirne il senso. Il messaggio si rivolge alla community del marchio, le "PANDORA Lovers", e la prima frase ci dice che la campagna è una campagna nazionale di affissioni. Alla seconda frase c'è il primo errore da matita rossa: "il messaggio a volte è stato frainteso". Cara Pandora, non prendermi in giro. Se il messaggio è stato frainteso vuol dire che forse non era abbastanza chiaro o, come vedremo, che hai sbagliato qualcosa nella sua esecuzione. Per cui non ci provare, a dirmi che la colpa è mia. Forse consapevole di aver giocato una mano azzardata, il copy di Pandora prova a recuperare, ricordando che il marchio ha a cuore la felicità delle donne e vuole aiutarle a ricevere il "regalo perfetto" per Natale. Perciò prosegue con la domanda "quante di noi a Natale hanno ricevuto qalcosa di non gradito?" che serve per creare empatia. A questo punto il marchio prova a giustificare la sua scelta, citando una ricerca che avrebbe fornito l'*insight* per la campagna. Molto bene, come abbiamo visto il ragionamento è sensato. Esiste un segmento di persone che pensa che una parannanza sia un regalo perfetto per la propria partner, perché non convincerlo che un gioiello Pandora è meglio? Se questo è vero, perché non linkare la ricerca? Siamo in piena cultura digitale e l'adagio "do your best, link the rest" vale anche per i marchi. Se davvero vuoi convincermi che la tua azione nasce da un ragionamento fondato sui dati, allora dammi modo di fare il *fact checking*, altrimenti mi viene da pensare che il tuo non sia altro che un tentativo di tappare la falla quando la nave è già colata a picco. Tanto è vero che, nella nota successiva, a Pandora [non resta altro da fare che chiedere mestamente scusa per la propria goffaggine](https://www.facebook.com/notes/pandora/natale-2017/2029517943726899/). ![An phone with the Facebook app open next to Scrabble pieces arranged in the words “social media”](https://images.unsplash.com/photo-1432888622747-4eb9a8efeb07?ixlib=rb-0.3.5&q=80&fm=jpg&crop=entropy&cs=tinysrgb&w=1080&fit=max&s=e1072d4cad32ab213550ff148c73d6c6) Photo by [William Iven](https://unsplash.com/@firmbee?utm%5Fsource=ghost&utm%5Fmedium=referral&utm%5Fcampaign=api-credit) / [Unsplash](https://unsplash.com/?utm%5Fsource=ghost&utm%5Fmedium=referral&utm%5Fcampaign=api-credit) ## Sliding doors: si poteva gestire direttamente la campagna? Visto che gli atteggiamenti *edgy*, che di solito sgami da commenti tipo "ehi ehi, mi sa che s'è liberata una posizione nel team di comunicazione di Pandora" \[pat, pat, grasse risate\], mi stanno antipatici, prima di concludere l'analisi dell'*affaire* Pandora vorrei provare a riflettere su cosa si sarebbe potuto fare diversamente. O, meglio, su cosa io avrei fatto diversamente. Parto da presupposto che la ricerca citata da Pandora esista davvero e che, dunque, l'*insight* sul segmento di pubblico per cui quell'immagine della donna significa qualcosa sia valido. Lo faccio perché, lo dico con un certo scoramento, anche io sono convinto che in fatto di parità di genere il nostro paese sia tutt'altro che all'avanguardia. La prima cosa a cui avrei fatto attenzione, riflettendo su come utilizzare l'*insight*, è il fatto che se avessi voluto raggiungerlo mi sarei dovuto rivolgere a un target molto diverso dal mio target abituale. Con buone probabilità non avrei scelto l'affissione come strumento di comunicazione. Troppo generalista e poco segmentata. L'affissione va bene se devo parlare al mio target core in modo molto diretto ed esplicito. Se voglio rinforzare i valori e l'immagine di donna che il mio brand propone. Molto meglio, dal mio punto di vista, sarebbe stata una campagna digital con inserzioni mirate e tagliate su misura per il segmento a cui mi sto rivolgendo. Avrei poi predisposto una landing page con una selezione di prodotti e idee regalo, nella quale avrei anche raccontato, con un video o un'infografica, la ricerca che mi aveva portato a creare la campagna. In questo modo l'esposizione di un messaggio che il mio target avrebbe potuto fraintendere sarebbe stata molto più limitata e mirata. Mettendomi al riparo dalla polemichetta e dal polverone social e, in secondo luogo, avrei potuto usare l'iniziativa per fare *corporate social responsability* provando a stimolare un dibattito sulla parità di genere nel nostro paese. Dall'esterno, a "bocce ferme" e con il senno di poi sono bravi tutti. Perciò, concludendo, saluto con affetto i colleghi del team di comunicazione di Pandora. Questo è un lavoro difficile e di errori ne abbiamo fatti tutti e tanti. ### "La prima volta che diventi padre" su Esquire URL: https://flaviopintarelli.it/2017/11/30/la-prima-volta-che-diventi-padre-su-esquire/ Last updated: 2018-11-16T09:47:59.000Z Cosa significa vivere la garvidanza da padre in divenire? Visto e considerato che mi ci trovo in mezzo ho provato a rispondere a questa domanda, raccontando la mia esperienza in un articolo su Esquire. E niente, non c'è molto altro da dire. > Quel piccolo cuoricino che lampeggia sullo schermo batte a una velocità folle, saranno quanti 70? 80? Forse sono anche 120 bpm. Insomma il battito del cuore di tuo figlio è qualcosa che sta tra la dubstep e l’house più spinta, quella che si muove più vicina ai territori della tekno. E se almeno una volta, in pista, hai provato la sensazione di farti invadere dal beat pensa a come può farti sentire bene quel ritmo che viene dritto dritto dalla pancia della tua signora. [Continua a leggere "La prima volta che diventi padre" su Esquire](http://www.esquire.com/it/lifestyle/a13034924/diventare-padre/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini" su Maz URL: https://flaviopintarelli.it/2017/11/29/il-carnevale-in-cui-ho-imparato-a-odiare-i-miei-vicini-su-maz/ Last updated: 2019-12-18T10:27:57.000Z Curata da Gabriele Merlini, [*Odi. Quindici declinazioni di un sentimento*](http://www.effequ.it/2017/10/10/odi/?ref=flaviopintarelli.it) è un'antologia di racconti che raccoglie il meglio della nuova narrativa toscana, impegnata a raccontare il sentimento che meglio sembra descrivere i tempi in cui viviamo. La domanda che vi sarete posti a questo punto è: "che cosa ci fa un tuo racconto in una raccolta di narratori toscani?". Domanda legittima, che vi invito a rivolgere al curatore, ma a cui potrei rispondere che, per biografia e rapporti, qualche legame con la scena toscana in questi anni l'ho sviluppato e dunque perché non partecipare? Il mio racconto s'intitola *Il carnevale in cui ho imparato a odiare i miei vicini* e tratta dell'odio etnico che per anni ha diviso la popolazione tedesca da quella italiana dell'Alto Adige. Partendo da un episodio realmente accaduto, mi diverto a ribaltare i punti di vista, mettendo lo spettatore nei panni scomodi di chi impara a conoscere l'odio dentro di se. Il racconto è stato pubblicato in anteprima dai ragazzi di Maz ed è lì che lo potete leggere. Per godervi tutti gli altri dovrete però procurarvi il libro. [http://www.mazproject.org/il-carnevale-in-cui-ho-imparato-a-odiare-i-miei-vicini-un-racconto-da-odi-di-effequ/](http://www.mazproject.org/il-carnevale-in-cui-ho-imparato-a-odiare-i-miei-vicini-un-racconto-da-odi-di-effequ/?ref=flaviopintarelli.it) ### "La permanenza del digitale" su NuJ URL: https://flaviopintarelli.it/2017/11/28/la-permanenza-del-digitale-su-nuj/ Last updated: 2019-12-18T10:47:19.000Z Quest'estate ho potuto intervistarlo per conto della rivista NuJ, scoprendo un professionista capace di creare meraviglia per un mondo sempre più freddo e distante. > È uno di quegli afosi pomeriggi bolzanini di fine giugno, di quelli in cui nemmeno pantaloncini e canottiera riescono ad alleviare il caldo che ti s’appiccica addosso; perciò, quando la finestra di Skype s’illumina, rivelandomi un ritaglio della casa di Lucas Zanotto, fatico a trattenere un lieve moto d’invidia nel constatare che, dall’altra parte dello schermo, il mio interlocutore indossa una camicia piuttosto pesante. Il che è normale, visto che Lucas, dopo una vita passata tra Berlino e Barcellona, ha scelto la Finlandia per vivere e lavorare. E da quelle parti, anche se siamo alle porte dell’estate, le temperature massime del sesto mese dell’anno a stento hanno superato i 18 gradi. [NuJ - Zeitschrift für junge Kultur 2017Die „Zeitschrift für Junge Kultur in Südtirol“ erscheint zum dritten Mal in dem Bestreben, den jungen Kulturschaffenden des Landes mehr Sichtbarkeit zu verleihen.![](https://issuu.com/android-192x192.png)issuu![](https://image.isu.pub/171010053843-543718ac616d58a4e7a68c647240f615/jpg/page_1.jpg)](https://issuu.com/landsuedtirol-provinciabolzano/docs/nuj-17-210x280-rz-issuu?e=5938070/54137035&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "La permanenza dell'analogico" su NuJ ### "Essere Jean-Luc Godard" su SPNS URL: https://flaviopintarelli.it/2017/11/14/essere-jean-luc-godard-spns/ Last updated: 2018-08-12T21:00:01.000Z Ci sono tanti modi per raccontare un personaggio famoso. Su SPNS hanno pensato che il modo migliore per farlo fosse quello di chiedere agli autori del profilo di raccogliere 1000 sue parole. Le più significative, folli, interessanti. Insomma le 1000 parole che meglio lo descrivono. Io ho scelto Jean-Luc Godard, perché è uno dei registi che amo di più. E poi le sue dichiarazioni non sono quasi mai banali. E poi ha diretto dei film stupendi. E insomma, questo è quello che significa essere Jean-Luc Godard. > “Il filosofo e il cineasta hanno in comune un certo qual modo di essere e vedere le cose, che poi è quello di una generazione intera”. > Il maschio e la femmina, 1966. [Continua a leggere "Essere jean-Luc Godard" su SPNS](http://www.spns.it/2017/09/essere-jean-luc-godard/?ref=flaviopintarelli.it) ### La vertigine della nostalgia URL: https://flaviopintarelli.it/2017/08/25/videogame-nostalgia/ Last updated: 2018-08-12T21:08:04.000Z Se escludiamo le arti performative, non c’è forma d’espressione più volatile dei videogame. Questo perché i videogiochi sono completamente immersi nella logica neocapitalistica dell’obsolescenza programmata. Sono artefatti tecnologici destinati a essere ciclicamente dimenticati. A cadere nell’oblio ogni volta che il progresso partorisce una nuova generazione di hardware o software; e tanto più la tecnologia avanza, tanto più i cicli di sostituzione si fanno rapidi e ravvicinati. Talmente veloci da far sorgere il dubbio che i produttori, per salvaguardare i loro investimenti, siano oggi costretti ad allungare i cicli di obsolescenza programmata, piuttosto che accorciarli. C’è stato un tempo, che è coinciso con l’infanzia del gaming domestico, in cui la progressione della tecnologia videoludica era scandita da un’enumerazione di potenza che aveva il bit come unità di misura. Otto, sedici, trentadue, sessantaquattro bit; fino a un certo punto la logica dell’obsolescenza si è espressa in questi termini, come se a parlare fosse un gruppo di ragazzini catturato in quella fase della giovinezza in cui le relazioni tra pari sono mediate unicamente dal confronto della performance: «tu sei veloce?», «quanto sei veloce?», «scommetto che sono più veloce di te». Poi sono arrivate le console di nuova generazione - e anche se qualcuno è rimasto intrappolato nelle spire della sua infanzia, intestardendosi a combattere guerre il cui senso è ormai superato dalla Storia - alla maggior parte delle persone l’espressione numerica della potenza di un hardware per l’intrattenimento domestico ha smesso d’interessare. Potevano davvero importarci ancora la potenza di calcolo di un processore o il numero di colori elaborabili su uno schermo, quando davanti a noi si aprivano mondi ed esperienze che fino a quel momento potevamo solo sognare? È quest’accelerazione costante delle tecnologie di fruizione e produzione che rende i videogames così diversi dagli altri artefatti culturali. Se oggi possiamo leggere ancora un romanzo di Victor Hugo o godere la magnificenza di Nascita di una nazione di David Wark Griffith è perché libri e film, ma anche dischi e fotografie, possono essere trasferiti con una certa facilità da un formato all’altro. I videogiochi no. I videogiochi sono software e questo significa che sono composti di codice, ovvero da una lista di istruzioni che devono essere lette e interpretate da una macchina per essere fruite. Mano a mano che la tecnologia avanza, gli standard mutano e vasti cataloghi di titoli diventano inservibili, perché l’hardware in circolazione non possiede più le specifiche necessarie per leggere il loro codice e interpretare correttamente le istruzioni in esso contenute. Per tutti questi titoli, il progresso tecnologico non significa altro che un inevitabile oblio. In assenza di un forte incentivo commerciale, infatti, i produttori di giochi non hanno alcun interesse a mantenere in vita il proprio catalogo di titoli. Preferiscono lasciarselo alle spalle, quasi non fosse mai esistito, per concentrarsi sullo sviluppo di nuovi progetti. È la [maledizione del retrò](http://www.newyorker.com/tech/elements/video-games-curse-retro?mbid=social%5Ffacebook&ref=flaviopintarelli.it) di cui parla lo scrittore Simon Parkin in un pezzo uscito sul New Yorker nel gennaio di quest’anno. Una maledizione che minaccia di sprofondarci in un medioevo digitale in cui i nostri ricordi, in una riedizione videoludica del finale di Blade Runner, rischiano realmente di andare perduti come lacrime nella pioggia. Ma è davvero così importante preservare quell’enorme quantità di titoli di cui l’evoluzione della potenza di calcolo dei nostri computer sembra aver decretato la damnatio memoriae? Di fronte alla complessità di giochi come Minecraft o all’emozionante spettacolo dei fenomeni atmosferici in *GTA V* che cos’hanno ancora da dirci le striminzite mappe di *The Legend of Zelda a Link to the Past* o l’umida nebbia delle caverne di *Donkey Kong Country*? Perché dovremmo voler giocare ancora con quei giochi immaturi, quando possiamo lanciarci verso l’infinito e oltre? A dar retta al nostro spirito razionale verrebbe da rispondere che quei giochi rappresentano l’unico retaggio che ci lega alla storia del mezzo. In quei milioni di righe di codice ormai leggibili a stento c’è tutto quello che ha contribuito a definire ciò che i videogames sono oggi. Lì sono state precisate le meccaniche, lì si sono gettate le basi per l’elaborazione delle tecniche narrative, lì si sono sviluppati gli stilemi sonori e visivi. Perché anche se su quel corpus di giochi si proietta, inesorabile, l’ombra della dimenticanza, questi si comportano sempre come il foglio del rotolo del tempo descritto da Nietzsche. > Continuamente si staccano per rivòlare indietro, in grembo all’uomo, risvegliando in esso il fuoco del ricordo. Il ricordo, in questo caso, non è soltanto ricordo di ciò che definisce il mezzo, ma diventa un momento intimo della nostra storia personale. Come qualsiasi altra forma espressiva o d’intrattenimento anche i videogiochi definiscono la nostra identità quando incrociamo con loro le nostre strade. Anzi, data la loro capacità di persistere, di presentarci sfide che ci chiedono dedizione e impegno totali, forse li investiamo di un ruolo anche più importante di quanto il loro posto nella gerarchia consolidata degli artefatti culturali tenderebbe a far credere. Se oggi sono qui a scrivere queste righe forse è anche perché un giorno, alla festa di compleanno di un compagno delle scuole elementari, la mamma del mio amico, vedendomi così assorto davanti al minuto schermo di un GIG Tiger qualsiasi, profetizzò per me un futuro da “vero intellettuale”. Soltanto perché alle avventure in VHS di *Fantaghirò*, l’insopportabile eroina fantasy interpretata da Alessandra Martines, preferivo l’agitarsi frenetico di quelle figure in scala di grigi dalla limitatissima mobilità, ritagliate su sfondi colorati in cromie pastellate, i cui spasmi erano accompagnati da una colonna sonora di blippettii più o meno modulati. A raccontarlo oggi, questo episodio può risultare insignificante; ma a quel tempo rendermi conto che la dedizione che mettevo in qualcosa di così piccolo e tutto sommato primitivo come un GIG Tiger potesse avere la forza di trasformarmi in un intellettuale, una figura che fino a quel momento era appartenuta esclusivamente al regno degli adulti, ebbe su di me un’influenza enorme. Essere un “vero intellettuale” significava innanzitutto diventare diverso dai miei compagni di scuola e allo stesso tempo preconizzava un futuro in cui l’azione di giocare ai videogiochi fosse qualcosa di più di un semplice svago a cui dedicarsi anche con un po’ di vergogna, vista la fama non proprio lusinghiera che accompagnava i videogame al tramonto degli anni ‘80. A farci percepire come un pericolo la dimenticanza in cui rischiano di cadere un vasto numero di videogiochi vi è perciò qualcosa di più profondo e istintuale della sola consapevolezza di stare perdendo una parte costituitiva della storia della forma d’espressione e d’intrattenimento, che più di ogni altra sembra caratterizzare la nostra contemporaneità. Questa forza, qualcosa che scava al di sotto della nostra razionalità e che attiva il nostro istinto di conservazione, è la nostalgia. Ovvero la consapevolezza che ad andare perduti non sarebbero soltanto dei videogiochi, ma tutto quel grumo di memoria intima e personale che abbiamo sedimentato intorno a ogni singolo titolo. Così come in *Citizen Kane* Rosebud non è soltanto lo slittino che lega Charles Foster Kane all’infanzia, residuo suo ultimo di umanità, ma il motore invisibile che muove il racconto e l’esplorazione dei suoi passati, allo stesso modo l’essenza del retrogaming non risiede soltanto nel rivivere le singole esperienze di gioco, gravitanti intorno a un unico oggetto. Bensì si tratta di una ben più complessa reminiscenza del modo in cui quell’esperienza di gioco è diventata parte della nostra vita e a contribuito a dare forma alla nostra storia. È un sentimento, la nostalgia, che permea la nostra cultura, ormai pienamente digitale, così a fondo da esserne diventata un [tratto distintivo](http://www.rivistastudio.com/standard/lalgoritmo-della-nostalgia/?ref=flaviopintarelli.it). Impregnati come siamo dall’immediatezza delle interazioni che avvengono in una rete che sempre più [coincide con le piattaforme social](http://www.rivistastudio.com/standard/dominio-zuckerberg/?ref=flaviopintarelli.it), abbagliati dalla velocità con cui circola l’informazione, storditi dall’impressione che tutto prenda forma sotto i nostri occhi e tra le nostre mani, a volte sembriamo dimenticare che il sistema operativo della nostra epoca ha le fattezze dell’archivio. Ciò che rende possibile l’immediatezza che caratterizza la nostra cultura è la sua complementare capacità di archiviazione. Così come il cinema si definisce all’incrocio tra ottica e chimica, il digitale emerge dall’incontro tra la capacità di elaborazione e la capacità di memorizzazione dei nostri computer e delle nostre reti; e la server farm diventa l’immagine più attuale di [tutta la memoria del mondo](https://www.youtube.com/watch?v=i0RVSZ%5FyDjs&ref=flaviopintarelli.it). Il desiderio di poter rivivere il passato - anzi, l’idealizzazione del passato che ci siamo costruiti nel corso della nostra vita - acquisisce oggi una forza senza precedenti e un vastissimo numero di forme. Ostalgia, vintage, retrò sono solo alcune tra le tante che la nostalgia può assumere. È perciò agli sterminati archivi della rete che ci rivolgiamo per combattere quella “ipocondria del cuore” di cui ogni nostalgico accusa graffi e morsi. In questa ricerca del passato perduto You Tube rappresenta una prima tappa, un possibile punto d’ingresso per la ricerca che ci attende. Infatti, sulla piattaforma di videosharing si possono scegliere diversi tipi di filmati che hanno i videogiochi come oggetto. Si va dai commentary degli youtuber più famosi, fino ai cosiddetti [longplay](https://www.youtube.com/channel/UCVi6ofFy7QyJJrZ9l0-fwbQ?ref=flaviopintarelli.it), ovvero clip che mostrano un videogame giocato dall’inizio alla fine e completato al 100%. In mezzo ci sono altre categorie, ad esempio i walkthrough (le guide passo per passo per finire un gioco), i time attack (sfide in cui si cerca di finire un gioco nel minor tempo possibile) o i full/all/whole perfect (ovvero partite in cui i giocatori terminano il gioco ottenendo il maggior punteggio possibile o senza subire danni). L’esperienza di queste visioni solleva all’incirca le stesse emozioni che proviamo guardando un vecchio album di fotografie o un film found footage. L’esplorazione di un archivio è un modo per riattivare in noi quelle emozioni e quelle sensazioni che fino a quel momento restavano chiuse nella nostra memoria. Ma sebbene questo genere di emozione estetica sia piacevole e soddisfacente resta il fatto che si tratta di una fruizione surrogata, perché ciò che distingue i videogame sono l’immersività e l’interattività. Se vi chiedessero di osservare dall’esterno un videogiocatore intento a dedicarsi al suo passatempo preferito, probabilmente la prima cosa che descrivereste di quella persona sarebbe la sua concentrazione. Sguardo attento e guizzante, rapidissimo nel seguire gli spostamenti della moltiplicità di forme e colori che s’accendono e spengono sullo schermo davanti a lui. Muscoli tesi, schiena piegata in avanti, dita frenetiche che martellano tasti e titillano levette, incessantemente. Un videogame non si guarda, si gioca e il suo scopo è quello di [farci vivere un’esperienza](http://www.prismomag.com/storia-dei-videogiochi-esperenziali/?ref=flaviopintarelli.it). Raccolte come quelle ospitate su [archive.org](https://archive.org/details/software?&sort=-downloads&page=2) o progetti come il [Vintage Gaming Network](http://www.vg-network.com/?ref=flaviopintarelli.it) servono proprio a mantenere in vita la possibilità di farci vivere l’esperienza di giochi che oggi sono diventati illeggibili dai nostri hardware. È a questo scopo che sono stati sviluppati i cosiddetti emulatori, software che consentono di eseguire le istruzioni contenute in un codice scritto originariamente per un ambiente hardware differente da quello in cui l’emulatore viene eseguito. Un po’ come se le vecchie console o i cabinati del passato fossero ricostruiti in vitro all’interno dei nostri personal computer, consentendoci così di recuperarne tutti i giochi e la memoria storica e personale che intorno a essi si è sedimentata. Per la nostra generazione di retromaniaci, minacciata dalla sparizione di una parte della propria memoria, archivi ed emulatori si traducono in una forma di intenso piacere che acquista senso solo in questa dimensione profondamente nostalgica, che caratterizza la nostra cultura. È la rassicurante consapevolezza di poter tornare indietro nel tempo, in un epoca d’oro in cui ogni cosa era perfetta, e pura. Una purezza illusoria, effimera, fittizia, che però sappiamo essere ancora lì, a distanza di un clic. ### Au revoir, Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2017/06/26/farwell-prismo/ Last updated: 2018-08-12T21:11:25.000Z *Prismo* chiude, questo è. Lo annuncia oggi la redazione in [un post](http://www.prismomag.com/arrivederci-prismo/?ref=flaviopintarelli.it) dove, oltre a salutare i lettori, vengono spiegate anche le ragioni di questa scelta. Troppa sovrapposizione di temi ed energie con *Il Tascabile*, un altro progetto nato nello stesso ambiente e dallo sforzo delle stesse persone. Le righe che leggete non vogliono essere una disamina dei motivi che hanno portato a questa scelta e nemmeno una riflessione sullo stato dell'editoria italiana, in cui una rivista originale e intelligente non riesce a pubblicare per più di due anni. No, quella che leggete è una lettera d'addio scritta per una testata che, per me, è stata davvero importante. La prima volta me ne parlò Timothy Small, in una chat su Facebook. Qualche giorno dopo sarei dovuto andare a Milano per presentare [*Stupidi Giocattoli di Legno*](https://flaviopintarelli.it/2014/09/22/stupidigiocattolidilegno-arriva-lo-skatemolotov/) e lui mi accennò a un progetto in cui avrebbe voluto coinvolgermi. Ricordo ancora la sensazione che provai, qualche giorno dopo, quando mi disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo, se avessi voglia di "scrivere di *games* per la rivista che stiamo preparando". Il gioco, per me che fino a quel momento avevo scritto quasi solo su blog più o meno piccoli, si faceva più serio, più reale in un certo senso. Qui si parlava di collaborare a un progetto innovativo, con persone che fino a quel momento mi sembravano molto più dentro e più avanti di me nel piccolo grande gioco del giornalismo culturale italiano. E si parlava pure di soldi, cosa piuttosto inusuale da queste parti. Quella serata finii per prendermi una sbornia colossale. E da quel momento, su Prismo, ho scritto sette pezzi firmati più uno che ho coordinato a quattro mani con Raffaele Alberto Ventura. Ma quegli articoli sono solo l'output finale di un lavoro fatto insieme a due editor meravigliosi come Costanzo Colombo Reiser e Valerio Mattioli. Gente che s'è letta i miei pezzi, li ha curati, migliorati e s'è messa d'impegno per accordare la mia voce. E nel farlo mi ha insegnato non solo come si scrive un articolo lungo, ma anche come si fanno le cose, quando le si fanno bene. Senza di loro la mia scrittura sarebbe diversa. Forse mi sarei stufato e nemmeno scriverei più. Ma se le cose non sono andate così il merito è di Prismo e di tutte le persone che in questi anni ne hanno fatto uno dei posti migliori dell'internet nostrano. Solo per questo meriterebbero il più grande dei grazie. Per tutto il resto ci sono queste parole, che non basteranno forse, ma spero si capisca che sono sentite. Au revoir, Prismo ### "Il rischio della narrativa sportiva" su Ultima Pagina URL: https://flaviopintarelli.it/2017/05/12/il-rischio-della-narrativa-sportiva-su-ultima-pagina/ Last updated: 2018-08-13T13:17:23.000Z [*Trentacinque secondi ancora*](http://www.66thand2nd.com/libri/200-trentacinque-secondi-ancora.asp?ref=flaviopintarelli.it) è il secondo libro di Lorenzo Iervolino, in cui l'autore di Ostia racconta la storia dei velocisti neri Tommie Smith e John Carlos. Dopo l'epopea di Socrates, raccontata in [*Un giorno triste così felice*](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/07/02/recensione-a-un-giorno-triste-cosi-felice/?ref=flaviopintarelli.it), la penna di Iervolino torna a occuparsi di una storia in cui sport e politica si legano a doppio filo. Su Ultima Pagina ho intervistato l'autore per parlare del suo nuovo libro e capire qual è lo stato di salute della narrativa sportiva in Italia. > **Dopo quella di Sócrates torni a raccontare un’altra storia dove i confini tra sport e politica si confondono e si intrecciano tra loro. Come mai questa scelta?** > Mi sono fatto la stessa domanda. Dopo l’uscita di Un giorno triste così felice non avrei voluto ritornare sul tema. Il rischio era di ghettizzarmi nella narrativa sportiva, di fare di quel tema la mia missione.Eppure, dopo quel libro, mi era rimasto qualcosa appiccicato addosso. Mi sono accorto di non aver esaurito tutto quello che avrei potuto dire sugli intrecci tra sport e politica. E poi mi ero accorto, portando il libro in giro, che quel tipo di storia aveva un fascino e un potere su ragazzi anche molto giovani e non lettori. Questa consapevolezza mi ha dato una grande spinta, ho pensato che sarebbe stato bello poter raccontare loro un’altra storia di quel genere. [Continua a leggere "Il rischio della narrativa sportiva" su Ultima Pagina](https://www.ultimapagina.net/interviste/intervista-a-lorenzo-iervolino/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Iconografia del potente alla finestra" su L'Indiscreto URL: https://flaviopintarelli.it/2017/03/21/iconografia-del-potente-alla-finestra-su-lindiscreto/ Last updated: 2018-08-13T13:20:03.000Z Da *House of Cards* a Matteo Renzi, da JFK a Mussolini sembra che ci sia un rapporto speciale tra gli uomini di potere e le finestre. Cornici che espongono le stanze segrete alla luce del mondo o palcoscenici da cui affacciarsi per affermare il proprio potere, le finestre hanno una fascino irresistibile per i potenti. In questo breve saggio ho provato a tracciare un percorso attraverso alcune rappresentazioni del potente alla finestra. > Quella del potente davanti alla finestra è una delle iconografie più diffuse del Potere. E non solo per l’intimità esibita che dà al pubblico l’impressione di poter entrare nei suoi palazzi, prendendo parte alle vicende che li abitano. L’uomo di potere davanti alla finestra è, allo stesso tempo, un uomo esposto alla gravità del mondo che urge dall’esterno. [Continua a leggere "Iconografia del potente alla finestra" su L'Indiscreto](http://www.indiscreto.org/iconografia-del-potente-alla-finestra/?ref=flaviopintarelli.it) ### Anna Masera, public editor o private editor? URL: https://flaviopintarelli.it/2017/03/15/anna-masera-public-editor/ Last updated: 2019-12-18T08:56:21.000Z **Edit: dopo la pubblicazione di questo post, grazie a Virginia Fiume che lo ha condiviso e mi ha invitato nel gruppo di Wolf, ho avuto un confronto diretto con Anna Masera e un gruppo di altri giornalisti e professionisti della comunicazione. Una discussione intensa, a tratti aspra, caratterizzata da tutti i tic della comunicazione digitale che come comunità di professionisti (mi ci includo con modestia) stigmatizziamo ma a cui facciamo fatica a sfuggire. Come gesto di buona volontà ho deciso di modificare il titolo del post, che riconosco strillato e poco adatto al dibattito, togliendo l’espressione epic fail. Non posso farlo dai tweet, ma confido basterà.** Sabato, se leggete i giornali penso lo sappiate più o meno tutti, il quartiere di Fuorigrotta a Napoli è stato devastato da orde di manifestanti violenti e black bloc calati da chissà dove per regalare a Salvini, in visita in Campania, un momento di gloria e la corona di martire della libertà d'espressione. *Sono stati brutti momenti, in cui la memoria non può che tornare agli Anni di Piombo. Anni che il Paese non vorrebbe più rivivere. Volano molotov, bruciano utilitarie di poveri cristi. Per un lungo, lunghissimo pomeriggio in città si vivono momenti di guerriglia. Cittadini e manifestanti pacifici sono ostaggio dei violenti e a perderci siamo tutti.* *Ci perde Napoli. Ci perde l'Italia intera, che ancora una volta fa una figura da chiodi di fronte all'Europa grazie a questi professionisti della violenza.* Quello che avete appena letto potrebbe tranquillamente essere un riassunto della copertura mediatica della giornata di sabato da parte dei principali giornali italiani. ![Scontri Napoli Salvini Fanpage](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/03/Scontri-Napoli-Salvini-Fanpage.jpg) ![Scontri Napoli Salvini Mattino](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/03/Scontri-Napoli-Salvini-Mattino.jpg) ![Scontri Napoli Salvini Messaggero](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/03/Scontri-Napoli-Salvini-Messaggero.jpg) Per trovare una versione un po' meno truce, basterebbe farsi un giro tra i media di movimento. Dove circolano diversi video che smentiscono la ricostruzione diffusa dai giornali. Intendiamoci, gli scontri ci sono stati e sono stati pure aspri. Ma di molotov e auto bruciate davvero non se ne sono viste. Basta dare un'occhiata ai [video di Local Team](https://www.youtube.com/channel/UCb06zgE7f5ItdRI5WEXT1AQ?ref=flaviopintarelli.it) (che pure confonde per molotov un paio di fumogeni) per accorgersi che quei dettagli sono ampiamente esagerati e fantasiosi, per non dire artefatti. Unico tra i grandi quotidiani italiani, *La Stampa*, provvede a rettificare l'[articolo sulla manifestazione](https://twitter.com/LaStampa/status/841264655775416321?ref=flaviopintarelli.it). Dalle molotov si passa ai petardi, le auto bruciate diventano cassonetti. > L'articolo [@LaStampa](https://twitter.com/LaStampa?ref=flaviopintarelli.it) è stato corretto, a [#Napoli](https://twitter.com/hashtag/Napoli?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) non erano molotov e auto incendiate, ma petardi e cassonetti: [https://t.co/lsEZDLe9tT](https://t.co/lsEZDLe9tT?ref=flaviopintarelli.it) > > — Anna Masera (@annamasera) [13 marzo 2017](https://twitter.com/annamasera/status/841330905423761408?ref=flaviopintarelli.it) La rettifica è "lanciata" da [Anna Masera](https://twitter.com/annamasera?ref=flaviopintarelli.it), Public Editor del quotidiano, su Twitter. Sull'articolo è indicata, ma in piccolo, all'inizio e alla fine del testo. Non il massimo come leggibilità; all'estero segnalare gli edit sugli articoli è prassi comune, ma da noi anche solo riconoscere un errore e correggerlo è un gesto apprezzabile. Meno apprezzabile quello che accade dopo. Diversi utenti infatti cominciano a chiedere spiegazioni a Masera. Com'è possibile che un quotidiano così importante possa prendere una svista così grande, operando in un ecosistema informativo contraddistinto da una grande disponibilità di fonti primarie? La risposta di Masera lascia un po' l'amaro in bocca. > [@zimok](https://twitter.com/zimok?ref=flaviopintarelli.it) era un'informazione fonte ANSA purtroppo imprecisa, abbiamo potuto verificare solo dopo > > — Anna Masera (@annamasera) [14 marzo 2017](https://twitter.com/annamasera/status/841583831878631424?ref=flaviopintarelli.it) Davvero un quotidiano importante e [digitalmente alfabetizzato](http://www.lastampa.it/2017/02/06/speciali/150-anni/la-rivoluzione-che-ha-abbattuto-la-barriera-tra-carta-e-digitale-eRk0ANuFxz9YfuoaNp7u6J/pagina.html?ref=flaviopintarelli.it) come *La Stampa* rilancia [un'ANSA](http://www.ansa.it/campania/notizie/2017/03/10/salvini-a-napoli-occupata-la-sala-dove-domani-parlera%5F9a5bc079-7053-47bb-9e21-fe3deca26ef6.html?ref=flaviopintarelli.it) senza prima verificare il contenuto dell'agenzia? Posso capire che anche a *La Stampa* non ci siano risorse per avere due inviati sul posto, uno a seguire il comizio di Salvini e l'altro al seguito del corteo. Ma non occorre essere Andy Carvin per fare una ricerca in rete e trovare diverse fonti dirette per verificare quel lancio di agenzia. Sarebbe bastato cercare uno dei tanti streaming che documentavano il corteo e avere un minimo di conoscenza delle tattiche di piazza per accorgersi che molotov e auto bruciate erano un falso. Uno scrupolo che avrebbe risparmiato alla testata una brutta figura e le energie spese a spiegare una scelta discutibile. È esattamente questo che, ieri sera, ho provato a chiedere a Masera. > Quindi [@annamasera](https://twitter.com/annamasera?ref=flaviopintarelli.it) ci stai dicendo che nel 2017 prendete un ANSA, pubblicate e verificate dopo. E i social? Gli streaming? Il 2.0? [@zimok](https://twitter.com/zimok?ref=flaviopintarelli.it) > > — El\_Pinta (@El\_Pinta) [14 marzo 2017](https://twitter.com/El%5FPinta/status/841719669576867841?ref=flaviopintarelli.it) La risposta mi ha lasciato un po' interdetto. ![Anna Masera](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/03/Anna-Masera-1.png) In primo luogo non posso chiederlo agli altri, visto che nessun'altro quotidiano ha un public editor che dialoga sui social. In secondo luogo, "lo hanno fatto tutti" non mi pare una giustificazione valida. Se i principali quotidiani nazionali danno una notizia falsa, senza nemmeno verificarla, vuol dire che ci sono un problema sistemico e un deficit di professionalità piuttosto gravi. E, come dice qualcuno in rete, viene il sospetto che questo tipo di errori siano voluti...*fake news* anyone? > [@GuidoRusticoni](https://twitter.com/GuidoRusticoni?ref=flaviopintarelli.it) [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) [@annamasera](https://twitter.com/annamasera?ref=flaviopintarelli.it) [@zimok](https://twitter.com/zimok?ref=flaviopintarelli.it) anzi. Se "sbagliano" tutti uno è portato a pensare che lo "sbaglio" sia volontario > > — Lev Petrovitch ☭ (@levpetrovitch) [15 marzo 2017](https://twitter.com/levpetrovitch/status/841907464132005888?ref=flaviopintarelli.it) A questo punto i più attenti di voi avranno notato una cosa. Come mai in tutto questo post tutti i tweet sono incorporati direttamente, tranne uno? La risposta è semplice, a un certo punto della discussione Anna Masera ha prima cancellato i suoi tweet (ecco perché la sua ultima risposta è riportata tramite uno screenshot che sono riuscito a fare appena in tempo) e poi ha deciso di bloccarmi. ![Anna Masera blocco](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/03/Anna-Masera-blocco.JPG) Può essere che io sia stato fumantino, e magari anche un po' rompicoglioni nei miei tweet. Ma non ho mai trasceso nell'insulto o nell'attacco personale. > [#epicfail](https://twitter.com/hashtag/epicfail?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) di [@annamasera](https://twitter.com/annamasera?ref=flaviopintarelli.it) le chiedi perché non fanno 2.0 journalism e lei svicola dicendo "lo fanno anche gli altri" [https://t.co/NgXD6spLxr](https://t.co/NgXD6spLxr?ref=flaviopintarelli.it) > > — El\_Pinta (@El\_Pinta) [15 marzo 2017](https://twitter.com/El%5FPinta/status/841906893870239744?ref=flaviopintarelli.it) Mi sono limitato a domandare come mai un [quotidiano che partecipa e vince bandi per l'innovazione digitale](http://www.lastampa.it/2016/11/18/italia/cronache/la-stampa-vince-il-bando-per-il-giornalismo-digitale-hxizPrimKcEoaiRQDv7NeM/pagina.html?ref=flaviopintarelli.it) commetta errori così grossolani, che si sarebbero potuti evitare usando semplici strumenti di giornalismo digitale a disposizione praticamente di chiunque. A questo punto mi chiedo anche a cosa serva un public editor che, pungolato con un po' di salacità, reagisce prima svicolando dalla risposta, poi cancellando i propri tweet e, infine, bloccando l'interlocutore e qualsiasi ulteriore possibilità di dialogo. Più che da public editor, questo mi pare un atteggiamento da private editor. O mi sbaglio? ### Taccuino degli appunti - una croce al cimitero URL: https://flaviopintarelli.it/2017/03/14/taccuino-degli-appunti-una-croce-al-cimitero/ Last updated: 2018-08-13T13:24:33.000Z Domenica scorsa - a margine della prima, breve uscita stagionale scarponi ai piedi - sono entrato per la prima volta nel cimitero militare di San Giacomo. Ci passo davanti cinque giorni su sette; ogni settimana da quando l'azienda si è trasferita e io ho preso ad andare in ufficio in autobus. Prima di allora ci sarò comunque passato davanti un bel numero di volte. Ma non lo avevo mai visitato. Mi piacciono i cimiteri. Soprattutto durante le prime belle giornate di primavera, quando il sole non ha ancora la forza di riscaldare l'aria fresca mossa dal vento e passeggiare tra croci e lapidi è un'attività tutto sommato piacevole. Le tombe poi, in particolare quelle anonime, sono come tante, piccole storie potenziali ancora da raccontare. Gironzolare tra di loro è come farsi una passeggiata tra un enorme numero di trame e sottotrame possibile che nessuno si è ancora preso la briga di raccontare. Come sarà morto quell'uomo che indossa un bizzarro cappello. Quante cose avrà visto, nella sua vita, questa donna che mi occhieggia sospettosa. E così mi perdo a osservare date di nascita e luoghi di morte. Cos'è successo in quell'anno? Quale storia ti avrà condotto a morire in questa città così distante da casa tua? Domande a cui, un giorno, io o qualcun'altro magari si prenderà la briga di dare una risposta. O forse no. Non è questa l'essenza della caducità della vita in onore della quale, su questa terra, costruiamo per i nostri morti piccole case e città in miniatura? Tra questi morti poi ci sono molti soldati, caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Gente che, a pensarci bene, la Storia l'ha vissuta per davvero. Basta guardare con attenzione dati e nomi. Stalingrado 1943, Grecia 1944, Tunisia (sulla costa) 1944 E poi Yugoslavia 1942, Russia 1944, Cassino 1944. Non serve essere esperti per accorgersi che qui sono seppelliti quegli altoatesini che combatterono sotto le insegne della Wehrmacht o delle SS. Una sfilata di date e luoghi che riporta alla mente ricordi da sussidiario di scuola: linee del tempo, cartine, fotografie, trafiletti. Poi qualcosa inceppa il meccanismo che porta avanti questa processione di frammenti di Storia. Una data e un luogo, inusuali. Indocina, 1954. Com'è morto in Indocia, quasi dieci anni dopo la fine della guerra, questo tale, Rudolf Altadonna, che nella foto scruta ancora l'orizzonte alla mia destra col suo elmetto da fante ben calato in testa? Due croci più in là, un altro nome. Stesso luogo e stessa data di morte. Ora varco per la seconda volta il cancello del cimitero. Ritorno al mondo dei vivi, che m'accoglie col puzzo di piombo della strada e il caldo che sale dal cemento. Dentro, però, m'è rimasto appiccicato qualcosa. *Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, molti soldati nazisti, prigionieri dei francesi, scelgono di arruolarsi nella Legione Straniera. Tra di loro ci sono sbandati e criminali di guerra, gente che ha ben pochi motivi per tornare a casa. Si trovano così a combattere per l'ex nemico, che li impiega contro i Vietminh comunisti che nel 1945 avevano dichiarato l'indipendenza dell'Indocina Francese, il Vietnam. Erano 20.000 o 30.000 uomini, più o meno la metà dei 70.000 effettivi schierati dalla Francia negli ultimi fuochi dell'avventura coloniale asiatica. Le loro storie sono state scoperte e raccontate nel libro "L'Ennemi utile", dal ricercatore francese Pierre Thoumelin.* Fonti: [Indochine: la légion des inconnus de la Wehrmacht](http://www.liberation.fr/planete/2014/03/05/indochine-la-legion-des-inconnus-de-la-wehrmacht%5F984735?ref=flaviopintarelli.it) ### "Diario di uno scavo sotto la perfezione dell’Alto Adige" su Internazionale URL: https://flaviopintarelli.it/2017/03/02/diario-di-uno-scavo-sotto-la-perfezione-dellalto-adige-su-internazionale/ Last updated: 2018-08-16T15:45:08.000Z Ho sempre pensato che all'Alto Adige, la mia provincia, quella in cui sono nato e vivo, sia sempre mancata una voce in grado di raccontarla per quello che era al di sotto dei suoi cliché più diffusi. Pare che negli ultimi anni qualcosa sia cambiato. Da fuori, gente come Wolf Buckowski e Wu Ming 1 hanno provato a calcare le nostre strade per restituirle in frasi e parole. Da dentro l'ha fatto Daniele Rielli con uno dei suoi saggi raccolti da Adelphi in *Cronache del mondo nuovo*. E anche io, qualche settimana fa, ho provato a fare lo stesso. *Diario di uno scavo sotto la perfezione dell'Alto Adige* è un reportage narrativo in cui, in un ipotetico viaggio da nord a sud, provo a raccontare la mia provincia per come la sento e vivo ogni giorno. È uno sguardo parziale, da turista ben informato. Ed è uno sguardo personale, un lavoro sulla prima persona, singolare e plurale. Un modo per mettere sulla carta quello che penso del luogo in cui abito e verificare se si tratta di sensazioni mie soltanto, oppure se c'è qualcosa di condiviso in tutto questo. Il testo lo trovate su *Internazionale*. Buona lettura... > Già, le Chiuse. Due contrafforti di roccia che segnano il confine con il Trentino, stringendo la valle dell’Adige a non più di due chilometri di larghezza. Un’orografia naturalmente difensiva che pare studiata a bella posta per enfatizzare il senso di distacco di cui l’Alto Adige sembra voler godere rispetto all’Italia. [Continua a leggere "Diario di uno scavo sotto la perfezione dell’Alto Adige" su Internazionale](http://www.internazionale.it/reportage/flavio-pintarelli/2017/02/18/diario-alto-adige?ref=flaviopintarelli.it) ### Perché la scienza non può non essere democratica, spiegato molotov URL: https://flaviopintarelli.it/2017/01/03/scienza-democrazia-burioni/ Last updated: 2019-12-18T09:40:45.000Z [Il Post Flashes](http://www.ilpost.it/flashes/?ref=flaviopintarelli.it) è la sezione del noto quotidiano online che si occupa delle stramberie dell'internet. Notiziole croccanti, di rapido consumo, trovate scartabellando qua e la tra blog e social network. Una sorta di Colonna di Destra amputata dalla home page. Che è una soluzione tutto sommato abbastanza elegante per fare quello che non piace a nessuno ma è necessario per portare a casa la pagnotta. Generare un sacco di clic con contenuto di puro *infotainment*. Di tutto questo io sarei ignaro, se non fosse che nella giornata di ieri un post pubblicato sulla pagina Facebook de Il Post Flashes ha cominciato a spuntarmi in bacheca, condiviso da più di qualche amico. Il post in questione è il seguente: Riporta un commento apparso sulla pagina Facebook [Roberto Burioni, Medico](https://www.facebook.com/robertoburioniMD/?fref=ts). Che è, per chi non la conoscesse, una pagina di debunking in cui il dott. Burioni -medico, virologo e microbiologo - si occupa di fare divulgazione sul tema dei vaccini. Nel commento - glorificato da ben 2100 mi piace, come [specifica la breve](http://www.ilpost.it/flashes/roberto-burioni-scienza-non-democratica/?ref=flaviopintarelli.it) de Il Post Flashes - Burioni spiega di non accettare commenti sulla sua pagina "perché la scienza non è democratica". E qui mi si chiude un filo la vena. Perché il tono generale con cui l'affermazione è stata accolta lo riassume perfettamente il post con cui Il Post Flashes lancia su Facebook la sua breve: un laconico quanto trionfante "eroe". Ma anche no. ![Esplosione atomica](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/01/Esplosione-atomica.jpg) --- ## Il diritto di non essere democratici Siccome dell'argomento ho già discusso abbondantemente su Facebook, parto da una premessa: ognuno di noi ha il diritto di non essere democratico. Specialmente su internet. Un esempio è Giap, il blog dei Wu Ming. Giap non è democratico, lì dentro vale il metodo Saint Just. Ovvero ci sono delle regole per il dibattito, o ti ci attieni o vieni bannato. E non c'è nulla di male in questo. Lo ripeto a scanso di equivoci: su internet ognuno di noi ha il diritto di non essere democratico. Perciò se Burioni voleva intendere che sulla sua pagina lui fa quel cazzo che vuole e cancella tutti i commenti era liberissimo di farlo, però sarebbe stato meglio se avesse scritto "io non sono democratico". Forse prendeva qualche like in meno, ma evitava di dire una scemenza. Si potrebbe anche discutere se un social network con un miliardo di utenti sia il posto giusto per fare divulgazione scientifica senza volersi aprire al possibile dibattito. Secondo me no, visto che la possibilità del dibattito è incorporata nell'esperienza utente di Facebook. L'errore di Burioni è doppio: attribuisce alla scienza il suo legittimo non voler essere democratico e lo fa come conseguenza di un proprio errore di valutazione. Nulla di grave, in fondo Burioni non è un comunicatore. Ma allora avrebbe dovuto lasciare questo mestiere a chi lo sa fare, perché la comunicazione è una scienza e in quanto tale non è democratica. Fatal error. La soppressione del dibattito e la creazione di un dogma di fede è il punto a cui si arriva portando alle estreme conseguenze l'idea che la scienza non sia democratica. E arrivati a questo punto, cosa succede? ![Esplosione atomica 2](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/01/Esplosione-atomica-2.jpg) --- ## Non è debunking, ma un pregiudizio di conferma Succede che involontariamente Burioni ha "esposto la propria filosofia della comunicazione della scienza e la propria visione del rapporto tra scienza e società", come fa notare Antonio Scalari su Valigia Blu, in un articolo intitolato [*La scienza non si comunica a suon di schiaffi*](http://www.valigiablu.it/scienza-democrazia-vaccini/?ref=flaviopintarelli.it). Negando il dibattito, Burioni adotta una forma di comunicazione scientifica che non è disposta a difendere la propria veridicità proprio con quelli che dovrebbero essere i suoi primi interlocutori: i dubbiosi e gli scettici. Gente fastidiosa e irritante, siamo d'accordo, ma è a loro che un debunker dovrebbe provare a parlare, se l'obiettivo del suo lavoro è quello di diffondere una conoscenza veridica e basata sui fatti. Rifiutando il confronto in questi termini, Burioni dimostra di volersi rivolgere solo a chi ha già un opinione precisa in merito, coincidente con la sua. In questo modo il suo lavoro non fa altro che rafforzare un pregiudizio di conferma, polarizzando il dibattito dentro una camera dell'eco. ![Esplosione atomica 3](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2017/01/Esplosione-atomica-3.jpg) --- ## La democrazia è una pigna in culo, ma è necessaria E da dentro una camera dell'eco è abbastanza facile finire a pensare che la democrazia sia solo una fastidiosa pigna nel culo. Perché dover negoziare le proprie verità con una massa di interlocutori fortemente polarizzati e sostanzialmente incapaci di ascoltare costa tempo, fatica e, spesso, non serve a niente. Ma la democrazia è una pigna in culo necessaria. Perché se si sottrae al controllo democratico, ogni Potere rischia di diventare totalitario. E una scienza totalitaria, perché anche la scienza è un Potere, è qualcosa che vorremo evitare di vedere ancora. Il punto della questione sta proprio qui. Troppo spesso in questi anni ho sentito gente "insospettabile" lamentarsi della democrazia quando le cose non vanno come piace a loro. Berlusconi vince le elezioni? Vincoliamo il diritto di voto a un esame di intelligenza. I vecchi hanno votato in massa Brexit? Dimezziamo il valore del loro voto, non possono decidere sul nostro futuro. I giovani hanno votato No al Referendum? Non facciamoli votare perché non si informano. Gli antivaccinisti contestano i vaccini? Obliteriamoli dal dibattito perché non sanno di cosa parlano. La democrazia può essere estenuante, è vero. È pure imperfetta, piena di storture e di problemi, ma è l'unica forma di governo che sia stata in grado di garantire un labile equilibrio tra i Poteri e tra le classi. Perché la nostra è una società in cui le divisioni di classe hanno ancora un peso nel definire i rapporti di potere. Autorappresentarsi come parte della classe (dis)agiata a cui saranno riconosciuti i diritti democratici in base a un qualche merito non meglio definito significa non aver presente il banale dato di fatto che non siamo noi ad aver il potere decisionale. Perciò, in un mondo che comunica con micorporzioni di informazioni infinitamente replicabili e che agiscono decontestualizzate, questa tendenza a sminuire la democrazia e i suoi processi mi pare possa avere solo esiti indesiderabili. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno oggi è un meme che ci dica che la scienza ha il diritto di non essere democratica. ### Recensione a Figli della Stessa Rabbia, un noir di rivolta e di vendetta URL: https://flaviopintarelli.it/2016/07/26/recensione-figli-della-stessa-rabbia/ Last updated: 2018-08-16T15:48:32.000Z Criticando la retorica della fuga dei cervelli da una prospettiva *working class*, Alberto Prunetti proponeva, in un [articolo uscito su Lavoro Culturale](http://www.lavoroculturale.org/critica-del-cervellone-fuga-un-punto-vista-working-class/?ref=flaviopintarelli.it), cinque "piccoli consigli preparatori a un soggiorno di lavoro/emigrazione/fuga". > 1 **Calca il suolo delle periferie** delle metropoli, che sono i luoghi per cui vale oggi quello che Luciano Bianciardi diceva un tempo delle province, ovvero che è qui che i fenomeni di trasformazione sociale si colgono in maniera più lampante. > 2 **Chiediti perché** gli europei sono definiti “ex patriate” e i migranti del cosiddetto terzo mondo vengono etichettati come “emigrati”, “poveracci in fuga dalla miseria”, etc etc. Non definirti “expatriate”, non considerarti in “diaspora” fino a quando qualcuno attorno a te stigmatizza i migranti. Siamo tutti parte di un esodo in corso nel divenire della specie umana. Non abboccare a chi divide tra erasmus vs migranti; locals vs foraigners; primo vs terzo mondo. > 3 **Leggi la realtà** e il viaggio con uno sguardo obliquo. Passa dalle porte strette (lo so, è un po’ evangelico), diffida dalle scorciatoie. Dopo aver preso una scorciatoia ad alta velocità, chiediti cosa ti stai perdendo rispetto al cammino irto di una passeggiata nel lungovalle. > 4 **Entra nei panni** degli altri ma conserva un po’ scetticismo libertario. Fai esercizio di relativismo eppure diffida dagli eccessi di culture, il culturalismo estremo è una nuova variante di razzismo. > 5 **Frequenta le subculture popolari**, qualsiasi sia la tua latitudine. L’internazionalismo working class è l’unica globalizzazione che non fa vittime ma scopre compagni di strada, dalle Ande a Oxford, da Grosseto all’Himalaya. Una lista a cui mi è capitato spesso di pensare, mentre avanzavo tra le pagine di [*Figli della stessa rabbia*](http://www.agenziax.it/figli-della-stessa-rabbia/?ref=flaviopintarelli.it), un noir di rivolta (così recita il sottotitolo) scritto da Matteo Di Giulio per Agenzia X. *\[full disclosure: Agenzia X, che ringrazio per avermi mandato il libro, è la casa editrice con cui ho pubblicato Stupidi Giocattoli di Legno. Libro di cui Matteo è editor. Questo non ha influenzato il mio giudizio sul suo lavoro, tanto meno la decisione di parlarne su queste pagine. Ma era giusto che voi lo sapeste\]* Se non fosse che i due scritti sono usciti quasi contemporaneamente, verrebbe da pensare che il romanzo sia una perfetta esecuzione della partitura proposta dall'articolo. *Figli della stessa rabbia* infatti è allo stesso tempo la storia di un soggiorno di lavoro, di un'emigrazione e di una fuga. Il protagonista è un quarantenne italiano che vive da irregolare ad Amsterdam, città nella quale è fuggito diversi anni prima e dalla quale viene costretto a fuggire dopo che un controllo nel ristorante dove lavora come cameriere gli frutta un ordine di espulsione. ![Scontri EXPO Milano 2015](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/07/Scontri-EXPO-Milano-2015.jpg) Ad attenderlo c'è la Milano infregolata dall'inaugurazione imminente dell'EXPO. Una città di cui ci vengono mostrate le pieghe, i risvolti e le zone su cui i grattacieli della speculazione edilizia gettano le loro ombre. Sono le periferie, il cui suolo Prunetti ci invita a calcare, che fanno da sfondo alle vicende del romanzo. Luoghi in transizione, attraversati da un'umanità residua che produce comunque le sue eccedenze. Qui s'incontrano [la città che non esiste più con quella che potrebbe essere](http://www.thetowner.com/it/giambellino-story/?ref=flaviopintarelli.it). Qui si producono le contraddizioni e le divisioni che attraversano il corpo della società. Prima fra tutte quella che tra autoctoni e stranieri. Una frattura che il protagonista ricompone nel segno della sua doppia estraneità. > «Sono novecentocinquanta euro netti al mese. Quaranta ore a settimana, altrettanto al mese di straordinari forfettari. Questi ultimi in nero, e niente buoni pasto. La pausa pranzo è di mezz'ora, ma se non ti va bene...» > «Per me è okay.» > «Ah, di solito gli italiani sono schizzinosi» Non più autoctono e neppure straniero, sarà la classe a definire la sua appartenenza; e la classe che gli spetta è una sola, quella degli sfruttati. Figli della stessa rabbia, appunto, alla cui famiglia appartengono anche Carlos e la sorella. Due immigrati peruviani che adottano il protagonista, aprendogli le porte della loro famiglia in nome della comune appartenenza al popolo nascosto nelle pieghe del lato in ombra della crisi globale. E quando Carlos finisce brutalmente pestato ai margini degli scontri della May Day Parade del 2015, sarà in nome di questa solidarietà che il protagonista spingerà la sua vendetta fino alle estreme conseguenze. Scandito da una rabbiosa colonna sonora punk, *Figli della stessa rabbia* è una storia di rivalsa di classe che usa le consuetudini del noir per raccontare i lati in ombra di quest'epoca, con la precisione che si richiederebbe a un reportage giornalistico. Precariato, razzismo, prevaricazione non sono solo lo sfondo su cui ambientare una storia. Bensì i meccanismi da cui nasce una narrazione che prova a spiegarne le cause e i motivi, mentre mette in scena una vicenda che fino all'ultimo secondo coinvolge il lettore nella sua spirale di vendetta della cui buona riuscita si dubita costantemente fino all'ultima riga. Come nella miglior tradizione del genere, *Figli della stessa rabbia* racconta il mondo che viviamo facendovi indossare le lenti attraverso cui lo osservano i dannati di questa società. E se leggendolo non vi ribolle il sangue nelle vene dovreste chiedervi se, crescendo, non abbia finito per annacquarsi. ### "Il piacere di farsi editare" su Ultima Pagina URL: https://flaviopintarelli.it/2016/07/15/il-piacere-di-farsi-editare-su-ultima-pagina/ Last updated: 2018-08-16T15:51:39.000Z Da quando scrivo ho avuto molto a che fare con gli editor. Da quando è accaduto la prima volta, mi sono sempre domandato perché questi professionisti della filiera editoriale attirino così tanto odio da parte di scrittori e aspiranti scrittori. Farsi editare è una delle migliori esperienze che un autore possa fare. Il confronto con un'altra persona aiuta a crescere e a migliorarsi. Ma, soprattutto, è una straordinaria medicina per la più mortale delle malattie che affligge gli scrittori: l'ego. Pubblicato su *Ultima Pagina*, *Il piacere di farsi editare* è una breve lettera d'amore e di stima dedicata a tutti i miei editor. Con la speranza che queste parole bastino a ripagarli del lavoro e degli sforzi fatti. > Col tempo, e dopo esser stato editato molte volte, sono giunto alla conclusione che tutto l’astio nei confronti di questa categoria professionale, il cui lavoro consiste nel curare l’edizione di un libro, aiutandolo a esprimere tutto il suo potenziale, sia solo una questione di ego. Eh si, perché affidarsi alle mani di un editor è una delle cose che più mette alla prova il nostro amor proprio. [Continua a leggere "Il piacere di farsi editare" su Ultima Pagina](http://www.ultimapagina.net/approfondimenti/piacere-editing/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Non si sfugge al Krampus" su L'Indiscreto URL: https://flaviopintarelli.it/2016/07/11/non-si-sfugge-al-krampus-su-lindiscreto/ Last updated: 2019-12-18T10:45:48.000Z La scorsa settimana, su *L'Indiscreto*, rivista culturale curata da Francesco D'Isa, sono andato alla ricerca del Krampus e delle sue storie. Se non conoscete questa figura demoniaca che popola le leggende alpine, questo è un buon punto di partenza. > La notte di ogni sei di dicembre, i Krampus sfilano in corteo tra le vie e i vicoli dei paesi. Li precedono i cupi rintocchi dei campanacci che portano legati alla vita e il raschiare dei chiodi che bloccano le suole dei loro pesanti scarponi. Alta e scoppiettante, una pira arde al centro della piazza, proiettando sulle pareti degli edifici circostanti le ombre grottesche dell’infera processione. Avvolti di pelli, con maschere ferine al posto del viso, i Krampus si riprendono ciò che un tempo lontano, ormai dimenticato, era la loro dimora. [Non si sfugge al Krampus!Il primo ricordo che ho del Krampus è in una foto conservata negli album di![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2019/01/favicon.png)L'INDISCRETO![](https://www.indiscreto.org/wp-content/uploads/2016/06/WEB_krampus_690-824x549.jpg)](http://www.indiscreto.org/non-si-sfugge-al-krampus/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Non si sfugge al Krampus" su L'Indiscreto ### Solo un altro post su Game of Thrones - recap della sesta stagione URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/28/game-of-thrones-recap-sesta-stagione/ Last updated: 2019-12-18T10:28:57.000Z Se l’universo di *Game of Thrones* non è altro che una pangea narrativa, la stagione appena trascorsa rappresenta il culmine della tettonica a placche che ne sta ridisegnando i confini. Si vocifera da tempo che la sesta stagione sarà di fatto la penultima dello show. Secondo i rumors, i produttori hanno deciso di [dividere in due parti il finale della serie](https://variety.com/2016/tv/news/game-of-thrones-end-date-season-8-1201752746/?ref=flaviopintarelli.it), così come era già successo a Mad Men. La settima e l’ottava stagione dovrebbero perciò essere due miniserie, a cui toccherà il compito di chiudere tutti gli archi narrativi della saga. Per essere certi di quale sarà il destino di Westeros e dei Sette Regni dovremo perciò aspettare ancora un bel po’. Eppure, come in una delle peregrinazioni spazio temporali di Brandon Stark, la sesta stagione sembra mostrarci in filigrana quale potrà essere la fisionomia del mondo che verrà. Perché - e questa stagione lo ha reso sempre più evidente - *Game of Thrones* non è soltanto una meditazione sulla ricerca del potere, ma una vera e propria teoria del cambiamento. ### Spoiler Line **Gentile lettore questo recap è pieno zeppo di spoiler della sesta stagione. Perciò se ti manca ancora qualche puntata o non ci sei ancora arrivato fermati qui, salva questo post tra i preferiti e torna a leggerlo quando sarai in pari. *What is dead may never die*...** ![GOT recap Ser Davos Seaworth](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/06/GOT-recap-Ser-Davos-Seaworth.jpg) --- ## Staroe i Novoe o fondamenti di una teoria del potere Partiamo dal principio. La stagione inizia tracciando un parallelo tra quanto succede a Mereen e quanto accade a King’s Landing. All’ombra della grande piramide, la rivolta dei figli dell’Arpia ha allontanato Daenarys lasciando una città squassata da tensioni interne nelle mani del quartetto composto da Tyrion, Varys, Missandei e Verme Grigio che insieme costituiscono l’equivalente del concilio ristretto della capitale dei Sette Regni. Ai piedi delle mura della Rocca Rossa, invece, il culto militante ha di fatto preso il controllo della città, esautorando il concilio ristretto controllato fino ad allora da Cersei. Entrambe le città vivono dunque un vuoto di potere. La differenza è il modo in cui i due concili ristretti affrontano questa vacanza. Se Tyrion e Varys possono permettersi di camminare per le strade di Mereen senza doversi preoccupare troppo, i membri del concilio ristretto di Approdo del Re restano confinati tra le mura del palazzo, più impegnati a perseguire il proprio interesse ai danni l’uno dell’altro che non a capire come governare la crisi che attraversa la città. L’esito di questo atteggiamento è il capolavoro politico dell’Alto Passero che, di fronte alla città riunita per assistere al cammino della vergogna di Maergery, instaura il cesaropapismo e toglie al concilio ristretto anche l’ulitmo birciolo di potere che gli era rimasto. Al di là del mare Tyrion persuade i suoi a scegliere la diplomazia e stipula un accordo coi Buoni Padroni di Astapor. Il nano ottiene la pace in città, a cui segue un periodo di prosperita, e riesce a imporre ai suoi avversari il programma “fine della schiavitù in sette anni”. Sarebbe un buon accordo, se non fosse che agli schiavisti il concetto di “fedeltà alla parola data” risulta poco comprensibile. Ma l’idea di rinunciare alle proprie tradizioni risulta indigesta ai mercanti di uomini, che allestiscono una flotta e assediano la città dal mare. Una scelta avventata, quando dall’altra parte c’è una regina, pardon una Khaleesi, che può contare su tre draghi e un’orda di Dothraki al seguito. Il ritorno di Daenarys dall’esilio mette fine alla schiavitù ben prima dei sette anni negoziati da Tyrion, consegnadole il controllo totale sul Sud. I paralleli tra linee narrative non si esauriscono qui. L’intera stagione sembra essere costruita su continui rimandi tra diverse situazioni che si sviluppano nelle varie zone del mondo raccontato dalla serie. A nord, ad esempio, la resurrezione di Jon Snow e l’arrivo di Sansa al Castello Nero danno vita a un terzo concilio ristretto. Oltre ai due fratelli, ne fanno parte Ser Davos Seaworth, Melisandre e, più defilato, Tormund. L’esito di questo sodalizio è la vittoria nella Battaglia dei Bastardi e la riconquista del Nord da parte degli Stark, con l’aiuto determinante della cavalleria della Valle. L’asse del potere si è dunque spostato dal centro (Approdo del Re) alla periferia (Mereen e Grande Inverno). La fine della stagione sembra aver decretato la fine di un ciclo geopolitico e l’apertura su un nuovo assetto del mondo di *Game of Thrones*. Tra il vecchio mondo e quello nuovo che si sta delineando, la differenza è che in quest’ultimo il potere sembra aver smesso di dover essere appannaggio esclusivo di una persona. A dominare l’orizzonte politico è una teoria del potere basata sulla sua condivisione. Laddove il potere viene condiviso (Mereen) si prendono le decisioni più vantaggiose, mentre quando si sceglie di non farlo (ad Approdo del Re, ma anche a Grande Inverno) il rischio è quello dell’annientamento totale. Gestire il potere, sembrano dirci gli sceneggiatori, è una questione di delega. ![GOT recap Lyanna Mormont](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/06/GOT-recap-Lyanna-Mormont.png) --- ## Prove di matriarcato [Non sono stato l’unico a notarlo](https://www.vice.com/read/the-women-are-winning-game-of-thrones?ref=flaviopintarelli.it), ma nella sesta stagione di *Game of Thrones* abbiamo assistito a una netta affermazione del genere femminile, di cui Daenarys e Sansa hanno rappresentato l’alpha e l’omega, con Cersei nel ruolo di “lato oscuro della forza”. La prima si prepara a invadere Westeros grazie all’accordo stretto con Yara Greyjoy, donna dalla tempra notevole in favore della quale il fratello Theon ha abbandonato le sue pretese al trono della Isole di Ferro. Mentre la seconda non solo ha riportato i vessilli degli Stark a sventolare sui bastioni di Grande Inverno, ma lo ha fatto dimostrando lungimiranza, crudeltà e opportunismo. Doti invidiabili per chiunque aspiri ad avere un ruolo di spicco nella politica dei Sette Regni. Purtroppo solo la presenza ingombrante del fratellastro Jon Snow, acclamato a gran voce nuovo “King in the North” dai suoi vassalli, le ha impedito di completare la sua ascensione verso il potere. L’avvento del matriarcato è così la seconda grande corrente di cambiamento che ha attraversato l’universo narrativo della serie durante questa stagione. Dal vecchio al nuovo mondo, il potere non è solo passato dal centro alla periferia, ma sembra star transitando anche dalle mani degli uomini a quelle delle donne. E a cambiare, in questa transizione, è anche il modo in cui il potere viene ottenuto e tramandato. Se il mondo all’inizio della serie metteva in scena un potere legato al sangue e alla dinastia, dove le lotte per il suo controllo passavano innanzitutto per la verifica e la messa alla prova delle genealogie, oggi il potere deriva innanzitutto dall’esperienza e dalla sofferenza. Tanto Sansa quanto Daenarys cominciano il loro percorso venendo vendute - la prima metaforicamente, la seconda letteralmente - a un rappresentante del potere maschile. Solo a costo di grandi difficoltà e sofferenze finiscono per affrancarsi dalla loro condizione. Inoltre, mentre avanzano lungo il loro percorso è il concetto stesso di potere maschile che finisce per sgretolarsi e bruciare, insieme ai suoi rappresentanti. Se si esclude il nuovo sovrano di Grande Inverno, il cui sguardo però sembra guardare più oltre la Barriera che non a sud verso il Trono di Spade, alla fine della sesta stagione non c’è alcun maschio che occupi una posizione di potere rilevante nella geopolitica dello show. Da Jamie Lannister a Jon Snow, passando per Jorah Mormont e Sandor Clegane, quelli che un tempo erano uomini in grado di far tremare il mondo oggi non sono altro che una banda di emarginati, piegati dalla vita. E se si fa eccezione per gli Stark, tutte le casate più importanti e potenti di Westeros sono comandate da donne. In questo schema non resta che collocare Cersei, la quale, messa alle strette dall’Alto Passero e ormai priva di qualsiasi potere se non quello della violenza, sceglie la soluzione “muoia Sansone con tutti i filistei”. La distruzione del tempio di Baelor ottiene l’effetto sperato, ovvero ridurre a ground zero il Credo Militante. Cersei può così sedere sul Trono di Spade, ma il costo della vittoria è altissimo. Il figlio Tommen si suicida gettandosi da una finestra, e lo sguardo che il fratello/amante Jamie le rivolge al suo ritorno da Delta delle Acque fa pensare che qualcosa, nel legame tra i due, si sia rotto. Inoltre la legittimità con cui la Regina Nera siede sul trono è puramente formale e con l’armata della Distruttrice di Catene che veleggia verso il continente governare con il solo ausilio della paura non sembra la più solida delle prospettive politiche. ![GOT recap Cersei Lannister](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/06/GOT-recap-Cersei-Lannister.jpeg) --- ## Gobble gobble uno di noi Una terza corrente di cambiamento racconta la scomparsa della magia dal mondo. Si tratta di una dinamica che è già in atto fin dalla prima puntata della prima stagione di *Game of Thrones*. Quello raccontato nella serie è un mondo dove la magia è già relegata ai confini e gli eventi narrati non fanno altro che renderla sempre più marginale. Nella sesta stagione si assiste infatti all’estinzione di due delle razze più antiche del continente: i Figli della Foresta, sterminati dall’esercito dell’Re della Notta durante l’assalto all’albero del Corvo dai Tre Occhi; e i giganti, il cui ultimo superstite, Wun Wun, cade eroicamente dopo aver sfondato il portone di Grande Inverno durante la Battaglia dei Bastardi. Di quel mondo magico ormai sull’orlo dell’estinzione non restano altro che poche, mortalmente pericolose vestigia. Se si eccettua il neo druido Brandon Stark, non restano altro che tre draghi sputafuoco a Sud e un esercito di Estranei sempre più numeroso che preme sui confini settentrionali di Westeros. Che l’inverno stia arrivando ce lo sentiamo ripetere praticamente dal primo giorno, e finalmente è arrivato ufficialmente. Jon Snow e chi come lui ha già combattuto contro il Re della Notte e le sue armata non perde occasione avvertire chi gli sta intorno che il pericolo è imminente. Al punto in cui siamo arrivati, l’inverno tanto temuto è più tangibile che mani. Quando Berrick Dondarrion e Thoros di Myr s’imbattono in un redivido Sandor Clegane e gli propongo di unirsi a loro per recarsi insieme oltre la Barriera e opporsi al pericolo, è l’aria stessa intorno a loro che si fa più fredda, come se, al di fuori della macchia d’alberi sotto alla quale i membri della Fratellanza Senza Vessilli hanno deciso di riposarsi, il nevischio avesse preso a cadere dal cielo, in quella che è forse una delle tre migliori scene di tutta la stagione. Dove il regista usa l’elemento atmosferico per caricare di senso il dialogo e aumentare la sensazione di minaccia. In un mondo dove gli assi del potere e la sua stessa essenza si sono modificate in modo radicale, sembra sia questo pericolo a rappresentare oggi il maggior interesse per l’umanità. E se il potere oggi appare scorrere verso le donne, questa guerra pare essere quasi esclusivamente un’affare da maschi. Invischiati nella lotta contro gli estranei ci sono sicuramente Brandon Stark e suo zio Benjen, il redivivo Jon Snow coi suoi compagni e la Compagnia Senza Vessilli. Un bel gruppetto di musi che condividono una natura freak e boarderline. Fermatevi a pensarci. Brandon è ormai l’unico sciamano rimasto ed è capace di muoversi tra le dimensioni dello spazio e del tempo. Lo zio Benjen è sopravvissuto misteriosamente per anni in territorio ostile e questa circostanza ha di certo un peso. Lo stesso che ha per Tormund, anch’esso ormai uno degli ultimi rappresentanti del Popolo Libero. Mentre Jon Snow e il suo omologo Berrick Dondarrion sono entrambi redivivi grazie alla volontà del Dio della Luce. Pure Sandor Clegane è, a suo modo, un redivivo, dato che a suo dire l’unica cosa che ancora lo tiene in vita è l’odio che cova dentro di sé. Verso l’ultima battaglia, quella decisiva per la sopravvivenza dell’umanità, non si sta dirigendo un esercito ben armato e perfettamente addestrato, ma una banda di fenomeni da baraccone, accomunati dalle cicatrici di una vita lunga e sanguinosa. ![GOT recap Sandor Clegane Beric Dondarrion](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/06/GOT-recap-Sandor-Clegane-Beric-Dondarrion.jpg) --- ## Chi manca? In quest’affresco manca all’appello ancora qualche personaggio di un certo peso. Di Arya Stark si sa che è tornata sul continente e ha iniziato a spuntare una serie di nomi dalla sua lista. Di Jorah Mormont si sono invece perse le tracce ma si può star certi che è impegnato nella sua quest e con ogni probabilità lo rivedremo in futuro. Così come di Podrick e Brienne, che abbiamo visto per l’ultima volta mentre scambiava languidi saluti con lo Sterminatore di Re da una barchetta a remi. Melisandre, esiliata, si sta dirigendo a Sud da dove spirano venti di guerra. Gilly e Sam sono infine giunti alla Cittadella, senza riuscire con ciò a invertire il trend che vuole la ragazza e il suo pargolo ospiti indesiderati praticamente ovunque. Vanno menzionati qui per completezza anche Sansa e Ditocorto. Con Jon Snow nominato a furor di popolo nuovo il “King in the North”, si sono creati i presupposti perché il rapporto tra i due si possa approfondire ancora di più. Per sapere se il loro percorso li porterà o meno alla distruzione dovremmo però aspettare un altro anno. E un altro ancora per vedersi chiudere tutte le line narrative di quella che è una delle opere televisive più complesse di cui io abbia memoria. Non solo per la lunghezza e la profondità con cui vengono raccontati i personaggi, ma anche per il modo in cui vengono gestite le relazioni che li legano. Queste strutture non sono mai prive di un equivalente a cui essere confrontate. Come se ogni scelta che i personaggi compiono avesse un doppio speculare in grado di mostrarci cosa sarebbe successo se avessero preso la decisione opposta. I due triangoli che si configurano alla fine della sesta stagione - Cersei-Jamie-Brienne e Jon-Sansa-Ditocorto - si caricano proprio di questa tensione. Per la prima volta nella sua vita, Jamie Lannister sa che al mondo non ci sono solo lui e la sorella. Un cavaliere valoroso e meritevole d’onore, Brienne, ha scrutato nella sua anima. Unica al mondo, ha visto il buono che c’è in lui. Sedere al fianco della donna che ha sacrificato tutto ciò che c’è di sacro sull’altare del potere potrebbe essere troppo difficile per un uomo che ha pagato cara l’ambizione e sembra sempre più stanco di guerre e morti. Dall’altra parte, Sansa si sta rendendo conto che per lei potrebbe non esserci altro che solitudine nella vita. La stessa solitudine che Ditocorto ha provato per tutta la sua esistenza. Per la rampolla del nord sembra non esserci altro al mondo che l’arrampicatore sociale e il suo sogno di conquista. Un sogno a cui Jon Snow rappresenta un ostacolo. È in questi continui giochi di rimandi e relazioni tra personaggi e situazioni, di cui questo è solo uno dei tanti esempi, che si realizza quella compresenza di tempi, dimensioni e possibilità parallele che trasforma *Game of Thrones* nell’essenza stessa del cliffhanger come attrezzo narrativo. Un’epopea meravigliosa che non riusciamo a smettere di vedere e vorremmo continuasse in eterno. ![Brienne of Tarth](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/06/GOT-recap-Brienne-of-Tarth.png) ### "Gears of War: padri, patrie e patriottismi" su Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/22/gears-of-war-prismo/ Last updated: 2018-08-16T15:59:50.000Z Per me come per tanti altri videogiocatori di tutto il mondo, *Gears of War* ha rappresentato uno dei giochi più importanti. Questo sparatutto in terza persona non ha avuto solo il merito di creare un'esperienza di gioco coinvolgente e originale, ma ha gettato le basi per un mondo di finzione vasto e incredibilmente complesso. Nelle vesti di Costanzo Colombo Reiser, prode caporedattore area *gaming*, *Prismo* mi ha dato la possibilità di fare i conti con questo piccolo grande pezzo della mia esistenza. Perché a differenza di altri titoli del genere, e a dispetto della prima impressione, quello di *Gears of War* è un universo narrativo profondo e complesso. Un universo su cui i creatori del gioco hanno ricamato una profonda meditazione sul tema della "morte del padre", che cuce insieme tutti i capitoli della saga targata Epic Games. > Voler a tutti i costi trovare paralleli tra un’opera e la biografia del suo autore non è una pratica critica particolarmente corretta, eppure non si può non notare come la morte del padre sia uno dei binari su cui scorre l’intera narrativa di Gears of War. Una scomparsa, quella del padre, che viene raccontata sia nelle strutture simboliche su cui si regge la società (il collasso della patria, la fuga/abbandono/morte del padre politico) sia in quelle che regolano i rapporti umani. [Continua a leggere "Gears of War: padri, patrie e patriottismi" su Prismo](http://www.prismomag.com/gears-of-war-padri/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Un elevato grado di dissociazione. L’arte della Guerra Zombie di Aleksandar Hemon" su Ultima Pagina URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/17/larte-della-guerra-zombie-aleksandar-hemon-ultima-pagina/ Last updated: 2019-12-20T09:45:53.000Z Qualche mese fa, su Twitter, l'amico [@Einaudieditore](https://twitter.com/Einaudieditore?ref=flaviopintarelli.it) ha per lungo tempo parlato un gran bene di un libro, *L'arte della Guerra Zombie* dello scrittore Aleksandar Hemon. Animato da sincero spirito di condivisione, il bot me lo ha inviato in lettura, convinto che potesse incontrare i miei gusti. Slancio di cui devo essergli grato, perché il libro, in effetti, merita parecchio. Tanto che ho deciso di recensirlo su [Ultima Pagina](http://www.ultimapagina.net/?ref=flaviopintarelli.it), magazine letterario con cui collaboro da qualche tempo. > L’Arte della Guerra Zombie è una commedia intrisa di umori funerei, durante la quale si ha sempre la netta sensazione che ogni disavventura vissuta dal protagonista sarebbe stata perfettamente evitabile, se solo Joshua Levin si fosse dimostrato abbastanza volitivo da impedirlo. O se solo il mondo si avvicinasse anche solo di qualche centimetro a quello cui lui ama immaginarsi e fosse perciò un posto appena appena più decente di quanto non sia in realtà. [Un elevato grado di dissociazione. L’arte della Guerra Zombie di Aleksandar HemonL’ultimo romanzo di Alexsandar Hemon ha per protagonista un trentenne dissociato che vede il mondo attraverso abbozzi di sceneggiature.![](https://ultimapagina.net/wp-content/uploads/2018/05/cropped-favicon-4-214x214.png)Ultima PaginaFlavio Pintarelli![](https://ultimapagina.net/wp-content/uploads/2016/05/arte-della-guerra-zombi.jpeg)](https://ultimapagina.net/recensioni/larte-della-guerra-zombie-aleksandar-hemon/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Un elevato grado di dissociazione. L’arte della Guerra Zombie di Aleksandar Hemon" su Ultima Pagina" ### "Lo skate e la memoria" su The Towner URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/09/skate-memoria-the-towner/ Last updated: 2018-08-16T16:02:32.000Z Quella del Southbank Undercroft è diventata ormai una delle storie più importante dello skateboarding mondiale. Un gruppo agguerrito di skater riesce a salvare dalla speculazione uno spot storico nel cuore della capitale inglese. Ma scavando sotto la patina di superficie emerge una storia molto più complessa e sfaccettata. È da questo punto di partenza che, su *The Towner*, parto per perdermi nei territori della memoria dei luoghi e del complesso rapporto tra tavole a rotelle, luoghi e ricordi. > Lo skateboarding infatti è molto più performance creativa di quanto non sia un semplice gesto tecnico sportivo. Esplorare la città a bordo di una tavola di acero canadese mossa da quattro rotelle di poliuretano, significa leggerne gli spazi e riscriverli a propria immagine e somiglianza. Andare in skate è un gesto che ci connette allo spazio che ci circonda perché ne assecondiamo la fisionomia e, al tempo stesso, ne trasformiamo l’aspetto creando nuove connessioni mentre lo attraversiamo. [Continua a leggere "Lo skate e la memoria" su The Towner](http://www.thetowner.com/it/undercroft-skate-londra/?ref=flaviopintarelli.it) ### Cronache - Racconti Di Ieri e Di Oggi S01 E07 Bikers, castigo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/02/cronache-racconti-di-ieri-e-di-oggi-s01-e07-bikers-castigo/ Last updated: 2019-01-09T08:58:13.000Z Una storia che ho già raccontato, raccontata ancora una volta alla radio. Terzo appuntamento della trilogia sui bikers, raccontata ai microfoni di Rai Alto Adige. La saga si chiude qui, con un processo e due verità. Buon ascolto. [Ascolta Biker, castigo](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/cronache/mp3/Cronache%5F22-05-2016.mp3?ref=flaviopintarelli.it) ### Cronache - Racconti Di Ieri e Di Oggi S01 E06 Bikers, Tra Delitto e Castigo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/06/01/bikers-tra-delitto-e-castigo/ Last updated: 2019-01-09T08:55:55.000Z Una storia che ho già raccontato, raccontata ancora una volta alla radio. Secondo appuntamento della trilogia sui bikers, raccontata ai microfoni di Rai Alto Adige. Tra delitto e castigo ho raccontato la grande epopea dei motorcycle clubs: dalla nascita poco dopo la Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri. Buon ascolto. [Ascolta Biker, tra delitto e castigo](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/cronache/mp3/Cronache%5F15-05-2016.mp3?ref=flaviopintarelli.it) ### Cronache - Racconti di ieri e di oggi S01 E05 Bikers, delitto URL: https://flaviopintarelli.it/2016/05/12/bikers-delitto/ Last updated: 2019-01-09T08:56:48.000Z Una storia che ho già raccontato, raccontata ancora una volta alla radio. Domenica 8 maggio la mia voce è tornata a farsi sentire sulle frequenze di Rai Alto Adige durante *Cronache - Racconti di ieri e di oggi*. Primo di tre appuntamenti, quella che ho portato in radio domenica scorsa è una rilettura di [*Fratellanza, aggressioni e omicidi: la storia nascosta della guerra tra biker dell'Alto Adige*](https://www.vice.com/it/read/guerra-biker-nord-italia-alto-adige-888?ref=flaviopintarelli.it), il mio primo articolo per Vice, pubblicato lo scorso anno. La storia, se seguite questo blog, la conoscete già. È quella di un omicidio consumatosi al termine di una breve ma intensa faida tra due gruppi rivali di biker. Buon ascolto. [Ascolta Biker, delitto](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/cronache/mp3/Cronache%5F08-05-2016.mp3?ref=flaviopintarelli.it) ### "Che cos'è il Brennero?" su The Towner URL: https://flaviopintarelli.it/2016/05/02/brennero-the-towner/ Last updated: 2019-12-18T09:38:56.000Z Recentemente il governo austriaco ha deciso la chiusura del valico del Brennero per far fronte alla drammatica crisi migratoria che l'Europa sta attraversando. La decisiona è stata accolta tra le polemiche. La chiusra del Brennero sembra rappresentare un *vulnus* nel processo d'integrazione europeo. La redazione di *The Twoner* mi ha perciò chiesto di ragionare sulla storia e sul significato di questa frontiera. > Per tutti i figli di “Mamma Provincia”, il Brennero rappresenta il confine settentrionale dell’amore materno. Per alcuni di quelli di madrelingua tedesca, è anche il confine che assomiglia più al divorzio coatto che li ha allontanati dall’adorato padre “Tirolo”. Ma al di là delle convergenze storiche che colorano di significati questa linea tracciata dall’uomo a cavallo della barriera naturale delle Alpi, cos’è davvero il Brennero? [Cos’è il Brennero? | The TownerCome il Brennero, un luogo di convivenza tra popoli e culture, si sta trasformando nell’emblema della disgregazione europea.![](http://www.thetowner.com/it/wp-content/themes/the_towner_end/favicons/favicon-194x194.png)The TownerMartino Pinna![](http://thetowner-staging.s3-eu-west-1.amazonaws.com/it/wp-content/uploads/2016/04/26143524/hero-crop.png)](http://www.thetowner.com/it/brennero-confine/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Che cos'è il Brennero" su The Towner ### "Quando ISIS incontra Call of Duty" su Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/04/12/isis-call-of-duty-prismo/ Last updated: 2018-10-22T10:14:36.000Z La strategia di comunicazione di Daesh e i suoi prelievi dall'Occidente. Su Prismo ho scritto un saggio su come l'estetica dei videogame abbia ormai ibridato la realtà e le sue rappresentazioni. In che modo si costruisce il nostro sguardo sulla realtà? È la domanda che tutti i critici e i teorici della visione si pongono incessantemente nei loro lavori. Grazie alla loro popolarità, oggi i videogiochi rappresentano una delle fonti a cui la costruzione visiva del reale attinge più spesso. Me ne sono reso conto pienamente qualche mese fa, quando ho visto per la prima volta i fotogrammi di *No Respite*, un video di propaganda dello Stato Islamico pubblicato in rete. Partendo da quelle immagini ho provato a ragionare su come l'estetica dei videogame ha ormai ibridato la nostra realtà e il modo in cui la rappresentiamo. Il risultato è un saggio pubblicato su Prismo. > Tutto questo è funzionale a una strategia ad ampio spettro che coinvolge un vasto ventaglio di mezzi di comunicazione differenti: dai social media, su cui i militanti lavorano per fare passare i messaggi del Califfato sfruttando avanzate tecniche di comunicazione (dal dirottamento di hashtag all’uso di app per dopare le tendenze), alla distribuzione di video che raffigurano spaccati di vita quotidiana all’interno dello Stato Islamico, così come efferate scene di violenza. Se paragoniamo l’organicità di questo approccio alla rudimentale propaganda a cui Al Qaeda ci aveva abituato nel post 11 settembre, il salto di qualità è evidente. [Continua a leggere "Quando ISIS incontra Call of Duty" su Prismo](http://www.prismomag.com/no-respite-isis-videogame/?ref=flaviopintarelli.it) ### Cronache - Racconti di ieri e di oggi S01 E01 I nomi di Ötzi URL: https://flaviopintarelli.it/2016/04/04/i-nomi-di-otzi/ Last updated: 2019-01-09T08:52:12.000Z *Cronache - Racconti di ieri e di oggi* è un programma radiofonico di Rai Alto Adige, a cura di Paolo Mazzucato. La trasmissione propone dei "percorsi narrativi in prima persona che ricostruiscono storie più o meno note di vicende locali", dove per locali si intende altoatesine. Avevo già sperimentato un format radiofonico narrativo in quattro ([3](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/27/hashtag-s02-e03-storia-google/?ref=flaviopintarelli.it), [6](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/05/18/hashtag-s02-e06-stuxnet/?ref=flaviopintarelli.it), [9](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/06/09/hashtag-s02-e09-anonymous-steubenville/?ref=flaviopintarelli.it) e 12) episodi della scorsa stagione di [Hashtag](http://blog.flaviopintarelli.it/tag/hashtag/?ref=flaviopintarelli.it). Perciò ho deciso di mettermi di nuovo alla prova con questo genere di racconto. In tutto ho realizzato quattro puntate. La prima è andata in onda domenica 3 aprile e si tratta di un racconto inedito che ho dedicato ai nomi di Ötzi, uno dei nostri più illustri concittadini. Per ascoltare il podcast della puntata non dovete far altro che prmere il pulsante. Buon ascolto. [Ascolta I nomi di Ötzi](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/cronache/mp3/Cronache%5F03-04-2016.mp3?ref=flaviopintarelli.it) ### La passerella del Brennero e le sorti progressive della Storia URL: https://flaviopintarelli.it/2016/04/03/la-passerella-del-brennero-e-le-sorti-progressive-della-storia/ Last updated: 2018-08-30T07:14:47.000Z Non posso esprimere un giudizio politico sulla manifestazione di oggi al Brennero. Non posso e non voglio perché ho imparato che i giudizi sulle pratiche militanti si danno quando le pratiche si vivono in pieno, e non posso dire di averlo fatto. Di questa giornata mi restano i dubbi, la consapevolezza che era giusto esserci e un'impressione breve e fugace di cosa può essere un confine. Tu chiamala, con Joyce, epifania. Non ho elementi a sufficienza per poter dire se si tratta di una singolarità o se tutti i confini sono come il paese di Brennero, che oggi è stato attraversato da una manifestazione nata per contestare le decisione in base a cui il governo austriaco ha scelto di chiudere il valico, come risposta alla "crisi" migratoria che l'Europa sta vivendo in questi mesi. Ma la cosa più straniante che mi porto dentro, dopo questa giornata, è proprio la sensazione provata attraversando questo luogo che segna il limite che separa un paese da un altro. La domanda: "che cos'è il Brennero?" non me la ero mai posta. È un'astrazione geografica, senza dubbio. Ma è anche un paese, un luogo vero, abitato, vissuto. Al Brennero le case vivono gomito a gomito con l'autostrada e la ferrovia e mano mano che ci si avvicina alla linea di demarcazione che separa l'Italia dall'Austria si viene accolti dall'abbraccio di cemento di un centro commerciale. Il corteo ne percorre il lato lungo per un centinaio di metri abbondanti, finché non passa sotto a una passerella vetrata che collega i due corpi dell'outlet. Dentro, assiepati, i consumatori osservano quello spettacolo inusuale con lo stupore dipinto sul volto. O almeno così immagino, visto che il viso della maggior parte di loro è coperto, in tutto o in parte, dallo schermo degli smartphone di cui noi altri in strada vediamo solo il retro. Ci fotografano o ci filmano, di sicuro ci osservano. Per un istante penso di sentirmi come uno di quei kanaki, impiegati dell'amministrazione coloniale, che nel 1900 vennero ingaggiati per mettere in scena la vita degli indigeni all'Esposizione Universale di Parigi, affilando asce o sedendo di fronte alla ricostruzione di capanne in cui i kanaki, per altro, non avevano mai vissuto, essendo loro, appunto, impiegati amministrativi delle colonie. Poi però m'accorgo della vetrata dietro a cui stanno questi strani esseri che ci osservano. Penso che probabilmente la musica all'interno impedisce loro di sentire il rumore delle nostre 800 voci e il suono della musica che esce dalle casse del soundsystem. Non siamo noi che siamo in gabbia, ma loro. Protetti da due schermi diversamente trasparenti, guardano la vita che gli scorre davanti. Mi chiedo come avrà vissuto Brennero questa domenica? Cosa resterà nei ricordi degli abitanti di questo minuscolo paese sul confine di una manifestazione in cui sono arrivate le bestie strane "dei centri sociali". Qualcuno dei commercianti del paese forse avrà apprezzato il numero di scontrini battuti in una domenica di bassissima stagione. Altri forse ricorderanno il fastidio di quella presenza. Altri ancora si chiederanno cosa ci siamo venuti a fare, da queste parti, e magari racconteranno questa strana domenica ai figli e ai nipoti con lo stesso tono con cui si racconta un'eccezionale nevicata o un disgelo prematuro come quello di quest'anno. Sarà anche retorica, quella che esce dal microfono e oggi ci posiziona nel cuore della Storia, al punto zero delle sorti dell'Europa. Ma forse un po' di storia di questo piccolo paese l'abbiamo fatta e questa, seppur magra, forse è una consolazione. D'altronde non sono i battiti d'ala di una farfalla che innescano gli uragani? ### "I paradossi della sorveglianza anonima" su Motherboard URL: https://flaviopintarelli.it/2016/03/31/paradossi-sorveglianza-anonima-motherboard/ Last updated: 2024-02-25T20:37:56.000Z Il *mindset* tecnottimista ha elevato la disintermediazione a pardigma contemporaneo dell'innovazione. Sono così fiorite app e tecnologie che si propongono di destituire i vecchi gatekeeper in quasi ogni aspetto della nostra vita. La sicurezza non fa eccezione; e così proliferano app che dichiarano di contribuire a combattere crimine e degrado. Ma quali rischi e paradossi si devono affrontare quando ci si propone di disintermediare la sicurezza? Sulla versione italiana di Motherboard, il magazine tecnologico di Vice, ho provato a rispondere a questa domanda partendo da alcune problematiche poste da Shelly, un'app per la sicurezza sviluppata in Alto Adige. > Come in altri casi, la ricerca di una soluzione tecnologica ai problemi sociali non sembra riuscire ad andare mai oltre alla cornice di riferimento per offrire una soluzione che non sia già implicata nelle premesse del problema stesso, attivando così un circuito di problem closure—ovvero l’abitudine mentale definita dai sociologi che impedisce di cercare le soluzioni di un problema al di fuori dei paradigmi posti dal problema stesso. [I paradossi della sorveglianza anonimaA Bolzano una start-up vuole rivoluzionare la sicurezza urbana consegnando la sorveglianza ai cittadini — Non sembra una grande idea.![](https://vice-web-statics-cdn.vice.com/favicons/vice/coast-228x228.png)ViceFlavio Pintarelli![](https://images.vice.com/motherboard/content-images/article/no-id/1459327915377264.jpg?crop=0.888888888888889xw:1xh;center,center&resize=1200:*)](https://www.vice.com/it/article/kb39yw/il-problema-della-sorveglianza-anonima-slacktivism?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "I paradossi della sorveglianza anonima" su Motherboard **25/02/2024 - Data l'imminente chiusura di Vice riporto l'articolo integrale.** *A Bolzano una start-up vuole rivoluzionare la sicurezza urbana consegnando la sorveglianza ai cittadini — Non sembra una grande idea.* I suoi creatori l'hanno battezzata [*Shelly*](http://www.shellyapp.co/?ref=flaviopintarelli.it)*,* ma non si tratta della protagonista di un telefilm ambientato negli Stati Uniti d'America—è il nome di una app che "ti aggiorna in tempo reale sulle situazioni di potenziale pericolo attorno a te e ai luoghi che ti stanno a cuore". In pratica si tratta di un software che consente a chi lo usa di segnalare anonimamente situazioni di pericolo, che verranno poi notificate agli altri utenti in base a una serie di punti denominati "SENTINELLE" e collocati su una mappa del territorio. Lo scopo che i creatori di Shelly dichiarano, [presentandola sugli store da cui potete scaricarla](https://play.google.com/store/apps/details?id=com.topevolutions.shelly&hl=it&ref=flaviopintarelli.it), è quello di dare all'utente la possibilità di restare "sempre aggiornato su ciò che accade nella zona in cui ti trovi e nei pressi dei luoghi e delle persone a te care". Persone sospette, moleste o pericolose—rifiuti abbandonati, atti vandalici, bullismo, eventi atmosferici, manifestazioni, risse, scippi e rapine sono solo alcune delle situazioni di pericolo che si possono segnalare usando l'applicazione. A svilupparla è stata la start-up trentina Top Evolution Srl, in collaborazione con [l'associazione bolzanina "Sicurezza e Legalità"](https://www.facebook.com/Associazione-Sicurezza-Legalit%C3%A0-Alto-Adige-733274590075159/) che l'ha presentata qualche settimana fa. Sembra quasi che il titolo perfetto per una notizia del genere sia, "Arriva Shelly, l'Uber della sicurezza". Al di là del fatto che Shelly [non è la prima](http://www.crimemapping.com/mobile/app.aspx?ref=flaviopintarelli.it) e [non sarà l'unica](https://www.crimereports.com/footer/iphone%5Fapp?ref=flaviopintarelli.it) app sviluppata per combattere il crimine e il degrado, scegliendo quel titolo non avrei sbagliato paragone—ci troviamo infatti nel territorio della disintermediazione, ovvero di quella tendenza a trasferire verso nuovi soggetti (generalmente aziende private del settore tecnologico) il ruolo di intermediario di un servizio prima affidato o al pubblico o a un altro soggetto privato, generalmente descritti come tradizionalisti, se non obsoleti. Tuttavia non dobbiamo dare per scontato, come fanno molti tecnoentusiasti, che la disintermediazione di un servizio sia necessariamente una dinamica positiva. Tutt'altro, spesso alle logiche di disintermediazione si accompagnano problemi notevoli che finiscono per essere sottovalutati da una retorica superficiale e semplicistica. Shelly non fa eccezione a questa regola e infatti il primo, grande problema intorno all'utilizzo di quest'applicazione emerge in una video intervista rilasciata al quotidiano Alto Adige da Francesco Zorzi, presidente dell'associazione "Sicurezza e legalità". Come tutti i servizi basati sul crowdsourcing, Shelly fa affidamento sull'intelligenza collettiva per funzionare, garantendo l'anonimato ai suoi utenti. Ma se le segnalazioni sono anonime chi assicura, domanda il giornalista, che queste siano anche veritiere? A chi spetta l'onere della verifica, che di norma spetterebbe alle forze dell'ordine? Su questo aspetto Zorzi si limita a dire che l'applicazione non è un gioco e che quindi è responsabilità dell'utente fornire segnalazioni veritiere, perché se è vero che la segnalazione avviene in forma anonima è altrettanto vero che, dice ancora Zorzi, tutti i dati vengono archiviati in un server e che ogni utente è identificabile di conseguenza. Una segnalazione priva di riscontri potrebbe configurare il reato di procurato allarme e in quel caso l'anonimato verrebbe a cadere. Questa semplice constatazione apre ad almeno tre ulteriori ordini di problemi. Il primo riguarda la gestione dei dati degli utenti. Sappiamo che la scia di dati che produciamo quando usiamo un qualsiasi prodotto digitale [è un insieme di informazioni sensibili](http://bit.ly/20Sx7SS?trk%5Fsource=homepage-lede&ref=flaviopintarelli.it). Cosa succede se a gestirli è un'associazione in collaborazione con un'azienda privata? Anche su questo aspetto Zorzi è piuttosto opaco e prospetta la possibilità prospettata di caricare i dati su una "piattaforma CMS" il cui accesso potrà essere condiviso con le forze dell'ordine. Ma fino a quel momento chi avrà accesso ai dati degli utenti di Shelly e come verranno usati? A queste domande se ne aggiunge un'altra che riguarda il tipo di rapporto presupposto tra le forze dell'ordine e Shelly. Qui infatti non stiamo parlando soltanto dei dati relativi alle nostre abitudini e preferenze di navigazione o acquisto, qui stiamo parlando della nostra presenza nei tempi e nei luoghi in cui si sta commettendo un reato, di lieve o grave entità non fa differenza. Come si concilia l'utilizzo di un'applicazione privata con il nostro dovere civico? Saremo ancora spinti a farci carico della nostra responsabilità di testimoni di un crimine in fase processuale o la demanderemo all'app? Ci limiteremo a segnalare un furto o proveremo a impedirlo? Qui il rischio dello *slacktivism—*il supporto verso una causa o un problema sociale privo di uno sforzo che coinvolga il soggetto che lo esprime - non si limita più a inibire l'azione su cause ed eventi lontani da noi, a cui forniamo supporto in una dinamica di auto-rappresentazione favorita dai [meccanismi di risposta sensomotoria](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/10/12/facebook-inside-out/?ref=flaviopintarelli.it) a cui i social network ci stanno addestrando, ma riguarda una situazione in cui siamo coinvolti direttamente dalla compresenza temporale e spaziale. In che modo Shelly e le app sue sorelle riscriveranno i nostri comportamenti? Il terzo e ultimo ordine di problemi che Shelly e le sue sorelle sollevano ha molto in comune con le problematiche sollevate dai [software predittivi che molte polizie in tutto il mondo stanno cominciando a usare](https://motherboard.vice.com/it/read/twitter-previsione-crimini-per-la-polizia?ref=flaviopintarelli.it). Così come possiamo predire o intuire i comportamenti degli utenti a partire dall'analisi dei loro segnali creati sui social network, allo stesso modo sono stati creati dei framework per [capire se e quando potrebbe verificarsi un crimine in base ai flussi di conversazioni captati sui social](http://www.nytimes.com/2013/09/19/nyregion/frisking-tactic-yields-to-a-focus-on-youth-gangs.html?hp&%5Fr=1&&ref=flaviopintarelli.it). Il problema che le tecniche predittive pongono, quello della profilazione e della discriminazione che ne può conseguire, è analogo a quello sollevato dalle app per la sicurezza come Shelly. Siccome queste app contribuiscono a creare una rappresentazione del territorio in cui viviamo come facciamo a limitare i bias e pregiudizi degli utenti, per impedire che certe zone finiscano per essere stigmatizzate e discriminate? In che modo possiamo garantire una parità di accesso a tutti i cittadini in modo che la rappresentazione della città che viene favorita da queste app sia il più diffusa e comune possibile? [Se privato dell'accesso alla connettività](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2016/02/11/news/clandestino-e-reato-firme-della-lega-contro-il-wifi-libero-1.12943085?ref=flaviopintarelli.it) come può [un migrante](http://motherboard.vice.com/it/read/gli-smartphone-stanno-salvando-la-vita-dei-migranti?ref=flaviopintarelli.it) o un rifugiato politico vittima di violenza a contribuire a quest'opera di crowdsourcing della sicurezza? Il rischio che queste app finiscano per confermare solo la percezione esistente della sicurezza e contribuiscano a rafforzare i pregiudizi degli utenti chiudendoli [nell'ennesima filter bubble](http://motherboard.vice.com/it/read/come-internet-ci-si-sta-rivoltando-contro?ref=flaviopintarelli.it) è altissimo e gli sviluppatori di queste tecnologie sembrano non aver alcuna voglia di porsi il problema. Come in altri casi, la ricerca di una soluzione tecnologica ai problemi sociali non sembra riuscire ad andare mai oltre alla cornice di riferimento per offrire una soluzione che non sia già implicata nelle premesse del problema stesso, attivando così un circuito di *problem closure*—ovvero l'abitudine mentale definita dai sociologi che impedisce di cercare le soluzioni di un problema al di fuori dei paradigmi posti dal problema stesso. Per spiegare meglio il concetto provo a fare un esempio concreto. Ho visitato Bruxelles circa un mese prima degli [attentati che hanno colpito la capitale belga](http://www.vox.com/world/2016/3/22/11284176/brussels-attacks-terrorism?utm%5Fcampaign=vox&utm%5Fcontent=article%3Afixed&utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=twitter) il 22 marzo. Dal mio arrivo all'aeroporto e per tutti i giorni successivi, di giorno come durante la notte, la presenza costante di soldati e mezzi militari ha fatto da corollario a ogni mio spostamento nella città. Dall'aeroporto alle piazze, dai monumenti alle stazioni della metropolitana la vista di una coppia di militari in divisa, equipaggiati e con le armi ben in vista, è stata una costante a cui solo con molta fatica, e non senza inquietudini, ho finito per abituarmi. Tuttavia questo spiegamento di forze non è servito a evitare gli attacchi. Ciò nonostante, nei giorni immediatamente successivi agli attentati, la stretta securitaria e la retorica bellicistica sono state l'unica risposta che la politica ha saputo mettere in campo per far fronte a quegli eventi. Il problem closure è esattamente questa incapacità di concepire una risposta diversa, in grado di spostare il punto di vista sul problema per scardinarne i presupposti. Intorno all'idea di "problem closure" ruotano [alcune riflessioni](http://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jan/31/cheap-cab-ride-uber-true-cost-google-wealth-taxation?ref=flaviopintarelli.it) esposte di recente da Evgeny Morozov in una serie di articoli, raccolti in [un volume da poco pubblicato](http://www.codiceedizioni.it/libri/silicon-valley-i-signori-del-silicio/?ref=flaviopintarelli.it) per i tipi di Codice Edizioni. Per lo studioso bielorusso, quando la Silicon Valley si propone di far fronte ai problemi sociali essa non lo fa mai al di fuori della cornice politico-economica dominante, ovvero quella del neoliberismo. Anzi, l'intero dibattito sul digitale, dice Morozov più volte, è appiattito sulla dimensione tecnologica del ragionamento e chiude deliberatamente ogni possibilità di ragionare in termini economici e politici. In quest'ottica, la disintermediazione della sicurezza che app come Shelly propongono come soluzione al problema impedisce di guardare allo stesso con occhi e paradigmi diversi da quelli che concepiscono il degrado e la criminalità solo come un problema di ordine pubblico e non come un problema economico e politico, ovvero come una spia delle distorsioni introdotte dalla crisi che il nostro sistema di produzione sta affrontando. Perciò, qualsiasi soluzione tecnologica che non si faccia anche carico delle sue conseguenze politiche ed economiche non potrà fare a meno che continuare a perpetrare il problema che si propone di risolvere e ad acuirne le contraddizioni. ### "Design antipatico" su The Towner URL: https://flaviopintarelli.it/2016/03/29/design-antipatico-su-the-towner/ Last updated: 2018-08-30T07:19:42.000Z L'urbanistica è sempre stata tra i miei interessi e da qualche mese a questa parte ho iniziato a occuparmene con una certa assiduità. Il design della città e le architetture ostili sono al centro di una riflessione che ho iniziato su The Towner e continuerò al festival dell'architettura di Bolzano. Ho iniziato a fare skate alla fine degli anni '90\. La tavola a rotelle è stata il mezzo con cui ho imparato a muovermi nella città e a capire le problematiche relative al mio rapporto con le strutture urbane. Lo skate mi ha lasciato un modo di attraversare e guardare gli spazi urbani che è allo stesso tempo personale e condiviso con altri. In questa visione il rapporto con la città è libero e creativo. È per questo che il fenomeno della architetture ostili mi ha sempre affascinato. Pensare che, da spazio di sperimentazione e gioco con la propria identità e il proprio corpo, la città dovesse diventare spazio di controllo e grammatica dei comportamenti di chi la vive mi è sempre sembrato un controsenso. La città è il palcoscenico della vita in comune. Così ho scelto proprio questo argomento per esordire su The Towner, il magazine di Moleskine dedicato alla cultura urbana. E questo pezzo sarà il cuore di una lezione che terrò al BAF - se non sapete [cos'è il BAF scopritelo subito](http://www.baf-festival.com/?ref=flaviopintarelli.it) \- intitolata *La panchina di Camden e il futuro dell'umanità. Le architetture ostili in un mondo iperconnesso.* Se volete saperne di più venite ad ascoltarmi il 18 maggio. Per il momento accontentatevi di questa ricca anticipazione su The Towner > So che è camminando per queste strade in pieno cambiamento che potrei notarla per la prima volta, la Camden Bench. Di certo non è facile accorgersi immediatamente della sua presenza. Le superfici squadrate e affilate di questa panchina sembrano fatte apposta per far scivolare lo sguardo, facendolo perdere lungo l’intrico di possibili vie di fuga prospettiche che si dipartono da questo altare urbano, il cui profilo ricorda quello tagliente dei cacciabombardieri F 117 Nighthawk, i primi velivoli militari che con la loro linea spezzettata riuscivano a ingannare i radar. Stealth, invisibili, li chiamavano. [Continua a leggere "Design antipatico" su The Towner](http://www.thetowner.com/it/design-antipatico/?ref=flaviopintarelli.it) ### Dall'amniotica cameretta alle complessità dell'universo: recensione ad Aurora URL: https://flaviopintarelli.it/2016/02/19/recensione-aurora/ Last updated: 2019-12-20T09:47:13.000Z > Quindi basta cercare, la notte, su Google il mio nome/Io non voglio più guardare, dentro di me/non c'è niente di niente, miliardi di mondi esistono ancora/ miliardi di vite, per fallire ancora. Quello che avete appena letto è ritornello di [*Calabi-Yau*](https://play.spotify.com/track/0PEXgdgQXv9Q0KEEJzYIAu?ref=flaviopintarelli.it), una delle canzoni contenute in *Aurora*, il nuovo disco de *I Cani*, uscito poco meno di un mese fa. Al cantautore romano bastano queste poche righe, emblematiche, per raccontare quell'egocentrata postura dell'io che sembra essere la più diffusa malattia sociale nell'epoca della comunicazione digitale. Il nostro ripiegarsi su noi stessi, il farci monadi di una struttura reticolare in cui valiamo solo in funzione del numero esponenziale di informazioni che riusciamo a processare, viene messo a confronto con un concetto di fisica teorica: quella [varietà di Calabi-Yau](https://it.wikipedia.org/wiki/Variet%C3%A0%5Fdi%5FCalabi%5F-%5FYau?ref=flaviopintarelli.it) che dà nome al pezzo. Detta anche spazio di Calabi-Yau, si tratta di una varietà differenziabile a variabili complesse, con uno spinore armonico non nullo. Il concetto entra a far parte della [teoria delle stringhe](https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria%5Fdelle%5Fstringhe?ref=flaviopintarelli.it), la quale "sostiene che le extradimensioni sono arrotolate in figure a forma di spazi di Calabi-Yau associate ad ogni punto dello spazio tempo". O così almeno sostiene Wikipedia e io, non avendo strumenti atti a contraddirla, prendo la voce per buona. Anche perché qui non mi interessa tanto approfondire concetti di fisica teorica che mi sono comunque di difficile accesso. Il percorso artistico de *I Cani* è partito dallo spazio più ombelicale e amniotico che esista, per arrivare a toccare le complessità dell'universo Preferisco piuttosto sottolineare come Niccolò Contessa suggerisca che il balsamo in grado di lenire la malattia che ci affligge sia la presa di coscienza della complessità e della vastità delle possibili dimensioni che potremmo trovarci a vivere. Ascoltata così, *Calabi-Yau* non è soltanto un'indicazione terapeutica, ma segna anche una distanza siderale dal primo disco, che si apriva con un pezzo intitolato [*Themes From The Cameretta*](https://play.spotify.com/track/0t8lcS3KPXUkiKNwvAUgq4?ref=flaviopintarelli.it). Come a dire che il percorso artistico de *I Cani* è partito dallo spazio più ombelicale e amniotico che esista, la nostra cameretta appunto, per arrivare a toccare le complessità più inspiegabili della porzione di universo che abitiamo. Cosa si è perso in questo viaggio? Di certo in *Aurora* mancano l'aggressività, l'irruenza e l'ansia post punk che caratterizzavano alcuni dei vecchi pezzi. Al loro posto ci sono un'inedito [amore per il canto](http://www.pagina99.it/2016/01/29/5-cose-che-hanno-ispirato-aurora-nuovo-album-de-i-cani/?ref=flaviopintarelli.it) e un intreccio sonoro più aperto e disteso, adeguatissimo al confronto coi massimi sistemi universali, che sembra essere un po' il file conduttore del disco ([*Protobodhisattva*](https://play.spotify.com/track/2HjOTapiCQFB6HObVRndPk?ref=flaviopintarelli.it), [*Aurora*](https://play.spotify.com/track/4icQxDRky3YePy9VM0Q2EX?ref=flaviopintarelli.it), [*Ultimo mondo*](https://play.spotify.com/track/1EUbHCtb2EFsf3S62b9kEb?ref=flaviopintarelli.it), [*Finirà*](https://play.spotify.com/track/4RKuvkYbXU5csgyb5hgBIF?ref=flaviopintarelli.it), [*Sparire*](https://play.spotify.com/track/3jKtEaBvYqzLLwUStWC8TS?ref=flaviopintarelli.it)). Quello che resta, invece, è la qualità squisitamente narrativa dei testi di queste 11 canzoni. Contessa si dimostra ancora una volta un narratore capace di ritrarre un carattere ([*Baby Soldato*](https://play.spotify.com/track/3SVS50W5TyaH9BLSwyKLOX?ref=flaviopintarelli.it)) fino a dargli concretezza o di far emergere i nostri tic linguistici nella loro ridicola apparenza ([*Questo nostro grande amore*](https://play.spotify.com/track/3USTT2XAeWrO2ytAqsc1pe?ref=flaviopintarelli.it)). Al netto di circa un centinaio di ascolti, così almeno mi comunica il mio [profilo di Last.Fm](http://www.last.fm/it/user/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) che però non tiene conto delle volte che ho fatto girare il vinile sul giradischi, *Aurora* suona come un disco meno immediato e diretto dei precedenti, inserendosi però in modo coerente nel percorso di un cantautore che si è ritagliato uno spazio importante nei miei ascolti. E di questo non posso essergli che grato. ### "Un castello di carte" su Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/02/17/un-castello-di-carte-su-prismo/ Last updated: 2018-08-30T07:24:36.000Z Negli anni '90 la mia generazione s'è formata scambiandosi piccoli rettangoli di carta, usati per simulare scontri tra maghi potentissimi, in un vasto e misterioso universo, che si (ri)costruiva di partita in partita. Oggi l'abbiamo rievocato. Qualche settimana fa ho celebrato la [vittoria dell'Italia](http://www.wired.it/play/cultura/2015/12/14/litalia-campione-mondo-magic-the-gatherin-2015/?ref=flaviopintarelli.it) ai campionati mondiali di *Magic: The Gathering* pubblicando un paio di post sul tema. Da ragazzino sono stato un grande appassionato del gioco di carte collezionabili più famoso del mondo, a cui sono stato introdotto da un gruppo di amici bolognesi avvantaggiati su di me in fatto di tendenze per una mera questione geografica. Pur avendo smesso qualcosa come sedici o diciassette anni fa, quando giocare a un gioco da "nerd" era considerato socialmente sconveniente e rischiava di [accollarmi uno stigma indelebile](http://blog.futbologia.org/2012/08/identita-e-appartenenza-call-for-paper-per-la-rivista-lancillotto-e-nausica/?ref=flaviopintarelli.it). Ma in un cantuccio remoto del mio cuore ho sempre conservato un posto per questa passione che aveva significato così tanto per me. Ma non solo per me. C'è un'intera generazione di persone, trentenni di oggi, che con le Magic c'è cresciuta. E poi ce n'è un'altra, che ha cinque e dieci anni di meno, per cui giocare a Magic era una cosa perfettamente normale, anzi faceva pure figo. Ma questa è davvero tutta un'altra storia. Questa invece parla di come, dopo quel post buttato lì su Facebook quasi per caso, io abbia ricevuto un messaggio da Raffaele Alberto Ventura. Piccola premessa: Raffaele e io non ci conosciamo di persona. Collaboriamo entrambi a Prismo e m'è capitato di citarlo un paio di volte nei miei pezzi, visto che spesso scrive cose piacevoli, sensate e intelligenti. Nel messaggio Raffaele mi propone di scrivere un pezzo su Magic, un argomento, dice lui, squisitamente in linea con il mood nerdohipster di Prismo. "Il pezzo" continua Raffaele "dovrebbe essere una cosa a più mani, tipo dieci scrittori, per dieci carte delle prime dieci espansioni. Una roba tipo Francesco Pacifico racconta il *Black Lotus*, e via dicendo". Fico, penso io, sta roba ha un senso. E così ci siamo messi al lavoro, raccogliendo un gruppo di disperati giocatori ed ex giocatori con il dono della parola, disposti ad entrare nella nostra matrice. Eh si, perché il nostro progetto aveva dei paletti ben precisi. Innanzitutto la regola delle dieci carte per dieci espansioni; poi un focus sul concetto di *world building* perché, avevamo convenuto, non c'era nulla di più bello, in *Magic*, del suo universo misterioso, raccontato per frammenti fatto di nomi e citazioni. Ne è nato un piccolo esperimento di scrittura collettiva di cui - concedetemi questa piccola vanteria - sono sempre più orgoglioso ogni volta che lo rileggo. Il pezzo comincia in questo modo: > Forse all’origine di Magic c’è un esperimento letterario in puro stile OuLiPo, come quello che ispirò a Calvino la composizione del Castello dei destini incrociati. “Potremmo raccontare una grandiosa saga fantasy semplicemente con un set di carte da gioco” avrà esclamato il creatore Richard Garfield un giorno dei primi anni 90, “una storia disseminata su centinaia di carte, accennata a forza d’illustrazioni evocative e frammenti di testo, una storia che evolve al ritmo dell’invenzione di nuove carte — un vero e proprio castello di carte”. [Continua a leggere "Un castello di carte" su Prismo](http://www.prismomag.com/carte-magic/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Professione You Tuber" su Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2016/02/05/professione-you-tuber-prismo/ Last updated: 2018-08-30T10:15:52.000Z Alcuni di loro guadagnano milioni giocando ai videogame. Altri hanno più fan di Rihanna e degli One Direction. Sono gli You Tuber e li racconto su Prismo. A un certo punto del corto [*30 ANNI - il sabato sera*](https://www.youtube.com/watch?v=VMuUgTw3NaM&feature=youtu.be&ref=flaviopintarelli.it) dei *The Jackal* c'è un personaggio che dichiara, a metà tra l'ingenuo e lo sciocco, "da grande voglio fare lo You Tuber". Sorvolando su quanto suoni bizzarro che un gruppo di You Tuber faccia ironia su uno che vuole fare lo You Tuber, resta il fatto che il fenomeno dei ragazzi che sfondano in rete (e fuori) facendo video su You Tube è uno degli aspetti più interessanti della nostra cultura. Per i bei tipi di Prismo ho scritto un lungo pezzo per raccontare chi sono, da dove vengono e dove vanno gli You Tuber. E soprattutto, perché sono figure così importanti per la nostra cultura. > “Chiamarli YouTuber, tuttavia, è scorretto. Il termine giusto sarebbe creator. Perché questi ragazzi non fanno soltanto video su YouTube, ma creano e condividono contenuti su molti altri social. Importa la creatività, non il canale con cui la si distribuisce”. A parlare è Luca Casadei: 38 anni, manager da sempre, alle spalle una lunga carriera nel mondo della televisione, dove ha lavorato con Belen Rodriguez, Melissa Satta, J-Ax e Fabri Fibra. Nel 2013 traghetta le sue competenze verso il mondo del web e per farlo fonda Web Stars Channel, la “factory in cui diamo ai nostri creator i mezzi necessari per crescere e migliorare la qualità del loro lavoro e con cui offriamo consulenze alle aziende che cercano un modo efficace per parlare a un pubblico che altrimenti sarebbe per loro impossibile da raggiungere”. Favij, Zoda, Greta Menchi, Fancazzisti anonimi sono solo alcuni dei nomi che fanno parte del roster di Web Stars Channel. [Continua a leggere "Professione You Tuber" su Prismo](http://www.prismomag.com/professione-youtuber/?ref=flaviopintarelli.it) ### Produzione e condivisione nei media digitali: recensione a L'archivio in rete URL: https://flaviopintarelli.it/2016/01/31/recensione-a-l-archivio-in-rete/ Last updated: 2019-12-20T09:48:39.000Z Che cos'è il passato nella cultura digitale? Quella che ho appena fatto potrebbe sembrare una domanda trabocchetto, se non fosse che la rapidissima evoluzione della tecnologia sembra mettere in discussione un concetto che abbiamo sempre dato per scontato come, appunto, quello di passato. Probabilmente, è con la consapevolezza di questo rischio che, in un post su Medium, Mario Tedeschini Lalli riflette sulla necessità di una [re-invenzione del passato](https://medium.com/thoughts-on-journalism/wait-a-moment-that-s-cnn-right-82c1fcaf57a0?ref=flaviopintarelli.it#.sx0iutslt) nel mondo digitale contemporaneo. Tedeschini Lalli è senza dubbio uno dei pionieri del giornalismo digitale *made in Italy* eppure, come nota lui stesso, di gran parte dei progetti a cui ha lavorato nell'ultima fase della sua carriera non è rimasta alcuna traccia. Una situazione paradossale, se si considera che una parte considerevole dell'infrastruttura fisica che permette alla rete di funzionare è costituita da enormi periferiche di memoria, che fanno della rete il più grande ed esteso archivio che la storia abbia mai conosciuto. L'idea che la rete sia un archivio è al centro delle riflessioni di Angela Maiello, contenute in [*L'archivio in rete*](http://www.goware-apps.com/larchivio-in-rete-estetica-e-nuove-tecnologie-angela-maiello/?ref=flaviopintarelli.it) un breve ebook uscito di recente per i tipi (digitali) di goWare. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/L-archivio-in-rete-copertina.jpg) *L'archivio in rete*, di Angela Maiello ## Di cosa parliamo, quando parliamo di archivio? Per definire il concetto di archivio, l'autrice sceglie di organizzare il proprio discorso intorno alle riflessioni di due dei protagonisti del pensiero francese del novecento: Michel Foucault e Jacques Derrida. Il primo tratta il concetto nell'opera intitolata *L'archeologia del sapere*, un testo nel quale il filosofo mette le basi per l'ambizioso tentativo di tracciare le linee guida per una metodologia di analisi della storia della cultura che riesca nell'intento di superare la tradizionale visione lineare e continuista. In quest'ottica > archivio (*l'archive*) è il nome che Foucault dà al sistema che regola l'insorgenza dei singoli enunciati: l'archivio è la legge di ciò che può essere detto. \[...\] L'archivio predispone la possibilità per la formazione degli enunciati o, al contrario, ne impedisce l'insorgenza, determinando in questo modo i sistemi di discorsività. Di Derrida interessano invece le riflessioni contenute nel saggio conosciuto col titolo di *Mal d'archivio*, ovvero la sistematizzazione di una relazione tenuta a Londra dal filosofo e dedicata all'analisi di un celebre testo freudiano del 1920: *Al di là del principio di piacere*. Per Derrida > l'archivio non corrisponde mai al lavoro di ricordo spontaneo o interno alla coscienza del vivente, ma anzi ha luogo proprio nella debolezza originaria e strutturale di tale lavoro. Esso non è riducibile ad un'attività spontanea, diremo naturale, del soggetto, ma ha sempre bisogno di una tecnica e di un'esteriorità. Che aspetto hanno perciò, alla luce di queste coordinate, i nuovi media digitali? L'autrice azzarda una definizione che suona più o meno come segue: > i nuovi media non sono meri strumenti della comunicazione, ma dispositivi d'archiviazione che in quanto tali producono delle trasformazioni significative nelle modalità attraverso cui l'uomo non soltanto organizza il proprio sapere, ma produce forme di esperienza e di elaborazione. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/NSA-Utah-Data-Center.jpg) Il data center della National Security Agency nel deserto dello Utah ## Il carattere produttivo dei media digitali L'aspetto più interessante della definizione di nuovi media digitali tentata da Maiello è contenuto probabilmente nelle implicazioni del verbo "produrre", che l'autrice usa per indicare il modo in cui funzionano questi particolari dispositivi di archiviazione. Il [carattere produttivo](http://www.lavoroculturale.org/social-network-comunicare-la-cultura/?ref=flaviopintarelli.it) è infatti uno degli aspetti più interessanti dei media digitali, il cui autentico potenziale rivoluzionario non risiede tanto nella capacità di mettere in comunicazione le persone su assi orizzontali - possibilità che alcuni media hanno offerto e offrono da almeno 2000 anni, come mostra Tom Standage in [*I tweet di Cicerone*](http://www.codiceedizioni.it/libri/tweet-di-cicerone/?ref=flaviopintarelli.it) \- quanto nella capacità di abilitare a costi bassissimi le capacità produttive degli utenti, dando vita a quella che viene definita [*user generated culture*](http://www.prismomag.com/user-generated-culture-dipre/?ref=flaviopintarelli.it). Questo carattere produttivo è sottolineato anche dal paradigma aptico con cui sono costruite le interfacce con cui utilizziamo i principali dispositivi digitali. L'aptico è infatti ciò che > contraddistingue il lavoro dell'artigiano o dell'artista, che trovano nel rapporto manuale e sinestetico con la materia il principio, il cominciamento e la regole della propria creatività e inventiva. \[...\] Dagli smartphone ai tablet, dai video giochi agli schermi interattivi, il tatto è diventato il senso che ci permette du conoscere, esplorare, manipolare giocare e trasformare il mondo che ci viene restituito tramite bit. Ma cosa produciamo esattamente quando utilizziamo i media digitali? La risposta più immediata è una: contenuti. Ovvero testi, foto, video, audio e qualsiasi altra forma di sintesi di queste (e altre) sostanze dell'espressione. Non è un caso che *content* sia una delle parole più usate (e abusate) da chi si occupa di cultura e media digitali. Almeno tanto quanto viene usata la parola *data*, ovvero quei dati (e metadati) che rappresentano un ulteriore prodotto delle nostre esistenze digitali. Quasi una forma di produzione secondaria, al quadrato, che accompagna la produzione di contenuti. È dall'interazione, dalla moltiplicazione di questi prodotti della nostra vita digitale che ne nasce un terzo, forse il più importante. Al terzo livello della nostra produzione digitale c'è infatti l'identità. [Esponendoci in rete](https://theintercept.com/2016/01/23/surveillance-bernard-harcourt-why-do-we-expose-ourselves/?mod=e2this&ref=flaviopintarelli.it) diventiamo identificabili, grazie a dati e metadati, e allo stesso tempo definiamo la nostra identità attraverso i contenuti che condividiamo ogni giorno sulle nostre piattaforme. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Palette-digital-controller.jpg) Palette, un controller digitale modulare\* ## Condivisione, la forma dell'archivio in rete Condivisione è un'altra parola chiave della cultura digitale. Come abbiamo visto, essa ci abilita a produrre la nostra identità attraverso la produzione di dati e contenuti. Ma questa identità acquisisce senso sulla scena sociale solo quando viene condivisa, ovvero resa fruibile e ricercabile da ogni altro nodo (utente) che fruisce la rete. Condivisione, negli ambienti digitali che viviamo quotidianamente, significa in realtà riproduzione. Ogni volta che condividiamo un contenuto, infatti, non facciamo altro che crearne una copia (o la traccia di una copia) moltiplicandone così la presenza e contribuendo a disseminarlo. La sopravvivenza del passato si lega così a doppio filo a questo gesto. In uno spazio in rapida e costante evoluzione come quello della rete, la copia e la distribuzione è ciò che permette la conservazione del passato. È esattamente questa la lezione più importante che ci lascia questo libro, ovvero che > archiviare oggi significa essenzialmente condividere. Ciò significa che il gesto dell'archiviazione non è più limitato alla conservazione e alla catalogazione della tracce di produzione antropologica, ma è diventato una forma di circolazione e distribuzione della nostra produzione disseminata e continua. Un atto creativo a tutti gli effetti, in grado di "rintracciare, costruire e restituire un senso". *ps. l'ebook di cui si parla in questo articolo mi è stato inviato dall'autrice, con cui collaboro nella redazione di [Lavoro Culturale](http://www.lavoroculturale.org/?ref=flaviopintarelli.it).* ### Live in Hohenschönhausen URL: https://flaviopintarelli.it/2016/01/22/live-in-hohenschonhausen/ Last updated: 2018-08-30T14:03:27.000Z Ovvero pensieri, opere e azioni che ho riportato indietro dopo un Capodanno passato nella capitale tedesca. Tra shopping hipster, techno e Ostalgia. Il nome Hohenschönhausen lo trovi raramente sulle guide e tanto meno lo ascolti nei resoconti degli amici che tornano da Berlino. A dar retta a questa descrizione che m'ha passato su Facebook un compare che a Berlino ci vive, è piuttosto comprensibile il perché: > Im harten Osten. Hohenschönhausen. Der Eiswind fräst Furchen ins Gesicht. Fassaden so grau wie der Himmel wie die Gesichter. Und das Linden Center schafft es, noch hässlicher als seine benachbarten Plattenbauten zu sein Eppure, a dispetto del paesaggio metallico che emerge da questo scarno profilo, Hohenschönhausen - o almeno la parte che abbiamo visto noi - piuttosto che a un incubo collettivista, assomiglia più a un quartiere operaio che annega i fasti del socialismo reale in un'illusione di piccola borghesia che, nelle giuste condizioni storiche, potresti anche spingerti a definir fascista. Qui le mamme e i papà che spingono le carrozzine sono lontani anni luce dall'hipsteria che si respira a Prenzlauerberg e le ragazzine in monopattino hanno i codini e sono vestite come si vestirebbe la bionda cockney di *Misfits*, se avesse 8 anni e vivesse a Hohenschönhausen. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Kelly-Misfits-1.gif) Perciò, per respirare l'atmosfera da [A ja ljublju SSSR](https://www.youtube.com/watch?v=0-bfykEuW-0&ref=flaviopintarelli.it) non mi resta che tornare ancora una volta al sacrario dell'armata rossa, a Treptower Park, a due passi dalla casa in cui per anni ha vissuto un altro mio caro amico. Da quando l'ho scoperto nel 2003, ho visitato questo monumento ogni volta che sono tornato nella capitale tedesca. Ma questa volta, vuoi per il sole che ormai è praticamente già tramontato, ammantando di ombre i volumi squadrati dell'intero complesso, il posto mi trasmette, più che solennità e imponenza, tristezza. E questa tristezza non dovrebbe neppure stupirmi. I cimiteri, in fondo, sono luoghi tristi, dove le vedove piangono mariti morti, lasciando ai vivi il compito di provare a riaccendere l'orizzonte del futuro in un cuore che vorrebbe essere già spento. Un sentimento lontano anni luce dall'olegrafia scolpita a basso rilievo sui cippi marmorei del sacrario - tanti quante erano le repubbliche socialiste sovietiche - a cui cerco di dare vita attraverso uno *storytelling* poco convinto, mentre li illumino con la torcia del cellulare a favore della mia compagna e dell'amico che si son fatti convincere ad accompagnarmi tra gli alberi scheletrici di questo parco stretto tra due arterie stradali che corrono parallele al letto della Sprea che scorre, placida, poco più accanto. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Porta-di-Brandeburgo.JPG) Porta di Brandeburgo ## Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia. Con un piano quinquennale la stabilità Sul crepuscolo del 2015, il caso ha voluto che, oltre a me e al gruppo di amici con cui sono partito, passasse gli ultimi giorni dell'anno a Berlino anche l'amico Luca Barbieri. Il quale, tornato in Italia, ha dedicato qualche riga a domandarsi il motivo per cui [la DDR ci piace (ancora) così tanto](http://www.anordestdiche.com/perche-la-ddr-ci-piace-ancora-cosi-tanto/?ref=flaviopintarelli.it). In effetti, la domanda non è oziosa come potrebbe sembrare. L'Ostalgia, ovvero la nostalgia per la Repubblica Democratica Tedesca, che molti suoi ex cittadini provarono a lungo dopo la [Wende](https://en.wikipedia.org/wiki/Die%5FWende?ref=flaviopintarelli.it), è diventata oggi parte del bagaglio d'immaginario che si porta dietro chi visita Berlino. A mantener calde le braci di questo sentimento contribuisce indubbiamente la retromania così capillarmente diffusa nella società, da esser diventata un tratto culturale distintivo di questi tempi. Tempi in cui la rapidità del cambiamento sembra impedirci la possibilità di elaborare un'immagine del futuro e che, di conseguenza e per reazione, spingono a voltare indietro lo sguardo e aggrapparsi a un passato sempre ripulito dei suoi lati più sordidi. Nulla di più vero in questo caso, perché l'Ostalgia che spinge a rimpiangere la DDR guarda più alle atmosfere da commedia di *Goodby Lenin*, che non al grigiore umano de *Le vite degli altri*. Eppure, se devo cercare una radice di questa particolare nostalgia, è in quest'ultimo film che andrei a cercarla. Provate a pensarci per un momento, non è forse la fede incrollabile nel socialismo che spinge l'inflessibile capitano della Stasi Gerd Wiesler, matricola HGW XX/7, a velare agli occhi del tenente colonnello Grubitz e del ministro Hempf la transizione alla parresia dell'inizialmente integratissimo scrittore Gerog Dreyman? Un socialismo idealtipico, ovviamente. Una fede quasi religiosa nella bontà dell'uomo, nella sua possibilità di trascendere le piccolezze dell'individualismo burocraticoborghese per accedere a una società utopica da costruire anche a costo di tradire i simboli a cui s'è prestato giuramento. Non è forse questa fede nella possibilità di redenzione di noi stessi, che cerchiamo nella nostalgia per un regime che la storia ci ha insegnato essere pervaso di paranoica brutalità? Non ho risposte a questa domanda. Ma la possibilità che le cose stiano effettivamente così illumina i miei pensieri per un breve, caldissimo attimo. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Torre-di-Alexander-Platz.JPG) Torre di Alexander Platz ## Compagni esteuropei, uno sforzo ancora. Dalle sale da ballo un po' più che di merda Berlino, lo dice anche l'immancabile Lonely Planet che ci passiamo di mano in mano nei tragitti in metro, è la capitale del punk e della techno. Impossibile darle torto. Il primo si ascolta agevolmente nei bar e nei locali. Ma, ed è quello che mi colpisce di più, non si tratta del pop punk nazionalpopolare che potresti aspettarti altrove. No, quello sparato a tutto volume come sottofondo dell'aperitivo è vero e durissimo punkHC. Dettaglio che non manca di farmi sorridere, avendo passato l'intera adolescenza a cercare di far digerire questi suoni ai miei amici appassionati di sonorità giamaicane. Gli stessi che oggi sembrano non accusare affatto, come accusavano all'epoca, la sintassi accacì fatta di stop-and-go, screaming e mosh part. Chissà perché poi. Sarà che è lunedì sera... sarà che è gente fredda... sarà che non c'è il mare a Berlino... ![Sprea Berlino](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2016/01/Sprea-Berlino.JPG) Per la techno invece il discorso è differente. Sono tutt'altro che un esperto, perciò non saprei riconoscere e tanto meno raccontarvi i tappeti sonori su cui camminiamo nelle due serate che scegliamo per andare a ballare. Perciò eviterò di spingermi a pontificare se fosse più o meno maschilista l'industriale della terza sala del Ritter Butzke o l'electro della prima. Eppure sono alla ricerca di qualcosa. Qualcosa a cui non riesco a dare un nome, ma che ho letta (e appresa?) sulle pagine di [*Muro di casse*](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/05/26/muro-di-casse-vanni-santoni/?ref=flaviopintarelli.it) e nei due saggi sull'elettronica ([uno](https://noisey.vice.com/it/blog/fantasimi-indie?ref=flaviopintarelli.it) e [due](https://noisey.vice.com/it/blog/heavy-2015?ref=flaviopintarelli.it)) che Francesco Birsa Alessandri ha pubblicato quest'autunno su Noisey. È perciò un'esperienza quello di cui sono alla ricerca. Qualcosa che mi faccia provare sulla pelle ciò di cui parlano quelle parole che mi girano in testa da quando le ho lette per la prima volta. Parole che parlano di liberazione dei tempi, deterritorializzazione dei corpi e del dominio della percezione sulla coscienza. Questo tipo di musica lo percepisci più che ascoltarlo. È a causa del predominio delle basse frequenze, così m'hanno spiegato tanti anni fa, che aggiunge alla musica una dimensione tattile, forse anche più importante di quella puramente sonora. Il suono esce concretamente dalle casse, che spostano masse d'aria intorno a te. La tempesta sonora ti avvolge. Fa vibrare le parti molli del corpo e le tue cavità vanno in risonanza. Ti sincronizzi al ritmo scandito dalla cassa e balli. Per attimi di tempo indefiniti e variabili, quel "suono" è la cosa più sexy che ti sia mai capitata. Mozza il fiato. Scioglie le inibizioni. Sgretola le barriere. Alla fine di tutto, quando ne esci, col cuore ancora in gola, che fatica a risincronizzarsi col tempo quotidiano, quello dell'attesa del tram ad esempio, ti sorprendi a pensare a quella sensazione. Come sarebbe se, dall'esterno, qualcosa intervenisse a potenziare e fluidificare ulteriormente la tua percezione? ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Memoriale-dell-Olocausto-Berlino.JPG) Memoriale dell'Olocausto Berlino ## Hauptstadt der DDR Chi ama Berlino ha sempre una personale cartografia di posti, ristoranti, negozi, parchi, musei o monumenti in cui devi assolutamente andare o non andare. Chi ama Berlino, e ci ritorna, non può esimersi dal timbrare il cartellino almeno nei luoghi più significativi della sua cartografia personale. La persistenza di questo tessuto cartografico nel tempo, porta a pensare che, pur essendo uno dei posti in più rapido cambiamento che io conosca, Berlino in realtà non cambi mai. O forse siamo noi a non voler cambiare mai; a cristallizzare i ricordi in circuiti di senso che tentiamo di riattivare ogni volta che visitiamo la città. Crediamo, illudendoci, che ripercorrere la nostra zona di comfort in lungo e in largo ci salverà dallo scorrere del tempo, dalla novità e dal mutamento. Ma l'acquisto di una maglietta al Core-Tex non ci renderà giovani e ribelli all'infinito. Soffrirà il nostro stomaco, inevitabilmente, l'acido di fami chimiche saziate al baracchino di Mustafa, a botte di due kebab al colpo per evitare di rifar la fila. E una serata techno non basterà a cancellare la spocchia che mai ci fece mettere piede a un rave, quando avevamo l'età giusta per andarci. Ma è davvero quest'apparato effimero di nomi, vie luoghi e non luoghi che ricerchiamo con tale, smaniosa precisione tutte le volte? Non sarà invece l'aria di libertà che, a ogni respiro, ti regala la città? La sensazione tangibile di poter essere chiunque tu voglia essere, di poter fare qualunque cosa tu voglia fare, sempre e comunque e a qualsiasi ora del giorno? Come una spezia sconosciuta, che riassapori in assenza a distanza di tempo, questa sensazione ci resterà sempre addosso come una patina, riempiendoci di quella "malattia del doloroso bramare" che lo spirito romantico tedesco ha consegnato alla storia delle nostre passioni. *Sehnsucht* lo chiamano. E non avremmo potuto portarci a casa nulla di più tedesco di questo profondo, adorabile struggimento. *Tutte le foto presenti in questo articolo sono state scattate da Morena Lentini* ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Stazione-della-metropolitana-Berlino.JPG) Stazione della metropolitana ### Time Capsule: sei cose belle del 2015 da portarsi nel 2016 URL: https://flaviopintarelli.it/2015/12/23/time-capsule-cinque-cose-belle-del-2015-da-portarsi-nel-2016/ Last updated: 2018-08-30T14:07:13.000Z Un libro, un film, una serie tv, un disco, cose scritte da me e da altri. Sei momenti indimenticabili di questo 2015 che secondo me vale la pena portarsi nel 2016. Il tempo è una brutta bestia. Quando ne hai non sai come impiegarlo, quando non ne hai rimpiangi di non averlo. Io, purtroppo, quest'anno non ho il tempo per sfogare il mio amore per le liste, come feci lo scorso anno con la [serie di post intitolata Listagram](http://blog.flaviopintarelli.it/tag/listagram/?ref=flaviopintarelli.it). Purtuttavia ho ugualmente voglia di lasciarvi qualcosa delle letture/visioni/ascolti che mi hanno accompagnato durante il 2015\. Una specie di capsula del tempo con sei tra le cose più belle di quest'anno che penso valga la pena portarsi nell'anno nuovo. ## Un libro [*Perfidia*](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/17/perfidia-james-ellroy-recensione/?ref=flaviopintarelli.it) di James Ellroy. ## Un film *Mad Max Fury Road* di George Miller ## Una serie tv [*Show Me a Hero*](https://www.nazioneindiana.com/2015/09/13/della-serie-show-me-a-hero/?ref=flaviopintarelli.it) di David Simon ## Un disco *Niagara* di Gemello ## Una cosa scritta da altri [*What is code?*](http://www.bloomberg.com/graphics/2015-paul-ford-what-is-code/?ref=flaviopintarelli.it) di Paul Ford ## Una cosa scritta da me [*Fratellanza, aggressioni e omicidi: la storia nascosta della guerra tra biker dell'Alto Adige*](https://www.vice.com/it/read/guerra-biker-nord-italia-alto-adige-888?ref=flaviopintarelli.it) ### Stupidi giocattoli di legno, un anno dopo URL: https://flaviopintarelli.it/2015/11/14/stupidi-giocattoli-di-legno-un-anno-dopo/ Last updated: 2020-02-28T16:06:14.000Z È una sera di fine maggio. Mentre il sole tramonta dietro alle colline marchigiane, la brezza che si alza dal mare porta refrigerio dopo una giornata caldissima. Srotolo le maniche della camicia, mentre la pelle s’increspa a contatto con l’aria che spira fresca da est. Da qualche minuto ho finito la presentazione di *Stupidi Giocattoli di Legno* nella sala principale dello spazio autogestito Arvultùra — una piccola cascina che resiste in modo commovente al cemento dei centri commerciali. Al di là della cintura di palazzi che ci circonda c’è Senigallia. Per me, in questo istante, è il centro del mondo. È l’ultima tappa del *present&destroy tour*. Forse quella che è andata meglio. probabilmente quella in cui sono stato accolto con più calore. Metto una mano nello zaino, che la mia ansia congenita mi fa tenere sempre a portata di sguardo, e d’istinto cerco la ragione di tutto questo: quel piccolo parallelepipedo di carta grazie al quale sono qui. Lo tiro fuori e lo soppeso. Sembra diverso, più pesante della prima volta che me lo sono trovato tra le mani, molti mesi prima. ![Immagine del quartiere Gratosoglio di Milano.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/02/Gratosoglio.jpeg) Gratosoglio (ph. Andrea Pozzato) --- Vi è mai capitato di lasciare un libro sul davanzale della finestra in una notte d’estate o abbandonarlo per qualche ora sul telo da spiaggia umido in riva al mare? Se vi è successo, allora sapete che ci sono buone possibilità che, al vostro ritorno, il parallelepipedo di carta inopinatamente abbandonato abbia subito una visibile trasformazione fisica. Pagine gonfie ingiallite ondulano la copertina, priva della sua usuale e uniforme compattezza. Ovunque angoli consunti s’arricciano verso l’alto o verso il basso. La simmetria quasi perfetta che caratterizzava il vostro volume al momento dell’acquisto appare ora completamente scompaginata. Se il manufatto tanto bramato ha fatto questa fine ignominiosa la colpa è solo e soltanto sua, della porosità. La porosità è una della caratteristiche strutturali microscopiche della carta. Essa, la porosità, altro non è che la distanza tra le fibre di cellulosa che compongono il foglio. Una distanza che nasce dal volume dei pori e degli interstizi del contenuto fibroso, suscettibili d’essere riempiti da un fluido. Aria o liquidi che siano, non fa differenza. La capacità d’assorbimento è quindi una caratteristica costituiva della materialità del libro. Senza la porosità l’inchiostro non troverebbe requie sulla pagina e scivolerebbe via con la stessa lenta tristezza delle gocce d’una pioggia autunnale su una finestra sporca. Il libro è perciò — e per sua stessa natura — una spugna capace d’imbeversi di quanto la circonda. Quante cose può assorbire un libro in un giorno, un mese, un anno? Difficile rispondere. Eppure, ogni volta che lo sguardo mi cade su *Stupidi Giocattoli di Legno* — non importa se sia la mia copia personale adagiata sulla libreria o una appena svolta dal cellophane protettivo che l’avvolge all’interno del cartone — mi par di vedere la copertina sempre un poco più aperta, il dorso più liso e sporco, le pagine sempre un poco più asimettriche e gonfie; come se lo avessi, appunto, lasciato esposto all’umidità d’una notte d’estate. Perciò lo prendo in mano, e lascio scivolare i polpastrelli su quella guancia rugosa che è ormai diventata la copertina. Ne scorro l’orografia di ricordi che ha disegnato le pieghe sul cartoncino. Sono passati poco più di dodici mesi, da quell’otto d’ottobre che vide questo libro arrivare per la prima volta sugli scaffali delle librerie di tutt’Italia. Da allora, e fino a maggio di quest’anno 309 delle 329 copie distribuite da PDE nelle librerie sono andate vendute. 112 sono state smerciate nel circuito di centri sociali, info point e spazi occupati; 30 durante le presentazioni organizzate in giro per l’Italia. Altre 24 copie sono state invece inviate come ufficio stampa. Su un totale di 610 copie stampate, 475 hanno trovato la loro strada nel mondo. L’editore si sarebbe aspettato qualcosa di più, ma con la crisi che c’è il libro si è comunque difeso bene. Di sicuro ben al di sopra delle mie aspettative. Segno che il libro sa, se non parlare, almeno balbettare con la sua voce e può rivolgersi non soltanto agli skateboarder più incalliti, ma a chiunque voglia saperne qualcosa in più su questa stramba sottocultura pop. È qualcosa di cui non posso che essere felice, perché questo libro mi ha dato tanto. Non solo come “scrittore” (ché fatico ancora a dirmicisi), ma soprattutto come persona. Scrivere un libro dovrebbe servire anche a questo. A farti abbandonare la tranquillità della tua zona di comfort e a portarti a contatto con l’ignoto, l’inaspettato, l’inconsueto. Da nord a sud dello Stivale, *Stupidi Giocattoli di Legno* ha trovato asilo nei luoghi e nelle situazioni più diverse: dalle librerie agli skatepark, dai locali agli spazi sociali e occupati. Una geografia che, a ricostruirla, testimonia quanto strana e multiforme sia questa creatura di carta, capace di adattarsi a terreni tanto diversi tra loro. A pensarci bene, questa è anche una delle caratteristiche distintive dello skateboarding come disciplina urbana. Il viaggio di *Stupidi Giocattoli di Legno* inizia da Benevento, un lembo di Campania distante 849 chilometri da casa. Coprire questa distanza è un’esperienza che mischia geografia, spazialità, economia e politica. Perché da Roma in giù il tempo si contrae; e per arrivare in Campania ci vogliono lo stesso numero di ore necessarie a percorrere i 644 chilometri che separano Bolzano dalla Capitale. Questo trenino a gasolio che mira Benevento, appesantito dall’esorbitante numero di passeggeri diretti a Frosinone, esiste solo in quanto servire la stazione ciociara è il compromesso richiesto dalla Regione Lazio alla Regione Campania come prerequisito per il mantenimento della linea. Scopro così, nell’ora di ritardo che il convoglio accumula perché il carico eccessivo non gli permette di viaggiare a più di 40 km/h, che senza quella fermata questo treno non accumulerebbe il ritardo che prolunga il mio viaggio per un tempo reso davvero insopportabile dall’esaurirsi del contenuto di qualsiasi supporto digitale d’intrattenimento che porto con me. Eppure, senza quella fermata, il treno non esisterebbe e il ritardo è lo scotto necessario da pagare per poter raggiungere il capoluogo del Sannio. Mentre rimugino su questo paradosso, la campagna romana intorno a me sfuma gradualmente nelle brume che avvolgono le rocciose pareti strapiombanti delle valli molisane. A invitare il libro al Centro Sociale Depistaggio — una ex pista di pattinaggio nel cui anello gli skater locali hanno tirato su qualche struttura — è @EveBlisset, storica amica di tweet. È lei ad accogliermi alla fine del viaggio, nella stazione dai pavimenti rivestiti marmo che noto essere deliziosmente skateabili. Gli spazi occupati/autogestiti/di movimento sono una costante del tour di presentazione del libro. Oltre a Benevento anche a Roma e a Senigallia siamo stati ospiti di queste realtà. E a ogni tappa abbiamo assaporato un grado di radicalità differente. Per chi come me viene dalla Provincia Autonoma, l’incontro con gli spazi di movimento ha qualcosa di sorprendente. In Alto Adige, la cultura giovanile si esprime in luoghi a essa deputati, noti come “il circuito dei centri giovanili”. Nati negli anni ’90 come risposta della politica locale all’eroina, hanno finito per istituzionalizzare il desiderio e disinnescarne la carica eversiva. Non mancano di nulla, se non della presa di coscienza politica di cosa significa gestire uno spazio. In Alto Adige l’impressione è che tutto sia dovuto in maniera inversamente proporzionale all’impegno. Fuori il contrario. Senza impegno (e senza antagonismo) nessuno è disposto a darti nulla. Senza lo spazio libreria tirato su all’Arvultùra a Senigallia nessuno distribuirebbe editoria indipendente. Senza le ragazze e i ragazzi che animano il Depistaggio, gli skater non avrebbero un posto dove costruire le strutture e sperimentare il DIY. In entrambi i casi, lo spazio occupato/autogestito è l’unica alternativa all’orizzonte plastificato che la provincia offre ai suoi abitanti. ![Immagine del quartiere Gratosoglio di Milano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/02/Gratosoglio-2.jpeg) Gratosoglio (ph. Andrea Pozzato) --- A Roma invece, tra i vicoli e le borgate della Città Eterna, le cose si tingono di una tonalità diversa e tutto sembra farsi più grave, e serio. Sarà anche perché la prima volta che mettiamo piede a Roma è ai primi di Dicembre. C’è *Più Libri Più Liberi* e il bubbone di Mafia Capitale è affiorato da sotto la pelle della nazione da pochissimi giorni. La pioggia lieve e fredda di quei giorni ricopre tutto con una patina umida e lercia. Lo sporco in sospensione persiste sui marciapiedi rendendoli viscidi e scivolosi. È camminando per quelle strade, provando a schivare la monnezza e restare in equilibrio, che arriviamo a *Spin Time Labs*. *Spin Time Labs* è un’occupazione abitativa, due parole che, ancora una volta, hanno poco a che spartire con la mia realtà di Provincia. Qui l’emergenza abitativa non esiste e nessuno ha bisogno di organizzarsi per reclamare il diritto alla casa. A Roma è diverso. Fuori dai cancelli sprangati di questo palazzone dell’INPDAP aspettiamo il Duka, che ospita me e il libro per una diretta radiofonica dalle cantine dell’edificio. Uno spazio rimasto abbandonato per anni, che i movimenti hanno restituito a una dozzina di famiglie, come si capisce bene dal numero dei passeggini parcheggiati nell’androne. Per accedere all’interno dell’edificio, dove c’è anche un auditorium da 200 posti e una piccola osteria autogestita che serve dell’ottima birra artigianale, dobbiamo passare da una porta di servizio. I cancelli principali sono sbarrati, troppo difficili da controllare. Appena dentro dobbiamo accreditarci al tavolo della sorveglianza. Una scrivania di legno con una console i cui schermi rimandano le immagini delle telecamere a circuito chiuso che scrutano le strade adiacenti l’edificio. Rivendicare il diritto alla casa, nella capitale d’Italia, è illegale e bisogna fare attenzione. *Spin Time Labs* potrebbe venir sgomberato da un momento all’altro e la prudenza non è mai troppa. Al termine della presentazione mi avvicinano due ragazzi, che sono venuti apposta a sentirmi parlare. Sono Marla e Nico, una coppia che da qualche tempo gestisce il Bunker Skatepark. ![Foto della presentazione del libro Stupidi Giocattoli di Legno nel locale Surfer's Dan di Milano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/02/Stupidi-Giocattoli-di-Legno-presentazione-Surfers-Den.jpeg) Presentazione al Surfer’s Den (ph. Silvia Saha Potenza) --- Il Bunker è uno dei due skatepark della capitale. Sta al 305 di viale Kant, a cavallo tra il III e il IV Municipio di Roma, poco oltre l’Aniene, nel quadrante nordest della città, un paio di svincoli più in là della Rebibbia di Zerocalcare. Si tratta della piccola propaggine di un centro sportivo, usato anche da una delle più blasonate società romane di basket giovanile. È in questo lembo di cemento stretto tra i palazzi e la strada, sulle assi consunte dei suoi bump, della mini o del vert che giovani promesse dello skateboarding nostrano come Ale Mazzara hanno mosso i loro primi passi. Questo perché Marla e Nico si sono messi in testa che sia possibile insegnare lo skateboarding ai bambini e hanno deciso di fare di questa cosa il loro lavoro. Insegnare lo skate non significa solo insegnare i trick e le manovre. Significa soprattutto tramandarne la cultura. Perciò al Bunker si impara innanzitutto a divertirsi. A usare lo skate come strumento per crescere, per capire meglio il proprio corpo e acquisire sicurezza di se stessi. Marla e Nico insegnano il rispetto e i valori di una sana competizione. I primi a dover essere educati, di solito, sono i genitori. Ai bambini non serve spiegare che ognuno ha i propri tempi, che nello skate non ci sono percorsi prestabiliti, trick obbligatori, traguardi che vanno raggiunti a tutti i costi. È per questo che mi hanno invitato a presentare il libro in un pomeriggio di Febbraio. Per raccontare quello che ho imparato su e ricevuto da questa cultura di strada. Il clima è amichevole, informale. A lato skatepark si grigliano salsicce e hamburger, sulle strutture si macinano trick anche se il cielo è grigio e le nuvole galoppano veloci minacciando pioggia. Fa freddo. Mi avvolgo nella giacca mentre ripasso mentalmente frasi e concetti che ho ormai affinato di presentazione in presentazione. Ma soprattutto osservo il piccolo microcosmo di umanità variamente raccolta intorno allo skatepark. Si percepisce come il Bunker sia, nomen omen, un luogo protetto, dove i genitori sanno di poter lasciare i figli ma dove a questi non viene nascosto nulla della realtà che li circonda. Marla e Nico sono zii e fratelli maggiori allo stesso tempo. Proteggono senza nascondere, educano senza reprimere, insegnano senza essere superiori. Fa tenerezza vederli alle prese con la loro piccola, grande famiglia acquisita. --- Famiglie di questo tipo — allargate, atipiche, anarchiche — ne ho incontrate più d’una durante questi mesi di tour in giro per l’Italia. Una, quella di Firenze delle Letterature, era presente al gran completo, quando le amiche e gli amici di 404: file not found mi hanno invitato alla libreria Black Spring. Black Spring è un piccolo spazio ritagliato nelle pietre e tra i vicoli di San Frediano. Coraggioso nella scelta che propone ai suoi clienti (editoria e grafica indipendente, underground, controculturale) quanto piacevole da visitare. Il calore delle luci e degli arredi t’avvolge e t’accarezza non appena ne varchi la soglia. Ti invita a fare un giro tra gli scaffali, e a restare per una tisana o una birra. Specialmente in quel gelido pomeriggio di marzo. Col vento che cala dal nord carico di refoli ghiacciati, scheggiando la punta delle orecchie e facendoti colare il naso, irrimediabilmente arrossato. Ci ritroviamo così, bardati con sciarpe e cappelletti di lana. Ci sono Santoni, Magini, Merlini, Pasquini e qualche altro dei fiorentini che nemmeno conosco, o conosco di striscio. Quelli che intorno alla letteratura ci hanno costruito una vera e propria scena. Di quelle che “se cresce uno, cresciamo tutti”. O almeno quella è l’atmosfera che si respira da Black Spring, in un crepuscolare pomeriggio di marzo passato a parlare di tavole, ruote e manovre. Glielo invidio quel senso di familiarità. Quella coesione nella differenza che rende la scena letteraria fiorita sulle rive dell’Arno qualcosa di unico e speciale nel panorama nazionale. --- Un’atmosfera simile la respirerò pochi mesi dopo a Padova e l’ho respirata anche qualche giorno prima, a Milano. È un pomeriggio di Febbraio, umido e nebbioso come solo una Milano di celluloide saprebbe essere, quando presento il libro al Surfer’s Den. Il Den è un locale che a guardarlo da fuori non gli daresti due lire. Sembra una baracca tirata su alla buona accanto a un campo sportivo. Dentro è un brillante. La sala in cui ci accomodiamo è lunga e stretta, il bancone all’estremità di una professionalità abbacinante. Sono reduce da una serata alcolica che ha messo a dura prova il mio fisico e la mia dignità. Nonostante il pranzo sostanzioso, la bocca è ancora impastata e l’idratazione irregolare. Compenso con un richiamino di birra, mentre Marco Philopat introduce il libro e insieme a Franz Fiorentino e altri cominciamo a parlare di tavole. Il tempo vola, e quando mi devo alzare per andare a prendere l’ultimo treno utile per tornare a casa la discussione è ancora viva. Vorrei restare di più, scambiare due parole col pubblico che s’è preso lo sbattimento di venirci a sentire, ma non posso. Tram più metro ed eccomi in Centrale, neanche il tempo per vedere se sui muretti qualcuno sta skateando e sono di nuovo seduto su un treno. Provo a leggere un po’, ma il grigiore della campagna lombarda ha più attrattiva del bagliore biancastro del tablet. La palpebra cala, mi stringo nel giaccone per resistere al freddo e lascio che il sonno mi avvolga. Tra poche ore sarò di nuovo a casa. ![Uno skateboarder esegue un trick davanti alla Stazione Centrale di Milano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2020/02/Ren--Olivo-Backside-Lipslide-Stazione-Centrale.jpeg) René Olivo, BS Lipslide, Stazione Centrale di Milano (ph. Andrea Pozzato) --- Nota: il racconto che avete letto — disordinato, sconnesso, esageratamente personale — è un forma di ringraziamento per tutte le persone che hanno incrociato, volenti o nolenti, le traiettorie di Stupidi Giocattoli di Legno. Questi incontri, le strette di mano, i sorrisi e gli sguardi sono ciò per cui amo scrivere. Ripagano della stanchezza, delle levatacce e dei ritardi del treno. Sperò che leggerete queste righe e spero di non avervi deluso, di avervi regalato un momento, se non di felicità, almeno di colore nel basso ostinato dell’esistenza fin troppo grigia a cui ci condanniamo e ci condannano. Ancora grazie a tutti. ### 10 livelli di Super Mario Maker così difficili, bizzarri e folli da farvi dubitare della sanità mentale del genere umano URL: https://flaviopintarelli.it/2015/11/05/10-livelli-super-mario-maker/ Last updated: 2019-12-18T11:03:05.000Z Qualche mese fa ho presentato [Super Mario Maker](http://www.prismomag.com/super-mario-maker/?ref=flaviopintarelli.it) in un articolo pubblicato su Prismo. Nel saggio parlavo del ruolo che hanno gli *user generated content* nella mdoerna industria dei videogame e mettevo in luce la natura social del gioco. > SMM è molto più che un semplice gioco: è un social network costruito intorno a una delle maggiori icone della cultura pop. scrivevo in quell'occasione. > Un social in cui gli utenti attingono a elementi di onorata tradizione per creare una nuova Storia e, così facendo, ne diventano parte, quantomeno nel subconscio. Il gioco è fuori ormai da due mesi e il numero di livelli disponibili è ormai altissimo. Basti pensare che nel giro di una settimana dall'uscita del titolo, i livelli caricati sull'ecosistema erano già [più di un milione.](http://www.nintendolife.com/news/2015/09/more%5Fthan%5Fa%5Fmillion%5Fsuper%5Fmario%5Fmaker%5Flevels%5Fhave%5Fbeen%5Fuploaded%5Fin%5Fa%5Fweek?ref=flaviopintarelli.it) Preso dalla Mario Maker mania, ho deciso di selezionare 10 livelli di Super Mario Maker così difficili, bizzari e folli da farvi dubitare della sanità mentale dell'intero genere umano. Li ho divisi in due categorie. Per primi quei livelli così complessi e difficili, in grado di generare reazioni talmente scomposte nei giocatori da farti pensare che dietro ci sia qualche oscuro e insano progetto di inaudita malvagità. Di seguito una selezione di livelli così folli, bizzarri e sconclusionati che vi verrà spontaneo chiedervi da quali menti malate possano essere stati partoriti. Buona visione ## Livelli di Super Mario Maker così difficili da creare reazioni scomposte nei giocatori Pensate che non ci sia modo di mostrare ulteriormente quanto la cattiveria umana sia capace di fare? Allora non avete idea di cosa si possa fare con *Super Mario Maker*, il gioco che il Vaticano vorrebbe vietare perché causa un'incontrollabile epidemia di bestemmie. ### P is for Pain Avete mai visto il film [*Arca Russa*](https://www.youtube.com/watch?v=J--TDEHizVA&ref=flaviopintarelli.it) di Alexander Sokurov? Non è altro che un piano sequenza lungo 90 minuti, girato senza tagli con una steadycam. La steadycam è una specie di giubbotto antiproiettile rinforzato che serve per trasportare a mano una camera. L'ingombro è il peso di questo attrezzo sono notevoli. Muovere una steady per '90 deve aver fatto provare all'operatore di *Arca Russa* lo stesso senso di frustrazione, scoramento e dolore fisico che induce il livello *P is for Pain* di *Super Mario Maker*. Un livello dove l'unico appoggio stabile sono dei "blocchi P" posati su spine letali. Se non aveste mai giocato a Super Mario Bros 3 o successivi, allora sappiate che i "blocchi P" svaniscono non appena ci saltate sopra. Lo YouTuber di turno rinuncia dopo un bel numero di tentativi. Ma prima di esclamare "impossibil!e", sappiate che per pubblicare un livello in Super Mario Maker l'autore deve prima finirlo. Quindi, di fatto, non esistono livelli impossibili. Siete voi che fate pippa. ### Insulto *Super Mario Maker* merita di essere annoverato tra le "dieci attività più dannose per il prosegui di un'amicizia" insieme all'alcool, la rivalità sportiva e il furto di fidanzata. In questo video, Jose Otero, redattore di IGN, sfida l'amico e collega Brian Altano ad arrivare alla fine di un livello da lui creato. Più facile a dirsi che a farsi. ### Compensazione Dopo aver passato il livello di Jose Otero, Brian Altano chiede giustamente compensazione. Il suo stage è ancora più difficile di quello dell'amico e, se possibile, più subdolo. ### Do not understand Puoi provare e riprovare, ma se non capisci che il livello che stai giocando è autocompletante non ce la farai mai. L'unica cosa in cui puoi sperare è premere start e dimenticarti di prendere in mano il pad. ### Cose Preziose Perfetto esempio del livello di frustrazione a cui può portare *Super Mario Maker*. Questo livello è così difficile che, una volta finito, allo streamer non resta che una cosa da fare: scoppiare in lacrime. ## Livelli folli Non c'è limite alla creatività, questo concetto pare essere alla base del successo di *Super Mario Maker*. Ecco cinque livelli che lo dimostrano incontrovertibilmente. ### Avventure lisergiche di un Goomba Avete sempre voluto sapere cosa prova un Goomba? Potete scoprirlo ora, grazie a questo livello dall'elevatissimo tasso di acidità. ### L'incubo di Waluigi Qualcuno ha deciso di dire senza peli sulla lingua quanto disprezzo genera un *character* secondario come Waluigi. Le chiacchiere (e l'empatia) qui stanno a zero. ### Solo boss Una nave volante, fatta soltanto di boss di livello. Have fun. ### Frogger Nostalgia di un classico dei videogiochi? Grazie a questo livello potrete rivivere le emozioni vintage di un evergreen videoludico: *Frogger*. ### Livelli musicali Fare musica usando *Super Mario Maker* è possibile. Ecco a voi 5 livelli musicali tutti da ascoltare. ### Breve storia di un post su Facebook URL: https://flaviopintarelli.it/2015/11/02/breve-storia-di-un-post-su-facebook/ Last updated: 2018-08-30T15:33:52.000Z Imbattersi in uno strano post su Facebook e farsi qualche domanda su come funziona l'informazione in rete. *Ciao, se sei arrivato su questo post, prima di procedere c'è una cosa che devi sapere. Le immagini del post sono saltate. Sono saltate perché col tempo ho modificato l'url del sito e adesso sono perse per sempre. Siccome si trattave di screenshot non ho modo di recuperarle. Mi spiace* Qualche giorno fa leggevo un post sull'[importanza dei rituali](http://www.bakadesuyo.com/2015/10/ritual/?ref=flaviopintarelli.it) nella nostra quotidiana routine lavorativa. Mi ha colpito perché anche io ho dei rituali a cui rinuncio con fatica, soprattutto al lavoro. Un certo modo di sedermi, di accendere il pc o di aprire le schede del browser. Sono piccoli gesti che accompagnano le mie giornate e mi aiutano a scandire il tempo che passo in ufficio. Anche se non sempre mi è possibile rispettarlo, prendermi una pausa a metà pomeriggio rientra a tutti gli effetti nella categoria dei miei rituali da scrivania. Questo pomeriggio ho deciso di passare la mia pausa cazzeggiando su Facebook e, tra un selfie e l'altro, mi sono imbattuto in un post pubblicato da un amico; lo potete vedere qui sotto. !\[Post Facebook Ryanair\](/content/images/2015/11/Post-Facebook-Ryanair.JPG) *Edizione straordinaria!!! Ryanair arriva a Bolzano* Se non lo sapete, tra qualche mese a Bolzano si svolgerà un referendum in cui i cittadini saranno chiamati a decidere sull'allungamento della pista dell'attuale aeroporto. Un intervento che porterà a 1462,6 metri la pista dello scalo altoatesino, aumentandone di molto la capacità. Intorno al progetto, il cui [business plan è stato redatto Johann Frank](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/10/27/news/aeroporto-bolzano-copiera-innsbruck-1.12342603?ref=flaviopintarelli.it) della [Airport Consulting](http://www.a-c-v.aero/en/airport-advisory/?ref=flaviopintarelli.it) di Vienna, aleggiano diversi dubbi e polemiche. Da quando è stato costruito, nell'aeroporto bolzanino si sono avvicendate numerose compagnie. Nessuna delle quali è mai resistita a lungo. Air Alps ad esempio, [ne dava notizia *Il Nordest Quotidiano*](http://www.ilnordestquotidiano.com/cronaca-3/35-articoli-cronaca/cronaca-alto-adige/808-air-alps-imminente-il-fallimento-e-voli-sospesi-su-bolzano.html?ref=flaviopintarelli.it), ha sospeso i voli su Bolzano a inizio anno, con alle spalle lo spettro del fallimento. E dall'inizio di agosto, causa lavori, [nessun velivolo decolla e attera più nel capoluogo altoatesino](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/07/28/news/aeroporto-stop-ai-voli-fino-a-dicembre-1.11850648?ref=flaviopintarelli.it). Che Ryanair si interessi al nostro piccolo aeroporto è senza dubbio una notizia bomba. Ryanair è la più famosa compagnia *low cost*, un brand riconosciuto e una compagnia solida. Potenzialmente è un *gamechanger*, se Ryanair vola su Bolzano difficile mettere in discussione l'utilità dello scalo. Clicco sul post per saperne di più. E mi trovo di fronte [questo articolo](http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/11/02/ryanair-utile-semestre-37-a-1088-mld%5F085d4614-e9c1-4b13-bcf7-99d05786974b.html?ref=flaviopintarelli.it). !\[Lancio Ansa Ryanair\](/content/images/2015/11/Lancio-Ansa-Ryanair.JPG) *L'articolo originale dell'Ansa, in cui non c'è traccia di Bolzano? Gombloddo?!?!* Insomma di Bolzano, nell'articolo dell'Ansa, non c'è traccia e non si fa menzione. Strano, non trovate? Su Facebook gira una notizia bomba, ma l'articolo linkato non parla in nessun modo di quanto annunciato dal titolo. Mistero? Complotto? Massoneria? Controllo della mente? Potrebbe essere, eppure è probabile che non sia così. Insospettito chiedo all'amico che ha condiviso il link se si tratta di un esperimento sociale. Lui mi dice che non lo sa, ma che anche a lui suona strano. A quel punto gli domando di dirmi da dove ha condiviso il post, perché sono determinato a capire da dove è partito. Se non lo sapete, quando postate un link su Facebook potete modificare a vostro piacimento l'anteprima del titolo (oltre all'immagine e a ogni altro elemento dello snippet). Il mio sospetto è che qualcuno abbia modificato apposta il titolo del post. Non è un mistero che la fruizione delle notizie su Facebook sia fatta di letture rapide, che non vanno in profondità. Non sono molte le persone che cliccano sui link, limitandosi a leggere i titoli degli articoli come si leggono i titoli nelle civette delle edicole. Cambiare il titolo dell'articolo dunque ne altera il senso, creando un meme facilmente riproducibile. Ma a che pro? Mentre mi scervello per trovare la risposta, l'amico di cui sto commentando la condivisione tagga la persona da cui il post pare aver preso origine. È un utente Facebook di cui non sono amico, tale Robert Tauber Calvo Jimenez, che si limita a commentare lo scambio con una emoji raffigurante un dolce e sorridente angioletto con aureola regolamentare. Faccio un paio di ricerche e scopro che Robert Tauber Calvo Jimenez altri non è che [Roberto Tubaro](http://robertotubaro.com/?ref=flaviopintarelli.it), musicista e comico bolzanino, membro del collettivo di cabarettisti Cababox (o almeno così recita la copia cache del sito del gruppo). !\[Il comico e musicista Roberto Tubaro\](/content/images/2015/11/Il-comico-e-musicista-Roberto-Tubaro.jpg) *Public Enemy N.1 Roberto Tubaro alias Robert Tauber Calvo Jimenez* L'angelica emoji con cui il Tubaro commenta lo scambio tra me e il mio amico sembra proprio indicare che si tratti di una burla ben architettata. Una beffa che sfrutta l'attualità locale e smaschera i meccanismi con cui siamo abituati a percepire le notizie sui social, diventati ormai la nostra principale fonte di informazione e relazione con la realtà. Tutto bene, quel che finisce bene? Si, ma se non si fosse trattato di una burla? Il caso di [Roma fa Schifo è emblematico](http://www.dinamopress.it/inchieste/cosa-fa-davvero-schifo-a-roma?ref=flaviopintarelli.it). In molti sostengono che il celebre blog antidegrado capitolino non sia altri che uno strumento di lobbying nelle mani di un grande gruppo immobiliare, che lo usa per orientare gli umori della cittadinanza in modo favorevole ai propri interessi. Come insegna il [controverso esperimento](http://codingconduct.tumblr.com/post/90242838320/frame-clashes-or-why-the-facebook-emotion?ref=flaviopintarelli.it) sul *tuning* emozionale di Facebook, i social sono il luogo in cui è possibile effettuare una messa a punto delle emozioni del corpo sociale e indirizzarle a proprio piacimento. Nulla avrebbe vietato alle lobby che hanno interesse nell'ampliamento della pista dell'aeroporto bolzanino di adottare la stessa strategia per influenzare il voto del referendum. D'altronde chi saprebbe resistere a Ryanair? Attività di *cyber lobbying* che sfruttano questi meccanismi sono ormai all'ordine del giorno. Imparare a vagliare e riconoscere la natura delle informazioni a cui ci esponiamo in rete è quindi sempre più una necessità ecologica. Quanto questi meccanismi disfunzionali siano radicati in noi, però, dovrebbe dircelo Roberto Tubaro, magari facendoci sapere il numero delle condivisioni del suo post... ### Recensione a Cent'anni a Nordest - Tutti gli indipendentismi si somigliano, ogni indipendentismo è indipendentista a modo suo URL: https://flaviopintarelli.it/2015/11/01/recensione-centanni-a-nordest/ Last updated: 2019-12-18T09:44:55.000Z *Tutti gli indipendentismi si somigliano, ogni indipendentismo è indipendentista a modo suo*. Il vecchio Leone Tolstoj non credo se ne avrà a male se ci siamo permessi di *detournare* il celebre incipit del suo *Anna Karenina* per usarlo come sottotitlo della presentazione bolzanina di *Cent'anni a Nordest*, il [reportage narrativo](http://www.internazionale.it/storia/cent-anni-a-nordest?ref=flaviopintarelli.it) che Wu Ming 1 ha dedicato al Triveneto nel centenario dello scoppio della I Guerra Mondiale. La matematica logica della citazione tolstoiana, rivista all'occorrenza nel suo contenuto, ben si prestava a catapultare lo spettatore nel ventre della bestia. Espressione che dà il nome alla tournée di presentazione del libro, la cui penultima tappa sarà proprio la [presentazione bolzanina](https://www.facebook.com/events/1065683740131078/) di martedì 3 Novembre, alle ore 18.00, presso l'aula magna del Liceo Classico Carducci. Nel tentativo di cucire insieme il passato e il presente, per mostrare come i fantasmi dell'Evento aleggino ancora sulla realtà odierna, uno dei temi toccati da Wu Ming 1 è proprio l'insorgenza di movimenti neoindipendentisti, il cui uso disinvolto del passato storico viene passato al vaglio dello scrittore con lo scopo di mostrarne il *phylum*. *Phylum*, dal greco ϕυλή (tribù), è per estensione [il vocabolo](http://www.treccani.it/vocabolario/phylum/?ref=flaviopintarelli.it) che in etnologia e in linguistica viene usato per riferirsi a un raggruppamento di lingue, che si credono tra loro imparentate. ![Presentazione Cent'anni a Nordest](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/10/Presentazione-Cent-anni-a-Nordest.jpg) E in effetti, la galassia neoindipendentista che s'è aggregata nel Nordest parla la stessa lingua. Che si tratti del revival asburgico che impazza dal Trentino alla Venezia Giulia, o del più tradizionale indipendentismo *suedtirolisch*, quello che non cambia è l'ordine del discorso che tende, in diverse gradazioni, verso il discorso di destra. O quantomeno verso la sua versione post politica. Quella che maschera il conservatorismo dietro una pretesa neutralità rispetto agli abituali schemi interpretativi della differenza politica. Né di destra e neppur di sinistra, per dirla in parole povere. E in ogni caso mai mai mai mai di sinistra, come ama dire un caro amico. Dall'uso tecnicizzato del passato nascono così alcune delle esperienze raccontate nel libro. Il multiculturalismo *white pride* dei movimenti austronostalgici, la fascinazione per il compagno/camerata Putin o l'antifascismo da destra degli Schützen sudtirolesi. Leggendo *Cent'anni a Nordest* si ha l'impressione che quest'espressione aridamente geografica, scelta per identificare quelle che furono chiamate un tempo terre irredente, fornisca oggi un punto d'osservazione privilegiato per cogliere, nel suo farsi, la genealogia di questo discorso. Leggere e portare questo libro a Bolzano significa mettere le mani nell'olio bollente e ustionarsi con l'attualità. Un discorso che in più di un'occasione si appoggia al regime simbolico del senso, per trarne legittimazione e consistenza nella sfera pubblica. E al simbolo si fa spesso ricorso quando nella memoria e nel passato si cercano le basi per la propria azione nel presente. Ma il regime simbolico del senso è forse uno dei più difficili da maneggiare. Perciò va maneggiato con la cautela che sembra mancare a questa costellazione di partiti e movimenti che brulica tra le terre del confine orientale. Il simbolo non possiede infatti alcun potere trasformativo. Stabilisce equivalenze, postula assiomi, crea legami difficilmente solubili. A Bolzano - città di simboli - questo lo sappiamo bene. Perciò leggere e portare a Bolzano questo libro, significa mettere le mani nell'olio bollente e ustionarsi con l'attualità. Un attualità che ha nel simbolico uno dei suoi terreni di scontro. La [proposta di due storici locali](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/10/29/news/bolzano-gli-storici-propongono-di-cambiare-il-nome-a-via-cadorna-1.12350654?ref=hfaabzec-3) per cambiare nome alla via tristemente dedicata al generale Cadorna, uno tra i più inetti e crudeli ufficiali dell'esercito italiano durante il primo conflitto mondiale, è stata accolta da scetticismi quando non da aperta ostilità. E se non stupisce che il fuoco di sbarramento parta soprattutto da destra, non sono mancate bordate anche da sinistra. Le critiche, condite da discrete dosi di benaltrismo e presunte esigenze pratiche mai del tutto chiarite, mostrano come l'abitudine al simbolo sia radicata; e con essa una congenita difficoltà a concepire il cambiamento. In occasione dell'inaugurazione del percorso espositivo al Monumento della Vittoria, l'installazione dell'anello di led sul colonnato frontale del fascistissimo memoriale fu accompagnata da uno sguaiato coro di polemiche. Polemiche politiche piuttosto che civiche, che ben chiariscono il senso di questa difficoltà a concepire il cambiamento. ![Monumento alla Vittoria anello led](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/11/Monumento-alla-Vittoria-anello-led.jpg) Tra accuse di inefficienza, scarsa praticità (un cavallo di battaglia) e bruttezza si distinse Alessandro Bertoldi. Virgulto autoctono di Forza Italia (sempre che il raggruppamento berlusconiano si chiami ancora in questo modo) e delfino della lady di ferro forzista Micaela Biancofiore, il Bertoldi ebbe la brillante idea di invitare Vittorio Sgarbi a prendere posizione sull'intervento. Purtroppo per Bertoldi e per la destra locale, che sulla difesa dell'artisticità aveva puntato molta della sua *vis* polemica, invece che vergare parole di fuoco il [noto critico si limitò ad affermare](http://www.salto.bz/article/23072014/il-timbro-di-sgarbi?ref=flaviopintarelli.it) che "mi sembra positivo che il Monumento alla Vittoria non sia più divisivo per la città dopo tanti anni, e che quest'operazione lo renda vivo e di tutti. I led luminosi magari non sono proprio gradevoli, ma tollerabili e sobri. Quella operata in generale mi sembra una soluzione intelligente, un cambiamento positivo." Anche Sgarbi parve rendersi conto che l'anello di led serviva innanzitutto per segnare l'avvenuto cambiamento. Non un orpello quindi, sostituibile in altro modo, ma un segno concreto in grado di rompere tanto l'abitudine percettiva quanto l'ordine simbolico a cui fino a quel momento il monumento appariva legato. Se oggi l'azienda di promozione turistica è in grado di utilizzare [il Monumento alla Vittoria](http://salto.bz/article/13102015/se-il-fascismo-diventa-strategia-di-marketing?ref=flaviopintarelli.it) all'interno della proprio strategia di comunicazione sui social, è proprio grazie a questo avvenuto cambiamento. Nel regime semisimbolico del senso di stabiliscono relazioni che son sempre locali al testo e in esso localizzate. Una trasformazione che mira a estrarre dalla loro stasi il complesso di simboli che testimoniano il passato cittadino, per farli rientrare in un differente regime del senso: quello che la semiotica chiama il "semisimbolico". All'interno del semisimbolico le relazioni di senso che si stabiliscono tra due elementi sono sempre locali e localizzate. Locali al testo e localizzate in esso. Questo rende il semisimbolico più malleabile e versatile rispetto al simbolo. All'universalità si sostituisce la localizzazione e la relazione funziona fintanto che si è dentro un certo testo; al di fuori di quello specifico testo essa è suscettibile di essere ridiscussa. Rientra in questo regime l'intero processo di musealizzazione dei relitti fascisti della città. Iniziato con l'inaugurazione del [percorso espositivo al Monumento delle Vittoria](http://www.monumentoallavittoria.com/it.html?ref=flaviopintarelli.it), proseguito con quello [dedicato alle semirurali](http://www.comune.bolzano.it/cultura%5Fcontext.jsp?ID%5FLINK=4603&area=48&ref=flaviopintarelli.it), dovrebbe concludersi con l'intervento di risemantizzazone del [fregio di piazza tribunale](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14174&ref=flaviopintarelli.it). L'apposizione di una frase di Hanna Arendt - "nessuno ha il diritto di obbedire" - al bassorilievo raffigurante l'allegoria delle conquiste fasciste è forse il più limpido dei tre tentativi. Il montaggio della citazione sul corpo vivo della retorica fascista crea nuovi e inaspettati legami. Scioglie il simbolo dalle sue relazioni e, soprattutto, previene dalla rimozione del manufatto. Un gesto che lo avrebbe trasformato in una versione potenziata del simbolo, ovvero un feticcio. Un feticcio buono da agitare in ogni occasione per soffiare sulle braci del [vittimismo italiano](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18453&ref=flaviopintarelli.it). Per fortuna anche i legami simbolici più stretti possono essere messi in discussione. E sciolti, all'occorrenza. Perché la [geografia emozionale](https://kaizenology.wordpress.com/2015/10/01/ventanni-a-nordest-unapprossimativa-e-confusa-mappa-stradale-sentimental-emotiva-di-bolzano/?ref=flaviopintarelli.it) di una città è cosa viva. Non si dà per acquisita, ma si costruisce, col culo in strada e il naso negli archivi. ![Copertina Cent'anni a Nordest](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/10/Copertina-Cent-anni-a-Nordest.jpg) [*Cent'anni a Nordest*](http://www.rizzoli.eu/libri/la-guerra-granda/?ref=flaviopintarelli.it) Wu Ming 1 Rizzoli (4 giugno 2015) 272 pagine ## L'audio della serata [Ventre della Bestia Tour Bolzano](https://www.mixcloud.com/Radio%5FVostok/ventre-della-bestia-tour-bolzano/?utm%5Fsource=widget&utm%5Fmedium=web&utm%5Fcampaign=base%5Flinks&utm%5Fterm=resource%5Flink) by [Radio\_Vostok](https://www.mixcloud.com/Radio%5FVostok/?utm%5Fsource=widget&utm%5Fmedium=web&utm%5Fcampaign=base%5Flinks&utm%5Fterm=profile%5Flink) on [ Mixcloud](https://www.mixcloud.com/?utm%5Fsource=widget&utm%5Fmedium=web&utm%5Fcampaign=base%5Flinks&utm%5Fterm=homepage%5Flink) ### Social Network: Come Comunicare la Cultura - Milano 27 Ottobre 2015 URL: https://flaviopintarelli.it/2015/10/23/social-network-come-comunicare-la-cultura-milano-27-ottobre-2015/ Last updated: 2019-12-18T11:01:12.000Z Come cambia la cultura a contatto con la rete e le tecnologie digitali? Questa è l'ambiziosa domanda a cui [lo staff di cheFare](https://www.che-fare.com/chi-siamo/?ref=flaviopintarelli.it) ha deciso di provare a rispondere nel ciclo di eventi [*Come cambia la cultura*](http://www.casadellacultura.it/paglaboratorio.php?id=145&ref=flaviopintarelli.it), organizzato insieme alla *Casa della Cultura di Milano*. In qualità di influencer culturale (così dicono loro) e membro della redazione di Lavoro Culturale sono stato invitato a partecipare al secondo dei quattro incontri previsti. La serata s'intitola [*Social Network: Come Comunicare la Cultura*](http://www.casadellacultura.it/testoincontro.php?id=1544&ref=flaviopintarelli.it) e avrà luogo martedì 27 Ottobre, a partire dalle 21.00. Insieme a me, moderati da Marco Liberatore, ci saranno Stefano Jugo (Einaudi) e Claudia Vago. Due pezzi grossi del social web italiano. Mi piacerebbe parlare di alcune cose su cui rimugino da qualche tempo, intorno al rapporto tra social e istituzioni culturali. In particolare dello statuto produttivo dei social e di come i loro linguaggi non servano solo a comunicare cultura, bensì a farla. Qualche anticipazione uscirà lunedì sottoforma di appunto disordinato su Lavoro Culturale. Nel frattempo vi invito a partecipare alla serata. ### Facebook Inside Out URL: https://flaviopintarelli.it/2015/10/12/facebook-inside-out/ Last updated: 2019-12-18T10:22:51.000Z *Questo post è [apparso la prima volta su Medium](https://medium.com/@el%5Fpinta/facebook-inside-out-f43145569aac?ref=flaviopintarelli.it)*. Quando scrissi [*Su Facebook*](http://www.duepunti.org/prodotto/su-facebook/?ref=flaviopintarelli.it) dedicai alcuni paragrafi all’analisi del meccanismo di stimolo e risposta che il social network metteva a disposizione dei propri utenti. Mi ero accorto che esisteva un preciso circuito senso motorio nel quale la percezione di un’informazione veniva collegata ad un set di azioni possibili: like, commento, condivisione. Il like, il gesto di apprezzare qualcosa, era, tra quelle disponibili, l’unica azione collegata all’espressione di un’emozione. Un’emozione che possiamo definire come genericamente positiva. Per esprimere tutto il resto del registro emotivo umano non restava che lo spazio offerto dal commentario. Certe eruzioni di violenza verbale a cui si assisteva e si continua ad assistere sui social mi sembravano direttamente collegate a questa situazione. Se lo schema di azione che queste piattaforme permettono è basato su meccanismi di stimolo e risposta — un circuito senso motorio di percezione e reazione che riposa sull’illusione di immediatezza creata dall’aggiornamento continuo delle informazioni organizzate in una forma di fruizione gerarchica e cronologica, [lo stream](http://www.theatlantic.com/technology/archive/2013/12/2013-the-year-the-stream-crested/282202/?ref=flaviopintarelli.it) — allora l’espressione dei nostri stati emotivi diventa una sorta di “scarico psichico d’energia”, che la piattaforma assorbe in modi diversi. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Stagecoach.jpeg) Secondo Deleuze il cinema d’azione classico funziona in base a un meccanismo senso motorio di percezione e azione Attraverso un gesto automatizzato nel caso dell’apprezzamento. Attraverso l’espressione verbale, spesso im-mediata, nel caso di emozioni che non rientrano nella sfera della positività. Per questo mi divertivo a immaginare un futuro distopico, in cui l’introduzione di un pulsante “dislike” su Facebook metteva fine all’esondazione di violenza linguistica a cui l’umanità aveva assistito fino a quel momento. Offrire agli utenti la possibilità di esprimere un maggior numero di sfumature emotive attraverso un meccanismo di risposta immediata è proprio quello a cui mira [*Reactions*](https://newsroom.fb.com/news/2015/10/news-feed-fyi-how-the-reactions-test-will-impact-ranking/?ref=flaviopintarelli.it), la nuova funzionalità che Facebook ha iniziato a testare oggi, a partire da Spagna e Irlanda. *Reactions* non è altro che un’estensione del pulsante “like” che permette di [esprimere un set di emozioni più variegato](http://techcrunch.com/2015/10/08/with-reactions-facebook-supercharges-the-like-button-with-6-empathetic-emoji/?ref=flaviopintarelli.it#.qjogiv:yy4q), attraverso l’uso di sette differenti emoji. Oltre all’apprezzamento, in questo modo potremo esprimere amore, ilarità, contentezza, stupore, tristezza e rabbia. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Facebook-Reactions.png) La gamma di emozioni che saremo in grado di esprimere grazie a Reactions Le [emoji](http://www.theverge.com/2013/3/4/3966140/how-emoji-conquered-the-world?ref=flaviopintarelli.it) non sono altro che un’estensione del nostro linguaggio in grado di sfruttare la natura sincretica della comunicazione digitale. Attraverso una rappresentazione visiva simbolica e schematica permettono di comunicare concetti complessi come i nostri stati emotivi. Questo senza dover ricorrere a perifrasi e offrendo all’utente vaste possibilità combinatorie (alzi la mano chi tra voi non ha mai mandato [messaggi in codice](http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15%5Fmarzo%5F19/giovani-usano-whatsapp-spacciare-droga-arrestati-05ce52a6-ce0b-11e4-b573-56a67cdde4d3.shtml?ref=flaviopintarelli.it) combinando tra loro una serie di emoji). [Inside Out](http://www.internazionale.it/opinione/matteo-bordone/2015/09/24/inside-out-pixar-recensione?ref=flaviopintarelli.it) l’ultimo, celebratissimo film d’animazione Pixar non fa altro che questo. Ovvero creare una rappresentazione visiva del funzionamento del nostro cervello e delle nostre emozioni. Laddove non accade che il regista cada nella tentazione delle spiegone, e l’invenzione visiva sovrasta la sceneggiatura e i dialoghi si hanno i momenti migliori del film. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Inside-Out-Isole.jpeg) Ecco come appaiono i costrutti in Inside Out Ad esempio nella rappresentazione dei [cosiddetti costrutti piscologici](https://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20100705090506AAwoZ65&ref=flaviopintarelli.it), che nel film vengono chiamati “isole” e rappresentati come grandi e complessi automi fatti di metallo, bulloni e ingranaggi. Un modo raffinato per restituirne la natura combinatoria, ingegneristica e “artificiale” senza per questo doversi perdere in verbose spiegazioni, come accade nella scena del pensiero astratto dove ogni trasformazione è accompagnata dalla sua puntuale didascalia (“ehi tu! Si dico a te che guardi il film, hai visto che siamo bidimensionali?!”). ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Inside-Out-Pensiero-Astratto.jpeg) Prima di entrare nel pensiero astratto Questo apparato visivo è funzionale alla [lezione del film](http://www.linkiesta.it/it/article/2015/09/23/inside-out-lelogio-della-malinconia-allepoca-delleuforia/27501/?ref=flaviopintarelli.it). Ovvero la presa di coscienza che, a un certo punto dello sviluppo, le nostre strutture emotive perdono la loro valenza univoca per diventare più complesse e ibridate. Una complessità a cui [*Reactions* non può e non sa nemmeno rispondere](http://motherboard.vice.com/it/read/i-nuovi-sette-tasti-mi-piace-di-facebook-non-sono-una-grande-idea?ref=flaviopintarelli.it). La gamma emotiva proposta nella nuova funzionalità di Facebook è infatti limitata a sette possibili scelte. Poche per esprimere tutte le gradazioni e le sfumature emotive che caratterizzano la nostra esperienza. Molte se si pensa alle possibilità che la nuova funzionalità introduce per Facebook a livello di business. Le [piattaforme social campano sull’acquisizione e la vendita dei nostri dati](https://medium.com/articles-by-bn2b/here-is-how-google-works-1f546eded5c2?ref=flaviopintarelli.it) personali, a un livello di dettaglio che diventa sempre più preciso. L’aggiunta di sei ulteriori sfumature emotive al taso “like” consentirà a Facebook di conoscere sempre meglio i propri utenti e di trasferire questa conoscenza ai suoi clienti. Ovvero alle aziende che utilizzano si servizi di advertising offerti dal social network. Pur essendo una pratica diffusa e consolidata, dopo il datagate è diventato chiaro a molti che la raccolta indiscriminata dei nostri dati sul web è lesiva del diritto alla privacy. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Edward-Snowden.jpeg) Edward Snowden, la “talpa” a cui si devono le rivelazioni sulla sorveglianza digitale di massa La recente sentenza della Corte Ue che ha invalidato il principio del [*safe harbor*](http://www.lastampa.it/2015/10/06/tecnologia/la-sentenza-shock-della-corte-ue-sulla-privacy-spiegata-in-punti-bpu45K0Ha8FRNOYvnbZ5TO/pagina.html?ref=flaviopintarelli.it) segna un cambio di passo importante sul tema. Da oggi infatti i *tech giants* americani saranno costretti ad adeguarsi alle normative nazionali in tema di privacy, stabilite dai singoli Stati membri dell’Unione. Il fatto che la sentenza sia arrivata grazie all’attivismo di un cittadino austriaco, Max Schrems, mostra anche come la questione sia ormai una preoccupazione diffusa presso l’opinione pubblica. Se non in tutta, almeno in una parte di essa disposta a spendere tempo, energie e risorse per intervenire sulle politiche dei propri paesi. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/08/Max-Schrems.jpeg) L’attivista austriaco Max Schrems Probabilmente perciò questo non è neppure il rischio più elevato che corriamo. Perché l’attenzione alla privacy diventa, col passare del tempo, sempre più elevata e dunque al centro degli interessi dei policy maker mondiali. La tecnologia digitale sta [agendo sulle nostre strutture cognitive](http://www.newyorker.com/science/maria-konnikova/being-a-better-online-reader?ref=flaviopintarelli.it) e queste si stanno adattando a essa. Ma questi cambiamenti sono meno evidenti, perché accadono senza alcuna frizione in ambienti che ormai siamo abituati ad abitare quotidianamente. Perciò il modo in cui le funzionalità delle piattaforme che usiamo per scambiare informazioni e tessere i nostri rapporti sociali [plasmano la nostra identità](http://www.salon.com/2014/10/26/facebook%5Fhas%5Ftotally%5Freinvented%5Fhuman%5Fidentity%5Fwhy%5Fits%5Feven%5Fworse%5Fthan%5Fyou%5Fthink/?utm%5Fsource=twitter&utm%5Fmedium=socialflow) è un argomento assai meno dibattuto, e su cui manca ancora una consapevolezza diffusa. Riconoscere che tutte [le piattaforme digitali non sono spazi neutri](http://www.doppiozero.com/rubriche/3040/201510/or-dislike?ref=flaviopintarelli.it), ma ambienti progettati per farci vivere un’esperienza elaborata in base a un pensiero e a una visione del tutto ideologiche, è il punto di partenza per cominciare a definire la nostra identità all’interno dello spazio pubblico contemporaneo. ### Super Mario Maker su Prismo URL: https://flaviopintarelli.it/2015/10/05/super-mario-maker-prismo/ Last updated: 2018-08-30T15:45:13.000Z Un lungo pezzo su Super Mario Maker e l'etica del modding pubblicato dagli amici di Prismo. La scorsa settimana su Prismo è uscito *Super Mario fai-da-te*, un lungo saggio sul modding, che ho scritto usando come spunto l'uscita di Super Mario Maker. L'ultimo gioco dell'idraulico più famoso del mondo non è altro che un editor di livelli per il tradizionale gameplay di Super Mario, innestato all'interno di un ecosistema social. Una mossa, quella di Nintendo, tanto lungimirante, per le sua comprensione delle dinamiche della cultura user generated, quanto controversa, per le conseguenze che comporta in termini di cooptazione del lavoro gratuito degli utenti. Il pezzo ricostruisce perciò la genealogia della sottocultura modder e il modo in cui questa dialoga con l'industria, alla ricerca di un equilibrio tra sfruttamento e compensazione. > il proliferare dei mod si trasforma presto in un’incredibile fortuna commerciale, dato che per poter giocare con le creazioni user generated è necessario possedere la versione originale dei giochi. Soprattutto, come diventa evidente nel caso di Doom, la loro grande disponibilità (alimentata dalla visibilità che internet garantisce ai creatori) allunga la vita commerciale dei prodotti più di qualsiasi espansione ufficiale; in più, e non è un dettaglio da poco, lo fa scaricando costi e responsabilità sull’utenza. [Leggi Super Mario fai-da-te su Prismo](http://www.prismomag.com/super-mario-maker/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Habitat" su Nazione Indiana URL: https://flaviopintarelli.it/2015/09/13/habitat-su-nazione-indiana/ Last updated: 2019-12-19T16:26:44.000Z Nella rubrica "Della serie" dedicata da Nazione Indiana alle migliori serie tv, ho analizzato *Show Me a Hero*, la miniserie di David Simon dedicata alle vicende vissute dalla cittadina americana di Yonkers verso la fine degli anni '80. > Nella trama allegorica tessuta di Simon c’è l’oggi che viviamo. Qui, ora, ma anche altrove, in ogni parte del mondo. Lo scontro tra la legge della paura e la legge degli uomini è il presente odierno, trasportato a Yonkers, tra la fine degli anni ’80 e l’alba dei ’90\. Come a dire che non si tratta solo di Zeitgeist, ma che quello scontro, quelle dinamiche possono prodursi ovunque, dovunque, in qualsiasi tempo quando se ne danno le condizioni. [Della serie: Show Me a HeroHabitat di Flavio Pintarelli Se volessimo individuare una costante che accomuna l’opera televisiva di David Simon da The Corner a Show Me a Hero quella sarebbe senza dubbio la capacità che lo scrit…![](https://www.nazioneindiana.com/favicon.ico)Nazione Indianafrancesco forlani![](https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Show-Me-a-Hero-3.jpg)](https://www.nazioneindiana.com/2015/09/13/della-serie-show-me-a-hero/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Habitat" su Nazione Indiana ### "Fratellanza, aggressioni e omicidi: la storia nascosta della guerra tra biker dell'Alto Adige" su Vice URL: https://flaviopintarelli.it/2015/09/03/fratellanza-aggressioni-e-omicidi-la-storia-nascosta-della-guerra-tra-biker-dellalto-adige-su-vice/ Last updated: 2024-02-25T20:43:36.000Z All'inizio degli anni '00, l'Alto Adige fu il teatro di una guerra tra bande di motociclisti che lascito sul terreno un morto, il capo della sezione locale dei Bandidos e molte domande ancora irrisolte. Vice mi ha dato la possibilità di raccontare questa storia in un lungo reportage, condito da interviste con alcuni dei protagonisti di quella vicenda. > A molti, i nomi di Bandidos e Hells Angels—specialmente quest'ultimo—ricorderanno Hunter S. Thompson e il [**massacro di Altamont**](https://it.wikipedia.org/wiki/Altamont%5FFree%5FConcert?ref=flaviopintarelli.it). Ai più tamarri sottotrame alla *Sons of anarchy*, e a tutti gli altri, probabilmente, l'immagine vaga e sfocata di un gruppetto di uomini *white trash* non più giovanissimi e vestiti di pelle, intenti a suonarsele di santa ragione in un parcheggio grigio e polveroso fuori da un qualsiasi strip bar della provincia americana più incazzata. [Fratellanza, aggressioni e omicidi: la storia nascosta della guerra tra biker dell’Alto AdigeAnche se adesso non se lo ricorda nessuno, dieci anni fa c’è stata una guerra per il controllo del territorio dell’Alto Adige tra i gruppi di biker degli Hells Angels e i Bandidos.![](https://vice-web-statics-cdn.vice.com/favicons/vice/coast-228x228.png)ViceFlavio Pintarelli![](https://images.vice.com/vice/images/articles/meta/2015/09/03/guerra-biker-nord-italia-alto-adige-888-1441273751.png?crop=1xw:0.8225075528700906xh;center,center&resize=1200:*)](https://www.vice.com/it/article/yva74j/guerra-biker-nord-italia-alto-adige-888?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Fratellanza, aggressioni e omicidi: la storia nascosta della guerra tra biker dell'Alto Adige" su Vice **25/02/2024 - Data l'imminente chiusura di Vice riporto l'articolo integrale** *Anche se adesso non se lo ricorda nessuno, dieci anni fa c'è stata una guerra per il controllo del territorio dell'Alto Adige tra i gruppi di biker degli Hells Angels e i Bandidos.* Di fatto, l'Alto Adige lo raccontano soltanto gli uffici marketing e le pro loco. È per questo motivo che tanto chi ci abita quanto chi viene da fuori tende a immaginarsi la zona come un impasto tra la gaiezza asburgica di *Tutti insieme appassionatamente* e il rigoroso efficientismo di Angela Merkel. E probabilmente è anche per questo che, ad aprile del 2003, una famiglia della Val di Non aveva deciso di farsi una gita nel Burgraviato, un comprensorio nei dintorni di Merano**.** A un certo punto di questa gita, però, mentre la famiglia era ferma in una stazione di servizio, dei biker erano piombati all'interno della vettura [sfasciandola a colpi di mazza da baseball](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2004/01/16/AZ1PO%5FAZ103.html?ref=search). "Non certo la migliore pubblicità per il club, nel giorno dell'inaugurazione della nostra nuova sede," mi racconta, senza riuscire a trattenere una risata, uno dei biker che quella domenica di dodici anni fa ha terrorizzato l'incredula famiglia. Lo incontro un sabato di inizio agosto nello studio di tatuaggi dove lavora, e la prima cosa che mi chiede, quando mi presento, è cosa sto facendo e perché sto scrivendo questo articolo. Immediatamente dopo ci tiene a specificare che i biker non parlano volentieri con i giornalisti ed è per questo motivo che mi chiede di rimanere anonimo. "La loro macchina era identica a quella di uno degli 81 che avevamo visto gironzolare vicino alla nostra sede," continua ricordando l'aggressione. "Quando apri un prospect chapter dei Bandidos in un territorio controllato dagli Hells Angels non sai mai cosa può succedere e non sei mai abbastanza prudente. Però i giornalisti, dopo averci dato addosso, si sono scordati di scrivere che la macchina alla fine gliel'abbiamo ripagata. Abbiamo raccolto dei bei soldi tra di noi e abbiamo pagato per i danni e lo shock." A molti, i nomi di Bandidos e Hells Angels—specialmente quest'ultimo—ricorderanno Hunter S. Thompson e il [massacro di Altamont](https://it.wikipedia.org/wiki/Altamont%5FFree%5FConcert?ref=flaviopintarelli.it). Ai più tamarri sottotrame alla *Sons of anarchy*, e a tutti gli altri, probabilmente, l'immagine vaga e sfocata di un gruppetto di uomini *white trash* non più giovanissimi e vestiti di pelle, intenti a suonarsele di santa ragione in un parcheggio grigio e polveroso fuori da un qualsiasi strip bar della provincia americana più incazzata. Ma qui siamo in Alto Adige, e Bandidos e Hells Angels stonano con la scenografia a base di Dolomiti, vigne e Carolina Kostner. Sarà per questo che in pochi ricordano che la tragicomica aggressione del 2003 è stata solo il casus belli di quella che potrebbe tranquillamente chiamarsi la "Piccola Guerra dei Biker del Nord." La definisco Piccola perché non ha mai raggiunto i picchi di violenza e dramma della più famosa "[Grande Guerra dei Biker del Nord](https://en.wikipedia.org/wiki/Great%5FNordic%5FBiker%5FWar?ref=flaviopintarelli.it)", una faida che dal 1994 al 1997 ha visto scontrarsi—tra Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia—diversi motorcycle club rivali, facenti capo agli Hells Angels e ai Bandidos. In palio c'era il [controllo del territorio](http://www.nytimes.com/1996/05/06/world/copenhagen-journal-biker-wars-in-the-land-of-the-little-mermaid.html?ref=flaviopintarelli.it), costato 11 omicidi, 74 tentati omicidi e 96 persone ferite in un'impressionante escalation di scontri armati che registrarono anche l'uso di armi da guerra, tra cui granate e un lanciarazzi. Hells Angels e Bandidos sono rivali praticamente da sempre. Entrambi fanno parte dei cosiddetti Big Four, ovvero i quattro motorcycle club più importanti al mondo; entrambi si considerano [*one-percenter*](http://ijms.nova.edu/November2005/IJMS%5FArtcl.Dulaney.html?ref=flaviopintarelli.it), ovvero rientrano in quell'élite di club considerati fuorilegge, ed entrarne a far parte significa dover sostenere delle prove e passare attraverso un preciso cursus honorum. Non ci sono scorciatoie: prima sei un prospect, poi diventi affiliate e solo alla fine puoi vantarti del titolo di full member con tutti i benefit che questo comporta. Che questo cursus honorum il mio interlocutore lo abbia attraversato tutto per intero lo capisco quando mi accorgo che veste le insegne del suo club. Non indossa solo una maglietta con il nome Bandidos ben in vista, su cui sono stampigliate le patch one-percenter. Il suo marsupio ha due toppe e su una di esse c'è scritto "Red&Gold," i colori del club**.** Al collo, infine, porta una collana dorata con una medaglietta su cui è inciso il simbolo dei Bandidos, il Fat Mexican. Non ne sono sicuro, ma ho come l'impressione che stia indossando quei simboli perché ci sono io, come se dovesse dimostrarmi oltre ogni ragionevole dubbio con chi sto avendo a che fare. Gli domando cosa ha trovato nei Bandidos che non ha trovato altrove, cosa significa per lui far parte di una realtà la cui storia è lontana anni luce da quella del luogo in cui è nato e vive. La sua risposta è secca: "La fratellanza. Il senso di appartenenza a qualcosa che è più grande di me e la possibilità di sentirmi a casa in qualsiasi parte del mondo. Posso andare in Germania o in Thailandia, ma se c'è una club house dei Bandidos avrò sempre un tetto sotto cui dormire, una moto per andare in giro e dei fratelli con cui condividere tutto questo. Paul era uno di loro." Il riferimento è a Paul Weiss, morto la notte del 19 settembre 2003 nella gola di Lana, una ferita di roccia scavata dalle acque del Rio Valsura. Il corpo era stato trovato dai militari della stazione locale dei carabinieri, crivellato da cinque colpi di pistola calibro .22\. Poche ore dopo il ritrovamento, un altro uomo—Hubert Wieser—si era presentato al commissariato di zona per costituirsi. Per un titolista distratto, quanto successo quella notte avrebbe potuto essere derubricato alla voce "rissa tra balordi finita in tragedia". In realtà, la morte di Weiss è stata l'apice di una guerra iniziata qualche mese prima. Paul Weiss, infatti, era il leader dei Bandidos altoatesini, e colui che aveva portato le insegne del club texano nel Burgraviato. Gli Angels—di cui Wieser era un pezzo grosso—erano in Alto Adige almeno dal 1995, e come prevedibile non vedevano di buon occhio l'apertura di un nuovo motorcycle club sul loro territorio, a maggior ragione se a farlo erano stati i rivali storici. I mesi successivi l'apertura del chapter dei Bandidos a Merano sono stati una continua escalation di tensioni tra le due bande. Sulla stampa locale si parlava di "Conto aperto tra 'Banditi' e 'Angeli'," con titoli come "Arrivano i biker, città sotto assedio" o "Quartiere blindato, fioccano le proteste," fino all'eloquente "La guerra mortale dei bikers." Pochi giorni dopo l'episodio del distributore di benzina, [venticinque Hells Angels erano stati fermati dalla Polizia](http://www.corriere.it/Primo%5FPiano/Cronache/2005/05%5FMaggio/10/bikers.shtml?ref=flaviopintarelli.it) nei dintorni di Marlengo prima di assediare una pensione della zona in cui era segnalata la presenza di alcuni Bandidos. L'immagine dei biker sdraiati a terra lungo la strada, sotto la minaccia delle armi spianate dei poliziotti, aveva occupato le prime pagine dei giornali locali colpendo non poco l'immaginazione dei rispettabili cittadini dell'Alto Adige. Nel marzo del 2004, gli stessi cittadini [avevano sollevato proteste](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2004/03/15/AM1PO%5FAM101.html?ref=search) per l'imponente apparato di sicurezza messo in piedi dalla Polizia per presidiare una festa organizzata dai Bandidos a Merano. Alla festa avevano preso parte quasi 100 motociclisti provenienti da Italia e Germania, controllati a vista da 60 tra carabinieri e poliziotti. Ai cittadini di Merano la militarizzazione del quartiere e lo spiegamento di forze erano parsi eccessivi; forse avevano scordato che l'omicidio di Paul Weiss era avvenuto solo pochi mesi prima e che la tensione tra i due gruppi, da allora, non si era mai placata. Come in Scandinavia, anche in Alto Adige opinione pubblica e istituzioni non erano preparate e faticavano a capire la situazione. "Della notte dell'omicidio, quando ho ricevuto la telefonata della questura, ricordo soprattutto una grandissima confusione," ricorda Donatella Marchesini, il pubblico ministero che rappresentò l'accusa al processo di primo grado. "Mi parlavano di Angels e di Bandidos e in quel momento non avevo la più pallida idea di chi o che cosa fossero. Quello che invece mi apparve immediatamente chiaro, fin dai primi istanti delle indagini, è che la linea difensiva sarebbe stata impostata sulla legittima difesa." Siccome il colpevole c'era già, prosegue il pm, "quello che ci restava da fare era determinare la dinamica degli eventi, capire quello che era successo nella gola. Ma anche se siamo arrivati a delineare una verita giudiziaria, il modo in cui si sono realmente svolti i fatti oggi non è ancora del tutto chiaro e non credo che lo sarà mai. La verità la sanno soltanto le persone che erano presenti." Il cuore del dibattimento, infatti, stava nel dimostrare come Paul Weiss fosse stato ucciso. Si era trattato di un agguato a sangue freddo, come sosteneva l'accusa? O Wieser aveva sparato per difendere la propria vita, come voleva dimostrare la difesa? Di certo, c'era che la notte dell'omicidio nella gola di Lana c'erano quattro persone: Wieser, accompagnato dal suo Rottweiler, Paul Weiss, Manfred Werdofer e Armin Frei. Questi ultimi due, anche loro dei Bandidos, dichiararono di essersi incontrati con Weiss alla gola per organizzare un viaggio; ma nella loro auto sarebbero state ritrovate mazze, coltelli, spray urticante e un passamontagna di colore nero. Per la difesa di Wieser questa era la prova che i tre Bandidos avevano teso un agguato al rivale. Dallo scoppio della guerra tra i due club, inseguimenti e pedinamenti sono all'ordine del giorno. Bandidos e Hells Angels si tengono d'occhio a vicenda e c'è sempre qualcuno pronto a reagire. Nell'agosto di quest'anno, quando viene confermata per gli Hells Angels di Bolzano l'accusa di [associazione per delinquere](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/07/31/news/hell-s-angels-confermata-l-associazione-a-delinquere-1.11865809?ref=flaviopintarelli.it), una delle motivazioni è proprio la loro capacità di organizzarsi telefonicamente e in tempi molto rapidi, come mi conferma Marchesini durante l'intervista. Solo contro tre, Wieser sembrava proprio la vittima di un agguato. Eppure, per l'accusa questa tesi non reggeva. L'abitazione di Weiss distava solo poche centinaia di metri dalla gola di Lana, e le continue passeggiate di Wieser erano, per l'accusa, la dimostrazione di una provocazione costante e di una continuativa minaccia del leader degli Hells Angels attua ai danni del rivale. Ai dubbi su come si fosse arrivati all'incontro letale tra i quattro, si aggiungeva il mistero della pistola: la calibro .22 non è mai stata ritrovata. Senza non era possibile stabilire a chi appartenesse l'arma del delitto, ed era molto difficile valutare chi, tra vittima e assassino, si fosse recato alla gola con una chiara volontà omicida. Wieser sosteneva di averla gettata nel Rio Valsura, ma l'accusa non ne era convinta. Dal momento della sparatoria all'ingresso in commissariato erano passate diverse ore, nelle quali Wieser—lo dimostrano i tabulati telefonici—aveva chiamato dal cellulare alcuni membri degli Hells Angels. Per il pm, è in quel lasso di tempo che Wieser si sarebbe coordinato con i membri del club per far sparire l'arma. La difesa, invece, sosteneva che l'arma fosse nelle mani di Weiss e che Wieser, sentendosi in pericolo di vita, avesse reagito aizzando il suo cane contro gli aggressori. Durante la colluttazione scatenatasi dopo l'attacco del Rottweiler, poi ucciso con un colpo d'arma da taglio al cranio, Wieser sarebbe riuscito a strappare dalle mani di Weiss la pistola; proprio mentre i due stavano lottando, infine, sarebbero partiti i cinque colpi che freddano il capo dei Bandidos. Per l'accusa questa ricostruzione faceva acqua da tutte le parti. Marchesini sostiene invece che Wieser avesse incontrato i tre Bandidos nella gola, che questi fossero armati o no importa poco, perché i quattro si erano limitati a scambiarsi minacce e insulti. È a quel punto che Wieser si sarebbe allontanato, prendendo la pistola, per poi tornare sui suoi passi e scaricare il caricatore della calibro .22 sul suo rivale, uccidendolo. E una calibro .22, specifica l'accusa, non ha potere letale—per uccidere una persona con un'arma del genere bisogna accanirsi. Alla fine del processo, e per tutti i successivi gradi di giudizio, fu la verità dell'accusa ad avere la meglio, con Hubert Wieser condannato a 22 anni di prigione. Da allora sono passati dieci anni esatti. Il difensore di Wieser è l'avvocato Flavio Moccia, che a Bolzano è una celebrità. I suoi modi di fare sono talmente caratteristici che è finito anche nella sigla delle due puntate che la trasmissione *Un giorno in pretura* ha dedicato all'omicidio di Paul Weiss. Da lui mi interessa sapere soprattutto che tipo di persona è Hubert Wieser. A guardarlo in video o nelle foto mi pare un vichingo, uno che non spezzi facilmente. "Wieser è un uomo straordinariamente intelligente," inizia Moccia. "Pensi che quando ne abbiamo richiesto la perizia psichiatrica—che ci serviva a evidenziare la situazione di panico che si era creata in occasione del delitto—ne abbiamo fatto calcolare il quoziente intellettivo. Il risultato è stato di 130, ben al di sopra della media. È stato senza dubbio uno dei migliori clienti che abbia mai avuto. Una persona acuta, capace di capire al volo ogni situazione. Non il classico criminale da strada che nega la realtà. Wieser è sempre stato consapevole di quello che aveva fatto. Ha collaborato attivamente a definire la strategia difensiva che abbiamo seguito durante il dibattimento." Riguardando le immagini del processo alla luce di queste parole, in effetti, la figura di Wieser appare sotto una nuova luce. L'inconsapevolezza si muta in calcolo, lo sprezzo si trasforma in disciplina, la durezza diventa decisione. "Purtroppo per lui," continua Moccia, "il suo unico errore gli è costato una condanna pesante; sono convinto che senza quella domanda la tesi della legittima difesa sarebbe passata." La tesi difensiva, in effetti, era solida. La presenza di Wieser alla gola di Lana non sembrava essere premeditata. Inoltre l'uomo era solo contro tre avversari armati e la balistica era coerente con l'ipotesi che i colpi mortali potessero effettivamente essere stati esplosi durante una colluttazione. Le premesse per una condanna mite ci sarebbero tutte. Ma le cose andarono diversamente. "Visto che l'intero processo si basava sulla forza di una ricostruzione sull'altra, avevo capito presto che il fattore psicologico avrebbe potuto essere determinante," spiega il pm Marchesini. "Per istruire l'indagine dovetti documentarmi sui biker e non solo sulle loro attività ma anche sulla loro storia. All'epoca, la Digos teneva già sotto controllo le gang di motociclisti e furono loro a introdurmi in quel mondo. Lessi il libro di Sonny Barger, che mi aiutò a capire meglio come pensano queste persone, quanto la struttura e le regole del club influiscono sui loro comportamenti. È così che sono arrivata a fare a Wieser quella domanda. Gli ho chiesto se durante lo scontro con Weiss avesse mai avuto paura, anche solo per un momento." La risposta di Wieser era scontata: un Hells Angels non potrà mai avere paura di un Bandidos, neppure se la sua vita è in pericolo. "Ma senza il presupposto psicologico della paura," ricorda l'avvocato Moccia, "la legittima difesa viene a cadere. E la legittima difesa era la nostra unica strategia difensiva possibile." Oggi Hubert Wieser sta scontando i 22 anni di prigione a cui è stato condannato nel carcere di Padova. Da qui scrive abbastanza regolarmente delle lettere, compone poesie e fa dei disegni che vengono [pubblicati su bigredmachine.it](http://www.bigredmachine.it/wieserstart.html?ref=flaviopintarelli.it), uno dei siti degli Hells Angels italiani. Per gli Angels di tutto il mondo Wieser non è solo un martire della causa, imprigionato ingiustamente, ma una vera e propria celebrità. "Nonostante la condanna e le indagini che ne sono seguite, Wieser e gli Hells Angels sono stati i vincitori di questa guerra," conclude il magistrato. "Una guerra che aveva come premio l'Alto Adige, un territorio strategico per la sua caratteristica di ponte tra il mondo germanico e quello mediterraneo. Quello a cui abbiamo assistito in quei mesi è stato uno scontro per il controllo del territorio. Uno scontro da cui sono stati i Bandidos a uscire sconfitti." Una lettura che, a suo modo, sembra confermare anche il Bandido che sono riuscito a incontrare. "La morte di Paul è stata un duro colpo per tutta la scena MC italiana. Molti hanno lasciato, perché a un certo punto dovevi scegliere da che parte stare. Non farlo poteva costare caro," mi spiega il biker. "Prima che diventassimo dei Bandidos ci conoscevamo con gli altri, con gli 81, gli Hells Angels. Andavamo alle stesse fiere, alle stesse feste, ma per loro non va bene se i Bandidos aprono un chapter, perciò questi rapporti sono finiti," conclude il Bandido. "In ogni caso, con tutto quello che è successo non posso dire che mi stanno simpatici. Quello che hanno fatto noi non lo dimentichiamo, così come non abbiamo dimenticato Paul. Siamo stati vicini alla sua famiglia, perché i Bandidos non abbandonano un loro fratello. Ogni anno lo ricordiamo e cavalchiamo insieme in onore del bandido Paul. Non lo dimenticheremo mai." ### #ticostaca - Italiani in Costa Rica URL: https://flaviopintarelli.it/2015/08/17/italiani-costa-rica/ Last updated: 2018-08-30T20:39:45.000Z Osho, nella sua infinita saggezza, espone chiaramente l'idea che ogni italiano ha della Costa Rica. Ma al di sotto delle smargiassate, gli italiani che in Costa Rica hanno aperto un chiosco sulla spiaggia (o quasi) esistono davvero. Ne abbiamo incontrati tre, queste sono le loro storie. *I nomi dei protagonisti sono stati cambiati per rispettare la loro privacy* Gli occhi di Antonio non stanno fermi un secondo, mentre l'impetuoso scorrere del suo discorso sembra non doversi arginare mai. In quella soda lungo la strada ci siamo solo da pochi minuti. Nemmeno il tempo di riordinare le idee dopo aver trovato riparo dall'acquazzone che ci ha colti all'improvviso e siamo già storditi dall'alluvione di parole che questo nostro connazionale - incontrato per fatalità mentre pedaliamo lungo questa lingua d'asfalto circondata dalla giungla - ci riversa addosso. Antonio è uno dei tanti italiani che ha dato seguito al saggio consiglio di Osho: accannare tutto per aprire un chiosco sulla spiaggia in Costa Rica. Ok, sia chiaro, in Costa Rica tutte le spiagge sono demanio pubblico e quindi i chioschi sulla spiaggia di fatto non esistono. Però non siamo qui a fare i pignoli, ci interessa di più il concetto che non la realtà dei fatti. E il concetto è abbastanza semplice, la Costa Rica rappresenta il sogno proibito di molti italiani: lasciarsi alle spalle le pene dalla vita quotidiana nine-to-five per abbandonarsi alla *Pura Vida* in un paradiso tropicale. Antonio qui c'è arrivato quasi sette anni fa e, ci racconta, tra pochi mesi tornerà in Italia per stare vicino alla famiglia. Per altrettanti anni, prima di arrivare in Costa Rica, è stato proprietario di un bar in una delle più famose città d'arte italiane. Un locale che, a suo dire, lavorava da colazione fino a notte tarda. Un locale che gli è costato caro, perché a un certo punto ha dovuto scegliere tra la sua salute e gli affari. Antonio ha fatto la scelta giusta e dopo aver passato sei mesi in giro per l'Europa a bordo della sua Porsche, che da anni vorrebbe vendere ma non gli riesce perché "c'è la crisi e chi se la prende una macchina così?", ha deciso di trasferirsi in Costa Rica. Qui ha lavorato come direttore di sala in un ristorante per diversi anni. Ma oggi il ristorante ha chiuso e perciò, mentre aspetta di tornarsene nel Bel Paese, dà una mano alla proprietaria di questo piccolo locale. Una donna corpulenta, per nulla impressionata dal fatto che siamo italiani come il suo tuttofare. A dire il vero non lo è neppure il *carnicero* (macellaio) che arriva qualche decina di minuti dopo che ci siamo seduti al tavolo, ad aspettare che spiova. Antonio è il secondo italiano che abbiamo incontrato in Costa Rica e, a dispetto della fama di paradiso tropicale che questo luogo si porta dietro, la Costa Rica non sembra aver lenito affatto le pene di Antonio. Il suo sguardo sfuggente, l'eloquio mitragliante, il suo gesticolare incessante sembrano i segni di un esaurimento mai davvero curato. Parlando con lui, ascoltandolo raccontare la sua storia, mi tornano in mente le parole di Seneca, quando ricorda che viaggiare non serve a lenire i nostri problemi, perché essi viaggiano con noi. Non mi sono mai sembrate tanto vere come in questo momento. ![Isla La Tortuga Costa Rica](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/08/Isla-La-Tortuga-Costa-Rica.JPG) Invece Francesco, il primo connazionale in cui ci siamo imbattuti, lo abbiamo conosciuto qualche giorno prima. Anche lui ha una storia simile a quella di Antonio. Per anni ha avuto un'attività in Italia poi, quando la vita s'è fatta troppo stressante, ha deciso di trasferirsi, lasciandosi alle spalle una famiglia e, immaginiamo, un divorzio. Ora vive ai margini della giungla, si è risposato con una donna costaricense dalla quale ha avuto un figlio che ci presenta, chiamandolo affettuosamente "il tarzanetto", facendoci colare una goccia di sudore gelata lungo la schiena. Ma abbiamo passato troppo poco tempo insieme per poterlo giudicare in qualsiasi modo. Il suo bar/piscina/ristorante/negozio di souvenir ci appare davanti agli occhi come un miraggio, in una torrida giornata di sole, dopo una passeggiata di quasi 8 km. Francesco se ne sta spaparanzato dietro al bancone, il ventilatore puntato in faccia, uno sguardo distratto alla tv, accesa su MTV. Anche lui ha voglia di chiacchierare, specialmente quando i due buttadentro ci presentano in quanto italiani. Non ha nulla dell'inquietudine di Antonio, anzi ne è il riflesso speculare. Calmo, rilassato, Francesco non perde occasione per sottolineare quanto sia felice "di essergli andato in culo all'Italia". Non ha alcuna intenzione di tornare, Francesco. Lui qui ha trovato davvero il paradiso e sta bene così. Eppure questo paradiso si sta facendo più piccolo, angusto. Almeno così sostiene Alfredo, il terzo e ultimo italiano che incontriamo al di là dell'oceano. A sentir lui anche in Costa Rica sembrano cominciare ad averne abbastanza degli immigrati, specialmente di tutti questi spagnoli e italiani che arrivano nel paese centroamericano sull'onda della crisi che ha colpito i loro paesi. Insomma un po' di stranieri vanno bene, soprattutto quelli che aprono i locali, creano lavoro e portano ricchezza. Ma quando cominciano ad arrivare ragazzi di vent'anni, squattrinati, che nel loro paese non hanno opportunità, beh quello è un problema. "Non ci sono più gli stessi spazi, le stesse occasioni di quando sono arrivato io" spiega Alfredo. Anche lui, come Antonio e Francesco, è venuto qui per sfuggire dallo stress di una vita redditizia e irregimentata. In Costa Rica ha potuto realizzare il suo sogno: aprire un locale in cui si balla il reggae. E per quasi dieci anni la cosa è andata avanti, ma poi il troppo lavoro e i guadagni sempre più magri lo hanno costretto a cambiare lavoro. Oggi fa il tour operator. Ed è proprio dietro il bancone del chiosco in cui vende tour e attività turistiche che lo incontriamo. Ne fiuto l'accento da lontano, "questo è italiano" dico sottovoce a Morena e sulle prime sfodero il mio miglior inglese. Ho una repulsione genetica per gli italiani all'estero, derivata, forse, dalle memorie insepolte di vergognose gite liceali; o da quella volta a Budapest quando - era una giornata calda, caldissima, fin troppo torrida per essere la fine di aprile in Ungheria - incrociammo un gruppo dei italiani che affollavano la spianata del palazzo reale e uno di loro, il più grosso, non appena fu a portata d'orecchio, vergò con sentenziosa sicumera queste parole: "Ahò, a mme sto sole me stupra". Ma alla fine, con Alfredo, lascio cadere la maschera. "Ma sei italiano" gli chiedo, vedendo lo stupore affiorare nei suoi occhi. "Si, certo. Complimenti per l'inglese" mi risponde di rimando. Penso che in effetti faceva troppo strano comunicare con un italiano in una lingua straniera. In fondo, a pensarci bene, anche noi non siamo altro che due italiani in Costa Rica. ### #ticostaca - Il cielo sopra i Caraibi URL: https://flaviopintarelli.it/2015/08/06/il-cielo-sopra-i-caraibi/ Last updated: 2018-08-30T20:47:22.000Z Dici Caraibi e subito t'immagini spiagge candide, mari azzurri e cieli sereni. La Niña per noi aveva in serbo altri programmi. Quello che state per leggere è il resoconto della nostra esperienza sulla costa caraibica della Costa Rica. Ricordatevi l'ombrello. Il cielo sopra i Caraibi è nero. Nero con infinite variazioni di grigio e bianco. Ma sempre con spiccate connotazioni temporalesche e, di quando in quando, tempestose. Sui Caraibi, lo abbiamo appurato, piove. Piove con una costanza che ha del maniacale. Ci sono giorni, di quelli che passiamo sui Caraibi, che ogni due o tre ore circa piove...per almeno due ore; e non si tratta di una leggera pioggerellina, nemmeno di "due gocce" e neppure di una generica pioggia o un temporale passeggero. No, sui Caraibi quando piove, piovono acquazzoni violenti che disegnano davanti ai tuoi occhi un'effetto neve di gocce così grosse e fitte da sembrare schizzate a china sullo sfondo grigiastro delle nuvole. Così, mentre i goccioloni picchiettano sui tetti in lamiera degli edifici la loro melodia monocorde, il grigio diventa tanto pesante e pervasivo da virare ogni colore nella sua deprimente tonalità. Ti si attacca addosso, quel grigio, e piega la testa, le spalle e la schiena. Appiccicoso come l'umidità che bagna i vestiti e impregna ogni cosa: zaini, lenzuola, scarpe e calzini. Impregna pure l'anima, il morale, l'umore. Quest'ultimo lo porta giù, in basso, sotto la suola delle scarpe. Da lì scorre via, in mille rivoli infiniti d'acqua torbida della grassa terra di questi luoghi. Scorre via verso il mare dove si perderà tra le onde ostili, sferzate dal vento che muggisce senza sosta, giorno e notte. Un mare che non avvolge, non abbraccia, non sostiene. Ma spinge, rovescia e rifiuta. Questi sono i nostri Caraibi: e, a dirla così, sembrano una sòla. Ci hanno detto che è colpa de [La Niña](https://en.wikipedia.org/wiki/La%5FNi%C3%B1a?ref=flaviopintarelli.it), ovvero della parte femminile di quel fenomeno accoppiato di teleconnessione atmosfera-oceano che di recente è stato battezzato [ENSO](https://it.wikipedia.org/wiki/El%5FNi%C3%B1o?ref=flaviopintarelli.it). Una sigla che sta per *El Niño-Southern Oscillation* (El Niño - oscillazione meridionale). Nelle sue vesti femminee, l'ENSO determina un raffreddamento delle correnti dell'Oceano Pacifico centro-orientale. L'ENSO è un fenomeno caotico e, pur avendo un andamento periodico e una tendenza a presentarsi soprattutto nei mesi di dicembre e gennaio (da qui il suo soprannome, El Niño, il bambino, in riferimento al bambin Gesù), quest'anno sono mesi che la sua versione in gonnella tiene sotto scacco il litorale caraibico della Costa Rica. In soldoni, in una situazione di Niña, questa zona del paese è caratterizzata da un tempo infame, forti piogge, sostanziale instabilità climatica e l'impossibilità di azzardare la più elementare previsione del tempo. Qui, ci dicono, piove da mesi. Mentre a ovest, sulla costa del Pacifico, nel Guanacaste, è da ottobre che non butta acqua dal cielo e le bestie muoiono per la sete e il troppo caldo. Ce ne accorgiamo, in modo lampante, quando decolla il volo che ci riporta verso l'Italia. Il Paese è letteralmente diviso a metà, coi Caraibi ricoperti da un tappeto di bassissime nuvole nere, che si stende a perdita d'occhio, mentre il cielo sulla costa del Pacifico è sgombro da qualsiasi tipo di nembo. ![Cahuita Playa Negra](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/07/Cahuita-Playa-Negra.jpg) ## On the road Sui Caraibi arriviamo dopo tre notti passate tra [Alajuela](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/07/16/alajuela-costa-rica/?ref=flaviopintarelli.it) e San José, la capitale. È dalle strade di quest'ultima che prendiamo il nostro primo autobus della vacanza, direzione Cahuita. Il torpedone parte dal Terminal San Carlos, una stazione situata nella zona nord-ovest della città. Un quartiere scalcagnato, dove le principali attività sono gli ingrossi di ortofrutta, i ferramenta e i banchi dei pegni. Questi ultimi li riconosci da tre, fondamentali, elementi: la generale pulizia dei pavimenti, lo sguardo bonario ma inflessibile delle guardie giurate all'ingresso e gli onnipresenti muri di casse acustiche *king size* che sparano musica latinoamericana a tutto volume, rivolte verso la strada. Mi chiedo come mai le casse acustiche siano un articolo così gettonato nei banchi dei pegni. L'unica risposta sensata che mi viene in mente è che in Costa Rica sia prassi acquistare, invece che noleggiare, il *sound system* quando si fa una festa e che, una volta terminato il *party*, si cerchi di ammortizzarne i costi impegnando l'intero impianto. Ma questa spiegazione convince a malapena me stesso, figuriamoci voi altri. Arrivati al terminal scopriamo che il nostro autobus dovrà deviare dal suo percorso ordinario. Le forti piogge intorno alla città di Siquirres hanno causato inodazioni, crolli di ponti e danni alla Interstatale 32, la strada che collega i Caraibi con il resto del paese. L'autista sarà perciò costretto a passare per Turrialba, una cittadina tra le montagne. La deviazione è uno scherzetto che allungherà il viaggio di quasi due ore. Ma tant'è, soluzioni alternative non ce ne sono e, quindi, partiamo. Ovviamente il più contrariato dalla deviazione è l'autista del pullman, che di conseguenza adotta uno stile di guida estremamente sportivo, inanellando una serie dietro l'altra di sorpassi al limite, che mettono a dura prova i miei nervi. In particolare quando s'intestardisce a scavallare gli enormi truck che affollano i tornanti della strada che attraversa le montagne prima e dopo Turrialba o quando, una volta riguadagnata la pianura, bulleggia gli ignari automobilisti facendo annusare all'autobus il culo delle vetture che lo precedono, obbligandole così a cedere il passo. Frastornati ma vivi, arriviamo a Cahuita dopo circa 5 ore e mezzo di viaggio e 216 chilometri di strada. ## Cahuita city rockers Cahuita è una manciata di case che non sembrano mai essere state nuove, come molte altre cose da queste parti. Disposte in maniera piuttosto ordinata lungo un tratto di terra lambito dal mare, formano un reticolo di vie sterrate che confina a nord con la Playa Negra e a sud con la Playa Blanca, alle cui spalle si stende il *Parque Nacional Cahuita*, dieci chilometri quadrati di giungla lussureggiante. In questo villaggio sonnolento tutto sembra muoversi al rallentatore, seguendo il placido ritmo di una gradevole melodia calypso, che esce dalle finestre della stazione di polizia collocata nei pressi della mole svettante dell'immancabile ripetitore per le telecomunicazioni a nord del paese. In giugno, da queste parti, è bassa stagione; più di un albergo ha le serrande abbassate e i turisti si contano sulle dita di una mano. Ma ugualmente facciamo fatica a immaginarci che l'atmosfera di questo luogo possa essere diversa da quest'indolenza che sembra contagiare immediatamente anche noi. A Cahuita alloggiamo al *Secret Garden*, un minuscolo complesso di *cabinas* gestito da un'olandese tanto magra e dall'aria così triste che più di una volta ci domandiamo quale possa essere la pena che questa donna si porta dentro. I suoi occhi acquosi, come quelli di un gatto, stonano con la spensieratezza che ci aspettavamo di trovare qui sui Caraibi. Non ci mettiamo molto a capire che questi luoghi hanno un fascino ben diverso da quello che ci eravamo immaginati. Qui la bellezza è una bellezza malinconica, offuscata dal velo di tristezza che ci sembra di scorgere al fondo del bianco degli occhi delle persone con cui abbiamo occasione di parlare. Non so se questa malinconia sia l'effetto del maltempo che attanaglia queste zone da mesi o se sia un residuo della loro storia così particolare. A differenza delle città del centro del Paese, qui le persone hanno tratti giamaicani. Molti dei loro discendenti infatti vengono proprio da quell'isola. Gli abitanti di Cahuita sono figli e nipoti degli operai assoldati per costruire la ferrovia che avrebbe dovuto collegare la costa caraibica al resto del paese. Un'opera il cui fallimento fece la fortuna dell'americano Minor Keith, la cui impresa di costruzioni era stata incaricata di realizzare la strada ferrata. Per provvedere al sostentamento dei suoi operai con un cibo che non incidesse troppo sui costi di realizzazione dell'opera, Keith aveva ordinato di coltivare a banane i terreni accanto ai binari, che il governo costaricense gli aveva assegnato in concessione quando s'era accorto di non poter più sostenere il costo della realizzazione dell'opera. Accortosi che i costi della ferrovia si stavano facendo insostenibili, Keith decise di provare ad ammortizzarli, vendendo questi frutti nel suo paese d'origine. Era la fine dell'800 e di lì a poco le banane avrebbero conquistato il Nord America, facendo di Keith un uomo ricco. Nacque così la United Fruit; tutto quello che ne conseguì non credo debba spiegarvelo io. Turismo a parte, in queste zone il lavoro scarseggia. In un modo o nell'altro tutti sembrano avere a che fare con il business dell'accoglienza. Anche i ragazzini che spacciano - "ganjablanca-poco-precio-amigo-italiano" - soddisfano una domanda che è quasi esclusivamente turistica, anche se l'erba fa parte della cultura caraibica e loro sembrano rivendicare questa cosa con una punta d'orgoglio. ![Manzanillo](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/08/Manzanillo.JPG) A Cahuita ci fermiamo giusto un paio di notti. Il tempo per esplorare il parco nazionale e fare il primo incontro con la giungla, nell'unico giorno di sole che ci viene concesso da queste parti. La giungla è magnifica, dà l'impressione di essere viva, perché a ogni passo qualcosa si muove. Possono essere granchi, formiche tagliafoglie, lucertole che corrono via rapidissime, scimmie o uccelli misteriosi ma non cambia la sensazione di vibrante vivacità che questi alberi e queste piante ti trasmettono mentre le attraversi. I giorni successivi ci spostiamo a Puerto Viejo de Talamanca, una cittadina altrettanto caraibica, ma più grande e confusionaria di Cahuita. Vorremmo usarla come base per raggiungere Bocas del Toro, nel Panamà; ma il viaggio è più difficoltoso di quanto pensassimo e a malincuore siamo costretti a rinunciare. A metterci i bastoni tra le ruote ci pensa anche il meteo. Nei due giorni che passiamo qui piove praticamente sempre, con costanza inesorabile. In più alloggiamo in un ostello, il Rocking J's, che forse siamo troppo "anziani" o in viaggio da troppo poco tempo per poter apprezzare. Tra le lisergiche decorazioni di questa costruzione, la cui architettura mi sembra la cosa più vicina a un campo paramilitare che abbia mai visto, non ci resta altro che abbandonarci ai vizi e, complice il relax psicoattivo, una notte sento nitido il respiro del mare. La sua vibrazione sale attraverso il corpo fino alla mia mente. Il fragore delle onde diventa quasi tangibile nel formicolio che m'attanaglia le dita. Per attimi che mi sembrano infiniti resto lì a contemplare il mar dei Caraibi che mi sbatte in faccia le mie fragilità, le ansie e i cattivi pensieri. Un po' lo odio per questo. La mattina dopo, debilitati da due giorni di maltempo, lasciamo Puerto Viejo con l'obiettivo di spostarci sulla costa del Pacifico. Ci fa compagnia un ragazzino tedesco a cui ci scordiamo di chiedere il nome. Ha 21 anni e ne dimostra 17, ma la consapevolezza con cui ci racconta i suoi progetti di vita gliela invidio. Io alla sua età sapevo a malapena in che città mi trovavo e quando sarebbe stato il mio prossimo esame. ## Apocalypse Now Tortuguero Sui Caraibi torniamo qualche settimana dopo, quando ormai mancano pochi giorni alla fine del viaggio e anche gli spostamenti più ardui ci fanno un baffo. Nella nostra fuga precipitosa dal maltempo di Puerto Viejo ci siamo lasciati alle spalle anche il villaggio di Tortuguero e qui, maltempo o no, ci vogliamo andare a tutti i costi. Tortuguero è un *pueblo* di poco più di mille anime, con il mare davanti e la giungla alle spalle. Per arrivarci devi attraversare una pianura sopra cui corrono rapide le nuvole temporalesche. Attraversi Guàpiles, cambi il bus a Cariari e t'inoltri su strade sterrate fino a La Pavona: nell'ultimo tratto ci metti circa un'ora per fare poco più di venti chilometri. A quel punto ti aspetta un taxi d'acqua che s'inoltra per un'altra ora abbondante in un intricato complesso di canali all'interno della giungla, fino a raggiungere Tortuguero. Ed è subito Apocalypse Now! Con noi sulla barca c'è anche Roberto, un ragazzo di 21 anni nato e cresciuto proprio a Tortuguero. Di mestiere fa la guida naturalistica, Così almeno ci racconta dopo averci impezzati alla stazione degli autobus di Cariari. Ha studiato per fare questo lavoro, per accompagnare i turisti alla scoperta del suo mondo, della giungla in cui è nato e che conosce fin da bambino. Eppure il suo sguardo e la sua voce dimostrano molti di più dei suoi 21 anni. Ovviamente lo assoldiamo ed è con lui che la mattina successiva, di buon'ora, andiamo alla scoperta di questo incredibile ecosistema. Dal porticciolo situato all'imbocco del Parco Nazionale partono almeno altre cinque o sei imbarcazioni. Alcune dotate di silenziosi motorini elettrici. Noi invece siamo a bordo di una canoa e l'unica forza motrice di cui disponiamo sono le nostre braccia. Bastano poche pagaiate per lasciarci alle spalle il villaggio e perderci nel fitto della giungla. Siamo avvolti dal silenzio mattutino, rotto solo dallo sciabordare dell'acqua che ci circonda. ![Tortuguero Giungla](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/08/Tortuguero-giungla.JPG) Qui in mezzo è tutto verde, grigio e marrone. Infinite gradazioni di verde, grigio e marrone; tinte che ai nostri occhi formano un tappeto uniforme di colore, mentre Roberto scorge differenze microscopiche a noi invisibili. La giungla mi affascina e m'ipnotizza. Mi stordisce con le sue dimensioni, coi suoi misteri che ci è dato solo di sfiorare, con il senso di costante minaccia che costringe i sensi a stare all'erta. Attraversare la giungla significa trovarsi in uno stato di febbrile concentrazione che ti obbliga a percepire l'ambiente che ti circonda con la massima ricettività possibile. È una sensazione mai provata prima, che mi trasferisce una tensione elettrica ogni volta che la vivo, lasciandomi sempre addosso una profonda stanchezza quando quest'elettricità si scarica a terra. Il pomeriggio dopo la gita tra i canali della giungla lo passiamo nel giardino dell'albergo. Sdraiato su un'amaca realizzo che Tortuguero è un altro mondo, lambito dal mare e dai suoi borborigmi, battuto dal vento che lascio mi accarezzi violentemente, quasi schiaffeggiandomi, il viso. Cari Caraibi - penso - siamo mica andati tanto d'accordo noi due. Ma mi mancheranno i vostri capricci e la malinconia, il lamento, il de profundis che in questo istante cantilenate al mio orecchio. *ps. le foto che illustrano questo e gli altri post della serie [#ticostaca](http://blog.flaviopintarelli.it/tag/Costa-Rica/?ref=flaviopintarelli.it) sono state realizzate dalla mia compagna e da me nel corso del viaggio.* ![Tortuguero](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/08/Tortuguero.JPG) ### Il rischio delle immagini al tempo dei social URL: https://flaviopintarelli.it/2015/08/04/immagini-social-media/ Last updated: 2018-08-30T20:49:00.000Z Le immagini stanno conquistando internet. Come cambia la nostra percezione della realtà in una rete che diventa sempre più visiva? Qualche settimana fa, il blogger iraniano Hossein Derakhshan ha pubblicato su Matter [*The Web We Have to Save*](https://medium.com/matter/the-web-we-have-to-save-2eb1fe15a426?ref=flaviopintarelli.it), un lungo articolo nel quale racconta i cambiamenti che hanno interessato il web, dal 2008 a oggi. Ovvero il periodo in cui Derakhshan è stato prigioniero nelle carceri della Repubblica Islamica, proprio a causa della sua attività in rete. Sei anni, alla velocità con cui la rete evolve, equivalgono a un'eternità; e lo shock che prova chi ha vissuto sospeso dal mondo per un periodo di tempo così lungo, confrontandosi con il cambiamento senza aver mai potuto immergervisi, è forse ciò che rende davvero interessante un pezzo le cui argomentazioni abbiamo sentito ripetere da più parti in questi anni. Tuttavia, verso la fine dell'articolo, Derakhshan si sofferma a riflettere su quello che è forse il cambiamento più attuale tra quelli che interessano la rete: il ruolo sempre più importante che i linguaggi visivi ricoprono in essa. > There’s less and less text to read on social networks, and more and more video to watch, more and more images to look at. Are we witnessing a decline of reading on the web in favor of watching and listening? Per il blogger iraniano la combinazione tra la fruizione fluida degli aggiornamenti (lo *Stream*, cioè la forma di organizzazione delle informazioni oggi più diffusa), le applicazioni *mobile* e il ruolo sempre più centrale che in esse ricoprono le immagini, sta avvicinando la rete a un modello di fruizione tipicamente televisivo. > We seem to have gone from a non-linear mode of communication — nodes and networks and links — toward a linear one, with centralization and hierarchies. The web was not envisioned as a form of television when it was invented. But, like it or not, it is rapidly resembling TV: linear, passive, programmed and inward-looking. Non credo che un'affermazione così categorica sia corretta. La peculiarità delle tecnologie digitali è quella di rimediare altre forme di comunicazione, facendole convergere verso un luogo fluido, dove possono convivere le une con le altre. Perciò, quello a cui stiamo assistendo non è il passaggio da un *books-internet* a un *television-internet*, bensì uno spostamento negli equilibri tra due diverse forme di fruizione che, almeno in potenza, hanno sempre convissuto. Dieci anni fa la tecnologia consentiva di democratizzare soltanto l'accesso agli strumenti per la produzione di testi scritti. Oggi invece sono le tecnologie per la produzione di immagini a essere state liberate e rese accessibili a una grande massa di utenti. Questo non vuol dire che le une tiranneggeranno le altre, fino a farle sparire. Significa piuttosto che stiamo assistendo a una riconfigurazione degli equilibri tra due forme di fruizione e produzione di testi. Una riconfigurazione che è tutt'altro che definitiva, bensì episodica, puntuale, tattica. > [First step in spain. A big step for my future. #spain #beach #running #runtoinspire #runforfuture](https://instagram.com/p/5ouSEOJMt-/?ref=flaviopintarelli.it) > > Una foto pubblicata da Abdou Diouf (@abdoudiouf1993) in data: 27 Lug 2015 alle ore 03:30 PDT Due giorni fa, alcune tra le testate più importanti nel mondo hanno diffuso la notizia di un [migrante che stava documentando il suo viaggio dall'Africa alla Spagna su Instagram](http://www.huffingtonpost.co.uk/2015/08/02/migrant-instagram-journey-boat%5Fn%5F7921536.html?ref=flaviopintarelli.it). In realtà, come spiega un dettagliato [articolo curato da Storyful](https://medium.com/@Storyful/production-company-faked-migrant-33842712e221?ref=flaviopintarelli.it), che si è preso la briga di verificare la storia, l'account in questione faceva parte di un progetto sviluppato dall'agenzia di comunicazione Volga e diretto dallo studio Manson di Barcellona, che stava partecipando al festival di fotografia GETXOPHOTO. Un festival, il GETXOPHOTO, che “supports the exploration of formats, stands and unconventional exhibition spaces to show \[…\] different images” e al cui interno il progetto mirava a riflettere “the way we process and share images of displacement and migration, in established media and on social networks.” L'accaduto è banale. Di storie riprese sui giornali dai social media senza alcuna verifica è piena la rete. Ma questa ci consente di riflettere su alcune caratteristiche di quello che Derakhshan chiama il *television-internet*, ovvero sullo statuto delle immagini in rete. Le tecnologie di ripresa cinefotografica hanno sempre avuto uno statuto attestativo. Questo significa che, quando guardiamo una fotografia o una ripresa cinematografica, siamo sempre coscienti che qualcosa è stato presente davanti all'obiettivo, almeno per un istante. Ovviamente si tratta di una presenza problematica, che non può essere presa per buona "così com'è", ma deve essere sempre collocata nella rete di relazioni che le dà significato. Tuttavia, al di sotto di questa rete, c'è sempre un resto. Un fondo duro e irriducibile che è appunto la presenza, l'esserci di qualcosa o qualcuno davanti all'obiettivo. Un effetto che la cultura digitale contribuisce a potenziare notevolmente. Che cosa sappiamo di una foto pubblicata su Instagram, quando c'imbattiamo in essa nel nostro *Stream*? Ne conosciamo l'autore, che diamo per scontato sia una persona reale anche quando il suo avatar rappresenta un soggetto disincarnato (ad esempio un brand). Ne conosciamo l'orario di pubblicazione e, di conseguenza, la data. A volte conosciamo anche l'esatta localizzazione geografica in cui l'immagine è stata prodotta e non siamo costretti a desumerla dagli elementi diegetici. > [Hiden in the back of a trunk. Tryng to cross the border. No air. My legs Hurt. Wish me luck. #trunk #nospace #fear #thirsty #hide #borders #instadaily #instafollow # neverendingtryp #daydreamer](https://instagram.com/p/5fhg8IJMns/?ref=flaviopintarelli.it) > > Una foto pubblicata da Abdou Diouf (@abdoudiouf1993) in data: 23 Lug 2015 alle ore 13:45 PDT Tutto questo non fa che affermare e rafforzare il carattere attestativo proprio dell'immagine cinefotografica e il suo effetto di autenticità, che sta alla base del successo e della diffusione dei social network. Lo spettatore non è più soltanto consapevole del fatto che, in un modo o nell'altro, sul fondo dell'immagine e dietro alla rete di relazioni che le dà senso, è presente un residuo irriducibile a qualsiasi manipolazione. Ma che sia la presenza stessa dell'immagine all'interno di un certo contesto, quello della piattaforma social, a garantirne il suo valore attestativo. Se è su Instagram dev'essere per forza vero. Questo è l'assioma che il design della piattaforma (di tutte le piattaforme social) induce a credere attraverso il rafforzamento del carattere attestativo dell'immagine fotografica. Il rischio delle immagini al tempo dei social è proprio questo, che lo spettatore, educato a questa modalità di fruizione, ne elevi il valore attestativo a unico parametro per giudicarle. Salvo poi finire ingannato quando le immagini cominciano a giocare con la propria veridicità, riaffermando il loro potere di configurare la realtà, creandone una nuova e sintetica. ### Monsterhearts l’ambiguo e conturbante gioco delle vite adolescenti URL: https://flaviopintarelli.it/2015/07/17/monsterhearts/ Last updated: 2019-12-18T10:04:16.000Z ## Prologo «A me lo stupro ha fatto effetto, mi stupisco che Flavio non se ne sia accorto». Mentre Giulia pronuncia quella parola ho la sensazione di trasalire; anzi, trasalisco proprio. Per un lunghissimo istante vedo tutto bianco mentre i contorni della mia stanza si fanno sempre più sfocati. «Vanno bene le schermaglie a scuola, le accetto e fanno parte del gioco», continua lei, «ma drogarmi e mettermi le mani addosso mentre sono incosciente è troppo, è una cosa da malati!» A quel punto provo a inserirmi per dire la mia. Giulia però non si ferma. Anzi, mi punta un dito addosso: «Come se non bastasse mi hai lasciata nel letto mezza svenuta per scopare con quel tipo entrato dalla finestra. Non vedo perché ti faccia così strano che quando mi sono svegliata te l’abbia fatta pagare». «No, scusa» provo a ribattere balbettando, «io non volevo stuprarti. Siccome sei sempre così rigida ho pensato che un chiamino di md ti avrebbe fatta sciogliere un po’. Volevo solo che ci divertissimo, mica potevo sapere che saresti svenuta». Giulia a quel punto s’irrigidisce «Fammi capire: tu metti dell’md in un drink - a mia insaputa - e la stronza sono io? Col cazzo, quello era uno stupro bello e buono, fattene una ragione». Intorno a me, Roberto, Nikitas e Simone mi guardano e annuiscono con aria grave. Non lo dicono, ma anche loro pensano che io sia uno stupratore. Mentre l’immagine di me che ho costruito faticosamente durante tutto questo tempo si sgretola a poco a poco, rivelando il mio io interiore ormai irrimediabilmente annerito come le travi di un edificio in fiamme, non posso fare altro che chinare la testa e ripetere tra me e me quella frase. Sono. Uno. Stupratore. Bene, arrivati a questo punto, prima che qualcuno di voi lettori si faccia un’idea sbagliata sul mio conto e alzi il telefono per denunciarmi alla Polizia, è bene scoprire le carte e precisare una cosa, anzi due: il dialogo che avete appena letto è accaduto davvero, nella tarda serata di un paio di anni fa. Così come è accaduto davvero l’episodio che ho appena raccontato. Solo che si è svolto in una realtà parallela e fittizia. Una realtà che Giulia, Simone, Roberto, Nikitas e io abbiamo creato insieme giocando a *Monster Hearts*. !\[Character Design - Il vampiro\](/content/images/2015/07/Character-Design---Il-vampiro.jpg) ## Vite incasinate di mostri adolescenti *Monster Hearts*, in italiano *Cuori di Mostro*, è un gioco di ruolo. Uno di quelli che si fanno seduti intorno a un tavolo con carta, matita e dadi per intenderci. In realtà noi cinque lo giochiamo in Hangout - la video chat di Google, ovvero la sola cosa per cui valga la pena avere un profilo su Google Plus - dato che abitiamo a svariati chilometri di distanza gli uni dagli altri. Quindi al posto di carta e matita condividiamo un documento su Google Drive e per simulare il lancio dei dadi usiamo un software creato appositamente con questo scopo da altri nerd con più competenze informatiche di noi. Tuttavia, anche se il legno del tavolo è sostituito dallo schermo dei nostri PC, la sostanza cambia poco; il nostro scopo è sempre quello di raccontare delle storie di cui siamo al tempo stesso narratori e protagonisti. Storie che hanno a che fare con le «vite incasinate di mostri adolescenti», come dichiara in modo abbastanza didascalico il sottotitolo della versione italiana del manuale di gioco. ###### Ma se questa descrizione non evoca in voi assolutamente nulla, allora provate a immaginarvi un crossover tra *Buffy l’ammazzavampiri* e *Gossip Girl*. Irresistibile vero? O almeno è questo l’immaginario a cui ho fatto riferimento più di frequente per orientarmi tra le 150 pagine scarse che compongono il manuale di Cuori di mostro. La sera in cui mi becco dello stupratore da Giulia sono proprio le vite di quattro mostruosi adolescenti che stiamo interpretando. Per ambientarle abbiamo scelto, in un empito di europeismo, la cittadina di Ulm. Nonostante la nostra campagna sia ambientata in Germania, le abbiamo ugualmente attribuito molti tratti americaneggianti. Perché, in fondo nessuno di noi ha un’idea precisa di come si svolga la vita in una Oberschule, mentre delle High School - complici appunto film, fumetti e serie tv - sappiamo molto di più. In un certo senso ci sono più familiari, quasi come se le avessimo frequentate; forse qualcuno di noi lo ha fatto per davvero, approfittando di qualche scambio scolastico o vacanza studio. !\[Character design - L'infernale\](/content/images/2015/07/Character-Design---L-infernale.png) ## I personaggi A Ulm Giulia veste i panni di Aurora. Aurora è una fata, anche se è da diverso tempo che la sua famiglia, per sfuggire a non meglio precisate cospirazioni, ha abbandonato la corte di Oberon, un posticino al cui confronto le sale di Approdo del Re sembrano aule d’asilo. Ora lei e la sua famiglia vivono fra gli umani e l’estate scorsa si sono trasferiti in Germania dalla Finlandia. Per quanto non sia una matricola è pur sempre una “nuova”, e questo non piace a Veronica (il mio personaggio). Veronica è una queen, una capricciosa ape regina abituata ad avere tutto. Che a quell’età significa adorazione incondizionata da parte dei ragazzi e obbedienza cieca da parte della sua cerchia di amiche e amici, che lei chiama affettuosamente «minions», schiavi. Come potete immaginare Veronica è molto volubile, violenta e vendicativa. In una parola è una vera stronza. Nikitas invece veste i panni di Adam, lo stregone. Detta altrimenti, è un ragazzetto nerd, egotico e pure piuttosto arrabbiato con il mondo. Nulla di eccezionale, se non fosse che Adam sa padroneggiare la magia nera. Il che lo rende il ragazzetto nerd/egotico/arrabbiato col mondo più pericoloso di questo (e forse di tutti) piano di esistenza. Poi c’è il character creato da Simone: uno stronzo libertino che metteva le corna alla sua tipa e a cui il destino, come succede a tutti gli stronzi libertini, ha riservato una spiacevole sorpresa. I fatti: una sera sta in auto a pomiciare con la sua amante. I due litigano, lei lo spinge, Daniel inciampa nel guardrail, ruzzola giù dalla collina delle limonate e si rompe l’osso del collo. Però succede qualcosa per cui la sua anima resta intrappolata nel mondo dei vivi, e così Daniel continua a venire a scuola, anche se è più taciturno del solito e non la prende molto bene quando qualcuno gli fa notare che un paio di lampade potrebbero essere d’aiuto per quel suo malsano colorito pallido. Essere un fantasma tuttavia ha anche dei vantaggi, come la possibilità di muoversi in silenzio con grande facilità. Un’abilità incredibilmente utile, in particolare se volete affacciarvi a una finestra per spiare l’amplesso saffico che sta per consumarsi proprio ora in casa di una delle sue compagne di classe. E quindi siamo tornati al punto di partenza, ovvero a quella scena di stupro di cui i miei compagni di gioco mi hanno rimproverato di non essermi accorto e che, per farvi un’idea, è andata all’incirca in questo modo. Dopo un primo incontro con Aurora che per poco non finisce in un catfight in piena regola, io, anzi Veronica, pensa di farsi perdonare invitando la nuova rivale a casa sua per una festa. In realtà Veronica vuole sedurre Aurora e fare sesso con lei. Se la qual cosa si dovesse verificare, le regole del gioco prevedono che Aurora diventi un membro della cerchia di Veronica e quest’ultima potrà così leggerle nella mente a suo piacimento. Purtroppo per lei, però, Aurora è abituata agli ambienti della corte del re delle fate e questo significa che sa destreggiarsi tra intrighi, sotterfugi e manipolazioni varie. Quindi, per rompere la diffidenza, Veronica prepara ad Aurora un drink corretto con una modica quantità di MDMA. Aurora beve il drink e siccome l’emmedì non è cosa da fate, sviene. A quel punto Veronica decide di approfittare della situazione per portare a termine il suo piano. Sveste la rivale mezza svenuta sul letto e proprio mentre le sta leccando maliziosamente l’orecchio si accorge che Daniel sta osservando divertito tutta la scena dalla finestra. Siccome l’indole di ogni regina è avida e massimalista, Veronica non ci pensa due volte a invitare il fantasma a unirsi al coito, con il quale prenderebbe due piccioni con una fava. Purtroppo si sa che la fortuna aiuta gli audaci, ma il destino è cinico e baro. Come Icaro, inebriata dalla sua volontà di potenza, anche Veronica ha appena fatto il passo più lungo della gamba. Mentre sdraia Daniel sul letto e si prepara a esibire sue doti di amazzone, Aurora rinviene dal suo torpore chimico e, sentendosi giustamente usata, reagisce con la cattiveria di cui solo una fata offesa sa essere capace: fa provare a quella arrogante mortale di Veronica quanto può far male il gelo del polo, se te lo concentrano tutto quanto nel cuore per un istante. Questa è solo una delle situazioni che si possono creare giocando a *Cuori di Mostro*. Una situazione in cui s’intrecciano tematiche legate alla selvaggia sessualità adolescenziale, all’uso e all’abuso di sostanze stupefacenti e al modo in cui costruiamo le nostre relazioni sociali in un periodo in cui, come persone, siamo sottoposti a cambiamenti radicali. Perché «questo non è veramente un gioco sui mostri. È un gioco sulla confusione che nasce quando il tuo corpo e il tuo ambiente sociale iniziano a cambiare senza il tuo permesso». È questa confusione di identità e valori che Giulia e io discutiamo alla fine della giocata. ## Powered by the apocalypse Se avete letto con attenzione il pezzo fino a questo punto vi sarete resi conto che mi sono dimenticato di qualcuno. Nel prologo infatti ho scritto che il gruppo con cui sto giocando è composto da quattro persone oltre a me. Ma quando li ho descritti, i personaggi che ho citato sono solo quattro. Questo perché non ho ancora citato il ruolo ricoperto da Roberto nel gruppo. Roberto infatti è l’MC o master, se la vostra cultura in fatto di giochi di ruolo non va oltre *Dungeons & Dragons*. Solo che l’MC in *Cuori di Mostro* ha un ruolo diverso da quello che ha il master di D&D. E questa differenza si deve innanzitutto al sistema di regole che muove i due giochi. A regole diverse corrispondono obiettivi diversi. Semplificando molto, potremmo dire che l’obiettivo di giochi come *Dungeons & Dragons* o *Warhammer Fantasy Role Play* è la simulazione quanto più verosimile possibile di un universo fittizio. Infatti, se avete mai sfogliato il manuale di uno di questi giochi, vi sarete accorti si tratta voluminosi tomi pieni di dati e di tabelle. Ce ne sono alcune, ad esempio, che regolano il sistema monetario e ne stabiliscono i tassi di cambio (una moneta d’oro ne vale 100 d’argento e 1000 di bronzo). Altre regolano quanto peso possono trasportare veicoli di ogni tipo (un carro potrà trasportare un carico equivalente al valore di 500 monete d’oro) e così via, in un crescendo di minuzie il cui scopo è quello di ottenere il massimo grado di «realismo» possibile. Visto il grado di dettaglio raggiunto da queste regole, applicarle alla lettera è tutt’altro che facile e richiede ai giocatori uno sforzo notevole. Non a caso, molti gruppi che partecipano a questi giochi decidono di ignorare quelle più bizantine, soprattutto quando i giocatori non padroneggiano appieno il sistema di gioco. Al contrario, *Cuori di Mostro* \- e con lui tutti i giochi che ne condividono le meccaniche, i cosiddetti [*powered by the apocalypse*](https://en.wikipedia.org/wiki/Powered%5Fby%5Fthe%5FApocalypse?ref=flaviopintarelli.it) \- ha come scopo quello di aiutare i giocatori a creare storie, più che a simulare la realtà di mondi fantastici. Questo significa che il brandello di fiction che vi ho appena raccontato non è il frutto di un casuale susseguirsi di interazioni, bensì il risultato di una dinamica di gioco calibrata in modo molto preciso. Le meccaniche di questo genere di giochi cercano di regolare il modo in cui s’intrecciano i rapporti sociali tra le persone e a utilizzarli come motore narrativo. Ogni giocatore può eseguire delle “mosse”, ovvero delle azioni. Ce ne sono alcune, comuni a tutti i giocatori, come eccitare, zittire o manipolare. Altre sono prerogativa di ogni classe di personaggi. Altre ancora sono sì comuni a tutte le classi, ma cambiano effetto a seconda del genere di personaggio che si è scelto: si tratta delle cosiddette «mosse sessuali». Quando Veronica decide di correggere il drink ad Aurora per vincere le sue resistenze, sta preparando il terreno per eseguire la sua mossa sessuale e guadagnarsi così un vantaggio. La mossa sessuale della queen recita testualmente «quando fai sesso con qualcuno, questi ottiene la Condizione uno di loro. Finché la Condizione permane, è considerato parte del tuo gruppo». Eccezioni a parte, l’esecuzione di una mossa può risolversi in tre modi diversi, determinati dal lancio di un dado – un successo pieno, parziale o un fallimento – ma in ogni caso vi sono delle conseguenze. Entrare a far parte della cerchia della regina può essere una di queste. Ma anche la creazione di particolari legami tra i personaggi rientra tra gli effetti abilitati dalle mosse, perché i legami così creati servono a intrecciare le vicende dei personaggi e a farli interagire tra di loro, ed è dall’interazione tra i personaggi che nascono le situazioni più interessanti durante il gioco. Ad esempio, per convincere Aurora a seguirla nella sua stanza, Veronica - che è una manipolatrice per natura - ha effettuato la mossa chiamata «eccitare qualcuno», ottenendo un successo pieno. È così che io le ho fatto promettere ad Aurora che non sarebbe successo nulla di male: tuttavia, quello che viene detto a una fata diventa automaticamente una promessa e, se le promesse vengono infrante, succedono brutte cose. Brutte cose che, a livello di meccaniche, rientrano nella categoria del «Sé Oscuro» (darkest self) ovvero una condizione di rabbia cieca e incontrollabile in cui il personaggio agisce in preda ai suoi istinti più distruttivi, proprio come un adolescente deluso dalla vita o dal suo primo vero unico grande amore. Il «Sé Oscuro» della fata dice che «tutto ciò che dici è una promessa. Tutto ciò che senti è una promessa. Se una promessa viene infranta, la giustizia dev’essere temprata nel sangue». Congelare il cuore della persona che ha tentato di stuprarti è una bella applicazione dell’esortazione a temprare la giustizia nel sangue, ve lo posso assicurare. !\[Character Design - il ghoul\](/content/images/2015/07/Character-Design---il-ghoul.jpg) Mosse, legami e condizioni non sono altro che la rappresentazione schematica delle interazioni e degli stati dei personaggi, l’ossatura delle loro relazioni. La pelle, la forma di queste relazioni è decisa dalla fantasia dei personaggi. La stessa sequenza di mosse effettuate e legami creati che ho descritto, nelle mani di un altro giocatore o in presenza di diverse classi di personaggi si sarebbe risolta in modo completamente diverso. Perché lo scopo di questi sistemi di regole è quello di aiutare i giocatori a creare collettivamente delle storie. Perciò al contrario di quanto accade in *Dungeons & Dragons*, in questo genere di giochi il master perde la sua aura demiurgica e smette di essere quel personaggio con “[un culo sospetto ai dadi](http://www.prismomag.com/dd-mercoledd-1/?ref=flaviopintarelli.it)” che allestisce la fiction e crea un mondo. In *Cuori di Mostro* l’MC stimola i giocatori con domande continue, usa le risposte per definire tanto il mondo quanto la finzione e determina le conseguenze di un fallimento ai dadi attraverso il meccanismo delle “mosse dure”. Le mosse dure sono le mosse con cui l’MC agisce sul gioco quando la narrazione langue o quando i giocatori falliscono un tiro. Separali, mettili insieme, infliggi danno, rigiragli contro la sua mossa, esponi un segreto alla persona sbagliata sono tutte mosse dure a disposizione dell’MC. Ad esempio, se Veronica avesse fallito la sua mossa per eccitare Aurora, l’MC avrebbe potuto eseguire una delle sue “mosse dure”, facendo intervenire un pericolo (un amante geloso) o svelando i suoi piani (Aurora si accorge che il suo drink è corretto). «l’MC» come recita il manuale «è la persona che gioca il mondo intero con integrità, e decide chi e cosa sta sotto i riflettori in un dato momento». ###### Quindi, più che un dio volitivo e capriccioso, il master dei giochi powered by the apocalypse diventa il vero e proprio motore narrativo della vicenda, nella quale le regole lo esortano a essere un tifoso e non un antagonista. !\[Character Design - Il lupo mannaro\](/content/images/2015/07/Character-Design---Il-lupo-mannaro.jpg) Come il producer di una serie televisiva, l’MC regola il traffico degli archi narrativi, decide quali personaggi stanno sulla scena e per quanto tempo devono agire, introduce gli eventi e i soggetti che imprimono una svolta alla storia e stabilisce quando è il momento per dare la parola a un’altro dei protagonisti. È per questo motivo che una partita a *Cuori di Mostro* o ad altri giochi simili ha una struttura molto simile a quella di una serie tv, ed è per questo che è così facile pescare da quegli immaginari quando si devono costruire ambientazioni e personaggi. Quando decidono di iniziare a giocare, i giocatori sanno che dovranno affrontare una campagna, ovvero un arco narrativo prolungato all’interno del quale si delinea una vicenda principale che dovrà risolversi al termine della campagna. È l’equivalente di una stagione per uno show televisivo. Di settimana in settimana invece i giocatori sono impegnati in sessioni, ovvero in quelli che in una serie sarebbero gli episodi. Una sessione può durare da due a cinque o sei ore e può terminare con un cliffhanger. Al termine di ogni sessione è prassi del nostro gruppo confrontarsi sull’andamento della giocata per capire cosa ha o non ha funzionato: dopotutto, il gioco di ruolo è un’attività sociale e una buona armonia di gruppo aiuta a divertirsi di più e raccontare storie più interessanti. È proprio durante uno di questi confronti che emerge la differenza di interpretazioni sulla scena dello stupro, da cui ha preso le mosse il mio racconto. Dal mio punto di vista, Veronica non ha mai avuto intenzione di violentare deliberatamente Aurora, solo di creare le condizioni più adatte per portare a termine il suo piano: ovvero fare sesso con la rivale per poter esercitare su di lei una forma di controllo così come stabilito dalle regole del gioco. Ma se definiamo lo stupro per quello che è, ovvero un rapporto sessuale a cui uno dei due partner partecipa contro la propria volontà, allora quello perpetrato da Veronica ai danni di Aurora è uno stupro a tutti gli effetti, con buona pace della mia incredulità postuma e del fragile castello di scuse che ho eretto a difesa degli atti della mia eroina. La cosa che rende davvero interessante una partita a *Cuori di Mostro* è proprio questa sua capacità di dare vita a situazioni ribollenti di ambiguità e in grado di toccare tematiche che non possono lasciarci indifferenti; e questo a prescindere che si stia giocando in modo distaccato, ovvero avendo ben chiara la distanza tra giocatore e personaggio, o che si sia più coinvolti, immedesimandosi il più possibile nell’avatar che ci si è creati. Quello che non cambia sono le sensazioni che si provano e le problematiche con si entra in contatto. Perché, in fin dei conti, Cuori di Mostro è una sorta di simulatore sociale, mediante il quale ricostruire situazioni in cui vengono chiamate in questione le nostre identità e i meccanismi con cui le definiamo, a partire dal modo in cui articoliamo le differenza da cui prendono vita. I confini tra sesso e stupro, tra amore e dipendenza, tra bene e male, tra lecito e illecito. È questa lasciva, grezza e ancora informe vertigine che dona a Cuori di Mostro quella sua carica di magnetismo, la sensazione concreta che il mondo non sia altro che un punto liscio da cui passano ancora un numero infinito di rette, che rappresentano le altrettante direzioni lungo cui la nostra identità può ancora incamminarsi. La vertigine del futuro in potenza, sottoforma di ricordo e fantasma del passato. Quel passato che va sotto il nome di adolescenza, il periodo più mostruosamente bello di tutte le nostre vite. ### #ticostaca - Alajuela mon amour URL: https://flaviopintarelli.it/2015/07/16/alajuela-costa-rica/ Last updated: 2018-08-30T20:53:45.000Z *Ticos*, è la parola con cui si chiamano gli abitanti del Costa Rica. Persone qualsiasi incontrate tra alberghi, ristoranti, autobus, strade, spiagge, e negozi durante tre settimane di viaggio nel paese più felice del mondo. #ticostaca è il racconto di questa terra, degli incontri e dei ricordi che c'ha regalato. Una ragnatela quantica di passaggi, tiri e rimbalzi verbali che compongono la mia visione molecolare del più straniero paese che abbia mai visitato. ![Alajuela Costa Rica](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/07/Alajuela-Costa-Rica.jpg) Viaggiare significa anche costruire e confrontare i nostri immaginari. Me ne rendo conto sul taxi che dall'aeroporto Juan Santamaria ci porta verso la cittadina di Alajuela; è la sera del 20/06/2015 e sono in Costa Rica da non più del tempo necessario per scendere dall'aereo, recuperare i bagagli ed espletare le formalità burocratiche per la seconda volta nelle ultime 14 ore. Tanto è durato il viaggio per arrivare qui. Mentre percorro queste strade buie, affiancate da lunghe file di casette basse, raramente più alte di un piano, con tetti in lamiera e inferriate alle finestre, mi stupisco nel constatare che l'unico termine di paragone che ho per collocare quella prima visione del centroamerica nella mia geografia personale è un misto tra il quartiere pachuco di GTA V e alcuni romanzi di Ellroy. Tanto che ho quasi l'impressione di vedermi apparire accanto, seduto in uno dei pick up che ci affiancano al semaforo, la sagoma minacciosa di Pete Bondurant. Allucinazioni da jet lag a parte, anche lo stile di guida del nostro driver rassomiglia moltissimo a quello dell'utente medio del celeberrimo titolo della Rockstar Games: accelerazioni brucianti, frenate al limite della sopportazione dei dischi (o sono pastiglie?) e repentine correzioni di traiettoria per schivare i veicoli e i pedoni, tanti pedoni, che incrociano la direzione del minivan con disinvoltura e sprezzo del pericolo. Come se il lato oscuro del celebre motto "Pura Vida" prendesse forma nella domanda che mi pongo continuamente in quella circostanza: "ti puzza per caso la vita?" ## Lo spirito di Juan Santamaria Ad Alajuela Juan Santamaria è ovunque. Il nostro albergo affaccia sul parco a lui dedicato, al centro del quale campeggia una statua di bronzo che lo raffigura. Juan è l'eroe nazionale e la sua effige brunita lo ritrae in uniforme da tamburino, zaino in spalla, il moschetto puntato in avanti, stretto poco sopra il calcio con la mano sinistra. Nella destra, sollevata in alto, brandisce una fiaccola. Lo scultore ne ha voluto raffigurare l'impeto e lo slancio. Il busto è proteso in avanti, la gamba sinistra piegata nell'avanzare, la destra tesa nella spinta. Ti aspetteresti che l'eroe nazionale di un paese che poco più di 50 anni fa ha scelto di abolire l'esercito per favorire istruzione ed ecologia fosse un biologo o un maestro di scuola, non un povero tamburino armato di fucile. Ma se lo guardi bene, ti accorgi che nell'impeto di Juan Santamaria non c'è la furia smodata del berserker. Juan è un soldato, non un guerriero. ![Alajuela statua di Juan Santamaria](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/07/Alajuela-statua-di-Juan-Santamaria.JPG) Visitando il museo cittadino, anch'esso dedicato al giovane soldato che di Alajuela era originario (ecco spiegata l'ossessione che ha per lui questa cittadina della Meseta Central), mi pare che l'epica costaricense, raccontata in queste piccole sale ingombre d'oggetti, sia sghemba e strampalata; incongruente. Battezzata grazie a una colossale svista del nostro Cristoforo Colombo, che l'aveva chiesta poco prima di morire come pegno per i suoi servigi alla corona di Spagna, questo piccolo paese è tutt'altro che ricco. Questa circostanza rappresenta anche la più grande fortuna della Costa (mica tanto) Rica. Non avendo risorse naturali, infatti, per molto tempo la Costa Rica non è stata soggetta alle mire imperialiste e colonialiste delle maggiori potenze mondiali. Se si eccettua il periodo immediatamente successivo alla morte di Colombo, quando le sue cronache spinsero i conquistadores a invadere il paese, conducendo guerre sanguinose contro i nativi, che si conclusero con lo sterminio pressoché totale di entrambe le parti in causa, la Costa Rica resta sostanzialmente invisibile ai radar fino alla metà dell'800. Fu in questo periodo infatti che un avventuriero statunitense di nome William Walker, spinto dal concetto di [*Destino Manifesto*](https://it.wikipedia.org/wiki/Destino%5Fmanifesto?ref=flaviopintarelli.it) (che trovava nella dottrina Monroe la sua espressione legale), cercò di conquistare il Paese. Walker era un medico, avvocato e giornalista che, approfittando della guerra civile in Nicaragua, aveva invaso il Centro America al comando di un esercito di filibustieri (mercenari, sbandati e altra varia umanità raccolta nelle strade o nelle campagne statuinitensi), con l'obiettivo di annetterlo agli Stati Uniti, che in questo modo avrebbero potuto controllare l'intero continente. Juan Rafael Mora Porras, l'allora presidente della Costa Rica, accortosi del pericolo, riunì un esercito di circa 5.000 civili e marciò contro Walker, sconfiggendolo in tre, decisive, battaglie. L'ultima delle quali durò la bellezza di appena 14 minuti. Fu in una di queste battaglie, quella di Rivas in Nicaragua, che Juan Santamaria trovò la morte, nel tentativo di appiccare il fuoco a una delle posizioni nemiche. È a questo punto del racconto che le cose tornano al loro posto e questo giovane soldato che ai piedi non porta il tacco opprimente dello stivale, ma un umile paio di sandali da contadino, appare per quello che è veramente. Non solo un soldato, ma un partigiano. Un civile in armi in lotta contro l'oppressore straniero, autoincoronatosi col più farlocco diritto divino. È solo allora che l'epica costaricense assume un senso. In quale altro paese, se non in un paese che nasce dalla lotta partigiana, poteva concretizzarsi l'utopia di una Nazione che rinuncia alla forza, strumento che impone agli altri la propria volontà di potenza? Questo non cancella contraddizioni e opacità che ammantano la storia successiva del Paese, ma senza dubbio vuol dire qualcosa e, forse, vuol dire molto. ![San José Costa Rica](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/07/San-Jos--Costa-Rica.jpg) ## Barbed wire Ad Alajuela, ma anche a San Josè, Cartago, Puerto Limon, Puntarenas o Quepos il filo spinato è il principale elemento dell'arredo urbano. Solo dalle parti di Turrialba e a Cauhita questo affilato rampicante pare non aver attecchito. Queste distese di casette dagli angoli nettissimi, raramente tirate su in muratura, più spesso in legno o bambù, tanto che, a volte, nelle zone più periferiche, sembrano più delle baracche che delle vere e proprie case, sono così basse che per rimirare i tetti della città, ogni tanto, bastano un autobus e una collinetta nemmeno troppo alta. Così mi immagino le *chapulines*, bande di giovani ladruncoli ticos, impegnate in atletici parkour criminali *a la* Assassin's Creed. Come faranno però a superare, una volta raggiunte dai tetti le abitazioni, i cancelli e le inferiate che trasformano ogni casa in una San Quentin in miniatura? Questo resta un mistero. Ma ancora una volta, l'immagine di lieve libertà di cui il Paese è ammantato, quella *Pura Vida* che non abbiamo ancora incontrato, appare meno nitida di quanto ci aspettassimo. Si può davvero essere liberi, ci domandiamo più volte, quando si sceglie di vivere dietro le sbarre? ### #ticostaca - una ragnatela di passaggi tra Italia e Costa Rica URL: https://flaviopintarelli.it/2015/07/15/costa-rica/ Last updated: 2018-08-30T20:56:08.000Z *Ticos*, è la parola con cui si chiamano gli abitanti del Costa Rica. Persone qualsiasi incontrate tra alberghi, ristoranti, autobus, strade, spiagge, e negozi durante tre settimane di viaggio nel paese più felice del mondo. #ticostaca è il racconto di questa terra, degli incontri e dei ricordi che c'ha regalato. Una ragnatela quantica di passaggi, tiri e rimbalzi verbali che compongono la mia visione molecolare del più straniero paese che abbia mai visitato. Sono le tredici e quarantacinque minuti circa, sotto il sole di Recife (Brasile), quando l'incornata di Bryan Ruiz fulmina Gigi Buffon, nell'indolenza di quell'ora di pranzo infuocata nella terra del calcio. I giocatori della *Sele*, in maglia bianca con inserti rossi e blu, si muovono lenti, sonnacchiosi come bradipi. La difesa italiana è schierata, due linee compatte che indietreggiano per nulla intimorite dall'avanzare degli avversari. Ogni centimetro di spazio, tra loro e noi, tra la palla e la porta, è presidiato. Eppure qualcosa va storto. Campbell e Ruiz, delanteri costaricensi, scattano lentamente verso la porta mentre l'esterno, il numero quindici Diaz, crossa. Ai nostri difensori quella corsa non sembra importare molto, non c'è affanno nel rincorrere i due attaccanti che, diligenti, si dirigono uno sul primo e l'altro sul secondo palo. La palla, lentissimamente anch'essa, scende verso quest'ultimo dove ad attenderla c'è l'incongruo numero 10: Bryan Ruiz, appunto. Un lungagnone che tutto sembra tranne che un fantasista, ma che, invece, [il dono della tecnica](https://www.youtube.com/watch?v=U%5FhqYYSIERE&ref=flaviopintarelli.it) l'ha ricevuto eccome. Infatti c'è del genio in quel colpo di testa. Sale in cielo, Ruiz. E colpisce. Una staffilata che incoccia la traversa dove Buffon non può arrivare, anche se il tiro è drammaticamente indirizzato sul suo palo. Colpisce il montante, quella sfera, e termina in rete. La gioia dei *ticos* è incontenibile. In quell'istante, Ruiz è il più felice nel paese dei più felici al mondo. Ha fatto gol all'Italia e la partita non ne vedrà altre, di reti. Forse, inconsapevolmente, il mio viaggio in Costa Rica inizia in quel momento. Anche se la Storia narrerà per sempre un altro racconto. Quello della mia compagna che, desiderosa di festeggiare i suoi trent'anni con un viaggio importante, di quelli che restano, mi spingerà fuori dai confini della mia *comfort zone*, al di là del mare chiamato oceano, nella terra dei *ticos*. La dove il saluto *Pura Vida* è diventato filosofia d'esistenza e la felicità è il minimo comune denominatore delle vite di tutti. Quelle che leggerete nelle prossime settimane sono le cronache delle cose viste, sentite, toccate, assaporate, fatte in tre settimane di vagabondaggi in terra di Costa Rica. Un racconto quantico, molecolare, disordinato. Dove la geografia o il tempo non sono necessariamente concetti ordinatori assoluti, ma semplici elementi da scegliere nell'infinita *palette* di strumenti che danno al ricordo la sua parvenza di racconto. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E10 - Crowdfunding&Venture Capital URL: https://flaviopintarelli.it/2015/06/16/hashtag-s02-e10-crowdfundingventure-capital/ Last updated: 2019-12-18T09:35:31.000Z Follow the money! Il vecchio imperativo di detective e giornalisti è al centro della decima puntata di Hashtag, in cui ci siamo domandanti come si finanzia l'innovazione ai tempi della rete. Per questo abbiamo chiesto al sociologo Bertram Niessen e al giornalista Luca Barbieri di accompagnarci alla scoperta del Crowdfunding e del Ventura Capital, due innovative forme di finanziamento. Tra gattini che esplodono e start-up vendute per cifre mirabolanti, abbiamo imparato anche quali sono i segreti per creare progetti capaci di vincere la sfida dei finanziamenti. Ascolta il podcast ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E09 - Anonymous vs Steubenville URL: https://flaviopintarelli.it/2015/06/09/hashtag-s02-e09-anonymous-steubenville/ Last updated: 2019-01-08T16:45:35.000Z La storia di un ragazzo qualsiasi, che si trasforma in un supereroe grazie alla rete. Una delle più famose op di Anonymous, raccontata ad Hashtag ![Deric Lostutter](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/06/Deric-Lostutter.jpg) Deric Lostutter è un ragazzo come tanti altri, a cui la vita ha riservato una considerevole dose di soprusi e angherie da sopportare. Per questo ha deciso di diventare un Anon e usare gli strumenti offerti dalla rete per raddrizzare i torti. Deric Lostutter è un supereroe. È a lui che si deve una delle più famose e controverse operazioni di Anonymous, la campagna contro i violentatori di Steubenville. Che è anche la storia raccontata nella nona puntata di Hahstag. Ascolta il podcast ### Perché pagare per i social non mi sembra un'idea percorribile? URL: https://flaviopintarelli.it/2015/06/05/social-network-pagamento-zeynep-tufekci/ Last updated: 2019-12-18T11:01:37.000Z [Zeynep Tufekci](https://twitter.com/zeynep?ref=flaviopintarelli.it) è una sociologa turca che vive negli Stati Uniti e lavora sui media, in particolare su quelli digitali. È una voce intelligente e vale la pena di sentirla; ad ascoltarla s'impara sempre qualcosa anche quando non se ne condividono le opinioni. Ieri Tufekci ha pubblicato un articolo sul New York Times che ha sollevato un ampio ventaglio di reazioni che vanno dal semplice "davvero interessante" a una serie di critiche variamente articolate. Il pezzo in questione s'intitola [*Mark Zuckerberg, Let Me Pay for Facebook*](http://www.nytimes.com/2015/06/04/opinion/zeynep-tufekci-mark-zuckerberg-let-me-pay-for-facebook.html?%5Fr=1&ref=flaviopintarelli.it) e parte constatando che, almeno negli Stati Uniti, il controllo delle informazioni che produciamo in rete viene percepito come una questione d'importanza fondamentale da una [vasta parte dell'opinione pubblica](http://www.pewinternet.org/2015/05/20/americans-attitudes-about-privacy-security-and-surveillance/?ref=flaviopintarelli.it). La proposta che Tufekci avanza, prendendo in considerazione questo dato, è semplice: pagare i social network per non essere profilati. O, detta con parole sue, introdurre > A seamless, secure micropayment system that spreads a few pennies at a time as we browse a social network Dato che alla gratuità del servizio, ragiona la sociologa turca, corrisponde la trasformazione dell'utente in un bene che viene venduto agli inserzionisti sotto forma di dati e metadati, perché non invertire la logica? Passando da merce a cliente gli utenti guadagnerebbero il diritto alla privacy e alla riservatezza dei loro dati, che oggi rappresenta una preoccupazione concreta per molte persone, e i social network avrebbero comunque la possibilità di fare utili per finanziare la propria attività. > If even a quarter of Facebook’s 1.5 billion users were willing to pay $1 per month in return for not being tracked or targeted based on their data, that would yield more than $4 billion per year — surely a number worth considering. Una visione, quella proposta da Tufekci, che sembra percorribile per una serie di ragioni che qui proverò a spiegare. La primo motivo per cui penso che pagare per usare i social network non sia una soluzione percorribile lo esprime in un tweet la ricercatrice americana Kate Crawford. > Two-tier social media: the rich pay to opt out of Facebook ads, the poor get targeted endlessly. Privacy becomes a luxury good. > > — Kate Crawford (@katecrawford) [4 Giugno 2015](https://twitter.com/katecrawford/status/606509693603835904?ref=flaviopintarelli.it) Vincolare il diritto alla privacy dell'utente a una forma di pagamento significa alterare la neutralità e l'equità che dovrebbero essere i valori fondanti delle infrastrutture e dei servizi di rete. Ovvero creare una rete a due vie dove il diritto al controllo e all'integrità dei propri dati diventa un privilegio regolato dal censo. Senza contare che un sistema di micropagamenti di questo tipo finirebbe alla lunga per essere troppo oneroso, moltiplicando i costi per il numero di piattaforme regolarmente usate dagli utenti. > [@zeynep](https://twitter.com/zeynep?ref=flaviopintarelli.it) agree, this is the core problem. Imagine paying to opt out across 2-4 services x dozens of trackers. Unaffordable & ineffective. > > — Kate Crawford (@katecrawford) [4 Giugno 2015](https://twitter.com/katecrawford/status/606524082918715392?ref=flaviopintarelli.it) Fino a qualche anno fa la media degli account, per singolo utente, era di circa 1,5\. Nel 2014 il [Global Web Index](https://app.globalwebindex.net/products/report/multi-networking-q3-2014?ref=flaviopintarelli.it) stimava che questa cifra fosse aumentata a 5 account; e stiamo parlando solo di piattaforme social. Se per preservare la nostra privacy dovessimo abbonarci, oltre a Facebook, Instagram e Pinterest, anche ai servizi di Google, Amazon o qualsiasi altro player digitale che traccia i dati di navigazione gli oneri a nostro carico diventerebbero ben presto insostenibili. ![Social Network a pagamento](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/06/Social-Network-a-pagamento.jpg) [Credits](http://publicdomainarchive.com/public-domain-images-coffee-cans-yellow-black-blue-orange-bokeh-pinewood-social-nashville-tennessee/?ref=flaviopintarelli.it) Inoltre bisognerebbe domandarsi quanto la preoccupazione per la privacy espressa dall'opinione pubblica americana, ovvero il dato da cui Tufekci parte per elaborare il suo ragionamento, si tradurrebbe in azione concreta. Detta in altri termini - e ammesso che si riuscisse a trovare un sistema di micropagamenti capace di non diventare rapidamente insostenibile - gli utenti sarebbero davvero disposti a pagare per accedere ai propri social network? Tufekci pensa che gli utenti sarebbero disposti, in presenza di un sistema di pagamenti equo, a sostenere questa spesa per usufruire di questi servizi e cita, Netflix come esempio. > Millions of people pay for Netflix despite the fact that pirated copies of many movies are available free. Tuttavia mi pare che il paragone non regga. Perché Netflix offre ai suoi utenti dei contenuti professionali, in un contesto pienamente legale. È per quello che gli utenti sono disposti a pagare per utilizzarlo. La natura dei social generalisti è quella di abilitare le relazioni tra persone. Facebook di fatto non è altro che un metamedium, un medium che ne sintetizza altri e li fa convergere in un unico ambiente. Blog, chat, email, forum...Facebook è la versione *basic* concentrata di tutti questi strumenti. La domanda perciò è la seguente: i social quali contenuti offrono ai propri utenti? > C'è una parte interessante nel content-shock.Se tutti (più o meno consapevolmente) siamo di default editori, PR, autori... > > Posted by [Giuseppe Granieri](https://www.facebook.com/giuseppe.granieri) on [Giovedì 4 giugno 2015](https://www.facebook.com/giuseppe.granieri/posts/10152801267726218) Pensiero è la risposta di Granieri alla mia domanda. Il contenuto dei social network è il pensiero più o meno organizzato dei propri utenti e i social offrono principalmente un'architettura di distribuzione del nostro pensiero che può articolarsi in diverse forme e sostanze d'espressione (testo, immagine, video, audio), ma che vengono generalmente elaborate altrove o, meglio, che in altri contesti trovano strumenti più professionali per essere elaborate. Dunque gli utenti sarebbero davvero disposti a pagare per accedere a un'architettura di distribuzione del loro pensiero, in cambio del controllo totale sulle informazioni da loro prodotte. Purtroppo non penso che sia così. Se la preoccupazione per la privacy fosse una leva così forte da attivare i comportamenti degli utenti non mi spiego perché un social come [Ello](https://ello.co/beta-public-profiles?ref=flaviopintarelli.it), il cui obiettivo era quello di fornire un'infrastruttura di social networking libera da [logiche di profilazione a scopi pubblicitari](https://ello.co/wtf/post/privacy?ref=flaviopintarelli.it), non sia finora riuscito a sfondare la barriera degli *early adopters* e a imporsi al pubblico, a dispetto dell'elevata esposizione mediatica che ebbe al momento del lancio. ![Paywall](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/06/Paywall.jpg) [Credits](http://publicdomainarchive.com/public-domain-images-old-red-barn-black-fence-christmas-star-american-flag/?ref=flaviopintarelli.it) Tuttavia, seppur poco percorribile per i motivi che ho provato a esporre, la visione di Tufekci non deve essere liquidata, ma piuttosto presa in considerazione per il discorso che apre più che per la sua praticabilità. > [@katecrawford](https://twitter.com/katecrawford?ref=flaviopintarelli.it) Yes. Much seems out of reach now. I thought: can we get rid of "free" as mantra, start discussing costs/externalities? > > — Zeynep Tufekci (@zeynep) [4 Giugno 2015](https://twitter.com/zeynep/status/606524561698529281?ref=flaviopintarelli.it) I tempi per un dibattito sulla gratuità della rete sembrano infatti maturi. Oggi sta diventando uso comune pagare per ottenere un servizio o un prodotto che fino a poco tempo fa erano considerati immateriali, quindi di scarso valore, come un ebook o l'accesso a un servizio di streaming. Questo significa che dobbiamo interrogarci ed eventualmente mettere in discussione l'ordine del discorso della gratuità della rete. Gratuito potrebbe essere l'accesso alla connettività, che libererebbe risorse per l'acquisto di contenuti professionali da parte degli utenti, e di certo dovrebbe esserlo lo scambio fra pari. Su tutto il resto non abbiamo che un unica certezza, il futuro della rete è ancora da costruire e in questa *pièce* noi utenti possiamo vestire i panni del protagonista. ### Recensione a "Soli contro tutto" URL: https://flaviopintarelli.it/2015/06/03/recensione-a-soli-contro-tutto/ Last updated: 2019-12-20T09:49:55.000Z Stringi stringi ci sono solo due modi per scoprire un libro. Nella maggior parte dei casi siamo noi che lo andiamo a cercare. Lo compriamo in libreria o lo ordiniamo su internet dopo aver letto una recensione o grazie al consiglio di un amico, al bar o sui social network. Altre volte invece sono i libri che trovano noi. *Soli contro tutto*, il terzo libro di Militant A degli Assalti Frontali, appartiene a questa categoria, quella dei libri che ti vengono incontro. Questo l'ho incontrato una sera di un anno fa, 24 Aprile 2014, vigilia di Liberazione. Gli Assalti Frontali suonano a Bolzano, nel mio quartiere. A fine concerto mi avvicino al banchetto del merchandising. Quando posso acquisto sempre un disco o una maglietta delle band che suonano alle serate dalle mie parti. Mi pare un buon modo per supportare il loro lavoro e ripagare lo sbattimento che un musicista si prende a venire a suonare. Con gli Assalti Frontali poi c'è anche il discorso politico di mezzo. Venire a suonare a una festa antifascista a Bolzano è un bel gesto di affetto nei nostri confronti. Qui l'antifascismo è un valore sotterraneo, a volte [è pericoloso indossarlo](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/03/20/come-si-legittima-la-violenza-fascista-nella-mia-citta/?ref=flaviopintarelli.it) e altre semplicemente scomodo. Per cui la motivazione è doppia. Però quella sera al banchetto degli Assalti hanno solo CD; e io il supporto magnetico non lo acquisto più da un pezzo. Se proprio devo ascoltare musica digitale acquisto i file e tanti saluti alla plastica. Prendere una maglietta mi pare superfluo, ho voglia di contenuti. Per cui ripiego sul libro, che mi faccio pure autografare dall'autore. Sulla copertina nera campeggia una foto di Militant A. Posa metropolitana, sfondo urbano con graffiti. Scansiono le quarta e risvolti di copertina e avverto subito che contenuto e confezione, a metterli insieme, stridono un po'. Come se il contenuto annunciato avesse una forma diversa dal contenitore creato per ospitarlo. Stando al paratesto qui si parla di scuola e di rom, di occupazioni e diritti. Roba apparentemente distante dall'immaginario *ghetto* evocato dalla foto in copertina. Torno a casa e appoggio il libro sul tavolino del soggiorno. *Soli contro tutto* resterà lì per quasi dodici mesi. In attesa. Strano che per una ragione o per l'altra non sia finito inghiottito da una delle tre librerie che ho casa. Come accade con altri titoli comprati e poi diligentemente messi a scaffale, per poi venir risucchiati da questi dimenticatoi di compensato. Al contrario, questo libro è rimasto sul tavolino del soggiorno. E La cosa strana è che da lì, da sotto il vetro che ricopre il mio *coffe table* di JISK, il libro ha continuato ad ammiccarmi per un anno intero. "Aprimi, leggimi, fidati" sembrava dirmi. Ma senza mai riuscire a rompere il mio muro di diffidenza. Fino a quando, qualche giorno fa, ho deciso di prenderlo in mano e iniziarlo. ![Scuola Iqbal Masih Roma](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/05/Scuola-Iqbal-Masih-Roma.JPG) *Soli contro tutto* è una bella sorpresa. Primo non parla di rap o, almeno, il rap non è il protagonista del libro. C'è. Ma c'è come mezzo, non come fine. Questo libro parla di scuola, anzi di una scuola. Centocelle, periferia di Roma. È qui che sorge l'Iqbal Masih, qui dove le vie portano tutte il nome di un fiore o di un albero. L'Iqbal Masih è una scuola elementare. La stessa scuola elementare dove Militant A accompagna le figlie, nella mattina umida, greve di nebbia con cui si apre il racconto. Cosa significa essere padre? E cosa significa essere padre in questi tempi? Oggi che ho sorpassato i trent'anni me lo chiedo spesso, anche perché a diventarlo, padre, ci penso e ci rifletto e ci discuto. Nelle parole di Militant A, che per età anagrafica potrebbe essere mio fratello maggiore, trovo un accenno di risposta. Trovo un lembo di senso a cui aggrapparmi per costruire la mia risposta. Essere padre significa essere responsabili di un'altra vita. Ed essere responsabili significa curare, amare e difendere. In una parola lottare. *Soli contro tutto* non è solo la storia di un padre, che potrebbe essere mio fratello maggiore e che potrei essere io. Questo romanzo è la storia di una lotta. Questa lotta ha un nome: l'Onda. Il movimento che nel 2008, dalle scuole e dalle università d'Italia, ha provato a fermare il corso di una riforma, quella Gelmini, che ha cambiato, per l'ennesima volta, il volto della scuola italiana. Aggiungendo un connotato, l'ennesimo, a quel *make up* iniziato più di venti anni fa e ai cui ultimi ritocchi [assistiamo in questi giorni](http://www.linkiesta.it/sciopero-scuola-5-maggio?ref=flaviopintarelli.it). L'Iqbal Masih diventa così presidio di lotta. Spazio di cui riappropriarsi. Snodo attraverso cui passano e s'incrociano infinite rette, traiettorie di vite che nell'incontro trovano senso. La scuola come crocevia di storie, come momento di incontro con l'altro, il diverso. Un diverso che nel romanzo ha tanto il volto dei rom del campo spontaneo del Canalone, quanto quello dei genitori della scuola. I primi portano la loro alterità irriducibile nel cuore della vita quotidiana. I secondi imparano di nuovo a guardarsi, a capirsi a confrontare i propri percorsi. ![Soli contro tutto recensione](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/05/Soli-contro-tutti-recensione.jpg) Tutto questo Militant A lo racconta con una tecnica che intreccia la narrazione in prima persona, cronaca di quei giorni di mobilitazione e di lotta, con le voci di chi quella lotta l'ha attraversata. Un montaggio di lettere, articoli, pagine di diario e voci che diventano oggetto narrativo non identificato. Una scrittura meticcia, ibrida e bastarda che parla prima di tutto al cuore. Perché quella dell'Iqbal Masih è anche la nostra storia. E non possiamo restarle indifferenti Perché questo romanzo è anche il nostro manuale. Perché anche noi saremo padri e bambini e per questo dovremo imparare a essere ancora compagni e militanti, estremisti e attivisti. *Soli contro tutto* è la storia di una comunità che nasce, vive e infine muore scandendo il proprio battito cardiaco all'unisono con il ritmo una lotta. Ed è prezioso, questo racconto, perché la capacità di costruire comunità intorno a noi è forse quello che più ci manca, in questi giorni di tumulto. La cosa più difficile, a cui abbiamo smesso di essere abituati. Questo affresco di vita contemporanea, stretto tra precariato e lotta di classe dall'alto, è anche un manuale di lotta. Un libretto di istruzioni lacero e mancante, dove l'ultimo passaggio è sempre e costantemente rinviato. La lotta, spesso, non coincide con la vittoria. A volte non coincide mai con la vittoria. La lotta, spesso, non altro che una scusa per guardarsi negli occhi, toccarsi, sfiorare le mani degli sconosciuti che ci stanno accanto. Riconoscersi come simili è il fine ultimo e l'obiettivo di ogni lotta che facciamo. Riconoscerci, qui e ora, soli contro tutti, in queste periferie arrugginite che chiamiamo casa. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E08 - Alto Adige Digitale 2020 URL: https://flaviopintarelli.it/2015/06/01/hashtag-s02-e08-alto-adige-digitale-2020/ Last updated: 2019-01-08T16:45:50.000Z Il 2020 come orizzonte per portare l'Alto Adige nel cuore della cultura digitale. Una discussione sul futuro digitale della nostra provincia ![Alto Adige Digitale 2020](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/06/Alto-Adige-Digitale-2020.png) [Alto Adige Digitale 2020](http://aad2020.provincia.bz.it/it/?ref=flaviopintarelli.it) è il nome con cui l'amministrazione provinciale altoatesina ha voluto chiamare la sua agenda digitale. Degli obiettivi di questo progetto e del suo stato di sviluppo abbiamo parlato domenica scorsa ad Hahstag insieme al dott. Kurt Pöhl (direttore della ripartizione informatica della Provincia) e a Michele Thais (staff della ripartizione informatica della Provincia). Ascolta il podcast ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E07 - Droni, la nuova aviazione civile URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/29/hahstag-s02-e07-dron/ Last updated: 2019-12-18T10:12:12.000Z I droni abbiamo imparato a conoscerli come sistema d'armi, ultima frontiera della guerra al terrorismo globale. Ma come molte tecnologie nate con scopi bellici, anche per i droni si stanno studiando usi civili. Ma a cosa possono servire i droni nella vita di ogni giorno? Lo abbiamo chiesto a Sebastian Mayrgründter del TIS e ad Andrea Vilardi dell'Eurac, nella settima puntata di Hashtag. Ascolta il podcast ### 4 domande a Vanni Santoni a proposito di Muro di Casse URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/26/muro-di-casse-vanni-santoni/ Last updated: 2018-09-04T15:50:14.000Z Prima del *[reading](https://www.facebook.com/events/577765832364364/)* e della [presentazione](https://www.facebook.com/events/409431419229827/) bolzanina del suo nuovo libro, *Muro di casse*, ho fatto quattro domande a Vanni Santoni che spaziano dalla scrittura ai nomi delle tribe tekno. **Flavio Pintarelli**: premessa, a me Muro di casse con il suo intreccio di flussi e punti di vista in soggettiva ha ricordato subito il Philopat di *Costretti a Sanguinare*. Perciò ti chiedo come e perché hai scelto una scrittura di flusso? Pensi che questo tipo di scrittura abbia qualcosa a che fare con la possibilità di raccontare le sotto/contro culture, come se l'unico sguardo sincero possibile fosse dall'interno? **Vanni Santoni**: credo che lo stile di Muro di casse, per quanto nato in modo spontaneo, risponda a specifiche esigenze. Il largo uso del flusso – di coscienza, di dialogo, di memoria, come tu dici, serve e posizionare lo sguardo ben all'interno della situazione, in modo da cercare di connettersi subito al polso della questione (che è anzitutto esperienziale) e segnare un balzo rispetto ai limiti dell"approccio sociologico e antropologico propri del saggio. Poi c'è il contrasto tra descrizioni complesse, con frasi lunghe, a volte liriche, dotate di una metrica propria, e un dialogato invece secco, gergale e dialettale, ulteriormente amplificato dall'uso di un misto di termini tecnici della "scena" e vocaboli ricercati. Questo, in un tentativo di sintesi tra forma e contenuto, serve a riflettere un aspetto chiave di un free party o di un teknival: il fatto che si tratta di contesti dove è facile esperire sia il "degenero" peggiore – basti andarci al pomeriggio, da lucidi, e vedere la gente imbozzolata che dorme nel fango assieme ai cani – sia, nei vari e molti zenit della nottata e del mattino, una bellezza straziante e assoluta, che ha del sublime. Questa commistione estrema tra "alto" e "basso" è un tratto saliente dei rave e dunque andava resa anche con la scrittura. Infine nel romanzo e nella sua scrittura abbiamo una ricorsività e un continuo gioco di rimandi: alcuni comprimari ricorrono, ci sono parti di testo scritte dai personaggi stessi, chi è protagonista qua diventa figura sullo sfondo di là, e questo è un modo per richiamare il fatto che la musica elettronica, e in particolare quella estrema, come la tribe tekno o anche la psytrance, è fatta di loop, campionature, mixaggi di parti che arrivano anche da direzioni molto diverse. **FP**: la seconda domanda ha ancora a che fare con le sotto/contro culture. Nel tuo, come in altri testi sull'argomento, si avverte una forte nostalgia; nostalgia dei bei tempi andati, delle età dell'oro. Ma sono mai esistite, mi pare che se lo chiedano anche i tuoi personaggi ad un certo punto, le età dell'oro? Non è che la nostalgia è un tratto caratterizzante di ogni sotto/contro cultura? **VS**: Nel caso della free tekno, una cesura tra quando era controcultura radicale e quando è diventata una "semplice" subcultura, esiste. Le feste tekno nei locali, se ci pensi, sono una contraddizione dei principi fondanti di messa in discussione del sistema dell"intrattenimento, dei consumi, del concetto di "tempo del divertimento" su cui si fondava il movimento. Tuttavia è vero che una certa nostalgia è un tratto tipico di tutte le controculture, e infatti in questo romanzo, piuttosto che sacralizzare il passato pure io, ho provato a ricentralizzare l'età d'oro e collocarla tra il 2000 e il 2007: per certi versi un'eresia, visto che già allora, alle feste, tutti, io compreso, si lamentavano che "non fosse più come una volta". Ma per quanto in quel periodo il movimento recasse già in sé i semi della corruzione, dall"altro aveva anche raggiunto una piena maturità formale ed estetica: la festa degli Heretik alla ex piscina Molitor del 2001, il Czechtek del 2004, il teknival di Pinerolo del 2007, ma ne potrei citare dozzine, sono eventi di portata epica, che però avvenivano mentre si parlava già addirittura di "morte" della free tekno. Questa retromania, questa mitizzazione del "prima", questa continua nostalgia, oltre a essere in ultima istanza un prodotto dell'immaginazione (o di nostalgie altre, ad esempio quella, pura e semplice, di una giovinezza nel frattempo perduta) rischia di creare delle gerarchie di purezza, delle specie di "gradi" o mostrine da mettere sulle spalle della felpa – io invece credo che tutte le gerarchie debbano essere sfasciate e tutte le mostrine strappate e calpestate – a maggior ragione se si parla di manifestazioni libertarie come erano e sono i free party. ![Muro di Casse Vanni Santoni](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/05/Muro-di-Casse-Vanni-Santoni.jpg) **FP**: Arkanoid, Spiral Tribe, Sbandao Bullets, Metek, Nonem, sono solo alcuni dei nomi delle tribe tekno più famose. Cosa ci raccontano questi nomi e quale immaginario evocano? Pensi si possa fare un'etimologia della scena free party a partire dai nomi delle tribe? **VS**: questo punto è interessante. Certamente i nomi delle tribe rimandano a un immaginario preciso, che gioca tra anarchia, tribalismo, pirateria, citazionismo, punk, videogame, neomisticismo, ipertecnologia, postnucleare, nomadismo, meticciato, anonimato, nichilismo, il tutto con un tocco d'orgoglio ribelle e uno, pure d'ironia. E tutto questo non è forse il succo dell'immaginario free tekno? Del resto nei nomi c'è sempre una mappa nascosta... **FP**: ricordo che quando usci *Se fossi fuoco arderei Firenze*, il tuo primo titolo per Laterza, un\* critic\* disse qualcosa del tipo che si sarebbe aspettato da te, come opera successiva, il cosiddetto "romanzone", l'opus magnum, il pezzo da mille. Insomma il romanzo che avrebbe dovuto consacrarti come autore con la A maiuscola. Da quel giorno a ora tu hai fatto uscire la riedizione di *Personaggi precari*, due volumi fantasy e *Muro di Casse*. Lo fai apposta o è una strategia? **VS**: molti mi vedono come uno sperimentatore estremo, ed è vero che mi piace variare molto in quello che scrivo, ma tutto ciò avviene solo perché prendo molto molto molto sul serio la letteratura. Mi considero ancora lontano dai miei obiettivi potenziali – in manovra di avvicinamento, una manovra che probabilmente non finirà mai perché mi misuro con figure e testi altissimi, rispetto ai quali la sconfitta è implicita e inevitabile. Ma lungi dall'essere un'accozzaglia di testi diversi, tutto quello che ho scritto e pubblicato finora ha una coerenza in realtà assai forte, che pian piano comincia a vedersi anche da fuori: *Muro di casse* chiude alcuni discorsi aperti negli *Interessi in comune*, con cui ha in comune un protagonista, Iacopo Gori, ma ne apre altri ancora da sviluppare (già a diversa gente non è sfuggito che Cleo, un'altra dei protagonisti del Muro, torna nel racconto apparso nell'*Età della febbre*, l'antologia di scrittori under-40 appena uscita per minimum fax); *Personaggi precari*, poi, andava ristampato col lavoro fatto negli ultimi 5-6 anni proprio perché vi erano testi che dialogano con quello che scrivo ora (ad esempio un passaggio di *Muro di casse*, quello in cui Cleo ricorda i propri coinquilini berlinesi, viene da Pp); anche *Terra ignota*, anche al di là del fatto che arriverà in futuro un testo che lo ricollegherà in modo coerente al mio "universo" realistico, mi è servito per fare il punto sul ruolo che il fantastico, non solo letterario, ha avuto nella mia formazione, e per sperimentare una intertestualità estrema, che fuori dai recinti del "genere" sarebbe stata rischiosa da gestire prima di dominarne i meccanismi. *Muro di casse* già sfrutta alcune delle tecniche sviluppate lì, e le porta oltre assegnando funzioni autoriali ai personaggi stessi. Adesso sto lavorando a un paio di cose. Forse una di esse è la "cosa grossa", o forse no, forse avrò bisogno di sperimentare ancora. Vediamo. Per ora i miei libri, a quanto risulta, funzionano, quindi avanti così: sono felice di non essermi mai piegato a compromessi ma aver fatto quel diavolo che mi pareva, a volte lasciando a mezzo anche progetti, ma in ultim'istanza trovando una fiducia da parte dell"ambiente editoriale che finora è sempre stata ripagata dai risultati – e visto quanto forte è partito *Muro di casse* mi sa che il bello deve ancora venire. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E06 - Stuxnet, l'ascesa della prima cyberarma URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/18/hashtag-s02-e06-stuxnet/ Last updated: 2019-12-18T11:02:22.000Z È probabile che a molti il nome Stuxnet non dica nulla, ma dentro le linee di codice di questo virus ci sono molti dei problemi che dovremo affrontare nel prossimo futuro. Stuxnet è il primo virus militare pensato per il sabotaggio di infrastrutture nemiche che sia mai stato scoperto. È stato usato per rallentare il programma nucleare iraniano, in un momento di forte tensione politica internazionale. Una storia che ha tutti i crismi del thriller e che abbiamo raccontato ad Hashtag, perché l'avvento di cyberarmi di questo genere rappresenta un cambiamento con cui dovremo tutti fare i conti. Ascolta il podcast ### 5 post di Cupe Stelle Sorgono trasformati in giri di batteria con Typedrummer URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/16/typedrummer/ Last updated: 2018-09-04T15:59:31.000Z [typedrummer](http://typedrummer.com/?ref=flaviopintarelli.it) è un software che consente di trasformare le parole in *beat* di batteria. Ho deciso perciò di trasformare in giri di batteria dieci frammenti di post scritti su questo blog. ### [Tutte le differenze del Giaguaro: ritratto di Fredy Guarín](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/03/02/ritratto-di-guarin/?ref=flaviopintarelli.it) > "Como estás? Todo bien guerito?", "come butta, tutto bene, biondino?" chiede ridendo il ragazzo mentre agita il microfono per indicare alla videocamera dove inquadrare. > La videocamera si abbassa, scende a scatti verso destra. Per un istante un'ombra riempie l'inquadratura. Poi, timidamente, un sorriso tirato fa capolino dal buio. Solo allora, di colpo, la videocamera spazza via l'ombra che riempie l'obiettivo e il volto di Guarín appare per intero. > "Sabrosito Carechimba", "da dio, coglione" gli risponde il colombiano. [Ascolta il beat ](http://typedrummer.com/0263eg?ref=flaviopintarelli.it)[Sincera ignoranza, quando i Bandidos e gli Hells Angels si fecero la guerra in Alto Adige](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/09/guerra-bikers-alto-adige-bandidos-hells-angels/?ref=flaviopintarelli.it) > Gli Heels Angels sono usciti a caccia. Con mazze, catene, coltelli e machete stanno tenendo sotto assedio la pensione dove si sono ritrovati i Bandidos. L'unica cosa che riesce a farli desistere dai loro propositi di vendetta sono le canne spinate delle mitragliette degli agenti. L'immagine dei 25 biker sdraiati a terra sotto la minaccia delle armi campeggia a lungo sulle pagine dei giornali e turba il sonno dei bravi cittadini dell'Alto Adige. Non sarà la prima volta. [Ascolta il beat ](http://typedrummer.com/93607c?ref=flaviopintarelli.it)[New Clues, un manifesto per il futuro della rete](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/02/09/new-clues/?ref=flaviopintarelli.it) > Essere consapevoli di questo nostro ruolo, sfuggire alla pigrizia indotta da chi sa come mettere a profitto le nostre stesse esistenze, anche fuori dalle tradizionali relazioni di lavoro, e ridiventare parte attiva del sistema operativo della nostra cultura sono l'unico modo per garantirci un diritto attivo di cittadinanza digitale. [Ascolta il beat ](http://typedrummer.com/ynl06n?ref=flaviopintarelli.it)[True Detective danna narrazione del realismo al realismo della narrazione](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/05/05/true-detective/?ref=flaviopintarelli.it) > La spietata autocoscienza di Rust non è un modo per condurre lo spettatore di fronte all'abisso dell'abiezione e del male senza mai davvero avventurarvicisi dentro. Piuttoso a me pare una forma, criticabile ed estrema, di ironia postmoderna. Non un modo per avvicinarsi al male, quanto un modo per allontanarlo ed espellerlo. Al punto che di fronte al male assoluto, allo spalancarsi della hellmouth che prelude al confronto finale con l'assassino, Rust rimane impietrito, non sa più riconoscere il male perché ha passato una vita ad anestetizzarsi da esso. Pagherà così a caro prezzo la sua tagliente ironia. [Ascolta il beat ](http://typedrummer.com/a223ra?ref=flaviopintarelli.it)[Ritratto di trentenne in veste di scrittore](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/01/07/chi-e-uno-scrittore/?ref=flaviopintarelli.it) > L'ultima volta che mi hanno chiamato "scrittore" è capitato a cena con alcuni amici, quando la compagna di uno di loro s'è complimentata per il libro chiedendomi appunto, con una certa serietà, se da ora in poi avrebbe dovuto chiamarmi "scrittore". Ne è seguito un imbarazzato siparietto in cui cercavo di spiegare che no, non sono, o perlomeno non mi sento uno scrittore. > Una cosa non semplice da spiegare, dato che non esiste un'altra parola per identificare chi scrive e pubblica un libro. Ascolta il beat ### Facebook di gravità permanente URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/13/facebook-instant-articles/ Last updated: 2019-12-18T10:21:39.000Z La notizia era nell'aria ormai da qualche tempo; editori e Facebook stavano lavorando insieme a una soluzione per portare all'interno della piattaforma i contenuti prodotti da alcune delle testate giornalistiche più famose al mondo. Quella soluzione oggi è realtà. Con un [post pubblicato](http://media.fb.com/2015/05/12/instantarticles/?ref=flaviopintarelli.it) nella giornata di ieri, il product manager di Facebook Michael Reckhow ha presentato al pubblico [Facebook Instant Articles](http://instantarticles.fb.com/?ref=flaviopintarelli.it). Si tratta di una tecnologia che permette di creare articoli interattivi e multimediali da leggere direttamente all'interno di Facebook. Anzi da leggere direttamente nell'app di Facebook. Il video di presentazione infatti vengono mostrati esempi di Instant Articles esclusivamente in mobile. Oltre a creare testi personalizzando gli stili e i font, Facebook Instant Articles permette di valorizzare le foto e i video, ovvero le due tipologie di contenuto in grado di sviluppare i tassi più alti di engagement. Per distribuire foto e video Instant Articles utilizza alcune delle tecnologie già sperimentate da Facebook negli ultimi anni. I video caricati negli articoli si avviano in autoplay e hanno tempi di caricamento 10 volte più rapidi rispetto agli attuali standard mobile. Inoltre è possibile osservare le foto sfruttando le funzionalità giroscopiche degli smartphone. Basta cliccarle per ingrandirle e tramite un movimento del polso si può navigare la foto nella sua interezza. Se questa cosa non vi suona nuova è perché la stessa funzionalità era presente in [Facebook Paper](http://www.theverge.com/2014/2/3/5373488/facebook-paper-app-review?ref=flaviopintarelli.it), un altro prodotto presentato lo scorso anno dagli sviluppatori del social network. Proprio il confronto con Paper permette di illuminare quella che è stata la strategia con cui Facebook sta sviluppando i propri prodotti dedicati al mondo editoriale. Fin'ora il rappporto tra gli editori e il social network seguiva una logica centrifuga. Facebook forniva agli editori accesso a un pubblico potenziale e alla vasta mole di dati raccolta su di esso dalla piattaforma. Gli editori usavano Facebook come veicolo di traffico verso i loro siti e attraverso gli strumenti forniti di targeting, gli editori potevano [segmentare il loro pubblico](http://www.poynter.org/news/mediawire/334097/how-publishers-are-using-facebook-interest-targeting-to-reach-niche-audiences/?ref=flaviopintarelli.it) per migliorare la resa dei propri contenuti. Ma questo meccanismo , consolidato, probabilmente non faceva piacere a Facebook, il cui obiettivo è quello di trattenere gli utenti sul sito, non di favorirne l'uscita. Inoltre, per necessità di monetizzazione, Facebook ha da tempo [operato per ridurre la portata](http://pressthink.org/2015/04/its-not-that-we-control-newsfeed-you-control-newsfeed-facebook-please-stop-with-this/?ref=flaviopintarelli.it) dei contenuti pubblicati sulle pagine aziendali, con lo scopo di spingere editori e brand a utilizzare i suoi servizi di promozione a pagamento. ![Facebook Paper](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/05/Facebook-Paper.jpg) L'introduzione di Facebook Instant Articles segna perciò un'inversione nella direzionalità del rapporto tra piattaforme e produttore di contenuti. Da centrifuga, la logica che governa il rapporto tra Facebook e i produttori di contenuti diventa centripeta. Una tendenza che non è limitata a Facebook. Già altre piattaforme, ad esempio Snapchat con [Discover](http://blog.snapchat.com/post/109302961090/introducing-discover?ref=flaviopintarelli.it), stanno sperimentando soluzioni per dare ai produttori di contenuti la possibilità di pubblicare i loro materiali direttamente al loro interno. Quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento che ha tutti i crismi per essere considerato epocale. Fino a poco tempo fa era una convinzione diffusa che affidare a terzi i propri contenuti fosse un'abitudine da evitare. I termini di servizio delle principali piattaforme social sono opachi per quanto riguarda la gestione della proprietà dei contenuti. Per molti esperti di digitale l'unico modo per mantenere un totale controllo sul proprio lavoro era (ed è ancora) quello di pubblicarlo su un dominio di proprietà. Ma quanto più le piattaforme social tendono a [coincidere con internet stesso](http://www.rivistastudio.com/standard/dominio-zuckerberg/?ref=flaviopintarelli.it), tanto più questa percezione viene a modificarsi. Lo dimostra il caso di [reported.ly](https://medium.com/reportedly/welcome-to-reported-ly-3363a5fb7ea5?ref=flaviopintarelli.it), il progetto di *real time journalism* creato da Andy Carvin per First Look Media che si appoggia esclusivamente a Medium, Twitter, Storify per creare e distribuire i propri contenuti. Nel caso di Facebook, Instant Articles è solo un tassello all'interno di una strategia che sembra tenere conto in modo molto preciso di quanto questa tendenza si stia affermando. Le voci secondo cui Facebook starebbe sviluppando un [motore di ricerca proprietario](http://techcrunch.com/2015/05/09/share-without-leaving/?ncid=rss&ref=flaviopintarelli.it#.qjogiv:Vwcr) sono un ulteriore conferma che il colosso di Palo Alto mira a creare un ecosistema sempre più autosufficiente. Quali conseguenze produrrà l'approfondirsi di questa tendenza sulla fisionomia della nostra cultura, oggi possiamo solo provare a immaginarlo. Di sicuro quello che vivremo negli anni a venire sarà un web diverso da quello che viviamo oggi. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E05 - Maker, questi sconosciuti URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/11/hashtag-s02-e05-maker-questi-sconosciuti/ Last updated: 2019-12-18T10:20:41.000Z Nel 1998 un professore americano del MIT, Nei Gershenfeld, tenne un corso intitolato *How to make (almost) anything*. Il professor Gershenfeld voleva introdurre i suoi studenti di tecnologia all'uso di macchinari industriali molto costosi. Accadde però che le sue lezioni attrassero anche l'interesse di artisti, architetti, designer e studenti provi di qualsiasi retroterra tecnico. Fu in quel momento che nacque la cultura maker. Una cultura che Sabina Barcucci ci ha raccontato nella quarta puntata di Hashtag. Sabina lavora al MUSE di Trento, dove gestisce il FabLab. Cos'è un FabLab? Se non lo sapete già non vi resta altro che ascoltare la puntata. Ascolta il podcast ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E04 - La Grande Guerra più 100 URL: https://flaviopintarelli.it/2015/05/04/hashtag-s02-e04-grande-guerra-piu-100/ Last updated: 2019-12-18T08:45:25.000Z Quella digitale è una tecnologia abilitante. Permette alle persone di fare qualcosa, in modi e con problemi che spesso pongono nuove ed eccitanti sfide a chi decide di prendere questa strada. [*La Grande Guerra più 100*](http://www.lagrandeguerrapiu100.it/?ref=flaviopintarelli.it) è un progetto di *storytelling* digitale che coinvolge storici, sviluppatori web, giornalisti e grafici. Il suo scopo è raccontare la I Guerra Mondiale usando al meglio le risorse che la rete mette a disposizione di storici, scrittori e giornalisti. Nella quarta puntata di Hashtag abbiamo parlato del progetto insieme alla giornalista Elisa Corni e allo storico Alessandro Chebat. Ascolta il podcast ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E03 La storia di Google URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/27/hashtag-s02-e03-storia-google/ Last updated: 2019-12-18T10:38:21.000Z ![La storia di Google](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/La-storia-di-Google.jpg) Sperimentare è sempre una buona occasione per divertirsi. Siccome quest'anno ad Hashtag abbiamo fatto qualche difficoltà a trovare nuovi contenuti, abbiamo deciso di arricchire il format con un nuovo appuntamento. Ogni tre puntate Hashtag si trasformerà in un contenitore di storie. Quattro racconti per parlare di cultura digitale da una nuove e inconsueta angolazione. Come prima storia abbiamo voluto raccontare la storia di Google. Molto più di un semplice motore di ricerca, Google è l'azienda tecnologica che più ha influito sulla fisionomia della nostra cultura. Per questo l'abbiamo raccontata, dagli esordi ai giorni nostri. Buon ascolto. Ascolta il podcast ### Elogio della medietà: serata Disco Pub URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/23/serata-disco-pub/ Last updated: 2018-09-04T16:08:43.000Z Musica di qualità media, drink di qualità media, gente di qualità media, divertimento di qualità media. Cronaca di una media di serate al Disco Pub. **Location: [Disco Okay](http://www.disco-okay.com/?ref=flaviopintarelli.it), Marconi Park, Bolzano (Bz)** Se c'è qualcosa di davvero apprezzabile nella ricerca etnografica, al netto di una strabordante quantità di monografie dedicate ai più bizzarri temi di ricerca, questo è indubbiamente il concetto di [osservazione partecipante](http://it.wikipedia.org/wiki/Osservazione%5Fpartecipante?ref=flaviopintarelli.it). Che in concreto si risolve in una comoda scusa per fare quelle cose che il nostro ruolo sociale ci impedirebbe di fare ma che, nel contesto adatto, appaiono più che lecite; che si tratti di praticare il body painting estremo in una tribù di Boscimani o, come nel mio caso, di frequentare le discoteche più sordide e squallide, l'osservazione partecipante vi permetterà di giustificare i vostri comportamenti agli occhi del corpo sociale ammantandovi nel contempo di un'aura di intellettualità davvero apprezzabile. Ecco perciò che mi ritrovo a scrivere questo resoconto di un'osservazione partecipante che ho messo in atto giusto ieri sera e che ha come indiscusso protagonista il Disco Pub. Più che un locale il Disco Pub è una disposizione d'animo. Troppo piccolo per poter essere davvero considerato una discoteca il Disco Pub differisce dal semplice Pub per la presenza di uno spiazzo adibito a pista da ballo, la presenza di luci stroboscopiche e, fondamentale, una postazione sopraelevata da dove si sbraccia uno strano tizio dotato di cuffie oversize e intento a chattare su facebook dopo aver avviato un software di mixing. Qui infatti veniamo a un vero punto di forza del Disco Pub che è la selezione musicale. Questa segue rigidamente le scansioni temporali del mondo della moda. Ciò significa che esiste una selezione musicale autunno/inverno e una selezione primavera/estate. Ovvero due volte all'anno vengono decise le canzoni che andranno a costituire la colonna sonora di ogni serata; gli algoritmi di randomizzazzione del computer faranno il resto. Per quanto possa sembrare sconveniente questa è una sopraffina tattica di marketing che mira a fidelizzare il cliente attraverso la costante soddisfazione del suo bisogno di rassicurazione. Tu sei certo che a un certo punto della serata arriverà quel pezzo che ti piace tanto perché scatena in te un ricordo positivo e le conseguenti reazioni psico-chimiche, solo non puoi sapere quando arriverà ed è in questo gioco di aspettative e di attesa che si consuma tutta la magica alchimia del Disco Pub. Una nota a parte la merita il pubblico del Disco Pub. Va specificato che il Disco Pub è un'entità territoriale ben definita; al contrario di una discoteca vera e propria si trova facilmente nei centri cittadini o al ridosso di essi e gode di regole speciali e privilegiate (leggi mazzette) per quanto riguarda gli orari di chiusura. Ciò fa si che il Disco Pub attiri un pubblico ampio ed eterogeneo e non è inusuale vedervi giovani alternativi alla ricerca dell'ultima birra oppure giovani non conformi anch'essi alla ricerca dell'ultima birra. Questa eterogeneità che riduce al minimo le differenze di posture e annulla le maschere in una soluzione di aria stantia, fumo di sigaretta, sudore e alcool (n.b. il Disco Pub è, per le sue dimensioni, sconsigliato a chiunque abbia problemi di contatto fobia e a chiunque altro) dimostra come i locali notturni abbiano sostituito, con la loro rigida liturgia commerciale, sempre di più le chiese e i templi come luoghi di una fusione mistica del corpo sociale. ## post scriptum: ballo disagiato## Queste piccole note nascono da numerose sessioni di osservazione partecipante avvenute nel corso degli ultimi 5-6 anni. Durante questo lasso di tempo il ricercatore è stato esposto all'ambiente del Disco Pub con differenti intensità qualitative che vanno dal completamente sobrio (mood passa 'n cazzo) al disperatamente ubriaco (mood king of the disco). Questo ha spesso pregiudicato l'obiettività dell'analisi mettendo in moto meccanismi di connotazione euforica o disforica delle osservazioni. Una brillante soluzione a questo problema è stata elaborata del collega [@pzzt](https://twitter.com/pzzt?ref=flaviopintarelli.it) che ha dedicato anni al perfezionamento della tecnica detta del "ballo disagiato". La tecnica del "ballo disagiato" merita una disamina più approfondita. Essa consiste di mantenere il distacco necessario a compiere osservazioni obiettive senza per questo assumere una postura losca e/o viscida. La tecnica consiste nel piantare rigidamente i piedi sulla pista da ballo in modo da occupare perfettamente un metro quadrato di spazio. I piedi non si muoveranno da quella posizione se non in presenza di spinte esogene o al momento della chiusura del locale. Una perfetta coordinazione di bacino, spalle e testa servirà a simulare un movimento gioioso e festante, essenziale per mimetizzarsi nella folla, che verrà bilanciato dai movimenti delle braccia per creare una sensazione di equilibrio e simmetria nei movimenti. Lo sguardo seguirà rigidamente le linee di fuga prospettiche tracciate ai lati della testa della persona che si ha davanti. Il volto, distaccato, vi darà quell'aria allo stesso tempo coinvolta e distante che la maggior parte del pubblico vi invidierà. Pochi, nella folla, sapranno riconoscervi il profondo disagio che vi abita. ### Posterello elettorale URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/22/elezioni-2015-bolzano/ Last updated: 2018-09-04T16:17:47.000Z Primavera, tempo di elezioni. Stretti tra i morsi della crisi e un panorama sociale sempre meno decifrabile. Un racconto deragliato di come si vive questa vigilia elettorale. Primavera. Tempo d'azzurro, come il cielo di queste settimane. Tempo di brezze e sbalzi di temperatura. Tempo di allergie e raffreddori. Tempo di prime escursioni e gite fuori porta. Tempo di elezioni. Manca infatti meno di un mese al trito rito dell'ennesima votazione. Quante volte abbiamo votato in questi ultimi mesi, e anni? Due, tre, quattro volte? Boh, non ricordo di preciso, dovrei controllare i ~~bollini~~, pardon, i timbri collezionati sulla tessera elettorale. Alle elezioni amministrative del 16 maggio, qui dalle parti di BolzanoBozen, ci arriviamo in pieno delirio sicurezza, [recrudescenza di squadrismo 2.0](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/03/20/come-si-legittima-la-violenza-fascista-nella-mia-citta/?ref=flaviopintarelli.it) e con le prime legnate nei denti, assestate dalla crisi sull'impreparata mascella del corpo sociale cittadino. Al blocco di potere rappresentato dall'amministrazione uscente (PD+SVP et alii) di centro ~~sinistra~~ si contrappone la balcanizzazione del centro destra che complici i litigi interni alla fu Forza Italia si presenta con almeno tre liste. Una lista *no logo* di impronta territoriale, *Alto Adige nel cvore*; la lista di Fratelli d'Italia capitanata dalla [virago Tomada](http://www.huffingtonpost.it/2014/12/05/giornalista-insultata-stupro%5Fn%5F6274234.html?ref=flaviopintarelli.it) con annesso cagnolino elettorale, gadget ormai imprescindibile tanto quanto il primo piano softcore della Meloni sui manifesti; e infine la lista dell'ex Varenne della politica bolzanina, Benny Benussi, che per non farsi mancare nulla corre appoggiato da Casapovnd. Al di fuori degli schieramenti di tradizione s'agitano e brulicano una serie di altri soggetti politici, la cui collocazione nel tessuto cittadino è più o meno facile da indicare, a seconda dei casi. Ci sono i né destra né sinistra ma mai mai mai mai mai e poi mai sinistra (dio ce ne scampi, per carità!) del Movimento 5 Stelle. Poi *baby face* Gennaccaro aka #iostocongenna. La lista [*Riprendiamoci la città*](https://www.facebook.com/pages/Nuova-Citt%C3%A0-Neue-Stadt/803103733110365?pnref=story) di Dado *Kwik-E-Mart* Duzzi. Quello che resta della [sinistra di un tempo](https://www.facebook.com/sinistraperbolzano/photos/a.1417760735198790.1073741828.1417751891866341/1421985111443019/?type=1&comment%5Fid=1422255244749339&offset=0&total%5Fcomments=3&comment%5Ftracking=%7B%22tn%22%3A%22R0%22%7D) che comprende la diaspora post comunista (SEL e Rifondazione) e i resti fossilizzati dei [Verdi](https://www.facebook.com/verdibolzano.grunebozen?fref=ts), che da queste parti teniamo in vita come si tengono in vita i virus estinti. La lista *Project Bozen/Noi per Bolzano*, quella che non si trova su Google e per questo dubitiamo della sua esistenza. La Lega Nord invece esce dal commissariamento guidata da un tizio che sembra la versione andata a male di Oscar Giannino. C'è perfino un tale Della Ratta che si presenta con la lista del Partito Socialista, che a vederla ti si stringe il cuore tanto è vintage. Osservatorio privilegiato per assistere alle schermaglie tra partiti sono, ovviamente, i social network. È qui che si svolge, inflessibile nel suo giudizio, l'agone. Una competizione che non ci risparmia hashtag, meme e l'immancabile conta dei like. ![Maria Teresa Tomada](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Maria-Teresa-Tomada.jpg) Un conteggio che dovrà però fare i conti con l'astensionismo, vero e proprio convitato di pietra di ogni elezione recente. Basta scorrere un po' le nostre timeline per accorgersi che il non voto è il vero nemico di ogni candidato. Un nemico combattuto con la stessa tigna con cui i curdi hanno randellato l'ISIS a Kobane. Solo che qui a volare non sono i proiettili, ma gli status e i commenti pubblicati con lena infaticabile sulle piattaforme social. L'argomento usato è quasi sempre il medesimo. Un ragionamento ricattatorio per cui astenersi dallo scegliere un candidato nel desolante panorama politico contemporaneo sarebbe uno sfregio nei confronti di chi è "morto per farti avere il diritto di voto". Un concetto motteggiato con acume nella puntata di South Park intitolata [*Douche and Turd*](http://southpark.cc.com/full-episodes/s08e08-douche-and-turd?ref=flaviopintarelli.it#source=57baee9c-b611-4260-958b-05315479a7fc:25eebd16-ed8e-11e0-aca6-0026b9414f30&position=8&sort=!airdate), in cui a sfidarsi nell'elezione che dovrà decidere la nuova mascotte della scuola sono una peretta gigante e un panino alla merda. Ovvero gli unici due soggetti che hanno "la faccia tosta necessaria per fare politica". Un'allegoria la cui levità ricorda quella di un diretto alla mascella di Sugar Ray Robinson. Ed è un bene che colpisca così duro, perché questa retorica andrebbe cancellata da qualsiasi dibattito. Non solo agisce ricattando l'interlocutore con l'evocazione dei morti, ma è spesso accompagnata da una seconda retorica, quella delle "brave persone". Le "brave persone" sono quelle che potresti trovare facilmente in ogni lista, quelle per cui vale la pena esercitare il proprio diritto di voto. Fa nulla se le "brave persone" sono sepolte da valanghe di candidati impresentabili, o arruolate in liste che servono a perpetrare e trasmettere gli assetti di potere, più che ad amministrare le cosa pubblica. Di *Mr. Smith* andare a Washington ne abbiamo visti fin troppi. Alcuni, pochi per la verità, sono tornati a casa con le pive nel sacco. Altri, la maggior parte, hanno imparato in fretta a capire come girava il vento. La politica, per come io credo debba essere, è l'espressione dei valori in cui si riconosce una comunità. Se mi viene chiesto di esprimere qualcosa con il voto vorrei che questa cosa fosse, appunto, una comunità in cui riconoscermi e non una persona, brava o cattiva che sia. I volti che diventano santini, per me, hanno il sapore ambiguo della colla delle figurine. Quelle che appiccichi sull'album per coprirne gli spazi. E come un album di figurine anche la mia città, in questi tempi di cambiamento e di tumulto, non è altro che un collage di spazi bianchi e anonimi e numerati. Spazi che quelle facce coprono e coprendoli ne nascondono la natura e le intenzioni. Chi esprimono le "brave persone"? A nome di chi parlano, quei volti e quei sorrisi contunedenti? E chi li ascolta? Manca questo, nel racconto di questa primavera elettorale, manca chi ricostruisca la geografia dei copri sociali e delle comunità che abitano le vie e le piazze che abito ogni giorno. Vote or die, motherfuckers! ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E02 - Storie da vivere URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/20/hashtag-s02-e02-storie-da-vivere/ Last updated: 2019-01-08T16:47:03.000Z Lo *storytelling* è il protagonista della seconda puntata di Hashtag. Come fanno le storie a trasformare una provincia nello "spazio di vita più desiderabile d'Europa"? ![Alto Adige Storie da vivere](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Alto-Adige-Storie-da-vivere.jpg) Sono le storie a essere protagoniste assolute della seconda puntata della seconda stagione di Hashtag. Quanto contano oggi le storie? Quanto è importante saper raccontare quello che facciamo, per poterlo trasmettere agli altri? Del potere immenso delle storie abbiamo parlato insieme a [eFFe](https://twitter.com/abcdeeFFe?ref=flaviopintarelli.it), docente di politica e nuovi media, e Gabriele Crepaz responsabile del portale [*Alto Adige - Storie da vivere*](http://www.suedtirol.info/storiedavivere/?ref=flaviopintarelli.it). Un progetto di *storytelling* digitale che ha come obiettivo quello di fare dell'Alto Adige "lo spazio di vita più desiderabile d'Europa". Ascolta il podcast ### La forza che plasma la morale di un'epoca: recensione a Perfidia URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/17/perfidia-james-ellroy-recensione/ Last updated: 2019-12-20T09:50:31.000Z La prima volta che ho letto James Ellroy avevo 18 anni. Ricordo che era una mattina di primavera ed ero autorizzato a non andare a scuola. Di lì a qualche ora avrei preso un treno, destinazione Milano, per assistere al concerto dei *System of a Down*. Il tour di *Toxicity*, che era uscito giusto qualche mese prima. Fate voi il calcolo, se vi interessa sapere che anno era. Ora io, se posso, non viaggio mai senza un libro appresso. Soprattutto oggi che i viaggi in treno sono uno dei momenti in cui riesco a mettere in fila con facilità più di due o tre ore di lettura. Perciò, anche quella mattina, prima di prendere il treno ho fatto un salto in libreria. Cercavo *American Tabloid*, che alcuni miei amici avevano già letto l'estate precedente. Avevano soltanto *White Jazz*. Lo presi lo stesso. Non senza una punta di delusione. Fu amore a prima vista. Feroce, scorretto, violentissimo, Ellroy era un tampone di benzedrina ficcato in fondo alla mia narice di adolescente. E poi aveva quel modo tutto suo di delirare Storia. I personaggi che tratteggiava si muovevano a cavallo tra il mondo finzionale dell'autore e la realtà riportata sui libri di scuola. Un intreccio di piani così ben ordito che veniva voglia di credere che le cose fossero andate veramente così, che quei personaggi fittizi fossero esistiti realmente. James Ellroy, per me, rappresenta la cosa o la figura più prossima all'idea stessa di scrittore. Perché è irraggiungibile, posto in una dimensione altra con cui difficilmente potrò mai relazionarmi, e allo stesso tempo fondamentale, perché coi suoi libri ha accompagnato la mia vita in tanti periodi diversi. Non per niente è uno dei pochi autori che ho riletto, consigliato e regalato. E forse è proprio perché è così importante per me che non sono mai riuscito, prima di oggi, a scrivere di lui. Non che non ci abbia provato, ma tutte le volte che l'ho fatto avvertivo di scontrarmi contro un pesante alone di inadeguatezza. Le parole sembravano non riuscire a fluire dalla testa alle dita, dal pensiero alla concretezza della tastiera. Una lacuna che provo a colmare oggi scrivendo di [*Perfidia*](http://www.einaudi.it/libri/libro/james-ellroy/perfidia/978880621289?ref=flaviopintarelli.it), il suo ultimo romanzo, uscito in Italia per Einaudi. ![Perfidia copertina](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Perfidia-copertina-1.jpg) ## Perfidia - la trama *Perfidia* è una canzone scritta da Alberto Dominguez le cui note si odono in sottofondo in diversi momenti del libro. *Perfidia* in spagnolo significa tradimento. *Perfidia* è il romanzo con cui James Ellroy inaugura una nuova tetralogia. Un ciclo i cui eventi precedono quelli raccontati nel *Los Angeles Quartet*, composto da *Dalia Nera*, *Il grande nulla*, *L.A. confidential* e *White Jazz*. Il romanzo si snoda lungo un arco di 24 giorni collocati a cavallo del bombardamento giapponese alla base americana di Pearl Harbor, quando il 1941 sfuma nel 1942 e la Seconda Guerra Mondiale ha inizio anche negli Stati Uniti d'America. Il romanzo racconta del cruento omicidio di una famiglia giapponese, i Watanabe, trovati morti in quello che all'apparenza sembra un suicidio eseguito secondo i rituali del Giappone feudale, ma i cui molti dettagli stonati fanno dubitare più di un personaggio dell'esattezza di questa ricostruzione. Alle vicende dei protagonisti del libro fa da sfondo l'internamento dei cittadini americani di origine giapponese, che le autorità statunitensi pianificarono e misero in atto, come misura di sicurezza e ritorsione nei confronti del nuovo nemico. ## Perfidia - la scrittura Nonostante a molti lettori affezionati gli ultimi romanzi dell'autore americano [abbiano lasciato l'amaro in bocca](http://www.anobii.com/books/Perfidia/9788806212896/01c76c5cbc06b76b48?ref=flaviopintarelli.it), il lieve slittamento stilistico che caratterizza *Perfidia* e il suo predecessore, quel *Il sangue è randagio* con cui Ellroy ha chiuso la *Underworld USA Trilogy* (di cui fanno parte anche *American Tabloid* e *Sei pezzi da mille*) rappresenta un cambiamento nella continuità. > Il fotografo attaccò all'apparecchio una striscia di flash. Attraversarono la strada di corsa ed entrarono nell'hotel. Niente atrio, niente reception. Una scalinata portava dritta al primo piano di sopra. > Salirono di corsa, in fila indiana. Elmer era già davanti alla porta della 216\. Formarono una linea d'irruzione. Il fotografo restò alla retroguardia. > Dudley sfondò la porta con un calcio. Ecco il Lupo Mannaro. > È a letto. In mutande. Sta bevendo del moscato. > Da notare i germogli di bambù appoggiati al comodino. Sono coperti di sangue secco e merda. > Entrarono di corsa. Scattò il lampo di un flash. > Il Lupo Mannaro ringhiò. Dudley sparò un colpo, facendo volare in pezzi una finestra. Flash numero due. Elmer sparò un colpo sul muro facendo schizzare calcinacci. Scotty sparò due colpi, abbattendo le gambe del letto. Il materasso e il Lupo Mannaro piombarono sul pavimento. > Flash numero tre. Dudley caricò Bamboo Shudo e gli diede un calcio in testa. Shudo strillò. Elmer di avvicinò e gli mise un piede sul collo. Flash numero quattro. La stanza divenne fosforescente. Dudley, accecato dal lampo, si sentì girare la testa. > Scotty afferrò i polsi di Shudo. Dudley sentì rumore di ossa spezzate. Il capogiro era passato. Scotty ammanettò Shudo le mani dietro la schiena. Lo trascinarono via. > \[...\] Il fotografo scattò un'istantanea. *Pop!* Dudley con le mani nella criniera del Lupo Mannaro e il Lupo ringhiante. Questo frammento, tratto appunto da *Perfidia*, mantiene intatta tutta l'irruenza tipica dell'autore americano. ![Pearl Harbor](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Pearl-Harbor.jpg) Il classico stile paratattico di Ellroy - una frase, un'azione - conferisce alla scena un ritmo sincopato. Nell'irruzione che porta all'arresto di Bamboo Shudo ogni azione sembra essere conseguenza della precedente, tutto accade come se non ci fosse alternativa possibile alla catena di azioni che appare sulla pagina. Come se la descrizione fosse un battito cardiaco tanto accelerato quanto irregolare, sgangherato. In tutta questa concitazione, l'espediente del flash della macchina fotografica interviene a fare da freno. Gli scatti del fotografo rallentano l'azione fino a bloccarla, immortalandola nei sali e nei nitrati della pellicola. Sembra quasi di vederle, in quelle foto virate al seppia, le grinte di Scotty, Dudley ed Elmer, il ringhio del Lupo Mannaro, la danza di schegge di legno e polvere sollevata dalla violenza dell'azione. Ma quest'irruenza oggi s'accende all'interno di una scrittura che s'è fatta meno adrenalinica e più visionaria, complessa e densa. Uno stile maturo e riflessivo, molto più feroce di un tempo nel sezionare le psicologie dei personaggi. Una capacità di analisi con cui Ellroy nutre i suoi *characters* di un'energia dirompente, quella stessa forza creatrice con cui il senso morale di un'epoca viene plasmato dai suoi protagonisti e non discende su di essi come Spirito Santo. La sostanza informe che, cristallizzandosi, trasforma in Storia quell'intreccio di irresponsabilità politica, spietata osservanza della legge e cinica aggressività criminale che sono le storie raccontate da James Ellroy. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S02 E01 - Repubblica Popolare di Bolzano URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/13/hashtag-s02-e01-repubblica-popolare-bolzano/ Last updated: 2019-12-18T10:19:52.000Z Media e vox populi ci hanno abituato a pensare a loro come a invasori e hanno ricamato sulle loro spalle una lunga serie di leggende metropolitane e luoghi comuni. Stiamo parlando dei cittadini cinesi che, per un motivo o per l'altro, vivono insieme a noi. [*Repubblica Popolare di Bolzano*](http://repubblicapopolaredibolzano.it/?ref=flaviopintarelli.it) è un bel progetto di *visual journalism* realizzato dalla Libera Università di Bolzano in collaborazione con il Corriere dell'Alto Adige. Insieme a Matteo Moretti, ideatore e coordinatore del progetto, e al giornalista Fabio Gobbato abbiamo raccontano come nasce un progetto di giornalismo digitale e cosa ci ha raccontato *Repubblica Popolare di Bolzano* sulla comunità cinese che abita insieme a noi la città. Ascolta il podcast ### Sincera ignoranza, quando i Bandidos e gli Hells Angels si fecero la guerra in Alto Adige URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/09/guerra-bikers-alto-adige-bandidos-hells-angels/ Last updated: 2018-09-04T16:24:04.000Z Forse non sono in molti a ricordarlo, ma dieci anni fa Hells Angels e Bandidos si sono fatti la guerra sulle strade dell'Alto Adige. Questo è un racconto che va oltre l'oleografia, per raccontare cos'è davvero la regione più desiderata d'Italia. **Edit** Alcune inesattezze contenute in questo articolo, riguardanti sia la storia dei Bandidos che la vicenda processuale raccontata, sono state segnalate da Sando Venganza (Bandido Sandro 1%er *El Secretario* Europe PR Team) e corrette in data 03/06/2015. **/Edit** Se è vero che la nuda brutalità dei numeri non racconta tutte le sfumature di una storia, è altrettano vero che spesso le statistiche ci aiutano a tracciarne i confini. Stando ai [dati ISTAT](http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS%5FLAUREATI&ref=flaviopintarelli.it) l'Alto Adige, e con Alto Adige intendiamo il territorio che corrisponde alla Provincia di Bolzano (non la regione Trentino Alto Adige, ché di due entità distinte, e di parecchio, si tratta), è il territorio italiano con il minor numero di laureati. E, per essere precisi, è il territorio con il minor numero di laureati in un paese che da anni occupa le ultime posizioni delle classifiche OCSE. Nel 2013, per [numero totale di laureati](http://www.roars.it/online/education-at-a-glance-2013-cosa-dice-locse-delluniversita-italiana/?ref=flaviopintarelli.it), ci classificavamo 34esimi su 36. Ciò che l'oloegrafia di benessere e asburgica organizzazione con cui questo territorio viene solitamente raffigurato non tratteggia mai è la diffusa e sincera ignoranza dei suoi abitanti. Non fraintendetemi, non sono una di quelle persone per cui l'intelligenza è direttamente proporzionale al possesso di un documento cartaceo che attesti l'avvenuta conclusione di un percorso universitario: l'intelligenza si dimostra in molti modi, e diversi fra loro. Ma un numero così esiguo di laureati di certo indica come l'esercizio del pensiero non sia una prerogativa degli abitanti di questo desiderabilissimo lembo delle Alpi. Ulteriore precisazione. Quando parlo di ignoranza intendo un'ignoranza schietta, sincera; di quella medesima sincerità che potresti attribuire a un gotto di vino fatto in casa, di quelli che lasciano un segno nero nel bicchiere e un cerchio alla testa con effetto quasi immediato. Un'ignoranza per cui la saggezza popolare ha coniato una precisa formula matematica: quanto più alto è il maso, tanto più bassa è la Golf. ![Bikers](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Bikers.jpg) Si narra infatti che ci sia un rapporto di proporzionalità inversa tra l'altitudine della tipica fattoria di montagna altoatesina e il ribassamento dell'assetto di una Volkswagen modello Golf. Un'autovettura che si presta eccezionalmente bene a essere elaborata a uso di tamarri in grado di macinare su perigliose strade di montagna tempi netti da far invidia ai più navigati piloti di rally, senza poter però godere del privilegio di usufruire di un blocco totale del traffico. È per questo motivo che da queste parti non è raro imbattersi in lapidi e mazzi di fiori che celebrano le gesta di questi impavidi redneck tutti Treber e Lederhosen. Ora se a voi capitasse di sentire in una conversazione le parole "guerra tra biker", "Hells Angels" o "Bandidos" probabilmente la prime cose a cui pensereste per associazione sarebbero Trevor Philipps, o il piano sequenza di un'acclamatissima serie televisiva americana o, almeno i più acculturati tra voi, il massacro di Altamont. Motociclisti ubriachi di potere che massacrano hippie a colpi di stecche da biliardo. Meredith Hunter strafatto che spara tra la folla, fermato a coltellate da Alan Passaro. I *Rolling Stones* che se la danno a gambe in elicottero dopo aver suonato 15 pezzi all'inferno. Proseguendo per associazione di pensieri potrebbe venirvi in mente di tutto, difficilmente vi verrebbe in mente l'Alto Adige. Eppure non poteva esserci altro posto nel mondo in cui potesse scoppiare una guerra tra bande rivali di biker, oltre al Texas e al Nord Europa ovviamente. Terre anch'esse patria di redneck di un certo livello (di sincera ignoranza). ![Hells Angels](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Hells-Angels.jpg) ## Casus Belli È una soleggiata domenica d'aprile del 2003 e un'ignara famiglia della Val di Non ha deciso di approfittare del bel tempo per regalarsi una gita nel Burgraviato. Il Burgraviato è il comprensorio che si estende nei dintorni di Merano, che ne è il capoluogo. Fin dall'800 il clima mite e salubre ne ha fatto una delle mete turistiche più amate nel mondo germanico. Così amato che negli anni '30 fece da *buen retiro* per alcuni importanti gerarchi nazisti, tra cui "L'angelo della morte" Josef Mengele, che qui aveva la sua villa e che dall'Alto Adige riuscì a riparare in Sudamerica dopo la guerra, grazie all'accondiscendenza dei funzionari del comune di Termeno, che per lui fecero letteralmente carte false. Nel senso che falsificarono proprio i documenti donandogli una nuova identità che gli permise d'imbarcarsi da Genova, destinazione Paraguay. Il Burgraviato e Merano fanno anche da sfondo ad alcune delle vicende raccontate da Giorgio Falco in *La Gemella H*, un romanzo straordinario che attraversa il '900, dall'avvento del nazismo alle propaggini degli anni '80, raccontando la storia delle gemelle Hinner e di come i semi dell'ideologia nazionalsocialista furono trasportati oltre le chiuse della Storia. Del Burgraviato fanno parte, tra gli altri, i comuni di Avelengo, Marlengo, Postal, Naturno, Tirolo e, soprattutto, Lana, una località che ritornerà spesso in questa storia. Anzi è proprio in questo piccolo comune di 11.206 abitanti, noti per la loro fama di "mangiaitaliani", che ha inizio tutta la vicenda che mi sto prendendo la briga di raccontare. ![Bandidos](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Bandidos.jpg) È qui infatti che l'ignara famiglia nonesa che avevamo lasciato poc'anzi, prima di sorvolare il retaggio nazista di queste zone, ha deciso di sostare per rifornire la propria automobile di carburante. È facile immaginarsi il capo famiglia scendere dall'auto, stiracchiarsi e, mentre il vento fresco della valle dell'Adige gli asciuga il sudore sulla schiena, cercare con la mano il portafogli nella tasca dei pantaloni. Forse è in quel momento che lo sente, il rombo. Dapprima sommesso, in lontananza, poi sempre più vicino e insistente. L'arrochito borbottio delle marmitte lo circonda. Saranno in trenta, i centauri. Cavalcano le loro motociclette e sulle spalle indossano i giubbotti con il marchio che li rende fratelli. La [cronaca riporterà poi](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2004/01/16/AZ1PO%5FAZ103.html?ref=search) che una trentina di Bandidos hanno terrorizzato un'ignara famiglia la cui automobile è stata sfasciata a colpi di mazza da baseball, mentre era ferma presso un distributore di benzina. E anche se ancora nessuno lo sa, l'aggressione ai danni di quella famiglia è il casus belli che dà inizio a una guerra e, come tutte le guerre, anche questa esigerà il suo tributo di sangue. ## Angeli e Banditi Ma chi sono questi Bandidos? E da dove vengono? [Bandidos MC](http://www.bandidosmc.com/?ref=flaviopintarelli.it) è il nome di un Moto club internazionale fondato nel 1966 nella città di San Leon, in Texas, da un ex marine veterano del Vietnam; un *redneck* del sud di nome [Donald Eugene Chambers](https://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/f/f9/Donald%5FEugene%5FChambers.jpg?ref=flaviopintarelli.it). Il simbolo dei Bandidos è un panciuto messicano con tanto di poncho e sombrero, armato di pistola e machete. Mentre gli Hells Angels sono rappresentati da un teschio umano alato, il simbolo dello squadrone di bombardieri i cui membri fondarono il club, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Insieme agli Outlaws e ai Pagans, Bandidos e Hells Angels fanno parte dei cosiddetti *Big Four*, ovvero i quattro Moto club più diffusi a livello mondiale. In Europa i Bandidos possono contare su ben 148 *chapter*, come vengono chiamate le sottosezioni locali del club. Tradizionalmente vicini ai Pagans MC, i Bandidos sono da sempre in lotta con gli Hell's Angel. Un conflitto spesso aspro, che in Europa ha avuto nella ["Grande Guerra dei Biker del Nord"](https://it.wikipedia.org/wiki/Grande%5FGuerra%5FBiker%5FDel%5FNord?ref=flaviopintarelli.it) la sua stagione più sanguinosa. Tra il 1994 e il 1997 infatti i membri delle due bande si sono sfidati senza esclusione di colpi tra Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia. Risse, sparatorie, attentati alle sedi dei club, ferimenti e uccisioni in quel periodo furono all'ordine del giorno. Finché tra i due club non venne raggiunto un accordo di pace, suggellato da una stretta di mano tra i rappresentanti europei delle due fazioni, trasmessa in diretta televisiva dall'emittente di stato danese. Storicamente, in Alto Adige l'ago della bilancia negli equilibri tra i due club pendeva sempre dalla parte degli Hells Angels. Ma la scorribanda con cui ha inizio questa storia, nell'aprile del 2003, indica che qualcosa, nell'equilibrio tra le due fazioni, sta cambiando. Guidati dal loro presidente Andreas Ladurner, i Bandidos hanno aperto una nuova sede a Merano. L'aggressione alla famiglia della Val di Non (per la quale i Bandidos faranno poi ammenda, promuovendo una colletta per pagare danni) avviene proprio per festeggiarne l'apertura. ![Hells Angels fucile](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Hells-Angels-fucile.jpg) La notizia non tarda ad arrivare alle orecchie dei rivali. Che i Bandidos scorazzino liberamente sul loro territorio è un affronto che gli Hells Angels non possono accettare. Pochi giorni dopo, siamo al 30 aprile del 2003, [25 motociclisti vengono intercettati dalle forze dell'ordine nelle campagne intorno a Marlengo](http://www.corriere.it/Primo%5FPiano/Cronache/2005/05%5FMaggio/10/bikers.shtml?ref=flaviopintarelli.it). Gli Heels Angels sono usciti a caccia. Con mazze, catene, coltelli e machete stanno tenendo sotto assedio la pensione dove si sono ritrovati i Bandidos. L'unica cosa che riesce a farli desistere dai loro propositi di vendetta sono le canne spinate delle mitragliette degli agenti. L'immagine dei 25 biker sdraiati a terra sotto la minaccia delle armi campeggia a lungo sulle pagine dei giornali e turba il sonno dei bravi cittadini dell'Alto Adige. Non sarà la prima volta. Per undici mesi il bollettino di guerra non registra altri episodi clamorosi. Ma la quiete è solo apparente e la tensione monta sottotraccia. Nel marzo del 2004 un altro episodio scuote la tranquillità della Provincia. Una cinquantina di Bandidos provenienti da Germania e norditalia si raduna presso la club house del gruppo, a Merano. L'evento è regolarmente autorizzato e anche se non si consuma alcun atto contrario alla legge le forze dell'ordine intervengono preventivamente per scongiurare eventuali disordini. Le strade del quartiere vengono bloccate dai check point di Polizia e Carabinieri e le vie d'accesso alla club house transennate. Si teme che gli Hells Angels possano approfittarne per prendersi la rivincita. Il quartiere vive una notte di apprensione che scatena le [proteste dei residenti](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2004/03/15/AM1PO%5FAM101.html?ref=search). In molti pensano che l'allarme sia ingiustificato, ma si sbagliano. La tensione tra Angeli e Banditi cresce giorno dopo giorno e il punto di rottura si avvicina. I nodi stanno per venire al pettine. ## Delitto e castigo È la primavera del 2006; i miei amici e io passiamo spesso le nostre serate nel bar di proprietà del padre di uno di noi. Passata l'ora di chiusura possiamo restare a cazzeggiare; c'è una tivvù, lo stereo, qualcuno a volte rimedia una Playstation per fare una partita. Alcolici, gelati e patatine non mancano, in fin dei conti siamo in un bar. ![American Bikers](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/American-Bikers-1.jpg) Una sera, mentre facciamo pigramente zapping, ci imbattiamo nel lancio della trasmissione *Un giorno in pretura*. Parlano di Alto Adige. Non cambiamo. C'è qualcosa di magnetico nel sentir parlare dei posti dove abiti alla radio o alla televisione, specialmente se vivi nel buco del culo del mondo. Sei sempre curioso di sapere cosa diranno di te, come ti racconteranno. La sensazione è quella di guardare un ritratto che qualcuno ha fatto a tua insaputa; trovi sempre un difetto, un'imprecisione, un dettaglio ridicolo che ti rassicura sul fatto che non c'è nessuno che conosca te stesso meglio di te stesso. Quella sera di primavera va in onda il capitolo finale della storia che sto raccontando: il processo per l'omicidio di Paul Weiss. Sono passati due anni da quando Polizia e Carabinieri hanno blindato un quartiere di Merano per evitare contatti tra due bande di motociclisti. Cos'è successo nel frattempo? Chi è Paul Weiss? Chi l'ha ucciso? E, soprattutto, cos'ha a che fare questo episodio con la nostra storia? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Autunno 2004, esterno notte: un uomo passeggia, tra le sue gambe trotterella un cane di grossa taglia. La gola di Lana è avvolta nel silenzio, rotto solo dalla voce dell'acqua. La gola di Lana è una ferita di roccia scavata con tenacia dalle acque del Rio Valsura. Si apre proprio dove l'imbocco della Val d'Ultimo e le ultime case del paese sembrano toccarsi, all'ombra della docile mole delle mura di Castel Braunsberg. Hubert Wieser è il capo degli Hells Angels altoatesini. È un vichingo. Quando lo vedo per la prima volta, in televisione, siede sul banco degli imputati. Di udienza in udienza indossa felpe e magliette coi simboli del suo club e camicie nere. Mentre parla tiene lo sguardo fisso di fronte a sé, puntato sul vuoto. Le sue movenze sono bovine e la grossa testa rasata, da cui spicca l'elaborato pizzetto triangolare, conferisce a quell'uomo un aspetto minaccioso. Si esprime in un italiano stentato, con un forte accento tedesco. È strano che abbia scelto di esprimersi in una lingua che non è la sua, ma quando gliene hanno dato la possibilità ha deciso di rispondere alle domande del pubblico ministero in italiano. [Un uomo instabile dal punto di vista emotivo](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2005/01/20/AM3PO%5FAM301.html?ref=search), sofferente di disturbi della personalità di carattere paranoico. È con queste parole che lo descrive Renate Gufler, la psicologa forense che stila per conto della difesa la perizia psichiatrica di Hubert Wieser. [Sui giornali](http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2005/01/19/AB1PO%5FAB108.html?ref=search) viene soprannominata la "signora della verità", perché i test a cui sottopone Wieser servono alla difesa per dimostrare che la ricostruzione delle circostanze del delitto che l'uomo fornisce corrisponde al vero. Perché in questa vicenda di chiaro c'è solo che s'è risolta con un morto, ma su come si siano svolti i fatti ci sono almeno due versioni contrastanti: una è quella dell'accusa, l'altra quella della difesa. In ogni caso, che le sofferenze psichiche di Wieser siano vero o che si tratti di una strategia difensiva, quello che è sicuro è che Wieser percorre quasi tutte le sere con il suo Rottweiler la promenade che conduce verso la gola di Lana. Ma quella sera c'è qualcosa che non va e che lo mette in allarme. Mentre si reca alla gola, racconta Wieser, nota una macchina che lo segue. È una Fiat Punto gialla, la stessa macchina che guida la compagna di Paul Weiss, un pezzo grosso dei Bandidos. Wieser sa che i rivali lo tengono d'occhio ormai da tempo - d'altronde anche gli Hells Angels fanno lo stesso - perciò chiama al cellulare un amico, Gerhard Prenzel, per avvisarlo. Il tempo necessario perché Prenzel capisca la situazione e si attivi di conseguenza. A questa chiamata ne seguirà poi un'altra, misteriosa, di soli 12 secondi, verso il telefono di Norbert Larcher, un altro Hells Angels. I tabulati telefonici collocano questa chiamata in un lasso di tempo successivo al delitto. ![Hells Angels Club House](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Hells-Angels-Club-House.jpg) Nonostante sia solo, Wieser non è tipo da farsi intimorire facilmente e decide di proseguire la sua passeggiata. È un duro, Wieser, e accanto a sé ha un cane altrettanto tosto. Quando arriva alla gola dice di trovare tre uomini ad attenderlo. Sono Paul Weiss, Manfred Werdofer e Armin Frei. Tutti e tre vestono le insegne dei Bandidos. Dicono di essersi trovati alla gola per organizzare un viaggio, ma nella loro auto verranno ritrovate mazze, coltelli, spray urticante e un passamontagna nero. Secondo Wieser i tre uomini lo stavano aspettando, determinati a fargli la pelle. Uno di loro ha un'ascia in mano. Poco dopo il suo cane giace a terra, il cranio spaccato in due. È a quel punto che spunta una pistola. Wieser racconta che è Weiss a brandirla ma che nella colluttazione riesce a impadronirsene e a sparare. A terra resta, esanime, il corpo di uno dei tre Bandidos. Si tratta di Paul Weiss. La perizia balistica però racconta una storia diversa. Paul Weiss è morto crivellato da sette colpi di pistola, alla schiena. Come si aggredisce un uomo dandogli la schiena, si chiede l'accusa? Per il PM Marchesini la verità è un'altra. Quella notte Wieser era armato e la sua non è una normale passeggiata. A poche centinaia di metri dalla gola di Lana c'è infatti l'abitazione di Paul Weiss. Per l'accusa le continue passeggiate di Wieser sono una vera e propria provocazione, volta a cercare deliberatamente lo scontro. Uno scontro che si verifica ma non si risolve nel modo in cui viene raccontato dalla difesa. L'accusa sostiene infatti che sia Wieser a lanciarsi sui rivali, ferendo Werdofer, per poi allontanarsi vista l'inferiorità numerica. Ma non si tratta di una ritirata, Wieser è armato e torna sui suoi passi. A quel punto Weiss è rimasto solo ed è allora che il rivale gli esplode contro i sette colpi che ne determinano la morte. Il traffico di telefonate tra Wieser e i suoi amici serve per metterli al corrente della situazione. !\[Lettera di Natale Hubert Wieser\](/content/images/2015/04/Lettera-di-Natale-Hubert-Wieser.jpg) Anche se l'arma del delitto non verrà mai ritrovata, la verità di Hubert Wieser non convince il giudice. Nonostante le armi ritrovate nella macchina dei tre Bandidos, sette colpi di pistola alla schiena sono troppi per sostenere la tesi della legittima difesa e non depongono a favore dell'imputato la sua freddezza, lo sprezzo con cui tratta la corte e l'assenza di ogni tracci di pentimento. L'impianto difensivo perciò non riesce a fare breccia. L'accusa chiede una condanna a 27 anni per omicidio volontario. Alla fine del processo, nel 2005, Hubert Wieser dovrà scontarne 22. ## Epilogo Oggi Hubert Wieser sta trascorrendo la sua pena nella casa circondariale di Padova, in via Due Palazzi 35\. O almeno così ci informa la [sezione dedicata a Wieser](http://www.bigredmachine.it/start1.html?ref=flaviopintarelli.it) su Big Red Machine, uno dei siti degli Hells Angels italiani. È su questa pagina web dal sapore retrò che vengono pubblicati i disegni, le lettere e i pensieri dal carcere di Wieser. Ci sono demoni, teschi, strane creature alate e un cavaliere. Ricoperto d'acciaio, la celata abbassata, nelle mani uno spadone: un guerriero pronto alla battaglia e la scritta "Fight for your rights" stampigliata in alto, sul foglio. Forse è così che si vede Hubert Wieser? Un cavaliere in lotta contro il mondo. Al suo fianco solo i fratelli, gli angeli che non ti abbandonano mai. > Un anno nuovo ha iniziato, ma la cella è sempre quella. Il materassino è ormai sfondato, le mura sempre più umide e se sbarre sempre più arrugginite. Gli anni sono passati e siamo ormai al decimo. \[...\] Non ostante il mal funzionamento della giustizia italiana, le carceri affollate e in stato di degrado e di abbandono, mi sento forte come se fosse il mio primo giorno. Sono le ultime parole di Wieser riportate sul sito. La lettera data 28 gennaio 2013\. Il carcere non sembra averlo intaccato. O forse è solo quello che vuole farci credere. Probabilmente non lo sapremo mai. ![Disegno Wieser](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Disegno-Wieser.jpg) ### Hashtag Aggregatore Radiofonico di Cultura Digitale S02 Teaser URL: https://flaviopintarelli.it/2015/04/02/hashtag-seconda-stagione/ Last updated: 2015-05-04T12:03:31.000Z Domenica 12 Aprile torna *Hastag. Aggregatore Radiofonico di Cultura Digitale*. Tredici puntate per esplorare i temi dell'innovazione e delle tecnologie digitali, in onda ogni week end sulle frequenze di Rai Alto Adige. ![Hashtag Aggregatore Radiofonico di Cultura Digitale](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Hashtag-Aggregatore-Radiofonico-di-Cultura-Digitale-1.jpg) Hashtag, la [trasmissione radiofonica](http://blog.flaviopintarelli.it/tag/hashtag/?ref=flaviopintarelli.it) di cultura digitale che ho ideato e condotto lo scorso anno per Rai Alto Adige, raddoppia. Domenica 12 aprile infatti andrà in onda la prima puntata della seconda stagione del programma. Anche quest'anno sono previste tredici puntate. Il format non cambia, ogni puntata presenterà un tema o uno specifico progetto, dialogando con esperti del settore e persone coinvolte nello sviluppo della cultura digitale in Alto Adige e in Italia. Seppure nella continuità, quest'anno ci saranno anche delle novità. Il format si arricchisce infatti di un nuovo appuntamento. Ogni due puntate abbandoneremo la consueta struttura del programma per raccontare una storia legata ai temi e ai personaggi della cultura digitale. Mezz'ora in compagnia soltanto della mia voce e della colonna sonora per dare vita a quattro racconti di personaggi, marchi ed eventi che hanno segnato la cultura digitale. Anche quest'anno il programma sarà trasmesso la domenica alle ore 14.00 sulle frequenze di Rai Alto Adige, che coincidono con quelle di Rai Radio 2\. Anche quest'anno sarà disponibile il podcast della trasmissione, che non avrà più, squillino le trombe e rullino i tamburi, la consueta data di scadenza, ma sarà disponibile finché i server della Rai saranno attivi. ## Calendario della seconda stagione di Hashtag ![Hashtag RAI Alto Adige](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/04/Hashtag-RAI-Alto-Adige.jpg) #### [Repubblica Popolare di Bolzano 12/04](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/20/hashtag-s02-e02-storie-da-vivere/?ref=flaviopintarelli.it) Con Fabio Gobbato (giornalista) e Matteo Moretti (docente di design alla LUB) andiamo alla scoperta del progetto di [*Repubblica Popolare di Bolzano*](http://repubblicapopolaredibolzano.it/?ref=flaviopintarelli.it), un progetto di *visual journalism* per raccontare la comunità cinese del capoluogo altoatesino. #### [Alto Adige. Storie da Vivere 19/04](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/20/hashtag-s02-e02-storie-da-vivere/?ref=flaviopintarelli.it) Storytelling digitale per raccontare il territorio. Un viaggio dentro il portale [*Alto Adige. Storie da Vivere*](http://www.suedtirol.info/storiedavivere/?ref=flaviopintarelli.it) insieme a Gabriele Crepaz, responsabile del progetto, e a eFFe, docente di politica e nuovi media all'Università Americana di Firenze. #### [Google, storia e segreti di un motore di ricerca 26/04](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/27/hashtag-s02-e03-storia-google/?ref=flaviopintarelli.it) Dagli esordi ai nostri giorni. Come nasce il motore di ricerca più famoso del mondo? #### [La Grande Guerra più Cento 03/05](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/05/04/hashtag-s02-e04-grande-guerra-piu-100/?ref=flaviopintarelli.it) Le celebrazioni per il centenario della I Guerra Mondiale sono cominciate già da tempo ma in rete sono pochi i siti che offrono una visione d'insieme del conflitto e delle sue storie. La giornalista Elisa Corni e lo storico Alessandro Chebat presentano [*La Grande Guerra più Cento*](http://www.lagrandeguerrapiu100.it/?ref=flaviopintarelli.it) un calendario digitale che ripercorre e approfondisce la cronologia del primo conflitto mondiale. #### Maker, questi sconosciuti 10/05 Sabina Barcucci gestisce il FabLab del MUSE di Trento. Sarà lei ad accompagnarci alla scoperta dei segreti della cultura maker. #### Stuxnet, la prima cyberarma 17/05 La guerra sta cambiando e il digitale diventa sempre più un fondamentale terreno di scontro. Stuxnet è stato il primo virus militare in grado di sabotare a distanza infrastrutture critiche. Come cambia lo scenario globale dopo la sua comparsa? #### Droni, la nuova aviazione civile 24/05 Dai campi di battaglia della guerra al terrorismo alle nostre città. I droni sono la nuova frontiera dell'avizione civile. Ma come verranno utilizzati e come si sta evolvendo il mercato dei velivoli senza pilota? Ce ne parlano Sebastian Mayrgründter del TIS e Andrea Vilardi dell'Eurac. #### Alto Adige Digitale 2020 31/05 L'[agenda digitale dell'Alto Adige](http://aad2020.provincia.bz.it/it/?ref=flaviopintarelli.it) è il documento programmatico con cui la Provincia Autonoma di Bolzano sta programmando gli interventi di sviluppo delle tecnologie e della cultura digitale. Presentano questo documento il dott. Kurt Pöhl (direttore della ripartizione informatica della Provincia) e Michele Thais (staff della ripartizione informatica della Provincia). #### Anonymous vs Steubenville 07/06 Deric Lostutter è stato vittima di bullismo per tutta la sua infanzia. Ma quando ha scoperto Anonymous ha capito che poteva combattere e sconfiggere i prepotenti su scala planetaria. #### Dal crowdfunding al venture capital. Forme innovative di finanziamento dell'impresa 14/06 Come si finanziano imprese e progetti nell'era digitale? Crowdfunding e venture capital sono due modalità diverse di finanziamento, entrambe importantissime. Ci introdurrano all'argomento Luca Barbieri (giornalista) e Bertram Niessen (sociologo). #### La Biblioteca sociale/digitale 21/06 Social network, ebook, prestito elettronico. Come cambia la biblioteca all'epoca delle reti? Ce lo raccontano Crstina Bambini (bibliotecaria) ed Ermanno Filippi (direttore della Biblioteca Civica Cesare Battisti di Bolzano). #### Amazon vs Hacette, cronaca di una guerra commerciale 28/05 Cosa succede quando due grandi marchi si scontrano in una lotta senza esclusione di colpi? Il racconto dello scontro tra Amazon e Hacette con il futuro del libro come posta in palio. #### Fumetti e fumettisti in rete 05/07 Uno sguardo all'universo dei fumetti sul web. Tendenze, esperienze e fumettisti che hanno usato la rete per trasmettere o innovare il proprio linguaggio. In studio con me ci saranno [RX](http://www.rxstrip.it/?ref=flaviopintarelli.it) e [Armin Barducci](http://diariodeformato.blogspot.it/?ref=flaviopintarelli.it). ### Un anno con Ghost, o di come ho imparato a scrivere con Markdown URL: https://flaviopintarelli.it/2015/03/24/scrivere-con-markdown/ Last updated: 2019-12-18T10:30:37.000Z Come si scrive usando Markdown? A un anno dal lancio di questo blog traccio un bilancio del CMS e dell'editor di testo che ho scelto. Il 10 marzo del 2014, sulla scia del delirio per *True Detective*, è andato on line per la prima volta Cupe Stelle Sorgono, il blog che state leggendo in questo preciso momento. Era da tempo che pensavo di registrare un dominio e lanciare un sito che potesse diventare il centro della mia attività in rete. Per alcuni anni avevo gestito un blog ospitato su wordpress.com, ma alla lunga era diventato inadeguato. La mia scrittura si era fatta più complessa, lunga e curata e quello strumento aveva troppi limiti per poter ospitare adeguatamente il tipo di progetti che cercavo di fare. In mente avevo una scrittura che avesse il web come orizzonte privilegiato: altamente multimediale, perfettamente ottimizzata, formattata con cura. Per un periodo abbastanza lungo avevo utilizzato *Medium*, innamorandomene. La pulizia dell'interfaccia, la possibilità di gestire facilmente il materiale multimediale e la bellezza dell'apparato paratestuale che la piattaforma offriva erano (e sono ancora) insuperabili. Tuttavia il grosso limite di *Medium* era (ed è ancora, IMHO) l'impossibilità di far girare la piattaforma di scrittura su un dominio personalizzato. In quei mesi infatti stavo lavorando sulle bozze di [*Stupidi Giocattoli di Legno*](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/25/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) , il libro sullo skateboarding che stavo scrivendo e che sarebbe uscito di lì a qualche mese. Per supportare il lancio del libro volevo creare qualcosa attorno a cui accentrare tutta la mia attività sul web. Un sito con un dominio che facesse direttamente riferimento alla mia persona e alla figura di autore che stavo costruendo era la soluzione ideale. Nonché l'unico modo per poter avere completa padronanza sui miei contenuti, senza restare legato alle decisioni di un provider esterno. È stato a quel punto che mi sono ricordato di Ghost. [Ghost](https://ghost.org/?ref=flaviopintarelli.it) è un CMS open source sviluppato dalla Ghost Foundation, un'organizzazione no profit fondata da John O'Nolan, ex responsabile del team interfaccia utente di Wordpress. Il progetto è stato lanciato grazie a un crowdfunding da 196.362$ e io lo avevo scoperto per la prima volta nel luglio del 2013, lo stesso periodo in cui avevo iniziato a usare *Medium*. ## Come si scrive con Markdown Quello che mi aveva colpito di Ghost era proprio la sua somiglianza concettuale con *Medium*. Nel video di presentazione della campagna e negli articoli che ne descrivevano i concetti e le linee guida si parlava un'interfaccia di scrittura divisa a metà, dove ula parte sinistra era dedicata alla scrittura e quella destra riportava un'anteprima del risultato in tempo reale. Ma la cosa più innovativa del progetto era l'editor, basato su Markdown. [Markdown](http://daringfireball.net/projects/markdown/?ref=flaviopintarelli.it) è una sintassi che traduce un testo semplice in un documento HTML, pensata e progettata da John Gruber nel 2004 per facilitare il processo di scrittura sul web. In un editor basato su Markdown qualsiasi genere di formattazione è gestita attraverso una o più combinazioni di segni di interpunzione. Per esempio se volete scrivere una parola in grassetto non dovete far altro che scriverla così: \*parola in grassetto\*. Il vantaggio è quello di poter formattare rapidamente ogni testo senza essere costretti a interrompere il flusso di scrittura. Negli editor tradizionali, come quello di Wordpress ad esempio, per formattare una porzione di testo bisogna selezionarla e poi premere un pulsante o la relativa combo sulla tastiera. Questo significa essere costretti a separare la fase di scrittura dalla fase di formattazione o abbandonare il flusso di scrittura per formattare il testo. Markdown consente di ovviare a questo inconveniente, proprio perché scrittura e formattazione sono operazioni che concettualmente coincidono. Ovviamente è necessario fare un piccolo sforzo di memoria per tenere a mente tutte le diverse opzioni di formattazione (una pratica guida all'[utilizzo di Markdown](http://blog.ghost.org/markdown/?ref=flaviopintarelli.it) la trovate sul blog di Ghost) che governano un editor basato su Markdown. Ma una volta fattaci l'abitudine il sistema diventa estremamente intuitivo e la scrittura estremamente rapida, fluida e naturale. Inoltre Markdown funziona come un foglio HTML, per cui se volete incollare un elemento di qualsiasi genere, da un tweet a un video di youtube a un pulsante, non dovrete far altro che copiare o scrivere le stringhe di codice necessarie nel vostro editor. Una caratteristica che rende un editor basato su Markdown estremamente versatile e altamente personalizzabile. Ovviamente passare a Ghost da un CMS consolidato come Wordpress non è stato né facile né indolore. Si tratta infatti di un software il cui livello di sviluppo è ancora primitivo. La versione attuale è la 0.5 e nonostante il team che lo cura sia solerte ci sono ancora molti difetti e bug da risolvere e molte funzionalità che migliorerebbero l'esperienza complessiva devono ancora essere implementate. Come ad esempio la possibilità di gestire, ridimensionare e posizionare l'immagine con facilità attrverso l'interfaccia. Tuttavia dopo dodici mesi di utilizzo costante posso dirmi soddisfatto. Scrivere con Markdown è un vero piacere e avere a che fare con un software ancora incompleto mi ha costretto a mettere più volte le mani dentro la struttura del sito, insegnandomi a destreggiarmi con il codice e le problematiche che questo comporta. Capire com'è fatto un sito, provare a intervenire per modificarlo, sbagliare e dover rimediare ai propri sbagli sono senza dubbio esperienze che insegnano molto e che consiglio di fare a chiunque abbia voglia di confrontarsi con un CMS un pelo più complicato della media, ma che sa regalare enormi soddisfazioni a chi cerca uno strumento pensato appositamente per la scrittura sul web. ### Come si legittima la violenza fascista nella mia città. URL: https://flaviopintarelli.it/2015/03/20/come-si-legittima-la-violenza-fascista-nella-mia-citta/ Last updated: 2019-12-18T09:37:21.000Z È la sera di San Patrizio e mentre al Palaonda i Foxes, la locale squadra di hockey, affrontano e battono il Lienz per 2 a 1, nella gara 6 dei playoff del campionato Ebel, tre ragazzi qualsiasi, anzi no, tre militanti di sinistra, come [titola oggi il quotidiano Alto Adige](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/03/20/news/aggrediti-tre-giovani-militanti-di-sinistra-1.11080943?ref=flaviopintarelli.it), stanno bevendo un paio di pinte in un locale del centro. Lasciate che vi spieghi una cosa: a Bolzano fare militanza a sinistra è un po' come come essere carnivori a una festa di vegani. La città, almeno da quando io ne ho memoria, non ha mai avuto spazi sociali e tantomeno collettivi organizzati al di fuori dei partiti istituzionali. Perciò non sono molti i ragazzi che fanno politica attiva a sinistra. Giacomo, Michele e Giacomo sono tra questi e il solo fatto di essere militanti di sinistra - di che sigla, struttura o organizzazione conta poco - in una città storicamente refrattaria a questo genere di pensiero, li rende visibili e riconoscibili. Usciti dal locale i tre vengono apostrofati da un gruppo di persone. Gli gridano "zecche" e qualche altro insulto. Sono circa in otto. Il rapporto è di 2,6 a 1\. Troppo elevato per provare a reagire, meglio non rispondere alla provocazione e tirare dritto. Purtroppo non basta per evitare l'aggressione. Dei tre, due riescono a cavarsela con poco, uno resta a terra e subisce. Questi, in breve, i fatti. Non serve dire altro, il copione è identico a quello che abbiamo visto, letto e sentito più di una volta in questi anni. A Trento, 50 km più a sud di Bolzano, aggressioni di questo genere si ripetono regolarmente da almeno 18 mesi. Il fatto è grave e anche se oggi [politici e istituzioni sembrano cadere dalle nuvole](http://salto.bz/article/20032015/ritornano-i-pestaggi-politici?ref=flaviopintarelli.it) domandandosi com'è stato possibile, l'aggressione di martedì non nasce dal nulla. Come si legittima la violenza fascista in una città? ![Aggressione fascista Bolzano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Aggressione-fascista-Bolzano.jpg) Io non sono [Emilio Lussu](http://www.einaudi.it/libri/libro/emilio-lussu/marcia-su-roma-e-dintorni/978880622141?ref=flaviopintarelli.it), non ne ho la prosa e nemmeno la profondità di visione, ma in base a quello che ho visto negli ultimi mesi una certa idea me la sono fatta. E voglio provare a raccontarvela. Inizia tutto con un clima, un clima di insicurezza. Viviamo una crisi profonda, sistemica, ma ci manca l'ampiezza di ragionamento e di visione per abbracciarla tutta in un colpo solo. Ci mancano gli strumenti e chi dovrebbe aiutarci a costruirli; chi fa informazione, troppo spesso, rinuncia. Chi fa informazione non ha tempo, forse voglia, o forse non è proprio capace di raccontare quanto è complessa la nostra realtà, senza per questo appiattirla sull'*hic et nunc* della cronaca spicciola. I giornali locali sono pieni di furti, risse, aggressioni, spaccio. Sintomi della costante instabilità che viviamo in questi giorni. Sintomi che spaventano, che ci fanno paura, ci intimoriscono. Perché ci toccano da vicino: nei nostri affetti e nei nostri averi. Minano le basi su cui si fondano le [nostre comunità](https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0CCEQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.internazionale.it%2Freportage%2F2015%2F02%2F27%2Fgraziano-stacchio-lega-salvini&ei=PkoMVbmXOojXyQONtIG4Dw&usg=AFQjCNH3pVpFsIkHM38x3E-bea6I1u04iQ&sig2=9o3mLzsp%5FPZElWpfWCiWwA) e il nostro modo di stare insieme. ![Marcia su Roma e dintorni copertina](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Marcia-su-Roma-e-dintorni-copertina.jpg) Naturalmente sono sempre gli altri a farci paura. Immigrati, zingari, clandestini, drogati, zecche, disadattati. Sulle cause della malattia si tace, la crisi che viviamo non si spiega, esiste ma ci riguarda solo dall'esterno. Come i suoi sintomi sono altro da noi, così lo è anche la crisi. Ma se la crisi interviene dall'esterno, se non ci riguarda mai direttamente, se non ne facciamo parte, allora la soluzione è semplice: eliminare i sintomi significa eliminare la malattia. Il discorso sicuritario si basa su questo paragone medico, del tutto fallace. Ogni volta che il clima di paura viene inoculato nel corpo sociale si crea una domanda, la domanda di sicurezza. Il fascismo è la risposta più semplice a questa domanda, e la naturale evoluzione del discorso securitario. > Se siamo minacciati dobbiamo difenderci. Se nessuno ci difende lo faremo da soli. Noi agiamo in difesa di tutti, voi che fate? Loro ci difendono, perché li criticate? Fatevi un giro nei commentari dei giornali o sui social network e troverete decine di esempi e variazioni su questo tema. Più il discorso securitario s'allarga e più questo genere di risposta trova spazio e visibilità, sui giornali e da parte dei politici. Perché è una risposta immediatamente logica, comprensibile, facile. Appiattisce la complessità, genera un preciso circuito di stimolo e risposta, problema e soluzione, azione e reazione. Criticare questa risposta significa mettersi dalla parte della minaccia e avallarla. > Se ti piaccino tanto, i profughi, prenditeli a casa tua. Dici così perché nessuno è mai venuto a rubare da te. Voglio vedere che farai quando te li troverai in casa, gli zingari. Visibilità e agibilità politica, in queste persone, creano un senso di impunità. È così che si legittima la violenza, dando spazi sui giornali e nelle piazze, garantendo agibilità politica, giustificando e proteggendo. Sergio Bonagura, il coordinatore del PD bolzanino, ha dichiarato che siamo di fronte a > una violenza politica pianificata che deve essere stroncata sul nascere senza se e senza ma Io non sono d'accordo con lui. Credo che l'aggressione di martedì non fosse pianificata. Credo che un gruppo di fascisti abbia semplicemente riconosciuto tre compagni e, forti del numero, li abbia aggrediti. Ma la forza del numero non basta per aggredire in pieno centro tre ragazzi. Serve anche la convinzione che quel gesto si possa fare, che sia legittimo. Questa non è una violenza politica che sta nascendo, è già nata. È nata sulle pagine dei giornali, nei discorsi della gente, dal lassismo e dalla complicità dei politici. L'aggressione di mercoledì è sintomatica, è l'emersione e la conseguenza del clima che si è creato a partire dalla nostra incapacità di capire e raccontare la crisi che viviamo. Se vogliamo stroncarla è da qui, credo, che sia necessario ripartire. ### Rivista Letteraria o di come il problema sia sempre stata la distribuzione URL: https://flaviopintarelli.it/2015/03/16/rivista-letteraria/ Last updated: 2019-12-20T09:51:10.000Z Per noi hipster di provincia il problema è sempre stata la distribuzione. La distanza della periferia dal centro ci ha condannato per anni a recepire in ritardo le tendenze più avanzate nella produzione culturale. Quando riuscivamo a mettere le nostre mani avide su moda, cinema, musica, libri e riviste che tanto avevamo desiderato, altrove, nei centri urbani dove avevamo l'impressione che tutto accadesse all'istante, questi erano già da tempo diventati mainstream, condannandoci a un'eterna e inutile rincorsa. E siccome il problema era la distribuzione ervamo disposti a trasferte lunghe, faticose e dispendiose, per poterci procurare questi oggetti così dannatamente necessari a definire le nostre identità di hipster di provincia. Ricordo le incalcolabili quantità di firme falsificate sui libretti scolastici da me e dai miei amici, necessarie per guadagnare il tempo necessario a imbarcarci sul primo regionale per Bologna, con lo scopo di dilapidare le nostre magre paghette di adolescenti fine anni '90\. Paghette ancora in lire che finivano nelle tasche dei bancarellari del mercato della Montagnola, che ai nostri occhi ingenui parevano essere reduci da chissà quali cicli gloriosi di lotta. Acquistavamo così a prezzi esorbitanti pessimi tascapane militari, kompassträger marchiati US ARMY e magliette antagoniste *Continuons le combat* che si arrendevano al primo lavaggio, stingendo tristemente nel cuore delle nostre lavatrici. ![Rivista Letteraria](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Rivista-Letteraria.JPG) Poi arrivò internet, con la sua illusione di immediatezza, a cambiare tutto. Da quel giorno il nostro orologio cominciò a battere all'unisono col tempo delle metropoli dove si decidevano le sorti del gusto e l'ecommerce ci risparmiò finalmente le trasferte clandestine, anche se non ci rese immuni dai pacchi clamorosi che continuavamo a prendere. Quando qualche settimana fa mi sono imbattutto nelle [prime briciole di Rivista Letteraria](http://www.modalitademode.com/interviste-possibili/rivista-letteraria-migliori-scrittori-formato-fanzine/?ref=flaviopintarelli.it), la rivista letteraria edita da [Alberto Motta](https://twitter.com/albertomotta?ref=flaviopintarelli.it), non ho potuto trattenermi dal provare un profondo senso di nostalgia per quel periodo di snobismo ritardatario che fu la mia adolescenza ai margini del confine settentrionale del Paese. Rivista Letteraria è una fanzine distribuita gratuitamente a mano, secondo l'atavico business model degli spacciatori di un tempo. Quei personaggi sconfinanti nel mitologico, abituati a sacrificare una parte del loro *package* per farcire caramelle da distribuire a ignari quanto imberbi scolari, al solo scopo di fidelizzare una clientela non ancora stabilmente avviata verso la prematura dipartita che spetta a tutti i tossici. Come se tutto questo non fosse già sufficiente a titillare la mia anima hipster, Rivista Letteraria è stampata in 500 copie numerate, circostanza che aggiunge all'insieme il fascino mai sopito del collezionismo. Vivendo in un contesto dove la rivista più "alternativa" che gira è Internazionale non ho bisogno di riflettere più di una frazione di secondo per scrivere e farmi arrivare a casa la rivista. ![Rivista Letteraria e Orchidea](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Rivista-Letteraria-e-Orchidea.JPG) La busta gialla imbottita contenente la copia numero 430 di Rivista Letteraria arriva a casa mia di venerdì 27 Febbraio 2015\. Giusto in tempo per un fine settimana che da tempo avevo programmato di dedicare alla nullafacenza. Una volta liberata dalla busta che l'ha protetta durante il viaggio, Rivista Letteraria rivela immediatamente ai polpastrelli la consistenza grezza e ruvida della sua carta, lontana anni luce dalla lusinghe *wannabe* patinate che si possono toccare di frequente nelle edicole o nelle librerie al giorno d'oggi. La copertina è completamente bianca come se ci trovassimo di fronte a un quaderno a cui hanno strappato la copertina. Un lieve rigonfiamento all'altezza della costola tradisce i punti metallici che tengono insieme quel mucchio di fogli. L'intestazione riempie la parte alta della copertina. Il nome è stampato sue due righe, in caratteri maiuscoli. In basso a destra campeggia la lista degli autori che hanno contribuito alla rivista: Emiliano Baragiola, Ivan Carozzi, Gabriele Ferraresi, Claudio Grattacaso, Alberto Motta, Alessandro Pallaro, Manuela Ravasio, Ian Sansom, Giuseppe Sottile, Francesco Tenaglia, Alex Trecarichi. Sfogliandola, il colore della carta passa dal latteo candore a un grigio equivoco, che per un attimo stranisce, salvo poi comunicarci il suo posto nell'/nel(dis)ordine cosmico della rivista non appena ci si accorge dell'impaginazione. Non vi è alcuna uniformità nelle font. La diversità, del tipo di carattere, delle sue dimensioni, degli allineamenti del testo, è la cifra stilistica più riconoscibile del progetto. Ogni testo sembra essere finito all'interno di quella raccolta di fogli quasi per caso, come se fosse stato rubato dal cestino di un editor troppo distratto per accorgersi di quanto gli stava scivolando sotto gli occhi. I testi sono accompagnati da dipinti e fotografie, partecipanti anch'essi al ragionato disordine cosmico che anima le pagine di questa litzine. Invece di armeggiare ai fornelli prima che il tempo concessomi per la pausa pranzo dal mio datore di lavori scada, velocizzando angosciosamente la colonna sonora come accadeva in Super Mario, sono lì che tergiverso sfogliando Rivista Letteraria, quando il titolo [*ON/OFF, Jake La Furia e Luca Sofri, car sharing e socialismo reale, Lacan, decalogo, serie tv.*](https://medium.com/@gbrlferraresi/on-off-jake-la-furia-e-luca-sofri-car-sharing-e-socialismo-reale-lacan-decalogo-serie-tv-a04183f81536?ref=flaviopintarelli.it) mi ferisce l'occhio. Al di là dell'innegabile *catchyness* della headline, il pezzo di Gabriele Ferraresi non passa inosservato date le dimensioni della font. Il sottotitolo recita "un pezzo commissionatomi da Alberto Motta in persona: inizialmente intitolato "Ecco perché ve ne dovete andare tutti affanculo". Non si può non amare un *takeaway* del genere, specie se lo segue una rima di Jake La Furia e il sottotesto del primo taglio dell'articolo è un accorato vaffanculo al "fighettismo arriccicazzi o bagnafiche" di Luca Sofri e de Il Post con tanto di citazione "dell'ottimo Giornalaio". Come da titolo il resto è un accendersi/spegnersi di amabili sproloqui sugli argomenti già evidenziati nel titolo. ![Rivista Letteraria Ombre e Pois](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Rivista-Letteraria-Ombre-e-Pois.JPG) Il secondo pezzo che attacco, mentre provvedo ad espletare le mie necessità fisiologiche seduto come di consueto sul cesso, s'intitola *Autobahn*. Il tedesco è irrsistibile per chi, come me, è nato e cresciuto nella *heimat* sudtirolese. Lo firma il Francesco Tenaglia e racconta dell'incredibile concidenza tra la durata dell'omonimo pezzo dei Kraftwerk e la durata del tragitto in bicicletta da casa sua al bar Picchio di via Melzo a Milano, "un locale che è la copia esatta di qualsiasi bar della provincia italiana in cui vi abbia portato vostro nonno negli anni ottanta/primi-novanta per bere un bianchetto". Il tutto corredato da foto Google Street View di località poste a 23 minuti di distanza in bici dall'abitazione del suddetto Tenaglia. A quel punto mi tocca smollare il colpo. Avverto il richiamo del dovere sociale, che al venerdì pomeriggio si risolve in un macarbo *reminder* di quanto ci renda liberi, lavorare. Sfangate a fatica le ultime 4 ore della settimana torno a casa, stappo una Dragonhead - che, se ve lo steste chiedendo, è una stout delle Ocradi (noi hipster di provincia non beviamo birra, beviamo brand e relative location) - la verso nell'apposita pinta e mi immergo nuovamente nella lettura. Per imbattermi nel malatissimo resoconto degli acquisti etilico/nottambuli di un Alex Trecarichi in pieno trip musicale a 8bit. Reportage che si conclude con "una valanga di email da eBay. Conferma dell'ordine relativo a: *decine di cagate*". Il resto della rivista è un tantino meno malato dei primi tre articoli che ho estratto casualmente dal mazzo di carte. Circostanza che dovrebbe farvi riflettere su quanto le coincidenze, a volte, possano essere rivelatrici della natura umana. Ai pezzi di *non fiction*, come il racconto della [colonia eugenetica di *Nueva Germania*](http://www.dudemag.it/attualita/nietzsche-wagner-e-il-serpente-yarara/?ref=flaviopintarelli.it), incastonato a matrioska nel racconto dell'incontro di Ivan Carozzi con lo scrittore David Woodward a Mitte (Berlino/Berlin), si affiancano i racconti di Claudio Grattacapa - *Invidia Crepa* road novel in salsa serboemiliana - e Giuseppe Sottile che con *Eletti dal Signore* ci porta alla scoperta della sessualità di un giovane seminarista siciliano. ![Rivista Letteraria e Dragonhead](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Rivista-Letteraria-e-Dragonhead.JPG) A questo punto però mi sono sbilanciato fin troppo, correndo il rischio di trasformare questa esclusivissima litzine in un prodotto così mainstream da dovermi costringere a odiarla. Quello che posso però consigliarvi di fare è di aprire immediatamente Google e di cominiciare a cercarne le tracce. Alla fine di Febbraio ce n'erano in giro almeno altre 70 copie, se vi sbrigate forse riuscirete a trovarne ancora una da portarvi a casa. Se non ci riuscirete sarete condannati per sempre a essere guardati con distacco, alterigia e disprezzo da noi altri, piccoli e rancorosi hipster di provincia. ### Il gioco che riscrive Verne in salsa steampunk URL: https://flaviopintarelli.it/2015/03/10/80-days-avventura-interattiva/ Last updated: 2019-12-20T09:51:55.000Z Almeno una volta nella vita sarà capitato anche a voi, guardando un film o leggendo un libro, di avvertire il desiderio di poter intervenire nella storia per modificarne gli esiti. Magari quando vi è perfettamente chiaro che dietro l'angolo attorno a cui il protagonista si appresta a girare c'è una trappola mortale dalla quale non si può sfuggire e le cui conseguenze saranno inevitabilmente nefaste. Oggi vengono sviluppati sempre più videogiochi che hanno come obiettivo la soddisfazione di questo nostro insaziabile desiderio di protagonismo narrativo. Raccontare storie la cui trama non si dà in modo fisso e predeterminato ma deriva, al contrario, dalle decisioni prese e dalle azioni intraprese da chi la storia la sta fruendo è una delle sfide che più appassionano i game designer moderni. Non soltanto quelli che sviluppano giochi per le console di ultima generazione e hanno a disposizione budget miliardari per progettare mondi vastissimi e un numero incalcolabile di possibili interazioni con gli elementi che arredano questi universi. Ma anche quelli che invece scelgono altri dispositivi, come i tablet e gli smartphone, per sperimentare nuovi modi per raccontare storie conivolgendo i giocatori nella narrazione. L'interesse degli sviluppatori verso i dispositivi *mobile* nasce dalla considerazione che tablet e smartphone stanno ormai assumendo un peso sempre maggiore nella nostra dieta videoludica. Secondo un'[indagine di Newzoo](http://www.wired.it/gadget/videogiochi/2014/01/14/mercato-videogiochi-86-miliardi-dollari-2016/?ref=flaviopintarelli.it), entro il 2016 il mercato dei videogiochi per smartphone crescerà con tassi vicini al 20%, mentre quello dei videogiochi per tablet lo farà con tassi prossimi al 50%. Un tenore di crescita che porterà il mercato dei videogames per smartphone e tablet a [coprire una quota di mercato](http://it.ibtimes.com/articles/61313/20140115/videogiochi-mercato-smartphone-tablet-xbox-one-playstation-4-dati.htm?ref=flaviopintarelli.it) complessiva vicina al 27,8% dell'intero mercato globale. Protagonisti di quest'ascesa non sono e non saranno soltanto gli scacciapensieri alla Angry Birds, Ruzzle o Candy Crush Saga. Già oggi giochi come [Device 6](http://simogo.com/work/device-6/?ref=flaviopintarelli.it) e la riedizione per tablet di [Lone Wolf](http://lonewolfthegame.com/blog/?ref=flaviopintarelli.it), la celebre serie di libri game di Joe Dever, dimostrano come esista un pubblico affamato di forme di letteratura interattiva che trovano nei tablet un ambiente fertile in cui svilupparsi. Nel 2014, un prodotto di questa categoria, [80 Days](http://www.inklestudios.com/80days/?ref=flaviopintarelli.it), un'avventura letteraria interattiva sviluppata da inkle, ha riscosso un enorme successo di pubblico e di critica. Tra gli altri, lo hanno inserito nelle classifiche dei migliori giochi dell'anno testate come Time, New Yorker e Guardian. ## Le meccaniche 80 Days è una riscrittura in chiave steampunk del celebre romanzo di Jules Verne, *Il giro del mondo in 80 giorni*. Nel gioco vestiremo i panni di Passpartout, lo zelante maggiordomo del nobiluomo inglese Phileas Fogg, impegnato ad aiutare il suo padrone a vincere una scommessa: circumnavigare il globo in 80 giorni o meno. ![80 Days Map](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/80-Days-Map.jpg) Per poter portare a termine l'impresa dovremo pianificare con attenzione gli spostamenti di città in città e di contienente in continente, gestendo con oculatezza le finanze del nostro datore di lavoro. Ma non sarà solo la salute delle finanze del nostro padrone a doverci preoccupare, rientra tra i nostri compiti anche la cura della sua salute fisica, che diminuirà a seconda della durezza dei diversi viaggi e delle condizioni in cui questi si svolgono. Per questo sarà necessario e opportuno fare le valige con intelligenza, prima di affrontare un qualsiasi spostamento. Infatti l'equipaggiamento che potremo acquistare e vendere nelle varie città servirà per migliorare il comfort del nostro datore di lavoro o per recuperare informazioni utili a proseguire l'avventura. Reperire informazioni è un'altro dei compiti che ci spettano ed è fondamentale per poter proseguire di tappa in tappa. Informandoci sui giornali, conversando coi nostri compagni di viaggio o esplorando le vie e le piazze delle città che visiteremo potremo aumentare le nostre conoscenze ed evitare di prendere decisioni sfortunate o trovarci a dire la cosa sbagliata, alla persona sbagliata, nel posto sbagliato. Dal punto di vista delle meccaniche dunque 80 Days è quindi un gioco di strategia in cui lo scopo del giocatore è quello di muoversi attraverso la mappa nel modo più rapido ed economico possibile, raccogliendo abbastanza informazioni per poter pianificare gli spostamenti in sicurezza. Chi mai vorrebbe perdere cinque giorni dopo essere stato incarcerato a Vladivostok per aver mancato di rispetto a un ufficiale russo o finire in bancarotta ed essere costretti a elemosinare la giornata per le strade di Honolulu, senza poter più lasciare l'isola? Questi sono solo alcuni dei contrattempi che mi sono capitati giocando a 80 Days. Le cui meccaniche, tuttavia, non si esauriscono nella fase di pianificazione degli spostamenti, ma coinvolgono in modo attivo anche il sistema di bivi e scelte che caratterizza la narrazione. Sul treno che collega New Orleans a New York City, ad esempio , m'è successo di dovermi battere con il campione americano dei pesi massimi. La simulazione dell'incontro è stata interamente gestita grazie al sistema di scelte che le storie a bivi hanno ormai reso famoso. A ogni mia mossa seguiva una descrizione delle mie azioni e di quelle del mio avversario e la bravura richiestami consisteva nel cogliere gli indizi che la narrazione dissemina qua e là, per poter scegliere se tenere alta la guardia, colpire con un rapido uno/due o affondare un colpo deciso per provare a rompere le difese del mio sfidante. L'esperienza è piuttosto coinvolgente anche perché conferisce al racconto fatto di parole un certo dinamismo e lascia al giocatore una buona dose di responsabilità nel determinare lo svolgimento della vicenda. Oltre a costituire un efficace intervallo alle fasi di esplorazione/pianificazione/viaggio che alla lunga risultano un po' noiose. ## La trama Se l'esperienza di gioco è così gratificante e ben congegnata il merito non va attribuito esclusivamente al lavoro di game design, che resta comunque ottimo. Una parte consistente della bellezza di questo gioco si deve alla sottile rilettura del capolavoro di Verne. ![80 Days Moving City](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/80-Days-Moving-City.jpg) L'adattamento è opera della scrittirce [Meg Jayanth](http://megjayanth.com/?ref=flaviopintarelli.it) che non ha trapiantato soltanto il materiale di partenza in uno scenario steampunk fatto di automi, girocotteri e bizzarre navi sommergibile alimentate a vapore. Ma ha cercato di creare un percepibile [sottotesto anticoloniale](http://killscreendaily.com/articles/80-days-alternate-reality-anti-colonialism-adventure-we-all-deserve/?ref=flaviopintarelli.it). L'Ottocento in cui è ambientata l'opera di Verne infatti è il secolo dell'espansione coloniale delle potenze occidentali, ma anche quello delle numerose resistenze che si svilupparono in diverse parti del mondo. Esplorando i vicoli delle città, infatti, Passpartout s'imbatterà spesso in ribelli e agitatori intenti a combattere le loro cause. Al giocatore spetta la scelta se assecondare le loro istanze, dimostrandosi empatico e comprensivo verso di esse, o rifiutarle, dimostrandosi legato al suo punto di vista e alla sua identità occidentale. In generale la scrittura è frizzante e il bilanciamento tra le parti narrative e quelle più propriamente ludiche è abbastanza equilibrato, anche se in alcuni passaggi la lunghezza dei blocchi narrativi è esagerata e rischia di annoiare. Quello che non annoia, invece, è il potere evocativo della penna di Jayanath. Il mondo steampunk a cui la scrittrice dà vita nel gioco è perfettamente credibile, le descrizioni sono altamente evocative e rappresentano alcuni dei migliori passaggi della narrazione. All'efficacia dell'ambientazione contribuisce anche l'artwork realizzato da [Jaume Illustration](http://www.jaume-illustration.com/?ref=flaviopintarelli.it) che con il suo stile pulito e i colori tenui accompagna l'esperienza di gioco, donandole la sua caratteristica leggerezza grafica. Tutti questi elementi fanno di 80 Days un'esperienza piacevole sia da leggere che da giocare. Qualcosa che si avvicina molto all'interattività delle storie e bivi e dei librigame, con una scrittura appassionante e un progetto narrativo coerente e ben realizzato. Se vi piace il genere o cercate semplicemente un gioco leggero in cui immergervi per qualche ora, l'acquisto è decisamente consigliato. ### Tutte le differenze del giaguaro: ritratto di Fredy Guarín URL: https://flaviopintarelli.it/2015/03/02/ritratto-di-guarin/ Last updated: 2019-12-18T09:41:41.000Z ## Introduzione Se c'è una cosa che la semiotica ci ha insegnato è che non si dà senso nell'assenza di differenza. Il quadrato semiotico, la più immediata visualizzazione di questo insegnamento, viene definito, su [Wikipedia](https://it.wikipedia.org/wiki/Quadrato%5Fsemiotico?ref=flaviopintarelli.it), in questi termini: > Il quadrato semiotico è un metodo di classificazione dei concetti pertinenti ad una data opposizione di concetti quali maschile-femminile, bello-brutto, ecc. e di classificazione dell'ontologia pertinente. Il quadrato semiotico perciò non è altro che la matrice in base a cui, data una coppia di concetti messi in relazione tra loro, si produce un serie ulteriore di meta concetti. Prendiamo come esempio l'essere (S1) e l'apparire (S2). Per questi due concetti il quadrato semiotico presuppone due opposti, il non essere (\~S1) e il non apparire (\~S2). Questi quattro termini sono in relazione tra loro in questo modo: - S1 e S2: sono contrari - S1 e \~S1, S2 e \~S2: sono contraddittori - \~S1 e \~S2: sono subcontrari (possono avere in comune delle zone intermedie) - S1 e \~S2, S2 e \~S1: sono complementari (sono legati da una relazione di implicazione) Qualsiasi concetto ulteriore lo possiamo costruire a partire da questo intreccio di relazioni. Perciò, muovendoci sugli assi orizzontali del quadrato semiotico, definiremo come vero ciò che è in un modo e appare come tale e come falso ciò che non è in un modo e non appare nemmeno come tale. Allo stesso modo, muovendoci sugli assi orizzontali del quadrato, definiremo come segreto ciò che è ma non appare come tale e come menzogna ciò che non è pur apparendo come tale. È il cosiddetto quadrato semiotico di veridizione, sviluppato da Jean Marie Floch. ![Quadrato semiotico di veridizione](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Quadrato-semiotico-di-veridizione.jpg) Il quadrato semiotico è stato introdotto dal linguista e semiologo lituano Algirdas Julien Greimas, che lo ha derivato dal quadrato logico di Aristotele, donandoci un metodo di classificazione che mette la differenza al centro della dinamica di generazione del senso. Se mi sono soffermato a descrivere il ruolo costituitivo che il concetto di differenza riveste nel metodo semiotico, è perché differenze e dicotomie costituiscono oggi il cuore di ogni discorso che provi a inquadrare e capire il destino dell'FC Internazionale. La squadra milanese, che dopo la caduta dell'impero di Mourinho a Milano pare somigliare a una veduta di rovine su cui fatica ad attecchire il germoglio di un futuro, sta provando, tra luci e ombre, tra continuità e rottura, a costruire un nuovo ciclo tecnico e tattico. Il modo migliore per provare a capire il senso di questo percorso è accostare la figura di Fredy Guarín. Che lo sia apprezzi o lo si detesti, Guarín è il giocatore più rappresentativo di questi ultimi 3 anni dell'Inter. Il testo, per restare al lessico semiologico, in cui, con più evidenza, affiorano tutte le dicotomie, le contraddizioni e le differenze di potenziale che oggi costituiscono il senso di una squadra che a soli 5 anni dal Triplete è tornata a vivere la melancolica nostalgia di *grandeur* che ha caratterizzato gran parte della sua storia. Quello che segue sarà, perciò, un racconto di differenze. ![Fredy Guarín](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Fredy-Guarin.jpg) ## Integrità/Infortunio Ufficialmente Guarín arriva all'Inter il 31 gennaio del 2012, dal Porto. Sulla panchina dei nerazzurri siede Claudio Ranieri. Ma ci vogliono due mesi per vedere in campo per la prima volta questo colombiano dallo sguardo tagliente. Ma ragioni e scelte tecniche, qui, non centrano. Poco prima della firma del contratto, durante le visite mediche di rito, nella macchina organizzativa diretta allora da Marco Branca, un ingranaggio stride. I medici nerazzurri evidenziano infatti che il giocatore non ha ancora del tutto riassorbito la lesione al polpaccio rimediata in Novembre, durante una partita della nazionale colombiana, e riacutizzatasi il mese successivo. Nonostante l'infortunio, il giocatore firma ugualmente un contratto biennale per due milioni a stagione. Con il Porto, invece, la società si accorda per il prestito fino a fine stagione, fissando a 11,5 milioni la cifra per il riscatto. Da parte della società di Massimo Moratti è una dichiarazione di stima e fiducia in un giocatore che è pur sempre arrivato rotto. Le voci parlano di una cattiva gestione dell'infortunio da parte dei medici portoghesi. I tempi del recupero non sono chiari e Guarín, pur essendo stato protagonista con [l'assist per il gol decisivo di Falcao](https://www.youtube.com/watch?v=SsdT8d0iaSQ&ref=flaviopintarelli.it) nella finale di Europa League vinta dal Porto solo pochi mesi prima, non è un giocatore la cui fama è così cristallina da tacitare i detrattori. Nella differenza tra integrità e infortunio, sotto il cui segno si apre la carriera interista del giocatore, si annidano e sussurrano tutti i fantasmi della storia nerazzurra. I tanti Vampeta acquistati negli anni, gli scambi scellerati e l'ostinato amore verso giocatori fragili e geniali. È con questo stigma sulle spalle che Guarín debutta con la maglia dell'Inter. È il primo di Aprile, la Domenica delle Palme. Sulla strada che conduce a San Siro i tifosi nerazzurri sventalano ramoscelli d'ulivo per salutare un nuovo profeta. Se Mourinho è Dio, Andrea Stramaccioni, che gli somiglia almeno nello stile, può ambire a sedere alla destra del padre nel cuore dei tifosi interisti. Stramaccioni è il terzo allenatore della stagione. È subentrato a Claudio Ranieri, per il quale è stata fatale la sconfitta per due a zero contro la Juventus, rimediata la giornata precedente a Torino. Nella formazione titolare di quell'Inter, che scende in campo in casa contro il Genoa, giocano ancora molti dei protagonisti del triplete. Sono i guanti di Julio Cesar a custodire la porta, davanti a cui si ergono Zanetti, Samuel, Lucio e Chivu. A centrocampo giostrano Cambiasso e Stankovic, insieme all'ex doriano Poli. In attacco un Forlan mezzo bollito e la meteora Zarate affiancano il Principe Milito. Guarín entra al 60', sulle spalle porta il numero 14, [la data di nascita del figlio nonché il numero di Patrick Vieira](http://archiviostorico.gazzetta.it/2012/marzo/22/Guarin%5Fsta%5Fscadendo%5Finvisibilita%5Fga%5F10%5F120322016.shtml?ref=flaviopintarelli.it) (ma in seguito indosserà il 13). Rileva Stankovic, di cui per molti commentatori è l'erede naturale, per le sue doti fisiche e il tiro potente dalla distanza. La partita è ferma sul 3-2 per i nerazzurri che, dopo un inizio folgorante, hanno concesso due rigori alla squadra ospite Ventiquattro minuti dopo il tabellone di San Siro segna 4-3 per L'Inter. È il minuto numero 84, Obi, anche lui entrato in campo da poco, salta un uomo all'altezza del lato sinistro dell'area di rigore del Genoa. Il terzino nigeriano supera la linea laterale quel tanto che basta per indirizzare un cross basso e teso verso il centro dell'area, dove Guarín, che si è smarcato con un movimento a rientrare, attende tutto solo la palla. Il colombiano controlla il tiro del compagno, la palla schizza via un metro oltre, all'altezza del dischetto. Guarín scatta in avanti e così fanno anche tre difensori del Genoa, che gli si avventano addosso. L'intervento di uno dei tre, Belluschi, è scomposto. Il giocatore prende gamba, caviglia e pallone tutti insieme. Guarín va a terra. Per l'arbitro Valeri non c'è dubbio, penalty e cartellino rosso. Milito calcia - tripletta - e l'Inter si porta sul 5-3\. La partita si chiuderà al 93', con il risultato fissato sul 5-4 dal rigore di Gilardino. Da lì alla fine della stagione farà segnare in totale sei presenze e nessuna rete. ## Timidezza/Grinta "Como estás? Todo bien guerito?", "come butta, tutto bene, biondino?" chiede ridendo il ragazzo mentre agita il microfono per indicare alla videocamera dove inquadrare. La videocamera si abbassa, scende a scatti verso destra. Per un istante un'ombra riempie l'inquadratura. Poi, timidamente, un sorriso tirato fa capolino dal buio. Solo allora, di colpo, la videocamera spazza via l'ombra che riempie l'obiettivo e il volto di Guarín appare per intero. "Sabrosito Carechimba", "da dio, coglione" gli risponde il colombiano. L'anno è il 2006 e il video mostra i festeggiamenti per la vittoria del Boca Juniors nel torneo di Clausura di quell'anno. Sulla panchina della compagine di Buenos Aires, pochi mesi prima, si è accomodato Alfio Basile, l'allenatore destinato a vincere ben 5 tornei consecutivi con quel Boca. Agli *xeneixes* Guarín è approdato proprio insieme a Basile, alla fine dell'estate del 2005\. Per Fredy è la prima esperienza in una squadra di vertice. Nelle due stagioni precedenti, dal 2003 al 2005, ha militato nell'Envigado, la squadra colombiana nelle cui giovanili è cresciuto e si è formato. La stagione 2002/2003, quella del debutto nel calcio professionistico, l'ha invece trascorsa tra le fila dell'Atlético Huila. Né l'Atlético Huila, né l'Envigado sono squadre particolarmente blasonate. Il primo è stato fondato nel 1990, il secondo solo un anno prima e nessuna delle due squadre ha mai vinto un titolo. Guarín, che è nato nel 1986, è più vecchio di entrambe le compagini. Quando arriva al Boca ha 19 anni. Davanti a lui, nelle gerarchie del centrocampo, ci sono giocatori come Fernando Gago, Pablo Ledesma, Federico Insúa e la leggenda del club, Guillermo Barros Schelotto. Nomi troppo importanti per riuscire a ritagliarsi, così giovane, un posto da protagonista in quell'annata straordinaria. Finisce che Guarín in gialloblù gioca soltanto due partite e l'anno successivo lascia l'Argentina per la Francia, destinazione Saint'Etienne. Dell'esperienza nel Boca dirà, in [un'intervista](https://www.youtube.com/watch?v=O8Y2nYJDqhw&ref=flaviopintarelli.it) qualche anno dopo, che in bocca gli è rimasta una sensazione di amaro, una rabbia per non aver potuto dare di più in quella squadra così fantastica e importante. E infatti, se torniamo per un attimo al video dei festeggiamenti del Clausura 2006 e lo riguardiamo ancora, con più attenzione, in quei pochi secondi in cui lo si vede apparire, quella rabbia ci sembra quasi di vederla. Nel suo nascondersi nell'ombra del pullman della squadra, nel suo sorriso timido e tirato a mezza bocca, nel ritmo forzato dell'applauso, negli occhi lucidi e sfuggenti che sembrano voler scansare la videocamera a ogni costo e si arrendono all'obiettivo solo quando questa si avvicina così tanto da non poter essere ignorata. E, infine, in quel "sabrosito carechimba" in cui, nella gioia incontestabile della vittoria, si avverte tutta la delusione di Guarín. Cristallizzata in pochi secondi di video c'è un'altra, fondamentale, differenza attorno a cui si costruisce il senso del testo "Guarín", i cui fili stiamo provando a seguire. La differenza tra la profonda timidezza di un ragazzo che non se la sente di festeggiare perché avverte di non avere un posto nella festa e la grinta rabbiosa di un giocatore consapevole di sentirsi a casa in un posto solo e soltanto: sul campo di pallone. Se non bastasse il video dei festeggiamenti del Boca, per accorgersi della sua timidezza, basterebbe guardare qualche altra intervista, come [questa](https://www.youtube.com/watch?v=u57eEIPFoS4&ref=flaviopintarelli.it) rilasciata alla fine di Settembre 2014 al microfono di Roberto Scarpini. Tutto, nel linguaggio del corpo del giocatore, tradisce il suo disagio e la sua timidezza, il suo sentirsi fuori posto davanti alla videocamera. Gli occhi si muovono febbrili, come se fossero alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, senza riuscire a trovarla. Lo sguardo perciò non osserva mai nessuno direttamente, né la videocamera né il giornalista che gli porge il microfono. Spesso le spalle si stringono, le labbra sono serrate e la voce sembra un sussurro lontano. Ma è davvero questo ragazzo timido è impacciato, quel [guerriero con tecnica](http://www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Inter/02-02-2012/guarin-parla-guerriero-sono-vincente-dimostrero-81224165329.shtml?ref=flaviopintarelli.it) che si è presentato per la prima volta ai tifosi interisti il primo Aprile del 2012? Giovedì 30 Agosto dello stesso anno, San Siro ospita i rumeni del Vaslui per il ritorno del secondo preliminare di Europa League. Per Andrea Stramaccioni, l'uomo che ha fatto debuttare Guarín in nerazzurro, il sesto posto conquistato alla fine della stagione precedente è valso la riconferma. Nonostante quella che inizia sia l'ultima stagione interista per Dejan Stankovic, di cui il colombiano dovrebbe essere l'erede designato, la sera del 30 Agosto il colombiano parte dalla panchina. Alla mezz'ora del primo tempo l'Inter è sotto per 1-0\. Stanciu ha infatti trasformato il rigore che si è procurato dopo un'incursione in area interrotta maldestramente da Castellazzi che gli è franato addosso, facedosi espellere. All'andata è finita 2-0 per i nerazzurri, che ora dovranno resistere alle folate della squadra avversaria in dieci uomini, per tutti i sessanta minuti successivi. All'inizio del secondo tempo Stramaccioni lo butta nella mischia, facendo uscire Samuel e passando alla difesa a tre. Il colombiano è in gran spolvero e prende immediatamente in mano le redini del centrocampo. Con lui in mezzo l'Inter avanza il baricentro e ritrova equilibrio, tanto che al settantacinquesimo trova la rete grazie al sinistro di Palacio, che riceve palla da Coutinho. Purtroppo per gli uomini di Stramaccioni il pareggio dura pochissimo, un minuto soltanto. Quanto basta a Varela per riportare la sua squadra in vantaggio, colpendo di testa in occasione di un calcio d'angolo. Gli ultimi minuti sono drammatici, il Vaslui, a cui basta una rete per qualificarsi, si butta in avanti forte della superiorità numerica. Ed è a quel punto che, per la prima volta, i tifosi interisti vedono apparire, nel volto e nel corpo di Guarín quel Mr Hyde che nelle interviste il giocatore nasconde dietro alla timida parvenza di uno spaesato Dr. Jekill. Il minuto è il novantunesimo. Varela interrompe un'azione interista, smista a favore di un compagno che verticalizza verso Buhaescu, il quale attende il pallone a centrocampo. Zanetti gli sbarra la strada, costringendolo a sterzare verso il centro del campo dove Guarín, in ripiegamento, si è appena fermato per aspettarlo. Il colombiano si frappone con il corpo tra l'avversario e la palla, soffiandogliela dai piedi senza commettere fallo e ripartendo al piccolo trotto. Sui 25 metri Tukura lo affronta in scivolata, ma Guarín gli resiste e prosegue la sua corsa. Tra lui e la porta ora c'è soltanto un difensore. Il giocatore inclina il corpo sulla sinistra, dando l'impressione di voler convergere al centro. Poi, di scatto, sposta il peso del corpo sulla destra ed esegue un doppio passo portandosi il pallone all'altezza del piede preferito. L'avversario resta disorientato per un attimo, quanto basta al giocatore per caricare il tiro e liberare un colpo rasoterra che supera il portiere. !\[Fredy Guarín esultanza\](/content/images/2015/02/Fredy-Guarin-esultanza.jpeg) L'esultanza è un'esplosione di energia repressa. Schiena curva, faccia rivolta a terra, pugni serrati, braccia e gambe che stantuffano in alto e in basso. Come se il giocatore stesse ballando uno skanking folle e solitario. La bocca spalancata in un urlo a metà tra la gioia e la liberazione, come se qualcosa di trattenuto troppo a lungo fosse uscito rompendo gli argini di un carattere altrimenti schivo e introverso e ora fosse libero di riempire col suo frastuono il catino di San Siro che ruggisce. Le esultanze di Guarín sono spesso rabbiose e prorompenti: rabbiose come i suoi tiri dalla distanza, proprompenti come le progressioni con cui il giocatore solca il campo, frantumando le difese avversarie. Timidezza e grinta rappresentano i poli attorno cui si snoda la personalità di questo giocatore. Sembra impossibile che due emozioni tanto distanti possano convivere in modo così puro e intenso nella stessa persona, senza riuscire a trovare una sintesi che le trasformi in qualcosa di unico. Di amalgamato. Perché Guarín, ce ne accorgiamo riga dopo riga, parola dopo parola, non è, in alcun modo, una monade. Guarín incarna l'essenza del doppio. È il duale per eccellenza. ## Inter/Juve La [conferenza stampa con cui viene presentato ufficialmente](https://www.youtube.com/watch?v=fS6ktLjmyUo&ref=flaviopintarelli.it) si svolge pochi giorni dopo il suo debutto in Serie A contro il Genoa. Rispondendo ai giornalisti, in almeno due occasioni, il giocatore ribadisce che la scelta dell'Inter non è stata casuale, bensì è il frutto di una riflessione che dura da almeno due anni e in cui ha avuto un ruolo determinante la mediazione del compagno di nazionale, nonché bandiera nerazzurra, Ivan Ramiro Cordoba. Tuttavia non è un mistero che durante il mercato di gennaio anche la Juventus, la rivale di sempre, lo abbia seguito e per un attimo sia stata molto vicina a prenderlo. Durante la trattativa, ai microfoni di *Radio Catena Nacional*, il [giocatore ha anche pronunciato](http://www.tuttojuve.com/primo-piano/Guarin-esce-allo-scoperto-gioveda-sapra-se-andra-alla-juve-voglio-solo-loro-se-lascio-il-porto-78569?ref=flaviopintarelli.it) una frase che non sembrava lasciare spazio a nessun fraintendimento rispetto alla sua volontà: "Se lascio il Porto, scelgo solo la Juventus". Di carne al fuoco ce n'è abbastanza per giustificare l'insistenza con cui i giornalisti presenti chiedono conto al giocatore della sua scelta. Ovviamente Guarín non può dare adito a dubbi sulla sua volontà di vestire i colori della squadra milanese, anche se, nel prosieguo della sua carriera e alla luce degli eventi, la sicurezza con cui il 5 Aprile 2012 il colombiano spiega la sua scelta potrebbe apparire soltanto una maschera. Non sarà infatti la prima volta che il destino del giocatore sarà sospeso a metà strada tra Milano e Torino, tra il nerazzurro interista e il bianconero juventino. ![Fredy Guarín Colombia](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Fredy-Guarin-Colombia.jpg) Sono passati soltanto due anni dall'arrivo di Guarín all'Inter. Andrea Stramaccioni è stato esonerato dopo la sua prima stagione, funestata da un disastroso girone di ritorno, che ha lasciato la squadra fuori dalle competizioni europee. Ora a guidare i nerazzurri c'è il livornese Walter Mazzarri, arrivato dopo gli anni esaltanti passati sulla panchina del Napoli. Ma la novità più importante è l'avvicendamento alla proprietà. Massimo Moratti ha infatti ceduto la società al miliardario indonesiano Erick Thohir il 15 Novembre del 2013\. Una figura, quella dell'asiatico, che in Italia conoscono in pochi e che fino a quel momento, ma anche dopo, ha rappresentato un enigma per tutti: tifosi, giornalisti e addetti ai lavori. Per il neopresidente il mercato di riparazione del 2014 è il banco di prova a cui tutto l'ambiente lo attende. L'occasione perfetta per tacitare i detrattori, che, complice il congenito provincialismo italiano, non mancano. Tra battutine dal sapore vagamente razzista e dubbi sulla sua competenza in ambito calcistico tutti si aspettano di capire come Thohir si muoverà sul mercato per saggiarne la caratura e le intenzioni nei confronti dell'Inter. E Guarín, come in ogni finestra di mercato che si succede da due anni a questa parte, tiene banco anche nei primi giorni del 2014\. Infatti i *rumor* su una possibile cessione del giocatore si rincorrono già da settimane. Alle voci si aggiunge la considerazione che, da quando Mazzarri è arrivato in panchina, il giocatore sembra aver perso lo smalto della prima stagione in nerazzurro, quando nel 3-5-2 di Stramaccioni sapeva fendere le difese avversarie creando spesso i presupposti per le azioni più pericolose della squadra. Come testimoniano i 7 gol e i 6 assist che mette a segno tra campionato ed Europa League. Il rischio, neanche troppo taciuto, è che il giocatore, a forza di prestazioni incolori, si svaluti. Ma questa volta alla finestra non ci sono né il Chelsea e neppure il Manchester United, due squadre a cui il giocatore è stato affiancato più volte in passato. L'ipotesi più accreditata è quella di uno scambio con la Juventus. In cambio del centrocampista colombiano dovrebbe arrivare a Milano l'attaccante montenegrino Mirko Vucinic. Un giocatore che viene da due stagioni mediocri in bianconero e alla ricerca di un'occasione per rilanciarsi. La trattativa per lo scambio è orchestrata da Marco Branca, lo stesso dirigente che aveva portato Guarín a Milano due anni prima. Coco per Pirlo, Guly per Seedorf, Carini per Cannavaro. Quando si parla di scambi con le rivali la memoria dei tifosi interisti si fa spesso suscettibile. Troppe sono le ferite ancora aperte su cui la notizia dello scambio Guarín-Vucinic brucia come aceto. La differenza rispetto al passato è che la vicenda accade nell'epoca dei *black mirror* e della comunicazione istantanea. Ci vuole davvero poco perché la rabbia e la delusione dei tifosi interisti esondino sui social network. Difficile quantificare il peso che la reazione dei tifosi ha avuto nella vicenda, fatto sta che a chiudere definitivamente la trattativa ci pensa proprio il neopresidente in persona. Thohir [interviene con una nota ufficiale](http://www.bausciacafe.com/2014/03/26/parola-di-erick-thohir-rendiamo-grazie/?ref=flaviopintarelli.it), dichiarando che, nonstante l'annucio fatto dai dirigenti bianconeri, "con la Juve non c’era nulla di firmato" e che i dirigenti bianconeri "hanno sbagliato a rendere pubblico un messaggio privato, sono dovuto intervenire per difendere il nome dell’Inter". Ai primi di febbraio Thohir dà il benservito a Marco Branca, comunicando la [risoluzione consensuale del contratto](http://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/inter/2014/articoli/1026568/l-inter-dice-addio-a-marco-branca.shtml?ref=flaviopintarelli.it). A restare in nerazzurro, invece, è proprio Guarín, che [firma il rinnovo](http://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Inter/24-03-2014/inter-ora-ufficiale-guarin-ha-firmato-fin-2017-80303419986.shtml?ref=flaviopintarelli.it) fino al 2017. Per la seconda volta nella sua carriera, Guarín sceglie di restare a Milano. Lo fa sull'onda del sostegno e della fiducia di tifosi e società, ma nonostante nel mercato di gennaio abbia giocato il ruolo di bandiera interista in un faccia a faccia contro la più acerrima nemica, è ancora lontano dal diventare un idolo della tifoseria. Come sempre in questa storia, sono le differenze a comandare il gioco. Luci e ombre, delusione ed entusiasmo si addensano sul suo destino, strattonandolo nell'ennesimo circuito. ## Applausi/Fischi 31 Marzo 2014, sette giorni dopo il rinnovo di Guarín, due mesi dopo l'*affaire* Vucinic. È una serata di primavera come ce ne sono tante, l'Inter è ospite del Livorno allo stadio Armando Picchi. Ha giocato una partita discreta trovando più volte la conclusione o provando a suggerire in area per i compagni, ma invano. Il colombiano non ha segnato e nemmeno ha fatto segnare. Al minuto 85 riceve un retropassaggio da Palacio poco dopo la metà campo. I nerazzurri conducono per 1-2, grazie alle reti di Hernanes e Palacio. Per gli amaranto è andato a segno il brasiliano Paulinho, lasciato completamente solo in area durante un calcio d'angolo. Spavaldo, Duncan fronteggia il colombiano, costringendolo a indietreggiare di qualche metro per difendere palla. Pressato dall'avverasrio Guarín prende la decisione peggiore. Calcia forte il pallone, indietro, verso la sua porta, dove solo due difensori sono rimasti a guardia del portiere. Il pallone, calciato rasoterra, viaggia velocemente, prendendo Samuel in controtempo. Alle sue spalle scatta Emeghara. Il giovane attaccante svizzero di origine nigeriana è veloce, troppo veloce perché i muscoli e i polmoni del vecchio muro interista possano contrastarlo. E il pallone di Guarín è preciso, troppo preciso, per non rincorrerlo. Emeghara arriva per primo sul retro passaggio, lo controlla e si porta col pallone appena dentro l'area. La posizione è centrale, lo specchio della porta presidiata da Handanovic completamente spalancato. L'attaccante non deve far altro che dare al suo destro abbastanza potenza e il minimo di precisione necessaria per insaccare il tiro. È il 2-2 che chiude la partita. ![Fredy Guarín Porto](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Fredy-Guarin-Porto.jpg) Quel retro passaggio inaugura il periodo più basso della sua parabola interista. I tifosi che solo pochi mesi prima avevano inondato di messaggi i social network per impedire lo scambio con Vucinic oggi non risparmiano fischi e rimbrotti all'indirizzo del giocatore. I velenosi tiri dalla distanza che i portieri avversari avevano imparato a temere si sono trasformati in ridicoli *home run*. Le rabbiose progressioni in dribbling diventano scalpiccii goffi e indisponenti. Anche gli appoggi più semplici, in quel momento, sono infidi e scivolosi. Quelle che un tempo erano giocate capaci di strappare applausi a scena aperta sembrano svanire come il ricordo di glorie passate. Campione o brocco? L'intera permanenza di Guarín all'Inter si gioca sotto il segno di questa alternativa, della differenza tra fischi e applausi, che sembra non doversi risolvere mai. Perché Guarín ha la straordinaria capacità di passare da un estremo all'altro dello spettro del talento inaspettatamente e senza soluzione di continuità, non dando alcun punto di riferimento che aiuti a capire la sua reale consistenza, il suo vero valore. Guarín non dà certezze, appigli, sicurezze. Guarín semina punti di domanda, alternative e bivi. C'è, ad esempio, un rapporto di causa/effetto tra la posizione che occupa in campo e le sue prestazioni? All'inizio di un [video di Scout Nation](https://www.youtube.com/watch?v=dFztsbGZAe8&list=PLsQkB0iThWaZKLVgdSmZvwY4bhsvvRfE4&ref=flaviopintarelli.it) la capacità di passaggio, la forza e la capacità di lavorare per la squadra sono indicate come i punti di forza del giocatore. Caratteristiche che lo hanno reso un centrocampista completo. Infatti è nel ruolo di interno destro che il giocatore si è espresso ai suoi livelli migliori. Al Porto è quella la [posizione che occupa nell'aggressivo 4-3-3](http://www.mistermanager.it/il-porto-di-andre-villas-boas/?ref=flaviopintarelli.it) di Villas Boas. Da quella posizione infatti può sfruttare la sua forza per aggredire il portatore di palla avversario e, una volta recuperata la sfera, ripartire esplodendo la progressione in velocità. Ribaltando rapidamente il vettore d'attacco Guarín si trova spesso in condizione di tirare dalla distanza ed essendo in possesso di un tiro potente e preciso trova con regolarità la porta e la rete. L'azione che porta al secondo gol di Milito nella partita vinta contro la Juve allo Stadium, il 3 Novembre 2012, è un esempio perfetto della sua giocata tipo. Il colombiano pressa Pirlo e gli porta via il pallone sulla propria trequarti. Avanza fino al limite dell'area avversaria allungandosi la palla per bruciare Chiellini nel suo tentativo di chiudere lo specchio. A quel punto, defilato sulla destra dell'area, tira di destro. La respinta di Buffon finisce dritta sui piedi dell'accorrente Milito, che insacca da pochi passi. Ma anche quando non arriva al tiro, Guarín è comunque in grado di essere pericoloso servendo l'assist in corsa per i compagni (un'altra delle sue specialità), crossando dalla trequarti o cercando il fondo. Oltre che da interno destro, nel corso della sua carriera, ha giocato da trequartista in Francia. Ma è all'Inter che sperimenta i più significativi trasformismi tattici. Quando Stramaccioni, dopo qualche mese di esperimenti, trova nel 3-5-2 la quadratura del cerchio, Guarín gioca titolare fisso nella posizione che predilige. La disposizione dei centrocampisti centrali è pressoché identica a quella del centrocampo del Porto, con Cambiasso a fare le veci di Fernando davanti alla difesa e Gargano sulla sinistra, dove nel Porto giocava Joao Moutinho. Con Mazzarri invece le cose cambiano. Pur giocando con lo stesso modulo, il livornese lo adopera anche come esterno o, più spesso, in una posizione non particolarmente definita, a metà tra il trequartista e la seconda punta. La pubalgia di Icardi e l'infortunio di Milito infatti costringono Mazzarri a schierare Palacio centravanti con Guarín in appoggio. Ma giocando così vicino all'area di rigore avversaria, in una posizione che lo costringe spesso a ricevere palla sui piedi, con le spalle alla porta, non può sfruttare le sue doti migliori: la capacità di recuperare la sfera e ripartire in velocità sfruttando la sua forza fisica e la resistenza nei contrasti. Pur essendo tecnicamente dotato, Guarín non ha infatti la capacità di girarsi in spazi brevi e saltare l'uomo da fermo. Spesso è costretto a indietreggiare, giocando il pallone verso centrocampisti e difensori, o a fare la boa, suggerendo l'appoggio per l'uno-due nelle combinazioni strette. La manovra complessiva della squadra ne risente, rallentando o spezzandosi proprio in prossimità degli ultimi metri quando sarebbe necessario concretizzare il gioco espresso. ![Fredy Guarín Grido](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Fredy-Guarin-Grido.jpg) Per quanto sia duttile e si adatti a giocare in qualsiasi ruolo che gli venga assegnato, Guarín non sembra in grado di recitare [la parte del jolly](http://www.ultimouomo.com/jolly/?ref=flaviopintarelli.it) e il suo rendimento complessivo cala di conseguenza. L'incapacità di incidere come un tempo, la difficoltà nel portare a termine giocate prima facili, i fischi e il malcontento sempre meno celato dei tifosi sono per lui un forte motivo di frustrazione. Anche se spesso cerca di fare buon viso a cattivo gioco il suo disagio e la sua rabbia sono palesi. Eppure, come spesso accade in questa che è una storia di bivi e differenze, di scelte e di porte girevoli, è quando le cose sembrano essere ormai definitivamente compromesse che qualcosa interviene a rovesciare il tavolo. Quel qualcosa si chiama Roberto Mancini. Uno che all'Inter, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo. È l'allenatore che ha riportato a Milano lo scudetto dopo anni di digiuno, quello che ha posto le fondamenta della squadra che Mourinho ha portato alla vittoria nello storico triplete (tanto che al termine della sua prima stagione il portoghese ha dichiarato che quella non è una sua vittoria, ma una vittoria di Mancini). Il Mancio torna a Milano nel novembre del 2014 per sostituire un Mazzarri ormai visibilmente logorato dalle avverse condizioni ambientali. L'Inter fatica a trovare continuità di risultati e stenta nel gioco, spaurita, fragile e incapace di offendere. L'ambiente è ostile, sfiduciato e pessimista. A Mancini viene affidato il compito di invertire la rotta. Con il nuovo allenatore Guarín torna a giocare titolare con continuità. Mancini comincia il suo secondo mandato nerazzurro sperimentando un 4-2-3-1 in cui il colombiano, prima dell'arrivo di Shaqiri e Podolski, viene provato in diverse zone della trequarti. Sia centrale, che in posizione di esterno destro. Nonostante il giocatore in quella posizione fatichi a rendere, il nuovo allenatore non smette di dargli fiducia, al punto da assegnargli anche la fascia di capitano in alcune gare in cui Ranocchia non scende in campo. Sono in molti a domandarsi cosa Mancini creda di vedere in un giocatore le cui qualità passano talmente sottotraccia da ormai essere svanite dai radar. Eppure Mancini continua a credere in Guarín e a schierarlo titolare nelle sue formazioni. L'11 gennaio 2015, proprio contro quel Genoa che lo ha tenuto a battesimo al suo debutto in Italia, sembra arrivare un segnale di cambiamento. Completato l'inserimento di Shaqiri e Podolski, Mancini può arretrarlo in mediana, al fianco del cileno Medel. Il colombiano, riportato nella posizione in cui riesce a esprimersi meglio, gioca una grande partita. Attacca, difende, crea per i compagni e sembra aver aggiustato la mira nel tiro. Non segna, non serve assist ma è comunque il migliore in campo. La partita termina 3-1 con le reti di Palacio, Icardi e Vidic, un altro giocatore dato ormai per perso, che invece porta a casa una prestazione convincente. Se il destino non fosse altro che una serie di eventi casuali e sconnessi, ci sarebbe da pensare che la stagione è arrivata a una svolta, che da quel momento in avanti si può tornare a correre, con il terzo posto come traguardo da raggiungere. Anche il calendario, a guardarlo la sera dell'11 gennaio, sembra offrire auspici benevoli alla squadra di Mancini. Empoli, Torino, Sassuolo, Palermo, Atalanta e Cagliari sono partite abbordabili, almeno sulla carta. Ma il destino, che per definizione è cinico e baro, se non lo si aiuta con l'audacia riserva spesso brutte sorprese e cocenti delusioni. Contro l'Empoli la squadra appare molla e imbambolata e non va oltre lo 0-0\. La giornata successiva il Torino si porta a casa i tre punti grazie a una rete segnata da Moretti all'ultimo respiro. Sette giorni dopo, a Sassuolo, l'Inter crolla miseramente, demolita sotto i colpi della squadra emiliana. Al termine della partita lui e Icardi si beccano coi tifosi. ![Guarín Litigio coi tifosi Sassuolo](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Guarin-Litigio-coi-tifosi-Sassuolo.jpg) Guarín si batte il petto, indica il cuore e lo urla pure che ce lo sta mettendo, il muscolo cardiaco. Dalla curva franano i fischi, le maglie regalate dai due giocatori vengono ributtate in campo, a sfregio. È a questo punto che qualcosa si muove. Come se la scintilla accesa a Genoa avesse covato sotto le ceneri del trittico maledetto e il livore dei tifosi l'avesse alimentata fino a farla bruciare fuori controllo. Passa ancora una settimana e a San Siro l'Inter aspetta l'arrivo del Palermo di Dybala e Vazquez. Mancini ha cambiato modulo ancora una volta, passando dal 4-2-3-1 al 4-3-1-2, lo stesso schema che ne aveva fatto le fortune durante il suo primo periodo interista. Con questo modulo Guarín può tornare a giocare nella posizione che più lo esalta, la mezzala destra. Tornare a guardare il portiere dritto negli occhi sembra spezzare definitivamente i ceppi che da mesi imbrigliano il giaguaro interista. Guarín apre le marcature, segnando di testa, sul corner battuto da Shaquiri, anticipando con rabbia Ranocchia. Dopo tanto tempo San Siro riecheggia ancora del ruggito del giaguaro. I compagni si stringono a lui e dalla selva di mani che lo abbracciano e teste che gli parlano, per un istante, emerge il suo volto di. Il giocatore sembra guardare di nascosto verso le tribune, verso il pubblico, volubile, che dopo i fischi e le ingiurie, acclama di nuovo a gran voce il suo nome. Forse è solo suggestione, ma un angolo della bocca si solleva appena, impercettibile, in un accenno di sorriso divertito e beffardo. Prima del fischio finale fa ancora in tempo a servire l'assist per il gol di Icardi, che chiude il match sul 3-0\. Kovacic scatta poco dopo la metà campo, accompagnato da Guarín che attira su di sé un centrocampista e un difensore. Il croato lo serve in profondità, e lo scatto lo porta dritto dentro l'area di rigore avversaria. Raggiunge il fondo, rallenta, quanto basta per saltare il difensore che prova a contrastarlo e mette la palla in mezzo, dove Icardi, di testa, insacca. Sette giorni dopo contro il tabù Atalanta, è ancora una volta il migliore in campo. Non solo si procura il rigore che sblocca la partita, ma realizza anche una doppietta. La prima rete è un tiro di sinistro dal limite che scocca dopo essersi liberato in dribbling di tre avversari, la seconda è un destro telecomandato con cui trafigge il portiere da 25 metri. Integrità e infortunio, timidezza e grinta, Juve e Inter e ora, che ci avviciniamo alla fine di questo racconto, applausi e fischi. La storia di Guarín è una storia di differenze, in cui la scelta non è mai definitiva, neppure certa. Non c'è mai certezza, in questa storia, perché questa è una storia di bivi e deviazioni, di fluttuazioni incontrollabili e di vuoti d'aria che lasciano senza fiato. In mezzo a tutto questo c'è lui, il protagonista, Guarín. Il colombiano dagli zigomi affilati e dallo sguardo sfuggente, timido e rabbioso allo stesso tempo. Rabbioso perché timido, forse. Guarín è un mistero sospeso perennemente tra due scelte, tra due opportunità, e questa sera, che dalla tastiera stillano affaticate le ultime parole di questa storia, abbiamo goduto della sua ultima prodezza. "Como estás? Todo bien guerito?" verrebbe da chiedergli stasera, dopo aver eliminato il Celtic. ### La distruzione del museo di Ninive: Rodari e l'ISIS URL: https://flaviopintarelli.it/2015/02/27/distruzione-museo-ninive-isis/ Last updated: 2019-12-18T10:40:41.000Z [Distruzione del museo di Ninive](https://vimeo.com/120697019?ref=flaviopintarelli.it) from [Mazzetta](https://vimeo.com/user37813435?ref=flaviopintarelli.it) on [Vimeo](https://vimeo.com/?ref=flaviopintarelli.it). > Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l'ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva mai non sia! lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l'esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino. Se dal profondo della sua tomba o dall'alto dei cieli il compianto Gianni Rodari me ne vorrà, mentre scrivo queste parole, non potrei certo biasimarlo. Accostare il suo nome alla barbarie fascista dell'ISIS non è una cosa che andrebbe fatta a cuor leggero. Spero perciò che quanto seguirete a leggere sia abbastanza sensato da giustificare l'azzardo. C'è un racconto, nelle *Favole al telefono*, che non smetteva di venirmi in mente ieri, quando ho avuto il dispiacere di vedere i miliziani dell'ISIS devastare a colpi di mazza le antiche statue del museo di Ninive. S'intitola, quel racconto, [*Il palazzo da rompere*](http://www.poesie.reportonline.it/racconti-di-gianni-rodari/racconto-di-gianni-rodari-il-palazzo-da-rompere.html?ref=flaviopintarelli.it). E narra di come una volta, nella città di Busto Arsizio, venne costruito, per guarire i bambini dalle loro scalmane, un palazzo tutto da rompere. Quegli uomini barbuti, armati di mazze, che fracassano le statue m'hanno ricordato i bambini di Rodari che, armati di martello, si dedicano alla minuziosa distruzione del palazzo da rompere. L'iconoclastia ha sempre, almeno per me, un che di infantile. Il piacere di rompere qualcosa, che sia il ghiaccio che si forma d'inverno sulla superficie di una pozza o il vetro della finestra d'un edificio abbandonato, riempie e appaga, ci fa tornare bambini, da adulti che siamo, in un reame dove le regole sono talmente minimizzate e relative da sparire. Ci interessa godere del fragore dei cocci, della scarica di adrenalina che proviamo quando assesstiamo il colpo e vediamo l'oggetto della nostra furia sgretolarsi davanti agli occhi. La logica di sopraffazione è la stessa mostrata nei video delle decapitazioni, solo meno solenne, più ridanciana, nonostante i ralenti che vorrebbero sottolineare l'inesorabile logica delle mazzate. Che destino ci attende dunque, al termine della storia? Rodari racconta che al quarto giorno, lacera e impolverata, l'armata bambina esaurì le forze di fronte ai muri del palazzo da rompere e si ritirò. Ma se pensate che lo scheletro di cemento dell'edificio rimase in piedi, vi sbagliate. Dopo i bambini, furono gli adulti che cominciarono a demolire il palazzo, finché non ne rimase traccia. Nella distruzione di quelle pietre non abbiamo perso solo opere d'arte di grande interesse e importanza. In quella distruzione abbiamo reciso un filo che ci legava al passato, alla storia dell'umanità tutta. L'azzeramento della memoria, la tabula rasa degli strati che creano la nostra storia e identità, per dar vita a un paesaggio di macerie che diventa condizione imprescindibile della costruzione di un nuovo ordine. Questo, io credo, sia l'obiettivo delle martellate dell'ISIS. ### Un lustro su Twitter URL: https://flaviopintarelli.it/2015/02/20/lustro-twitter/ Last updated: 2019-12-18T11:18:40.000Z Di solito non sono uno che dà grande importanza a ricorrenze e anniversari. Vuoi perché ho la memoria corta, vuoi perché spesso queste ricorrenze sono l'occasione per vuoti esercizi retorici o memorialisitici. Eppure a questo anniversario ci penso ormai da qualche mese. Oggi, 20 Febbraio 2015, sono 5 anni che è attivo [@El\_Pinta](http://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it), l'alias con cui ho creato il mio account su Twitter. Facendo un po' di matematica si tratta di 1826 giorni, contando il 2012, l'unico anno bisestile compreso in questo lustro. E a pensarci bene è un gran quantità di tempo. A oggi ho postato 22.997 tweet, con una media di 12,5 tweet al giorno e il mio primo cinguettio recitava "let's start today", ovvero il titolo di una [canzone dei Gorilla Biscuits](https://www.youtube.com/watch?v=niTFJT%5FpNoM&ref=flaviopintarelli.it). Anche se ai tempi lo avevo trovato sottilissimo, probabilmente non è affatto un modo originale di presentarsi. Ma sono pronto a scommettere che i vostri primi tweet non fossero tanto più profondi. Se non ve li ricordate potete sempre scaricare l'archivio di tutti i vostri tweet come ho fatto io. Tornando alla matematica, nell'ottobre 2010 Twitter è online già da quattro anni e, a quell'epoca, [in Italia](http://vincos.it/2010/10/10/quanti-italiani-usano-twitter/?ref=flaviopintarelli.it) c'erano circa 1.3 milioni di utenti registrati, anche se quelli attivi su base mensile erano solo 350.000\. Non parliamo certo di folle oceaniche. Tra i primi utenti che ho seguito c'era gente che seguo ancora oggi. E se faccio uno sforzo di memoria non credo di sbagliare se dico che c'erano già personaggi del calibro di @zeropregi e @yamunin, tra i primi account con cui ho scambiato due chiacchere. E c'era pure @simonebruni con cui facemmo la twitter cronaca di uno Juve-Inter (o era Inter-Juve?) molto prima che fare le twitter cronache fosse mainstream. All'epoca il mio avatar era un'immagine grezzissima che avevo creato con Photoshop e poi stampato su una maglietta. Raffigurava la sagoma del pad di un vecchio Nintendo 8 bit in nero su campo rosso con la scritta nerd pussykiller. Che era l'affettuosa espressione con cui ci aveva definito un amico una sera che avevamo deciso di rimanere a casa a giocare a Gears of War invece che uscire. Cosa che, tra l'altro, accadeva con una frequenza tutt'altro che rara, rendendo l'espressione "nerd ammazzafighe" decisamente calzante per me e il mio gruppo di amici dell'epoca. Twitter ai tempi era una terra straniera. Per me che non avevo mai saputo abbandonare My Space per passare a Facebook, che consideravo una specie di country club da fighetti con la puzza sotto il naso (ti scongiuro Marc, abbi pietà di me, ero giovane e inesperto), rappresentava un modo squisitamente hipster per stare un passo più avanti nella rivoluzione digitale. Credo di [averlo già spiegato altrove](http://blog.futbologia.org/2012/08/identita-e-appartenenza-call-for-paper-per-la-rivista-lancillotto-e-nausica/?ref=flaviopintarelli.it) ma nel ruolo dell'outsider mi ci ritrovo a pennello. ![Nerd Pussykiller](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/nerd_pussy_killer.jpg) E nel 2010 non c'era nulla di più hipster, sfigato e outsider che aprire un account su Twitter per fare social networking con...nessuno, visto che nessuno nel mio giro di amici stava su Twitter (qualcuno ci è approdato molti anni dopo, solo per andarsene alla chetichella dopo pochissimo). È proprio questa caratteristica che ha reso Twitter così speciale per me, fin da subito. Era uno spazio infinitamente più libero dalla mimesi delle tue relazioni sociali che si costruiva su Facebook. Se un qualcuno twittava roba interessante, se era piacevole chiaccherarci, lo seguivi, altrimenti no. Nulla di più semplice. Inoltre, più tempo passavi su Twitter, più la tua rete aumentava e più il senso di partecipazione e vicinanza con le persone si faceva intenso. Se c'è una cosa di cui posso e voglio e devo ringraziare Twitter sono sicuramente le amicizie e gli incontri che mi ha permesso di fare. Se oggi posso bermi un caffè in compagnia quasi ovunque, da Nord a Sud dello stivale, è senza dubbio merito delle conoscenze fatte su Twitter. Sugli incontri avvenuti fuori da Twitter ho almeno due aneddoti abbastanza simili da raccontare. Il primo si svolge a Siena, nell'estate del 2011\. Sono di passaggio in città, diretto a Roma, non chiedetemi il perché. Tra una corriera e l'altra ho circa 4 o 5 ore da passare in città e nessun amico o compagno di università quel giorno è in giro per fare quattro chiacchere. Poco male, la città la conosco, i posti dove pranzare pure, è una bella giornata di sole e posso fare il turista. In piazza Salimbeni, sotto la sede dell'allora solido Monte dei Paschi, scatto una foto e la posto. Pochi minuti dopo ricevo una notifica su Twitter da @puncox, un twittero con cui chiacchero spesso. Mi dice solo "guarda nella foto". Apro la galleria, cerco la foto e sul lato destro c'è un tizio. Maglietta a maniche corte, pantaloni neri, occhiali scuri. Uno più uno, è lui! @puncox lavora per MPS e stava uscendo per bere un caffè al bar. Gliene propongo al volo un secondo, accetta. Per me Twitter è stato anche questo. E tanto altro. ![Twitter Whale](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Twitter-Whale.png) Twitter è stato il battesimo da mediattivista. Il [3 luglio 2011](http://www.lavoroculturale.org/mediaclash-pratiche-di-resistenza-e-teoria-dei-media/?ref=flaviopintarelli.it), la giornata No Tav dei nervi#saldi. Un pomeriggio d'estate, passato davanti allo schermo, radio Black Out in streaming e la Timeline davanti agli occhi. Leggere, verificare, mettere in ordine, diffondere. Sperimentare sul proprio corpo la forza dei legami creati attraverso quei frammenti di vicenda che viaggiavano nell'etere. Sensazioni che ricordero a lungo. E poi le discussioni, i flame e i troll. Lotte a volte aspre, altre ridicole, altre volte ancora insensate. Sul modo in cui si comportano gli utenti, quando discutono su Twitter, il Pew Research Center ci ha fatto pure [uno studio molto interessante](http://www.pewinternet.org/2014/02/20/mapping-twitter-topic-networks-from-polarized-crowds-to-community-clusters/?ref=flaviopintarelli.it). Ne è venuto fuori che quando si discute di argomenti politici, temi caldi che separano, su Twitter nascono le cosiddette *polarized crowds*, le folle polarizzate. Cluster di utenti che si aggregano intorno a una sola visione del mondo e che, ignari degli altri, discutono di un tema linkando risorse e usando hashtag all'insaputa di chi la pensa diversamente da loro. E se putacaso i due schieramenti s'incontrano, apriti cielo! La litigata è assicurata e nel match non si risparmiano colpi bassi, scorrettezze, ditate negli occhi, graffi e tirate di capelli. E nonostante tutto, nonostante i grillini, nonostante i @romafaschifo, le @lasoncini e i @riotta sono ancora lì, su Twitter, ogni giorno o quasi. Ci sono e ci resto perché su Twitter c'è una bella fetta della persona che sono oggi e che non ero cinque anni fa. Spesso, chiaccherando tra amici, qualcuno mi chiede perché passo su Twitter un bel po' del mio tempo. Di solito gli rispondo raacontandogli più o meno le stesse cose che ho raccontato in questo post. Ma la risposta potrebbe essere molto più semplice di così: su Twitter ci sto bene. E questa è l'unica cosa che conta davvero. ### New Clues, un manifesto per il futuro della Rete URL: https://flaviopintarelli.it/2015/02/09/new-clues/ Last updated: 2019-12-18T09:51:01.000Z È il 1999 quando David Weinberger, Doc Searls, Rick Levine e Christopher Locke pubblicano per la prima volta le 95 tesi che compongono il loro [*Cluetrain Manifesto*](http://cluetrain.com/?ref=flaviopintarelli.it#manifesto). L'anno 2000 è alle porte e qualcuno ancora teme per gli effetti, prossimi a venire, del [millennium bug](https://it.wikipedia.org/wiki/Millennium%5Fbug?ref=flaviopintarelli.it). La [*Dot-com Bubble*](https://it.wikipedia.org/wiki/Bolla%5Fdelle%5Fdot-com?ref=flaviopintarelli.it) scoppierà di lì a pochi mesi e anche se nessuno se lo aspetta, l'11 Settembre fa capolino da dietro un angolo. Ma di tutti questi avvenimenti, i quattro non hanno ancora sentore. Le 95 tesi, che richiamano apertamente quelle raccolte da Martin Lutero nella sua *Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum*, affissa il 31 Ottobre del 1517 al portone della chiesa del castello di Wittemberg, affrontano il nodo del rapporto tra i mercati e le persone in Rete. La prima e la più celebre di queste tesi afferma che > Markets are conversations. Ovvero che i mercati sono conversazioni e siccome le conversazioni sono prerogativa degli esserei umani: > Markets consist of human beings, not demographic sectors. Lo scopo del manifesto è di indicare con chiarezza chi sono gli attori protagonisti della Rete e del suo sviluppo, in una parola: le persone. I mercati online che le aziende cercano di conquistare, con l'antiquato lessico bellicoso del marketing, non sono altro che le singole persone connesse in un'infrastruttura il cui libero accesso consente lo scambio di pacchetti d'informazione da persona a persona attraverso precisi protocolli informatici. All'interno di questa rete i linguaggi si evolvono. Le conversazioni avengono con un tono umano, orizzontalmente, seguendo la logica delle connessioni che attraversano i nodi. Dall'atteggiamento di passiva accettazione della comunicazione tradizionale, si stava passando a un atteggiamento di partecipazione attiva ai processi di costruzione dell'informazione. La forza delle tesi di Weinberger, Searls, Levine e Locke stava innanzitutto nell'atteggiamento eretico che riportava le persone al centro del dibattito, sottraendolo alle secche della comunicazione *corporate*. In secondo luogo nel loro ragionamento possiamo scorgere, a posteriori, una capacità di anticipazione realmente profetica. L'enfasi posta sul ruolo delle conversazioni come centro della cultura e dell'esperienza digitale ritorna oggi nell'importanza che i social network si sono guadagnati nell'ecosistema digitale. La gestione delle nostre conversazioni rappresenta infatti la principale forma di mediazione della nostra esperienza in Rete e, per molti utenti, anche l'unica forma con cui sono presenti. I *New Clues* raccontano uno scenario profondamente mutatto rispetto al precedente *Cluetrain Manifesto* Sedici anni dopo il *Clutrain Manifesto*, al cospetto di uno scenario profondamente mutato, Weinberger e Searls sono tornati con 121 nuove tesi per il futuro della Rete, i cosiddetti [*New Clues*](http://cluetrain.com/newclues/?ref=flaviopintarelli.it). Questo lasso di tempo, oltre allo scoppio delle Dot-com e all'11 Settembre, è stato caratterizzato da altri eventi di capitale importanza. La guerra al terrorismo apertasi dopo l'attentato alle Torri Gemelle e chiusasi con l'assassinio di Osama Bin Laden e la fine della missione ISAF in Afghanistan ha eroso in pochi anni il nostro concetto di privacy. Lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA sta lì a dimostrarlo. Allo stesso modo, è cresciuto il potere che le aziende esercitano sulla nostra vita di cittadini digitali. La quantità di dati e metadati personali che trasferiamo ogni giorno su server di proprietà di aziende private ci rende sempre meno persone e sempre più target e segmenti di mercato. Parallelamente anche la neutralità della Rete, uno dei valori cardine che le hanno permesso di crescere e prosperare fino a diventare il sistema operativo della nostra cultura, comincia a essere minacciata. > It has been sixteen years since our previous communication. > In that time the People of the Internet — you and me and all our friends of friends of friends, unto the last Kevin Bacon — have made the Internet an awesome place, filled with wonders and portents. > From the serious to the lolworthy to the wtf, we have up-ended titans, created heroes, and changed the most basic assumptions about How Things Work and Who We Are. > But now all the good work we've done together faces mortal dangers. Weinberger e Searls esordiscono così, sedici anni dopo il primo manifesto, avvertendoci immediatamente che che tutto quanto di buono siamo riusciti a ottenere in questi sedici anni corre ora un pericolo mortale. Ma di che pericolo di si tratta? La risposta arriva poco righe più sotto: > Now two more hordes threaten all that we have built for one another. > The Marauders understand the Internet all too well. They view it as theirs to plunder, extracting our data and money from it, thinking that we are the fools. > But most dangerous of all is the third horde: Us. Due sono le minacce più urgenti a cui è necessario rispondere. E una delle due siamo noi stessi. Noi utenti di internet che sempre più di frequente perdiamo la nostra identità di individui per diventare massa indistinta a disposizione di chi vuole saccheggiare i nostri soldi e i nostri dati. Dimenticandoci che la Rete è stata costruita per non avere alcuno scopo se non quello di muovere pacchetti di dati, senza privilegiare alcun utilizzo in particolare. > The first among these is: Thy network shall move all packets closer to their destinations without favor or delay based on origin, source, content, or intent. Quello che nel 1999 sembrava ormai dato per acquisito, la natura di bene comune che caratterizzava la Rete, oggi deve essere ribadito. Ribadire questo concetto, per Weinberger e Searls, signifca rimuoverne le incrostazioni che si sono formate sulla sua superficie. E ribadire cosa la Rete non è. - La rete non è contenuto: > A teenager's first poem, the blissful release of a long-kept secret, a fine sketch drawn by a palsied hand, a blog post in a regime that hates the sound of its people's voices — none of these people sat down to write content. - La rete non è un medium: > On the Net, we are the medium. We are the ones who move messages. We do so every time we post or retweet, send a link in an email, or post it on a social network. - La rete non è fatta di app: > In the Kingdom of Apps, we are users, not makers. La Rete, vale la pena ripeterlo ancora una volta, non è nessuna di queste cose. La rete siamo noi, utenti connessi gli uni con gli altri da un'infrastruttura totalmente aperta che possiamo utilizzare, modificare e far crescere giorno dopo giorno. Essere consapevoli di questo nostro ruolo, sfuggire alla pigrizia indotta da chi sa come mettere a profitto le nostre stesse esistenze, anche fuori dalle tradizionali relazioni di lavoro, e ridiventare parte attiva del sistema operativo della nostra cultura sono l'unico modo per garantirci un diritto attivo di cittadinanza digitale. Perché oggi la Rete è la nostra cultura e se vogliamo davvero essere parte di essa dobbiamo rivendicare i nostri diritti adesso, prima che nuove *enclosures* ci chiudano fuori da quanto abbiamo creato e continuiamo, con le nostre stesse mani. ![The Cluetrain Manifesto](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/The-Cluetrain-Manifesto.jpg) ### Contro la coerenza URL: https://flaviopintarelli.it/2015/02/02/contro-la-coerenza/ Last updated: 2021-05-04T20:21:24.000Z Mio padre è nato nel 1946\. Fortunatamente per lui non ha fatto in tempo a sentire le ultime cannonate della Seconda Guerra Mondiale, ciononostante è cresciuto coi lasciti di quel conflitto. Che a Bolzano significava crescere tra le macerie dei bombardamenti, oppure rischiare di [morire giocando con le munizioni della contraerea tedesca](http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2011/08/04/news/salviamo-il-bunker-di-via-einstein-1.4268456?ref=flaviopintarelli.it). A otto anni, mio padre rimase orfano. Mio nonno, che non ho mai conosciuto, morì di fabbrica, stroncato da una malattia che non gli venne diagnosticata da un medico famoso per la sua connivenza coi padroni dello stabilimento Lancia di Bolzano. Quella malattia venne inclusa tra le malattie professionali solo dopo qualche tempo, non abbastanza per far sì che la famiglia di mio padre potesse ottenere un risarcimento o una pensione. Orfano di padre, nell'Italia segnata dalla guerra, mio padre iniziò a lavorare a 14 anni, apprendista sarto nella bottega di due immigrati calabresi. Era il 1960, l'alba del miracolo italiano. Come tanti altri giovani bolzanini, negli anni in cui i ragazzi formano la propria identità, mio padre avrebbe potuto diventare genericamente di destra, come suo fratello, se non addirittura fascista, come molti altri suoi coetanei. Nulla di più normale, in una città in cui il MSI ha preso, per oltre 50 anni, le più alte percentuali di voto nazionali in proporzione al numero di abitanti. Bolzano è una città in cui l'essere italiani e l'essere fascisti sono spesso la stessa cosa. Eppure mio padre, anche se oggi è vittima incosapevole del virus gentista, a quei tempi non divenne né di destra e neppure fascista, ma anarchico. Leggeva Bakunin e amava Proudhon; senza che nessuno glelo avesse insegnato, mio padre aveva capito che non avrebbe mai potuto sedersi dalla parte dei potenti. ![Bombardamento Bolzano 1945](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Bombardamento-Bolzano-1945.jpg) Un giorno di qualche anno fa, parlando con lui, probabilmente della vita e dei massimi sistemi come solo un padre e un figlio possono fare, mi disse che era orgoglioso di essere riuscito a "fare i soldi, anarchicamente". Dove "fare i soldi" significava non aver mai fatto mancare nulla di ciò che è essenziale a mia sorella e a me, e di averci concesso, di quando in quando, anche una certa dose di superfluo. Mentre "anarchicamente" significava averlo fatto rimanendo sempre onesto, al di fuori di logiche di arrivismo e sopraffazione. In una parola, senza mai abusare nell'esercizio del suo piccolo, foucaultiano Potere. Conservare la vecchia casa di famiglia, quella in cui oggi posso convivere con la mia compagna senza doverci preoccupare di pagare un affitto, è una delle cose che mio padre è riuscito a fare anarchicamente. In questa palazzina di due piani, alla periferia di Bolzano, distante solo pochi metri dalla fabbrica che uccise mio nonno, ci sono anche tre fondi. Due dei quali sono ancora di proprietà di mio padre, mentre il terzo appartiene a mio zio. In uno dei due fondi di nostra proprietà c'è un salone di parrucchiere. Gerardo, detto Gerry, è un casertano che vive e lavora qui da diversi anni. Antipaticamente berlusconiano, seppure bravissima persona, Gerry ha un rapporto particolare con mio padre. Pur sapendo che da nessun'altra parte potrebbe trovare un affitto più conveniente non perde occasione per punzecchiare mio padre sul suo personale anarchismo. Gli rinfaccia di essere ricco e lo provoca dicendo che, in quanto anarchico non dovrebbe fargli pagare l'affitto. "Non sei coerente" dice spesso Gerry "non siete forse voi anarchici a dire che quello che è tuo è mio e viceversa?". La risposta di mio padre è, invariabilmente, un bonario vaffanculo: "dell'anarchia, Gerry, non capisci un cazzo!" Ho ripensato ai siparietti tra mio padre e Gerry giusto qualche settimana fa, quando uno dei miei contatti su Facebook ha condiviso, con intento perculatorio, un vecchio post, [*L'inguaribile sinistra degli idioti: No Coca e No Tav*](http://www.enrico-sola.com/2005/11/linguaribile-sinistra-degli-idioti-no-coca-e-no-tav/?ref=flaviopintarelli.it), firmato da Enrico Sola aka [@suzukimaruti](https://twitter.com/suzukimaruti?ref=flaviopintarelli.it). Per chi non lo conoscesse, @suzukimaruti è un blogger, di mestiere copywriter, fondamentalista Si Tav, famoso per aver aizzato la canea digitale con una clamorosa bufala su [Bobbio oltraggiato dai No Tav](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6991&ref=flaviopintarelli.it), che venne smontata a stretto giro di posta, facendogli perdere qualsiasi credibilità gli fosse rimasta. Nel post citato sopra, il bersaglio di @suzukimaruti sono, oltre gli immancabili No Tav, quelli che lui chiama i No Coca. Ovvero un gruppo di consiglieri comunali torinesi rei di aver fatto approvare in Comune un ordine del giorno per discutere del boicottaggio dei prodotti marchiati Coca Cola, in seguito alle notizie di ripetuti abusi verso i campesinos da parte del ramo colombiano dell'azienda. Stiamo parlando del 2005. Come Gerry con mio padre, anche @suzukimaruti tira in ballo la coerenza come architrave del suo ragionamento. E lo fa citando niente meno che Lenin, perché @suzukimaruti, è bene ricordarlo per chi non conoscesse il personaggio, ci tiene a ribadire che lui è sempre stato, è e sarà sempre di sinistra. Anche quando dice e fa cose di destra, un po' come quelli che non sono razzisti, perché è colpa dei negri se puzzano. (P.S. qui uso le parole sinistra e destra per indicare categorie cognitive ampie. Qualsiasi riferimento a formazioni politiche italiane, sedicenti di sinistra, è frutto della vostra mente. Perciò vi consiglio di consultare uno bravo davvero. E si, sto parlando del PD se non ci siete arrivati) > Cazzo, ma nessuno ha letto Lenin tra questi? > Azioni di questo genere richiedono coerenza. Se inizi un boicottaggio hai il dovere morale di essere coerente e boicottare TUTTE le aziende che maltrattano i lavoratori (lungi da me il difendere gli infamoni della Coca-Cola in Colombia: l’unico colombiano che tratterei male di default è Montoya). > Perché la Coca-Cola sì e la Nike no? E la Reebok no? E le compagnie petrolifere? E le case farmaceutiche? ![Martin Luther King Rosa Parks](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Martin-Luther-King-Rosa-Parks.jpg) @suzukimaruti avrà anche letto Lenin, ma il suo argomento è pretestuoso. Un boicottaggio è, e cito dalla [definizione del vocabolario Treccani](http://www.treccani.it/vocabolario/boicottaggio/?ref=flaviopintarelli.it), "un'azione, più o meno concordata, tendente a isolare da un consorzio o da un mercato individui, enti o prodotti, sia a fine di lotta, sia per rappresaglia". Ovvero una forma di lotta localizzata e indirizzata con precisione verso un singolo obiettivo, condotta con tenacia e duratura nel tempo. Ora, a dieci anni di distanza, non è mia intenzione discutere quanto fosse credibile, come boicottaggio, quello del Comune di Torino verso i prodotti marchiati Coca Cola, bensì ragionare su un certo modo di utilizzare il concetto di coerenza. Immagino che negli anni '50 ci sarà stato un qualche @suzukumaruti americano che, di fronte al [boicottaggio dei bus a Montgomery](https://it.wikipedia.org/wiki/Boicottaggio%5Fdei%5Fbus%5Fa%5FMontgomery?ref=flaviopintarelli.it) avrà ricordato al Movimento per i Diritti Civili e al reverendo King che lui era un liberal fatto e finito, ma che se davvero volevano fare un boicottaggio avrebbero dovuto avere il dovere morale di boicottare TUTTI i mezzi di trasporto segregazionisti, nessuno escluso. Lo stesso, una decina di anni dopo, avrebbe citato Lenin per ricordare ai pacifisti che boicottare solo Dow Chemical, per protestare contro l'utilizzo del Napalm in Vietnam, era incoerente se non si fossero boicottate anche Lockhead e Martin Marietta. E via scendendo l'intero apparato produttivo americano e mondiale. Così intesa, la coerenza non è altro che un manganello retorico, un espediente da squadrismo linguistico buono per sedare sul nascere ogni forma di ragionamento che miri a scardinare il dominio dell'esistente. Non so se qualcuno, un filosofo o uno storico delle idee, abbia mai scritto una storia culturale della coerenza, di cui di certo ci sarebbe bisogno. Ma questo modo di ragionare a me pare una forma perversa di francescanesimo, per cui chiunque voglia criticare lo stato di cose è tenuto, da un non meglio precisato dovere morale, a spingere sempre la sua critica alle estreme conseguenze. Così come San Francesco abbandonò ogni suo avere per seguire la parola del Signore, allo stesso modo chi vuole boicottare un qualsiasi soggetto a causa dei suoi comportamenti deve, per coerenza, boicottare qualsiasi altro soggetto che si comporti in maniera non conforme alle proprie idee. Il che è, evidentemente, impossibile, perché siamo immersi fino al midollo nell'esistente e negarlo in nome del proprio idealismo significa negare l'esistente stesso. Per chi eleva la coerenza a unico valore, metro e fondamento dell'azione politica, come fa @suzukimaruti, non può esistere alcun discorso e, tantomeno, alcuna azione che possa portare fuori dalle logiche e dalle ideologie dominanti. Perché qualsiasi discorso e qualsiasi azione che cadano fuori da questo dominio sono e saranno sempre incompleti e incoerenti. Qualche mese fa, alla fine della presentazione di un mio libro in un centro sociale di Benevento, sono stato avvicinato da un ragazzo che si era presentato come "membro del collettivo anarchico". Voleva sapere se, da compagno, io fossi favorevole o no alla contaminazione dello skateboarding da parte del *big business* e di multinazionali come Nike o Adidas. Ho cercato di spiegargli che lo skate, pur esprimendo un immaginario ribelle, era da sempre una sottocultura legata a logiche di business. E che il business è stato ed è una componente fondamentale per lo sviluppo della disciplina. Senza investimenti non ci sarebbe mai stata ricerca sui materiali e quindi evoluzione tecnica. Senza il coinvolgimento delle aziende non esisterebbe un circuito professionistico e un ragazzo non potrebbe pensare di fare dello skate la sua carriera. Tutto questo ha, naturalmente, delle conseguenze. Alcuni tratti culturali caratteristici dello skateboarding rischiano di venire erosi. Laddove ci sono business e un circuito professionistico tende a venir meno l'idea che lo skate sia una disciplina individuale dove la competizione ha un peso relativo. Oppure si può assistere a una spettacolarizzazione crescente del gesto tecnico a discapito di stili meno "televisionabili". Rischi concreti a cui lo cultura dello skate risponde, di volta in volta, con tattiche e strategie precise. ![Insurrezione Kollwitz.jpg](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Insurrezione-Kollwitz.jpg) Una petizione di purezza assoluta, nello skate come nell'azione politica e nella vita di ogni giorno, è impossibile. Ma questa impossibilità non dimostra, in alcun modo, che il pensiero radicale e trasformativo sulle cose sia una forma di incoerenza. Coerenza significa, nella sua accezione etica, l'aderenza dei comportamenti di una persona alle proprie idee. Chi punta il dito sulla mancanza di coerenza del pensiero radicale agisce come se le idee non fossero abbarbicate come un rampicante alla nostra realtà concreta e tangibile e, di conseguenza, modellate su di essa. Al contrario, agisce come se le idee esistessero pure e separate dal mondo, disponibili per ogni evenienza in un serbatoio da cui basterebbe travasarle per attuarle. Ma questo non ci è concesso, perché viviamo immersi in una sola realtà, e con le sue contraddizioni dobbiamo confrontarci. So benissimo quanto le compagnie petrolifere perseguano lo sfruttamento e politiche dannose per l'ambiente. Ma non posso rinunciare all'automobile, perché questa mi è essenziale per poter svolgere il mio lavoro. E lavorare mi è richiesto per poter adempiere ai doveri - e godere dei diritti - che mi vengono richiesti dall'organizzazione sociale in cui mi sono trovato a vivere. Quello che posso fare, per rimanere fedele e coerente con le mie idee, è riconoscere le contraddizioni che mi trovo ad abitare e prendermene carico. Per esempio facendo scelte di consumo critico. Ragionando sulla natura dei miei bisogni e sui miei desideri. Cercando di soddisfarli riducendo l'incidenza dello sfruttamento. Posso essere No Tav e, contemporaneamente, viaggiare su un treno ad alta velocità senza per questo venir meno alle mie convinzioni? Se l'attuale sistema di mobilità non mi offre alcuna alternativa praticabile e in accordo con esigenze che sono in parte mie e in parte imposte, credo che la risposta sia si. Questa circostanza, che mi rende incoerente agli occhi di chi non sa far altro che ridurre il mondo alla scelta tra accettazione incondizionata e rifiuto impossibile, mi permette invece di approfondire la conoscenza della contraddizione che sono costretto a vivere. Perché non ci è data la possibilità di scegliere il mondo in cui viviamo e le regole che lo governano. Quello che possiamo fare è provare a cambiarle, consapevoli del fatto che con il mondo che ci è stato dato in sorte dobbiamo scendere a compromessi. È per queste poche, e semplici ragioni che sono contro la coerenza. ### Tre conferenze (e un workshop) su videogame, cinema e guerra URL: https://flaviopintarelli.it/2015/01/21/tre-conferenze-sui-videogame/ Last updated: 2019-12-18T10:49:47.000Z Ogni anno, da diversi anni a questa parte, il Centro Culturale Trevi della Provincia di Bolzano organizza l'iniziativa [*Nel Cerchio dell'Arte*](https://www.facebook.com/NelCerchioDellArte), un percorso espositivo multimediale che affronta, di anno in anno, diversi temi legati all'arte. Quest'anno, in occasione del centenario della I Guerra Mondiale, la mostra è curata in collaborazione con il MART di Rovereto e tratta appunto il tema del conflitto. Quale occasione migliore per approfondire il rapporto tra la guerra e le due tecnologie della visione più importanti rispettivamente del XX e del XI secolo? Nasce così un percorso di approfondimento su cinema, guerra e videogiochi che si articolerà, tra Gennaio e Marzo, in tre conferenze e un workshop. Si parte mercoledì 28 Gennaio con la prima conferenza, dove avrò l'onore e il piacere di introdurre [Costanzo Colombo Reiser](http://www.ultimouomo.com/author/costanzo-colombo-reiser/?ref=flaviopintarelli.it) in un appuntamento intitolato *Pop Gaming - I videogiochi nella nostra cultura*. Ne approfitteremo per raccontare cosa rappresentano i videogiochi oggi nella nostra cultura: uno straordinario mezzo d'espressione, un'industria miliardaria, un prodotto culturale straordinariamente complesso. ![Super Mario World Map](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Super-Mario-World-Map.png) Il mese successivo, mercoledì 25 Febbraio, sarà mio ospite [Massimiliano Coviello](https://alegrafast.academia.edu/MassimilianoCoviello?ref=flaviopintarelli.it), amico e compagno d'avventure di lunga data, Massimiliano è anche un raffinato semiologo e studioso del visivo. Chi meglio di lui, che lo studia da anni, per parlare della lunga relazione tra cinema e apparato bellico? ![Dr Strangelove riding the bomb](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Dr-Strangelove-riding-the-bomb.jpg) Infine, il 25 Marzo, sarà la volta di [Filippo Lorenzin](http://www.digicult.it/it/authors/filippo-lorenzi/?ref=flaviopintarelli.it), curatore indipendente e critico d'arte contemporanea, con cui chiuderemo il nostro percorso avventurandoci nei percorsi che legano la simulazione ludica con quella militare. Con l'arte a fare da filo d'Arianna per la nostra conversazione. ![Call of Duty](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/01/Call-of-Duty.jpg) Last but not least, il workshop. Tre lezioni da due ore ciascuna, riservate a studenti delle scuole mesie superiori, per imparare come si costruisce un gioco da tavola per simulare gli elementi che danno vita a un conflitto. A curare questo percorso, Valerio Bonfrate, web&game designer freelance. Insomma se siete curiosi di conoscere più da vicino il mondo dei videogiochi non dovete far altro che appuntarvi queste date sull'agenda e venirci a trovare al [Centro Culturale Trevi](http://www.provincia.bz.it/cultura/centro-trevi/centro-trevi.asp?ref=flaviopintarelli.it) di Bolzano. Tutte le conferenze cominciano alle ore 18.00. ### #ioleggopiùdirenzi i dieci tweet migliori URL: https://flaviopintarelli.it/2015/01/14/ioleggopiudirenzi-dieci-tweet-migliori/ Last updated: 2021-01-07T13:21:00.000Z > Rispondiamo agli insulti di Renzi con un libro! Fai un tweet con quello che stai leggendo e [#ioleggopiùdirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopi%C3%B9direnzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/xs7WhKlqXH](http://t.co/xs7WhKlqXH?ref=flaviopintarelli.it) > > — Matteo Salvini (@matteosalvinimi) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/matteosalvinimi/status/555039164799127552?ref=flaviopintarelli.it) Con le dimissioni di Napolitano ormai divenute realtà e sulla scorta della tragica settimana vissuta da Parigi, anche il dibattito politico nazionale s'infiamma. A [dare fuoco alle polveri](http://www.corriere.it/politica/15%5Fgennaio%5F13/renzi-salvini-polemica-libri-leggerne-piu-2-difficile-voi-b14f9f24-9b46-11e4-bf95-3f0a8339dd35.shtml?ref=flaviopintarelli.it) è il fulgido ex sindaco di Firenze, nonché segretario del PD, nonché premier, Matteo Renzi. Chiudendo il semestre di presidenza italiano dell'Unione Europea, Renzi cita Dante, ricevendo una salva di fischi dai banchi della Lega. Piccato il premier risponde agli europarlamentari della Lega Nord, che piace anche al Sud e nelle isole, "capisco che leggere più di due libri è difficile, per alcuni" A stretto giro di posta arriva il contrattacco di un Matteo Salvini. Il leader del carroccio (ma si dirà ancora, carroccio?) in versione [Stuka](https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0CB8QFjAA&url=http%3A%2F%2Fit.wikipedia.org%2Fwiki%2FJunkers%5FJu%5F87&ei=hVa2VJyKMM%5FXauqigYAK&usg=AFQjCNFXA6%5FeHtm5kgO3gyQ8WCUoSLrkbA&sig2=LbpsXycqAB35E5pCDy%5Fibg&bvm=bv.83640239,d.d2s) digitale sgancia su Twitter l'hashtag `#ioleggopiùdirenzi`. A destra non ci stanno a passare per ignoranti e il bombardamento si fa più intenso. Ben 890 tweet martellano da ore la rete (fonte [Topsy](http://topsy.com/analytics?q1=%23ioleggopi%C3%B9direnzi&via=Topsy&ref=flaviopintarelli.it)). Morti e feriti non si contano. La popolazione è paralizzata nei rifugi o in fuga verso il confine in cerca di salvezza. Certo di fare un servizio utile a tutti, ho deciso di sfidare il bombardamento e aggirarmi tra le macerie alla ricerca dei dieci tweet migliori taggati `#ioleggopiùdirenzi`. Ne è venuta fuori un'interessante sociologia della lettura di destra, che lascio a voi il compito di decifrare come meglio credete. ## Quando c'era lei Indubbiamente *La Rabbia e l'Orgoglio* è ormai uno dei classici della lettura di destra. Povera Orianona, chissà che penserebbe, se fosse ancora viva. Meno male che le è stato risparmiato questo scempio, anche se il suo spirito indomito e controcorrente resta vivo e acceso nel cuore di ogni lettore di destra. Ottimo per dare al proprio becerume quell'aura d'intellettualità essenziale per fare una bella figura in società, questo libro è un must in ogni scaffale IKEA *Billy*, pardon *Guglielmo*. > Sicuramente [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) e dico meno stupidaggini. [@matteorenzi](https://twitter.com/matteorenzi?ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/KHatGZd2yx](http://t.co/KHatGZd2yx?ref=flaviopintarelli.it) > > — Giacomo Zobbio (@JekStain) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/JekStain/status/555038707527716864?ref=flaviopintarelli.it) ## Distopie Altro grande classico della lettura di destra, il George Orwell di *1984*. Scelta meno scontata rispetto a *La fattoria degli animali*, e polemica. Il capolavoro distopico dello scrittore inglese infatti è più ricco di contraddizioni e ambiguità rispetto all'apologo *animalier*. Perfetto per rimarcare che anche i lettori di destra sono capaci di analisi articolate, capito Matteo?!? > 1984, se tutti l'avessimo letto, non saremmo in questa situazione. [@matteosalvinimi](https://twitter.com/matteosalvinimi?ref=flaviopintarelli.it) [#ioleggopiùdirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopi%C3%B9direnzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/RLKNo7s9aA](http://t.co/RLKNo7s9aA?ref=flaviopintarelli.it) > > — Domenico Salatino (@DomSalatino) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/DomSalatino/status/555041869559005184?ref=flaviopintarelli.it) ## Convergenze parallele Nicolai Lilin, lo scrittore immigrato che piace a Casapound, è perfetto per mandare un messaggio di convergenza tra i bravi ragazzi del terzo millennio e la Lega futuristica e nazi-pop che piace tanto a Salvini. Educazione Siberiana è il perfetto punto d'incontro tra le due tendenze della destra nazionale: quella stradaiola e ribelle e quella di palazzo. Ovviamente da tenere a mente il consiglio dello scrittore russo sull'opprotunità di farsi educare in Siberia. > [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/FH3i97EqvB](http://t.co/FH3i97EqvB?ref=flaviopintarelli.it) > > — piccolo perfido (@diegocantavai) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/diegocantavai/status/555043169197629440?ref=flaviopintarelli.it) ## Accademia e autodeterminazione La rivista dell'associazione culturale *Terra Insurbe*, coi suoi evidenti richiami di sapore accademico, rimarca la capacità del lettore di destra di impegnarsi in letture ostiche. Meglio ancora se i temi toccano le insorgenze antigiacobine dal Varesotto al Bresciano e l'epopea Carlo Del Teglio, l'anima celtica della Valsassina. > [#ioleggopiùdirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopi%C3%B9direnzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [#renzipuzza](https://twitter.com/hashtag/renzipuzza?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/huoMV8jJtd](http://t.co/huoMV8jJtd?ref=flaviopintarelli.it) > > — Tullio Angioletti (@TullioAngio) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/TullioAngio/status/555044002899443712?ref=flaviopintarelli.it) ## Un uomo per tutte le stagioni Stupisce vedere l'incubo della destra berlusconiana tra le letture della destra salviniana. Eppure lui, il riccioluto castigamatti catodico, è un uomo per tutte le stagioni. L'importante è rompere il cazzo, non importa a chi o come, basta rompere il cazzo. Non avete ancora capito di chi si sta parlando? Ma è semplice, si tratta di Marco Travaglio. > [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [@matteosalvinimi](https://twitter.com/matteosalvinimi?ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/K744SedrSZ](http://t.co/K744SedrSZ?ref=flaviopintarelli.it) > > — Irene S. (@irene\_salv) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/irene%5Fsalv/status/555045989401497600?ref=flaviopintarelli.it) ## Evergreen Il *Libro nero del comunismo*, quanti ricordi. Bei tempi, cos'era? Il '98 o il '99? Comunque c'era Silvio al massimo del suo splendore e poi mortadella Prodi. E la Serie A era ancora il campionato più bello del mondo. E i comunisti pagavano lo scotto dei loro crimini e c'era sempre una nuova foiba da scoperchiare. Sigh, bei vecchi tempi andati... > [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/IMuIGW8sot](http://t.co/IMuIGW8sot?ref=flaviopintarelli.it) > > — Andrea (@AndreaOlma) [14 Gennaio 2015](https://twitter.com/AndreaOlma/status/555289120738918402?ref=flaviopintarelli.it) ## Digitale Non conosco il libro, ma è bello vedere che anche i lettori di destra hanno abbracciato la rivoluzione digitale. Ereader ed ebook non spaventano di certo l'elettore leghista. Anzi l'innovazione è una battaglia da combattere tanto quanto il contrasto all'immigrazione clandestina e la lotta contro i campi Rom. > [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) e sono orgoglioso di essere leghista 😝 [pic.twitter.com/wqapRfdTJQ](http://t.co/wqapRfdTJQ?ref=flaviopintarelli.it) > > — Max1966 (@MmMax1966) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/MmMax1966/status/555114827879047168?ref=flaviopintarelli.it) ## English please L'utente @italygenocide ci tiene a sottolineare al premier che lui legge soprattutto in inglese. Nessuno però gli ha fatto notare l'incongruenza tra la difesa dell'italianità e l'uso del barbaro idioma d'albione. Qualcuno potrebbe passare un brutto quarto d'ora... > [#ioleggopiudirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopiudirenzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) in inglese, tra l'altro. [pic.twitter.com/fI0JhLQu7i](http://t.co/fI0JhLQu7i?ref=flaviopintarelli.it) > > — italygenocide (@italygenocide) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/italygenocide/status/555067118547664897?ref=flaviopintarelli.it) ## E alla fine un po' di relax Perché va bene leggere libri impegnati, ma la figa è sempre la figa. > [@matteosalvinimi](https://twitter.com/matteosalvinimi?ref=flaviopintarelli.it) [#ioleggopiùdirenzi](https://twitter.com/hashtag/ioleggopi%C3%B9direnzi?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/fDNHBl2rUr](http://t.co/fDNHBl2rUr?ref=flaviopintarelli.it) > > — daniele (@ManglaDan) [13 Gennaio 2015](https://twitter.com/ManglaDan/status/555040324138315777?ref=flaviopintarelli.it) ## Il libro che non c'era Menzione speciale per *Soumission* di Houellebecq. Il libro, twittato ieri da Matteo Salvini, sarebbe stato pubblicato soltanto dopodomani. Accortisi dell'[epic fail](https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0CB4QqQIwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.giornalettismo.com%2Farchives%2F1709169%2Flepic-fail-salvini-legge-i-libri-futuro%2F&ei=l2q2VMfmL4XmywPAj4KwCA&usg=AFQjCNHdD08lV8gpcDPTTO50j6U0Sdn03Q&sig2=bA2n-HUgNKiKCokRiKd2fA&bvm=bv.83640239,d.bGQ), al comando supremo della Lega Nord hanno prontamente rimosso il tweet futuristico, sotituiendolo con il già citato *1984*. Segno che almeno il libro di Orwell lo hanno letto fino alla fine. > [#Houellebecq](https://twitter.com/hashtag/Houellebecq?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) suspend la promotion de son roman [#Soumission](https://twitter.com/hashtag/Soumission?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) [http://t.co/OO3el1KtRW](http://t.co/OO3el1KtRW?ref=flaviopintarelli.it) [pic.twitter.com/7NNGtxnClo](http://t.co/7NNGtxnClo?ref=flaviopintarelli.it) > > — Le Devoir (@LeDevoir) [8 Gennaio 2015](https://twitter.com/LeDevoir/status/553315517788733441?ref=flaviopintarelli.it) ### Ritratto di trentenne in veste di scrittore URL: https://flaviopintarelli.it/2015/01/07/chi-e-uno-scrittore/ Last updated: 2019-12-18T10:59:57.000Z È passato quasi un mese da quando [*Su Facebook*](http://www.duepunti.org/prodotto/su-facebook/?ref=flaviopintarelli.it) ha compiuto un anno di vita. Mentre sono ormai quasi due mesi che [*Stupidi Giocattoli di Legno*](http://www.agenziax.it/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) è arrivato nelle librerie. Chi mi segue sul blog o sui social network lo sa o almeno dovrebbe saperlo, visto che di questi due libri parlo abbastanza spesso. Ora accade che, specialmente dopo l'uscita di *Stupidi Giocattoli di Legno*, forse perché un libro di carta sembra più reale di un ebook, la gente ha cominciato a darmi dello scrittore. E la cosa, lo confesso, mi causa un certo grado d'imbarazzo da cui difficilmente riesco a uscire con argomentazioni convincenti. Perché quando qualcuno, che non conosce dall'interno le dinamiche del mondo editoriale, ti dà dello scrittore sembra sempre attribuirti una sorta statuto altro, magico, auratico. Come se il fatto di aver pubblicato un libro ti rendesse diverso non solo da lui ma anche diverso dalla persona che eri fino a quel momento, e che continui a essere. Il che è comprensibile, perché nella nostra cultura la parola "scrittore" non indica soltanto chi scrive, per passione o per lavoro, ma in senso più ampio chi con la scrittura ottiene una sorta di successo, per quanto effimero, che è, appunto, la pubblicazione. Ovvero il diventare "pubblico", e perciò visibile, e dunque riconosciuto all'interno di un circuito che premia proprio la visibilità e la riconoscibilità. E poco importa se oggi [pubblicare è diventato nulla più che un tasto](http://genius.com/Clay-shirky-how-we-will-read-annotated?ref=flaviopintarelli.it) sulle principali piattaforme di produzione digitale. Perché l'idea della pubblicazione come forma di successo, e quella dello scrittore che ne deriva, sono più forti e radicate di questa evidenza. L'ultima volta che mi hanno chiamato "scrittore" è capitato a cena con alcuni amici, quando la compagna di uno di loro s'è complimentata per il libro chiedendomi appunto, con una certa serietà, se da ora in poi avrebbe dovuto chiamarmi "scrittore". Ne è seguito un imbarazzato siparietto in cui cercavo di spiegare che no, non sono, o perlomeno non mi sento uno scrittore. Una cosa non semplice da spiegare, dato che non esiste un'altra parola per identificare chi scrive e pubblica un libro. E infatti, la mia amica mi ha prontamente domandato: "e allora, se non sei uno scrittore, ma hai pubblicato un libro, come devo chiamarti?" Scrivente, se potessi usarla facilmente, sarebbe la parola che userei per descrivermi, perché ha in sé una sfumatura di ancora non compiuto che trovo perfettamente adeguata a descrivere chi, come me, scrive ma sente di non aver ancora raggiunto una completa padronanza della scrittura come mezzo espressivo. A questo punto è probabile che più d'un lettore di questo post si stia chiedendo: "allora, caro mio, se non senti d'essere uno scrittore pur avendo scritto due libri, entrambi pubblicati da editori non a pagamento, che cosa, per te, rende tale uno scrittore?". Ed è una domanda legittima di fronte a un imbarazzo che, a molti, potrebbe sembrare soltanto spocchia travestita da falsa modestia. Il primo criterio che secondo me rende tale uno scrittore è un criterio economico. Uno scrittore è qualcuno a cui la scrittura paga le bollette e mette in tavola la pagnotta. Perché penso fortemente che la scrittura sia un lavoro e credo anche che lo scrittore debba essere conscio che questa sua capacità possa e debba essere, a volte, messa a disposizione di chi ne ha bisogno o di chi la richiede. Naturalmente questo criterio economico, ne sono consapevole, è debole, confuso e attaccabile. Io stesso conosco diversi bravi scrittori che dalla scrittura non ricavano un soldo o almeno non ne ricavano abbastanza da potersi mantenere. Eppure non fatico a definirli scrittori. Questo accade perché riconosco in loro almeno altri due aspetti che nella scrittura mi paiono fondamentali e irrinunciabili: la ricerca della costanza e la ricerca della tecnica. La costanza è l'abitudine a scrivere sempre e indipendentemente dalla possibilità di essere pubblicati. Scrivere come esercizio quotidiano, come allenamento alla scrittura e come forma di produttività. È qualcosa che io fatico a permettermi e che per questo motivo rimpiango molto. La tecnica invece è la riflessione sulla forma e sullo stile della propria scrittura. Il lavoro sulla lingua e il tuning della propria voce. Della tecnica fanno parte lo studio della punteggiatura e la [lettura come dissezione della scrittura altrui](http://vibrisse.wordpress.com/2014/11/24/la-formazione-dello-scrittore-27-vanni-santoni/?ref=flaviopintarelli.it). La tecnica assume poi un aspetto ulteriore, per me che sono principalmente un *web writer* per passione e in parte per lavoro. Perché nel web la tecnica di scrittura non è solo forma e stile, lingua e voce. La scrittura digitale è anche formattazione e leggibilità, ottimizzazione e ipertestualità. Tutto ciò si declina in una forma di testualità che è anche tipografica, non soltanto scritturale. Dove gli equilibri non sono soltanto tra le parole, ma tra diverse componenti del testo: dalle immagini ai mark up html che creano i diversi livelli di lettura, comprensione e uso del testo. Fino all'architettura complessiva della piattaforma che scegliamo di utilizzare, almeno quando ci è possibile intervenire direttamente su di essa. Sostentamento, costanza e tecnica sono, ricapitolando, gli elementi che rendono tale uno scrittore. O, almeno, sono questi gli elementi dalla cui parziale mancanza si produce il mio imbarazzo nell'essere definito scrittore e la mia difficoltà nel definirmi tale. Forse in questo mio imbarazzo c'è qualcosa di radicalmente sbagliato. È una forma d'imbarazzo molto personale e privata e non andrebbe scambiata, come a volte è successo, per un tentativo d'imporre ad altri un pensiero e una visione delle cose che è solo mia. Non mi interessa, qui, stabilire i criteri di una qualsivoglia ontologia dello scrittore. Piuttosto riflettere su certi automatismi del pensiero. Come quello che mi vuole scrittore grazie alla pubblicazione di un libro, cartaceo. Nonostante, a conti fatti, io scriva con una certa regolarità in rete e altrove da anni. Automatismi che sono altrettanti indicatori dei concetti con cui la cultura costruisce i nostri immaginari. Ma forse, in questo mio imbarazzo profondo, c'è qualcosa di radicalmente sbagliato - spocchia travestita da falsa modestia, come dicevo più sopra - e a tutti gli effetti due libri pubblicati, senza l'ausilio di un grimaldello economico, mi rendono uno scrittore a tutti gli effetti. A dispetto del fatto che io, dalla scrittura, non ci ricavi abbastanza soldi da potermi comprare tutto il tempo necessario per scrivere, senza sottrarlo, come accade oggi, dal lavoro e dalla vita. E forse dovrei arrendermi all'evidenza che le persone, anche quelle che mi sono vicine da tanto tempo, prenderanno a guardarmi e trattarmi in modo diverso da prima. Come se una manciata di parole, stampate nero su bianco in un foglio di carta o formattate da un foglio di stile su uno schermo, avessero la qualità magica di rendermi più colto e intelligente e, allo stesso tempo, di smussare gli spigoli meno piacevoli del mio carattere: "è vero, sarà pure uno stronzo, egocentrico, saccente e spocchioso individuo; ma è pur sempre uno scrittore". Mi chiedo se questi pensieri facciano parte dell'esperienza di altri? Persone che, come me, scelgono la scrittura come mezzo per provare a dare forma ai propri pensieri. Come si resta coerenti a se stessi quando qualcosa che cade in un'alterità radicale interviene a modificare l'immagine che gli altri hanno di noi? Come - in definitiva mi domando, e non ho ancora trovato risposta - si convive con questo stigma della scrittura? ### Listagram #0: il mio 2014 in cifre URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/il-2014-in-cifre/ Last updated: 2018-09-05T09:54:30.000Z Dicembre, tempo di panettoni, canti natalizi, regali e vin brulé. Tempo di bilanci. Sulla vita, sul lavoro, sulle cose fatte durante l'anno. In questo post trovate un mix di statistiche e classifiche sulle cose più belle che mi sono capitate nel 2014. Il mio 2014 è stato un anno bello intenso, caratterizzato da enormi scazzi e soddisfazioni ancor più grandi. Di cose, in questi 365 giorni, me ne sono capitate un tot. Alcune, quelle a cui tengo di più, sono passate qui dentro o in giro per i vari social. Altre le ho tenute rigorosamente separate, ma questo non vuol dire che non si sentano, per qualche strana e tortuosa via traversa, anche da queste parti. Tra le varie cose degne di nota ho pubblicato il mio secondo libro, quello *Stupidi Giocattoli di Legno* con cui vi tedio da Ottobre, e lo sto portando in giro per lo Stivale. Ho condotto un programma in radio, scritto per Corriere Innovazione, aperto questo blog, tenuto lezioni, seguito corsi, conosciuto gente e ampliato gli orizzonti. In una parola, mi sono preso una bella serie di sbattimenti. E anche se l'anno sta per finire, quelli non vanno mai in pausa, mai in ferie. Ci sono sempre, sia quelli belli che quelli meno belli. Comunque, visto che s'avvicina la fine, e il conseguente nuovo inizio, ho deciso di tirare un po' le somme della cose fatte quest'anno. Perciò, di seguito trovate una serie di classifiche che riassumono il senso di questo mio 2014\. Volevo metterle in un unico mega post, ma c'era così tanto materiale multimediale e cazzate varie che caricava così lentamente da costringermi a desistere. Non mi resta che augurarvi una buona fine e un ottimo inizio e lasciarvi alla lettrua delle mie liste. [Listagram #1: i dieci articoli più letti su questo blog](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/12/30/articoli-piu-letti-2014/?ref=flaviopintarelli.it) [Listagram #2: cinque libri stupendissimi che ho letto nel 2014](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/12/30/consigli-libri-2014/?ref=flaviopintarelli.it) [Listagram #3: le dieci band/musicisti che ho ascoltato di più nel 2014](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/12/30/la-musica-piu-ascoltata-2014/?ref=flaviopintarelli.it) [Listagram #4: cinque articoli che è valsa la pena di leggere](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/12/30/articoli-che-vale-la-pena-leggere-2014/?ref=flaviopintarelli.it) [Listagram #5: cinque momenti di sfrenato interismo](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/12/23/5-momenti-inter-2014/?ref=flaviopintarelli.it) ### Listagram #1: i dieci articoli più letti su questo blog URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/articoli-piu-letti-2014/ Last updated: 2018-09-05T09:55:26.000Z *Cupe Stelle Sorgono* non ha ancora compiuto un anno, ma è tempo di tirare un po' di somme del lavoro fatto. Quanti articoli ho pubblicato, quali sono quelli più visti e cosa dicono i numeri di questo blog. *Cupe Stelle Sorgono* è stato pubblicato per la prima volta il 17 marzo 2014\. Da quel giorno a oggi è stato visto 15.075 volte da 10.558 persone diverse. In totale ho pubblicato 41 post, circa 4 ogni mese. Qui sotto trovate la lista dei 10 post più letti durante l'anno. ## [Vent'anni che suona sangue mistico. Guida non ufficiale a SxM](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/10/20/sxm-sangue-misto-venti-anni/?ref=flaviopintarelli.it) 4651 visualizzazioni di pagina ## [Fenomenologia di @lasoncini o il senso di colpa della merda](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/11/28/fenomenologia-di-guia-soncini/?ref=flaviopintarelli.it) 3781 visualizzazioni di pagina ## [5 motivi per odiare Gomorra La Serie anche se siete troppo codardi per farlo](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/04/5-motivi-per-odiare-gomorra-la-serie/?ref=flaviopintarelli.it) 1019 visualizzazioni di pagina ## [Amazon e io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/08/25/amazon-e-io-lettura-scrittura-editoria-consumo-critico/?ref=flaviopintarelli.it) 632 visualizzazioni di pagina ## [#stupidigiocattolidilegno arriva lo #skatemolotov](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/22/stupidigiocattolidilegno-arriva-lo-skatemolotov/?ref=flaviopintarelli.it) 627 visualizzazioni di pagina ## [Stupidi giocattoli di legno: tutto quello che c'è da sapere](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/25/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) 337 visualizzazioni di pagina ## [Il terzo tempo anticipato della Guerra Civile Simulata](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/05/20/selfie-vespa-grillo/?ref=flaviopintarelli.it) 299 visualizzazioni di pagina ## [L'uomo che fu Sócrates, recensione a Un giorno triste così felice](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/07/02/recensione-a-un-giorno-triste-cosi-felice/?ref=flaviopintarelli.it) 283 visualizzazioni di pagina ## [True Detective dalla narrazione del realismo al realismo della narrazione](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/05/05/true-detective/?ref=flaviopintarelli.it) 211 visualizzazioni di pagina ## [Le bugie e le storie](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/10/01/bugie-storie/?ref=flaviopintarelli.it) 197 visualizzazioni di pagina ### Listagram #2: cinque libri stupendissimi che ho letto nel 2014 URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/consigli-libri-2014/ Last updated: 2018-09-05T09:57:35.000Z Quanti e quali libri ho letto nel 2014? Qui una lista dei cinque libri che mi sono piaciuti di più durante questi 12 mesi. Con una postilla sulla mia personale crisi editoriale. Quest'anno, mi informa aNobii, il noto social network librario, ho letto 29 libri per un totale di 7292 pagine. 6 libri e 1393 pagine in meno dello scorso anno. Il che significa che anche io mi sono messo in pari con la crisi dell'editoria. In ogni caso non è stato difficile trovare 5 libri davvero stupendissimi che ovviamente vi consiglio caldamente di leggere, se non lo avete già fatto. #### [È il tuo giorno, Billy Lynn!](http://www.minimumfax.com/libri/scheda%5Flibro/610?ref=flaviopintarelli.it) Lo so, è uscito nel 2013, ma io l'ho letto all'inizio di quest'anno, perché sono ritardatario di natura. Comunque è uno dei migliori libri che ho letto nel 2014 e perciò apre la mia lista. Racconta la giornata folle di un soldato, Billy, che insieme alla sua squadra è stato protagonista di un'azione eroica in Iraq. Ora la squadra gode di una licenza premio, con annesso tour motivazionale. Tra stiuazioni al limite dell'assurdo, che raccontano lo scenario plastificato dell'America *war on terror*, e un dopo sbvornia che non accenna a finire, Billy Lynn va incontro a un paese che sembra molto più ostile e aggressivo dei dintorni di Falluja. #### [Un giorno triste così felice](http://www.66thand2nd.com/libri/112-un-giorno-triste-cos%C3%AC-felice.asp?ref=flaviopintarelli.it) Questo libro è un viaggio alla ricerca di Socrates, l'uomo, non il calciatore, ché essere campioni è solo un dettaglio. Dagli esordi fino all'esperienza esaltante della Democrazia Corinziana, e oltre. Il tutto raccontato con uno stile che è al tempo stesso profondamente letterario, anche quando ricostruisce con minuzia i fatti. Una ricognizione sul senso della memoria e una pratica politica e letteraria del ricordo che raramente tocca vette così elevate. #### [The Heroes](http://www.gargoylebooks.it/component/virtuemart/the-heroes2013-10-24-08-12-36-detail?ref=flaviopintarelli.it) Un romanzo che è puro piacere della lettura. Un fantasy crudo e diretto, che racconta le sorti di una battaglia campale, in cui le vicende dei personaggi s'intrecciano in un complesso, barocco, vertigionoso piano sequenza che ne lega indissolubilmente i destini. #### [Dimentica il mio nome](http://www.baopublishing.it/shop/dettaglio/568-Dimentica%5Fil%5Fmio%5Fnome%5F%5F%5FVariant%5F?ref=flaviopintarelli.it) Quarta fatica di Zerocalcare, forse la più ambiziosa e anche, a mio parere, quella dove emergono più evidenti i limiti del fumettista romano. A dispetto di qualche inciampo narrativo resta un lavoro da leggere, capace di commuovere e toccare nel profondo. Se invece che un punto d'arrivo, *Dimentica il mio nome* sarà un punto di partenza Zerocalcare avrà davvero lunga vita e un posto d'onore nella storia del nostro fumetto e della nostra letteratura. Lunga vita a Zerocalcare, aspettando la storiona da Kobane. #### [No Place to Hide - Sotto controllo](http://www.rizzoli.eu/libri/no-place-to-hide-sotto-controllo/?ref=flaviopintarelli.it) Il datagate raccontato dalla viva voce di uno dei suoi protagonisti, il giornalista e avvocato Glenn Greenwald. Una scrittura implacabile che ha il ritmo di un thriller e la profondità analitica di un saggio. Se avete sempre pensato che il datagate fosse qualcosa che non vi riguarda, forse è il caso che leggiate questo libro. Qui c'è molto di più in ballo che non una semplice violazione della nostra privacy. Qui è in gioco la forma che prenderà il nostro futuro. ### Listagram #3: le dieci band/musicisti che ho ascoltato di più nel 2014 URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/la-musica-piu-ascoltata-2014/ Last updated: 2018-09-05T09:58:31.000Z Si può presumere che la musica che ho ascoltato di più nel 2014 sia anche quella che preferisco? Non lo so, ma mi sembrava un parametro perfetto per raccontare il mio 2014 musicale. Qui trovate le band e i musicisti che sono passati più volte per il mio stereo. Il numero di ascolti è stato calcolato grazie a [Last FM](http://www.lastfm.it/user/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) ##Terror Pigeon! 127 ascolti ## Vampire Weekend 125 ascolti ## Lou X 113 ascolti ## Damon Albarn 91 ascolti ## Sangue Misto 91 ascolti ## At the Drive-In 75 ascolti ## The Get Up Kids 74 ascolti ## Satelliti 69 ascolti ## Descendents 59 ascolti ### Listagram #4: cinque articoli che è valsa la pena leggere URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/articoli-che-vale-la-pena-leggere-2014/ Last updated: 2018-09-05T09:59:29.000Z Nel 2014 ho letto molti articoli, in rete e altrove, qui ne trovate 5 che vale la pena di leggere, anche quando sono parecchio lunghi. ## [*America as Afterimage in True Detective*](http://sensitiveskinmagazine.com/america-as-afterimage-in-true-detective/?ref=flaviopintarelli.it) Un saggio su *True Detective*. Ancora?!? Si, ancora, soprattutto perché questo è un bel lavoro, molto solido, sull'immagine dell'america di oggi per come emerge dal capolavoro di Pizzolatto e Fukunaga. ## [*Why It’s So Hard to Catch Your Own Typos*](http://www.wired.com/2014/08/wuwt-typos/?ref=flaviopintarelli.it) Fondamentale in moltissimi contesti, soprattutto lavorativi. Se avete colleghi nazi grammar questo articolo, che spiega come e perché è così difficile riconoscere i propri refusi, sarà una perfetta *weapon of choiche*. Dopo averlo estratto dal cilindro, esigete un correttore di bozze personale. ## [*Being a Better Online Reader*](http://www.newyorker.com/science/maria-konnikova/being-a-better-online-reader?utm%5Fsource=tny&utm%5Fcampaign=generalsocial&utm%5Fmedium=facebook&mbid=social%5Ffacebook) L'innovazione, nell'editoria e nella nostra cultura, non passa soltanto per lo sviluppo di standard e dispositivi tecnologici avanzati. L'innovazione è anche il modo in cui impariamo a fare i conti e ad aggiornare le nostre competenze. Maria Konnikova ci spiega perché è importante diventare migliori lettori digitali. ## [*My Terrifying Night With Afghanistan's Only Female Warlord*](http://www.newrepublic.com/article/119772/my-night-afghanistans-only-female-warlord-commander-pigeon?ref=flaviopintarelli.it) Una *war story* che a tratti sembra inventata, tanto è inquietante. Si racconta l'incontro con l'unico signore della guerra donna di tutto l'Afghanistan. Sembra *Game of Thrones*, ma è la realtà. ## [*Napoli non la capisce nessuno*](http://www.internazionale.it/reportage/2014/11/17/napoli-non-la-capisce-nessuno?ref=flaviopintarelli.it) Cristiano De Majo è uno dei miei scrittori preferiti. Devo ancora cimentarmi con il suo *Guarigione*. Nel frattempo vale la pena rileggere questo lungo reportage da una città che amo e che ho avuto la fortuna di vivere, anche se per un breve periodo. ### Listagram #5: cinque momenti di sfrenato interismo URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/30/5-momenti-inter-2014/ Last updated: 2018-09-05T10:00:52.000Z Un anno da tifoso interista tra dolori, dolori, dolori e qualche gioia occasionale. Ma di certo sempre meglio che un anno da gobbo o da milanista. Questo è poco ma sicuro. #### Le lacrime di Zanetti Un capitano così non ce l'avrete mai. Un amore così non lo darete mai. Mi spiace per voi, che vi consolate coi 30 sul campo e le patacche più titolate del mondo. Noi abbiamo le lacrime di Zanetti. #### Il pareggio di Obi nel derby Come Schelotto un paio di anni fa, anche quest'anno è uno noto per avere dei ferri da stiro al posto dei piedi a salvarci dalla sconfitta coi cugini. This is pazza inter #### Il pareggio di Kovacic con la Lazio Davvero questa ve la devo spiegare?!? #### Mazzarri È forse il primo allenatore che ho odiato viscerlmente da quando tifo Inter. Forse sono stato cattivo con lui e di questo un po' mi vergogno. Oggi quasi mi dispiace che se ne sia andato e domani, forse, lo ricorderò con nostalgia. #### Il ritorno del Mancio Sciarpe, cappotti e quello charme inconfondibile che solo il Mancio sa avere. Roberto Mancini significa soprattutto, per me, gli anni dell'università. PES 4, Moggi, Berlusconi, Prodi, D'Alema, un tempo in cui tutto era chiaro e definito. Il giusto da una parte, lo sbagliato dall'altra. Non la polpetta postmoderna di Renzi e del renzismo. Sarà minestra riscaldata, sarà amarcord, sarà che non piace agli amanti della tattica, zeloti del calcio iPad, ma al Mancio non ci posso volere male. ### Più Libri Più Liberi #spiegatomolotov. Un reportage intempestivo URL: https://flaviopintarelli.it/2014/12/22/piu-libri-piu-liberi-reportage/ Last updated: 2019-12-18T10:51:43.000Z ## 1 Intro: Benzina Anche quest'anno, come da tre anni a questa parte, sono andanto a Più Libri Più Liberi. E anche quest'anno, come accade da tre anni a questa parte, il mio status in fiera è migliorato. Nel 2012 infatti sono entrato a Più Libri Più Liberi pagando il mio bravo biglietto d'ingresso, che quest'anno costava 7€ e di solito te lo scontano se presenti il BIT, Biglietto Integrato a Tempo, che poi non è altro che il biglietto dei mezzi pubblici di Roma. Peccato che nel 2012 in fiera ci fossi arrivato col motorino della mia compagna, per cui pagai il prezzo pieno. Fortunatamente mi sono rifatto l'anno successivo, nel 2013, dato che proprio pochi giorni prima della fiera era uscito *Su Facebook* e dato che l'editore, :duepunti, partecipava alla fiera, sono entrato come operatore professionale, la [categoria che quest'anno gli organizzatori hanno provato a far pagare](http://ilmanifesto.info/hai-scritto-un-libro-a-roma-non-vali-un-biglietto-dellautobus/?ref=flaviopintarelli.it) senza riuscirci. Ovviamente, abituato bene dall'esperienza del 2013, che mi aveva dimostrato che non pagando i 7€ d'ingresso potevo acquistare libri per oltre 100€ secondo un non meglio identificato rapporto di causa/effetto, anche nel 2014 ho fatto di tutto per entrare gratis. E ci sono riuscito giocandomi la carta della mia collaborazione con un progetto editoriale di un notissimo marchio italiano di news che qui non rivelerò. Così come non rivelerò i magheggi che mi hanno permesso di ottenere l'accredito stampa e con lui il magnifico cartellino arancione che dava accesso alla sala stampa. Una sala stampa che "non offre mica i privilegi che offre a Torino", come ci ha tenuto a ricordarmi qualsiasi altro accreditato con uno status superiore al mio, ovvero gli "espositori" e i "relatori". Sticazzi perlomeno c'era internet, e gratis, mentre il caffè ho provveduto a scroccarlo agli amici. Più Libri Più Liberi si svolge all'EUR, il quartiere di costruzione fascista nel quadrante sud-orientale di Roma. Più precisamente, il meglio della piccola e media editoria nazionale si sistema ogni anno nella scenografia del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi. Il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi è un astrocargo in cemento armato, rivestito di travertino. Progettato da Adalberto Libera nel 1937, fu iniziato nel 1938 e portato a termine nel 1954. Mano a mano che ci si avvicina a questo fascistissimo bastimento spaziale, l'impressione è quella di venire rimpiccioliti dalla sua mole. La scalinata monumentale aperta sulla salitella di piazza John Fitzgerald Kennedy è un radiofaro traente, attraverso cui decine di migliaia di visitatori fanno, ogni anno, il loro ingresso nelle sale che ospitano la fiera. I varchi d'entrata sono due porte poste al lato destro e a quello sinistro del colonnato e, più che entrare, nella o dalla fiera si viene risucchiati. Una volta entrati nel ventre di questa monolitca astronave madre è lecito domandarsi se, durante il processo di smolecolarizzazione e rimolecolarizzazione a cui la salita della scalinata ci ha sottoposto, non si sia verificato un qualche bizzaro fenomeno di inversione delle proporzioni. Tanto è imponente la struttura esterna dell'edificio quanto i suoi spazi interni finiscono per risultare inspiegabilmente angusti. Fatta eccezione per l'atrio marmoreo - in cui trovano posto una serie di stand i cui prodotti, con rare eccezioni, non solleticano mai, in alcun modo, il mio interesse - il resto delle sale interne è caratterizzato da un sistema vascolare, fatto di bugigattoli e strozzature, in cui l'ansia da acquisizione di prodotti culturali pompa, come un enorme e fiacco muscolo cardiaco, decine di migliaia di corpi ogni anno. Mentre gli stand agiscono come occlusioni arteriose intorno a cui si formano grumi di sostanza ematica intenta a sfogliare le novità del momento o a compulsare scaffali alla ricerca di titoli altrove introvabili. Andare da un punto A a un punto B, nelle ore di punta di Più Libri Più Liberi, che sono solitamente il pomeriggio del sabato e della domenica, tra le 15.00 e le 18.00, significa esporsi a una continua collisione fra corpi, scambio di secrezioni e indesiderata vicinanza promiscua. Circostanza che, nella mia mente, solleva immancabilmente distrubanti scenari da *outbreak* zombie, dove gli infetti mordono implacabilmente i soggetti sani, immobilizzati nella calca dei corpi. Se non lo si fosse capito, non ho molto in simpatia le situazioni di affollamento. Specie quando si verificano in luoghi angusti dove la temperatura tende a salire rapidamente. L'unico possibile riparo dalla calca vascolare del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi è il loggione posto al primo piano. Da qui, impassibili addetti ai lavori possono contemplare il brulicare dei corpi alla ricerca del punto esatto in cui si verificherà la tragedia o, al limite, baloccarsi nello sputare in testa a un malcapitato *competitor* sottostante. Ovviamente l'accesso al loggione è riservato a visitatori con uno status superiore al mio. Lo splendente cartellino arancione, per quanto consenta l'accesso a internet, mi condanna inevitabilmente a una morte orribile. [![Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/12/Palazzo-dei-Ricevimenti-e-dei-Congressi.jpg)](https://www.flickr.com/photos/gengish/1356085550/?ref=flaviopintarelli.it) ## 2 Day one: Bottiglia Mi sottopongo al processo di smolecolarizzazione/rimolecolarizzazione nel primo pomeriggio di Sabato 6 Dicembre. Dando uno sguardo ai dati AIE sulla piccola e media editoria contenuti nel folder - illustrato magnificamente da Olimpia Zagnoli, che quest'anno cura tutta la comunicazione visiva della fiera - che mi viene consegnato nella sala stampa, la cosa che salta all'occhio è la sfilza di segni meno che fa mostra di sé nell'ultima colonna della tabella. Qui viene riportato il differenziale (Delta) delle singole voci, nel periodo 2012/2013\. Non è certo uno strumento indispensabile per capire che l'editoria sta attraversando una crisi profonda e sistemica, per rendermene conto mi basta arrivare allo stand di :duepunti editore, che lo scorso anno aveva pubblicato il mio lavoro *Su Facebook*. Pochi giorni dopo la fiera Andrea, Roberto e Giuseppe [hanno annunciato](http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2014/12/10/lettrici-e-lettori-tocca-a-voi/?ref=flaviopintarelli.it) che non lavoreranno ad altri titoli, per concentrarsi, durante il 2015, sul catalogo esistente. Ma a volte strisciare i polpastrelli sulla grana rugginosa dei numeri può essere salutare. Colpisce, fra questi, il -21,5% di professionisti che la piccola e media editoria ha perso in questi ultimi anni. E forse è proprio in ragione di questo dato che nasce la decisione, poi ritirata, degli organizzatori di escludere una vasta fetta di operatori professionali dall'accredito che dà diritto all'ingresso gratuito in fiera. Che qualche editore si sia lamentato dell'elevata presenza di aspiranti redattori, editor, grafici, social media manager che ogni anno popolano la fiera proponendo il loro curriculum nella speranza di ritagliarsi un posto nella filiera editoriale? Unica voce a riportare il segno positivo davanti alle cifre è la percentuale delle piccole e medie case editrici che offrono ebook all'interno del loro catalogo: +40,5%. Viene da domandarsi se sia davvero sensato che l'unica voce d'investimento dei piccoli e medi editori italiani sia un mercato che oggi vale circa il 3% del totale e i cui [standard tecnologici e di fruizione](http://www.quintadicopertina.com/fabriziovenerandi/?p=71&ref=flaviopintarelli.it) appaiono ancora tutt'altro che definiti. Comunque queste sono osservazioni che faccio a posteriori. Nelle poche ore di sabato che trascorro in fiera le mie preoccupazioni sono ben altre, nella fattispecie riuscire a tenere il passo di due amici scrittori che, alla ricerca di un caffé, solcano i corridoi del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi con la stessa decisione di uno Juggernaut. Io sono abbastanza provato dalla combo sveglia-treno-pranzo cinese che ho sulle spalle e fatico a tenere il loro passo più o meno tanto quanto fatico a comprendere la geografia di gossip, scazzi e stalking che tratteggiano durante la loro ricerca. Mollo il colpo ben prima di quanto credessi. In ogni caso la mia prima incursione in fiera si esaurisce in poche ore. Verso le 18.30 esco dal retro dell'edificio e mi dirigo verso il centro di Roma. Alle 19.00 era prevista la presentazione di [*Stupidi Giocattoli di Legno*](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/25/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) allo Spin Time Labs. Il Duka, che dovrebbe introdurre la presentazione, mi chiama due volte per posticipare. "Ahò amo organizzato la presentazione quanno gioca la Rreoma, ma chi ce viene?" Piuttosto logico, d'altronde. Insomma alla fine, tra una cosa e l'altra, la presentazione attacchiamo a farla verso le 21, se non ricordo male. È in diretta radiofonica, trasmettiamo dal seminterrato di un palazzone dell'INPDAP, che da circa un anno è un'occupazione abitativa. Per chi come me viene dalla provincia autonoma l'idea stessa di occupazione abitativa ha la consistenza evanescente delle favole, per cui l'impatto con il posto è di quelli che lasciano il segno. Anche perché l'edificio è impressionante per dimensioni e spazi. Un labirinto di corridoi da cui, ogni tanto, spunta qualcosa che non ti aspetteresti: dalle carrozzine ordinatamente parcheggiate nell'androne del palazzo a un vero e proprio auditorium. Gli occupanti, che non hanno proprio piacere che sconosciuti qualunque entrino nell'occupazione e che, se non ho capito male, fanno capo ad Action, mi stupiscono per organizzazione. Oltre ad aver tirato su un'osteria che serva una birra artigianale gradevolissima, torbida, amarognola e leggermente aggrumata che gradisco parecchio, all'entrata montano la guardia di fronte a uno schermo che manda le immagini delle telecamere a circuito chiuso con cui sorvegliano l'edificio. Il dettaglio è di quelli che lasciano stampate le cinque dita sulle guance. Un'occupazione è precaria per antonomasia, e va difesa. Hai detto cazzi. Comunque la presentazione fila via liscia, tra giolle e birrette. Il Duka è un piscio e fa da perfetto anfitrione. Io ci metto del mio per riportare la conversazione nei binari, quando questa deraglia, ma nel complesso la serata va più che bene. Finita la presentazione facciamo rotta verso il Pigneto insieme a Luca Pisapia, che nel frattempo ci ha raggiunti. Per le strade di Roma tiene banco la vicenda di #MafiaCapitale e sembra che tutti abbiano qualcosa da aggiungere al fosco mosaico di intrecci politico-affaristico-criminale. Un aneddoto, un insight, un'opinione. Tutto appare collegato e il *connect the dots* pare essere l'esercizio più in voga in un sabato sera romano che appare meno brillante e più sciupato del solito. Come se qualcosa, nella sintonia dell'immagine della Capitale, si fosse irrimediabilmente guastato. In ogni caso passiamo la serata da Tuba e per la prima volta in due anni salto il tradizionale party di Minimum Fax, domandandomi più volte se, finalmente, quest'anno avessero cambiato musica. ## 3 Day two: Stoppino Quando racconto che per il week end di Più Libri Più Liberi siamo ospiti da un amico che abita a Spinaceto, ogni persona cita il Nanni Moretti di Caro Diario. Immancabilmente e con buona pace di quelli che sostengono che Nanni Moretti non se lo sia mai inculato nessuno al di fuori della sinistra al caviale. Affermazione smentita, per l'appunto, dal rateo di citazioni su Spinaceto a cui vengo sottoposto nell'arco di pochi giorni. Il mio primo impatto con questo quartiere posto al di fuori della cintura del GRA avviene nella mattinata di Domenica. Nonostante la stanchezza accumulata il sabato, con la combo sveglia-partenza-pranzo-fiera-presentazione-serata, la sveglia suona abbastanza presto. Il mio obiettivo è essere a bordo dell'astronave entro mezzogiorno per poter ascoltare l'incontro con Diego Enrique Osorno. Verso le dieci e mezza quindi metto il piede fuori di casa e faccio il mio ingresso a Spinaceto. Casa di Giuseppe, l'amico che ci ospita, è proprio alle spalle di una scenografia di palazzoni di cemento dall'aspetto popolare. E questa pare essere una caratteristica dominante della zona, dove i palazzoni fanno da quinta per schermare un intrico di vicoli e viuzze sorte intorno a case basse che ricordano certe località di mare. Una caratteristica distintiva di molte altre periferie romane. Il cielo è di un azzurro intenso, di quelli che soltanto il centro Italia sa regalare. Il vento ci ha dato dentro di ramazza durante la notte e, nonostante l'aria sia piacevolmente frizzante e pulita, fa abbastanza caldo da spingermi a uscire senza cappotto. A bordo del 706 mi godo un tour *sightseeing* che dai palazzoni di Spinaceto mi porta verso l'Eur attraversando la line di demarcazione rappresentata dal GRA. Alla mia sinistra si erge, poco prima di scivolare in una zona di ville con giardino punteggiata di asili nido, la mole del centro commerciale Euroma 2 con la sua inconfondibile forma di rampa di lancio. Se il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi somiglia a un astrocargo, Euroma 2 ha tutte le caratteristiche per esserne lo spazio porto. L'autobus, appena meno del treno ma molto di più dell'aereo, è uno spazio promiscuo. Viaggiando su un autobus basta pochissimo per entrare in contatto con l'indistinta massa umana dei tuoi compagni viaggiatori. Il contatto, nel mio caso, è propiziato da una semplice richiesta d'informazioni alla quale risponde un ragazzo napoletano. Sta andando all'Angelus del papa, mi comunica mettendo in discussione la mia definizione di "cosa da fare almeno una volta nella vita", e dopo cercherà un posto dove guardare la partita del Napoli che, per sua sfortuna, finirà con la sconfitta della squadra partenopea. Poco dopo sono di nuovo risucchiato in fiera, perfettamente in orario per raggiungere la sala dove, di li a poco, Diego Enrique Osorno presenterà *Un cowboy attraversa la frontiera in silenzio*, il suo nuovo libro. L'incontro sarebbe anche interessante se non venisse funestato dall'introduzione a cura di due giornalisti italiani, preceduti dall'intervento in video di un Saviano in versione Mago di Oz, che per tre quarti d'ora abbondanti (e infiniti) si dedicano a un aneddotica spicciola raccontando le loro esperienze di narrazione della mafia siciliana. Il che, di per sé, sarebbe anche interessante, ma io preferirei ascoltare direttamente Osorno anche perché i continui accostamenti tra l'Italia delle stragi di mafia e la guerra che vive il Messico di questi anni mi appaiono quanto meno inappropriati. Senza nulla togliere alla drammaticità di quel periodo della nostra storia, i numeri che raccontano la violenza dell'intreccio di politica, economia e criminalità che governa il Messico di oggi mi paiono incomparabili. > [@emilianobarbo78](https://twitter.com/emilianobarbo78?ref=flaviopintarelli.it) tra morti ammazzati e scomparsi di ogni genere si parla di oltre 100k vittime [#piùlibri14](https://twitter.com/hashtag/pi%C3%B9libri14?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) > > — El\_Pinta (@El\_Pinta) [7 Dicembre 2014](https://twitter.com/El%5FPinta/status/541557391914172416?ref=flaviopintarelli.it) Il racconto di Osrono è inquietante perché tratteggia un Messico dove non si combatte una guerra tra lo Stato e la criminalità organizzata, come potrebbe apparire informandosi dall'esterno. Bensì una situazione in cui lo Stato è talmente coinvolto nei diversi grumi di malaffare da rendere ogni distinzione talmente sottile da essere inesistente. Necropolitica, la definisce Osorno più volte, una parola che suona straordinariamente calzante per i suoi racconti. Alla fine dell'incontro, prima di andarmene, acquisto entrambi i libri del giornalista messicano. Il resto della giornata trascorre nella classica routine da fiera che comprende il bighellonaggio tra gli stand, chiacchere con amici vari e l'assunzione di un numero di caffè ben più alto della media a cui sono abituato. Rompono il meccanismo soltanto il litigo bonario tra due amici, a cui assisto rammaricandomi di non scrivere per Satisfiction, e il tentativo di seguire un incontro col direttore de L'Espresso dedicato alle strategie digitali della testata. Io e l'amico che coinvolgo nell'impresa smolliamo il colpo in tempo record, storditi dalla massa di banalità fuori tempo massimo che ci siamo autoimposti di ascoltare, confermando così una regola non scritta di Più Libri Più Liberi che vuole che se il primo incontro a cui assisiti ti lascia qualcosa, i successivi non potranno che essere delle cocenti delusioni. ## 4 Day three: Accendino Lunedì 8, lo so da almeno un mese, il programma di Più Libri Più Liberi offre un incontro a cui non posso assolutamente mancare. In sala Smeraldo, a mezzogiorno, presentano *Bomber. La storia di un numero nove normale (o quasi)*. Sono annunciati, insieme a Roberto Pruzzo, il bomber a cui si riferisce il titolo del libro, Bruno Conti, Mario Sconcerti e, soprattutto, Luciano Moggi. La prima volta che ho letto il nome di Luciano Moggi non riuscivo a crederci. Big Luciano e io avremmo potuto essere nella stessa stanza, insieme. Per me, che sono cresciuto con il coro "Moggi, magari muori oggi", si tratta di un'occasione unica. Ho già in mente il titolo perfetto per il racconto che voglio fare su quest'imperdibile occasione. *Ho respirato la stessa aria di Moggi*. Non sto più nella pelle, come un bambino la viglilia di Natale, comunico con eccessiva eccitazione questa notizia a chiunque mi capiti a tiro, e mi rendo conto che al 90% delle persone il fatto che Luciano Moggi sarà a Più Libri Più Liberi non interessa affatto. Comunque riesco a convincere almeno il Pisapia, che per non smentire la sua fama di *hater* e potendo facilmente ottenere un accredito, si presenta puntualissimo in fiera per accompagnarmi a respirare la stessa aria viziata che di lì a poco respirerà Luciano Moggi. Peccato che, alla fine della fiera, di Moggi e pure di Sconcerti, a Più Libri Più Liberi non se ne veda alcuna traccia. Non un piede caprino e nemmeno un sentore, anche il più vago, di zolfo. Bruno Conti a parte, ad accompagnare Pruzzo nella sua carrellata di ricordi ci sono una serie di cariatidi che, mi informa il Pisapia, fanno capo alle diverse radio locali vicine alla Roma. Sprofondo in una depressione cupissima. È l'ennesimo colpo basso di Lucianone. Il vertice della triade manda a monte le mie velleità di scrivere un post tagliente e ironico, cinico e profondo, per raccontare il mio rapporto con una figura che ha popolato i miei incubi di tifoso interista. ![Luciano Moggi](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/12/Luciano-Moggi.jpg) Derubato della mia anima, esco dalla presentazione della biografia di Pruzzo con il morale sotto i tacchi e una fame atavica, che colmiamo in compagnia al McDonalds più vicino, vista l'impraticabilità dei bar immediatamente adiacenti alla fiera. Il pomeriggio trascorre veloce e prima di salutare gli amici mi restano da fare gli ultimi acquisti. Nonostante non abbia ancora terminato di leggere una buona metà dei libri acquistati lo scorso anno, compro ugualmente una decina di libri, maledicendo la mia compulsione all'acquisto. Verso le 16.15 esco dalla fiera. Lo zaino mi pesa sulle spalle mentre mi dirigo alla fermata della metro. Quest'anno, visto che non sono riuscito a trovare posto sull'ultimo treno utile per rientrare a Bolzano, ho deciso di affidarmi a uno sconosciuto *driver* trovato attraverso il famoso sito BlaBlaCar. È la prima volta che utilizzo il car sharing, tutti me ne parlano bene, ma io sono abbastanza diffidente. Anche se non particolarmente spiccata, la misantropia può essere annoverata tra i miei tratti distintivi. Sono uno di quelli che, se può, sul treno si siede sempre nel posto singolo. Quello all'inizio della fila, con nessuno accanto. Perciò è facile immaginare come mi senta all'idea di dividere la promiscuità di un abitacolo con cinque sconosciuti. Raggiungo il *rendez-vous* e il primo impatto coi miei compagni di viaggio è positivo. Sembra gente simpatica, tipi a posto, più adulti dei miei 30 anni, ma regolari. Tiro un prematuro sospiro di sollievo, potrei averla scampata. E invece no. I primi 45 minuti di viaggio, utili nemmeno per uscire dalla conurbazione della Capitale, sono uno stillicidio. Così come per strada, anche dentro gli abitacoli, tiene banco #MafiaCapitale. Da lì è un secondo: Alemanno, Marino, Carminati, NAR e brigatisti sono solo il fragile tappo di un vaso di Pandora da cui escono prima gli immancabili Rom, che non vogliono integrarsi. E noi paghiamo! Ai Rom seguono le malefatte di una politica che è sempre e soltanto cosa altra da noi, che io signoramia sia mai se al posto loro ruberei un centesimo. Si chiude in bellezza con una disquisizione sulla mancanza di valori dei giovani, spaziando tra droga, alcool e sesso minorenne. Per fortuna mi vengono risparmiati i Marò, ma è solo un caso. A quel punto, piegato da tre giorni di fiera, squassato dal tradimento di Big Luciano, con soltanto un Crispy MacBacon nello stomaco, collasso. La testa comincia a pulsare e la ripiego sulla plafoniera dell'automobile. Siamo in cinque, pressati tra i sedili. Scomodo e rintronato mi abbandono a un sonno agitato, scosso di quando in quando dalla tempesta di BlaBla che si scatena all'interno della Car. Chiudo gli occhi salmodiando la trinità e tutti i santi del calendario. Big Luciano, mormoro prima di cadere nel sonno, perché mi hai abbandonato. ### Fenomenologia di @lasoncini o il senso di colpa della merda URL: https://flaviopintarelli.it/2014/11/28/fenomenologia-di-guia-soncini/ Last updated: 2019-12-18T10:39:46.000Z Fino a qualche mese fa @lasoncini era per me la più incagabile delle entità sulla faccia della terra. Sapevo di lei che era una twitstar grazie a qualche sporadico retweet che mi capitava in TL e l'unica interazione che ci avessi mai avuto era un tweet in cui le postavo un coro della Roma in risposta a una querimonia sul pigolare di certa gente del Pigneto. Che poi io sono di Bolzano e al Pigneto ci sarò stato due o tre volte, ma si vede che quel giorno mi annoiavo. Di solito rifuggo le twitstar di ogni ordine, grado e genere. Mi piacerebbe avere la calma serafica di uno @zeropregi o la tigna di @mazzetam, ma purtroppo sono solo El\[underscore\]Pinta. Che poi, chi mi consoce lo sa, @El\_Pinta è uno rosicone, che se la prende, mette il muso e va avanti a ribollire per mesi e anni covando risentimento e rimuginando le notti sulla "risposta che a quello lo sblastava proprio" (ma gli è venuta in mente 6 mesi dopo). Ma, complice il triangolare Rocca-Soncini vs. Baldoni, @lasoncini ho iniziato a trovarmela intorno sui social molto più spesso di quanto avessi desiderato. In particolare sottoforma di [video You Tube del suo intervento agli Stati Generali della Cultura del PD](https://www.youtube.com/watch?v=99pLUrnYaO8&ref=flaviopintarelli.it). Pare che quando se lo siano trovato davanti, il video di @lasoncini che parla agli Stati Generali della Cultura del PD, gli assassini di James Foley abbiano evitato di vederlo in quanto gli pareva che fosse un modo troppo osceno di utilizzare il mezzo visivo. E io mi trovo di certo d'accordo con loro, ma a causa dell'effetto accumulo alla fine, e [contro le mie stesse convinzioni](https://medium.com/@el%5Fpinta/le-metriche-dellindignazione-ecb7646a867f?ref=flaviopintarelli.it), il video l'ho visto. Vedere @lasoncini che parla è ancora peggio che leggerla su Twitter, i suoi tweet perlomeno non sono accompagnati dal sottofondo costante dei suoi risolini a orologeria e dalle faccette buffe aggiustate ad arte. Guardandola, @lasoncini mi ha ricordato quella compagna di liceo non particolarmente avvenente (leggi vagia) che amava ricordare che "i pompini si fanno rigorosamente con l'ingoio, altrimenti è come non averli fatti". Che poi, essere scurrile e volgare, era il suo modo per farsi accettare da noi e oggi non gliene faccio una colpa, era il liceo, una terra spietata. > Sarete pure la peggior generazione di tutti i tempi, ma non è manco colpa vostra: noi a vent'anni avevamo Serra, voi avete Zerocalcare. > > — Guia Soncini (@lasoncini) [27 Novembre 2014](https://twitter.com/lasoncini/status/537910391893155840?ref=flaviopintarelli.it) La personale interpretazione di scurrilità e volgarità di @lasoncini agli Stati Generali della Cultura del PD consiste non tanto nel magnificare le sorti progressive dell'ingoio, quanto nel cercare di convincere l'uditorio della necessità imprescindibile non di capire, bensì di apprezzare Maria De Filippi, L'Isola dei Famosi, Costantino Vitaliano e tutto il cucuzzaro. Ora io non sono così scemo da non essere consapevole che capire quella roba sia importante per capire il paese e non sono nemmeno così arrogante da non concepire che possa piacere a moltissime persone (pure i martìri e le esecuzioni, d'altronde, erano spettacoli apprezzati da ricchi e poveri, per cui). Anzi io sono il primo ad apprezzare certa merda, me la mangio con gusto e non mi vergogno a farlo. Ma non sopporto che qualcuno mi dica che mangiare la merda è una cosa necessaria, utile e desiderabile. Che poi è quello che fa continuamente la generazione di intellettuali da salotto di cui @lasoncini fa parte. Radical chic il cui concetto di radical è lo sfoggio di un cinismo stantio che li spinge a dire qualsiasi bestialità, consci del fatto che il proprio distacco dalle cose del mondo basta a proteggerli e che l'unico modo di scalfirli è la cattiveria estrema e gratuita di cui i loro interlocutori proveranno per sempre vergogna. Una generazione di zeloti della merda, start up di preti 2.0, sacerdoti del senso di colpa a cui tributano ogni giorno il loro dazio di sangue. ### #stupidigiocattolidilegno - present&destroy tour URL: https://flaviopintarelli.it/2014/11/12/stupidigiocattolidilegno-presentazioni-recensioni/ Last updated: 2019-12-20T09:52:25.000Z *Stupidi Giocattoli di Legno* è uscito ormai da più di un mese e ora freme per andare in giro a incontrare i suoi lettori. Nasce così il *present&destroy tour*. Ovvero me ne andrò in giro per l'Italia a discutere i temi del libro. Di seguito troverete il calendario delle presentazioni di *Stupidi Giocattoli di Legno* che verrà aggiornato e segnalato ogni volta che si arricchirà di una data. Naturalmente se siete interessati ad averci ospiti non dovete far altro che contattarmi. Di solito mi muovo meglio nei fine settimana, accetto rimborsi spese con piacere, dormo senza problemi sui vostri divani. Purtroppo mangio come un drago e pretendo di assaggiare le specialità locali, ma la cena di solito me la pago io. Scherzi a parte, qui trovate le date per le presentazioni: - 15 Novembre 2014: *Stupidi Giocattoli di Legno* meets Molisannio! Alle 19.30 sarò ospite del Centro Sociale Depistaggio di Benevento. M'introdurrà [@EveBlisset](https://twitter.com/EveBlissett?ref=flaviopintarelli.it) e la serata proseguirà con concerto o dj set. - 6 Dicembre 2014: *Stupidi Giocattoli di Legno* sarà a Roma, alle ore 19.00 a Spin Time Labs, in via Statilia 15\. Presenta il Duka e insieme a noi ci sarà un dibattito in diretta radio sulla speculazione nelle periferie Romane. Perciò skate e resistenze urbane che s'incontrano ancora una volta. Partecipa all'[evento su Facebook](https://www.facebook.com/events/1578402139047830/?ref=22) - 17 Dicembre 2014: ore 18.00 *Stupidi Giocattoli di Legno* in compagnia di Luca Barbieri si presenta a Bolzano alla [Weigh station for Culture](http://www.weighstationforculture.bz.it/?ref=flaviopintarelli.it). Partecipa all'[evento su Facebook](https://www.facebook.com/events/1537520039828524/?notif%5Ft=plan%5Fuser%5Fjoined) - 15 Febbraio 2015: a partire dalle ore 17.00 si scivola tra onde e cemneto al Surfer's Den di Milano al *BoardErline Festival*. Un pomeriggio dedicato alla cultura della tavola. Insieme al sottoscritto, a chiaccherare di tavole, flow e ginocchia sbucciate ci saranno nomi illustri dello skate e del surf italiano. Tra questi Luca Basilico, Franz Fiorentino e tanti altri. - 7 Marzo 2015: gli Stupidi Giocattoli di Legno saranno a Firenze, ospiti della libreria [Black Spring](https://www.facebook.com/blackspringbookshop), che è un posto bellissimo e vale proprio la pena di farci un salto, anche solo per comprare qualcosa. La presentazione è organizzata da [404: file not found](http://quattrocentoquattro.com/?ref=flaviopintarelli.it) e di sicuro ci sarà anche Vanni Santoni insieme al veterano della tavola Simone Sassoli. Si inizia alle 18.30 ![Stupidi Giocattoli di Legno Firenze](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/03/Stupidi-Giocattoli-di-Legno-Firenze.jpg) - 14 Marzo 2015: scommettendo sull'arrivo della Primavera, sarò al [Bunker Skatepark](http://www.bunkerskatepark.org/wordpress/?ref=flaviopintarelli.it) di Roma per un pomeriggio di brace, skate e chiacchere. Insieme a me ci sarà anche [Lorenzo Iervolino](https://twitter.com/lorenzoitn?ref=flaviopintarelli.it) di Terra Nullius. Parleremo di skate e cultura delle tavole. Se volete venire a grigliare si parte verso le 13.30, se volete venire per ascoltarci si parte verso le 17.00. ![Presentazione Bunker Skatepark](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2015/02/Presentazione-Bunker-Skatepark.jpg) - 11 Aprile 2015: l'associazione padovana [HUB - Culture, Food and Sport](https://www.facebook.com/HUBCultureFoodandSports) mi ha invitato a presentare il libro. Insieme a me per l'evento [*Lo skate nel cuore della città*](https://www.facebook.com/events/664469023680495/) ci sarà anche Ivan Grozny che introdurrà e condurrà l'incontro. - 30 Maggio 2015: *Stupidi Giocattoli di Legno* sarà ospite della libreria Arvultùra a Senigallia, per un pomeriggio di skate e DIY. I dettagli li trovate [su Facebook](https://www.facebook.com/events/826181617468048/). ### I diari dello #skatemolotov: Porto Cervo URL: https://flaviopintarelli.it/2014/10/27/i-diari-dello-skatemolotov-porto-cervo/ Last updated: 2019-12-18T10:56:55.000Z ## La rivincita delle capre: note (auto)etnografiche sui nativi di Disneyland. *Alla signora Anna M.,* *per la gioia provata a riprendere lo skate dopo vent’anni proprio sotto casa sua, in piena notte, in risposta alle angherie subite da tre generazioni di adolescenti a causa del suo isterico e vile esercizio di potere.* Sono nata e vissuta fino alla maggiore età a Porto Cervo, una delle all’epoca mille anime residenti in circa duemila ettari di costa nord-occidentale sarda. Il toponimo nasce agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, quando il principe ismaelita Karim Aga Khan IV acquista gran parte dei terreni della zona e vi installa una prestigiosa ed esclusiva Disneyland per le classi dominanti mondiali, la Costa Smeralda. Esattamente come il parco di divertimenti californiano, la Costa non identifica un’estensione geografica ma un format immobiliare, che congela lo spazio reale nella scenografia di un gioco, il gioco dell’uomo nella natura vergine, ad uso e consumo di pochi e facoltosi happy fews. In quanto residenti, noi eravamo un paradosso: la nostra sola presenza insinuava un imbarazzante principio di realtà, di vita comune, negli scenari edenici delle vacanze miliardarie. Vivevamo nel lato B della Costa, negli interstizi di una rappresentazione che non ci prevedeva. Ho iniziato ad andare in skate nel 1985, a otto anni, e ho continuato a farlo fino all’età del motorino, il 1991\. Per me lo skate non è stato né uno sport, né propriamente uno stile di vita, ma piuttosto una ratio attraverso cui ho preso coscienza del mio corpo, fatto esperienza diretta dello spazio e stretto amicizie fondate su un sogno di emancipazione fisica e immaginaria cui aderivo con fiducia cieca e assoluta. ![Porto Cervo](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/10/Porto-Cervo.jpg) ## Il lato B di Disneyland: cartografare l’inferno Per me e i miei fratelli, il primo luogo proprio sono state “le rocce”. Abitavamo in uno dei posti peggiori della zona, arroccata su un monte significativamente chiamato l’infarru, l’inferno, percorso da strade dissestate e ripidissime. L’area di macchia dietro casa era il nostro territorio: le nostre attività si dividevano fra avanscoperta, alla ricerca di punti praticabili, e allestimento e cura delle “casette”, grotte poco profonde o semplici rientranze rocciose che per noi costituivano immediatamente un interno, punto di riparo e riferimento topografico. I nostri parenti ci chiamavano “le capre”, e per noi era un complimento. Per me, soprattutto, la capra era una specie di totem, modello agonistico e ideale di equità sociale: il fatto che tracciasse lo spazio sugli zoccoli, che potesse arrivare ovunque senza bisogno né di ali, né di forza, né di artigli, affidandosi al solo gioco di leve fra arti e roccia, ne faceva l’emblema stesso della libertà, una libertà tarata sul corpo di un bambino, in cui mi potevo identificare. Lo skate univa la smania cartografica e la passione per i disequilibri al fatto di esercitarli su un terreno di appannaggio degli adulti, l’asfalto. Poter paragonare la mia velocità a quella di un’automobile – secondo te siamo veloci come una macchina? In questo punto secondo te siamo più veloci della macchina di mamma? E di quella di babbo?, erano le domande con cui ci ossessionavamo a vicenda io e mio fratello – mi faceva sentire non adulta, ma molto meglio, alla pari di un adulto, come se, da bambini e in quanto bambini, avessimo inventato in autonomia un modo di vivere attivamente lo spazio comparabile a quello dei grandi. All’inizio stavo seduta, come su uno slittino, e quando mi spaventavo frenavo con le scarpe, distruggendole, e in casi estremi mi buttavo a sedere sull’asfalto, con esasperazione di mia madre che per punizione mi faceva andare in giro con due toppe alle ginocchia e una sulle chiappe. Da seduta facevo discese lunghe e molto ripide, a velocità altissime. Poi risalivo a piedi di pochi metri e affrontavo la breve rincorsa in posizione eretta, con i muscoli sciolti dalla prova del fuoco precedente e abbastanza sicura di me da azzardare le prime virate. ![Costa-smeralda-2](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Costa-smeralda-2.jpg) ## Dalla lotta alla danza: la Chiesa di Liscia di Vacca La mia tecnica ha subito la svolta decisiva a Liscia di Vacca, piccolo insediamento di una ventina di famiglie sopra la Marina, a quattro chilometri da casa mia. Io miei genitori avevamo degli amici in quella zona e io e mio fratello avevamo iniziato a portarci dietro lo skate. La piazzetta antistante è un avvallamento concavo che circonda ad anello l’edificio. Un pool perfetto, e infatti i bambini e gli adolescenti della zona già ci giocavano. Io non ero per niente agile. Non erano abituata a condividere lo spazio con degli sconosciuti, per giunta più grandi ed esperti di me. L’asfalto mi aveva abituata a ad esercitare molta forza sulla tavola, e anche se la pendenza era irrisoria rispetto a quelle che facevo di solito era come se mi mancasse il terreno sotto i piedi. Poi la soluzione è venuta da sé, guardando gli altri e sperimentando: piegare le gambe, combinare il perno col dosaggio di peso in verticale. Usare il baricentro del mio corpo come un timone mi permetteva di reagire al pavimento liscio e senza direzioni della piazza in modo amabile, senza forzo. Mi vivevo quella scoperta, banale e ovvia per chiunque, come un qualcosa di miracoloso, come l’esperienza diretta, sul mio corpo, della reversibilità di un evento. Il rapporto con la velocità, la possibilità di trattenere, modulare, differire e re-orientare una spinta che fino a poco tempo prima mi vivevo come ineluttabile, è una delle sensazioni più appaganti che abbia mai provato: non quello che può fare un corpo ma quello che può non fare, la possibilità di non ubbidire a, di negoziare persino il principio di causalità per eccellenza, la forza di gravità. ![Costa-smeralda](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Costa-smeralda.jpg) ## Contro-utopie caprine: il Centro di Porto Cervo Porto Cervo funziona come una specie di Terra di Utopia del capitale, rovescio mitico del sogno di ogni possidente all’esclusività dello spazio: la morfologia irregolare della costa, il camouflage architettonico, la distribuzione rada e dislocata delle abitazioni, servono tutti a far sentire ognuno dei proprietari o affittuari come se fosse solo al mondo, il primo uomo a beneficiare del paradiso terrestre. In centro la funzione topologica è presa in carico dai prezzi e dalle guardie giurate, che sostituiscono le barriere naturali con sbarre silenziose che ne fanno un posto comunque inaccessibile, solo da guardare, possibilmente in silenzio. D’inverno era praticamente deserto, e quasi tutti gli adolescenti della zona (cioè una ventina) ci andavano in skate. I portocervini erano bravissimi e avevano tavole da sogno, larghe la metà e pesanti un quarto delle nostre (io per tutta la prima media ho fatto i compiti di italiano a Stefano V. in cambio di due ore della sua lingua nera in fibra di carbonio, che alla fine mi ha regalato). Per noi lo skate era un mezzo di trasporto, o meglio la tavola faceva dello spazio stesso il partner di uno spostamento, ce lo faceva scrivere dal nostro punto di vista, come “le rocce”. Quel principio motore semplicissimo e perfetto, di eleganza caprina, era sufficiente a disegnare una carta che non era la negazione del padronato consortile ma la sua contro-utopia, perché rendeva quegli stessi spazi un bene partecipabile, un potenziale a disposizione di chiunque fosse disposto a sposarne le determinazioni. Ancora oggi, penso allo skate prima di tutto come a un principio di espropriazione, come se attivasse una specie di relazione letterale con il mondo, materica, danza fra gravi simmetrica e reversibile che ne azzera il capitale di simboli. Lo spazio tende a reificare i valori di chi lo scrive, che diventano assoluti e incontrovertibili fino a prova contraria. Ecco, lo skate è stato la mia prova contraria. ### I diari dello #skatemolotov: Caserta URL: https://flaviopintarelli.it/2014/10/23/diari-skatemolotov-caserta/ Last updated: 2018-10-03T09:12:14.000Z A Caserta, per [eFFe](https://twitter.com/abcdeeFFe?ref=flaviopintarelli.it), lo skate fu il veicolo delle prima esperienza interclassista. Fu a cavallo di una tavola di legno che i ragazzini bene impararono a uscire dalla bolla sociale che gli era stata creata intorno. Caserta è un sogno borghese, per chi ci vive e per chi ci si trasferisce. Io ho fatto parte di questi ultimi, avventurandomi in un trasloco di soli tredici chilometri, lungo i quali si abbandona la presa soffocante di una realtà di paura quotidiana e ci si immerge, per la Strada Sannitica Nord, nel sogno borghese di una cittadina garbata, educata, sicura, benestante. Venivo da un paese agricolo, dove dai grandi androni dei palazzi antichi non era inusuale veder uscire carri trainati da buoi o cavalli – quei palazzi che nella corte avevano le stalle e le cantine e il forno in cui le signore di una certa età cuocevano tutti i giorni un pane che ricordo morbido e profumato. Quei forni, ho saputo molti anni dopo, utilizzavano legna tossica, carica di vernici, talvolta proveniente dalle vecchie bare che nei cimiteri si spostano per fare spazio ai nuovi morti. Il terremoto del 1980 fu la frattura in cui questo paesaggio agricolo, duro, ma ancora vivibile, cominciò ad evolvere in quella che oggi è la seconda piazza di spaccio della droga più grande d’Italia. Già sul finire degli anni Ottanta la mia famiglia aveva capito che lì non c’era futuro, e che Caserta, quel sogno borghese che frequentavamo solo di sabato, per un cinema o delle spese, era il miglior approdo possibile. A Caserta c’erano i negozi luccicanti, le strade erano asfaltate, c’erano i giardinetti pubblici e tutte le scuole superiori. La gente vestiva bene, di domenica andava a messa alle 11, poi beveva un aperitivo nei bar di Corso Trieste e Piazza Margherita e se ne andava infine a mangiare a casa. Per me, quattordicenne pieno di voglia di divertirsi, era una dimensione ideale. I miei, con molti sacrifici, mi avevano iscritto nella migliore scuola della città, e i miei compagni di classe erano figli di notai e avvocati, di medici e ingegneri. Vestivano di marca, secondo la moda del momento, ma senza mai abbandonarsi ad eccessi di eccentricità, rimanendo ben saldi dentro i paletti di un’eleganza borghese: Barbour, Timberland, Nike, Levi’s, per capirsi. Non ricordo chi cominciò e nemmeno come: ricordo solo che la novità dello skate si espanse rapidissima. Cominciò, naturalmente, come una moda, fatta di marchi ed esibizioni, e noi tutti, da buoni borghesi o piccolo-borghesi, cercammo subito di distinguerci. Io ero riuscito, tra paghette, furtarelli nel borsellino di mia madre e regali di compleanno e di Natale, a comprarmi una tavola Tony Hawk – sette strati di acero canadese – su cui avevo appiccicato il grip e montato tracks e ruote dure. Andavamo nei giardini di Corso Trieste a far pratica e a scrivere con gli Uniposca sui muri e sulle panchine il primo slogan che avevamo imparato: “Skateboarding is NOT a crime!”. I nostri diari scolastici, i banchi e le sedie e le porte del bagno del liceo ne furono presto ricoperti. Imparammo anche che skate si poteva abbreviare con “sk8”. ![Powell-Tony-Hawk](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Powell-Tony-Hawk.jpg) Il parco del Corso era il nostro regno e si prestava bene a fare pratica di ollie e slides. Io, lo ammetto, non ero granché, ma cercavo almeno di non passare da poser, mettendoci il massimo impegno. Un giorno, dopo la scuola, trovammo che nei vialetti c’erano due ragazzi che skateavano, e non erano dei nostri: erano, giudicammo tutti, messi male: pantaloni coi tasconi pieni di strappi e buchi, t-shirt slabbrate, il cappellino girato all’indietro e delle strane scarpe nere consumate all’inverosimile sui lati esterni. Erano bravi però: senza timore prendevano possesso di tutti gli spazi, li percorrevano sullo skate, saltavano le buche con facilità. Fu un incontro surreale: da una parte noi, i figli di papà, quelli del liceo privato, quelli con le Nike ai piedi (il fatto che i miei fossero impiegati statali e che ai piedi io avessi delle Superga qualsiasi era irrilevante), fermi a guardarli, più imbambolati per le acrobazie che gli vedevamo fare che per l’improvvisa occupazione di uno spazio che reputavamo nostro; dall’altra loro, solo in due, così agili, così sorprendentemente liberi. Quasi venticinque anni dopo quel giorno io questo ricordo: che quel che mi sorprese fu il modo in cui, skateando, esercitavano una libertà che era fisica – nei percorsi scelti, nella capacità d’immaginare nuove evoluzioni rispetto a quelle che noi ormai ripetevamo senza sosta nei soliti angoli, nella fluidità dei movimenti, nel cadere e rialzarsi sorridendo, perché se eri caduto significava che avevi provato a spingere i tuoi limiti un po’ più in là – e che era allo stesso tempo mentale. Lo capii quando uno dei due, un largo sorriso e una brutta acne sul volto, si avvicinò a vedere le nostre tavole. Facemmo conoscenza, i nostri timori caddero rapidamente travolti da quella facilità di approccio: venimmo a sapere che frequentava un istituto tecnico, che era stato bocciato due volte e che per questo aveva due anni più di noi, che lavorava il pomeriggio come meccanico. E che quelle scarpe devastate erano AirWalk. Capimmo che a lui interessavano le nostre tavole e quello che ci facevamo, non i conti in banca dei nostri genitori o i nostri voti nelle versioni di latino e greco. Eravamo noi i posers, non loro due. E lo capimmo tutti, anche i più ottusi mocciosi figli di papà. Skateammo insieme per un anno abbondante. Quei due ci insegnarono tante cose, dal gergo degli skaters alle migliori marche di cuscinetti a sfera per le ruote, dall’ollie flip 180 a come invertire nose e tail; con loro scoprimmo nuovi spazi della città per skateare e ci facemmo diversi nemici tra proprietari di negozi e inquilini dei palazzi infastiditi dallo sbattere delle tavole sul marmo dei loro condomini. Alcuni di noi presero lo skate molto seriamente, migliorarono tantissimo, qualcuno si fece anche piuttosto male. A quindici anni, in quel sogno borghese che era ed è la città di Caserta, lo skate fu per noi la prima presa di contatto con quella realtà della città che si trovava al di fuori della nostra bolla sociale, fatta di troppa prudenza, troppe convenzioni, troppa ipocrisia. Fu un ponte interclassista fatto di sette strati di acero canadese. Lo skate incrinò quella bolla borghese e per fortuna, un paio di quei ragazzini che skaetavano con me, misero la testa fuori e piano piano cominciarono ad uscirne. Mi piace pensare che se la mia vita ha preso una piega diversa e lontana rispetto a quella che era stata disegnata da altri per me, lo devo un po’ anche allo skate, e a quella lezione di libertà che lo skate mi diede nel 1990-91, nel parco di Corso Trieste, a Caserta. ### Vent'anni che suona sangue mistico. Guida non ufficiale a SxM URL: https://flaviopintarelli.it/2014/10/20/sxm-sangue-misto-venti-anni/ Last updated: 2019-12-18T10:04:58.000Z ## Bologna 1994 Della Pantera nera che aveva tenuto in apprensione l'Italia dopo un decennio di riflusso e pacificazione sociale si erano ormai definitivamente perse le tracce sulle balze dell'Appennino. "Desert Storm alle spalle. George primo e i repubblicani alle spalle". Davanti agli occhi si spalancano le porte del ventennio berlusconiano, il 1994 è l'anno della discesa in campo "l'Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti". A ripensarci ora forse ci sono già, in quel 1994, tutti gli ingredienti dell'Italia che avremmo vissuto negli anni successivi, solo che nessuno li aveva ancora miscelati insieme. Il 1994 è un anno-laboratorio, un punto attraverso il quale passano molteplici rette in attesa che si formi un altro punto, un altro nodo che escluda tutte le possibilità, tranne una, quella che oggi chiamiamo Storia, la nostra storia recente. È proprio in quell'anno che esce *SxM*, primo e ultimo album dei Sangue Misto. Sono passati 20 anni esatti. ## Un po' di storia Qualche anno in più, 23 per l'esattezza, sono passati dal giorno in cui, a Bologna, venne sgomberata [L'Isola nel Kantiere](http://nexusmoves.blogspot.it/2013/05/ghetto-blaster-appunti-su-isola-nel.html?ref=flaviopintarelli.it). Occupata alla fine degli anni '80 da punk e militanti, L'Isola fu uno dei più importanti centri sociali italiani del periodo, nonché uno dei luoghi fondamentali della nascente cultura hip-hop nazionale. In quegli anni stava nascendo un modo diverso di occupare e reclamare gli spazi. Al contrario dell'ondata di occupazioni che aveva caratterizzato gli anni '70, i centri sociali nati a cavallo tra gli '80 e i '90 sperimentavano un rapporto più complesso tra la militanza e l'intrattenimento. I momenti di aggregazione e di divertimento diventavano occasioni di confronto e di apprendistato politico e il ruolo che i centri sociali ebbero nel dare vita a una controcultura italiana fu incredibilmente rilevante. Fu in questa temperie che cominciò a suonare L'Isola Posse All Stars, un collettivo hip-hop seminale. Neffa, Deda e Dj Gruff, ovvero il trio che diede vita ai Sangue Misto, erano tutti membri di questa formazione e ~~anche se *SxM* è stato creato in un periodo in cui il gruppo viveva a Torino~~ il retroterra della band ha lo spiccato, untuoso e grasso retrogusto felsineo. Il retrogusto della Bologna della Uno Bianca cantata in *[Stop al panico](https://www.youtube.com/watch?v=pQVLA7lIV80&ref=flaviopintarelli.it)*. > [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) "SxM" prodotto a Bologna tra Via Irnerio 18 e zona grattacielo Massarenti. Registrato allo studio di Dalla in via dei Coltelli. > > — DeeMo (@DeeMo) [22 Ottobre 2014](https://twitter.com/DeeMo/status/524946383712026624?ref=flaviopintarelli.it) ## Sangue Misto Quella che leggerete è una guida non ufficiale alle dodici tracce che compongono i 53 minuti e 53 secondi di *SxM*, ovvero a uno dei capolavori dell'hip-hop old school italiano. Traccia per traccia insieme a voi andrò all'ascolto e alla scoperta di quello che è, senza far torto a nessuno, uno dei migliori dischi nella storia della musica italiana. Punto. EDIT Occhio, fonte primaria da tenere bene a mente durante la lettura > [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) occhio: SxM non è interamente prodotto da Gruff, che arrivò a lavoro inoltrato. D + N erano già a buon punto con le basi. > > — DeeMo (@DeeMo) [20 Ottobre 2014](https://twitter.com/DeeMo/status/524139853685194753?ref=flaviopintarelli.it) *Nota: tutti i campionamenti in questa guida sono stati individuati usando la versione per Android di [Who Sampled](http://www.whosampled.com/?ref=flaviopintarelli.it)* ### La copertina Speaker DeeMo racconta e decodifica il classico artwork del disco ### SxM Si comincia e se per caso vi stavate aspettando ritmi ballabili, atmosfere festaiole e un mood casinista avete sbagliato disco. L'intro di *SxM* non lascia spazio ad alcuna mediazione possibile. Il suono ruvido e cupo targato Dj Gruff si spande nelle vostre orecchie in vibrazioni concentriche. Il basso è avvolgente, colpisce alla bocca dello stomaco, saturando ogni possibile cavità. Nel sottovuoto che ne consegue fiati distorti e voci inquietanti che sembrano provenire da un altrove poco rassicurante appaiono come ectoplasmi sui quattro quarti ossessivi della batteria. È il 1994 bellezza, è l'anno-laboratorio, l'inizio della distopia e *SxM* non dà adito a dubbi. Hasta la vista baby. #### Campionamenti - [*Bitches Brew*](https://www.youtube.com/watch?v=ryiPO1jQdaw&ref=flaviopintarelli.it) Miles Davis - [*La Rapadopa*](https://www.youtube.com/watch?v=%5F9-X-kDlpVo&ref=flaviopintarelli.it) Dj Gruff ### Clima di tensione Quello che l'intro promette, *Clima di Tensione* mantiene; lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. La ruvidezza dei suoni non cambia di una virgola, col tintinnare incessante della batteria che si accompagna alla pulsazione del basso, vero e proprio cuore di tenebra del pezzo. E se l'intro dava un'idea del clima che avremmo respirato nel disco adesso ci sono Neffa e Deda al microfono a rendere l'atmosfera ancor più opprimente. I tempi dell'Isola Posse All Stars e di *Stop al panico* sono lontani e non sembra esserci antidoto all'aria greve respirata nel periodo della Uno Bianca che oggi è diventata l'unico ossigeno possibile. #### Rime memorabili Neffa: "La tensione sale ogni giorno di più/pure quando accendo la mia tele viene su/chico fa brutto perché le iene adesso sono dappertutto/e un tot di gente si fa il viaggio tipo Klu Klux Klan/vogliono spaccare come Superman oppure Van Damme" Deda: "motivi di discordia scritti con il sangue/tira un aria strana/la scena si confonde/vivo coi fratelli questi tempi di guerra/sento la pressione che ci schiaccia per terra/e questa è la mia situazione/senza soluzione per il clima di tensione... #### Campionamenti - [*Passaparola*](https://www.youtube.com/watch?v=Bxf3C3MaN-o&ref=flaviopintarelli.it) Isola Posse All Stars - [*Hard Times*](https://www.youtube.com/watch?v=FFZ58rJiE4k&ref=flaviopintarelli.it) Baby Huey ### Lo straniero I bei vecchi tempi non esistono, non ci sono mai stati. E se per caso in questi anni vi siete chiesti come ha fatto questo paese a diventare una cloaca razzista forse non avete mai sentito questo pezzo. E di sicuro avete cominciato a guardarvi in giro troppo tardi. E se qualcuno ancora vi dice che non abbiamo un problema di razzismo e di esclusione in questo paese sta mentendo. In questo pezzo c'è tutto, e c'era tutto vent'anni fa. Non avete alibi. Dopo tre tracce dominate dalla sezione ritmica qui Dj Gruff si diverte con la melodia, costruendo il pezzo intorno al campione altalenante che si ascolta all'inizio e a una batteria resa ancor più rapida e tagliente dagli scratch. #### Rime memorabili Neffa: "Chico canta che ti passa ma non mi passa più/testa bassa la repressione mi butta giù/schiaccia, quando lo sbirro mi dà i pugni nella faccia/per me lo Stato è solo stato di minaccia/quando vedo il tunisino all'angolo che spaccia, la nera presa a schiaffi dal maganccia io so/che è tutto made in Italy perciò/ non chiedermi se canto Forza Italia o no" "Io quando andavo a scuola da bambino, la gente nella classe mi chiamava marocchino, terrone, muto/ torna un po' da dove sei venuto/ e questa è la prima roba che ho imparato in assoluto" Deda: "Quando la terra brucia è allarme rosso per le strade e non sei più sicuro/ tu stavi chiuso in casa ed è crollato il muro/ quindi adesso è tutto pronto per lo scontro/ con chi viene da fuori e non ci sta più dentro" #### Campionamenti - [*Sing a Simple Song*](https://www.youtube.com/watch?v=8IPEQNYD6oI&ref=flaviopintarelli.it) Sly & the Family Stone ### La parola chiave Questo è il primo pezzo dell'album in cui si cambia registro rispetto alla dura cupezza delle prime tre tracce. E in un certo qual modo se ne sentiva il bisogno, di un momento spensierato. *La parola chiave* è il classico metapezzo hip-hop caciarone, come sottolineano efficacemente i cori e le voci che punteggiano una base fatta apposta per farci rimbalzare la testa sopra. Insieme a Deda al mic troviamo Gopher D che con il suo ragga aggiunge una nota di colore al pezzo. Nel testo si parla soprattutto di rime e di quello che significa fare rap, condividere un microfono, stare ai piatti, fumare e in definitiva fare e sentirsi parte di quella cultura internazonale e senza confini che l'hip-hop. #### Rime memorabili Deda: "stessa musta stessa fotta stesso trip/quando caccio la mia rima sopra il beat/chico tu capisc perché internazionale/ma chi è fuori resta fuori senza la parola chiave" "e viene in giù dal sottosuolo, in volo/e i miei guaglioni fanno il coro/caccio solo hardcore è il chico con le pezze al culo/perché i tempi sono duri, cani sciolti e musi sporchi/e sotto c'è eroina quindi è meglio stare accorti" "il tipo che ha confuso/la dopa lo ha deluso/se non la senti dentro se ne sconsiglia l'uso" #### Campionamenti - [*La Di Da Di*](https://www.youtube.com/watch?v=zM0KAh5w7Rs&ref=flaviopintarelli.it) Doug E. Fresh and Slick Rick ### Cani sciolti Probailmente questo, insieme a *Lo straniero* e a *La porra*, è il pezzo più conosciuto del disco. In ogni caso è uno dei più significativi. Qui torna la tigna incazzata dei primi tre pezzi anche se la paranoia e l'oppressione che caratterizzavano le prime tracce del disco con i loro bassi oscuri e intrippanti vengono stemperate in un beat più aperto e lineare dove il charleston detta il ritmo e la distorsione è affidata agli scratch con cui Dj Gruff si prodiga a sottolineare il ritornello. È su questo tappeto sonoro che Neffa e Deda danno uno sfoggio della loro maestria al microfono. Le rime sono incalzanti e allo stesso entrambi gli Mc riescono a variare il tono e la velocità della dizione risultando tutt'altro che monotoni. #### Rime memorabili Neffa: "ci credi o no c.h.i.c.o. non lo so/so di f.i. doppia s.o. che ci sarò/però quel giorno quando viene sarà come tanti/con le iene di dietro e i cani di sciolti davanti.../Pam pam chico musi di pantere/ci annusano il sedere e non c'è molto da sapere/se la vita è mia lascia che sia/cane contro cane quando il cane è della polizia/preso per il culo dalla mia tv/meglio non vedere come Mr. Magoo/resta un opinione personale/io non sono carne da campagna elettorale" Deda: "E i cani sciolti escono fuori dal gregge, escono fuori come schegge/e chico puoi giurarci quando occorre esco fuori legge/perché devo svoltare i tempi duri/seguo la mia idea visto che ancora oggi come ieri/vivo un clima di tensione negativo/perciò non venirmi a dire che sono ostile e che non c'è un motivo/le radiazioni han fatto danni/su chi è cresciuto negli ultimi 20 anni/abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno/la dose quotidiana di merda che ci cade attorno" "Per darci addosso non gli serve che un pretesto/hanno la divisa, il manganello e tutto il resto/e non importa la domanda che un barabba mi fa/perché se gli rispondi in ogni caso non gli va/comincia a dare in testa e quando picchia picchia duro/vuole far cantare forza italia allo straniero/hanno la faccia come il culo e il loro è un trucco vecchio/all'occhio quando sparano nel mucchio ### Senti come suona Alla traccia numero sei si apre una nuova finestra sulla musica e la personalità dei Sangue Misto. Come *La Parola chiave* anche *Senti come suona* è un metapezzo che parla del fare musica. Ma a essere diversi qui sono i toni. Ora emerge il lato più rilassato e allo stesso tempo acido del gruppo, ricamato su una batteria meno incalzante e più complessa rispetto ai pezzi precedenti e accompagnato da campioni di fiati di chiara derivazione jazz. #### Rime memorabili Deda: "Adesso 0 stress/con i miei guaglioni me la passo/chico sssh... sulla traccia mi rilasso/e so che sto tranquillo, la giornata è buona/per cacciare un po' di rapa dopa senti come suona" Dj Gruff: "Mi basta un tum seguito da un tipico schat/aggiungo alla strofa 2 cuts, suono solo hip hop/in stile semplice col piatto complice/che quando mi fa stare bene non ce n'è suona funk jazz soul blues/Gruff in dopa sdrusa/il campionatore ormai si è fuso/ma resta acceso il tempo scorre sopra un beat che musica un film lirico peso" Neffa: "è un'impercettibile variabile che fa di me/l'inimitabile ineffabile che non ce n'è/in dopa vera con la d. e. d. a. Dj Gruff/e i cani sciolti nella nostra ballotta/come come again se il guaglione c'ha la fotta" #### Campionamenti - [*Kissing My Love*](https://www.youtube.com/watch?v=HKXoYz%5F891A&ref=flaviopintarelli.it) Bill Withers ### La porra Inconfondibile fin dall'intro che descrive un posto magico in cui "si può giocare a flipper, si ascolta musica, si possono acquistare accessori vari per confezionare spinelli e fumare" questo pezzo impastato come una cima gonfia di resina è emblematico del mio rapporto coi Sangue Misto. È il primo che abbia mai ascoltato e senza dubbio quello a cui sono più legato. Chiunque abbia almeno una volta sentito dentro di sé la dopa non può non amare *La porra*. Qui dentro è condensato il massimo dell'invenzione linguistica del trio che, è vero, si è sentita già altrove (*La parola chiave*, *Senti come suona*) ma qui tocca livelli eccelsi. Sdruso, gremare, trombarduolo, plasticone, giansugoso, fattanza sono parole che ogni giovane drogato ha pronunciato almeno una volta e sono soltanto la punta dell'iceberg di un pezzo che ha una forza immaginifica inarrestabile il cui apice per me resta sempre il mistone nell'insalatiera di Dj Gruff, che al mic ci regala una delle strofe più memorabili nella storia del rap. Esagero? Secondo me no. #### Rime memorabili Neffa: "Con la mia ballotta fumo porre in quantità/tanto quanto basta/con le mani nella pasta la mista è ben farcita io la faccio su/manco fossi Mina vedo 1000 bolle blu.../Hei chico se anche te sei come me bella lì, noi siamo soci nel THC/plin plin senti come suona quando sale.../Fumo la mia porra, 0 trip trip trip/fottono la testa di un guaglione con il bip bip bip/io resto affezionato a un dado Knorr/cartina filtro paglia fumo uguale...amor/" "parlo della porra perché solo lei mi gusta/compro la mia stecca non mi compro mai la busta" Deda: "Porra bella pesa do la giunta/la mia mistura è ricca, la dose esagerata che ti spacca/H DE che quando assumo hashish/sento gli ultrasuoni e vedo a raggi X/vado sulla luna come Tin Tin /parte l'astronave Delta 9" "Piena di grazia è la mia pipa/e porto marijuana in vaticano come dono per il papa/santo padre benedici la T con HC/siamo complici, tipo è lei che mi... ispira se gira/dentro me/e manda fora che non ce n'è/nella mia testa suona e anche se stona trova l'armonia/chi appizza? Pronti via e come per magia/di nuovo blu blu quando faccio su/seguo i segnali di fumo sulla traccia con la mia tribù.../Fumo la porra 0 pare chico capisci bene /perché già sai Deda è il guaglione per la legalizzazione/e se per quei signori io sono ancora fuori/mi prendo cura dei miei affari e magari siamo pari/rendo l'idea? Cremo punto e basta/c'è sintonia con le mani in pasta/fumo senza sosta non mettetemi alla sbarra,/se in testa c'ho la rima e nella mano c'ho la porra..." Dj Gruff: "Mi sveglio preparo il mistone in una insalatiera/passo la giornata intera m'appizzo un giansugoso e me ne sto in crociera/fora, gremo fino a sera/e ancora chiuso in/una cartina o dentro un cilum,/blunt magari di skank gusto funk in testa bam!/La fattanza sbanda colori dentro questo grigio manda/un trombarduolo che ti acquieta lascia una fragranza lieta/e quando ne metti troppo non si spreca/se è buono con la merda io non mi stono/capiscimi bene tipo... capiscimi al volo" "nella piazza dove il tabaccaio smazza/plasticone strumpallazza io non ne voglio mezza/devo sentire il gusto della pianta/io non fumo scarpe/questo non è scherzi a parte non mi diverte/controllo sempre il ciocco non mi fido, specie quando incido/io non penso positivo, penso al cilum... #### Campionamenti - [*Teen Tonic*](https://www.youtube.com/watch?v=0B6575my65Y&ref=flaviopintarelli.it) Pierre Henry e Michel Colombier - [*In the Light*](https://www.youtube.com/watch?v=C3jRK-sdTSE&ref=flaviopintarelli.it) Led Zeppelin - [*Good Old Music*](https://www.youtube.com/watch?v=GUeHaR24f8Y&ref=flaviopintarelli.it) Funkadelic ### In dopa Neffa feat. Soulee B è un binomio che continuerà a produrre chicche anche anni dopo la fine dei Sangue Misto. Qui i due duettano su una base dal tiro soulfunk che sarà il biglietto da visita dell'artista di Scafati durante la prima parte della sua carriera solista. L'atmosfera è rilassata ed è la tecnica canora dei due che emerge prepotente, con rime complesse e perfettamente intrecciate. Anche in questo caso *SxM* si dimostra un album veriegato che contiene in nuce gran parte delle successive evoluzioni dei suoi protagonisti. #### Rime memorabili Neffa: "e caccio rime con la fotta la ballota che fa? "Hoooo!!"/C'è il guaglione con le rime già sai/e viene su e non si ferma più/c'è snif snif Neffa nella dopa e ha una fattanza blu/chico cazz'è? La vita senza dopa è vita grama e non ce n'è" "Ehy-ehy-ehy e bum-chap bum-chap qui chi c'è/il tipo che fa? Frista, con una mano nella mista:/caccio rime per i brothers and sistaz/si sta bene solo se la dopa è buona già sai/c'è Neffa con la rima alli guai/in dopa vera insieme a Soulee B/Sangue Misto... bella lì" #### Campionamenti - [*Three Days of the Condor*](https://www.youtube.com/watch?v=ueTZhhsTxqY&ref=flaviopintarelli.it) Rhythm Heritage ### Manca Mone Arrivati a questo punto dell'ascolto, stretti tra divagazioni jazz, funk, soul e sperimentazioni linguistiche, ci si potrebbe chiedere che fine hanno fatto i suoni schietti, le linee melodiche semplici e dirette, i bassi avvolgenti, sporchi e potenti, che avevano caratterizzato le prime tracce del disco. La risposta è *Manca Mone* che, con una delle basi più trascinanti di tutto il disco, ci riporta alle orecchie quel suono strettamente old school che fino a ora aveva caratterizzato pezzi come *Clima di tensione*, *Cani Sciolti* e *Lo straniero* ma senza il loro senso di paranoica oppressione. L'argomento del pezzo sono i fottutissimi soldi. Quelli che, per certa gente, non ci sono mai, qualsiasi cosa succeda. #### Rime memorabili Dj Gruff: "Manca mone da tempo cerco un modo, ci sarà una soluzione/con una rapa non risolvo la questione/la condizione, un tetto di questo reppo/non parlarmi di rispetto gratis, me ne sbatto" "un suono zero campionabile funziona solo live/puoi goderti il sound solo se ce l'hai e quando manca son davvero guai" Neffa: "sono nella dopa, la dopa non basta/se non suona ding ding lira nella cassa/S.O.S., e pure quando marca male chico, no stress/io cerco di svoltare qualche business/con le tattiche da impusteda" Deda: "Questa situazione inizia a farsi dura/sogno di milioni su milioni come il signor Bonaventura/e quando mi sveglio vedi non ce n'è/la luce del mattino viene a ricordarmi che guaglioni come noi soldi non ne fanno mai/chico già lo sai e alli alli guai/vediamo scommettiamo o ti fa strano?/Se manca mone per i guaglioni neanche noi ci siamo! #### Campionamenti - [*Fall*](https://www.youtube.com/watch?v=ahaxXEheOiM&ref=flaviopintarelli.it) Miles Davis - [*For the Love of Money*](https://www.youtube.com/watch?v=Hktcsp9msBo&ref=flaviopintarelli.it) The O'Jays - [*Senti Bene*](https://www.youtube.com/watch?v=ht33wiac5u8&ref=flaviopintarelli.it) Dj Gruff - [*Stammi Lontano*](https://www.youtube.com/watch?v=-znuBW3xn3I&ref=flaviopintarelli.it) Dj Gruff ### Piglia male Ho perso anni ad interrogarmi sul senso oscuro dei versi che aprono *Piglia Male* e solo indirettamente, grazie a un Tweet di Wu Ming, ho scoperto chi è Ablatik. Ovvero Aldo Vignocchi, ovvero il leader e fondatore dei Kavalla Kavalla, ovvero uno dei punti fermi dell'undergroud bolognese. In ogni caso, chiusa la partensi storica, qui sporfondiamo di nuovo nel buco nero ossessivo con un pezzo dai suoni impastati ed ecotoplasmici. Basso pulsante che s'ingruma con la batteria che esplode il quarto quarto direttamente nella vostra capoccia. Nel testo si cita De André, solo che lo smarrirsi di Andrea qui ha una sfumatura un poco più lisergica di quanto non accadesse nella canzone del cantautore genovese. #### Rime memorabili Deda: "Certe volte piglia male/è come l'acido di un trip che sale, sale/e mi accompagna giù/al di là del blu, oltre la soglia dentro il nero,/dove fa brutto vero/per un po' starò via, non mi cercare/Andrea si è perso e non riesce più a tornare" "è la pressione a 100 che mi rende ostile/è la tensione che dà sul mio stato mentale/ecco i guaglioni con i nervi a pezzi,/e scoppiano scazzi, e i miei fratelli sono pazzi.../Meglio tener la porta chiusa:/sta per scoppiare un gran casino nella casa" Neffa: "E la notte dentro il letto mi rigiro/quando prendo sonno tutto a un tratto non respiro/dormo con un occhio chiuso, l'altro no/chiedimi cos'è, cos'ho/teso vero, preso male perciò/so ben io che succede nella testa di un guaglione/voglia di giocare: None-none-none/Vivo come vivo tra le maschere di sale/anche se rido, io sono il chico preso male #### Campionamenti - [*Andrea*](https://www.youtube.com/watch?v=3Xqilt87frc&ref=flaviopintarelli.it) Fabrizio De André - [*You Know You Know*](https://www.youtube.com/watch?v=5mdGCqZTres&ref=flaviopintarelli.it) Mahavishnu Orchestra ### Fattanza Blu Penultima traccia, il viaggio si avvia alla conclusione, il buco nero della paranoia forse ce lo siamo lasciato alle spalle ma il sole lo stiamo aspettando e probabilmente lo aspetteremo ancora per un bel po'. Per intanto ci accontentiamo di navigare nell'atmosfera crepuscolare di *Fattanza Blu*. Ritmi lenti per una base liquida in cui i bassi, ancora una volta carichi e profondi, sono fatti apposta per farci ondeggiare, cullandoci nell'abbandono a cui ci lasciamo andare sciogliendo la tensione. #### Rime memorabili Neffa: "bella lì Neffa è il nome sono polleggiato/metre guardo il film col flash incorporato/e che sia ciocco che sia nero skunk oppure kiff/fumo porre ma non faccio sniff/assumo hashish in quanto faccio su/e in quanto faccio su/la mia fattanza è una fattanza blu" Dj Gruff: "Blu come la nota/nuota dentro il blu dell'acqua con le onde/blu come le Rizla lunghe, suona le trombe/ne faccio su e ancora su per ore ore e ore/blu come lo schermo del campionatore/schiaccio il bottone pronti via con il programma per andare in dopa" #### Campionamenti - [*Bitches Brew*](https://www.youtube.com/watch?v=ryiPO1jQdaw&ref=flaviopintarelli.it) Miles Davis ### Notte Fine del disco, la celebriamo con una traccia strumentale in cui Dj Gruff si diletta in un'improvvisazione jazz cucendo insieme diversi assoli di tromba. La notte ci avvolge e ci parla coi suoi rumori, è stata una lunga giornata. È il caso di celebrarla degnamente. *SxM* si chiude così. Arrivederci a tutti ### I diari dello #skatemolotov: Trieste URL: https://flaviopintarelli.it/2014/10/13/diari-skatemolotov-trieste/ Last updated: 2019-12-18T10:59:22.000Z > [#stupidigiocattolidilegno](https://twitter.com/hashtag/stupidigiocattolidilegno?src=hash&ref=flaviopintarelli.it) funziona come un magnete, attira storie di skate dalle sette direzioni dello spazio > > — El\_Pinta (@El\_Pinta) [8 Ottobre 2014](https://twitter.com/El%5FPinta/status/519863325870804992?ref=flaviopintarelli.it) *Da quando ho iniziato a scriverlo, e molto di più ora che l'ho pubblicato, [Stupidi Giocattoli di Legno](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/25/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) non ha fatto altro che attirare storie di skate da ogni dove. Così ho scoperto che persone diversissime tra loro hanno in comune una storia da raccontare su questo bizzarro oggetto fatto di legno, alluminio e ruote di poliuretano. Spesso sono storie minime, periferiche, storie di persone che durante la loro vita hanno solo incrociato lo skate per poi lasciarlo, ma su cui lo skate ha in qualche modo lasciato una traccia che doveva soltanto essere riportata alla luce.* *Ed è con questo fare un po' da archeologo che mi sono messo in testa di raccogliere queste storie, questi diari dello [#skatemolotov](http://blog.flaviopintarelli.it/2014/09/22/stupidigiocattolidilegno-arriva-lo-skatemolotov/?ref=flaviopintarelli.it). La prima storia è quella che mi ha raccontato @Scalva\_. Con lui ci siamo conosciuti su Twitter e per un periodo è stato uno dei fotografi che ha illustrato [La rotta per Itaca](http://larottaperitaca.wordpress.com/?ref=flaviopintarelli.it) il blog collettivo che avevvo fondato con alcuni amici. Scalva mi sarebbe piaciuto intervistarlo per il libro, lui skateava tra la fine degli '80 e i primi '90, a Trieste, ed era pure sponsorizzato, oltre ad avere una magnifica collezione di riviste di skate dell'epoca. Purtroppo non ci sono riuscito, perché Scalva, anche se lo conosco poco e non ci siamo mai visti di persona, mi sembra uno di quei tipi autentici come il cemento della bowl su cui ho tirato una capocciata lo scorso anno. E quindi mi aveva detto o si fa dal vivo o nulla, a me Skype mi piglia male. Solo che Trieste non è mica dietro l'angolo e io non sono riuscito a organizzare la trasferta. Però in qualche modo abbiamo rimendiato e ora potete leggere anche la sua storia, buona lettura.* Ci sono tantissime differenze tra quello che è lo skate oggi e quello che era nei primi anni novanta o forse anche prima. Da noi a Trieste è arrivato verso la fine degli ottanta, quando io avevo all'incirca tredici anni e la nostra bibbia era [Public Domain](https://www.youtube.com/watch?v=x3KzCEWTE1E&ref=flaviopintarelli.it) della Powell Peralta (1989). Non era ancora l'epoca di youtube, internet era un miraggio lontano e inimmaginabile e la nostra percezione dello skateboarding americano era limitata alla duplicazione dei vhs che - non s'è mai capito come - ogni tanto arrivavano pure nella nostra città in culo ai lupi del nord-est. Video duplicati fino alla morte con due videoregistratori, tanto che le copie finali degenerate a malapena erano visibili. Non c'era la possibilità di avere una tavola professionale e gli skateboard che potevi comprare nei negozi di giocattoli erano fatti in legno di pistacchio da mezzo quintale e pieni di plastica sul tail o altri ammenicoli inutili tipo i rails, che poi - per evoluzione della specie - si sono fortunatamente estinti. Noi li smontavamo e tentavamo i nostri primi ollie, in compagnia degli amici che ancora si facevano le discese e basta con gli skate di plastica, tipo i gloriosi Gioca. Poi aprì un negozio che vendeva le prime Powell e le prime Santa Cruz, però costavano troppo, intorno alle centomila lire. C'era pure la Vision ma non piaceva a nessuno. Storicamente però bisogna riconoscere che la double-deck della Vision fu la prima tavola concepita per fare un sacco di tricks anche con il nose, o almeno quella era l'idea. A mio parere aprì la strada a quello che poi è stata la concezione dello skateboard moderno. In ogni caso, la Vision qua da noi non piaceva a nessuno e bene o male la popolazione a rotelle si divideva tra Santa Cruz e Powell. Personalmente io ero nella falange Santa Cruz. Credo di aver usato una Powell - una Guerrero mi pare - solo una volta. E ricordo anche di averla rotta a metà nell'arco di un pomeriggio. 'Sticazzi, proprio una tavola della Powell, sempre stata antipatica. Poi vennero altre marche. Fece impressione la Zorlac, con le grafiche di Pushead (quello che faceva le copertine ai Metallica) e nose e tail ad angoli sparatissimi e poi le tavole più moderne, ad esempio le Blind o le Plan B. Ma io rimasi sempre fedele alla Santa Cruz. Comunque sia, i miei genitori non foraggiavano questa mia attività, io non avevo mai una lira e nell'arco della mia vita di skater in realtà ho comprato solo un paio di tavole. La prima fu una tavola che mi regalò mio nonno, una Natas Kaupas della S&M Airlines (che alla fine era sempre un marchio Santa Cruz) e poi poche altre. Di solito quando spaccavo una tavola trovavo sempre qualcuno che mi regalava la tavola vecchia dopo averla appena cambiata e a Trieste ero famoso per riuscire a ollare con tail che a volte non arrivavano a 10 centrimetri tanto erano mozzicati dall'uso. Poi, intorno al '92/93, un negozio mi sponsorizzò e lì fu la pacchia e mi sentii pure un gran fico, anche se comunque continuai a non trombare per diversi anni. Comunque...sto divagando. Dicevo all'inizio che lo skateboarding in quegli anni era molto diverso da quello che è ora. Non saprei dire perché, forse è solo il pregiudizio istintivo di un rincoglionito semi-quarantenne. Noi quando stavamo in giro con lo skate, lo usavamo in tutte le dimensioni urbane. Non era solo per fare i trick nello spot, noi ci andavamo in giro per tutta la città e lo usavamo anche come mezzo di trasporto. Io vivevo in collina e raggiungevo gli spots in downhill e poi giravo per la città ollando sui marciapiedi, grindando qualche scalino ogni tanto. Poi passavamo da un posto all'altro spingendo il nostro stupido giocattolo di legno - molto spesso inseguiti dai vigili urbani - e quando capitava di trovare uno scalino di marmo particolarmente piacevole da grindare ci fermavamo finchè non ci cacciavano o arrivavano i vigili. Quello che voglio dire che quando io uscivo in skate, stavo in skate tutto il giorno, in tutte le sue dimensioni. Una cosa che mi ha colpito particolarmente di queste nuove generazioni di skaters è che oggi vedo i ragazzini con la tavola legata allo zaino e la usano solo negli skatepark o nei "posti giusti". Così mi viene da pensare che non stanno vivendo in pieno quella che è può essere la riappropiazione degli spazi urbani che fai con lo skate. Che vuol dire pure "con lo skate me ne vado in giro saltando scalinate lungo il percorso". Non è che all'epoca ci pensassi, sono riflessioni postume che mi faccio oggi. E lasciamo perdere il fenomeno hipster e 'sti imbecilli che girano in città con i longboard. A cosa ti serve uno skate se non puoi neanche salire su un marciapiede? Nel contesto urbano per me non è neanche uno skate: è un veicolo che non funziona, che non è adatto. Io non ho mai visto lo skate come uno sport, era un modo di essere. Infatti ho smesso quando non c'era più il giusto gruppo di amici con il quale fare cazzate e sfasciare panchine a colpi di slide o grind. Ad un certo punto, non c'era più l'attitudine hardcore che avevamo all'inizio, che poi si può riassumere in un "chiccazzosenefregadituttoPeròCorriVeloce". I trick erano diventati troppo complicati e le canne una pigra ragione d'essere. ### Le bugie e le storie URL: https://flaviopintarelli.it/2014/10/01/bugie-storie/ Last updated: 2018-10-03T09:25:19.000Z Che differenza c'è tra una bugia e una storia? In cosa differiscono le menzogne e i racconti? E perché le persone credono profondamente a storie che sanno o appaiono palesemente essere false? Una possibile risposta tra neuroscienze, filosofia e memorie personali. Che differenza c'è tra una storia e una bugia? Apparentemente nessuna. Dei bugiardi non si dice forse che "raccontano storie"? Così come a un bambino che non vuole dirci la verità si intima di "non raccontare favole? La bugia, come una storia, è invenzione. "Non inventarti storie!" grida al partner l'amante geloso quando si sente minacciato. Depurate da qualsiasi pretesa etica, affiorando alla loro purezza ontologica, le bugie e le storie, il racconto e la menzogna, sono in fondo la stessa cosa: invenzione narrativa. Nel film *Inception* di Christopher Nolan, Mr. Saito, un potente uomo d'affari giapponese, chiede al protagonista, Mr. Cobb, di svolgere un compito per lui. Dominic Cobb è uno specialista in grado di carpire informazioni e segreti dalla mente delle persone infiltrandosi nei loro sogni e allestendo al loro interno delle sceneggiature costruite ad hoc per poter accedere ai più remoti reccessi della mente. Ma la proposta di Mr. Saito prevede un compito ben più arduo, difficile e pericoloso: non sottrarre un segreto, ma instillare nella mente di un uomo il germe di un'idea. Il principale rivale in affari di Saito infatti è in punto di morte e suo figlio si appresta a ereditarne l'intera fortuna. Saito vuole perciò fare in modo che la mente di quest'ultimo venga contagiata dall'idea che la volontà del padre sia quella di disperderne l'eredità per dimostrare a se stesso e al mondo di sapersela cavare da solo, di poter costruire un impero con le sue stesse mani. In questo modo l'affarista giapponese metterebbe fuori gioco il suo unico concorrente, sgomberando il campo per i propri affari. L'idea che Cobb deve instillare nella mente del figlio del rivale di Saito è allo stesso tempo una bugia, architettata ad arte, e una storia, quella del padre che chiede al figlio di dimostrare al mondo che è in grado di farcela da solo, senza alcun aiuto. Anche in questo caso racconto e menzogna coincidono, sono la stessa cosa. Ed è solo se ci spostiamo su un piano etico che possiamo istituire una differenza tra la due azioni. È una menzogna quella storia che produce, volontariamente o involontariamente, un danno per qualcuno o qualcosa. Eppure la differenza tra le due è talmente sottile che a volte è estremamente difficile distinguere tra l'una e l'altra. ![Giovanni-Bellini-Allegoria-della-menzogna](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Giovanni-Bellini-Allegoria-della-menzogna.jpg) Un giorno, quando frequentavo le scuole medie, tornai a casa dopo le lezioni e quando mia madre mi domandò com'era andata la giornata io risposi raccontandole che la professoressa di storia, una donna molto seria e un'insegnante davvero preparata, ci aveva raccontato della sua passione per le gesta di due rivoluzionari delle isole Cayman: Doing e Totot. Questi due novelli Che Guevara guidavano una strenua resistenza contro le forze governative del noto paradiso fiscale, con l'obiettivo di liberare le isole dal governo corrotto e dai biechi interessi occidentali che strozzavano l'arcipelago. Nonostante avessi raccontato sulla vicenda dei dettagli palesemente assurdi, tipo il coinvolgimento di sommergibili nucleari russi, la storia aveva una sua coerenza interna. Si basava su una sceneggiatura plausibile: quante volte gruppi rivoluzionari avevano spodestato i governi locali di paesi esotici per le più diverse ragioni? Inoltre le Cayman sono un paradiso fiscale e, come la Cuba di Batista, sono al centro di molti interessi esterni, per cui per quale motivo anche su quelle isole non avrebbe dovuto soffiare il vento della rivoluzione se questo aveva soffiato a Cuba? Infine, il fatto che avessi speso il nome della professoressa di storia per costruire la mia bugia le aveva dato una maggior autorevolezza e credibilità (alla bugia, non alla professoressa). Il risultato fu che mia mamma si bevve la storia dalla prima all'ultima goccia. D'altronde internet non c'era ancora e per coprirmi da ogni possibile *fact checking* era bastato raccontare che i media non stavano coprendo la vicenda a causa delle pressioni internazionali volte a evitare che il movimento rivoluzionario acquisisse consensi presso l'opinione pubblica. Ed anche questo era un dettaglio più che verosimile. Riuscii a reggere il gioco per un paio di settimane, inventandomi di volta in volta dettagli sempre più esagerati ma abbastanza credibili da non far cadere il mio castello di carte, accompagnando il tutto con la faccia tosta che solo un ragazzino può avere. Alla fine, durante un'udienza, mia mamma chiese conto della mia invenzione direttamente alla professoressa di storia. Ciò che successe in seguito non è necessario che lo scriva, lo potete immaginare benissimo da voi. Non so come si sia sentito Orson Welles dopo aver realizzato l'impatto che la sua *Guerra dei mondi* aveva avuto sul pubblico radiofonico americano. Ma sono piuttosto convinto che anche lui abbia provato, per un momento, quel misto di spasso, senso di colpa e immenso potere che ho provato io quando il mio gioco è stato scoperto. Fu in quell'occasione che, per la prima volta in vita mia, fui davvero consapevole del potere che potevano avere le parole sulle persone che mi stavano intorno. ![Jacques-Derrida](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Jacques-Derrida.jpg) In *La voce e il fenomeno* il filosofo francese Jacques Derrida scrive di come la voce, pur essendo qualcosa di estremamente simile a un'estensione del nostro stesso corpo, abbia il medesimo statuto di un segno, ovvero di qualcosa che media tra noi e quanto ci circonda. Perciò nello stesso momento in cui la emettiamo la voce cessa di essere nostra, ci è già estranea e si presta a essere manipolata in questo senso. La voce è quindi uno strumento performativo. Ciò che viene detto acquista una realtà concreta, esiste per chi lo ascolta come e non differentemente da qualsiasi altra entità sensibile. Dopo quella mia prima bravata, molte altre volte, nel corso della mia vita, avrei potuto assaporare il dolce piacere di raccontare una storia palesemente falsa solo per poter godere dello sguardo incredulo del mio interlocutore che si scioglie nella credulità mano a mano che, dettaglio dopo dettaglio, l'idea che apparecchiavo per lui si faceva strada nella sua mente. Tuttavia ho imparato anche che raccontare storie false comporta sempre conseguenze, tanto per me quanto per chi mi ascolta. Conseguenze che possono essere spiacevoli a volte. Per questo motivo mi sono costruito un freno etico, una sorta di sirena d'allarme, di salvavita che scatta quando mi rendo conto che il gioco si sta facendo troppo pericoloso. Di solito si tratta di un dettaglio così parossistico da far perdere qualsiasi credibilità all'intera storia che sto raccontando, sbriciolandola in mille piccoli pezzi. L'espressione di chi mi sta ascoltando in quel preciso istante è incredibilmente simile a quella di qualcuno che ascolta lo stridore delle unghie su una lavagna. Il frastuono dei frammenti della storia che perdono coesione e precipitano gli uni sugli altri come schegge di vetro sveglia l'ascoltatore dal sonno ipnotico in cui lo avevo precipitato e, sul momento, la reazione è veemente, quasi offesa, prima di sciogliersi in una risata a metà tra il sollevato e il risentito. ![Jan-Vermeer-Donna-che-legge-una-lettera-davanti-alla-finestra](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Jan-Vermeer-Donna-che-legge-una-lettera-davanti-alla-finestra.jpg) In un articolo uscito poco più di un anno fa su Nautilus, Jim Davies si chiedeva [perché gli esseri umani si fanno trasportare da storie che sanno essere false?](http://nautil.us/blog/why-do-we-get-transported-by-stories-we-know-are-false?ref=flaviopintarelli.it). Le storie sono come portali, finestre spalancate su un mondo possibile che diventa vero, reale, concreto come quello che riesco a far toccare con mano quando racconto una bugia architettata ad arte. La nostra capacità di percepire come tangibili storie che sappiamo essere false, o che potremmo facilmente capire che sono tali, risiede nella realtà evolutiva del nostro cervello. Piccoli cambiamenti della nostra struttura cerebrale si sono sovrapposti gli uni agli altri come gli anelli di una corteccia abbracciano il cuore dell'albero. E come quelli si sono fusi in un insieme omogeno, senza per questo perdere i propri tratti distintivi. Così, quando analizziamo il funzionamento e la struttura del nostro cervello, possiamo distinguere tra una regione più antica, quella che sta dietro e in cima, e una regione più recente, posta nel nostro lobo frontale. > The older parts of the brain evolved to see things, detect predators, manage emotions, and other, older cognitive skills. The newer parts of the brain are capable of reasoning and reflection. Quando crediamo così tanto a una storia da farci trasportare da essa nei suoi universi finzionali e bugiardi la parte anteriore del nostro cervello, quella deputata alla capacità di ragionamento e riflessione, sa che quella storia non è reale. Ma tra le due è la parte posteriore che ha la meglio con la sua difficoltà a distinguere tra il reale dal fittizio, tra il vero e il falso. Questo accade perché anticamente il racconto era il solo modo per organizzare il passaggio di informazioni tra un essere umano e l'altro. I sistemi di segni che oggi regolano il rapporto tra la finzione e la realtà non esistevano e i nostri antenati erano [portati automaticamente a credere a quanto veniva loro detto](http://www.wjh.harvard.edu/~dtg/Gillbert%20%28How%20Mental%20Systems%20Believe%29.PDF?ref=flaviopintarelli.it). Quando raccontiamo una storia, che sia vera o falsa, che sia una menzogna o un racconto, dobbiamo essere sempre consapevoli del fatto che c'è almeno una metà del nostro cervello, la più antica, che a quella storia crederà incondizionatamente. Come esseri umani e narratori è dunque nostra responsabilità imparare a usare nel modo giusto il potere insito in ognuna delle nostre parole. ### Stupidi giocattoli di legno: tutto quello che c'è da sapere URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/25/stupidi-giocattoli-di-legno-scheda-2/ Last updated: 2019-07-08T16:04:14.000Z Stupidi Giocattoli di Legno sarà in libreria a partire dall'8 di Ottobre. Nel frattempo potete già ordinarlo e seguirne le derive sui vari social network. L'attesa è finalmente terminata. *Stupidi Giocattoli di Legno* è stato stampato e sarà in libreria a partire dall'8 ottobre. Nel frattempo potete già [ordinarlo sul sito di Agenzia X](http://www.agenziax.it/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it), dove vi consiglio in ogni caso di acquistarlo se alla libreria preferite l'on-line shopping (sempre per quella [famosa questione](https://dark-stars-everywhere.ghost.io/2014/08/25/amazon-e-io-lettura-scrittura-editoria-consumo-critico/?ref=flaviopintarelli.it) per cui l'editoria a KM 0 è un modo per sostenere meglio chi i libri li scrive e li fa). In ogni modo *Stupidi Giocattoli di Legno* non finisce certo tra le pagine di quel magnifico parallelepipedo di carta che è. Lo troverete su Twitter con l'hashtag #stupidigiocattolidilegno e potrete seguirlo sull'omonima board Pinterest. Il blog è a disposizione di chiunque voglia discutere il libro per apprezzarlo o criticarlo. [#stupidigiocattolidilegno su Twitter](https://twitter.com/hashtag/stupidigiocattolidilegno?ref=flaviopintarelli.it) [Segui Stupidi giocattoli di legno su Pinterest.](http://www.pinterest.com/elpinta/stupidi-giocattoli-di-legno/?ref=flaviopintarelli.it) ### "Narrazioni digitali non identificate (L'archivo e l'istante)" su Giap URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/25/storify-new-italian-epic/ Last updated: 2019-12-18T11:13:34.000Z Continua la riflessione su Storify, montaggio e narrazione. Questa volta sono ospite su Giap, con un post che parte dal *New Italian Epic* e arriva fino a *Snowfall* *Narrazioni digitali non identificate (L'archivo e l'istante)* (il titolo, bellissimo è di Wu Ming 1) è un nuovo tentativo di riflessione sul rapporto tra Storify, montaggio e storytelling digitale che ho scritto su Giap in veste di guest blogger. La riflessione nasce da una discussione tra Wu Ming 1 e il sottoscritto, in occasione dell'esecuzione di *Emilio Comici Blues* a La Val, in Val Badia, durante il [Dolomiti Unesco Lab Fest](http://www.dolomitesunescolabfest.it/?ref=flaviopintarelli.it). Questo percorso che tiene insieme gli Oggetti Narrativi Non Identificati, la crescita del web 2.0 e le nuove narrazioni digitali nasce come approfondimento di quelle parole e continuazione di un mio personale percorso di riflessione e utilizzo della piattaforma di curation. > Per chi fa della pratica e della teoria dell’archivio una questione di politica della narrazione, un modo per ragionare sulle forme di accesso e intervento sulla nostra esperienza del mondo, il web contemporaneo offre uno straordinario e problematico oggetto d’analisi e di sperimentazione. Potenzialmente qualsiasi grano o frammento d’informazione prodotto in rete può diventare parte di un racconto, connettersi e risuonare con altri elementi, ampliando in questo modo i propri significati. Tuttavia questa appare più come una potenzialità inspressa e un plesso problematico che non come una reale opportunità a disposizione del narratore interessato a capitalizzare l’archivio nel proprio lavoro. [Narrazioni digitali non identificate (L’archivio e l’istante)di Flavio Pintarelli (guest blogger) Quando si cominciò a discutere di Oggetti Narrativi Non Identificati (UNO), nel 2008, in seguito alla pubblicazione del «memorandum sul New Italian Epic», il focus fu immediatamente rivolto verso la letteratura. Gomorra, Asce di Guerra, Sappiano le mie parole di …![](https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2017/08/favicon_giap.png)GiapWu Ming![](https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2015/05/Aby_Warburg_TAVOLE_Mnemosyne500px.jpg)](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=19076&ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Narrazioni digitali non identificate (L'archivo e l'istante)" su Giap ### #stupidigiocattolidilegno arriva lo #skatemolotov URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/22/stupidigiocattolidilegno-arriva-lo-skatemolotov/ Last updated: 2018-10-03T09:34:06.000Z *Stupidi giocattoli di legno*, il saggio sullo skateboarding che ho scritto negli ultimi 18 mesi, uscirà in libreria per i tipi di Agenzia X agli inizi di Ottobre. Scrivere di quest'oggetto che ha accompagnato la mia vita di adolescente e ancora oggi mi accompagna è un modo per restituire qualcosa di personale a una cultura che ha lasciato un segno indelebile sulla persona che sono diventato. C'è una vignetta dei *Boondocks* in cui Huey Freeman si chiede se anche altre persone oltre a lui s'immaginino la propria vita raccontata in terza persona come se fosse un documentario di *History Channel*. A me succedeva regolarmente, tra i 15 e i 20 anni, di immaginarmi visto e descritto dall'esterno come se, appunto, qualcuno stesse raccontando la mia vita in terza persona. Eppure per quanto possiamo essere distaccati e autocritici verso noi stessi non lo saremo mai abbastanza da poterci descrivere con la ricchezza di dettagli e l'esatteza con cui ci descrivono le persone che ci stanno accanto. Di tutte le descrizioni che hanno fatto di me ce n'è una che ricordo sempre con il sorriso sulle labbra. Anche se di tutte le circostanze non ho più una memoria chiara, sono certo che era sera e probabilmente stavo con un amico in un bar o a una festa o a una qualsiasi altra occasione sociale a cui potessero trovarsi un paio di adolescenti con una spiccata passione per la birra. Sono piuttosto certo del fatto che quella sera avevamo da poco conosciuto delle persone nuove, forse delle ragazze, anche se su questo dettaglio non ci metterei la mano sul fuoco. Era uno di quei momenti in cui, complice l'alcool, ti racconti, senza farti troppi problemi, a uno sconosciuto qualsiasi. Affettuosamente e prendendomi un po' in giro quell'amico mi descrisse come "quello che d'estate, con 35 gradi, alle due del pomeriggio va a skateare e quando comincia a fare buio ci raggiunge sul prato dove siamo svaccati sudato come un maiale". Sarà stata l'estate del 2000 o forse un anno dopo. In ogni caso era almeno un anno che avevo perso la testa per lo skate. Com'è successo, quel colpo di fulmine, lo ricordo invece alla perfezione. Nell'estate del 1999 avevo scoperto da qualche mese il punk e l'hardcore californiano. Lagwagon, NOFX, Pennywise e Offspring erano la colonna sonora delle mie giornate e insieme alla musica erano arrivate nuove amicizie. Ragazzi più grandi che sembravano inavvicinabili fino al giorno prima s'erano mostrati cordiali e amichevoli con noi pischelli e noi non ci avevamo pensato due volte a ricambiare l'amicizia. D'altrone se giri con gente considerata fica almeno un po' fico dovrai esserlo pure tu, no? O almeno a me piaceva crederlo anche se l'alone da nerd che mi portavo appresso si vedeva lontano un miglio di giorno e rischiarava il buio la notte. Purtroppo negli anni '90 internet era ancora ai suoi albori e la mitologia del secchione asociale che trasforma il modo in cui le persone stringono i propri rapporti sociali non aveva ancora preso piede. E il nerd era soltanto uno sfigato, con degli hobby da sfigato. Tipo le Magic, un passatempo che venne sdoganato solo qualche anno più tardi, dando vita in me a numerosi quesiti sulla mia capacità di adattarmi ai tempi e a cui ancora oggi fatico a dare risposta. Comunque un paio di quei nostri nuovi amici erano skater e capitava spesso che si portassero dietro la tavola. Non so spiegarmi perché quell'oggetto esercitasse su di me un fascino così forte, ma lo trovavo irresistibile. Forse perché essere uno skater e un punk era un modo per togliermi l'alone da nerd, senza per questo smettere di esserlo. D'altronde in una società in cui furoreggiavano Gigi D'Agostino e gli Eiffel 65, e nelle discoteche non avevano ancora cominciato a passare i Blink 182, essere uno skater punkettone significava comunque essere un outsider, e certamente nessuno avrebbe potuto darti del secchoione se sapevi ollarti un cestino della spazzatura. Così vinsi la mia proverbiale timidezza e cominciai a stressare chiunque intorno a me avesse una tavola per poterla provare. Le mie prime spinte e i miei primi ollie li ho fatti così, volteggiando ai margini dello skatepark come un avvoltoio, in attesa di scroccare una tavola anche per pochi secondi. Pochi secondi che erano un tempo abbastanza lungo per capire che lo skate era qualcosa che volevo fare mio. Qualche mese dopo, per Natale, acquistai la mia prima tavola, una Platinum bianca e rossa. Potrei dire che *Stupidi giocattoli di legno* ho cominciato a scriverlo proprio in quei giorni. Perché dentro questo libro ci sono quelle esperienze, analizzate con le lenti delle discipline che ho imparato ad amare negli anni dei miei studi. Insomma cosa dovrete aspettarvi da questo libro? Quello che è certo è che *Stupidi giocattoli di legno* non è un libro sullo skate a 360° e nemmeno la classica storia della scena italiana, come ci si potrebbe aspettare da un libro che parla di sottoculture. *Stupidi giocattoli di legno* è innazitutto un saggio che racconta il rapporto tra lo skateboarding e la sua scenografia, gli spazi urbani che viviamo e attraversiamo ogni giorno. Questo è il cuore del libro, il suo nucleo, il nocciolo irriducibile intorno a cui si costruisce tutta la scrittura. Il libro parla anche di altre cose: di come guardiamo lo skate, dei suoi strumenti e del rapporto che ogni skater intrattiene con loro, dell'immaginario e di come gli skater diventano attori sulla scena urbana dei nostri giorni con il loro sguardo carico di irriducibile differenza. E a volte cede la parola ad altri, agli skater, e a chi lo skate lo ha fotografato, promosso, progettato, venduto, distribuito. Perché lo skateboarding è sempre un ecosistema dove una parte non vive se non è collegata all'altra. Per quanto cerchi di tratteggiare un quadro completo su questa cultura, *Stupidi giocattoli di legno* rifugge da ogni pretesa di universalità. Il suo punto di vista è condiviso ma personale. È l'atto di fondazione di un discorso sullo skate da una prospettiva che è al tempo stesso dentro e fuori dallo skateboarding, quella di uno skater e quella di un osservatore dei fenomeni sociali. *Stupidi giocattoli di legno* è parente stretto del [#calciomolotov](http://blog.futbologia.org/2014/08/breve-storia-del-calcio-molotov/?ref=flaviopintarelli.it) e dell'[#alpinismomolotov](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18303&ref=flaviopintarelli.it). *Stupidi giocattoli di legno* è lo #skatemolotov. Ed è molotov, per me, lo skateboarding che non ha pretese egemoniche, che rivendica lo spazio conscio che questo nasce in una rete di relazioni con qualsiasi altro soggetto che lo abita. È molotov [lo skate che si fa ovunque si possa fare](http://vimeo.com/15841377?ref=flaviopintarelli.it) a dispetto delle condizioni del cemento, della pulizia degli spot, del livello degli skater. È molotov lo skate che non fa distinzione di colori, che ti accoglie anche se la tua tavola preferita ha [una grafica rosa con gli unicorni](https://www.youtube.com/watch?v=LpR7Mp6sjY0&ref=flaviopintarelli.it) al posto di teschi e serpenti. È molotov lo skate per cui una gara è prima di tutto una festa e poi, solo dopo, solo alla fine, è una gara. Quello skate in cui competizione significa voglia di migliorarsi e non tensione a primeggiare, costi quel che costi. È molotov quello skate che si prende cura degli spazi abbandonati, che gli ridà nuova vita, che usa gli interstizi inutilizzati dalla società, che li fa rivivere perché sotto a quattro ruote di poliuretano hanno molto più senso di quanto non sembri. È molotov lo skate che crea amicizie, legami, rapporti, che accoglie, condivide e unisce persone distanti per spazio, tempo, lingua, cultura, idee. Anche solo per un pomeriggio. Anche solo per due ore. È molotov lo skate in cui la nostalgia non è mai lamento per i bei tempi andati ma veicolo per far crescere questa cultura. È molotov lo skate in cui stile significa dialogo con le immagini degli altri da cui far nasce l'espressione della propria personalità, del proprio essere, del proprio modo di leggere e scrivere lo spazio che ci circonda. È molotov lo skate che ci fa sentire liberi. Ed è quello che ho provato a raccontare. \*PS Le foto di questo post sono tratte dal servizio fotografico che illustra il libro, realizzato da [Andrea Pozzato](http://www.andreapozzato.com/?ref=flaviopintarelli.it) e me in un pomeriggio di primavera tra la stazione centrale di Milano e il quartiere Gratosoglio insieme ai ragazzi di [Chef Family](http://www.cheffamily.com/?ref=flaviopintarelli.it). ### La logica di Storify, forme digitali di accesso all'esperienza e montaggio URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/19/logica-storify-montaggio-esperienza/ Last updated: 2019-12-18T10:48:54.000Z ## Introduzione: infomation overload e curation La nascita del cosiddetto web 2.0, ovvero di tutto quell'insieme di servizi di informatici che danno agli utenti la possibilità di produrre e gestire contenuti di ogni genere grazie a interfacce non vincolate a un linguaggio di programmazione, ha determinato un aumento vertiginoso della quantità di informazioni che circolano all'interno delle reti di comunicazione. Per descrivere questa situazione si usa l'espressione inglese *information overload*, ovvero sovraccarico informativo: si tratta di una condizione in cui l'abbondanza e la velocità di ricambio dell'informazione determina una sostanziale difficoltà a orientarsi all'interno dei flussi d'informazione e impedisce di far accedere gli eventi a una dimensione compiuta che possa, se non esaurirne la complessità, almeno restituirne un racconto dotato di senso. Chiunque abbia avuto l'esperienza di seguire su twitter un hashtag particolarmente d'attualità potrà comprendere quanto l'overload informativo possa essere una condizione problematica, in grado di disorientare l'utente e di annichilirne la capacità di fissare le informazioni in una forma compiuta. L'estrema velocità con cui i tweet si susseguono sullo schermo, la ridondanza dovuta ai meccanismi di condivisione rapida (retweet), l'intervento di *spambot* aggressivi contribuiscono ad aumentare a dismisura il rumore di fondo. Personalmente ho avuto un'esperienza di questo tipo cercando di seguire, lo scorso anno, uno degli hashtag utilizzati per raccontare i sommovimenti che hanno infiammato l'Africa del Nord durante quella che è ormai passata alla storia come la “Primavera araba”. È stata un'esperienza demotivante, impossibile infatti capire, in determinate condizioni, che cosa stava succedendo. Eppure, l'informazione prodotta sui social network si è rivelata in molte occasioni una fonte preziosa tanto per i professionisti dell'informazione quanto per gli attivisti dei movimenti. I primi hanno potuto disporre di un contatto diretto estremamente ampio e diffuso con una parte consistente della popolazione (perlomeno quella alfabetizzata informaticamente), mentre i secondi hanno avuto a disposizione un efficace strumento di autorganizzazione e soprattutto di autorappresentazione, capace di infrangere il monopolio della definizione detenuto dal Potere e, almeno in quei paesi in cui la sorveglianza digitale e la censura non si sono dimostrate preparate alla situazione, di aggirarne i dispositivi retorici. Il concetto e gli strumenti di *curation* (curatela) dell'informazione nascono proprio per fare fronte al panorama che si è tratteggiato fino a qui. Cosa si deve intendere con il termine *curation*? Si tratta nello specifico di una selezione che si effettua sul flusso di informazione prodotto nel web con lo scopo di isolarne le unità minime (un tweet, un link, un'immagine, ecc.) e organizzarle in entità più ampie, dotate di senso. Descritta in questi termini, quella che qui si è indicata come *curation*, non è affatto un'operazione innovativa, anzi fa parte da sempre del bagaglio concettuale e operativo di ogni giornalista. Ciò che cambia, l'elemento di novità, è il contesto entro cui questa operazione ha luogo e cioè un'infosfera le cui dimensioni si sono moltiplicate esponenzialmente di pari passo con l'aumento della velocità di produzione e diffusione dell'informazione. Fra i numerosi servizi informatici che sono stati messi a punto per la *curation* alcuni, ad esempio paper.li e altri aggregatori, hanno dimostrato di possedere numerosi limiti legati alla loro radice algoritmica e alla loro rigidezza formale: laddove la prima riduce notevolmente il ruolo destinato del *curator*, limitando la sua azione al settaggio dei parametri di ricerca che regoleranno gli automatismi di selezione delle informazioni; mentre la seconda produce un effetto di serialità uniformando la percezione in schemi predefiniti, preordinati e in definitiva gerarchicamente ordinati. Il servizio di *curation* di cui si tratterà in questo scritto, tuttavia, pare avere caratteristiche che gli consentano di sfuggire almeno in parte ai limiti che sono stati appena esposti. Si sta parlando di Storify, un servizio rilasciato nella sua versione beta nel settembre del 2010 come finalista del Disrupt di Tech Crunch, uno dei più importanti siti di giornalismo tecnologico a livello mondiale. La versione beta per il pubblico di Storify (un termine inglese desueto che significa alla lettera “creare o raccontare storie”) è stata lanciata nell'Aprile del 2011 e da allora il servizio è stato capace di imporsi al pubblico come una delle più innovative forme di racconto sviluppate nell'ambito del web. ![The Language of the New Media](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Sep/The-Language-of-the-New-Media.jpg) ## Storify: database e spazio navigabile Quando nel 2001 pubblicò *Il linguaggio dei nuovi media*, una mappatura della cultura digitale e dei modi in cui questa dava forma alle esperienze umane, lo studioso russo Lev Manovich individuò nel database e nello spazio navigabile le forme attraverso cui il digitale permetteva di accedere alla rappresentazione dell'esperienza umana. > In sostanza, il database informatico e lo spazio virtuale in 3-D realizzato al computer sono diventate forme culturali vere e proprie, modalità generali usate dalla cultura per rappresentare l'esperienza umana, il mondo e la loro coesistenza Il primo “diventa la nuova metafora che concettualizza la memoria culturale individuale e collettiva, una raccolta di documenti, di oggetti e di altri fenomeni ed esperienze” mentre nel caso del secondo “la cultura dei computer usa lo spazio navigabile in 3-D per visualizzare qualsiasi tipo di dati – molecole, record storici, file di un computer, Internet nella sua totalità, la semantica del linguaggio umano”. Va detto, e Manovich lo specifica, che la raccolta di dati e lo spazio navigabile non sono forme nate contemporaneamente alle tecnologie digitali, tuttavia “sono diventate forme presenti in quasi tutte le aree dei nuovi media” e grazie alle “migrazione in ambiente informatico, la raccolta di dati e lo spazio navigabile sono cambiati nella misura in cui hanno incorporato le tecniche specifiche del computer per strutturare i dati stessi e per accedervi, come la modularità, nonché la sua logica fondamentale, quella della programmazione”. Le tecniche di cui parla il mediologo russo si specificano in tre operazioni: la selezione, la composizione e la teleazione. Alla prima di queste operazione corrisponde quella che viene definita logica selettiva: in pratica “i nuovi oggetti mediali” dice Manovich “non vengono quasi mai creati ex novo: in genere vengono assemblati utilizzando componenti preconfezionate. In altre parole, nella cultura del computer la creazione autentica è stata sostituita dalla selezione tra varie opzioni offerte da un menù”. La seconda operazione, chiamata composizione, è direttamente collegata alla logica selettiva. In termini generali il concetto di composizione digitale “esemplifica un'operazione più generale tipica della cultura del computer: assemblare insieme una quantità di elementi per creare un unico oggetto integrato”. La terza e ultima operazione è detta teleazione ovvero la capacità di agire a distanza attraverso un'interfaccia. A differenza delle altre due, questa operazione non si usa per creare dei nuovi oggetti mediali, ma soltanto per avervi accesso. Il servizio di cui si sta parlando, Storify, si può considerare come una piena espressione delle forme culturali proprie del digitale, così come le descrive Manovich. Si tratta, infatti, di un software che consente la creazione di uno spazio navigabile ipertestuale attraverso la composizione di elementi recuperati da un database grazie a un'interfaccia di ricerca e *bookmarking*. Tre caratteristiche rendono Storify uno straordinario strumento di narrazione: la dimensione del database in cui è possibile recuperare e selezionare le informazioni, dimensioni che, in pratica, si estendono al web nella sua interezza; la forma grafica assunta dalle informazioni per permetterne la composizione, una forma che rende oggettivi i dati dando loro le sembianze di blocchi manipolabili attraverso la funzione aptica dell'occhio che caratterizza le moderne GUI (*graphic user interfaces*) e, infine, la natura aperta e navigabile (teleattiva) degli oggetti mediali prodotti che assomigliano molto spesso a dei database di link ipertestuali organizzati secondo principi tematici o narrativi. > Da un certo punto di vista, la progettazione di tutti i nuovi media può essere ridotta a questi due approcci. La creazione di nuovi oggetti mediali può essere intesa come la costruzione dell'interfaccia migliore per un database multimediale o come la definizione di metodi di navigazione attraverso rappresentazioni spazializzate. ![F for Fake](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Sep/F-for-Fake.png) ## Dalla composizione al montaggio: elementi per un'estetica dell'istantaneità È utile a questo punto approfondire il concetto di composizione che si è individuato a partire dal lavoro di Manovich. Secondo lo studioso russo la logica della composizione che caratterizza i media digitali si oppone alla logica del montaggio descritta come propria dei media analogici. La logica del montaggio si caratterizza per quell'enfasi che pone sulla discontinuità dei materiali. Da Ejzenstejn a Godard, da Kandinsy a Skriabin, i grandi teorici del montaggio hanno lavorato per ottenere effetti di discontinuità capaci di aprire le immagini a dimensioni di senso che ne trascendevano i contenuti. Al contrario gli oggetti mediali digitali hanno fatto della continuità la loro cifra estetica più evidente. Manovich esemplifica quest'affermazione portando come prova il film *Jurassic Park* (*Jurassic Park* 1993), nel quale i dinosauri ricostruiti al computer si integrano perfettamente col paesaggio senza soluzione di continuità, e la pratica del deejaying, ovvero l'arte di “realizzare una transizione perfetta tra livelli musicali diversi \[…\] in tempo reale”. Questa distinzione è sicuramente corretta sotto molti punti di vista, eppure non sembra tenere conto di alcune zone grigie in cui la composizione e il montaggio – e le logiche di continuità e discontinuità che caratterizzano queste operazioni – si ibridano e non possono più essere distinte con chiarezza. A proposito del *deejaying*, per esempio, andrebbe distinto tra l'operazione di *mixing* (missaggio) e il cosiddetto turntablism. Con il termine *turntablism* si deve intendere quella manipolazione dei suoni, tipica della cultura hip-hop, attraverso cui una sezione musicale viene decostruita in elementi minimali e poi ricomposta. Nel *turntablism* si produce proprio una di quelle situazioni ibride in cui la logica della continuità e quella del montaggio si confondono: da una parte la tecnica del *beat juggling* serve a creare una composizione unica partendo da due o più campioni diversi grazie all'uso di un certo numero di giradischi, dall'altra parte la tecnica dello *scratch* (graffio) rompe la continuità sottolinenando i passaggi e inserendo elementi capaci di interagire con le immagini sonore creando sensi nuovi. È quello che accade nella celebre sequenza di DJ Cut Killer ne *L'Odio* (*La Haine* 1995) di Mathieu Kassowitz. Qui il DJ crea una base continua composta da un campione di batteria a cui si sovrappone la melodia della celebre canzone di Edith Piaf *Non je ne regrette rien*. Su questo tappeto sonoro gli scratch inseriscono violentemente frammenti di testi rap che hanno come bersaglio la polizia. Il ritornello della Piaf, che recita “no rien de rien/Non, je ne regrette rien” (nulla di nulla, non rimpiango nulla) viene interrotto dalle parole “nique le police” (affanculo la polizia). In questo esempio continuità e discontinuità, composizione e montaggio, si integrano e si ibridano a vicenda creando un risultato che è un diretto riferimento alla vicenda di uno dei personaggi del film. Storify sembra collocarsi proprio in una di queste zone grigie in cui si realizza una compresenza di composizione e montaggio. L'ipertesto generato grazie all'applicazione appare come una collezione sequenziale di elementi diversi che si dipana in una continuità lungo un vettore verticale orientato dall'alto verso il basso. Tuttavia gli elementi che compongono la pagina ipertestuale non si integrano senza soluzione di continuità9, ma vengono visualizzati come blocchi dotati di una cornice che li separa gli uni dagli altri. In questo modo, seppure composti in un oggetto mediale omogeneo e continuo, i singoli elementi, i singoli blocchi di informazione, mantengono la loro autonomia. È proprio questa caratteristica che permette di utilizzare Storify come uno strumento in grado di dare vita a una narrazione in cui è possibile sperimentare la creazione di particolari effetti di montaggio. La domanda che ci si deve porre a questo punto del ragionamento è la seguente: quali tipologie di montaggio possono essere utilizzate quando si crea una storia componendo blocchi di informazione con Storify? Ovviamente non è possibile dare una risposta esaustiva a questa domanda perché il mezzo è estremamente giovane e la sperimentazione delle sue potenzialità espressive appare finora molto limitata, pur avendo mostrato risultati alquanto interessanti. Per questi motivi ci si limiterà ad indicare alcune tipologie di montaggio che sono state individuate nella pratica, senza per questo avanzare alcuna pretesa di esaustività. Innanzitutto va sottolineato come, fino a questo momento, non sembra essere possibile lavorare in Storify sulla dimensione verticale del montaggio in senso ejzensteinjano. Ovvero sull'articolazione di tutti gli elementi espressivi “non solo nella successione, ma anche nella simultaneità”. Storify si limita a utilizzare un montaggio di tipo orizzontale, organizzato sulla successione, dove l'accostamento di un certo numero di elementi è in grado di creare effetti di rafforzamento, contraddizione, comparazione, successione e altri simili. Un esempio di questo modo di procedere l'ho realizzato nel mio storify intitolato [Storia tragicomica di un libico che gridò #grazieberlusconi: ovvero psyop in salsa Minzolini](http://blog.flaviopintarelli.it/2011/08/24/storia-tragicomica-di-un-libico-che-grido-grazieberlusconi-ovvero-psyop-in-salsa-minzolini/?ref=flaviopintarelli.it). Questo oggetto mediale racconta le reazioni suscitate in rete da un video del TG1 in cui il “tradotto” fa dire a un miliziano libico la frase “grazie Berlusconi” che nell'audio però non si sente. La vicenda viene ripresa in chiave critica da Repubblica e l'hashtag #grazieberlusconi vive un momento di gloria su twitter, fino a che il TG1 non rilascia il video originale in cui, effettivamente, compare la frase incriminata. Nello storify scelsi di raccontare la vicenda con tono ironico descrivendo la svista del TG1 come una mossa da guerra psicologica rivolta con Repubblica, testata avversa all'allora governo Berlusconi di cui il direttore del TG1 Augusto Minzolini era uno dei più ferventi sostenitori. Questo perché, in quei giorni, si agitava lo spettro di un complotto riguardanti l'attendibilità dell'informazione proveniente dalla Libia che, si diceva, fosse parte di una più vasta e complessa psyop (operazione di guerra psicologica) orchestrata dalla N.A.T.O. Lo storify terminava pertanto domandandosi chi fosse in realtà Minzolini e indicando come possibili risposte il Dottor Mabuse e l'ispettore Clouseau. L'accostamento dei volti dei due personaggi intensificava nella chiusa l'effetto ironico su cui avevo cercato di costruire tutto il lavoro, ovvero l'impossibilità di stabilire con certezza se la svista del TG1 fosse realmente un errore oppure una burla architettata ad arte e, nello stesso tempo, l'inconsistenza delle ipotesi complottistiche avanzate sul web proprio in quei giorni. Nella mia sperimentazione con Storify mi sono imbattuto in un'altra tipologia di montaggio su cui credo sia interessante soffermarsi. Nello storify che ho realizzato per raccontare la disputa tra Vasco Rossi e Nonciclopedia – e in particolare la reazione rabbiosa che molti internauti hanno rivolto contro il popolare cantante – intitolato [E chissà che belle barzellette racconta Breivik LOL!!!!!!!](http://blog.flaviopintarelli.it/2012/09/30/e-chissa-che-belle-barzellette-racconta-breivik-lol/?ref=flaviopintarelli.it) (che è una citazione di Wu Ming 1), c'è un paragrafo dedicato all'effetto Streisand. Con l'espressione effetto Streisand si definisce la diffusione virale di una presa di posizione in cui si verifica l'opposizione tra un soggetto debole e un soggetto forte e prende il nome da una disputa legale ra Barbra Streisand e un sito internet, avvenuta nel 2003. Nello storify faccio seguire, alla voce dedicata all'effetto Streisand su wikipedia, un video tratto da youtube della canzone *Barbra Streisand* di Duck Sauce, uno dei tormentoni dance più suonati nella primavera estate del 2011\. In questo caso non ho inserito nessuna didascalia per spiegare l'accostamento. Ciò che tentavo di fare era di creare una tensione tra i due elementi che provasse a decostruire l'aura di scientificità del cosiddetto effetto Streisand. Con questo volevo suggerire che il vero effetto Streisand era quello generato dalla canzone e che utilizzare una definizione ammantata di scientificità per spiegare la violenta esplosione di bassi istinti legata alla vicenda Vasco-Nonciclopedia contribuiva a minimizzarne la portata, nascondendone la natura. Questo procedimento, reso possibile dall'architettura di Storify, somiglia molto a quello che Deleuze chiama, a proposito di alcuni film di Godard degli anni '70, “il metodo del TRA”. Dice il filosofo: > “Perché nel metodo di Godard non si tratta di associazione. Data un'immagine, si tratta di scegliere un'altra immagine che indurrà tra le due un interstizio. Non è un'operazione di associazione, ma di differenziazione, come dicono i matematici, o di “disparazione”, come dicono i fisici: dato un potenziale, bisogna sceglierne un altro, non uno qualunque, ma in modo tale che tra i due si stabilisca una differenza di potenziale, un potenziale che sia produttore di un terzo o di qualcosa di nuovo \[…\] Non si tratta più di seguire una catena d'immagini, anche sopra dei vuoti, ma di uscire dalla catena d'immagini ossia dall'associazione. Il film smette di essere “immagini alla catena...un concatenamento ininterrotto d'immagini, schiave le une delle altre” e di cui noi siamo schiavi (*Ici et ailleurs*). È il metodo del TRA, “tra due immagini”, che scongiura tutto il cinema dell'Essere=è. Tra due azioni, tra due affezioni, tra due percezioni, tra due immagini visive, tra due immagini sonore, tra sonoro e visivo: far vedere l'indiscernibile, cioè la frontiera (*Six fois deux*). Il tutto subisce una mutazione, perché ha smesso d'essere l'Uno-Essere, per divenire l'“e” costitutivo delle cose, il tra due costitutivo delle immagini. Il tutto si confonde con ciò che Blanchot chiama “la dispersione del Fuori” o “la vertigine della spaziatura”: questo vuoto che non è più una parte motrice dell'immagine e che l'immagine oltrepasserebbe per continuare, ma che è la messa in questione radicale dell'immagine (proprio come esiste un silenzio che non è più la parte motrice o la respirazione del discorso, ma la sua messa in questione radicale). Il falso raccordo, allora, nel diventare legge, assume un senso nuovo” ![Live Tweeting](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Sep/Live-Tweeting.png) ## Conclusioni In una discussione in calce al post [F for fake. La foto di Bin Laden sulla rete](http://www.lavoroculturale.org/f-for-fake-la-foto-di-bin-laden-sulla-rete/?ref=flaviopintarelli.it), pubblicato sul blog lavoroculturale.org, Giacomo Tagliani sostiene che «è decisamente suggestiva l’idea di un ipertesto costruito progressivamente a partire da elementi minimali e disparati che tenderebbero a confluire entro una dimensione estetica compiuta; dimensione che necessariamente richiederebbe, però, maggior tempo di elaborazione». Per come è stato descritto in questo intervento, Storify sembra avere le potenzialità per essere un primo passo verso la realizzazione di questo ipertesto progressivo costituito da elementi minimali e disparati, confluenti in una compiuta dimensione estetica. Ciò salvaguardando da una parte la temporalità dei singoli elementi (ad esempio i tweet) che resta inscritta nei blocchi d'informazione con cui si effettua la composizione e dall'altra parte il tempo di latenza necessario a elaborare una dimensione estetica compiuta che si dispiega nelle diverse operazioni di montaggio rese possibili dal mezzo. È nella sintesi tra l'istantaneità della comunicazione digitale e la lunga durata dell'elaborazione estetica che vanno pensati, realizzati e sperimentati quegli strumenti in grado di rigenerare la narrazione come momento in cui la realtà viene assunta nella dimensione semiotica che ne permette la configurazione e, conseguentemente, l'intellezione e la comunicazione. ### 5 motivi per odiare Gomorra La Serie anche se siete troppo codardi per farlo URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/04/5-motivi-per-odiare-gomorra-la-serie/ Last updated: 2019-12-18T10:37:39.000Z Siccome so in anticipo che questo articolo susciterà una bella e sana dose di hate nei miei confronti dribblo direttamente un paio delle critiche più prevedibilmente banali che mi potranno essere rivolte al *moment* della pubblicazione usando a caso un paio di *word* in *english* per esplicitare la mia esterofilia e, allo stesso tempo, dichiaro apertamente che no, non ho mai scritto una serie Tv, ciononostante vorrei parlare di *Gomorra La Serie*. Andata trionfalmente in onda a partire dal maggio di quest’anno, la produzione Sky è stata accolta al grido di “[Ehi Hbo, abbiamo una serie](http://www.linkiesta.it/gomorra-serie-tv-quit-the-doner?ref=flaviopintarelli.it)” dimostrando, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che la rivoluzione digitale è servita soprattutto a fare in modo che il potere di coloro che decidono realmente i destini dell’industria culturale italiana, ovvero gli uffici stampa, si potesse esprimere nel numero di tramezzini rancidi offerti a blogger e freelance durante presentazioni e anteprime e non più in prostitute dai tratti esotici recapitate nelle stanze d’albergo, come accadeva ai bei vecchi tempi. Altrimenti fatico a spiegarmi come una serie mediocre, funestata da buchi narrativi così evidenti da far assomigliare le strade di Napoli a un tavolo dell’Internazionale 5 quilles, possa avere suscitato tali e tanti entusiasmi in persone dal palato solitamente capriccioso ed esigente. Ed è perciò, per assecondare la mia vocazione al martirio, che ho deciso di elencare i 5 motivi per cui dovreste odiare *Gomorra La Serie* anche se siete troppo codardi per farlo davvero. ## La potenza di fuoco aka The Firepower !\[Gomorra La Serie Armi\](/content/images/2014/Sep/Gomorra-La-Serie-Armi.png)\*Nella foto: ecco come la Camorra mette fine a un flame di Guia Soncini su Twitter\* Com’era che si diceva? Se in un romanzo giallo compare una pistola state certi che prima della fine del romanzo questa pistola avrà sparato almeno un colpo. Perciò se dovessimo applicare a *Gomorra La Serie* questo stesso, aureo principio ci dovremmo aspettare la comparsa di almeno un drone [MQ-9 Reaper](http://www.ga-asi.com/products/aircraft/predator%5Fb.php?ref=flaviopintarelli.it) entro la fine della prima stagione, cosa che non accade, con mio sommo sbigottimento. In ogni caso nella Napoli di Gomorra non solo tutti vanno in giro armati pesantemente mostrando con nonchalance o’fierr a donne e bambini, ma hanno anche una potenza di fuoco tale da scassare un bar a colpi di AK-47 e granate lasciando intatto solo e soltanto il protagonista. Il tutto alla prima puntata. La fascinazione degli sceneggiatori per le armi, probabilmente frutto di genitori pacifisti, fa si che Gomorra finisca per essere una storia di vendette trasversali in cui i legami della Camorra con politica e finanza vengono risolti così rapidamente da farli sembrare solo dei fastidiosi intermezzi tra una sparatoria e l’altra. Che non si dica che gli italiani risparmiano sul piombo, mica come quei pezzenti di The Wire, che per farci vedere una sparatoria come si vede ci avevano messo 4 puntate. ## La colonna sonora electropop !\[Gomorra La Serie droga\](/content/images/2014/Sep/Gomorra-La-Serie-Droga.png)\*Nella foto: un'attività resa molto più cool dalla colonna sonora electropop\* Se possiamo imputare a Sorrentino uno dei più grandi crimini del cinema italiano, questo è di certo quello di aver sdoganato l’electropop come accettabile colonna sonora. Ma se ne *Le conseguenze dell’amore* sottolineare ogni passaggio del film con uno stacchetto electropop era ancora una cosa sopportabile, farlo sistematicamente per 12 puntate da 50 minuti ciascuna è cercarsi deliberatamente una condanna per crimini contro l’umanità. Senza contare che l’electropop usato in questo modo è un espediente così facilmente ruffiano da risultare immediataente scontato e insopportabile. Chiedete a chiunque abbia una minima esperienza di spaccio di droga se sigillare con l’accendino un migliaio di bustine di bamba sia divertente o figo. Probabilmente vi risponderà tagliando ragionevolmente la vostra prossima dose con del diserbante. Per cui, Sollima, evita di farci credere che questa sia una cosa fica solo perché il tuo montaggio rapido cammina su un tappeto di batterie programmate e sintetizzatori. Grazie ## Estetizzazione, estetizzazione ovunque !\[Gomorra La Serie Donna Imma\](/content/images/2014/Sep/Gomorra-La-Serie-Donna-Imma-.jpg) Estetizzazione è la parola che gli studenti dei corsi universitari di filosofia usano per indicare quel fenomeno per cui si abbellisce la rappresentazione artistica di qualcosa all’inverosimile e senza alcun senso apparente rispetto al discorso che si vuole sviluppare. Come quando la vostra compagna di scuola secchiona scriveva dei temi di italiano infarciti di parole auliche per raccontare al professore quanto lei fosse estranea alla banalità dei suoi compagni di classe, intenti a drogarsi e a sperimentare il sesso orale mentre lei amava rifugiarsi nel tenero abbraccio di un classico della letteratura. Senza accorgersi che praticare all’insegnante di italiano una fellatio platonica di questo genere è il modo più rapido per guadagnarsi l’astio di chiunque nei successivi 10 anni. *Gomorra La Serie* è un susseguirsi di momenti estetizzanti perfetti per titillare l’ego di qualsiasi recensore in cerca della prossima “serie italiana migliore di sempre”: dal cadavere perfettamente centrato nella tromba delle scale (hai visto come sono bravo a fare i plongée? eh hai visto? lo hai visto, eh? Sono bravo eh?), fino allo sguardo di Donna Imma che contempla il suo impero di monnezza e cemento mentre nuvole temporalesche s’addensano all’orizzonte, passando per Don Pietro Savastano che emerge dalle fiamme come un cazzo di demone che manco in un modulo avventura di D&D scritto da Fabio Volo sotto acido. ## Gennaro “Genny” Savastano !\[Gomorra La Serie Genny\](/content/images/2014/Sep/Gomorra-La-Serie-Genny.jpg)\*Nella foto: Genny Savastano vestito da Rufio di Hook durante il carnevale del 2001\* Genny, da pronunciarsi rigorosamente con la e apertissima, è uno dei personaggi meno riusciti delle serie Tv di sempre. Per metà della stagione è un frignone che s’atteggia a duro per finire invariabilmente attaccato alla gonnella di mammà. Poi, dopo un tentato suicidio e una lista di cazzate lunga almeno un chilometro, decidono di spedirlo a fare l’Erasmus in Honduras per due puntate. Invece che tornare dal centro america con una malattia venerea e almeno tre esami in arretrato come qualsiasi studente Erasmus che si rispetti, Genny torna con una cresta alla El Shaarawi (che però lo fa assomigliare più a Rufio di Hook che non al calciatore italo egiziano) e tanta ma tanta cazzimma in più. Lo mandano cocker, rientra pitbull. Il tutto nel giro di due puntate utili a raccontare che anche le donne sanno dirigere un impero criminale e che non si dica che Donna Imma la tiene come le altre. No, col cazzo. Come si produca questa folgorazione sulla via di Tegucigalpa è presto detto: gli honduregni obbligano il povero Genny a decapitare e sminuzzare un povero gringo passato lì per caso. Pensare, oggi, che l’assassino di James Foley possa chiamarsi Carmelo detto Melo o Gerardo detto Gerry getta una luce ancora più sinistra sull’intera faccenda. ## L’avatar di Saviano !\[Gomorra La Serie Ciro\](/content/images/2014/Sep/Gomorra-La-Serie-Ciro.jpg)\*Nella foto: Ciro Di Marzio, il Roberto Saviano della criminalità organizzata napoletana\* Se dopo i programmi televisivi da solo, quelli in coppia con Fabio Fazio e i [video su You Tube con Romano Luperini](https://www.youtube.com/watch?v=Fd8tl%5FUEZBk&ref=flaviopintarelli.it) pensavate che Saviano si fosse giocato il suo bonus visibilità su qualsiasi genere di schermo possibile, beh vi stavate sbagliando di grosso. Fedele alla saggezza popolare che vuole che ciò che sta lontano dagli occhi resti anche lontano dal cuore, Saviano e gli ideatori di *Gomorra La Serie* hanno pensato che questa era un’occasione che non si poteva perdere assolutamente, per nessuna ragione. Purtroppo però si sa che noi mangiaspaghetti abbiamo il vizio di non avere alcun senso della misura. E poi scusa, se Tarantino si permette un cameo in ognuno dei suoi film noi possiamo essere da meno? Direi di no, per cui quale modo migliore per omaggiare lo scrittore che più di ogni altro è diventato il simbolo dell’impegno in questi anni di social network e nude su Snapchat se non scegliere un attore che praticamente è l’avatar del Robertone nazionale per interpretare il camorrista scissionista Ciruzzo Di Marzio, uno dei protagonisti della serie? Non credo si potesse pensare a qualcosa di meglio, ovviamente se l’obiettivo dichiarato era quello di regalare ai complottisti di tutto lo stivale il pretesto per divertirsi a speculare su questa “casuale” coincidenza. Per favore, desavianizzate Saviano, now. ### "Sono troppo vecchio per questa merda" recensione a The Heroes di Joe Abercrombie URL: https://flaviopintarelli.it/2014/09/01/the-heroes-joe-abercrombie-recensione/ Last updated: 2019-12-20T09:54:34.000Z La guerra è una merda. E Curden lo Strozzato questo lo sa bene, perché quella che sta combattendo non è altro che l'ennesima di una lista troppo lunga. E lui è "troppo vecchio per questa merda" che negli anni gli ha lasciato soltanto ginocchia logore e nervi a pezzi. A modo suo anche il Caporale Tunny, protastendardo del Primo Reggimento dell'esercito dell'Alleanza, è a parte di questa verità. Anche se Tunny, di campagna in campagna, ha imparato che il modo migliore per sopravvivere a una guerra è cercare di combattere il meno possibile e in questo lui, profittatore di vecchia data, è di certo il migliore. Curden e Tunny sono solo due dei personaggi che affollano le pagine di *The Heroes* di [Joe Abercrombie](https://en.wikipedia.org/wiki/Joe%5FAbercrombie?ref=flaviopintarelli.it). Uscito nel 2011 e [pubblicato in italiano l'anno successivo](http://www.gargoylebooks.it/component/virtuemart/the-heroes2013-10-24-08-12-36-detail?ref=flaviopintarelli.it) della casa editrice Gargoyle, è uno dei tre *standalone* ambientati nell'universo narrativo della [Prima Legge](https://en.wikipedia.org/wiki/The%5FFirst%5FLaw?ref=flaviopintarelli.it), la serie creata dall'autore britannico che conta sei romanzi (di cui fa parte una trilogia) e cinque racconti. Il libro narra le sorti di due eserciti, quello del Nord comandato da Dow Il Nero, e quello dell'Alleanza agli ordini del Lord Maresciallo Kroy, durante una battaglia che ha luogo nella piana dove sorge la cittadina di Osrung. ![The Heroes la piana di Osrung](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Aug/The-Heroes-la-piana-di-Osrung.jpg) La narrazione si dipana lungo l'arco di 3 giorni e segue le vicende di un numero incredibile di personaggi appartenenti all'uno e all'altro schieramento, le cui vicende s'intrecciano nel corso della battaglia, il cui andamento viene rappresentato sulla mappa con la precisione di una partita a Warhammer. Qui la mappa diventa un elemento semiotico imprescindibile per organizzare la narrazione, al contrario di quanto accade in molti romanzi fantasy dove questo elemento è diventato nient'altro che [un cliché trito e ripetitivo](http://www.carmillaonline.com/2013/01/23/intervista-a-joe-abercrombie/?ref=flaviopintarelli.it). Ma la vera protagonista di *The Heroes* è la guerra, un'attività vecchia quanto l'uomo che Abercrombie racconta con incredibile profondità e varietà di sguardo e a cui non fa alcuno sconto. Perché la guerra è sempre diversa da come la cantano i bardi o da come la dipingono gli artisti, così come è diversa dal modo in cui la racconta Bremer dan Gorst, Primo Cavaliere del Re caduto in disgrazia, nelle sue lettere inviate a corte. La guerra è sporca, spietata, dura e faticosa e la distanza che separa un eroe da un cadavere è sottile e affilata come la lama di una spada. Si può essere eroi per follia, come Whirrun il Tocco, oppure per sorte, come Beck il Rosso, o ancora per vocazione, come lo stesso Bremer. ![Joe-Abercrombie](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Joe-Abercrombie.JPG) E si può essere eroi, veri eroi, spietati, sanguinari, impalcabili sul campo di battaglia senza per questo incidere minimamente sugli esiti finali di uno scontro. Perché la guerra non la decidono gli individui come non la decide il coraggio o il valore. *The Heroes* è lontano anni luce dalla retorica trionfalistica e testosteornica della guerra, non parla al nostro cervello rettile ma è, al contrario, un atto d'accusa impalcabile alla follia e alla stupidità di essa. Senza che la scrittura di Abercrombie perda, per questo motivo, un briciolo della sua forza e della sua capacità evocativa. La descrizione dell'assalto alla collina degli eroi, la posizione strategica sul cui controllo si gioca l'intera battaglia e da cui il romanzo stesso prende il suo ambiguo nome, è un pezzo di bravura declinato in un inesorabile piano sequenza di cinematografica potenza che attraversa l'intero fronte della battaglia, passando il testimone dello sguardo di personaggio in personaggio, mano a mano che questi vengono uccisi. Lo sguardo del lettore viene così accompagnato da uno schieramento all'altro in una catena di morti da cui emerge ogni possibile sfumatura emotiva: dal terrore al furore, all'estasi della battaglia. È qui che nasce la consapevolezza di quello che la guerra, depurata della sua retorica, delle strategie, dell'ordinata geometria degli eserciti schierati, comporta per gli uomini: la presa di coscienza di essere indifferenti, tragicamente uguali gli uni agli altri nel momento in cui i corpi vengono maciullati e il sangue principia a mischiarsi al fango diventando indistinguibile. In guerra come in pace, non siamo nient'altro che questo, carne e sangue destinata a tornare alla terra. In che modo questo succederà sta a noi deciderlo o, almeno, provare a farlo. ![The-Heroes-copertina](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/The-Heroes-copertina.jpg) Titolo: *The Heroes* Autore: Joe Abercrombie Editore: Gargoyle Books 2012 Formato: Hardcover 716 pagine ISBN-13: 9788889541784 ### Mi arricchisce la gastrite? URL: https://flaviopintarelli.it/2014/08/26/mi-arricchisce-la-gastrite/ Last updated: 2019-12-18T09:46:24.000Z Questo post comincia parlando de lammerda, "quella che volente o nolente ti esce dalle terga" \[cit.\]. Che oggi signfica parlare del triangolare che su Twitter ha visto impegnati Christian Rocca e Guia Soncini dare addosso a Guido Baldoni. Se per caso non sapete di cosa sto parlando potete leggere una dettagliata ricostruzione nel post di [Gloria Baldoni](https://medium.com/@gloriabaldoni?ref=flaviopintarelli.it) intitolato [*«Smamma», «me ne vado» e i parenti morti: i veri troll sono loro*](https://medium.com/@gloriabaldoni/smamma-me-ne-vado-e-i-parenti-morti-i-veri-troll-sono-loro-bad9b331f9d8?ref=flaviopintarelli.it). In sintesi è successo che Christian Rocca in un tweet ha "tradotto" liberamente il passaggio di un articolo del Washington Post, facendo passare il concetto che in Medio Oriente non esistono forze politiche o espressioni della società civile moderate. Una sciocchezza che aveva già provato a far passare giorni fa, venendo smentito seduta stante da un'alluvione di fonti che dimostravano il contrario. Baldoni, che di mestiere fa il traduttore, prova a far notare al giornalista (che, è bene ricordarlo, è cresciuto nutrendosi al trogolo di Giuliano Ferrara) che sta dicendo, in malafede, una cosa non vera. Rocca reagisce da prima con una sequela di "smamma, troll" e poi facendo l'offeso e annunciando l'addio da Twitter. Non contenta della misera figura rimediata dal suo collega, Guia Soncini interviene nella questione con questo delicatissimo tweet > Ma giocarsi il parente morto nella polemicuzza su Tuìtter si può fare più volte? È come passare dal via e ritirare le 20mila a Monopoli? > > — lasoncini (@lasoncini) [24 Agosto 2014](https://twitter.com/lasoncini/statuses/503613770636492800?ref=flaviopintarelli.it) Delicatissimo perché Guido Baldoni è il figlio di quell'[Enzo Baldoni](http://leonardo.blogspot.it/2014/08/dieci-anni-che-mi-manchi-davvero.html?utm%5Fsource=feedburner&utm%5Fmedium=feed&utm%5Fcampaign=Feed:+blogspot/ghpjrY+%28Leonardo%29) giornalista, traduttore e volontario della Croce Rossa che giusto nell'estate di 10 anni fa venne ucciso, in circostanze ancora poco chiare, da un gruppo integralista in Iraq. Ma a questi due fenomeni del Twitter italico importa ben poco che proprio Guido avrebbe più motivi di altri per non vedere di buon occhio i terroristi di ogni schiatta. L'importante è fare costantemente *attention whoring* per ricordarsi, a suon di notifiche, di contare ancora qualcosa per qualcuno. Questo per restare ai fatti, io ve li ho raccontati senza alcuna obiettività, se poi volete farvi un'idea più precisa e meno parziale della mia, siete liberi di farlo. Ma il motivo per cui ho speso del tempo per raccontare questa storia è la persona a cui penso ogni volta che assisto a scene di simile degrado in rete: ovvero Eli Pariser. Se non lo consocete, [Eli Pariser](https://en.wikipedia.org/wiki/Eli%5FPariser?ref=flaviopintarelli.it) è un politico di sinistra americano, attivista di internet, fondatore e chief executive di [Upworthy](https://www.upworthy.com/?ref=flaviopintarelli.it), sito specializzato nel curare e aggregare contenuti virali in grado di migliorare il mondo. Ecco il buon Pariser ha scritto un libro molto famoso, *The filter bubble*, in cui riflette su come il web iperpersonalizzato di oggi, quello degli algoritmi di affinità, dei *related articles* o dei "questo potrebbe piacerti", ha come effetto quello di chiuderci in una bolla che ci anestetizza dalle opinioni e dalle idee che contraddicono la nostra visone del mondo. Una sorta di immenso laghetto di narciso che ci rassicura nella nostra idea del mondo. Ecco la mia domanda a Eli Pariser, se potessi incontrarlo, sarebbe questa: in che modo Rocca e Soncini mi arricchiscono? Perché dovrei espormi alle radiazioni tossiche dei loro tweet? In nome di quale vocazione al martirio dovrei farlo? Quello che ne ricavo è solo un'immensa gastrite di fronte alla consapevole idiozia di queste persone. Insomma, per finirla qui, Eli Pariser in cosa mi arricchisce, la gastrite? ### Amazon e io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico URL: https://flaviopintarelli.it/2014/08/25/amazon-e-io-lettura-scrittura-editoria-consumo-critico/ Last updated: 2018-10-10T07:57:35.000Z Come fare fronte ai cambiamenti che interessano l'editoria partendo dal ruolo della lettura e della scrittura nel digitale per creare alternative ai nuovi monopoli partendo da una riflessione sui nostri consumi culturali. !\[Amazon e io intro\](/content/images/2014/Aug/Amazon-e-io-intro.jpg) L'estate dell'editoria è stata segnata dai riflessi della *querelle* che ha opposto Amazon ad Hachette, ennesima occasione per rilanciare il dibattito sullo stato dell'editoria e del modo in cui i suoi attori stanno affrontando il cambiamento che caratterizza la nostra epoca. Il presupposto da cui partire è uno, incontrovertibile e da cui non si può prescindere: l'editoria vive una crisi profonda e, credo, senza precedenti per le sue caratteristiche. È sufficiente osservare i dati di vendita dei libri per rendersi conto che il calo delle copie vendute è una tendenza costante, strettamente legata alla continua emorragia di lettori che caratterizza il nostro paese, sintomo di una progressiva disaffezione verso la lettura come pratica sociale I dati del mese di maggio, analizzati da da Kim Philby in un [articolo](http://www.minimaetmoralia.it/wp/come-vanno-le-vendite-dei-libri-stabilmente-male/?ref=flaviopintarelli.it) pubblicato su ibuk.it e ripreso da minima&moralia, registrano l'andamento peggiore dall'inizio dell'anno: > Andamento negativo del -4,65% a valore e -3,90% a numero di pezzi per il dato consolidato a Maggio 2014, rispetto allo stesso periodo 2013; dati pressoché negativamente stabili rispetto a Aprile 2014. > Maggio comunque registra il secondo peggior dato dall’inizio dell’anno: -6,60% a valore e –5,43% a numero di pezzi. Ancora più categorica, Loredana Lipperini, in un tweet, semplicemente afferma: > [@duepuntiedi](https://twitter.com/duepuntiedi?ref=flaviopintarelli.it) [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) [@ArtNite](https://twitter.com/ArtNite?ref=flaviopintarelli.it) Ribadisco. Il senso dei miei interventi è "piantiamola di raccontarci balle". Si vende pochissimo. Punto. > > — Loredana Lipperini (@LaLipperini) [23 Luglio 2014](https://twitter.com/LaLipperini/status/491910381057867776?ref=flaviopintarelli.it) In questo contesto di grande incertezza la presenza, la retorica e i modi con cui un colosso dell'ecommerce come Amazon si muove nei confronti del mercato e dei suoi attori non possono che destare preoccupazioni in molti addetti ai lavori. È ancora Lipperini, proprio su questo punto, una delle voci più attive in Italia. A essere minacciata, [sostiene la scrittrice](http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2014/07/22/detta-in-modo-semplice/?ref=flaviopintarelli.it), dal costante calo delle vendite e dall'ascesa di quello che appare sempre più chiaramente come un monopolio, non è solo la filiera editoriale in tutte le sue articolazioni, ma la possibilità stessa della scrittura come atto complesso e pratica quotidiana: > la domanda che mi pongo, e che vi giro, è banalissima: ha senso aspettare e continuare a dirci bugie e a dire, ehi, sono uno scrittore (ma vendo trecento copie) prima di cominciare a riflettere su un nuovo modo per veicolare storie che possa, anche, permettere al narratore di sopravvivere? !\[Amazon e io lettura\](/content/images/2014/Aug/Amazon-e-io-lettura.jpg) ## (Ri)partire dalla lettura Da dove si parte per rispondere a questa domanda? Da dove si comincia a riflettere su questo nuovo modo di veicolare le storie che possa permettere - a chi decide di raccontarle - di sopravvivere? Abitiamo un epoca di cambiamenti di cui intravediamo solo certi aspetti, affioranti come cuspidi di iceberg, la cui massa possiamo soltanto intuire mentre proviamo a capire come non farci travolgere dall'energia sprigionata dal loro movimento. Per restare in equilibrio e provare a capire abbiamo bisogno di un punto fermo, di un punto di partenza; e il punto di partenza che cerchiamo non può che essere la lettura, quella pratica sociale dal cui declino si può dire che tutta questa crisi abbia inizio. Ma è poi vero che la lettura, intesa come pratica sociale e non come abitudine o compulsione all'acquisto di libri o giornali, è una pratica in declino? Perdonerete il sillogismo, non è tecnica nella quale primeggio, ma se è vero che il web è un *medium* prevalentemente testuale, nella sua multimedialità, e che gli utenti del web continuano ad aumentare mano a mano che la connettività diventa più accessibile, allora è altrettanto vero che la lettura, piuttosto che declinare, diventa sempre più centrale nelle nostre vite. Ma in un modo diverso, peculiare e ancora in buona parte poco compreso. Mano a mano che il testo si scolla dai suoi supporti materiali per diventare unità di informazione, dato e metadato, in grado di viaggiare da un device all'altro, da uno schermo all'altro in una molteplicità praticamente infinita di situazioni di lettura, quest'ultima pratica cambia con esso. Leggere su schermi di varie dimensioni collgati ai più diversi device agisce sulla nostra percezione del testo. Privi dell'appiglio materiale a cui siamo stati abituati fin da bambini ci troviamo privi di riferimenti nello spazio e a soffrirne è la nostra memoria. La lettura digitale si ricorda meno, influisce sulla nostra capacità di trattenere il senso di un testo e di ricordarlo a posteriori. Così come l'atto di leggere, riportato in un ambiente permeabile al più diverso genere di distrazioni, si è fatto meno approfondito, più volatile ed estemporaneo. Tuttavia ciò non rappresenta una perdita a cui non possiamo fare fronte. Come ricorda Maria Konnikova sul New Yorker in [*Being a Better Online Reader*](http://www.newyorker.com/science/maria-konnikova/being-a-better-online-reader?utm%5Fsource=tny&utm%5Fcampaign=generalsocial&utm%5Fmedium=facebook&mbid=social%5Ffacebook): > we can learn to navigate online reading just as deeply as we once did print—if we go about it with the necessary thoughtfulness. Diventare migliori lettori digitali non è certo il più facile dei programmi, specialmente per chi con la stampa ci è nato, cresciuto e su quel supporto ha imparato a leggere. Perciò la domanda che resta ancora aperta è: in che modo si diventa lettori digitali migliori e più esperti? Una possibile strada da percorrere - quella che ho intrapreso incosapevolmente io stesso - per imparare a confrontarsi con questa lettura mutante che la lettura digitale, è cominciare ad avvicinarsi a essa attraverso un processo di *reverse engineering*, di ingegneria inversa. E che cos'altro è l'ingegneria inversa della lettura digitale se non la scrittura digitale? Mai come oggi credo che i destini della lettura e della scrittura siano legati l'un l'altro a doppio filo. Perché entrambe queste attività si svolgono in uno spazio in cui da un lato dobbiamo imparare ad orientarci e dall'altro dobbiamo imparare a popolare di segni che ci aiutino a farlo. Il digitale ci si presenta con delle dimensioni percettive e congitive proprie, non è soltanto uno spazio testuale, ma è anche uno spazio aptico e visivo allo stesso tempo. Ma in un modo completamente diverso da come lo era il libro di carta. ###### La scrittura e la lettura digitali sono due attività essenziali per imparare a padroneggiare il cambiamento Ma se la lettura su carta è una pratica con una storia antica e consolidata, quella digitale, per quanto somigliante, è ancora nella sua primissima infanzia ed è per questo che sperimentare la scrittura digitale mi pare fondamentale per reimparare a leggere. Il libro ad esempio non ci chiedeva di essere disseminato di àncore e segni per riuscire a navigarne il contenuto con più facilità perché il libro era uno spazio delimitato ed esclusivo, nel quale ci immergevamo creando situazioni il più possibile protette. Quando leggiamo in digitale, soprattutto sul web, stiamo agendo in un ambiente caratterizzato da un'esposizione costante agli stimoli più diversi e da una vertiginosa velocità di attraversamento. Come un pilota da caccia che sorvola un territorio mentre le informazioni cruciali per la sua missione [scorrono](http://www.spritzinc.com/?ref=flaviopintarelli.it) sul suo [visore *heads up*](https://www.google.com/glass/start/?ref=flaviopintarelli.it), il lettore digitale sorvola il testo alla ricerca delle informazioni minime che determineranno la sua scelta di dedicare, o di non dedicare, al testo la sua attenzione. Convincere il lettore a concederci la sua attenzione, un bene tanto prezioso quanto scarso, significa soprattutto apparecchiargli un ambiente di lettura agevole. Grassetti, titoli, spaziature, immagini sono tutti elementi grafici e tipografici che aiutano il lettore a orientarsi nel testo e a capire se quello è davvero il testo che vuole leggere in un determinato momento. Aggiornata all'ambiente di lettura digitale è un po' la stessa funzione che svolgono la copertina e la quarta di copertina quando scegliamo un libro in libreria, su una bancarella o allo stand di un editore durante una fiera. Oppure, il libro non ci costringeva a prendere improvvise e violente deviazioni dal percorso di lettura come oggi un ipertesto digitale ci consente di fare, navigando di link in link per creare un nostro personale percorso di lettura, diverso dal percorso di lettura di chiunque altro. Questo non significa che la lettura e la scrittura digitali siano condannate a favorire la velocità, la brevità e la superficialità delle argomentazioni e dei ragionamenti. Il rinnovato interesse per il [*longform journalism*](http://www.ilpost.it/2014/01/28/articoli-lunghi-longform-journalism/?ref=flaviopintarelli.it) e per [innovative forme di racconto digitale](http://senzamegafono.com/2013/12/17/storytelling-multimediale-il-racconto-giornalistico-e-levoluzione-dello-snowfalling/?ref=flaviopintarelli.it) dimostra che è possibile creare format digitali di scrittura e, di conseguenza, di lettura che favoriscano l'approfondimento e la complessità. Piuttosto tutto ciò significa porre di fronte alla nostra attenzione che la lettura e la scrittura digitali si svolgono in un ambiente dove i rapporti del testo con lo spazio che occupa sono strutturali alla fruizione di esso in un modo del tutto nuovo e diverso da quello a cui siamo stati abituati. Apprendere le regole che sovraintendono alla lettura digitale e saper padroneggiare questo nuovo spazio del testo significa perciò imparare a leggere meglio e a riconoscere quei segni che ci aiutano a dare un senso agli spazi digitali che abitiamo, ad attraversarli con maggior attenzione, saggezza e sicurezza. Lettura e scrittura, qui, fanno parte di un unico momento e di un unico movimento di comprensione della cultura in cui viviamo oggi. !\[Amazon e io scrittura\](/content/images/2014/Aug/Amazon-scrittura.jpg) ## Il destino della scrittura e il fato dello scrittore Riconoscere, nei termini fin qui delineati, che i destini della lettura sono strettamente abbracciati a quelli della scrittura significa aprire un nuovo fronte di ragionamento che ruota intorno alla sopravvivenza dello scrittore e alla possibilità stessa della scrittura come attività professionale retribuita. Uno [studio condotto nel Regno Unito](http://www.theguardian.com/books/2014/jul/08/authors-incomes-collapse-alcs-survey?utm%5Fcontent=buffer3939c&utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=linkedin.com&utm%5Fcampaign=buffer) su un campione di 2500 scrittori professionisti (ovvero coloro che dedicano la maggior parte del loro tempo alla scrittura) mostra come a partire dal 2005 il reddito di questi professionisti sia calato del 29% e che nel 2013 soltanto l'11,5% del campione intervistato deriva il proprio reddito esclusivamente dalla scrittura. In un mondo in cui i mezzi per la pubblicazione sono ormai accessibili a tutti a costi irrisori c'è ancora posto per i professionisti della scrittura o siamo destinati ad assistere al lento ma inesorabile declino dell'autore professionista e dell'industria editoriale che lo accompagna? Che la questione dell'autore e della sua sopravvivenza sia oggi un nodo centrale è evidente a chiunque abbia seguito gli sviluppi del [match che vede opporsi Amazon ad Hachette](http://www.pagina99.it/news/innovazione/6348/Amazon-vs--Hachette--scontro.html?ref=flaviopintarelli.it). Dove il gigante di Jeff Bezos si è più volte pronunciato a favore degli interessi degli autori (e dei lettori), esortando l'avversaria ad accordarsi per non danneggiarli ed evitare di usarli come scudi umani durante una trattativa commerciale che ha più somiglianze con la crisi dei missili di Cuba che non con una disputa tra aziende. Tuttavia, ad osservarla da vicino e con occhio attento, la premura di Amazon nei confronti degli autori appare tutt'altro che disinteressata e fa parte di una precisa strategia retorica ben spiegata da Fabrizio Venerandi sul [blog di Quinta di Copertina](http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com%5Fcontent&view=article&id=313:la-retorica-di-amazon&catid=56:editoria-digitale&Itemid=83&ref=flaviopintarelli.it). Il cuore di questa strategia è l'idea che data la loro natura immateriale gli ebook debbano essere generalmente economici. A proposito di questo aspetto Venerandi dice: > Gli ebook non hanno costi di stampa, non hanno magazzino, non hanno resa, non hanno trasporto quindi devono costare meno. Se costano meno vendono di più. Attenzione: Amazon non dice che devono costare meno di un libro, ma che devono costare meno, in generale. Devono essere economici. > Questa tesi - se portata avanti come tesi universale - è falsa, per diversi motivi. Anzi, non solo è falsa, ma è pure dannoso pensare che sia vera. Perché è falsa? Perché il prezzo applicato ad un testo dipende solo in parte dalle spese "fisiche" legate al testo stesso. Se quelle spese indicate da Amazon fossero le reali spese che incidono sul prezzo di un testo, non trovereste mai libri di carta a due o tre euro negli Autogrill dell'autostrada, per dirne una. È falsa perché le spese redazionali che stanno dietro ad un testo possono essere alte, molto alte; perché la tipologia del testo e le tirature e le previsioni di vendita di un testo stesso incidono in maniera sostanziale sulla determinazione del prezzo. Dietro l'interesse di Amazon per autori e lettori c'è, nemmeno tanto celata, la volontà di usare questi soggetti come leva nei confronti degli editori tradizionali per incanalarli verso le proprie politiche distributive e rafforzare così una posizione che tende con chiarezza sempre maggiore verso il monopolio nella distribuzione e nella vendita di libri elettronici. ###### Uno studio condotto nel Regno Unito mostra come il reddito degli scrittori professionisti stia notevolemente calando, anno dopo anno Il monopolio di Amazon si basa sull'integrazione verticale di ogni elemento della filiera dell'ebook in un sistema chiuso. Chi decide di acquistare un Kindle, il dispositivo di lettura dell'azienda di Seattle, vincola i propri acquisti all'ecosistema collegato. Gli ebook venduti da Amazon vengono infatti ceduti in licenza in un formato proprietario (.mobi) e quindi non possono essere fruiti su nessun altro dispositivo, a meno di non usare un apposito software di conversione. Inoltre, allo stato attuale delle cose, Amazon ha sviluppato un'efficacissima esperienza di shopping acquisendo piattaforme di *social reading* come Goodreads, raffinando i propri algoritmi di [*findability*](https://it.wikipedia.org/wiki/Findability?ref=flaviopintarelli.it) e fidelizzando i propri clienti con strategie commerciali estremamente aggressive. Questa strategia ha consentito ad Amazon (i dati sono del novembre 2013) di diventare la fonte primaria di ebook nel mercato americano, con l'impressionante [quota di mercato del 67%](http://www.digitalbookworld.com/2013/bisg-report-a-few-more-ebook-stats/?ref=flaviopintarelli.it). Tuttavia il successo della creatura di Bezos non è stato soltanto costruito sulla sua incontestabile capacità di innovare le dinamiche di un settore ancora troppo lento a capire e reagire al cambiamento. Grazie a una retorica e a una comunicazione molto efficace Amazon ha potuto costruire la propria identità di marchio sul concetto di innovazione, contrapponendosi, nella propria narrativa, ai soggetti tradizionali del settore caratterizzati come conservatori, resistenti al cambiamento, attaccati ai propri privilegi e alle proprie rendite di posizione. Il bonus di reputazione e di immagine guadagnato da Amazon in questo modo le ha consentito di portare avanti indisturbata [politiche sul lavoro](http://www.lavoroculturale.org/jean-baptiste-malet/?ref=flaviopintarelli.it) e prassi fiscali altamente discutibili quando non esplicitamente scorrette. Oggi, se Mondadori o Feltrinelli adottassero nei confronti dei propri [dipendenti](http://www.mcall.com/news/local/mc-allentown-amazon-complaints-20110917,0,7937001,full.story?ref=flaviopintarelli.it) o dei propri [partner di settore](http://www.newyorker.com/magazine/2014/02/17/cheap-words?currentPage=all&ref=flaviopintarelli.it) la stessa aggressività con cui si muove Amazon i social network sarebbero inodati da dichiarazioni di indignazione, inviti al boicottaggio e denuncie di scorrettezza. Con questo non si vogliono giustificare gli editori tradizionali per le loro mancanze e l'incapacità dimostrata nel comprendere e affrontare il cambiamento che li stava e li sta ancora investendo, ma non si può neppure pensare di giustificare le scorrettezze con cui Amazon ha costruito e continua a costruire il proprio monopolio in nome di un'astratta e retorica idea di innovazione. Piuttosto è necessario far uscire il dibattito dalle secche della dicotomia tra innovazione e conservazione per cominciare a ricostruire un sistema editoriale che garantisca il sostentamento di tutti i soggetti coinvolti nella filiera - dall'editore ai produttori di contenuti - e sia in grado di preservare la vivacità, la ricchezza e la diversità del paesaggio. !\[Amazon e io editoria\](/content/images/2014/Aug/Amazon-e-io-editoria.png) ## Amazon e io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico Per diversi anni sono stato un cliente di Amazon e in alcuni casi lo sono ancora, ma oggi la mia visione sulla multinazionale di Bezos è molto diversa rispetto a qualche tempo fa. Nel dicembre dello scorso anno infatti è uscito il mio primo ebook, [*Su Facebook*](http://www.duepunti.org/prodotto/su-facebook/?ref=flaviopintarelli.it), primo titolo della collana *deep:*, curata da eFFe insieme all'editore :duepunti di Palermo. È stato il mio primo, vero passo nel mondo dell'editoria. Per la prima volta ho avuto il privilegio di andare oltre l'atto della scrittura e mi sono confrontato con il processo redazionale di un testo (editing, correzione di bozze, fact checking), con le problematiche legali (contratto di edizione, definizione delle royalties, diritto di opzione) e con le dinamiche del marketing (posizionamento del prodotto, lancio del testo, comunicazione e ufficio stampa); e anche se con queste ultime avevo maggiore dimestichezza per via del mio lavoro *Su Facebook* è stata l'occasione per capire meglio una realtà che conoscevo più per riflesso che non per esperienza diretta. In più, uscire con :duepunti non significa soltanto pubblicare per un editore nel cui catalogo figurano nomi come quelli di Michel Foucault, W.J.T. Mitchell e Patrik Ouerdnik, ma anche entrare a far parte di uno straordinario e vivace laboratorio di editoria. Oltre a essere tra i membri dell'Odei, l'Osservatorio degli Editori Indipendenti, :duepunti porta avanti una serrata riflessione sulla condizione editoriale che ha trovato corpo nel pamphlet *~~Fare libri oggi~~2.0|Essere editori oggi*. Emanazione diretta di questo percorso di riflessione sono la campagna [#macerono](http://www.infoaut.org/index.php/blog/culture/item/10485-macero-no-campagna-rivolta-agli-spazi-autogestiti-e-autorganizzati?ref=flaviopintarelli.it) e la decisione dell'editore di uscire, per quanto riguarda i propri libri cartacei, dal meccanismo della distribuzione e sottrarsi alle logiche che lo caratterizzano. Iniziative a cui si aggiunge la strategia di *pricing* degli ebook secondo un modello a cocktail, ovvero dove il prezzo del prodotto è determinato da una serie di quote fisse destinate ai soggetti coinvolti nella realizzazione dell'ebook e così ripartite: - 1 parte (€ 1,00) va all’autore - 1 parte (€ 1,00) copre esclusivamente il lavoro dell’editore - 1/2 parte (€ 0,50) va al direttore del progetto di collana - 1 parte (€ 1,00) copre tutti i costi di transazione e gestione dell’ordine. Quote a cui si aggiunge l'IVA, che per gli ebook è al 22% nonostante il ministro Franceschini abbia annunciato di [voler approfittare](http://www.leoniblog.it/2014/08/17/riduzione-delliva-sugli-ebook-galeotto-sara-il-semestre-europeo/?ref=flaviopintarelli.it) del semestre italiano di presidenza dell'Unione Europea per intraprendere un percorso comunitario che permetta di ridurla. Probabilmente a questo punto vi starete chiedendo cosa centra questa digressione sulla mia personale vicenda di autore pubblicato con il discorso su Amazon? Centra, perché il modello di *pricing* degli ebook elaborato da :duepunti, che intende valorizzare il lavoro autoriale e la cura editoriale di un prodotto rendendone trasparenti i costi, non può essere applicato né su Amazon, né su altri distributori digitali, in quanto questi applicano a ogni transazione una percentuale. ###### Lettori, autori ed editori hanno la responsabilità di contribuire a costruire un panorama editoriale solido Intendiamoci, applicare una percentuale da parte dei distributori è pienamente legittimo, perché essi offrono un servizio ovvero facilitano l'incontro tra il prodotto e i suoi potenziali acquirenti, cioè tra il libro e le persone interessate a leggerlo. Eppure il semplice fatto di aver dovuto firmare due differenti contratti, uno per le copie acquistate sul sito di :duepunti e l'altro per quelle acquistate fuori dal sito, per poter preservare il modello cocktail in entrambi gli ambiti di acquisto è stato fondamentale per farmi riflettere a fondo sulle mie abitudini di consumatore di prodotti culturali. C'è una punta di egoismo nella mia riflessione su questo argomento, ma passare dall'altra parte della barricata del sistema editoriale e guardarlo non più soltanto con gli occhi dell'acquirente esigente, attento e appassionato ma anche con quelli dell'autore è un bel cambio di prospettiva. Per me la scrittura è una parte di passione, una parte di esercizio e anche una parte del mio lavoro. Quando scrivo un post o un libro lo faccio sia per il gusto di ascoltare il rumore delle dita che battono sulla tastiera, sia per esercizio, sia perché ritengo che di avere qualcosa da dire e voglio dirla. Non ho mai pensato di diventare ricco scrivendo libri o in rete, sarei sciocco anche solo a pensarlo, ma di certo ho pensato che mi piacerebbe fare di questa attività la mia prima fonte di reddito. Perché se potessi scrivere per professione avrei più tempo da dedicare a questa attività rispetto a quello che riesco a dedicarle ora al di fuori del lavoro, della mia relazione sentimentale e di tutte le altre cose che faccio nella vita (tra cui leggere il più possibile). Se così fosse probabilmente diventerei anche uno scrittore migliore o, al limite, più assiduo. Passando dall'altra parte mi sono reso conto che, come lettore, ho [una parte di responsabilità](http://www.doppiozero.com/materiali/analisi/amazon-hachette-e-le-responsabilita-dei-lettori?ref=flaviopintarelli.it) quando scelgo dove e cosa comprare. Così come quando vado a sentire una band sconosciuta capace di impressionarmi ne acquisto il disco come forma di sostegno verso il lavoro di quei musicisti, allo stesso modo oggi mi rendo conto che acquistare un libro significa dare la possibilità a un autore di continuare a scrivere e a un editore di continuare a curare i propri libri. Non si tratta tanto di [un boicottaggio](http://www.bookrepublic.it/blog/2014/08/20/i-lettori-non-salveranno-gli-editori-da-amazon/?ref=flaviopintarelli.it) nei confronti di Amazon o di altri soggetti, quanto un tentativo per riflettere criticamente sulle mie abitudini, sui miei comportamenti e sul modo in cui questi incidono nella realtà che mi circonda. Di questa scelta mi è capitato più volte di discutere con persone piuttosto scettiche sulla possibilità che, acquistando direttamente presso le case editrici o diversificando i propri canali di acquisto, si possa trovare lo stesso livello di attenzione e cura per il consumatore che fanno di Amazon il numero uno del commercio eletronico mondiale. La mia esperienza dice che acquistare al di fuori di Amazon è possibile senza perdere nulla della proprio esperienza di acquisto. !\[Amazon e io\](/content/images/2014/Aug/Amazon-e-io.jpg) Certo, è necessario che editori e autori si accorgano al più presto che creare consapevolezza non è soltanto una forma di militanza, una battaglia culturale. Ma migliorare l'esperienza di acquisto diretto e lavorare sul chilometro zero è il modo più efficace per contrastare le politiche monopoliste della multinazionale di Seattle. Perciò gli editori devono rendersi conto che il loro ecommerce dovrebbe diventare il principale canale di vendita insieme alla libreria; dovrebbero imparare che ottimizzare alla perfezione i contenuti del loro sito internet significa far apparire le proprie pagine tra i primi risultati su Google e quindi attirare un maggior numero di visitatori per i quali devono essere allestiti percorsi di acquisto intuitivi e funzionali. E ancora lavorare per fidelizzare il pubblico così acquisito e coinvolgerlo nel proprio progetto editoriale rendendolo consapevole del lavoro che la cura dei libri comporta, un lavoro che resta ancora troppo nascosto, celato, e per ragioni non sempre lusinghiere. Come autore invece ho la possibilità di partecipare a questa creazione collettiva di senso e consapevolezza con la mia scrittura, riflettendo e raccontando le mie esperienze con ogni mezzo a mia disposizione: un post per il mio blog come quello che state leggendo, [un Tweet](https://twitter.com/El%5FPinta/status/493688306954436608?ref=flaviopintarelli.it) oppure un'[intervista radiofonica](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/zeppelin/mp3/Zeppelin%5F21-08-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it). Pensare e vivere criticamente il mio rapporto con Amazon articolando nel farlo i piani della lettura, della scrittura, dell'editoria e delle pratiche di consumo critico significa prendermi cura della possibilità e della sostenibilità della mia stessa scrittura, un'azione che diventa perciò il modo con cui provo a confrontarmi con il cambiamento e a prendere parte ad esso come parte attiva dei processi in cui sono immerso. Nel mio piccolo, come autore, è un'assunzione di responsabilità di cui voglio provare a farmi carico. ### Giorgio Vasta a proposito di Su Facebook URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/28/giorgio-vasta-recensione-su-facebook/ Last updated: 2018-10-10T08:00:42.000Z La recensione del mio saggio *Su Facebook* firmata da Giorgio Vasta è stata l'occasione per riflettere sul rapporto tra recensioni e vendite a cavallo tra realtà e social network. La storia è andata così, domenica 27 luglio sono andato in montagna per pranzare coi miei nonni che ogni anno passano un periodo di villeggiatura in Val di Fiemme. Già che c'ero ne ho approfittato per fare 4 passi (e prendermi una bella scarica di pioggia sulla capoccia). Fatto sta che torno a casa, accendo il cellulare spento dalla sera prima (ché quando vado in montagna a fare roba semplice mica me lo porto dietro) e ci trovo un messaggio di [eFFe](https://twitter.com/abcdeeFFe?ref=flaviopintarelli.it) "Oh, lo sai che sei su Repubblica di oggi no?" Risposta, no mica lo sapevo. Siccome erano ormai le sette di sera passate ho aperto Facebook dove eFFe mi aveva assicurato esserci una testimonianza fotografica della mia presenza sul giornale di Scalfari. La sorpresa è stata doppia quando ho scoperto che il mio nome figurava su Repubblica collegato a una recensione di [Su Facebook](http://www.duepunti.org/prodotto/su-facebook/?ref=flaviopintarelli.it) scritta da Giorgio Vasta. Che già basterebbe questo, che uno scrittore come Vasta recensisca un tuo lavoro su un quotidiano nazionale, per essere orgogliosi. Se poi la [recensione](http://www.duepunti.org/stampa/lideologia-positiva-dei-social-network/?ref=flaviopintarelli.it) è più che favorevole e coglie in pieno il senso del tuo lavoro allora è lì che fa capolino il famoso "brodo di giuggiole". Vasta si concentra su tre aspetti del libro: - la differenza tra *presentazione* e *rappresentazione* - la differenza tra pubblico e privato - il ruolo delle azioni sociali nel definire la nostra esperienza su Facebook Tre aspetti che sono altrettanti punti chiave del progetto del libro, ovvero mostrare come Facebook sia uno strumento che formatta la nostra esperienza riscrivendo aspetti della nostra esistenza sulla base di nuovi principi. Non necessariamente una meccanica nefasta, come nota anche Vasta, ma qualcosa che necessita da parte nostra di addestramento ed esercizio per migliorare le nostre competenze di cittadini digitali. Questo per restare nell'ambito e nel merito della recensione. Quest'ultima tuttavia è l'occasione per riflettere anche su un altro aspetto del nostro essere e vivere digitali. Questa mattina infatti con un tweet l'amico John Grady mi informa che > Ciao [@El\_Pinta](https://twitter.com/El%5FPinta?ref=flaviopintarelli.it) su Amazon.it sei al n.2 nella categoria "Educazione" e al n.3 in quella "Internet". Ormai sei KA$TA! [@zeropregi](https://twitter.com/zeropregi?ref=flaviopintarelli.it) > > — Fab (@j0hngr4dy) [28 Luglio 2014](https://twitter.com/j0hngr4dy/statuses/493685514721951744?ref=flaviopintarelli.it) ma nel momento in cui scrivo, cioè alle 14.56 del 28/07 il libro si è arrampicato al primo posto delle classifiche "Kindle Store > eBook Kindle > Informatica, Web e Digital Media > Internet" e "Libri > Informatica e Internet > Internet" mentre resiste alla seconda posizione nella classifica "Kindle Store > eBook Kindle > Società e scienze sociali > Educazione" ![Su Facebook classifica Amazon](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Jul/Cattura-Classifica-Amazon-Internet-Ebook-Primo.JPG) La prima considerazione che mi sento di fare è che, a dispetto di quanto si dice, una recensione sulla carta stampata, firmata da un nome importante e autorevole, ha ancora un valore nella nostra epoca digitale. Ma, allo stesso tempo, se la foto di quella recensione non fosse stata condivisa su Facebook e non fosse diventata virale (la foto pubblicata da eFFe ha, ad ora, 16 condivisioni e 30 like, quella pubblicata da me altri 30 like) l'ebook non avrebbe potuto ottenere un simile risultato. Pur non avendo strumenti per misurare efficacemente e con precisione come si sono strutturati i percorsi di acquisto dell'ebook mi pare che si possa trarre almeno una parziale conclusione dai fatti di questa giornata. Ovvero che c'è un rapporto stretto tra quanto accade nel mondo reale (la recensione) e quanto accade nel mondo virtuale (la condivisione e gli acquisti). O, meglio, c'è una palese continuità tra queste due dimensioni della nostra esperienza che si influenzano vicendevolmente. Esplorare questa continuità significa esplorare i nostri profili di cittadini digitali, metterli alla prova e capirli meglio. Conoscerli per padroneggiarli e cominciare a essere davvero protagonisti di questa inedita dimensione. ### The kafkian aspect: recensione a The Interpreters URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/28/recensione-the-interpreters-ben-anderson/ Last updated: 2019-12-20T09:55:17.000Z Kafkiano, con quest'aggettivo indichiamo di solito una situazione che ci ricorda le storie raccontate nei romanzi e nei racconti dello scrittore praghese Franz Kafka. Un mondo narrativo "inquieto, angoscioso, desolante, o paradossale, allucinante, assurdo", è così che il dizionario Treccani descrive le atmosfere che lo scrittore creò in romanzi come *Il processo* e *Il Castello*. Storie i cui protagonisti diventano vittime inconsapevoli di un meccanismo burocratico tanto impalcabile quanto insensibile, che ne stritola le vite in un crescendo di situazioni prive d'uscita, dove ogni ruota dell'ingranaggio pare muoversi indipendentemente e, a volte, in contrasto con le altre con cui invece dovrebbe girare all'unisono. Kafkiano è anche l'aggettivo più adatto per descrivere *The Interpreters*. Un documentario e un [libro](https://news.vice.com/video/the-interpreters-part-1?ref=flaviopintarelli.it) che servono al giornalista e corrisondente di guerra [Ben Anderson](https://twitter.com/BenJohnAnderson?ref=flaviopintarelli.it) per raccontare le storie degli interpreti al servizio degli Stati Uniti durante la lunga e ingloriosa occupazione dell'Afghanistan. La cornice di questa storia, almeno per sommi capi, la conosciamo tutti. Nel riflesso pavloviano che seguì gli attentati dell'11 Settembre gli Stati Uniti dell'allora *commander in chief* George W. Bush dichiararono guerra all'Afghanistan allora come oggi controllato da un insieme eterogeneo di militanti islamici radicali, i Talebani, milizie al soldo dei signori della guerra e politici corrotti. Lo scopo dichiarato era quello di catturare Osama Bin Laden, suggestivamente rinominato "lo sceicco del terrore", e smantellare la sua organizzazione terroristica, la tristemente famosa Al Qaeda. Come sono andate a finire le cose è storia recente. Bin Laden è stato ucciso in un compound a poche centinaia di metri da un'accademia militare pakistana e l'operazione *Enduring Freedom* si è risolta nell'occupazione del paese asiatico da parte delle truppe ISAF; occupazione che dovrebbe terminare alla fine di quest'anno. Tredici anni di conflitto non sono bastati per liberare il paese dalla minaccia dei Talebani che oggi rappresentano ancora una forza dominante nella politica afgana. L'esercito e la polizia che i paesi occidentali hanno contribuito ad addestrare sono corrotti fino al midollo e costituiscono l'ennesima fazione in lotta per il potere. Il governo è anch'esso corrotto ed esposto a pressioni e interessi personalistici. Molti però sono stati gli afgani che, in questi tredici anni, hanno scelto di lavorare fianco a fianco delle truppe americane come interpreti sul campo. Essenziali nel permettere ai militari stranieri di allacciare rapporti con la popolazione locale si sono trovati spesso coinvolti in azioni di guerra, sono stati feriti, hanno ucciso dei loro connazionali e salvato la vita dei propri compagni. Oggi, a causa del loro lavoro, sono esoposti alla violenza dei Talebani, delle forze di sicurezza corrotte, a volte dei loro stessi parenti. Disprezzati, additati come spie, accusati di tradimento sono costretti a nascondersi e temere per la propria vita in un paese che giorno dopo giorno precipita ancora una volta, se mai ne è davvero uscito, nel caos. Come se non bastasse gli interpreti afagni si trovano a dover combattere contro un nemico altrettanto mortale, ma più subdolo di quello che possono incontrare ogni giorno uscendo dalle loro case: la burocrazia americana. Per incentivare il reclutamento del personale locale, che avveniva e avviene su base volontaria, il governo americano mise a punto un programma speciale (SIV *Special Immigrant Visas*) per concedere visti per gli Stati Uniti ai collaboratori che potessero dimostrare di aver prestato lealmente servizio e di trovarsi in un concreto pericolo di vita. Nonostante il pericolo per gli ex interpreti sia evidente in un paese ancora instabile, in cui i vecchi nemici non hanno mai realmente smesso di essere tali, la macchina burocartica si muove con tempi mortalmente lunghi. S'inceppa, s'insabbia e si fa sempre più autoreferenziale. Un muro di gomma su cui rimbalzano le vite di uomini che s'incagliano nei meccanismi della Storia e finiscono per esserne schiacciati. Sono queste le storie raccolte e raccontate da Andreson. Storie di uomini che si confrontano con un meccansimo anonimo fatto di carte, procedure e richieste che si vedono negate con una semplice e-mail. Parole che, da sole, suscitano terrore: negato, rifutato, non candidabile. Ma sono anche storie di amicizia, quella che lega uomini diversi tra loro quando insieme affrontano la morte su un campo di battaglia. Molti sono, infatti, i veterani della guerra che oggi s'impegnano a favore dei loro commilitoni afgani, perorandone la causa di fronte ai media e alle istituzioni. Soffrendo anch'essi perché sanno di aver dato in buona fede una parola che non possono mantenere se non a costi molto alti. In questo libro e in questo film non troverete la letteratura, nemmeno la poesia. Troverete la cruda realtà dei fatti testimoniati da Andreson. E se vi resta in cuore un briciolo di umanità tremerete e vi sentirete anche voi impotenti come i protagonisti di queste storie. Qui non c'è happy ending come nelle narrazioni allo zucchero filato di Hollywood, qui c'è l'urgenza di una tragedia annunciata, che si sta già compiendo, e la riflessione doverosa sulle bugie, le falsità e le speranze che ogni guerra infrange. Un altro piccolo, sciocco, inutile monito che vale la pena di ascoltare in questi tempi di guerra. ### Nuove Professioni dell'Editoria URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/17/professioni-editoria/ Last updated: 2018-10-10T08:05:56.000Z Le slide del mio intervento sulle nuove professioni dell'editoria, tenuto di fronte agli studenti del Master della Fondazione Mondadori. Ieri pomeriggio, mercoledì 16 luglio, sono stato invitato da [eFFe](http://www.daeffe.it/?ref=flaviopintarelli.it) a tenere un intervento presso la Fondazione Mondadori nell'ambito di una tavola rotonda dedicata al *self publishing* di fronte agli studenti del [Master in Editoria](http://www.fondazionemondadori.it/cms/formazione/699/master-in-editoria-2013-2014?ref=flaviopintarelli.it). Insieme a eFFe e al sottoscritto c'erano Edoardo Brugnatelli (self publishing manager di Mondadori), [Marco Giacomello](http://www.marcogiacomello.com/?ref=flaviopintarelli.it) (avvocato) e Giulio Blasi ([MediaLibraryOnline](http://www.medialibrary.it/home/home.aspx?ref=flaviopintarelli.it) il principale servizio di prestito digitale per le biblioteche). La composizione del tavolo aveva il chiaro intento di presentare il *self publishing* come territorio di frontiera, esplorandone aspetti che il dibattito più superficiale sul tema di solito tralascia. Brugnatelli ha presentato la sua attività all'interno del gruppo Mondadori, evidenziando come l'approccio verso questo genere di fenomeni sia e debba essere prevalentemente culturale, più che tecnologico. [Scrivo.me](http://www.scrivo.me/?ref=flaviopintarelli.it), il portale di pop publishing da lui curato insieme ad altri, è il risultato di questo sforzo di comprensione che vuole riportare il concetto di cura editoriale al centro dell'attività di autopubblicazione come elemento culturale che possa creare consapevolezza negli autori che scelgono questa strada. Giacomello invece si è occupato di presentare una panoramica delle problematiche che l'autopubblicazione pone al diritto. Dalla gestione e dalla cessione dei diritti di esclusiva alle piattaforme, alla denominazione dei contratti, fino alla gestione dei canali di distribuzione con particolare attenzione allo sviluppo dei nuovi business model. Giulio Blasi ha chiuso la giornata presentando una ricognizione del rapporto tra biblioteche e autori autopubblicati nell'ambito dello sviluppo del prestito digitale, in un confronto tra le pratiche sviluppate nel mondo e nel nostro Paese. Io, per parte mia, mi sono occupato di presentare alcune prospettive legate alle nuove professioni nel mondo dell'editoria digitale. Di seguito trovate le slide dell'intervento. Se vi fa piacere potete discutere queste mie piccole prospettive sull'argomento nel commentario di questo post. [](https://www.slideshare.net/flaviopintarelli/nuove-professioni-delleditoria?ref=flaviopintarelli.it "Nuove professioni dell'editoria") ### "Chi è il digital producer" su Doppiozero URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/04/chi-e-il-digital-producer-su-doppiozero/ Last updated: 2020-01-03T07:31:12.000Z Doppiozero ospita un mio intervento che prova a delineare gli aspetti principali di una nuova figura nelle professioni digitali: il digital producer. Con questa etichetta intendo un professionista capace di coordinare il lavoro necessario allo sviluppo di un prodotto digitale, prendendo parte in modo attivo all'intero processo. > In sintesi il digital producer è un professionista con una profonda conoscenza delle dinamiche, delle tecnologie e dei flussi di lavoro che caratterizzano la cultura digitale. Indipendentemente dalla sua specializzazione, egli è in grado di avere una visione globale delle caratteristiche che dovrà avere un contenuto e di come questo verrà prima distribuito e poi fruito in rete. [Professioni digitaliNon è un mistero che l’avvento delle tecnologie digitali abbia generato una serie di cambiamenti di ampia portata in numerosi settori produttivi. Cambiamenti che sono conseguenza diretta della trasformazione che ha reso la nostra cultura una cultura pienamente digitale. L’editoria è uno dei settori …![](https://www.doppiozero.com/favicon.ico)Doppiozero![](https://www.doppiozero.com/sites/default/files/creare-un-social-network-giornalistico-le-nuove-frontiere-dell-editoria-online.jpg)](https://www.doppiozero.com/materiali/editoria-digitale/professioni-digitali?ref=flaviopintarelli.it) ### "Il web writing al tempo di Medium" su Corriere Innovazione URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/04/il-web-writing-al-tempo-di-medium-su-corriere-innovazione/ Last updated: 2020-01-03T07:26:11.000Z Sul blog di *Corriere Innovazione* ho pubblicato una panoramica degli strumenti più innovativi per la scrittura sul web. Questa breve guida è pensata per aiutare le persone nella scelta di una piattaforma di scrittura adatta alle loro esigenze. Nel post prendo in esame quattro tool: Medium, Ghost, Marquee e Silverback. > Insomma è abbastanza chiaro, da questa rapida ricognizione del panorama dei tool per il web writing, che la scrittura online sta diventando un elemento sempre più centrale e importante e gli strumenti che oggi e domani useremo per scrivere in rete contribuiranno in maniera determinante a definire non colo come scriveremo ma anche che tipo di contenuti andranno per la maggiore. [Il web writing al tempo di MediumNel primo numero cartaceo di Corriere Innovazione di quest’anno indicavo Medium tra i quattro punti cardinali per orientarsi nel web durante il 2014\. Delle mie previsioni questa può dirsi senza dubbio quella più azzeccata. In questi mesi la piattaforma di scrittura di Ev Williams ha guadagnato sempr…![](http://blog.corriereinnovazione.corriere.it/2014/07/04/web-writing-medium-ghost-marquee-silvrback/includes2013/libs/css/assets/favicon.ico)Blog CIFlavio Pintarelli![](https://static2-blog.corriereobjects.it/wp-content/blogs.dir/188/files/2014/07/CI-Ghost-150x150.jpg)](http://blog.corriereinnovazione.corriere.it/2014/07/04/web-writing-medium-ghost-marquee-silvrback/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Il web writing al tempo di Medium" su Corriere Innovazione ### L'uomo che fu Sócrates, recensione a Un giorno triste così felice URL: https://flaviopintarelli.it/2014/07/02/recensione-a-un-giorno-triste-cosi-felice/ Last updated: 2019-12-20T09:55:56.000Z Di solito sono un lettore bulimico, mi piace divorare i libri in fretta, macinando le storie avidamente, pagina dopo pagina. Perciò, in quanto lettore bulimico, adoro i libri gordi. Ovvero quei libri con tante pagine, che ti trascinano di capitolo in capitolo, che ti tengono attaccato alla trama. Quelli per cui trovi sempre altri 30 minuti per andare avanti, anche se sono le due di notte, anche se il giorno dopo devi svegliarti presto per andare al lavoro. Per me libri gordi sono quelli di Wu Ming, di Ellroy e *Il signore degli anelli*. Sono gordi quei libri che porto sulla spiaggia o su un prato d'estate, quelli che posso leggere a briglia sciolta, quelli che non riesco a chiudere se non sono proprio obbligato a farlo da una contingenza stringente tipo, appunto, l'implacabilità dell'orologio o un crollo fisico. Un libro gordo è come la serie di shottini che bevi in una serata di esaltazione, quelli che ti fanno sbronzare senza che tu te ne renda conto e che il giorno dopo ti lasciano una sensazione di soddisfazione, mista a mal di testa, mista all'acido lattico che ti senti nelle gambe. Che poi, la mia lettura bulimica, somiglia molto anche a quelle volte che scarichi la stagione di una fantastica serie tv e la guardi tutta in una giornata. Se vi piacciono gli anglismi tutta questa cosa la potreste chiamare *binge reading* e probabilmente ci fareste pure una bella figura in certi ambienti. *Un giorno triste così felice* ([66th&2nd](http://www.66thand2nd.com/?ref=flaviopintarelli.it)) di Lorenzo Iervolino a me è sembrato tutto tranne che un libro gordo, e l'ho amato. Ma non fatevi trarre in inganno, è tutt'altro che un libro leggero, anzi è denso e stratificato, ma non ti chiede di corrergli dietro. Anzi addormenta la cadenza della lettura, ti sottrae a essa, ti obbliga a prenderti delle pause, a riflettere, a rigirare in bocca quanto hai letto per apprezzarne le sfumature e i retrogusti. Quello con cui ti confronti, quando lo leggi, è il ritmo *bailado* di un libro *bailado*. Potrebbe essere diversamente per un libro che parla di Sócrates? Forse, ma non sono i *what if* che mi interessano adesso. ![Socrates-2](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Socrates-2.jpg) Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato molto più del calciatore che ai meno attenti di noi non ricorda nient'altro che una bolsa battuta in una commedia nazional popolare. Sócrates è stato prima di tutto un uomo che ha vissuto e incarnato il suo tempo. Sul rettangolo di gioco è stato uno dei grandi [lenti](http://www.ultimouomo.com/dalla-parte-di-roman/?ref=flaviopintarelli.it), come Valderrama o Riquelme. Uno che alla velocità delle gambe preferiva la rapidità di pensiero, che vedeva spazi dove i giocatori normali (figuriamoci i tifosi) vedevano muri, che "colpiva la palla di tacco per farvi innamorare". E sullo stesso rettangolo di gioco è stato il volto e l'anima di uno dei più commeventi esperimenti di libertà che la storia ricordi: la *Democrazia corinthiana*. Questo il nome con cui Washington Olivetto, un pubblicitario di San Paolo, contribuì alla fama di una squadra di calcio, il Corinthians, squassata da una lotta intestina per il potere e in crisi di risultati in un Brasile che ["grondava dittatura"](http://www.rockit.it/wumingcontingent/canzone/socrates/188875?ref=flaviopintarelli.it). In un paese dove da 15 anni nessuno poteva votare "giocatori, dirigenti, massaggiatori e inservienti" cominciarono a prendere ogni decisione attraverso la pratica dialettica del confronto e del voto. Fu una rivoluzione di cui quel giocatore segaligno e laureato, che qualcuno chiamava "Magrão" e qualcun'altro "Doutor", fu il volto e il leader. > Quando leggi questa storia ti confronti col ritmo *bailado* di un libro *bailado* Ma di questa storia non vi racconto altro, perché l'ha già raccontata, meglio di me, Lorenzo Iervolino nel libro di cui vi sto parlando. Piuttosto vorrei farmi una domanda, la cui risposta si trova anche in un libro come questo, ed è la seguente: "come si racconta la vita di un uomo?" Viviamo in un'epoca in cui la memoria s'è fatta cosa tangibile, ce la portiamo in tasca incastonata in un computer che usiamo come telefono, viaggia nelle nuvole di dati accessibili in ogni dove e in ogni tempo. Tutto è archiviato e ogni faldone della nostra memoria può essere ricordato senza sforzo. Basta questo per poter avere memoria? Cos'è di preciso questa memoria che appare così inflazionata al giorno d'oggi? Io credo che memoria significhi ricostruire contesti, ritrovare documenti, connetterli ai fatti ed esplorare la cartografia che emerge di conseguenza, per (ri)dare alla materia ormai inerte la sua voce. Lo compie, questo sforzo, l'autore. Non solo si reca nei luoghi di Sócrates alla ricerca delle testimonianze di chi ne ha incrociato il percorso, non solo ne recupera gli scritti e ne rivive la memoria, ma mischia i documenti e i fatti con la finzione, li riscrive. E inventa, inventa dialoghi verosimili o, meglio, veri perché simili, probabili. Inventa poesie che sono rielaborazioni degli scritti di Sócrates e così facendo ridesta quella voce, la fa parlare di nuovo, uguale e allo stesso tempo diversa. Taglia e cuce, aggiunge e toglie. ![Socrates](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Socrates.png) Non è solo montaggio, è una visone autoriale sul senso della storia e della memoria. È andare al di sotto della scorza dura del monumento a stuzzicarne la carne viva per incrinarne l'epidermide marmorizzata. Nella nostra epoca digitale di memoria diffusa è proprio questa la sfida che si pone all'arte, quale che sia la forma che questa assume. Imparare a decostruire i monumenti per poterli osservare da scorci improbabili. Arrivare a Sócrates non di fronte, ma di lato, dall'alto e dal basso. Scoprire ciò che Sócrates aveva sempre voluto essere, un uomo, prima che un calciatore, prima che un campione. E al di là delle divagazioni sul senso dell'arte e della letteratura, sul ruolo che hanno per noi, adesso, è questa la lezione più grande che insegna questa storia, a essere uomini. Non posso giurarlo, ma se in futuro mio figlio mi chiederà come si fa, papà, a diventare uomini?, mi piace pensare che gli racconterò di un uomo chiamato Sócrates, come il filosofo greco che si ostinò alla verità fino a morirne. E, forse, quando il racconto si farà incerto e zoppicante, sarà a quel punto che mi ricorderò di questo libro. Sarà allora, dopo averlo tratto dalla libreria, che lo rileggerò insieme a lui. Su L'Ultimo Uomo potete leggere [*Buon compleanno, dottor Sócrates*](http://www.ultimouomo.com/buon-compleanno-dottor-socrates/?ref=flaviopintarelli.it), un estratto da [*Un giorno triste così felice*](http://www.66thand2nd.com/libri/112-un-giorno-triste-cos%C3%AC-felice.asp?ref=flaviopintarelli.it) di Lorenzo iervolino. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E13: Pubblica amministrazione URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/30/hashtag-13-pubblica-amministrazione/ Last updated: 2019-01-08T16:44:40.000Z Come tutte le cose di questo mondo anche Hashtag è arrivato alla fine della sua prima stagione. Domenica scorsa è andata in onda la tredicesima e ultima puntata della trasmissione di cultura digitale che ho ideato e condotto a partire da Aprile. Ospite dell'ultima puntata è stato Sergio Sette, direttore dei servizi informatici del Comune di Bolzano. Insieme a lui abbiamo parlato del rapporto tra tecnologie digitali e pubbliche amministrazioni. Che servizi può offrire la digitalizzazione ai cittadini? Come si gestisce il passaggio al digitale nei confronti dei dipendenti? Le risposte le trovate nel [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F29-06-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E12: Ebook URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/23/hashtag-12-ebook/ Last updated: 2019-12-18T10:12:59.000Z Possiamo dire che il libro digitale sia una realtà consolidata? Dal punto di vista tecnologico lo è sicuramente, anche se l'evoluzione delle specifiche e dei linguaggi pare non fermarsi mai. Ma dal punto di vista sociale? Come si è inserito l'ebook nelle nostre abitudini e nei nostri consumi culturali? Mentre dal punto di vista commerciale cosa sta cambiando nell'editoria di oggi grazie a esso? Sono questi i temi trattati nella penultima puntata di Hashtag, di cui sono stati ospiti Andrea Libero Carbone (giornalista ed [editore](http://www.duepunti.org/?ref=flaviopintarelli.it)) e Rocco Fontana ([editore](http://www.fontanaebook.it/?ref=flaviopintarelli.it)). Potete ascolatre quello che ci hanno raccontato grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F22-06-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige ### Che cos'è un Big Bang narrativo? URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/17/marvels-agents-of-shield/ Last updated: 2018-10-10T08:12:07.000Z # Marvel's Agent of S.H.I.E.L.D. S01 o di come nasce un universo !\[Agent of S.H.I.E.L.D. gif\](/content/images/2014/Jun/They-were-good.gif) *Alcune delle riflessioni contenute in questo post, in particolare quelle sullo sguardo da Agenti, le devo all'amico Giacomo Bencistà che ringrazio per le chiacchere e il confronto.* L'Omniverso è l'insieme di tutti i possibili Multiversi, ovvero di tutte le realtà parallele con le loro fisiche, le loro antropologie, le loro giurisprudenze, le loro tecnologie, le semiotiche e le sociologie, le mitologie e le cosmogonie. L'Omniverso è il contenitore universale di tutte le storie create in qualsiasi opera dell'ingegno umano. Libri, film, serie tv, fumetti, videogames, giochi di ruolo e il contenuto di ogni altra forma espressiva sono la sostanza gassosa che fa espandere l'Omniverso nella nostra galassia. Ognuna di queste opere è variamente indentificata da diversi tratti: epoche, geografie, eventi storici, autori, produttori, editori. Intorno a ognuno di questi formanti può nascere un Multiverso e, a volte, questi si comportano come sottoinsiemi gli uni degli altri. Non è necessario essere un esperto di fumetti per conoscere il nome Marvel. Alla casa editrice nata nel 1961 dal sodalizio artistico e professionale tra Stan Lee e Jack Kirby. che oggi è solo una tra le tante articolazioni di una vera e propria corazzata dell'entertaiment, si devono alcuni dei Multiversi e degli universi narrativi più amati. ###### Un Omniverso è l'insieme di tutte le storie possibili in ogni realtà parallela Ma come si crea un universo narrativo? Come si dà vita a una realtà parallela le cui parti nascono, crescono e si sviluppano in un'autonomia coerente e interconnessa? Il 24 settembre del 2013 il network americano ABC ha mandato in onda la prima puntata di *Marvel's Agent of S.H.I.E.L.D.*, una serie tv ideata e scritta da Joss Whedon (*Buffy L'ammazzavampiri*), Jed Whedon (*Spartacus*, *The Avengers*), Maurissa Tanchaerone (*Dollhaus*) e Jeffry Bell (*The X-Files*). La serie ha come protagonista l'agente Coulson dello S.H.I.E.L.D. (Strategic Homeland Intervention, Enforcement and Logistics Division) ovvero un'agenzia segreta di spionaggio nata nei fumetti Marvel, fondata e diretta del colonnello Nick Fury. Il personaggio di Phil Coulson (interpretato dall'attore Clark Gregg) è apparso in quasi tutti i film che la Marvel ha dedicato ai Vendicatori. Finché, nel crossover che riunisce Hulk, Iron Man, Capitan America e Thor, non è stato ucciso da Loki il fratello malvagio del biondo dio del tuono. O almeno questo è quello che sembrava. Coulson infatti riappare nella serie accompagnato dall'alone di mistero che avvolge la sua miracolosa guarigione e la convalescenza trascorsa sulle spiagge di Thaiti, "a magical place" come egli stesso ama ripetere praticamente a chiunque. Dunque le vicende raccontate in *Agents of S.H.I.E.L.D.* si collocano immediatamente dopo i fatti narrati in *The Avengers*, che culminano con la battaglia contro la razza aliena dei Chitauri in cui la città di New York viene quasi completamente distrutta. Purtroppo, anche se è stata sventata, l'invasione dei Chitauri ha lasciato dietro la sua scia un mondo meno sicuro delle proprie certezze, che si è scoperto vulnerabile e spaventato. A Coulson e alla sua squadra di agenti spetterà il compito di proteggere l'umanità da tutte le minacce vecchie e nuove che hanno (ri)trovato linfa vitale dopo la devastante invasione aliena che ha messo in ginocchio la città simbolo dell'America. !\[Skye Gif\](/content/images/2014/Jun/Thanks-but.gif) Lo spoiler può tranquillamente finire qui e a parte qualche altro sporadico accenno alla trama della serie potrete continuare a leggere il post senza rischiare di rovinarvi la visione. Della qual cosa dovreste ringraziarmi, perché *Agents of S.H.I.E.L.D.* è un prodotto scritto benissimo che cattura lo spettatore nella sua trama legandolo a doppio filo alla vicenda e all'evoluzione psicologica dei suoi personaggi. La cosa più interessante è il modo in cui le vicende raccontate da Whedon e dal suo team di sceneggiatori s'inseriscono nella produzione filmica della Marvel. Infatti se avete seguito in questi anni il filone di film dedicati ai Vendicatori vi sarete accorti che lo S.H.I.E.L.D. funziona da filo conduttore, legando ogni episodio. ###### Non abbiamo problemi ad accettare la coerenza di un Nick Fury nero perché appartiene a un Multiverso a sé stante L'organizzazione diretta da Nick Fury e l'agente Coulson appaiono e hanno un ruolo in ognuno dei film e allo stesso tempo tratteggiano un pattern che unisce e tiene insieme tutte le vicende. Il personaggio di Occhio di Falco, ad esempio, appare per la prima volta mentre difende un'installazione dello S.H.I.E.L.D. nel primo film della serie dedicata a Thor, per poi ritagliarsi un posto da protagonista in *The Avengers*. La rete che si crea tra un film e l'altro e tra i film e la serie è l'ordito sul quale - attraverso incroci, rimandi e innesti - viene costruito l'universo narrativo in cui tutti i personaggi agiscono. Siamo di fronte perciò a un Multiverso Marvel tutto nuovo legato alla produzione audiovisiva di questi ultimi anni. Per questo motivo non abbiamo alcuna difficoltà ad accettare che nei film e nella serie Nick Fury sia interpretato da Samuel L. Jackson, mentre nei fumetti è un bianco: ci troviamo in un Multiverso differente, non c'è nulla di strano. !\[Fitz Simmons\](/content/images/2014/Jun/Fitz-Simmons.jpg) La caratteristica che rende la serie fondamentale nel tratteggiare il Multiverso di cui fa parte è quella di introdurre uno scarto nello sguardo con cui guardiamo a questo particolare universo, rispetto al punto di vista a cui i film ci avevano abituato. I lungometraggi ci portano vicinissimi all'universo dei "giganti", quei supereroi che si caricano sulle spalle e sulla pelle la responsabilità dell'umanità intera. Hulk, Iron Man, Capitan America, Thor, Occhio di Falco, La Vedova Nera e lo stesso Nick Fury sono oltreuomini con uno sguardo che corre su distanze talmente vaste che nessun occhio umano potrà mai sperare di eguagliarlo; non importa se queste distanze sono quelle ipertecnologizzate dell'uomo di ferro o quelle umanissime del gigante verde e del super soldato, quelle siderali e dimensionali del dio del tuono o quelle top secret degli agenti segreti. Di fronte a loro noi non siamo altro che le particelle insignificanti del pulviscolo che si deposita sulla superfice di questo universo. Particelle a cui è stato però concesso il privilegio di poter assistere da un punto di vista sicuro e privo di rischio ai destini del mondo di cui facciamo parte e in questo modo di partecipare a essi come il tifoso partecipa alle vittorie della sua squadra del cuore. *Agents of S.H.I.E.L.D.* s'intreccia con queste vicende ricalibrando il punto di vista che ci spetta su questo Multiverso, reintroducendo in esso la distanza e quindi il pericolo. I giganti tornano a essere tali e la prospettiva si fa più umana, ancora privilegiata ma non più al sicuro e al riparo dagli scontri e dalle lotte. ###### Agent of S.H.I.E.L.D. ricalibra il nostro sguardo sull'universo dei Vendicatori ad altezze umane Agli agenti infatti spetta il compito di ripulire i cocci e le macerie che i giganti lasciano alle loro spalle. A loro spetta il compito di restituire al mondo le sue certezze perdute. Un compito non facile perché gli agenti non hanno alcun privilegio sul mondo e, anche se partono da una posizione che dà loro accesso a conoscenze non alla portata di tutti, il loro sguardo è lacunoso, pieno di buchi neri e costellato di segreti. In definitiva quello degli agenti è uno sguardo umano, tanto più affamato di conoscenza quante più sono le domande che gli vengono poste. Non è un caso che tutti i protagonisti della serie siano ossesionati dalla ricerca della conoscenza o tormentati da un segreto che non sanno spiegare, o da entrambi. La scrittura di Whedon e soci restituisce in modo preciso questa dialettica usando mirabilmente il più classico degli strumenti della serialità: il cliffhanger. *Agents of S.H.I.E.L.D.* procede per sospensioni, creando segreti e ribaltando le nostre conoscenze in una struttura in cui i personaggi evolvono la propri psicologia ogni volta che si confrontano con le conseguenze della loro tensione a far ripartire le cose, svelare i segreti, riempire i buchi e le lacune che li (ci) accompagnano. È assistendo a questa connessione tra l'infinitamente e prepotentemente grande con l'immensamente e fragilmente piccolo che assistiamo alla nascita di un universo. Un big bang narrativo in cui siamo trascinati e sballottati - in lungo e in largo tra lo sguardo degli dei e il terrore degli umani - dalle correnti di energia liberate dall'esplosione. Nel Multiverso audiovisivo che ruota intorno ai Vendicatori lo spettatore sperimenta una polifonia di sguardi che lo trasforma in energia cosmica. Elemento imprescindibile che lega tra loro le diverse fasi della creazione. !\[Melinda May Gif\](/content/images/2014/Jun/Melinda-May.gif) ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E11: Videogiochi URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/16/hashtag-11-videogiochi/ Last updated: 2019-01-08T16:42:10.000Z Videogiochi, 20 anni fa erano un passatempo giocato da nerd occhialit nel buio delle loro camerette o da bulli di periferia in fumosi sottoscala chiamati anche sale giochi. Oggi quello dei games è il settore più vitale dell'intrattenimento. Un settore che rivaleggia con il cinema non solo per i budget miliardari che muove per produrre i suoi titoli di punta, ma anche dal punto di vista delle forme di racconto che trasformano lo spettatore in attore delle sue storie preferite. Di gaming narrativo e competitivo abbiamo parlato con due ospiti: Tim Small (direttore de [L'Ultimo Uomo](http://www.ultimouomo.com/?ref=flaviopintarelli.it)) e Marco Olivari (event director di [Progaming Italia](http://progaming-italia.com/?ref=flaviopintarelli.it)). Come al solito la puntata la potete ascoltare grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F15-06-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di RAI Alto Adige. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E10: Turismo URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/12/hahstag-10-turismo/ Last updated: 2019-01-08T16:39:05.000Z Cos'hanno a che fare il turismo e la comunicazione digitale? Vi siete mai chiesti perché il vostro vicino di ombrellone ha sempre lo smartphone accanto? E perché non possiamo fare a meno di condividere immediatamente le foto che facciamo durante i nostri viaggi? Di com'è cambiato il racconto del territorio e la promozione turistica grazie alle tecnologie digitali abbiamo parlato da hashtag con [Valentina Lepore](https://twitter.com/valijolie?ref=flaviopintarelli.it), esperta di comunicazione web, e Martina Spinell, dell'uffico marketing dell'azienda di soggiorno e turismo di Bolzano. Come sempre potete ascioltare la puntata in streaming grazie al potente [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F08-06-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) messo a disposizione da RAI Alto Adige. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E09: Scuola URL: https://flaviopintarelli.it/2014/06/04/hashtag-9-scuola/ Last updated: 2019-01-08T16:36:35.000Z In questi ultimi anni la scuola è stata al centro di molti dibattiti. Quello sull'intorduzione delle tecnologie digitali è solo uno dei tanti, ma di sicuro è uno dei più importanti. Come si deve comportare la scuola davanti alla cultura digitale? Che approccio deve avere nell'adozione di nuovi strumenti didattici? Queste sono solo alcune delle domande e delle questioni che abbiamo affrontato insieme ad Alessando Colombi (docente UNIBZ) e Marco Dominici (redattore) per offrire un punto di vista sullo stato dell'arte dell'educazione digitale in Italia. As usual potete ascoltare la puntata grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F01-06-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige. ### Camminando alla scoperta del paesaggio sonoro URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/27/passeggiata-castel-flavon-virgolo/ Last updated: 2018-10-10T15:10:15.000Z Sui sentieri nei dintorni di Bolzano, alla scoperta di come suoni e rumori di ogni giorno cambiano la nostra percezione delle cose. La solitudine è una delle condizioni, forse la più caratterizzante, del camminatore. Chi sceglie come mezzo di attraversamento dello spazio i propri piedi e le proprie gambe sa come l'atto del camminare sia qualcosa che si condivide difficilmente. Ognuno di noi, quando cammina, possiede un proprio irriducibile ritmo che è il ritmo su cui si sintonizzano anche i pensieri. E come il ritmo della camminata anche quello del flusso di coscienza non si può condividere. Questo si muove infatti con la stessa fisica che governa le volute di fumo di una sigaretta; a volte si spande per entrare in comunione con quanto ci circonda, altre volte si addensa intorno al grumo di un concetto per poi sparpagliarsi frettolosamente non appena un refolo di dubbio irrompe nella stanza a sparigliare quanto si dava ormai per acquisito. Questa fisica, con i suoi andirivieni, con i suoi loop e le sue improvvise accelerazioni fa da contraltare al ritmo ordinato della camminata, a quell'incessante e volontaria rottura dell'equilibrio statico del nostro corpo che ci spinge avanti, passo dopo passo. Conscio di questo inscindibile legame tra il pensare e il camminare il viandante ricerca nelle sue uscite le vie che più si allontanano dalle strade battute. Che si tratti di una deriva urbana, di una scorribanda ai margini della città o di un'escursione in montagna nulla dà più soddisfazione al camminatore di un percorso scevro da folle. Se proprio la solitudine dev'esser violata allora che a violarla sia un altro spirito che ha preso la solitudine come sua compagna. La violazione, in quel caso, sarà minima e l'incrocio produrrà al massimo un cenno di saluto accennato appena con la voce, con un gesto del capo o della mano. Mano a mano che il territorio che lo circonda si fa più familiare, il camminatore seleziona i suoi percorsi d'elezione, quelli che meno lo espongono alla rottura della solitudine e allo stesso tempo sono così facilmente accessibili per vicinanza e tempi da non costituire una drastica rottura agli obblighi a cui la frettolosa società di oggi lo costringe, pur rappresentandone uno iato, un inciso. La camminata diventa così parentesi, promessa d'infrazione, respiro e sospensione dalla quotidianità. Momento in cui i piatti della bilancia divisi tra *opus* e *otium* si riallineano a favore del secondo. Al momento la mia camminata d'elezione, quella che posso ripetere all'infinito senza mai stancarmi di essa perché racchiude tutte le caratteristiche appena elencate, è il sentiero che da Bolzano sale verso i ruderi di Castel Flavon, taglia virando a sinistra la montagna appena al di sotto delle pareti che collegano il Colle a La Costa, raggiunge la collina del Virgolo per poi ridiscendere verso la città. ![Panorama-di-Bolzano](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Panorama-di-Bolzano.jpg) Con la sua forma di catino sfondato, aperta a sud e a ovest sulla valle dell'Adige, la conca di Bolzano offre diverse passeggiate che dalla città s'arrampicano sulle pendici dei monti che la circondano a est, a nord e a nord ovest. Percorsi caratterizzati da pendenze ripide che salgono rapidamente al di sopra dei 200 metri sul livello del mare in cui è inabissata la città, e che da essa partono e a essa ritornano. La passeggiata in questione comincia attraversando il quartiere di Aslago che sorge al di là del fiume Isarco, addossato alle pendici della montagna. Il camminatore che volesse imboccare questo percorso si trova quindi fin da subito faccia alla montagna, con la città che gradualmente gli scivola alle spalle mano a mano che s'inerpica sulla salita di via Castel Flavon. Superate le case minute, i piccoli giardini monofamiliari e gli intrecci di scalette e vialetti si raggiunge la strada che sale verso il castello. Ora la montagna è alla sinistra del camminatore quando sulla destra le schiene dei palazzi escludono la vista. La rampa non è lunga più di un paio di chilometri, al termine dei quali, nei pressi di un tornante, ci si trova a rivolgere ancora lo sguardo dritto in fronte alla montagna e per la prima volta le suole delle scarpe abbandonano il bitume della strada per assaggiare il ghianino del sentiero, dominato sulla destra dalla mole del Castel Flavon che si raggiunge in appena una decina di minuti. Ha inizio qui l'ultimo tratto di ascesa, terminato il quale ci si troverà alla quota massima del percorso che si abbandonerà soltanto al termine dell'anello, eccezion fatta per un paio di saliscendi di poco conto. Lasciandosi il castello alle spalle si sale lungo un sentiero che s'imbocca alla sinistra del parcheggio. Si è nel bosco ora, un bosco particolare quello che ricopre la montagna fino alle partei rossastre e frastagliate che troneggiano poco più in alto. Il sottobosco è scarso in parte per la ripidità delle pendenze, in parte perché il terreno è di origine franosa e sotto ai piedi si hanno perciò rocce di varie dimensioni che comunicano una sensazione d'instabilità. Gli alberi, per lo più sottili, si piegano assecondando la pendenza, come a formare una griglia vegetale, le cui radici sono l'unico sbarramento, la forza che impedisce alle rocce di franare sulla città. Se lo si affronta durante il pomeriggio, quando il sole splende nel mezzo della valle e riscalda il terreno pietroso, l'aria si fa calda e una goccia di sudore può far capolino sulla fronte del camminatore anche quando l'aria è ancora fredda. ![Castel_Flavon](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Castel_Flavon.jpg) Ma la fatica non dura a lungo e ben presto si ha ragione della salita. In cima al sentiero ci si ricongiunge con la più ampia strada forestale. Ampia ma poco battuta, in prossimita del crocicchio, sulla sinistra, si trova una panchina. Appoggiato a una roccia che si sporge sulla valle, questo piccolo riposo offre a chi se lo sa concedere un'ampia vista sulla conca di Bolzano e sulla Valle dell'Adige, proprio all'altezza del punto in cui questo incontra e accoglie nel suo alveo le acque dell'Isarco. Ora, la città che con non troppa fatica ci siamo lasciati alle spalle riappare alla vista. Ai nstri piedi si stende la zona industriale di Bolzano tagliata dalla lama stondata dell'autostrada. Distinti eppure ovattati i rumori di questa parte di città raggiungono l'orecchio anche qualche metro più in alto. Anzi, per il camminatore si tratta di un notevole esercizio di pulizia dell'orecchio. Sospesi tra la quiete del bosco e i rumori della città ci si rende conto di quanto sia invasivo il paesaggio sonoro che viviamo quotidianamente. Indistiguibili gli uni dall'altro quando ci siamo immersi, a questa atezza i rumori si ritagliano dal basso continuo e ci si presentano nella loro singolarità: il ruggito della motocicletta, il lamento della macchina industriale, il boato dei ribaltabili, il ronzio delle automobili sull'autostrada. Per il nostro orecchio tutto questo ha l'effetto di un'epifania. Ma lo sbigottimento, il timore che ci prende in questo momento è mitigato dalla sicurezza della distanza. Seppure presente, sappiamo che quel suono, almeno per ora, ci può raggiungere ma non ci tocca. Rassicurato da questo pensiero, col sudore asciguato dal sole che batte direttamente sulla fronte, il camminatore può ora abbandonare la sua pausa e rimettersi in cammino. Il sentiero ora è docile e pianeggiante, taglia la montagna attraversando il bosco e passando a fianco di antiche frane che lì riposano. Più avanti s'incontra una piccola sorgente a cui rinfrescarsi. Nei mesi di fine inverno qui l'aria si fa più fredda perché la montagna si piega come a libretto intorno a uno stretto e ripido canalone. L'angolo è così acuto che il sole non accarezza questa zona per settimane e il cambio di temperatura è brusco, quasi violento. Qui il sentiero si stringe e si fa più accidentato. Per guadare la piega della montagna si scende e poi si risale costeggiando un'altra frana. Si procede per pochi chilometri ancora stretti tra il bosco e le pareti fino a scendere verso la collina del Virgolo che accoglie il viandante con i suoi prati coltivati a vite. Ormai si è sulla via del ritorno, non resta che superare la fattoria Kohlern e lanciarsi giù, lungo la passeggiata che riporta verso Aslago. Si raggiunge il quartiere alle spalle dei grandi palazzi che ne chiudono la vista. Se si alza lo sguardo verso la montagna non si può non pensare che quegli enormi cubi di cemento siano stati messi lì a protezione della città, prima e possente barriera contro le frane che riposano poco più in alto. È con questo pensiero nella mente che il camminatore rientra in città. Ad accoglierlo l'eco dei suoi passi nei canyon artificiali formati dai palazzi e il sibilo del vento che corre attraverso si loro. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E08: Cinema URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/26/hahstag-8-cinema/ Last updated: 2019-01-08T16:34:44.000Z Cinema e digitale, un binomio solido ormai da molti anni. Ma all'adozione delle tecnologie digitali da parte di registi e filmakers è corrisposta altrettanta attenzione verso le dinamiche della cultura digitale? Può il cinema raccontarci i cambiamenti culturali e allo stesso tempo riflettere su come sta cambiando la sua fruizione e la sua distribuzione? Nell'ottava puntata di Hashtag ci siamo occupati della settima arte alla prova del digitaale parlandone col regista Stefano Lodovichi. Come d'abitudine vi invito ad ascoltarci grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F25-05-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige, buon'ascolto! ### Il terzo tempo anticipato della Guerra Civile Simulata URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/20/selfie-vespa-grillo/ Last updated: 2018-10-10T15:12:20.000Z Qualche pensiero sul selfie di Bruno Vespa e Beppe Grillo. Non serve essere appassionati di rugby per sapere che il terzo tempo è il tradizionale incontro tra i giocatori che si svolge nel dopo-gara presso la *Club House* della squadra ospitante. Si tratta di un momento conviviale pomeridiano a cui partecipano i giocatori, le loro famiglie e a volte anche i tifosi. Il terzo tempo è pensato come un momento di socializzazione e un modo per stemperare le tensioni accumulate sul campo. Ci possiamo spintonare, afferrare, placcare. Possiamo lottare nel fango, inseguirci, magari anche odiarci. Ma alla fine di tutto ci ritoroviamo per condividere un momento insieme. Mangiamo e beviamo per ricordarci che il gioco è solo simulazione di uno scontro, che quello che succede in campo resta in campo. Questa è, o dovrebbe essere, la base del fairplay. Cos'è il [*selfie*](http://salto.bz/it/article/20052014/il-selfie-di-vespa-e-grillo?ref=flaviopintarelli.it) di Vespa con Grillo se non un terzo tempo anticipato? Terzo tempo anticipato perché in quei sorrisi sornioni e un po' stolidi, ma tutto sommato sinceri, non c'è traccia della tensione che di li a poco si scatenerà nello studio di *Porta a Porta*. Il momento conviviale qui avviene prima dello scontro e ne accentua il carattere simulato. Il selfie postato da Vespa è una dichiarazione di fairplay, l'accettazione da parte di entrambi i contendenti delle regole del gioco e della sceneggiatura che li vedrà antagonisti. Se si trattasse di [wrestling](http://scrittoriprecari.wordpress.com/category/montecitorio-wrestling-federation/?ref=flaviopintarelli.it) parleremo di "rottura della kayfabe", ovvero della finzione che regola le narrazioni e assegna ruoli precisi ai protagonisti delle storie. Una rottura che ha lo scopo esplicito di proporsi e circolare nel corpo sociale attraverso il più diretto dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione: Twitter. Infatti, tracciando una [storia del selfie](http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/dallautoritratto-al-selfie?ref=flaviopintarelli.it) a partire dalla pratica artistica dell'autoritratto, Marco Belpoliti nota che > il vero obiettivo di un auto scatto con lo smartphone è quello di condividerlo con gli altri. Il selfie si distingue dall'autoritratto classico perché è fatto espressamente per essere condiviso. È questa condivisibilità, molto più che il contenuto dell'immagine a rendere significativo questo scatto. Ciò che abbiamo davanti è uno squarcio sul futuro dei prossimi dieci o venti anni. Il selfie di Vespa con Grillo prefigura un futuro in cui il conflitto, che dovrebbe essere il motore della società, è relegato alla scenografia dei talk show. Una guerra civile simulata che non è guerra perché non ci tocca da vicino e che di civile ha giusto lo stolido sorriso di un selfie. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E07: Start Up URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/19/hashtag-7-start-up/ Last updated: 2019-01-08T16:33:26.000Z Start Up, quante volte in questi anni abbiamo sentito pronuciare queste due parole? Un bionomio che è diventato sinonimo di successo e freschezza, ma anche una formula dai connotati magici, quasi taumaturgici. Nella settima puntata di Hashtag abbiamo parlato insieme al sociologo Bertram Niessen di come è nata la mitologia della Start Up e quanto ci sia di vero in questa narrazione lo abbiamo verificato insieme a Hubert Hofer, direttore del TIS (il polo tecnologico altoatesino). Come di consueto poetete ascoltare la puntata grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F18-05-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E06: Musica URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/12/hashtag-6-musica/ Last updated: 2019-01-08T16:31:58.000Z Dalla nascita dell'MP3 a Spotify, passando per Napster, MySpace e l'iPod. Nella sesta puntata di Hashtag abbiamo parlato di musica insieme al promoter bolzanino Vanja Zappetti. Cosa cambia e cosa per fortuna non cambia mai suonando e promuovendo musica nell'epoca dei nativi digitali? Per scoprirlo non dovete far altro che ascoltare il [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F11-05-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) della trasmissione andata in onda domenica 11 maggio, sulle frequenze di Rai Alto Adige. Colonna sonora offerta dai bolzanini [Satelliti](http://satelliti.bandcamp.com/?ref=flaviopintarelli.it) ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E05: Anonymous URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/06/hashtag-5-anonymous/ Last updated: 2019-01-08T16:30:38.000Z E con questa sono cinque! Hahstag ormai continua a macinare strada e se siamo ancora in onda è anche grazie all'affetto di tutti quelli che ci hanno ascoltato con ogni forma e ogni mezzo possibile. La quinta puntata abbiamo deciso di dedicarla ad Anonymous, la rete di hacktivisti che più di una volta sono stati al centro delle cronache in questi anni. Ad accompagnarci alla scoperta dei loro segreti c'era Carola Frediani, una delle firme italiane più attente alla cultura digitale e ai problemi della privacy e della sorveglianza. Come al solito per ascoltare la puntata non dovete fare altro che aprire il [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F04-05-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it). Buon ascolto! ### True Detective dalla narrazione del realismo al realismo della narrazione URL: https://flaviopintarelli.it/2014/05/05/true-detective/ Last updated: 2018-10-10T08:13:11.000Z !\[Start asking the right fucking questions\](/content/images/2014/May/True-Detective-Opening-1.gif) \*Questo saggio contiene spoiler\* Di *True Detective* si può dire di tutto, ma di certo non si può dire che sia passato inosservato. Che lo giudichiate un capolavoro o che non vi abbiate visto null'altro che una raffinata impalcatura di fuffa lo show creato dallo scrittore Nic Pizzolatto ha lasciato un segno. Con buona pace dei suoi detrattori non penso che se ci trovassimo semplicemente di fronte a un prodotto scadente così tante persone si sarebbero scomodate a parlarne, bene o male che sia. La mia impressione è che questa serie sia uno di quei prodotti che hanno la forza di marcare un prima e un dopo nel proprio ambito. Ed è per questo motivo che ha suscitato tanta attenzione, critiche ed entusiasimi. Esattamente come *Lost*, che è forse la serie che più si avvicina a *True Detective*, pur rimanendone a una distanza siderale. Ma cosa intendo quando dico che questo show segna un prima e un dopo? La serialità televisva americana, così come il cinema hollywoodiano classico di cui è erede, è una forma d'arte che ha un collegamento strettissimo con le strutture attraverso cui è prodotta. In questo *True Detecitve* rappresenta qualcosa di unico (o almeno per le mie conscenze è qualcosa di unico, se dovessi sbagliarmi correggetemi pure). Unico perché in un panorama dominato da serie i cui cicli narrativi si snodano per 4, 5, 6 o anche più stagioni, *True Detective* adotta una forma antologica. Ogni stagione della serie è infatti stata pensata per essere autoconclusiva. Questa caratteristica ha un impatto diretto sulla costruzione della struttura narrativa di cui i repentini cambi di ritmo e le accelerazioni che compongono la serie sono l'effetto più evidente. Le serie costruite su archi narrativi lunghi che si snodano per più stagioni solitamente hanno un andamento costante: partono lentamente per poi accelerare verso il *finale*, preparando il *cliffhanger* ovvero l'effetto di sospensione che serve a mantenere viva l'attenzione dello spettatore nei mesi in cui si prepara la stagione successiva. Cosa ci sarà dentro qull'enigmatica botola sepolta in mezzo alla giungla, su un isola dove anche le cose più normali hanno contorni insoliti? In *True Detective* questa progressione non può esistere, dato che la vicenda si esaurisce nel corso delle otto puntate che compongono la stagione e dunque i ritmi sono necessariamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Tempi morti, accelerazioni, frenate brusche e spezzettamenti sono le caratteristiche più evidenti nella costruzione ritmica di *True Detective*. Un secondo elemento che approfondisce la distanza con qunto siamo abituati a vedere in fatto di serie televisive è la dimensione spiccatamente autoriale di *True Detective*. La serie infatti è interamente scritta e diretta da Pizzolato e dal regista Cary Fukunaga. Al contrario delle serie a cui siamo abituati, dove la dimensione autoriale viene declinata nelle forme della produzione mentre la scrittura e la regia non sono un atto individuale, bensì collettivo. Da soli questi elementi bastano a rendere *True Detective* un prodotto capriccioso, intrattabile, da maneggiare con una certa attenzione. [Molte delle critiche](http://www.ultimouomo.com/guardiamo-true-detective/?ref=flaviopintarelli.it) che ho letto mostrano il proprio limite nel non riconoscere quanto queste particolarità portino *True Detective* lontano da quanto siamo abtuati a guardare. ###### Paragonato alla tradizione del quality drama d'impianto realistico True Detective scompare, ma il paragone è mal posto Metterlo a confronto, per sminuirlo, con il retaggio della HBO, ovvero con il *quality drama* d'impianto realistico - che ha in *The Wire* il termine di paragone più ovvio - è un'operazione che non funziona e impedisce di cogliere l'essenza della serie. Paragonato a quella tradizione *True Detective* semplicemente scompare, ma il paragone è scorretto perché *True Detective* è un altro genere di narrazione e come tale andrebbe trattato. Stesso discorso vale per il tentativo di incasellare la serie nell'ontologia dei generi: è un horror? è un noir? è un procedurale? *True Detective* ha elementi che provengono da tutti questi generi eppure non appartiene a nessuno di essi. Piuttosto lo possiamo collocare nel macrogenere chiamato *puzzlebox fiction* (fiction a puzzle). Ovvero quel tipo di narrazione che caratterizzava serie come *The X-files* e, appunto, *Lost*; show > based on the development of complex mythologies, and each rewarded viewers with small nuggets of revelation that provided limited answers to existing mysteries per riprendere la definizione del genere data da Fredrik deBoer [in un post](http://fredrikdeboer.com/2014/03/10/the-limits-of-puzzlebox-fiction/?ref=flaviopintarelli.it) che parte dalla delusione per il finale di *True Detective* ed esplora i limiti di questo genere di narrazione. Che risiedono proprio nella moltiplicazione dei misteri necessari a mandare avanti la trama e nell'impossibilità di spiegarli tutti in modo esaustivo e convincente. Una critica che condivido perché nel finale la scrittura di Pizzolatto si fa più farragginosa e sfliacciata, frettolosa; e nella fretta vengono lasciate aperte alcune linee narrative (per me) troppo importanti per essere tralasciate. In questi casi la delusione è un sentimento comprensibile, lo stesso sentimento che in molti provarono davanti al finale di *Lost* (che continua a essere il paragone più calzante). Però, allo stesso tempo, mi viene da pensare che lo scioglimento dei misteri non sia il punto centrale di questo genere di narrazioni. Piuttosto lo è il modo in cui i misteri sono costruiti e la libertà che la narrazione lascia allo spettatore di speculare su di essi. Una libertà che nasce dalla scrittura, anche quando questa possiede una direzione precisa, e diventa una straordinaria leva di marketing grazie all'*engagement* che suscita tra gli spettatori, moltiplicando la narrazione nel [gioco infinito della speculazione](http://blog.italiansubs.net/true-detective-e-il-mistero-del-re-in-giallo/38609/?ref=flaviopintarelli.it). Ma sarebbe scorretto affermare che *True Detective* sia soltanto una macchina di marketing pensata e progettata per scatenare negli spettatori l'urgenza di risolvere il mistero. L'obiettivo dichiarato di Pizzolatto è quello di creare un [racconto poliziesco dal respiro letterario](http://www.thedailybeast.com/articles/2014/02/04/inside-the-obsessive-strange-mind-of-true-detective-s-nic-pizzolatto.html?ref=flaviopintarelli.it). Non mi interessa qui dichiarare il *mission accomplished* quanto provare a smontare il congengno narrativo di *True Detective* per capire come funziona ed evidenziarne alcuni momenti metatestuali. Partiamo dall'inizio; il primo episodio della serie si apre con tre brevi inquadrature notturne: due uomini che camminano affannati nel buio, il fuoco di una torcia che si accende e si propaga, il totale di un incendio, dissolvenza in nero. Non sappiamo cosa sia successo, ma sappiamo fin da subito che qualcosa è successo e lo scopriremo di li a poco. ![True Detective videocamera](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/May/Schermata-2014-04-25-alle-11-41-41.png) Ciò che accade dopo, nelle immagini successive, è fondamentale per capire il meccanismo narrativo di *True Detective*. Lo schermo viene occupato interamente dall'immagine di un obiettivo fotografico che sta cercando la messa a fuoco, segue il primissimo piano di uno schermo digitale su cui campeggia in rosso la scritta "REC". Siamo così vicini da riuscire a scorgere i singoli pixel. ![True Detective rec](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/May/Schermata-2014-04-25-alle-11-41-48.png) Subito dopo vediamo Marty il personaggio interpretato da Woody Harrelson. È seduto nella stanza di un ufficio che vediamo solo in parte a causa delle veneziane semichiuse sulla vetrata alle sue spalle. Una scritta in sovrimpressione ci informa che ci troviamo nei locali della *Criminal Investigation Division* della polizia di Stato della Louisiana (Louisiana State Police CID) e che stiamo assistendo alla dichiarazione Martin Eric Hart. Lo stesso schema verrà ripetuto per introdurre Rustin "Rust" Cohle, il detective interpretato da Mattew McConaughey. ![True Detective presentazione personaggi](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/May/True-Detective-Presentazione-Personaggi.jpg) Perché Pizzolatto e Fukunaga scelgono proprio queste tre immagini per cominciare a presentare il loro primo protagonista? Le videocamere digitali hanno un ruolo ben preciso nel cinema americano postmoderno. Da *The Blair Witch Project* a *Cloverfield* sono l'espediente per ammantare la fiction con un velo di realisticità creando così un cortocircuito che è stato usato ampiamente nel genere mockumentary. I due autori sembrano perciò volerci dire che quanto stiamo per vedere è reale o, meglio, vero, autentico. Accade realmente davanti ai nostri occhi. Ma cosa, di preciso, accade realmente davanti ai nostri occhi? L'intera struttura narrativa di *True Detective* è basata sull'analessi, sul flashback. Ci sono due principali piani temporali attraverso cui la vicenda viene raccontata: il 1995, anno in cui ha inizio la caccia all'assassino di Dora Lange, e il 2012, l'anno in cui si svolgono le deposizioni e in cui la vicenda trova finalmente il suo esito. Nei primi tre episodi della serie il racconto nei due piani temporali coincide, i fatti e le deposizioni di Marty e Rust sono la stessa cosa, corrono in parallelo. Ma a partire dal quarto episodio la scrittura di Pizzolatto comincia a far collassare questa struttura su se stessa. Alla fine del terzo episodio, dopo una lunga serie di buchi nell'acqua, i due detective hanno individuato un sospetto, Reggie Ledoux, un cuoco di metanfetamine. Fino a quel momento il ritmo della serie è stato lento, compassato, a volte noioso, ma nel quarto episodio tutto accelera in corrispondenza con la svolta nelle indagini. ###### La struttura di True Detective fa collassare i piani temporali della narrazione attraverso l'uso del flashback e del montaggio alternato Marty scopre che Leduox ha lasciato la Louisiana per operare in Texas e Rust, che in Texas ha lavorato sottocopertura come infiltrato nelle gang che controllavano il traffico di droga, elabora un piano per catturare il sospetto. Non si tratta di un piano legale e così, inesorabilmente, i fatti e le deposizioni che fino a quel momento erano state una sola cosa cominciano a scollarsi e a divergere. L'apice di questo scollamento arriva poco dopo l'inizio del quinto episodio (nda gli utenti che hanno caricato su You Tube i video di questa scena non ne permettono l'incoroporamento all'interno del post, per questo linko qui il [primo](https://www.youtube.com/watch?v=vla-8D%5FU%5FPo&index=3&list=FL0gbA%5FqRG-PJ%5FRAeb0qSSRA&ref=flaviopintarelli.it) e il [secondo](https://www.youtube.com/watch?v=kEIzwdCrlRY&ref=flaviopintarelli.it)). Marty e Rust hanno individuato - grazie a uno stratagemma che comprende il rapimento del capo di una gang di biker del Texas - la zona dove si nasconde Reggie Ledoux, il sospetto che stanno cercando. La coppia di poliziotti si addentra attraverso la vegetazione in cui sono nascoste delle trappole esplosive fino ad arrivare ad una baracca. Riparati dall'erba i due cominciano a muoversi, circospetti, verso la costruzione. Ed è proprio in quel momento che comincia. C'è uno stacco sul primo piano di Rust Cohle, il montaggio alternato ci ha riportato avanti, nel 2012\. Il detective racconta agli agenti che lo stanno interrogando che lui e il collega hanno intenzione di ritirarsi e aspettare rinforzi "but ain't what happend". Ma non appena i due iniziano a indietreggiare, racconta ancora Rust..."bang!"; è Marty a parlare ora, di fronte alla videocamera, ed è proprio questa la sua prima parola: "bang". Segue la descrizione del fuoco a cui i detective vengono sottposti, un fuoco intenso, serrato, il sospetto sembra avere una qualche specie di arma automatica. Un fucile così potente da sbriciolare il tronco di un albero. "Ta-ta-ta-ta" Rust imita il suono sordo e costante dell'arma mentre mima con le mani il movimento semicircolare che accompagna il tiro..."heavy shit". !\[True Detective Heavy Shit\](/content/images/2014/May/True-Detective-HeavyShit.gif) Questo è il momento in cui la scrittura di Pizzolatto porta il flashback al massimo delle sua possibilità. Infatti la scena che vediamo svolgersi nel 1995 non ha nulla a che vedere con quanto Marty e Rust raccontano nel 2012\. I due infatti si avvicinano indisturbati alla baracca e la perquisiscono a pistole spianate, trovandovi Ledoux. Dopo averlo ammanettato nello spiazzo, Marty prosegue la perquisizione nella rimessa mentre Rust sorveglia il sospettato e intima l'alt al suo complice, appena uscito da un terzo capanno. Nella rimessa Marty troverà due bambini scomparsi e, in preda alla rabbia, fredderà Ledoux con un colpo alla testa. Rust, resosi conto della situazione, reagisce in fretta e aiutato dal suo compagno allestisce la scena che abbiamo appena visto raccontare. Toglie le manette a Ledoux per evitare che ne porti i segni e sparge colpi di fucile automatico tutt'intorno alla scena del crimine. La lunga sequenza della morte di Reggie Ledoux si conclude con il lento ritorno alla normalità dei due detective, acclamati come eroi. Come abbiamo visto, per tre episodi, c'è stata una profonda corrispondenza tra i fatti e il racconto. Ciò che entrava a far parte della deposizione sotto l'occhio garante della videocamera era anche ciò che era realmente accaduto. Ma a partire dal quarto e, definitivamente, nel quinto episodio i piani temporali collassano e tra essi non esiste più alcuna corrispondenza. Addirittura, nel gioco di scambi che il flashback instaura attraverso il montaggio alternato, le sequenze temporali del racconto e dei fatti si scambiano di posto e la prima anticipa la seconda dando trasformando la sequenza in una composizione ad anello..."time is a flat circle", mormora Ledoux prima di morire. Dunque se anche di fronte alla più oggettiva delle istanze di registrazione, quella incarnata dall'obiettivo della videocamera, la realtà dei fatti crolla miseramente che cosa resta? Null'altro che il racconto e la narrazione. Non esiste altra realtà al di fuori di quella che puoi raccontare, sembra volerci dire Pizzolatto. Non c'è realismo, se non il realismo della narrazione ed è a partire da questa presa di coscienza che lo show sprofonda, da qui fino all'epilogo, nel territorio del fantastico e dell'horror. ###### Sembra che Pizzolatto ci stia dicendo che non esiste altro realismo che non sia il realismo della narrazione Se non si individua questo meccanismo e non se ne scopre il funzionamento si fallisce completamente nel capire l'intero progetto che anima la scrittura di *True Detective* e anche la sua portata metanarrativa. La serie infatti mette alla prova non solo le sue strutture diegetiche, ma anche il retaggio dell'emittente che lo ha messo in onda. Lo stesso retaggio a cui molti critici hanno provato a paragonare *True Detective* mancandolo clamorosamente il colpo. I veri detective non sono quelli che si comportano come nella realtà, ma sono piuttosto quelli che appaiono nella realtà della narrazione. E con questa considerazione nel mirino possiamo fare chiarezza su un altro aspetto che ha suscitato un vespaio di critiche alla serie: i monologhi e la filosofia senza speranza di Rust Cohle, definiti una forma di ["profondità simulata"](http://quattrocentoquattro.com/2014/03/18/true-detective-o-il-trionfo-della-profondita-simulata/?ref=flaviopintarelli.it). Questo potrebbe essere vero se quei dialoghi li si legge sotto la lente d'ingrandimento del realismo, ma dal momento che abbiamo visto come Pizzolatto decostruisce quell'istanza per sostituirla con il regno del puro racconto le carte in tavola cambiano. Cambiano perché Rust è l'espressione più cristallina del realismo della narrazione, l'affabulatore per eccellenza. L'uomo che ha imparato a raccontare(si) storie a dieci anni per combattere la noia di una vita in Alaska, sopraffatto dal gelo e dalla bellezza del suo cielo notturno. La spietata autocoscienza di Rust non è un modo per condurre lo spettatore di fronte all'abisso dell'abiezione e del male senza mai davvero avventurarvicisi dentro. Piuttoso a me pare una forma, criticabile ed estrema, di ironia postmoderna. Non un modo per avvicinarsi al male, quanto un modo per allontanarlo ed espellerlo. Al punto che di fronte al male assoluto, allo spalancarsi della *hellmouth* che prelude al confronto finale con l'assassino, Rust rimane impietrito, non sa più riconoscere il male perché ha passato una vita ad anestetizzarsi da esso. Pagherà così a caro prezzo la sua tagliente ironia. È in questo dominio del racconto che *True Detective* prova a realizzare il suo respiro letterario; alla forza della narrazione, coi suoi meccanismi metatestuali, e alle particolarità produttive dello show si aggiungono il senso di tensione e di minaccia che trasuda dalle immagini, una recitazione di altissimo livello e la descrizione di una Louisiana in cui i personaggi oscillano sempre tra la civiltà e il cuore primitivo di questo territorio. Sono tutti elementi che, nonostante alcune imperfezioni anche vistose che rendono frettolosi e soltanto abbozzati certi passaggi del racconto (ad esempio la linea narrativa che conduce alla potente famiglia Tuttle e viene lasciata aperta, forse in vista della seconda stagione), rendono *True Detective* un'esperienza degna di essere vissuta. Per capire se e quanto *True Detective* inciderà sul panorama della serialità televisiva dovremmo probabilmente aspettare la seconda stagione. Sarà questa l'occasione per capire come Pizzolatto farà evolvere un prodotto refrattario a facili classificazioni. A noi spettatori non resta che aspettare. ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E04: Diritto URL: https://flaviopintarelli.it/2014/04/28/hashtag-4-diritto/ Last updated: 2019-01-08T16:28:02.000Z Anche questo lunedì mattina continua l'avventura di Hashtag. Dopo aver affrontato la cultura Open e aver parlaro di radio e giornalismo nella puntata andata in onda domenica 27 Aprile ci siamo occupati di diritti digitali. Insieme a me in studio c'era Marco Giacomello con cui abbiamo parlato di libertà d'espressione, diritto d'autore e privacy. Come sempre potete ascoltare il [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F27-04-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) sul sito della sede RAI dell'Alto Adige, buon ascolto! ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E02/3: Giornalismo/Radio URL: https://flaviopintarelli.it/2014/04/21/hastag-2-3-giornalismo-radio/ Last updated: 2019-01-08T16:26:35.000Z La scorsa settimana sono stato in ferie per qualche giorno e anche se io mi stavo godendo un po' di meritato riposo *Hashtag* non è andato in vacanza. Purtroppo ero senza connessione e non ho potuto preparare il post con il podcast della seconda puntata, dedicata al giornalismo. Ospiti insieme a me c'erano [jumpinshark](http://www.twitter.com/jumpinshark?ref=flaviopintarelli.it) e Luca Sticcotti di [salto.bz](http://salto.bz/?ref=flaviopintarelli.it). Come sempre la puntata la potete ascoltare grazie al [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F13-04-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di Rai Alto Adige. Ieri pomeriggio invece è andata in onda la terza puntata in cui ho parlato di radio insieme a Tiziano Bonini. Essendo Pasqua immagino che molti di voi se la siano persa perché giustamente impegnati a divorare agnelli e capretti. Per questo vi segnalo anche il [podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F20-04-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it) di questa puntata. Buon ascolto e buona digestione! ### Hashtag, aggregatore radiofonico di cultura digitale S01 E01: Open URL: https://flaviopintarelli.it/2014/04/07/hashtag-1-open/ Last updated: 2019-01-08T16:23:54.000Z Ieri è andata in onda la prima puntata di *Hashtag* il programma radiofonico che ho ideato e condotto per la RAI Alto Adige, se ve lo siete perso o se non siete altoatesini potete [ascoltare il Podcast](http://www.raibz.rai.it/podcast/ita/hashtag/mp3/Hashtag%5F06-04-2014.mp3?ref=flaviopintarelli.it). La prima puntata si apre con la dedica ad Aaron Swartz, che ho scelto come nume tutelare del programma. Ne racconto la vicenda per introdurre un discorso sulla cultura *Open* che proseguo insieme a Patrick Ohnewein, direttore del dipartimento Free Software e Open Technology del TIS, il polo tecnologico di Bolzano. Insieme a Patrick abbiamo cercato di definire i confini della cultura open e come questa cultura abbia un impatto positivo sull'economia del territorio. ### Hashtag, da domenica 6 aprile in onda su Rai Alto Adige URL: https://flaviopintarelli.it/2014/04/01/hashtag-rai-alto-adige/ Last updated: 2019-01-08T16:19:52.000Z Vi siete mai chiesti quanto tempo ci vuole per realizzare un programma radiofonico? Ve lo dico volentieri, tanto tempo. Anzi per essere precisi ci vogliono due mesi di lavoro per registrare 13 puntate da mezz'ora. 13 puntate da mezz'ora significa, 30 minuti per registrare la puntata a cui si somma almeno un'altra ora per pulire, montare, tagliuzzare. E poi vanno fatti i DCP, che sono dei moduli abbastanza noiosi da consegnare alla SIAE. Però è un'esperienza che ne vale la pena, vale le serate passate in sala di regia e il sonno arretrato che ne deriva. Insomma tutto questo per dirvi che da domenica 6 aprile dalle 14.00 alle 14.30 va in onda la prima puntata di *Hashtag. Aggregatore radiofonico di cultura digitale*. Il programma ideato e condotto da me, curato dal giornalista Paolo Mazzucato. Se abitate in Alto Adige lo potete ascoltare sulle frequenze di [RAI Alto Adige](http://www.senderbozen.rai.it/it/frequenze.php?ref=flaviopintarelli.it) Se non abitate in Alto Adigeo potete farlo in [streaming](http://www.senderbozen.rai.it/streaming%5Fradio.php?ref=flaviopintarelli.it) dal sito internet oppure aspettare per recuperare il podcast, che pubblicherò qui mano a mano che usciranno tutte le puntate. Questo che segue è il calendario coi temi delle puntate e gli ospiti che mi hanno accompagnato in questo viaggio. **Open** (06/04) Aaron Swartz e la cultura open. Tecnologie Open in Alto Adige (con [Patrick Ohnewein](https://plus.google.com/+PatrickOhnewein?ref=flaviopintarelli.it), TIS) **Giornalismo** (13/04) Come cambia il giornalismo e come affronta la transizione al digitale? (con [jumpinshark](http://twitter.com/jumpinshark?ref=flaviopintarelli.it), blogger, e Luca Sticcotti, giornalista [salto.bz](http://salto.bz/?ref=flaviopintarelli.it)) **Radio** (20/04) Il pubblico della radio all'epoca di Twitter (con [Tiziano Bonini](http://twitter.com/tbonini?ref=flaviopintarelli.it), ricercatore) **Diritto** (27/04) Privacy, diritto d'autore e libertà d'espressione in rete (con [Marco Giacomello](http://twitter.com/mgiacomello?ref=flaviopintarelli.it), avvocato e esperto di diritti digitali) **Anonymous** (04/05) Chi sono e come agiscono i cyberattivisti più temuti del web (con [Carola Frediani](https://twitter.com/carolafrediani?ref=flaviopintarelli.it), giornalista) **Musica** (11/05) Dall'mp3 a Napster a Spotify quando la musica diventa digitale (con [Vanja Zappetti](http://www.unclevanja.com/?ref=flaviopintarelli.it), promoter) **Start Up** (18/05) Dalla mitologia delle nuove imprese tecnologiche a come cambia l'economia dell'Alto Adige (con [Bertram Niessen](https://twitter.com/bertramniessen?ref=flaviopintarelli.it), sociologo, Hubert Hofer, direttore del TIS) **Cinema** (25/05) Raccontare il digitale con la settima arte e frurie il cinema in digitale (con [Stefano Lodovichi](https://twitter.com/ste%5Flodovichi?ref=flaviopintarelli.it), regista) **Scuola** (01/06) Come cambiano la scuola e l'editoria scolastica per i nativi digitali? (con Alessandro Colombi, docente UNIBZ, e [Marco Dominici](https://twitter.com/mediadigger?ref=flaviopintarelli.it), redattore) **Turismo** (08/06) Raccontare il territorio nell'era della comunicazione mobile (con [Valentina Lepore](http://twitter.com/valijolie?ref=flaviopintarelli.it), esperta di comunicazione digitale, Martina Spinell, marketing Azienda di Soggiorno di Bolzano) **Videogiochi** (15/06) Videogiochi che raccontano storie e videogiochi che impongono sfide. Uno sguardo sulla maggiore industria dell'intrattenimento (con Tim Small, direttore de [L'Ultimo Uomo](http://www.ultimouomo.com/?ref=flaviopintarelli.it), e Marco Olivari, event director [Progaming Italia](http://progaming-italia.com/?ref=flaviopintarelli.it)) **Ebook** (22/06) Quale sarà il futuro del libro digitale? (con Andrea Libero Carbone, [editore](http://www.duepunti.org/?ref=flaviopintarelli.it), e Rocco Fontana, [editore](http://www.fontanaebook.it/?ref=flaviopintarelli.it)) **Digitale e pubblica amministrazione** (29/06) In che modo il digitale può migliorare i servizi al cittadino forniti dalla Pubblica Amministrazione? (con Sergio Sette, direttore servizi informatici del Comune di Bolzano) ### "Da promoter a libraio digitale: un possibile futuro per i bookblogger" su Corriere Innovazione URL: https://flaviopintarelli.it/2014/03/28/da-promoter-a-libraio-digitale/ Last updated: 2018-10-10T15:16:06.000Z Su *Corriere Innovazione* elaboro una modesta proposta per delineare una futura collacazione dei bookblogger nella filiera editoriale E se il futuro ci riservasse un mondo senza più librai? Come potremmo recuperare quella conoscenza e quella capacità di aiutarci a scegliere le storie che ci faranno sognare? Su Corriere Innovazione ho provato a immaginare un futuro in cui il ruolo dei bookblogger avrà un riconoscimento anche economico. Utopia? Forse vale la pena di discuterne insieme > Se oggi i rapporti tra aziende e blogger sono dominati da forme di economia del dono che creano distorsioni evidenti nella comunicazione, che da credibile e trasparente diventa poco affidabile e opaca è davvero eretico pensare che i blogger possano essere pagati per l’acceso al pubblico che garantiscono alle aziende? [Continua a leggere "Da promoter a libraio digitale: un possibile futuro per i bookblogger" su Corriere Innovazione](http://blog.corriereinnovazione.corriere.it/2014/03/24/promoter-libraio-digitale-futuro-bookblogger/?ref=flaviopintarelli.it) ### Ci sono ancora skater nell'Undercroft URL: https://flaviopintarelli.it/2014/03/25/southbank-center-undercroft/ Last updated: 2019-12-18T11:05:45.000Z ## Going Undercroft Nel cuore di Londra, sulle rive del Tamigi, sorge uno dei più antichi skate spot della capitale inglese e del mondo intero. Anzi, per essere precisi, il più antico skate spot ancora in uso. I local hanno preso a chiamarlo The Undercroft. Per chi non lo sapesse, uno skate spot è una location adatta alla pratica dello skateboarding. In questo caso si tratta di un piazzale coperto che fa parte del Southbank Center, “the most vibrant arts center in the country” stando a quanto dice il Guardian. Qui [si skatea da più di 40 anni](http://www.theguardian.com/uk-news/2013/jul/29/skating-south-bank-skateboarding-undercroft?ref=flaviopintarelli.it), fin da quando lo skateboarding moderno è nato e si è diffuso nel Regno Unito durante gli anni ‘70\. La particolarità di questo spazio, costruito nel 1968, è che gli architetti che realizzarono il Southbank Center lo progettarono con un preciso intento, che utenti non previsti lo utilizzassero in modi liberi e inaspettati. Cosa che puntualmente accadde pochi anni dopo quando questo spazio divenne punto di ritrovo per gli skateboarder londinesi. All’epoca lo skateboarding era quell’evoluzione urbana del surf da onda raccontata da Stacy Peralta in Dogtown & the Z-Boys e i bank dell’Undercroft rappresentarono immediatamente una grande attrattiva per gli skater alla ricerca di surrogati in cemento delle onde dell’oceano. Mano a mano che lo skateboarding evolveva tecnicamente verso quello che oggi è lo streetstyle - uno stile che ebbe la sua consacrazione tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 per poi diventare lo stile più diffuso, quello più praticato ancora oggi - l’Undercroft non smise di essere lo spot londinese di riferimento. I bank persero attrattiva a vantaggio dei lunghi e lisci curb di cemento che punteggiavano la sua superficie coperta. Una varietà di strutture e ostacoli che hanno fatto dell’Undercroft uno degli spot più completi esistenti al mondo, scenario di numerosi video e servizi fotografici, meta per milioni di appassionati. > C'è qualcosa di estremamente vago e inspiegabile nel rapporto che si intesse tra noi e i luoghi che viviamo È come se quell’architettura concepita prima della nascita dello skateboarding ne avesse in qualche modo anticipato l’avvento e le successive evoluzioni, come se gli architetti avessero sprigionato l’energia nascosta di qualche portale capace di far collidere punti distanti tra loro all’interno del medesimo continuum spazio-temporale. C’è qualcosa di estremamente vago e inspiegabile nel rapporto che si intesse tra gli esseri umani e i luoghi che vivono e utilizzano nel corso della loro esistenza. Una sorta di investimento emotivo che crea legami irrazionali in cui memoria e un ancestrale senso di appartenenza si mescolano insieme. La storia dell’Undercroft è un esempio di quanto sia complesso e sfaccettato questo rapporto. Nel marzo del 2013 infatti la dirigenza del Southbank Center ha reso pubblico un costoso (120 milioni di Sterline) piano di rinnovamento del complesso di edifici della Festival Wing, di cui l’Undercroft fa parte. In luogo dello spot sarebbero sorti una serie di negozi al dettaglio. Tuttavia, all’interno di questo piano di rinnovamento era previsto lo spostamento dell’area occupata dagli skater in una nuova area, situata poco più in giù lungo il corso del fiume Tamigi, sotto il ponte di Hungerford, a circa 120 metri di distanza dalla location attuale. Un’area che i dirigenti del Southbank Center avevano pensato di dedicare allo skateboarding e per lo sviluppo della quale avevano stanziato la cifra di 1 milione di Sterline. Il [progetto del nuovo skatepark](https://www.youtube.com/watch?v=NcAymf0Oh5Q&ref=flaviopintarelli.it) è stato affidato all’architetto e skateboarder Rich Holland e a Iain Borden, professore di architettura e culture urbane presso lo University College London, anch’egli skateboarder e autore di *Skateboarding, space and the city*, un denso saggio sul rapporto tra skateboarding e spazio urbano. A oggi uno degli studi più completi sul fenomeno. Nonostante la proposta della dirigenza del Southbank Center dimostri grande sensibilità e attenzione verso le esigenze degli skater, le comunità che si riuniscono intorno all’Undercroft hanno vissuto quest’azione come un attacco all’integrità della cultura urbana, ovvero della loro cultura. È nata così [Long Live Southbank](http://www.llsb.com/?ref=flaviopintarelli.it), una campagna dal basso in difesa dello spot. Navigando sul sito internet della campagna ho trovato una descrizione dello spot particolarmente utile a capire alcune delle dinamiche che sono in atto. Sul sito si dice che > “The Undercroft is a treasured space, known as the birthplace of British skateboarding and has been home to skateboarders, BMX riders and graffiti artists for the last 40 years. This makes the Southbank undercroft the oldest recognised and still existing skateboarding space in the world. The Southbank Centre’s proposed redevelopment site contains none of these features, has no history and lacks the unique, dynamic architecture that has made the Undercroft a globally renowned street culture space.” La storia e l’unicità dell’Undercroft sono le caratteristiche che lo rendono irripetibile agli occhi dei suoi difensori. Anche se sull’altro piatto della bilancia c’è la possibilità di usufruire di uno spazio completamente rinnovato, progettato e costruito per poter esaltare quella peculiare forma di performance che è lo skateboarding, il fascino dell’Undercroft non sembra esserne minimamente scalfito. ![Skateboarding_at_the_Undercroft](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Skateboarding_at_the_Undercroft.jpg) ## Esplorazione e appropriazione: lo skateboarding alla conquista dello spazio urbano Nella vicenda dell’Undercroft mi pare di scorgere una certa componente di irrazionalità che è ciò che mi pungola a raccontare questa storia. Cosa spinge una community di skateboarders a rifiutare una proposta che in qualsiasi altra circostanza verrebbe accolta con pieno favore? Non è certo la prima volta che uno skate spot viene spostato per far posto a una nuova costruzione. È accaduto al [Big O di Montreal](http://www.vice.com/en%5Fca/read/montreals-big-o-is-proof-that-skaters-can-turn-trash-into-gold?ref=flaviopintarelli.it), un pipe in cemento spostato a causa dei lavori di ampliamento dello stadio della città canadese. Cosa rende così viscerale il rapporto che lega degli skater a un luogo in particolare? Possiamo provare a rispondere a questa domanda cominciando a esplorare la relazione che c’è tra lo skateboarding e lo spazio urbano. Una relazione che costituisce uno degli elementi fondanti di questo sport. Fin dalla sua nascita l’esplorazione dello spazio è stata parte dell’esperienza dello skateboarding. Una scena del film California Skate, un modestissimo poliziesco interpretato da Christian Slater, mostra la crew di skater di cui il protagonista fa parte noleggiare un aereo da turismo per individuare dall’alto le piscine svuotate e poi raggiungerle per poterci skateare dentro. Dettaglio dell’aereo da turismo a parte, una scena molto simile è raccontata anche in Dogtown & the Z-Boys, il documentario di Stacy Peralta a cui ho già fatto accenno. Che fossero i bank di un canale di scolo, le piscine svuotate a causa della siccità nei giardini di motel e case private o gli enormi pipe di cemento, abbandonati nel deserto ai confini della città dopo grandi opere idrauliche, per gli skater faceva poca differenza. Loro erano alla costante ricerca di luoghi in cui mettere alla prova le proprie capacità, trasportando sulla terraferma lo stile radicale che avevano maturato nel surf da onda. > Lo skateboarding è sempre esplorazione prima e appropriazione dello spazio poi A poco a poco quei luoghi uscirono dall’abbandono e dall’anonimato che li aveva contraddistinti fino a quel momento. Nello skateboarding all’esplorazione dello spazio segue sempre un movimento di appropriazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di tattiche di sopravvivenza urbane, leggere e veloci, simile in tutto e per tutte alle tattiche di appropriazione dello spazio messe in atto dagli street artist. Altre volte però le caratteristiche di un luogo fanno si che queste tattiche estemporanee possano radicarsi ed è così che un luogo diventa uno spot e comincia a vivere di una vita tutta nuova. Alle volte riceve un nome evocativo come Undercroft appunto o Hubba Hideout o Big Four, altre volte il nome resta quello con cui lo spot è conosciuto da tutti, come Milano Centrale o Philarmonie o MACBA, altre volte ancora prende il nome dallo skater che per primo ci ha eseguito un certo trick come il Gonz Gap o il Bilodollie. A poco a poco sullo spot comincia a depositarsi uno strato di ricordi che circolano nelle community di skateboarder sottoforma di racconto orale, reportage, video o fotografia. Lo spot comincia ad avere una propria memoria condivisa e una fama. Gli skateboarder che lo visitano sanno quali trick sono stati chiusi in quello spot e tentano di chiuderne di nuovi e di diversi per poter entrare anche loro a far parte della memoria dello spot e circolare all’interno del circuito commerciale fatto di copertura mediatica la quale può poi tramutarsi in sponsorizzazioni e quindi nel sogno di diventare un professionista in grado di vivere soltanto di skate. La storia di uno spot si fa dunque, col tempo, memoria per la comunità di skateboarder che lo vivono giorno per giorno e lo spot stesso in questo processo si iconizza, diventando un simbolo. Come, appunto, il luogo da cui siamo partiti, l’Undercroft. Uno spot che porta sulle sue spalle 40 anni di ricordi che ne hanno fatto un luogo storico e rappresentativo, ma anche un’immagine utilizzata intelligentemente per scopi commerciali; come ha fatto la company londinese Palace che del profilo dei pilastri dell’Undercroft ha fatto il proprio logo ed è in prima fila nella sua difesa in un mix di attivismo e marketing che ben rappresenta le contraddizioni che da sempre animano lo skateboarding, disciplina ribelle e ribellisitica da una parte e business dall’altra. ![Skateboarding, body and space](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2014/Mar/Skateboarding__body_and_space.jpg) ## Creare lo spazio: corpo e performance nello skateborading Basta questo riferimento alla memoria dei luoghi e a come questa si forma per spiegare la resistenza al cambiamento dimostrata dagli skateboarder coinvolti nella vicenda dell’Undercroft? Questo è senza dubbio un elemento importante ma forse c’è qualcosa di più, che scava più a fondo nel rapporto tra lo skateboarding e lo spazio urbano. Chiediamoci che cos’è lo skateborading dal punto di vista della percezione dello spazio? Si tratta di una forma di performance in cui il corpo fa esperienza dello spazio attraverso la mediazione di un utensile, la tavola, che diventa protesi del corpo stesso. La tavola media la percezione dello spazio per lo skater in modo estremamente profondo. “Lo skater guarda alle cose in modo diverso da come fanno le persone che non skateano” mi ha detto una volta Max Calviati, uno skater napoletano che ho conosciuto una decina di anni fa “uno skater guarda sempre gli spazi che lo circondano dall’alto della sua tavola, perché cerca quei dettagli che gli possono dire se uno spazio è più o meno skateabile: la ruvidezza del cemento, lo spazio per la rincorsa e quello per l’atterraggio”. Lo skater non guarda lo spazio, lo scansiona e lo analizza, lo legge per coglierne tra le righe quei segni, quelle marche che ne denotano la skateabilità. E allo stesso tempo lo skater scrive su quello spazio; ne connette porzioni distinte attraverso il suo gesto tecnico, come quando supera un gap con un ollie, o le fa interagire tra loro in modi inconsueti, come quando esegue un grind su un corrimano. > La tavola è lo strumento attraverso cui lo skater sente e scrive lo spazio nello stesso momento La tavola non è soltanto lo strumento con cui lo skater percepisce lo spazio, ma è anche quello con cui lo skater scrive lo spazio che lo circonda conferendogli senso. L’esperienza dello skateboarding è una forma di performance in cui lo skater ri-crea incessantemente lo spazio a partire dal proprio gesto tecnico. È spazio espressivo nel senso che dava a questa espressione il filosofo Maurice Merleau-Ponty: esperienza percettiva che libera il soggetto nello spazio, modificando quest’ultimo. Ne genera una sensazione di libertà assoluta che si connette al gesto dell’esplorazione come deriva nello spazio e a quello dell’appropriazione come presa in carico dello stesso. È un modo per sovvertire le regole che determinano l’abituale fruizione dello spazio sostituendo ad esse nuovi set di regole. In questo interstizio nasce l’attrito tra lo skateboarding e le figure dell’autorità che è diventato una sorta di cliché nella rappresentazione di questa cultura urbana. Se il cuore dell’esperienza dello skateboarding è questa sensazione di libertà che nasce dalla consapevolezza inconscia di stare scrivendo lo spazio che ci circonda ecco che appare, allora, un’altro elemento che può spiegare la viscerale difesa dell’Undercroft da parte degli skateboarders, anche di fronte alla possibilità di avere a disposizione un nuovo spazio progettato e realizzato tenendo conto delle esigenze dello skateboarding contemporaneo. L’idea che un’istanza dell’autorità (i dirigenti del Southbank Center) possa autorizzare lo skateboarding come forma di performance urbana contraddice la sensazione di libertà e indipendenza connaturata all’esperienza dello skateboarding. Ne costituisce l’antinarrativa. Eppure anche questo aspetto non sfugge a insanabili, intrinseche contraddizioni. Spazi in cui la pratica dello skateboarding è stata autorizzata da istanze dell’autorità sono esistiti fin dalla nascita di questa cultura: gli skatepark. Gratuiti o a pagamento gli skatepark fanno parte della storia dello skateboarding da sempre e alcuni di essi rappresentano luoghi iconici di questa cultura. ![Long-live-Southbank](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Long-live-Southbank.jpg) ## Il futuro dell’Undercroft Quando ho cominciato a occuparmi di questa vicenda m’interessava soprattutto cercare di fare luce su quella componente irrazionale che spingeva una comunità di skateboarders a opporsi a un progetto di rilocalizzazione del loro skatespot preferito. Un progetto che, pur dimostrando una certa sensibilità nel proporre un’alternativa desiderabile, aveva incontrato una strenua resistenza. Mano a mano che procedevo nella mia esplorazione dei legami che si stringono tra un luogo e le persone che lo vivono mi sono reso conto che l’irrazionalità che credevo di scorgere in questa vicenda è soltanto apparente. I legami che nascono dall’esplorazione e dall’appropriazione di uno spazio che è vissuto dagli skateboarder come un’estensione del proprio corpo sono più forti, viscerali e decisivi di quelli che possono nascere nei confronti di uno spazio appositamente messo a disposizione e progettato per questa disciplina. Il cemento del nuovo spot potrà essere più liscio di quello dell’Undercroft, i muretti di un marmo più slaidante e il raggio dei bank perfettamente bilanciato ma quel grumo di memoria e orgoglio che si sono sedimentati sullo spot, quelli no, non potranno mai e poi mai essere ricostruiti. Che ne sarà, dunque, dell’Undercroft? Dal sito della campagna Long Live Southbank apprendo che la richiesta di autorizzazione per il piano di rinnovamento del Southbank Center è stata nuovamente presentata alle autorità del quartiere di Lambeth e che il 2 gennaio del 2014 più di 20.000 firme contro questo piano sono state presentate alle stesse autorità. Il 5 marzo questi sforzi hanno prodotto [un primo risultato](http://sidewalk.mpora.com/news/long-live-southbank-win-key-battle-to-preserve-the-undercroft.html?ref=flaviopintarelli.it), il Lambeth Council ha espresso dubbi rispetto al piano di sviluppo presentato dalla dirigenza del Southbank Center notando da parte di essa "a total lack of understanding of its community role" (una completa mancanza di comprensione del suo ruolo per la comunità). Tuttavia il destino dell'Undercroft è ancora sospeso tra la volontà del Southbank Center e la resistenza caparbia della comunità di skater. ### "Circa News App" su Corriere Innovazione URL: https://flaviopintarelli.it/2014/03/19/circa-news-app/ Last updated: 2018-10-10T15:24:31.000Z Sul blog che curo per [Corriere Innovazione](http://www.corriereinnovazione.it/?ref=flaviopintarelli.it) ho scritto una recensione di Circa News App, un applicazione per dispositivi mobile dedicata all'informazione in tempo reale. Grazie a un'interfaccia innovativa, Circa permette di raccontare le notizie contestualizzandole, seguendone lo sviluppo nel tempo e dando al lettore la possibilità di approfondire i diversi argomenti. > In un mondo dominato dagli algoritmi il cavallo di battaglia dell’applicazione è il fattore umano. Circa infatti raccoglie un team di editor e giornalisti che ha il compito di scegliere, curare e sviluppare le storie che vengono proposte agli utenti. Questa caratteristica la rende radicalmente diversa da un aggregatore di news come Feedly o Prismatic, servizi che in base alla lettura dei grafi dei propri utenti selezionano una serie di notizie potenzialmente interessanti. [Continua a leggere "Circa News App" su Corriere Innovazione](http://blog.corriereinnovazione.corriere.it/2014/03/12/circa-news-app-il-futuro-del-giornalismo-digitale-mobile/?ref=flaviopintarelli.it) ### Anatomia di un viral URL: https://flaviopintarelli.it/2014/01/16/anatomia-di-un-viral/ Last updated: 2021-07-13T13:32:42.000Z ### La scena del delitto Ieri pomeriggio ho intercettato [un tweet](https://twitter.com/Wu%5FMing%5FFoundt/status/423442194989449216?ref=flaviopintarelli.it) di @Wu\_Ming\_Foundt che si domandava il perché di un intenso flusso di traffico proveniente da Facebook e diretto a [un post ](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10639&ref=flaviopintarelli.it)pubblicato lo scorso anno su Giap. Si tratta della densa e approfondita ricostruzione che il giornalista [Matteo Miavaldi](https://twitter.com/majunteo?ref=flaviopintarelli.it) ha scritto della vicenda dei due marò italiani detenuti in India dopo il conflitto a fuoco che ha portato all’uccisione di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, due pescatori della regione del Kerala. Da qualche tempo rifletto sulle logiche e le dinamiche che regolano la viralità dei contenuti sul web e questa mi sembra l’occasione adatta per fare un il punto della situazione e mettere nero su bianco alcuni pensieri che mi girano in testa da un po’. Abbiamo un post pubblicato circa dodici mesi fa che, apparentemente senza alcuna spiegazione, torna a produrre traffico su un dominio attraverso la più popolosa delle piattaforme **social*. La prima domanda che ci si è posti, di tweet in tweet, nella lunga discussione che è seguita al cinguettio dei Wu Ming è stata “chi ha linkato per primo il post?” Dopo alcune ipotesi siamo arrivati a individuare in[ questo post](https://www.facebook.com/giulia.n.valle/posts/819538731406653?stream%5Fref=10) del profilo chiamato Giulia Valle, un account collettivo che fa capo ad alcuni attivisti napoletani (il cui nome è ovviamente un riferimento alla [battaglia di Valle Giulia](https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia%5Fdi%5FValle%5FGiulia?ref=flaviopintarelli.it), il primo scontro di piazza tra studenti e Polizia della lunga stagione di lotte apertasi nel 1968). Mentre scrivo, il link — pubblicato il 14 gennaio (quindi due giorni fa) — ha 214 condivisioni e lo stesso link, ripreso il giorno successivo sul suo profilo dall’attivista Italo Di Sabato, ne ha altre 39. Purtroppo sia Di Sabato che Giulia Valle sono profili personali e non pagine e non dispongono dello strumento **Insight* che ci avrebbe permesso, contattandoli, di avere dati precisi sulla diffusione del link. In assenza di dati precisi possiamo ugualmente provare a fare qualche calcolo estremamente approssimativo. Uno [studio condotto da Stephen Wolfram ](http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-04-25/facebook-amicizia-contagiosa-quanti-224038.shtml?uuid=AbChhdqH&ref=flaviopintarelli.it)sulla natura dell’amicizia su Facebook ha dimostrato come, in media, ogni utente di Facebook è collegato a circa 342 altri utenti. Ciò significa che, sommando i dati relativi alle due condivisioni (214+39), il link al post sui due marò è stato condiviso da 253 altri profili. Moltiplicando per la media degli amici di ogni utente otteniamo una portata stimata di 86.526 profili che potrebbero aver visto nella loro bacheca il link al post su Giap. A questa cifra andrebbero aggiunte tutte le altre potenziali condivisioni che il link avrebbe potuto generare. Questo solo per avere un’idea della distanza che il post può avere coperto all’interno di Facebook. Disponendo dei dati relativi al numero degli accessi dalla piattaforma al post di Giap potremmo calcolare anche il *clickthrough* e quindi correlare condivisioni e aperture del link. \[edit 17/01 11:56\] @Wu\_Ming\_Foundt mi comunica [via twitter](https://twitter.com/Wu%5FMing%5FFoundt/status/424131461013184513?ref=flaviopintarelli.it) che gli accessi al post su Giap sono circa 24.000 in tre giorni. Questo significa che, sulla portata stimata di 86.526 profili raggiunti, il link è stato cliccato da circa 1 utente su 3. Questo per rimanere ai dati misurabili. Ma che cosa ha reso possibile questa diffusione e, soprattutto, come mai un post così datato ha goduto di una nuova vita negli ultimi due giorni? ### Sul tavolo del coroner Da ormai molto tempo sappiamo che i contenuti digitali sono soggetti alle regole della [coda lunga](http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html?ref=flaviopintarelli.it). Una teoria economica secondo cui, grazie al mix tra capacità di stoccaggio apparentemente infinita e strumenti di ricerca avanzata, negli ecosistemi digitali i contenuti e i prodotti hanno una vita più lunga di quella che avrebbero nel mondo materiale e possono conoscere inaspettati picchi di popolarità, anche a molti anni di distanza. La popolarità che il post di Miavaldi ha conosciuto in questi ultimi due giorni conferma la validità della teoria della coda lunga, ma questa si limita a dare un quadro di quanto è successo ma non ne spiega in alcun modo le ragioni. Io credo che una di queste sia da ricercarsi nel modo in cui è costruito il contenuto del post. Nel novembre del 2013 Annalee Newitz pubblica un post intitolato [**Viral Journalism and the Valley of Ambiguity*](http://io9.com/viral-journalism-and-the-valley-of-ambiguity-1463178368?ref=flaviopintarelli.it)nel quale propone una teoria della viralità che si basa sull’assunto che un contenuto, per diventare virale, debba presentare il più basso tasso possibile di ambiguità. ![Rappresentazione della "valle dell'ambiguità" della viralità.](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2021/07/The-Valley-of-Ambiguity.jpeg) The Valley of Ambiguity, o una rappresentazione della viralità dei contenuti web Newitz disegna uno schema di questa teoria che chiama “la valle dell’ambiguità”. Uno schema in cui due sono le tipologie di storie che tendono a diventare virali: > **On one side of the diagram, you can see the most obvious genre of viral story: the [meme](http://io9.com/5978399/where-memes-really-come-from?ref=flaviopintarelli.it), or the single, simple unit of information that we share because it’s funny or makes us feel good \[…\] The same goes for viral journalism on the other side of my chart. These stories, like explainers, how-to guides, Mythbusters-style debunkery, and truth-telling investigative journalism, are in some ways the opposite of a stupid video or a LOLcat. They are about truth, rather than amusement* Ciò che accomuna questi due tipi di storie, dice ancora Newitz, è il fatto che > **They are not open to interpretation.* Se proviamo a collocare la ricostruzione di Miavaldi nello schema proposto da Newitz vediamo chiaramente che questo trova posto sul crinale destro della valle dell’ambiguità, esattamente a metà tra il **debunking a common mith* (i marò non sono detenuti in India ingiustamente ma perché hanno commesso un reato nello svolgere il loro servizio) e l’**investigation or analysis that reveals a hidden truth* (la narrazione messa in campo dai media italiani per raccontare la vicenda è tossica perché si basa su una perizia i cui elementi sono fragili e infondati). La teoria della “valle dell’ambiguità” ci serve a spiegare i motivi per cui il post aveva le potenzialità per diventare virale. Motivi a cui potremmo aggiungere la capacità che questo ha di incontrare una precisa tensione sociale che attraversa una porzione consistente di persone: ovvero il bisogno di opporre alla narrazione tossica una differente narrazione dei fatti che possa disinnescarla. E la capacità di intercettare una tensione sociale è un’altra delle [chiavi che innescano la viralità](http://www.ninjamarketing.it/2012/06/14/il-video-virale-di-clementino-e-il-calcio/?ref=flaviopintarelli.it). Resta ancora aperta una domanda “perché proprio adesso?” Perché in questi giorni si è sviluppata una tensione sociale che ha reso il post di Giap essenziale per un così vasto numero di persone? Una possibile risposta a questi quesiti potrebbe essere la notizia, circolata nei media italiani, che il tribunale indiano che sta celebrando il processo ai due militari italiani potrebbe far cadere le accuse di terrorismo che pendono sui Salvatore Girone e Massimiliano La Torre. Ma al momento questo mi pare l’elemento del meccanismo virale più difficilmente analizzabile. Se avete elementi e ipotesi utili a chiarire questo punto potete segnalarmele nei commenti o sui social. \[edit 20/01 12:17 ho contattato i gestori dell’account Giulia Valle e ho domandato loro i motivi per cui avevano scelto di ripubblicare il post proprio la scorsa settimana. La risposta è la seguente: “spesso poi, soprattutto su facebook dove l’attenzione è “breve” e la propensione a leggere testi lunghi si contrae sempre di più -purtroppo- ci si ritrova ad osservare condivisioni di articoli di cronaca ormai vecchi di due anni, che spesso chi condivide nemmeno apre per leggerli, ma si limita al titolo, immagine, magari al commento pubblicato su dall’utente precedente. Questo per dire che spesso è un’usanza dannosa e che nasconde anche altro. In questo caso, invece, qualcosa di positivo c’è e lo evidenziavi anche tu nel post (la voglia di molti di “capire”, di andare oltre le notizie date dai media mainstream palesemente parziali e fuorvianti sulla “vicenda Marò”, etc..) Il motivo per cui quel contributo è stato ripostato ad un anno dalla sua pubblicazione su Giap (e già un anno fa lo condividemmo e apprezzammo!) è molto semplice: la vicenda è tornata sulle prime pagine dei giornali, quello è un contributo molto valido che anche ad un anno di distanza resta tale. Ho pensato potesse risultare utile farlo rigirare, per farlo leggere a chi non aveva avuto modo di farlo già”\] ### Il verdetto del giudice Chi è dunque il colpevole in questa vicenda? A mio parere il colpevole è e resta il post e il modo con cui è stato progettato e scritto, circa dodici mesi fa. In quelle righe c’è un enorme potenziale che è stato capace di rispondere a un bisogno che attraversava una parte del corpo sociale in riferimento a una vicenda dagli aspetti ambigui e controversi che le versione ufficiale illuminava in modo troppo uniforme. Condivisioni e tempistiche, in questo caso sono complici senza il cui apporto il crimine di viralità non si sarebbe potuto compiere. Ma il mastermind di questa vicenda resta il lavoro di Matteo Miavaldi. C’è una morale o un insegnamento che possiamo trarre da tutta questa vicenda? Se c’è io credo che sia questa: non possiamo progettare a tavolino contenuti virali, anche conoscendo alcune delle regole che governano le meccaniche della viralità. Possiamo cercare di capire e interpretare le tensioni sociali che attraversano la nostra realtà ma al di fuori di questo calcolo rimarranno sempre un certo numero di elementi che non potremo controllare. È in questa irrealizzabile tensione al controllo che il mediattivismo ha il suo alleato più importante. Infatti per quante risorse si possano profondere nel **mediascape* contemporaneo per far circolare qualsiasi genere di messaggi ci sarà sempre qualcosa che sfuggirà alla nostra capacità di progettazione: ieri era [un hashtag](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14201&ref=flaviopintarelli.it), oggi è stato un post, domani chissà. ### Google, authorship e web writing URL: https://flaviopintarelli.it/2013/12/19/google-authorship-e-web-writing/ Last updated: 2021-07-13T13:30:14.000Z ### Quanto è importante determinare la qualità dei contenuti web? Gli ultimi giorni di Dicembre sono, tradizionalmente, i giorni in cui blogger e giornalisti di tecnologia tirano fuori dal loro armadio la sfera di cristallo e si dedicano alle previsioni per il futuro. Nel diluvio di post, liste e **next big thing* mi è saltato all’occhio un interventodi James Robinson, pubblicato su Niemanlab. In [**Think audiences, not just metrics*](http://www.niemanlab.org/2013/12/think-audiences-not-just-metrics/?ref=flaviopintarelli.it) Robinson prevede che nel 2014 le redazioni delle testate on line dovranno focalizzare i loro sforzi per far crescere la qualità della propria base di lettori, piuttosto che la quantità. Uno scarto essenziale per poter cominciare a proporre al proprio pubblico nuovi modelli di business in grado di integrare o addirittura di soppiantare il tradizionale modello pubblicitario basato sul numero di **impressions* e di utenti unici, che è alla base di quella che chiamavo [**dittatura delle metriche*](https://medium.com/how-to-use-the-internet/ecb7646a867f?ref=flaviopintarelli.it)**.* Determinare la qualità dei contenuti prodotti e diffusi in rete non è un’esigenza sentita solo dalle redazioni giornalistiche alla ricerca di soluzioni per sopravvivere alla crisi che sta caratterizzando il settore. Determinare la qualità dei contenuti prodotti e diffusi in rete è la grande sfida che si pone ogni motore di ricerca, Google in primis. ### Azioni sociali e autorevolezza: uno sguardo all’Author Rank Uno dei modi in cui Google ha risposto all’esigenza di determinare la qualità dei contenuti web si chiama [**Author Rank*](http://seoblog.giorgiotave.it/google-author-rank/3641?ref=flaviopintarelli.it). Ovvero una stringa di codice che crea un collegamento tra un determinato contenuto e il profilo Google Plus del suo autore. In questo modo l’intensità e la frequenza delle azioni sociali a cui l’autore dà vita sulla piattaforma social di Google diventano fattori di indicizzazione in grado di incidere sul posizionamento del contenuto nelle SERP, il cui snippet sarà arricchito da un collegamento visivo al profilo Google Plus dell’autore. Alla base della [logica di questo strumento ](https://medium.com/p/1d81c4d7dc70?ref=flaviopintarelli.it)c’è l’idea che la qualità di un contenuto sia determinata dalla quantità di azioni sociali che questo contenuto è in grado di suscitare per tramite della presenza social del suo autore. Questa logica ha come effetto quello di rafforzare la tendenza a segmentare la presenza web in base alle nicchie di pubblico. Per poter guadagnare autorevolezza attraverso i segnali e le azioni sociali, un autore deve produrre contenuti rilevanti per potersi accreditare presso una nicchia di pubblico. Ovvero deve perseguire una precisa strategia di costruzione della propria presenza e della propria immagine on line presso la community di riferimento per un determinato argomento. ### Che aspetto potrebbe avere il web basato su dinamiche di autorevolezza? Ipotizzando che l’**Author Rank* diventi uno strumento diffuso e ampiamente utilizzato, quali cambiamenti potrebbe determinare? Indubbiamente la volontà di Google è quella di spingere tutti gli attori del web a creare e diffondere contenuti curati e di alta qualità con l’obiettivo di migliorare l’esperienza di navigazione e ridurre lo spam \[****edit** l’amico eFFe mi fa notare che in questo caso più che di spam sarebbe meglio parlare di rumore, per quanto sciatti e di cattiva qualità certi contenuti restano contenuti e non spam\]. Per competere in questo contesto le aziende dovranno diventare sempre più simili a delle **media company* e a investire molto nella propria comunicazione aziendale. Pianificare, progettare e realizzare contenuti in grado di coinvolgere i propri pubblici di riferimento diventerà l’attività attorno a cui si strutturerà tutta la comunicazione delle aziende. Limitatamente ai contenuti testuali, in un simile scenario anche l’attività di copywriting subirà dei cambiamenti. Oggi un copywriter — freelance o dipendente non fa differenza — è un professionista della scrittura in grado di trattare molti argomenti diversi, creando testi pensati per avere una vita nell’ecosistema web. In un futuro dove la vita di un contenuto sarà legata a doppio filo con la presenza del suo autore sulle reti sociali al copywriter sarà richiesto sempre più di essere un esperto in uno o più settori di riferimento. Un esperto capace di creare attenzione e autorevolezza intorno ai propri lavori, sfruttando le dinamiche sociali inscritte nelle architetture dei network che usiamo e che useremo in futuro. ### Qu’est-ce qu’un blog URL: https://flaviopintarelli.it/2013/11/25/quest-ce-quun-blog/ Last updated: 2021-07-13T13:31:53.000Z ### Bookblog e lavoro culturale: le coordinate di un dibattito Sabato 23 novembre a Milano nel corso di **Librinnovando* si è svolto un panel dedicato ai bookblog di cui facevano parte eFFe, Christian Raimo (minima&moralia), Marco Liberatore (Doppiozero), Stefano Salis (Sole 24 ore) e Alessandro De Felice (Rivista Studio). Questo evento fa parte di un percorso di riflessione sui bookblog che eFFe ha inaugurato con [**I bookblog. Editoria e lavoro culturale*](http://www.daeffe.it/cosa/i-miei-libri/i-book-blog-editoria-e-lavoro-culturale/?ref=flaviopintarelli.it), il suo ebook autopubblicato. Una riflessione che è proseguita durante il Salone del Libro di Torino, negli spazi di **Book to the future* ed è infine approdata a Milano. Purtroppo non ero presente ma ho potuto seguire alcuni passaggi del panel su Twitter, da cui emergeva come l’argomento principale fosse quello della sostenibilità. Riconosciuto il ruolo imprescindibile che i blog hanno nel dibattito culturale si afferma la necessità di capire quali modelli economici potrebbero sostenere l’attività dei blog. Non è una domanda a cui è facile trovare risposta, anche perché l’oggetto della discussione è quanto mai sfuggente. La definizione di blog si applica ormai a realtà distanti anche anni luce le une dalle altre: si va dal semplice diario personale fino alla rivista con una vera e propria struttura redazionale. Lo stesso discorso vale per i bookblog, un termine che non indica più soltanto i blog che parlano di libri, ma realtà complesse in grado di orientare il dibattito culturale. Realtà che nel loro percorso incrociano, a volte pericolosamente, le strategie di comunicazione aziendale. Strategie che vedono nel lavoro dei blog uno strumento per ottenere visibilità in una logica di economia del dono. Ecco dunque che il gioco s’arricchisce di un ulteriore elemento; ci sono i blog che hanno un ruolo nel dibattito culturale, c’è la necessità di trovare un modo per sostenere questo lavoro e ci sono delle prassi di marketing ormai consolidate. ### I limiti della militanza e lo sfondamento dei blog Dopo aver partecipato al dibattito, Christian Raimo ha pubblicato su minima&moralia un bel [riassunto per punti ](http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/?ref=flaviopintarelli.it)di quanto si è detto durante il dibattito. Dei 18 punti individuati da Raimo m’interessa ragionare in particolare su uno, il sesto, in cui si dice: > **Io sostenevo anche che c’è una parte del lavoro culturale che facciamo che è gratuito perché è militanza, ed è per me fondamentale. Che questa parte del nostro tempo che, da intellettuali, spendiamo per formarci, formare, confrontarci, discutere, lottare, è di fatto lavoro, ma è di fatto anche militanza, ed è il modo in cui fa politica un intellettuale in genere.* A mio avviso, se discutiamo della sostenibilità di un progetto culturale, c’è un limite proprio nel concetto di militanza come dovere a cui l’intellettuale è chiamato dalla sua posizione di produttore di pensiero critico. Se i blog fanno parte di questo ambito allora è impossibile, o quanto meno molto difficile, pensarli come degli strumenti che possano essere monetizzati, perché di fatto non fanno parte del proprio lavoro, ma ne rappresentano un extra. Qualcosa che possiamo concederci dentro, fuori e a volte contro il lavoro con cui acquistiamo la libertà di essere militanti. Una libertà a cui è senza dubbio difficile rinunciare ma sulla quale non è possibile costruire forme stabili di sostenibilità economica del proprio lavoro. La militanza è lavoro gratuito e quando non è coatto, come lo è la militanza, il lavoro gratuito si chiama volontariato. Storicizzando questa è un’impostazione comune a molti di coloro che ha vissuto la loro iniziazione al web e ai blog negli anni d’oro di Nazione Indiana (o almeno molte delle persone che io conosco e che hanno questa visione hanno anche fatto quel percorso). Quello che invece affascinava me dello strumento blog non è stato soltanto la possibilità di esprimere la mia militanza all’interno di un dibattito o di una scena culturale. Per me il blog è sempre stato uno strumento finalizzato ad affinare e a favorire il riconoscimento di competenze, in un’ottica non solo militante ma ampiamente professionale e professionalizzante. Per questo ho meno prudenze rispetto a Raimo quando si parla di pubblicità o di stringere rapporti con le aziende. Di come questo rapporto sia tutt’altro che pacificato mi pare sia esemplare il modo in cui in Italia viene stigmatizzato il concetto di [**native advertising*](http://giornalaio.wordpress.com/2013/07/26/native-advertising/?ref=flaviopintarelli.it)**.* Che se va bene è descritto come marchetta; non che nella maggior parte dei casi sia qualcosa di diverso, ma **native advertising* per me è anche quello che Reebok ha fatto sponsorizzando Vice e dando vita a [**The Producer* ](http://www.vice.com/it/the-producers-italia/?ref=flaviopintarelli.it)una miniserie di documentari corti su alcuni dei più famosi produttori di musica elettronica italiani. E qui entra in campo un concetto che mi sta parecchio a cuore: la consapevolezza. L’aspetto dei blog che più mi ha conquistato in questi anni è l’esigenza di autoformazione che questi richiedono. Far crescere la propria presenza in rete significa imparare a capire come funziona per poterne sfruttare le potenzialità minimizzandone i rischi. Un blogger deve imparare a distribuire efficacemente i propri contenuti, a farli trovare dai motori di ricerca, a formattarli in modo da renderli fruibili, a scriverli con uno stile che, adattandosi al mezzo, li possa valorizzare. Intraprendendo questo percorso ho finito per sfondare i limiti della militanza per trovarmi nelle mani un vero e proprio lavoro. ### Decostruire l’ideologia del marketing Avere la consapevolezza che i blog siano uno strumento di formazione professionale significa essere più preparati a gestire il rapporto con le aziende. Un ulteriore passo avanti in questo senso lo potremmo fare quando avremo smontato il discorso dominante nel marketing che considera il blogger come un amatore a cui il brand o l’azienda regala qualcosa in cambio di visibilità (ovvero il sistema del dono che stigmatizzava eFFe nel suo libro). Più aumenta da parte dei blogger la consapevolezza del loro ruolo di attori della cultura e della comunicazione, più potranno sviluppare quella sana arroganza necessaria a riconoscere che, nell’ecosistema della comunicazione digitale, il loro lavoro vale in quanto loro e non in quanto lavoro fine a se stesso. Quando lo scorso anno gli organizzatori di [Che-Fare](http://www.che-fare.com/?ref=flaviopintarelli.it) mi hanno chiesto di fare da [**influencer*](http://elpinta.wordpress.com/2012/09/24/chefare-ovvero-la-mia-vita-da-influencer/?ref=flaviopintarelli.it) per il loro progetto sapevano che c’erano molte altre persone in grado di produrre contenuti e dare visibilità al progetto. Ciò che avevo in più era il mio stile (brand) personale, qualcosa che valeva la pena di coinvolgere e ricompensare. Questo mi è parso un modello sostenibile per il lavoro dei blog nelle reti di comunicazione. Un modello che permette di declinare la militanza in forme di (auto) apprendimento e riconoscimento dell’investimento professionale necessario a padroneggiare strumenti che hanno un costo all’ingresso praticamente nullo e sono per questo motivo estremamente disponibili, permeabili e orizzontali (almeno in potenza). ### Le metriche dell'indignazione URL: https://flaviopintarelli.it/2013/11/18/le-metriche-dellindignazione/ Last updated: 2021-07-13T13:28:42.000Z ### Informazioni e metainformazioni: tutto è misurabile L’[**information overload* ](http://en.wikipedia.org/wiki/Information%5Foverload?ref=flaviopintarelli.it)o sovraccarico informativo è una delle condizioni che caratterizza la nostra vita all’interno degli ecosistemi digitali ed è reso possibile dalla progressiva diminuzione dei costi di pubblicazione e distribuzione dei contenuti. La produzione di informazione digitale non si limita alla possibilità di creare nuovi contenuti, ma è accompagnata da un’altrettanto consistente produzione di informazione a livello meta: i cosiddetti metadati. Ovvero informazioni che accompagnano altre informazioni, specificandole, chiarendole, tessendo loro intorno ulteriori livelli di senso. Sono proprio questo genere di dati, [prodotti volontariamente](http://www.vice.com/it/read/quit-intervista-chiusi-nsa?ref=flaviopintarelli.it) dagli utenti, che garantiscono la totale misurabilità di ogni aspetto del digitale. Ne consegue che la capacità di leggere e interpretare questi dati è essenziale per un gran numero di soggetti: dai responsabili degli uffici marketing che cercano di capire i **pattern* di comportamento dei consumatori fino alle [agenzie di intelligence](http://www.theguardian.com/world/interactive/2013/nov/01/snowden-nsa-files-surveillance-revelations-decoded?ref=flaviopintarelli.it) che controllano la popolazione alla ricerca di possibili minacce alla sicurezza (con tutti i rischi per la privacy e gli abusi che questo comporta). ### Dittatura delle metriche: il sonno da prestazione genera mostri In un post su Vice di qualche giorno fa, Mike Copyranter Duffy si domandava “[perché ci sono così tanti imbecilli tra i social media manager?](http://www.vice.com/it/read/perch-ci-sono-cosi-tanti-social-media-manager-incapaci?ref=flaviopintarelli.it)”. Domanda a cui ha provato a[ rispondere](http://www.minimarketing.it/2013/11/i-social-media-manager-sono-stupidi.html?ref=flaviopintarelli.it) Gianluca Diegoli in un post su **\[mini\]marketing*, il suo blog. Diegoli dice: > **A loro volta, le agenzie incentivano queste pratiche, perché il marketing manager le valuta a secondo dell’engagement effimero che portano (è comodo valutare le cose comode, è scomodo valutare le cose importanti), il quale a sua volta è valutato da un CEO che spesso non sa nemmeno di cosa parliamo, ma ha bisogno di numeri da portare al convegno o al CDA, in cui risulti che il “dialogo con i consumatori” è stato finalmente attivato. Credo che sia difficile smentirmi, ma fatelo pure.* Questo tipo di ragionamento è quello che io chiamo “dittatura delle metriche” ovvero la riduzione di ogni azione che avviene sul digitale al giudizio delle metriche. Tuttavia queste metriche non sono mai neutre nei dati che riportano, ma sono formattate dall’architettura della piattaforma di cui devono misurare le prestazioni e sono limitate dal tipo di azioni che questa permette agli utenti. La stupidità del social media mangement denunciata su Vice da Mike Duffy è dunque figlia di una cieca rispondenza alle metriche imposte dalle piattaforme e di una mentalità che ricerca la prestazione misurabile ad ogni costo. Con questo non voglio dire che la misurazione delle prestazioni di un prodotto digitale (che sia un sito o un profilo sui social network) sia inutile o sbagliata. Ma soltanto che questa va legata sempre a un obiettivo di respiro più ampio che aiuti a dare un senso ai numeri ed eviti che i numeri siano il senso. Inseguendo la prestazione fine a se stessa il rischio è che questa finisca per determinare e modellare i contenuti che produciamo. L’ormai famigerata [colonna di destra di Repubblica.it](http://www.alfabeta2.it/2011/04/06/storia-della-colonna-di-destra-un%E2%80%99analisi-di-www-repubblica-it/?ref=flaviopintarelli.it) è un esempio chiaro di come il sonno da prestazione generi mostri. Mostri che diventano facilmente un **habitus* mentale capace di condizionare profondamente ogni attività. ### Follow the money: lo stretto rapporto tra metriche e business model Il ruolo a volte preponderante che le metriche assumono nell’editoria digitale (ma non solo) è legato al loro stretto rapporto con i business model più diffusi. Oggi, dopo una lunga fase pionieristica e di esplorazione, la nostra cultura può dirsi pienamente digitale. Tuttavia i modelli di socialità e quelli economici non sono ancora chiaramente definiti e soprattutto non sono ancora pienamente digitali ma stanno guadando il fiume che li separa da quelli nuovi. O meglio da quelli che verranno creati e consolidati nel prossimo futuro. Il modello pubblicitario che oggi caratterizza la maggior parte dei **news brand*, mutuato direttamente dalla cultura analogica, è un perfetto esempio di come sta avvenendo la transizione. Il valore di un marchio per gli inserzionisti è determinato in base alle metriche di accesso (utenti unici, impressions), da quelle di coinvolgimento (tempo di permanenza sul sito, interazione coi contenuti) e dalle metriche social (apprezzamenti, condivisioni). C’è quindi un rapporto diretto tra queste metriche e il valore di un brand sul mercato pubblicitario. Un rapporto che spesso incide sulla qualità dei contenuti proposti che viene sacrificata sull’altare della prestazione. Oggi discutevo con un amico giornalista di un post pubblicato sul sito per il quale lavora. Il post riguardava un argomento che risulta privo di qualsiasi credibilità. Un po’ scherzando un po’ no il mio amico mi faceva notare che il post aveva prodotto un elevato numero di accessi e commenti al sito. Di rimando gli facevo notare che questo è un vantaggio sul breve periodo, ma che sul lungo periodo il rischio era quello si svalutare il **brand* facendogli perdere credibilità e autorevolezza (che nell’economia di un sito di **news* non sono tutto ma sono moltissimo). Superare questa **impasse* significa sperimentare coi modelli di business cercando soluzioni nuove che dimostrino una più profonda comprensione di come funziona la cultura digitale. Gli esempi ci sono e anche se formule stabili non esistono ancora ci sono numerosi spazi di intervento. ### Le metriche dell’indignazione: come possiamo influire sui contenuti Sarà capitato anche a voi di trovare tra gli stream dei vostri social network o di condividere voi stessi contenuti che suscitano indignazione: una riflessione qualunquista, un editoriale razzista, una bufala goffa, una notizia sciocca e irrilevante. È questo il modo giusto per dimostrare la vostra disapprovazione rispetto a un argomento? Il ragionamento sul rapporto tra metriche e modelli di business dovrebbe suggerirvi che la risposta è no, puntare il dito su un contenuto che suscita indignazione mettendolo in circolo nei vostri **social network* non è il modo giusto per stigmatizzarlo. Così facendo infatti lo inserite in quel circuito di azioni sociali che ne determinano la fortuna e soprattutto la perpetuazione. Infatti se un contenuto fa registrare buone prestazioni c’è un’ottima probabilità che argomenti analoghi verranno riproposti in futuro, perché funzionano all’interno dei sistemi di misurazione che oggi determinano il valore di un **news brand* agli occhi degli inserzionisti pubblicitari. Dunque come possiamo far inceppare questo meccanismo? Come possiamo lavorare dentro e contro l’appiattimento del senso sulle metriche che misurano la performance di un contenuto digitale? Privare quel contenuto dei segnali che gli sono necessari per sopravvivere e prosperare all’interno degli ecosistemi digitale è una contromisura che abbiamo a disposizione. Non condividere, non cliccare, non commentare. Non contribuire con le nostre azioni sociali alla crescita di quel contenuto è una strada per isolarlo o quantomeno per non contribuire a fare di quel contenuto un frammento di valore per chi lo ha creato e diffuso. Non è molto e di certo non è abbastanza ma indubbiamente cominciare a ragionare in questo modo serve a renderci più consapevoli del modo in cui le nostre azioni possono influenzare la fisionomia delle reti e degli spazi digitali che abitiamo ogni giorno con sempre maggiore assiduità. ### La logica del crowdfunding applicata all’editoria URL: https://flaviopintarelli.it/2013/10/17/la-logica-del-crowdfunding-applicata-alleditoria/ Last updated: 2021-07-13T13:27:05.000Z ## Chi, cosa, dove, quando e perché Nelle ultime settimane ho seguito (e finanziato) con una certa attenzione la campagna di crowdfunding realizzata da [Narrattiva](http://www.narrattiva.it/?ref=flaviopintarelli.it) per l’edizione italiana di [**Dungenon World*](http://it.ulule.com/dungeon-world/?ref=flaviopintarelli.it). Ok probabilmente qualcuno di voi, forse molti, si è già perso dopo queste righe per cui cerco di fare qualche passo indietro e di fare un riassunto. Narrattiva è un marchio editoriale che ha tradotto e distribuito in Italia alcuni dei giochi di ruolo più interessanti sviluppati negli ultimi 13 anni. In particolare si occupa di quei giochi detti anche **story games* il cui obiettivo è creare collettivamente storie nelle più diverse ambientazioni. Nel catalogo di Narrattiva ci sono giochi come **Il mondo dell’apocalisse (Apocalypse World), Trollbabe, Cuori di mostro (Monster Hearts), Bacchanalia, Il mostro della settimana (Monster of the week)* e appunto [**Dungeon World*](http://www.dungeon-world.com/?ref=flaviopintarelli.it). Quest’ultimo è un gioco basato sulle famose meccaniche del già citato **Apocalypse World* ma con un’ambientazione classicamente fantasy. Bene ora che vi ho spiegato nei dettagli ciò di cui sto parlando vi chiederete il motivo di questo post. Presto detto, la campagna è stata un notevole successo: ha raccolto 12.367€ su un obiettivo minimo di 1000 (per cui è stata finanziata per 1236%). Se lavorate nell’editoria a qualsiasi titolo dovrebbero essere sufficienti queste cifre per capire quanto sia importante questa campagna in particolare come case study per capire come poter applicare le logiche del crowdfunding al mercato editoriale. ![Copertina dell’edizione americana di Dungeon World](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2021/07/Dungeon-World-cover-USA.jpeg) Copertina dell’edizione americana di Dungeon World ## Ancora un passo indietro, per prendere la rincorsa: editoria di gioco e crowdfunding. Chiariamo subito una cosa fondamentale per capire il successo che ha avuto questa campagna di crowdfunding. Nell’editoria di gioco il crowdfunding è già da anni un modello consolidato di finanziamento. In particolare per quella editoria indipendente spesso legata a una critica profonda del gioco di ruolo “tradizionale” e del sistema editoriale che lo sottende. Dunque la prima considerazione che ci suggerisce questa circostanza è che il crowdfunding può essere un modello di finanziamento efficace, a patto che si sia preparato adeguatamente il pubblico. Il crowdfunding rappresenta una rivoluzione culturale le cui implicazioni vanno accolte per intero, affinché lo si possa utilizzare come uno stabile modello economico. Il primo assioma di questa rivoluzione culturale dice che il crowdfunding è un modello di business partecipato, se prima non avete lavorato alla costruzione del pubblico di riferimento non prendete neppure in considerazione l’idea di avventurarvi in una campagna di questo tipo. A meno che non stiate cercando di finanziare un prodotto di grandissima forza il fallimento è scontato. Rispetto ad altri tipi di editoria, l’editoria di gioco ha un forte vantaggio in questo senso. Il gioco di ruolo infatti è un prodotto interattivo e il coinvolgimento del pubblico ha inizio molto presto, già a partire dalla fase di playtesting del prodotto. In questo meccanismo le piattaforme di social networking rappresentano una risorsa importantissima perché permettono di socializzare i meccanismi di game design con un pubblico molto ampio e di conseguenza coinvolgerlo a fondo nello sviluppo del prodotto. La vera sfida, per chi sceglie di usare il crowdfunding come modello di business, è capire in che modo e attraverso quali piattaforme coinvolgere il pubblico socializzando il proprio lavoro creativo. Piattaforme come [Unbound](http://unbound.co.uk/?ref=flaviopintarelli.it) e [Wattpad](http://www.wattpad.com/?ref=flaviopintarelli.it) stanno lavorando alla creazione di ecosistemi capaci di favorire questo meccansimo per la narrativa. Per la saggistica invece la blogsfera offre già da tempo possibilità importanti. ![Immagine dell'edizione americana di Dungeon World coi materiali aggiuntivi realizzati grazie al crowdfunding](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2021/07/Dungeon-World-USA.jpeg) La versione americana di Dungeon World coi materiali aggiuntivi realizzati grazie al crowdfunding ## Il giusto prezzo, il giusto premio Una volta che è stato soddisfatto il requisito di partenza, ovvero la creazione di un ecosistema partecipato — sicuramente la cosa più difficile e che incide maggiormente sull’organizzazione interna di un’istituzione) — è necessario lavorare sulla definizione delle ricompense e dei livelli di partecipazione. La campagna realizzata per DW mostra quanto sia importante offrire ai sostenitori un ampio numero di ricompense (in questo caso ben 21!). Dal punto di vista comunicativo è utile per poter creare aspettativa e aumentare il coinvolgimento, spronando i sostenitori a fare attivamente promozione: infatti a ogni ricompensa raggiunta il prodotto si arricchisce, migliora e cresce. Chi ha sostenuto la campagna ha quindi un interesse concreto a farla conoscere anche nella sua cerchia. Una dinamica che può essere favorita da chi gestisce la campagna usando i social e altri strumenti di comunicazione. Narrattiva ha lavorato molto su questo aspetto scandendo i progressi della campagna con intelligenza tramite i profili sui social, la newsletter e lavorando su apposite call to action. Puntare solo al bersaglio grosso, ovvero il finanziamento completo di un’iniziativa come facemmo per la campagna (fallita) di [Fútbologia](http://blog.futbologia.org/?ref=flaviopintarelli.it) e come sta facendo [il Manifesto](https://campagne.ilmanifesto.mobi/?ref=flaviopintarelli.it) per finanziare la sua edizione digitale, non consente di sfruttare quei meccanismi di comunicazione che hanno costituito uno degli aspetti più felici della campagna per DW. Pari importanza l’hanno avuta i livelli di partecipazione (11, da 5 a 210 €) che hanno permesso ai sostenitori di scegliere il prezzo che più sembrava loro giusto garantendosi anche ricompense più sostanziose. ![Immagine del planarch codex, uno dei materiali aggiuntivi dell’edizione americana di Dungeon World](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2021/07/Planarch-Codex.jpeg) Il planarch codex, uno dei materiali aggiuntivi dell’edizione americana di Dungeon World ## Definire e realizzare il prodotto Fin qui abbiamo visto come il successo di una campagna di crowdfunding sia determinato da: 1. la capacità di creare una community; 2. la capacità di coinvolgere la community nella realizzazione del prodotto; 3. la capacità di attivare la community nella campagna di finanziamento; 4. la capacità di comunicare correttamente obiettivi e ricompense; Resta da aggiungere un elemento fondamentale, senza cui la progettazione di una campagna di questo genere non dovrebbe essere presa in considerazione. Senza una profonda conoscenza della filiera editoriale, dei suoi costi e delle sue difficoltà sarebbe impossibile infatti lavorare sulla definizione e la realizzazione del prodotto. Solo con questa conoscenza è possibile progettare gli obiettivi e le ricompense in modo preciso e garantire la consegna del prodotto in tempi rapidi. Inoltre questa conoscenza permette di valutare con un certo anticipo lo sviluppo del budget disponibile per il prodotto. ## Conclusione: abbracciare una nuova cultura Dovrebbe essere chiaro a questo punto che scegliere il crowdfunding come forma di finanziamento per un prodotto editoriale significa essere in grado di comprendere fino in fondo la cultura e la logica in cui esso si sviluppa. Una logica e una cultura che ruotano intorno al concetto di [comunità](http://www.doppiozero.com/materiali/chefare/relazioni-fra-pari-e-costruzione-di-senso-di-comunita?ref=flaviopintarelli.it). A un modo di concepire il pubblico non più e non solo in termini quantitativi, bensì qualitativi. Per quanto il valore prodotto dalle comunità di interessi sia generalmente riconosciuto, per organizzazioni fortemente istituzionalizzate — con pratiche e routine di lavoro solide — non è facile percorrere la strada del cambiamento. Questo infatti va progettato con cura e attenzione, soprattutto alla formazione delle risorse umane impiegate nel cambio di paradigma. Solo in questo modo sarà possibile sperimentare nuove vie e approcci differenti per diventare parte attiva della cultura che giorno per giorno contribuiamo a definire con le nostre azioni. ### La postura del formatore URL: https://flaviopintarelli.it/2013/06/05/la-postura-del-formatore/ Last updated: 2018-10-10T15:26:36.000Z Una riflessione sui confini delle professioni digitali e sul necessità di formare le persone con cui si lavora. In questi ultimi due giorni è girato moltissimo, tra i vari social network, [un post di Francesco Lanza](http://www.francescolanza.net/mio-nipote-mi-fa-il-sito-per-50-euro.-lettera-aperta-ai-5-stelle-di-rieti?ref=flaviopintarelli.it) che criticava un'**iniziativa del Movimento 5 Stelle di Rieti**. In [un comunicato](http://www.frontierarieti.com/wordpress/i-grilli-parlanti-sindaco-questa-potevi-davvero-risparmiartela/?ref=flaviopintarelli.it) pubblicato sul sito Frontiera Rieti i grillini di Rieti rinfacciavano al sindaco la scelta di affidare a una professionista locale, ma residente a Bologna, la gestione della pagina Facebook del progetto [EuRieti](https://www.facebook.com/Eurieti). Nello specifico **veniva contestata sia la cifra corrisposta** alla professionista, 3.550,oo € iva inclusa, perché considerata troppo elevata in quanto "chiaro quanto sia facile saper utilizzare un profilo sul social network Facebook", sia la presunta vicinanza della suddetta professionista all'entourage del sindaco, in quanto in passato era stata incaricata del ruolo di "responsabile della Comunicazione delle elezioni amministrative 2012 dall'Ottobre 2011 al Maggio 2012". Sul post di Francesco Lanza, che ho linkato in apertura, trovate una dettagliata analisi di come questi 3.55o,00 € iva inclusa vengono ripartiti negli 8 mesi di durata dell'incarico e quanti soldi puliti entreranno nelle tasche della professionista dopo aver contribuito agli oneri fiscali. Non è quello che mi interessa sottolineare. Innanzitutto è doveroso fare **una riflessione di carattere politico e professionale** allo stesso tempo. In cosa sbagliano i grillini di Rieti quando muovono la loro critica? Sostanzialmente compiono due errori collegati. Ovvero non riconoscono la necessità che un lavoro, quale che sia, debba essere giustamente retribuito e non sono in grado di valutare con la giusta prospettiva l'abilità tecnica necessaria a gestire un profilo sui social media. **La facilità di utilizzo di un servizio è un'unità di misura adeguata per valutare un lavoro da social media manager** e in generale per valutare qualsiasi attività digitale? Poche settimane fa, su Digicult, Patrick Lichty scriveva alcune [riflessioni sull'arte digitale](http://www.digicult.it/it/news/a-musing-on-local-archives-hard-drives-etc/?ref=flaviopintarelli.it) incentrate proprio su questa domanda per mostrare come **l'arte e la cultura digitale s'inseriscano in una tradizione di pensiero che scinde il valore della creazione artistica dalla difficoltà tecnica necessaria alla sua realizzazione**. Dunque ritornando alla querelle suscitata dal M5S di Rieti bisogna chiedersi: **come valutare l'attività di un social media manager?** Sono sufficienti i parametri quantitativi: numero di fan, interazioni, frequenza dei post? Ovviamente no, perché un progetto di comunicazione digitale non vive solo di questi parametri ma va valutato in base a una serie di obiettivi che cambiano di volta in volta a seconda delle esigenze. Banalmente, ma neppure tanto, i fan si possono acquistare in stock (e costano pure poco) e non è difficile postare a ripetizione se non ci si pone il problema della coerenza e dell'efficacia di una progetto di comunicazione. Il problema, in questo caso, **è un problema di ignoranza, di scarsa conoscenza delle dinamiche di un mestiere e di un comparto produttivo** che in Italia è ancora avvolto da una cappa di mistero. Dinamiche che un dibattito culturale sempre più rivolta al ribasso ha ammantato di luoghi comuni ideologici: dalla facilità alla gratuità, senza creare una consapevolezza diffusa delle difficoltà e delle particolarità di questo lavoro. A determinare questo scenario una responsabilità di un certo peso la hanno anche aziende e professionisti del settore, che su questa diffusa ignoranza hanno vissuto e continuano a vivere. Dunque quando ci si chiede [perché vale la pena pagare un (buon) web editor](http://www.virginiafiume.com/perche-vale-la-pena-pagare-un-web-editor/?ref=flaviopintarelli.it)? La mia risposta è questa, perché **un buon web editor ha capito che il suo compito non è soltanto quello di essere un buon professionista nel suo campo, ma anche perché si approccia ai suoi clienti con la postura del formatore**. Perché s'impegna giorno per giorno per creare nei suoi clienti, e nel mercato, quella consapevolezza e quella conoscenza che sono necessarie per capire la difficoltà di questo lavoro, ma anche per apprezzarne i risultati nel corso del tempo. Solo così sarà possibile avere un mercato consapevole e maturo in grado di dare un impulso ulteriore a un comparto, quello digitale, che oggi [conta 700.000 posti di lavoro](http://www.digitaladvisorygroup.it/it/creating-jobs.html?ref=flaviopintarelli.it), indotto compreso, e che ha un ruolo primario nella sua funzione di catalizzatore per molti settori dell'economia. ### Che cos'è questo realismo: analisi di Generation Kill URL: https://flaviopintarelli.it/2013/05/28/che-cose-questo-realismo-analisi-di-generation-kill/ Last updated: 2018-10-22T09:54:49.000Z Una riflessione sui meccanismi del realismo, a partire dalla serie tv *Generation Kill*. ## Alla ricerca del realismo perduto Ultimamente ho rivisto, per la terza volta, \[*Generation Kill*\]([http://en.wikipedia.org/wiki/Generation\_Kill\_(TV\_series)](http://en.wikipedia.org/wiki/Generation%5FKill%5F%28TV%5Fseries%29?ref=flaviopintarelli.it). Per chi non la conoscesse è una miniserie, coproduzione USA-UK, tratta dall'omonimo libro di Evan Wright. *Generation Kill* racconta la seconda invasione dell'Iraq da parte delle forze armate angloamericane dal punto di vista di un giornalista aggregato ai Marines del Second Platoon of the First Reconnaissance Batallion's Bravo Company (Secondo plotone del primo Battaglione da Ricognizione compagnia Bravo). Sceneggiatori della serie sono David Simon e Ed Burns, autori dell'acclamato [*The Wire*](http://en.wikipedia.org/wiki/The%5FWire?ref=flaviopintarelli.it). La scrittura di Simon e Burns viene indicata da molti come un [esempio compiuto di realismo](http://www.artribune.com/2012/12/il-nuovo-vecchio-realismo/?ref=flaviopintarelli.it) della narrazione. Una scrittura che dà alla narrazione il potere di [mostrare i collegamenti](http://www.minimaetmoralia.it/wp/the-wire-il-gomorra-americano/?ref=flaviopintarelli.it), le linee di forza che legano tra loro tutti i soggetti che compongono un corpo sociale. *Generation Kill* non fa eccezione e anche per questa serie l'aggettivo "realistica" è stato utilizzato da molti commentatori. Tuttavia in pochi si sono soffermati ad analizzare dove risieda il realismo di questa narrazione. Più che la qualità ontologica di restituire la realtà da parte dell'immagine o della scrittura, il realismo è un costrutto semiotico, una modalità di padroneggiare gli elementi costitutivi della narrazione per costruire un effetto di realtà interno ai confini dell'opera. > Quando parliamo di realismo di solito ci riferiamo ad una costruzione stilistica che risponde a certi codici compositivi; codici capaci di produrre sia i messaggi che i modi della loro comprensione. Da questo punto di vista il realismo è soprattutto il risultato di un effetto psicologico, stilistico e retorico legato più ai modi di codificazione del reale sul piano della scrittura, che non alla realtà di quanto viene descritto. > Dimitri Chimenti, [Inserti, prelievi e innesti in Gomorra di Roberto Saviano](http://www.carmillaonline.com/2009/03/16/innesti-prelievi-e-inserti-in/?ref=flaviopintarelli.it) Quali sono dunque i meccanismi che costituiscono il realismo di *Generation Kill*? All'incrocio di quali istanze compositive emerge questa dimensione? ## Uno sguardo incorporato: realismo e testimonianza Il primo elemento che contribuisce a costruire il realismo in *Generation Kill* è la presenza di un testimone. Ad assolvere questo ruolo nella serie è il personaggio del reporter (Lee Tregesen), alter ego del giornalista autore del libro da cui è tratta la serie. Persona e personaggio sono la stessa cosa, si confondono al punto che nella serie il personaggio del reporter viene vestito alla stessa maniera di Wright. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Evan-Wright.jpg) ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Lee-Tergesen.jpg) Il giornalista Evan Wright e il suo omologo, interpretato da Lee Tergesen Al reporter è assegnato un ruolo passivo: il suo scopo è quello di osservare quanto succede, di prendere nota nel suo taccuino e di fare domande. Il reporter non abbandona mai questa postura, non prende mai parte all'azione come potrebbe succedere all'eroe-per-caso di un film hollywoodiano. È attraverso lo sguardo di questo personaggio che lo spettatore assiste alla vicenda. Ed è attraverso questo sguardo che lo spettatore stringe un patto di verità con la narrazione. Quanto è successo è vero, reale, realistico perché è stato osservato, registrato e riportato da uno sguardo. Il primo grado del realismo prende corpo qui, nell'instaurarsi di uno sguardo testimoniale che testimonia la realtà attraverso la sua presenza sul campo. Poco importa, e infatti la scrittura visiva di *Generation Kill* non lo fa, che le istanze enunciative che permettono a questo sguardo di instaurarsi vengano rimosse o perlomeno tralasciate. L'atto stesso che consente allo sguardo del reporter di instaurarsi, l'incorporamento in una squadra da combattimento, non viene problematizzato. Semplicemente avviene. ## Incorporati nello sguardo: tecnica e ideologia della soggettiva Circa un anno fa sollevò scalpore e indignazione la fotografia scattata da un militare israeliano che ritraeva un bambino palestinese attraverso il mirino di un fucile, la testa "adagiata" alla croce di mira. È una foto estremamente forte, soprattutto per la connessione e la tensione che si vengono a creare tra l'atto del guardare, raddoppiato da due strumenti ottici (la macchina fotografica e il mirino), e la possibilità di catturare una vita. L'idea atavica che la reificazione dello sguardo sottragga qualcosa alla vita che viene immortalata. Sparare e scattare, in inglese si scrivono allo stesso modo e nella fotografia in questione questa ambiguità acquisisce una potenza tragica. Lo sguardo in soggettiva, filtrato da dispositivi ottici, esprime questo portato di violenza. È uno sguardo che ci coinvolge e che ci attiva, uno sguardo funzionale all'azione. [*Lebanon*](http://it.wikipedia.org/wiki/Lebanon%5F%28film%29?ref=flaviopintarelli.it) (Samuel Maoz, 2009) è un film costruito su questo concetto. L'unico sguardo sul mondo concesso ai carristi israeliano protagonisti del film è una soggettiva filtrata dal dispositivo di mira del tank. Questo sguardo non permette altre azioni che non siano quelle assegnate dalla disposizione all'interno del carrarmato. Ricaricare l'obice per il servente, calcolare le coordinate di tiro per l'armiere, guidare per l'autista, coordinare l'azione per il capocarro. Lo sguardo in soggettiva consente una connessione tra sguardo e azione, tra visione e attivazione. In *Generation Kill* la soggettiva viene utilizzata quasi esclusivamente filtrata da dispositivi ottici, mirini e visori notturni. È lo sguardo bellico, lo sguardo del combattimento, uno sguardo-gesto direttamente connesso con l'azione dello sparo. Addestrati a riconoscere questa configurazione dai dispositivi visivi che ci circondano, i nostri sguardi di spettatori vengono incorporati nella visione dei soldati e attivati di conseguenza. Il secondo grado del realismo emerge in questa operazione di incorporamento nello sguardo. Attraverso la soggettiva siamo presenti all'azione e vi prendiamo parte direttamente. ![](https://storage.ghost.io/c/a7/24/a724201d-e30e-41a4-bc2e-07759f5ce7dc/content/images/2018/10/Generation-Kill.jpg) ## Dallo sguardo all'ascolto: realismo della comunicazione Nel contesto di una battaglia tra eserciti, [una forma di guerra ormai declinante](http://books.google.it/books?id=gn6VPgAACAAJ&dq=l%27arte+della+guerra+nel+mondo+contemporaneo&hl=it&sa=X&ei=WXWkUZHADcbD7Ab2%5FYGQDg&ved=0CDUQ6AEwAA&ref=flaviopintarelli.it), un plotone da ricognizione rappresenta la punta più avanzata e mobile di uno schieramento. Lo scopo di queste unità non è quello di ingaggiare il nemico in uno scontro campale, quanto quello di raccogliere informazioni sulla disposizione delle forze in campo e impedire che l'avversario faccia altrettanto eliminando i suoi ricognitori. *Generation Kill* descrive queste tattiche e le relative procedure. Tutta la serie è una lunga corsa in automobile verso Baghdad, punteggiata di scontri tanto rapidi quanto violenti. Gran parte delle scene si svolgono a bordo degli Humevee, grossi fuoristrada da cui i marines scendono piuttosto raramente. Ne deriva una sensazione opprimente, di isolamento, resa in particolar modo nei dialoghi. Sono proprio i dialoghi a rappresentare il terzo grado del realismo che prende corpo dalla scrittura e dalla narrazione di *Generation Kill*. Buona parte dei dialoghi sono composti da lunghi scambi radio tra le squadre da combattimento e tra queste e i diversi gradi della gerarchia militare presenti sul campo (non è un caso che uno dei personaggi a cui viene dato più spessore è un operatore radio). *In Generation Kill* il lessico della comunicazione militare è riprodotto con fedelta estrema. È l'utilizzo di questo gergo specialistico che contribuisce a creare il terzo livello di realismo. Simon e Burns riproducono fedelmente il lessico della comunicazione militare con tutte le sue formule. L'uso di questo gergo altamente specialistico richiede da parte dello spettatore una postura attiva per essere compreso. Le comunicazioni radio, altamente codificate, risultano al primo impatto quasi incomprensibili e solo dopo un po' di tempo riusciamo a riconoscere i soggetti coinvolti. L'effetto è simile a quelle che si otterrebbe utilizzando una lingua straniera: lo spettatore privo di traduzione ed esposto a un gergo tecnico che gli sfugge costantemente ricava un'impressione di realtà che rafforza il dispositivo realistico costruito dalla scrittura. ## Nota: che cos'è questo realismo? In tempi di *New Realism* non è peregrino porsi questa e altre domande. Possiamo negare che esista una realtà, lì fuori? Io non credo si possa dire questo, ma allo stesso tempo possiamo credere che questa realtà possa esserci raccontata al di fuori della rappresentazione? Anche in questo caso non credo che sia possibile; ma che influenza hanno i dispositivi semiotici che regolano la rappresentazione della realtà sul senso profondo che di essa ci comunicano? E ancora, il realismo è l'unico dispositivo semiotico in grado di parlarci del reale? ### #salto13 proposte per un marketing della saggistica digitale URL: https://flaviopintarelli.it/2013/05/22/marketing-digitale-saggistica/ Last updated: 2019-12-18T10:58:33.000Z Domenica 19 maggio, come sapete se avete letto questo blog la scorsa settimana, ero al #salto13 ospite dello spazio *Book to the future* per parlare di **saggistica digitale** insieme a eFFe, Gino Roncaglia, Luisa Capelli e Marco Liberatore. Il panel è stato breve e intenso perché le questioni emerse sono state molte e alcune meritavano di essere approfondite con maggiore attenzione. Proverò a farlo in questo post, nella speranza che possa servire come stimolo a una discussione da costruire. Il panel è stato aperto da eFFe che ha presentato con alcune [slide](http://www.slideshare.net/abcdeeffe/e-f-fe-la-saggistica-digitale-in-italia?ref=flaviopintarelli.it) in che modo si struttura il panorama della saggistica digitale in Italia. All'interno del mercato digitale la saggistica, intesa come il campo vasto e variegato della non-fiction, occupa una fetta piuttosto piccola. Contrariamente a quanto si pensava fino a pochi mesi fa **è stata la narrativa a trainare il mercato digitale** nel quale si sono riprodotte le dinamiche di quello analogico. A partire da questa constatazione emerge come sia un'esigenza sentita quella di **pensare nuove forme e formati** che possano portare a sviluppare una saggistica digitale che sappia sfruttare le possibilità offerte dai nuovi linguaggi di programmazione. L'intervento di Gino Roncaglia si è concentrato proprio su questo punto. In che modo le nuove forma di modellizzazione e visualizzazione del pensiero rese possibili dal digitale possono essere utilizzate per dare alla saggistica nuove forme? E a che tipo di pensiero e rapporto con il mondo daranno vita queste nuove forme di organizzazione e fruizione delle informazioni? Come ho già avuto modo di notare sono questioni cruciali, che implicano non solo una riflessione di carattere pratico e teorico, ma anche un ripensamento di concetti che abbiamo imparato a dare per scontati riguardo la lettura digitale. Di fronte a testi elettronici organizzati intorno a visualizzazioni di dati, mappe concettuali interattive e contenuti extra navigabili sono necessari anche dispositivi adeguati. Gli e-reader a inchiostro elettronico sono questi dispositivi? E se non lo sono come **ripensare la narrazione di marketing** che è stata allestita fino a questo momento? Luisa Capelli invece ha ragionato intorno alla saggistica universitaria e ai problemi dell'Open Access. In questa ottica l'ambizione è quella che il digitale possa stimolare le università a creare forme di socializzazione del sapere e di editoria specializzata nell'ambito della **creazione di beni comuni della conoscenza**. Anche in questo campo il digitale invita a disintermediare il rapporto con gli utenti e a trovare forme di apertura e condivisione. Marco Liberatore ha invece presentato la [Libreria di Doppiozero](http://www.doppiozero.com/libreria?ref=flaviopintarelli.it), progetto editoriale legato alla famosa rivista culturale. Interessante soprattutto perché mostra come con il digitale sia poco sensato ragionare in base strutture e definizioni rigide. Progetti web come Doppiozero assumono molto facilmente i tratti di **piattaforme editoriali** che coniugano la classica attività redazionale di una rivista alla funzione dell'editore. Il nodo da sciogliere è, al momento, quello delle forme di commercializzazione dei prodotti creati, visto che la formula con tessera sperimentata da Doppiozero ha mostrato diversi inconvenienti. L'ultimo turno è toccato a me e per fortuna è stato breve, visto che mi era stata scaricata una patata piuttosto bollente. Rispondere alla domanda **"come si progetta un marketing efficace per la saggistica digitale?"** non è facile e se avessi una formula sicura probabilmente ora sarei molto ricco. In ogni caso credo che qualsiasi ragionamento in questa direzione debba partire da una comprensione profonda di come il digitale ha cambiato la fisionomia e l'economia del pubblico. Fino a pochi anni fa nei corsi universitari di gestione dell'impresa mediale veniva insegnato a vendere non contenuti ma attenzione. Oggi, come spiega bene Tiziano Bonini nel suo [*Non esiste più il pubblico di una volta*](http://www.doppiozero.com/content/sociale-digitale-trasformazione-della-cultura-e-delle-reti?ref=flaviopintarelli.it), **il vero valore risiede nella reputazione** che un *media brand* riesce a generare nei confronti di una nicchia di pubblico disposta a investire diversi tipi di capitale nella relazione. Per quanto il concetto non rappresenti una novità nella riflessione sul digitale è pur vero che non sono molti ad averne compreso in pieno le implicazioni, tanto è vero che ancora oggi c'è chi, ad esempio, misura l'attività sui social network senza tenere conto dei dati sull'engagement. Come applicare questi principi a un marketing per la saggistica? Se pensiamo all'ontologia della saggistica è facile accorgersi che questa è sempre **il risultato di un processo del pensiero**, la cristallizzazione di una pratica costante del sapere elaborata nel confronto con gli altri. Un tempo un saggio di ricerca (universitario) o divulgativo (giornalistico) veniva verificato nell'incontro tra lo scrittore e la comunità del sapere rappresentata o dai suoi pari o dagli studenti. In un processo di elaborazione costante. Oggi **il digitale consente di spostare questo processo su piattaforme pubbliche**, aperte alle pratiche collaborative degli utenti. Il percorso di elaborazione che conduce alla stesura di un saggio oggi può essere condiviso in vari modi, inoltre è possibile integrare anche il processo di elaborazione che segue la pubblicazione del saggio. Roncaglia faceva notare che, in un'ottica di social reading, è possibile integrare nel saggio digitale feed di commenti e reazioni anche successivamente alla pubblicazione. Case editrici e agenzie di comunicazione devono perciò porsi rispetto agli autori e ai prodotti con **la postura del formatore e del facilitatore**. Aiutarli ad affrontare un ambiente nuovo e non facile da padroneggiare e nel contempo contribuire a diffondere quel processo di elaborazione del pensiero che costituisce il valore aggiunto in termini di coinvolgimento dell'utente, fidelizzazione della nicchia di pubblico e propensione all'acquisto. Un esempio di come queste pratiche possano funzionare ce lo fornisce **l'editoria di gioco indipendente**. Una forma di editoria che si sostanzia quasi esclusivamente col crowdfunding e i cui autori si confrontano con le community costantemente alla ricerca di spunti per migliorare i loro prodotti. Questo scambio è bidirezionale, perché gli autori ricevono feedback attraverso i *play test* dei loro giochi e i giocatori imparano i principi del *game design* che possono poi applicare in varie forme (dagli hack alla creazione di nuovi giochi). Pratiche di questo tipo creano circuiti virtuosi in cui autori e giocatori si scambiano competenze e valore economico crescendo insieme attraverso pratiche di condivisione della conoscenza. ### #salto13 sguardi sul futuro dell'editoria digitale URL: https://flaviopintarelli.it/2013/05/21/salto13-sguardi-sul-futuro-delleditoria-digitale/ Last updated: 2018-10-22T10:02:54.000Z Una retrospettiva degli incontri svoltisi allo spazio *Book to the future* durante il Salone Internazionale del Libro di Torino del 2013. *Book to the future* è stato senza dubbio uno degli spazi più stimolanti dell'ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino. Qui si sono susseguiti una serie di incontri sui temi dell'editoria digitale che, presi nel complesso, hanno saputo da una parte mettere alcuni punti fermi e dall'altra parte proporre stimoli per il futuro. Bookblogging, ruolo dei social network nella promozione editoriale, nuove forme e formati per l'editoria digitale, prospettive per la saggistica, aspetti legali e nuove professioni emergenti sono alcuni dei temi toccati tra venerdì e domenica. Ne è emerso un panorama variegato e ancora estremamente mutevole, con pochi punti fermi. Anzi alcune delle riflessioni ascoltate hanno messo in luce come vi sia la necessità di ripensare certi concetti che fino ad oggi pensavamo ormai di aver dato per scontati. **Lettura digitale e nuovi formati per l'ebook** Per molti commentatori del settore il 2012 è stato, in Italia, l'anno della lettura digitale. Anche se con tempi lenti sta emergendo un mercato per gli ebook e i dispositivi di lettura digitale e il fenomeno sta uscendo dalla sua dimensione di nicchia e attirando l'attenzione di vaste fasce di pubblico. Due incontri in particolare mi sono sembrati interessanti in quest'ottica, proprio perché le riflessioni che venivano intrecciate potrebbero avere conseguenze più importanti di quanto gli stessi relatori avrebbero immaginato. Si tratta della discussione sulla versione aumentata di *In Territorio Nemico* (venerdì 17) e quella sulla saggistica digitale (domenica 19) a cui partecipavo come relatore. Nel primo incontro si è discusso quali contenuti potrebbero arricchire e forme potrebbe prendere un romanzo digitale aumentato che avesse a disposizione la mole di materiali prodotta intorno a *In Territorio Nemico*. Visualizzazioni, link ipertestuali, frammenti audio e anche materiale filologico sono alcuni dei contenuti chiamati in causa. Due le strade proposte: una che preveda la presenza di extra in grado di arricchire l'esperienza del romanzo, l'altra di carattere filologico che metta a disposizione del lettore i materiali preparatori. Costi di produzione e rapporto tra forma del libro digitale e narrazione erano le grandi questioni "carsiche" su cui riposava l'intera discussione. Problemi e tensioni analoghe sono emerse anche nell'incontro sulla saggistica digitale. È stato in particolare Gino Roncaglia a sollevarle nel suo intervento. Come ripensare la forma saggio nei nuovi formati digitali? Come trovare nuove forme di organizzazione del pensiero e di visualizzazione delle informazioni? Quali le strade da percorrere? Domande cruciali a cui Roncaglia ha provato a dare risposte presentando esempi pratici. Mi pare però che tutti questi ragionamenti sulla forma aumentata del libro digitali aprano una domanda cruciale, sulla quale è necessario tornare e che spero possa essere stimolo da qui al prossimo anno. Ho provato a lanciarla alla fine del mio intervento: se davvero il futuro del libro digitale è rappresentato da nuove forme di organizzazione del pensiero e delle informazioni - siano esse narrative o saggistiche - su quali dispositivi verranno ospitate? Se davvero il futuro del libro digitale è rappresentato da queste nuove forme che fare dell'idea che sia l'e-reader a inchiostro elettronico il dispositivo principe per la lettura digitale? Non sono domande peregrine, perché impongono di ripensare tutta la narrazione che è stata creata intorno alla lettura digitale - come riflessione teorica e comunicazione di marketing - in questi anni. Quali saranno le resistenze? Quali le reazioni degli utenti? La discussione è tutta da costruire. **Social network per l'editoria: dati e problemi** Un altro incontro interessante visto a *Book to the future* è stato quello dedicato all'uso di Twitter da parte delle case editrici. L'AIE ha presentato in quest'occasione la sua ricerca sull'argomento (promossa, falsamente, come [Twitter Editoria](http://scrittoriprecari.wordpress.com/2013/05/15/twittereditoria-la-ricerca-aie-non-e-la-prima-in-italia-salto13/?ref=flaviopintarelli.it)la prima in Italia nel settore) e l'ha discussa con Alessandro Grazioli e Valentina Aversano di Minimum Fax. La ricerca, visti i mezzi profusi, è interessante e permette di farsi una buona idea sullo stato della comunicazione digitale nel settore editoriale in Italia. Purtroppo non sono stati raccolti dati relativi all'*engagement* generato dall'attività delle case editrici su Twitter. Questi dati avrebbero permesso di pesare il valore di ogni casa editrice in un panorama di economia reputazionale. Da questo incontro è emerso anche come sia necessario, per poter comunicare efficacemente nel web, prevedere la presenza di personale qualificato all'interno della casa editrice. Purtroppo pare che questa necessità sia ancora poco sentita, o sottovalutata come dimostrano i dati sulla frequenza di utilizzo di Twitter da parte delle molte case editrici che lo hanno scelto come canale di comunicazione. **Book blog e lavoro culturale** Termino questa breve carrellata degli incontri di *Book to the future* con l'incontro svoltosi domenica 19 alle 12.30 dedicato ai Bookblog. A fare gli onori di casa c'era [eFFe](http://www.daeffe.it/?ref=flaviopintarelli.it)eFFe che sull'argomento ha recentemente pubblicato un [pamphlet](http://www.lavoroculturale.org/recensione-a-i-book-blog-editoria-e-lavoro-culturale/?ref=flaviopintarelli.it)che ha suscitato accese polemiche e anche qualche tiro di sbarramento in rete. Insieme a lui sul palco c'erano Francesco Forlani di *Nazione Indiana*, Christian Raimo di *minima&moralia*, Gianluca Liguori di *Scrittori Precari* e Marco Giacomello. L'incontro ha avuto il merito di storicizzare il percorso compiuto fin qui dai blog collettivi italiani, tracciandone sia l'evoluzione che le prospettive di sviluppo. La consapevolezza acquisita con l'esperienza da chi si occupa di blogging letterario e culturale, faceva notare Liguori, si è affilata nel tempo con la battaglie combattute, vinte e perse. Questa consapevolezza si traduce oggi nella richiesta di forme di riconoscimento sia da parte del pubblico che da parte del privato. L'idea che il blogging collettivo sia una forma di lavoro culturale non è stata messa in discussione da nessuno dei presenti, contrariamente a quanto era successo [altrove in rete](http://doppiozero.com/materiali/recensioni/book-blog-e-lavoro-culturale?ref=flaviopintarelli.it). Molto importante anche l'intervento di Christian Raimo che segnala le patologie che affliggono i blog nel loro rapporto con l'industria culturale (ufficiostampizzazione, autoreferenzialità uroborica, segnalazionismo e anticipazionismo) e indica le possibili terapie per evitare di soccombere. Trasparenza e onestà intellettuale, capacità di schierarsi politicamente e prendere posizione sono alcuni dei balsami che Raimo propone ai blog per rafforzare la loro posizione nei confronti delle aziende. Personalmente credo che questo sia stato un incontro fondamentale perché ha messo in luce come in Italia esistano una serie di realtà che portano avanti pratiche di lavoro culturale con la consapevolezza di potersi rapportare all'industria culturale da pari, cercando di sciogliere quei nodi ideologici che ancora legano questi soggetti. Rendersi conto come questa consapevolezza sia un elemento diffuso e presente è senza dubbio qualcosa di confortante, che fa ben sperare per il futuro di un settore che oggi come mai ha la necessità di ridisegnare e ricalibrare le proprie pratiche. ### Sputi contro vento: recensione doppia a Amianto e Voi, Onesti Farabutti URL: https://flaviopintarelli.it/2013/05/06/sputi-contro-vento-recensione-doppia-a-amianto-e-voi-onesti-farabutti/ Last updated: 2019-12-20T09:56:31.000Z Alberto Prunetti e Simone Ghelli sono due scrittori che fanno parte di quella generazione di "[maledetti toscani](http://www.nazioneindiana.com/2013/01/17/i-maledetti-toscani/?ref=flaviopintarelli.it "I maledetti toscani")" che negli ultimi anni ha saputo costituirsi in una scena letteraria viva e ricca per qualità della proposta e interesse. Ghelli e Prunetti condividono oltre alla Maremma, la terra che li ha visti nascere, il percorso formativo presso l'Università degli Studi di Siena tra la fine degli anni '90 e il principio degli anni '00. Oltre alla biografia, alla parlata e alle traiettorie li accomuna il fatto di aver pubblicato entrambi due romanzi negli ultimi mesi. Due romanzi che, in un certo senso, possono dirsi parenti: cugini o addirittura fratelli. Si tratta di [*Voi, onesti farabutti*](http://www.carmillaonline.com/2013/03/28/simone-ghelli-voi-onesti-farab/?ref=flaviopintarelli.it) (Ghelli, [Caratteri Mobili](http://www.caratterimobili.it/caratterimobili/?ref=flaviopintarelli.it)) e [*Amianto*](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=11255&ref=flaviopintarelli.it) (Prunetti, [Agenzia X](http://www.agenziax.it/amianto/?ref=flaviopintarelli.it)). Ad affratellare questi due libri è una riflessione, profonda e dolorosa, sulla morte del padre, che i due autori affrontano da punti di vista diversi ma complementari. Quella di Prunetti è un'intensa anamnesi che ripercorre la vicenda del padre, Renato. Operaio metalmeccanico morto a causa dell'esposizione all'amianto. È un ritratto rabbioso e carico d'affetto, quello che Prunetti dipinge nelle pagine del libro. Dove l'affetto diventa ricordo per fondersi con quella rabbia che si fa memoria collettiva di una nazione. La storia di Renato e la storia dei molti Renato sulla cui salute qualcuno si vanta di aver ricostruito questo paese sulle macerie di una guerra prima voluta e poi ripudiata con codardia. La storia di Renato e Alberto è la storia di due generazioni che la retorica imperante vorrebbe nemiche e che invece condividono La forza è niente senza il controllo/io parlo chiaro, chiaro come il cristallo/ a testa alta anche quando barcollo/ tu mi chiedi 10, io ti do 100 e decollo/ Anima e Ghiaccio ### #skateandcreate3 Skate and the city URL: https://flaviopintarelli.it/2013/03/29/skateandcreate3-skate-and-the-city/ Last updated: 2018-10-22T10:09:34.000Z Una riflessione sul rapporto tra skateboarding e spazio urbano. Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito di più dello skate è il rapporto tra questa disciplina e lo spazio urbano. Lo skate è un modo di vivere, attraversare e dare significato allo spazio in maniera del tutto peculiare. È stata la frase di un amico, Max Calviati, a farmi riflettere per la prima volta su questo nesso. Max, archeologo di formazione, mi disse un giorno che quando uno skater guarda la città lo fa in modo diverso da qualsiasi altra persona. Lo skater guarda la città dall'alto della tavola. Cosa significa questa frase? Significa che lo skater ha una specie di filtro, di lente davanti agli occhi e quando guarda un muretto, una strada, una panchina o un passamano non li guarda come semplici elementi dell'arredo urbano, bensì come potenziali terreni per la sua pratica. Questo lo porta a decodificare l'ambiente in modo particolare: la superficie è slaidabile? La rincorsa dritta o curva? L'asfalto liscio o ruvido? E l'atterraggio è libero o occupato? Secondo Gianfranco Marrone la semiotica urbana è costituita di una serie di segnaletiche che favoriscono una certa lettura (e dunque un certo uso) dello spazio che ci circonda. Le discipline di strada non sono altro che tentativi espressivi di creare segnaletiche ulteriori che mettano in discussione quelle ufficiali, che di solito vengono definite dal Potere e ne rappresentano l'istanza disciplinante. Per questo le discipline di strada sono sempre pratiche anti-autoritarie o che mettono in discussione l'autorità. Tuttavia la questione del rapporto tra lo skater e la città non esaurisce la sua portata nel rapporto conflittuale tra le segnaletiche prodotte. Esiste infatti un rapporto diretto tra lo stile di skateata e la fisionomia dell'ambiente urbano. La disposizione degli ostacoli e dell'arredo, le caratteristiche della pavimentazione, le linee tracciabili all'interno dello spazio sono tutti suggerimenti di lettura che lo skater deve cogliere per potersi esprimere in quell'ambiente. A volte si tratta di percorsi obbligati, altre volte si tratta di letture destinate a mettere in crisi quello spazio e a forzarne i limiti. Se possiamo individuare una dimensione locale dello skate credo che questa risieda proprio nel rapporto tra lo stile e la fisionomia dello spazio in cui questo stile viene espresso. I video che accompagnano questo post sono dello skater giapponese Gou Miyagi e sono notevoli proprio per il modo in cui lo skater si adatta allo spazio urbano e agli ostacoli che affronta. Miyagi crea un circuito particolare tra la tavola, lo spazio e il suo corpo. Contrariamente a quanto siamo abituati a vedere non è la tavola il vettore principale attraverso cui lo skater legge lo spazio. Nel caso di Miyagi il vettore scelto è il corpo che fa da connettore tra gli ostacoli e la tavola. La tavola viene spesso abbandonata e poi ripresa, lasciata muovere liberamente e poi controllata in un secondo momento. Lo skater si muove a proprio agio tra la tavola e gli ostacoli presenti nello spazio e li connette in modo originale e inaspettato. È una lettura spiazzante che avviene ai confine tra lo skateboarding e il parcour, perturbante anche rispetto alla grammatica dello skate a cui siamo abituati. Ecco dunque che emerge, ancora una volta, quanto lo skateboarding sia una disciplina aperta a un ampio campo di variazioni, tensioni e potenzialità. Questa caratteristica lo rende un oggetto di studi affascinante soprattutto per la sfida metodologica che pone a chi voglia cimentarsi nell'impresa. Quali saperi mettere in campo? Come armonizzarli? Come muoversi attraverso essi? La necessità di elaborare un proprio stile metatestuale sembra, a questo punto, un'esigenza imprescindibile. Skate e riflessione su di esso hanno un nuovo punto in comune. ### #skateandcreate2 flow URL: https://flaviopintarelli.it/2013/03/06/skateandcreate2-flow/ Last updated: 2018-11-26T14:01:45.000Z Ieri sera leggevo un articolo che avevo messo da parte un po' di tempo fa, si intitola [*The Neuroanatomy of Freestyle Rap*](http://www.theatlantic.com/health/archive/2012/11/the-neuroanatomy-of-freestyle-rap/265414/?ref=flaviopintarelli.it). Racconta di uno studio condotto su alcuni rappers per capire quali sono le aree del cervello che si attivano durante il [*freestyle*](http://www.youtube.com/watch?v=kGUrg3BrxWw&ref=flaviopintarelli.it), quella tecnica di canto che consiste nell'improvvisare rime a tempo su un beat molto semplice. Lo studio ha messo in luce come durante il *freestyle* le aree del cervello solitamente dedicate alle operazioni di autocontrollo (*self monitoring*) e correzione (*editing*) vengono disattivate. > In other words, in order to turn on their creative flow, the rappers had to switch off their inner critic. And in fact, the researchers believe that when they're freestyling, the artists are actually occupying an altered state of mind. A closer look at their brain activity reveals that an entire, unique network emerges during the process, one in which motivation, language, emotion, motor function, sensory processing and the representation of the artists' subject experience all interact in unusual ways to create the flow state. La [*Teoria del flow*](http://en.wikipedia.org/wiki/Flow%5F%28psychology%29?ref=flaviopintarelli.it)è una teoria psicologica elaborata da Mihály Csíkszentmihályi. In breve si tratta di uno stato mentale di intensa concentrazione che determina una sensazione di energico coinvolgimento in una attività con obiettivi ben definiti, un *feedback* immediato e il giusto equilibrio tra difficoltà e capacità percepite. Entrare nel *flow* (flusso) significa riuscire ad eseguire un'operazione di qualsiasi genere con facilità, estraniandosi dall'ambiente circostante. La teoria del *flow* ha dato un grande contributo alla comprensione del funzionamento della creatività e allo studio dei processi neurofisiologici che la sottendono. Numerose infatti sono le analogie che emergono dallo studio dell'attività cerebrale di artisti, musicisti e sportivi. Lo skateboarding è una forma di performance che lascia numerosi spazi alla creatività ed è interessante leggerla alla luce di studi come questo. La clip che ho inserito nel post è tratta da *Pj Ladd's Wonderful Horrible Life*, una produzione che fece molto scalpore quando uscì, all'inizio degli anni zero. In questa clip potete vedere la parte del video di PJ Ladd il giovane skater che dà il nome al video stesso. Ciò che mi colpisce di questo materiale non sono tanto i singoli trick (gradinate, passamani, ecc.) quanto le numerose *session*. Il termine *session* si usa quando uno skater chiude più trick uno dietro l'altro. Al di là della difficoltà dei trick chiusi da Pj Ladd ciò che suscita maggiormente la mia attenzione è la facilità con cui questi vengono realizzati e soprattutto la spontaneità con cui lo skater sembra sceglierli di volta in volta dal suo repertorio di manovre acquisite. Quando si muove attraverso lo spazio urbano lo skater deve tenere conto e processare mentalmente innumerevoli dati e informazioni: i passanti, le automobili, gli altri skater, i cambiamenti nella superficie del terreno, il tipo di spot e di ostacoli che ha di fronte, il tipo di manvora che vuole provare, ecc. Il tutto in pochi secondi. La creatività nello skateboarding si esprime perciò proprio in questa dimensione di calcolo e attuazione delle possibilità che si sviluppano durante la singola sessione. Come il jazzista o il rapper, anche lo skater è un improvvisatore, molto del fascino di questa disciplina risiede perciò in questo mix di calcolo ed estro che si dispiega liberamente nell'interazione tra la suola di una scarpa e la ruvida superficie di una tavola di acero. ### Lettura digitale: primi approcci URL: https://flaviopintarelli.it/2013/03/01/lettura-digitale-primi-approcci/ Last updated: 2018-11-26T14:05:16.000Z Guida pratica a come ho iniziato a leggere i libri digitali ## Tablet o e-reader, la mia scelta Un paio di mesi fa, approfittando della tredicesima, mi sono comprato un tablet, un [Nexus 7 3g](http://www.google.it/nexus/?ref=flaviopintarelli.it#/7). Cercavo da tempo un dispositivo mobile che mi permettesse di navigare e fungesse da media center. In particolare volevo cominciare a leggere ebook e sperimentare così la lettura digitale. In parte perché ero curioso di confrontarmi con questa nuova dimensione, in parte perché mi sto dedicando allo studio dei formati ebook e alla loro creazione. Se questa era la mia esigenza primaria perché non ho optato per un e-reader puro, come il Kindle di Amazon e il Kobo? Come ho scritto prima volevo un dispositivo più versatile e siccome tra lavoro e impegni vari non ho mai moltissimo tempo per leggere ho pensato che la retroilluminazione non fosse un grande problema. Fortunatamente è stato così e ormai sono due mesi che leggo in digitale. ## Lettura digitale, considerazioni generali Il mio timore più grosso era quello di fare fatica ad abituarmi a leggere in digitale. Il passaggio dal libro cartaceo al tablet non è stato indolore, ma senza dubbio meno traumatico di quanto pensassi. All'inizio mi ci è voluto un certo sforzo ma è durato poco. L'ostacolo più grande è stato di tipo ergonomico, abituarsi a reggere il tablet comodamente per leggere non è stato semplicissimo. L'acquisto di una custodia di buona qualità ha risolto questo problema efficacemente. Per quanto riguarda altri aspetti della lettura in digitale non credo ci sia necessità di soffermarsi troppo. La disponibilità degli shop, la capienza in poco spazio e poco peso, la dinamicità del testo sono ormai concetti acquisiti da tempo. Quello che mi interessa fare qui è ragionare sulle due principali *reading app* che sto usando: Kobo e Kindle Allora diciamo subito che su tablet è un dilemma di scarso peso. Siccome non si è legati ad alcun dispositivo è possibile scaricare entrambe le *reading app* e usarle contemporaneamente. Che poi è la cosa che ho fatto io. Il bello di poter avere a disposizione le *app* a prescindere dal dispositivo è che si possono confrontare facilmente. - **Kobo**: di Kobo mi piace moltissimo il fatto che legga l'epub e non ti costringa a servirti di un unico store per i tuoi acquisti. Questa mi pare senza dubbio la caratteristica più importante. Purtroppo ho notato che la resa dei file lascia ancora a desiderare: spaziature che saltano, caratteri sbagliati e altri piccoli difetti si ripetono anche su prodotti professionali (non solo sul mio grezzissimo ebook). Ho trovato impreciso l'*highlight* delle parole, per sottolineare una frase troppo spesso ho dovuto spendere più tempo di quanto avrei voluto. Infine mi ha lasciato indifferente la *reading life* su cui ha puntato molto il marketing dell'azienda. Certo i *perks* sono carini e divertenti, ma personalmente credo che il crossposting estremo sia una forma di spam e perciò la funzione, per quel che mi riguarda, non mi interessa. Difetti a parte Kobo funziona egregiamente e sono convinto che la possibilità di usare formati aperti si rivelerà alla lunga una caratteristica *killer*. Anche l'esperienza di acquisto è molto positiva e questo di certo è da tenere in conto. - **Kindle**: legge solo il formato proprietario di Amazon, il .mobi. Questo significa che se usi quest'*app* sei vincolato alla casa madre. Tecnicamente gli ebook sono perfetti e l'esperienza di lettura è chiara, lineare, accessibile. Stesso discorso per l'esperienza d'acquisto. Senza dubbio i concorrenti devo lavorare ancora molto per poter colmare il vantaggio acquisito da Amazon in questi anni. Sono però convinto che alla lunga la chiusura del servizio costituirà un ostacolo alla sua diffusione, specialmente quando il mercato del digitale crescerà. Al momento Amazon può contare su un buon capitale reputazionale e un'immagine ben consolidata, ma fino a quando durerà? ## Conclusione Tirando le fila del discorso posso dire che il passaggio dalla lettura cartacea a quella digitale è stato tutto sommato indolore. Al momento, soprattutto per quanto riguarda la lettura di saggi, il digitale si sta dimostrando uno strumento irrinunciabile per la possibilità di "maneggiare il testo". La lettura di narrativa, invece, si presenta più o meno analoga. In generale il digitale non offre un'esperienza di lettura poi tanto diversa dal supporto cartaceo. A cambiare è però il rapporto con il testo che si fa più diretto e meno "sacrale". Questo farà la differenza, in futuro, e potrebbe orientare molto le scelte di mercato. Io resto alla finestra e sono alla ricerca di nuovi tipi di lettura, se volte suggerirmi esperimenti o progetti interessanti potete farlo nei commenti... ### #skateandcreate1 evoluzione URL: https://flaviopintarelli.it/2013/02/27/skateandcreate1-evoluzione/ Last updated: 2018-11-26T14:08:30.000Z Probabilmente molti di voi non lo sanno ma il sottoscritto è stato uno skater praticante da quando aveva 16 anni fino a quando ne ha avuti circa 24\. E quando dico skater dico uno che qualche trick lo sapeva chiudere (non molti a dire la verità) mica uno di quelli che "un paio di scarpe da skate lo faceva sentire anticonformista e addirittura, creativo" come dice Vanni Santoni. Oltretutto ho ancora una tavola e un paio di Vans belle bucate e ogni tanto le tiro fuori dal mobile delle scarpe e un paio di ollie ce li piazzo ancora, per dire. Poi c'è una seconda ragione, che ha meno a che vedere con la nostalgia e il passato. Qualche mese fa [Agenzia X](http://www.agenziax.it/?ref=flaviopintarelli.it) di Milano, nella figura dell'editor Andrea Scarabelli mi ha chiesto di collaborare con loro, proponendogli un libro. Era tanto tempo che desideravo scrivere qualcosa sullo skate, un fenomeno che abbraccia sport e costume, filosofia e architettura. Questa m'è sembrata l'occasione giusta. Ora non so se sarò davvero in grado di scrivere questo libro. Passo dal convincimento di essere l'Hunter Thompson della tavola a rotelle al più nero scoramento nell'arco di poche ore. Per questo ho deciso di mettere in ordine i pensieri che mi girano in testa su questo progetto in una serie di post sul blog. Per questo e per bieche ragioni di promozione, naturalmente. "Dopo questo lungo e noioso preambolo vuoi cominciare a usare la parola skate per qualcosa di utile e non solo per raccontare i fatti tuoi e farti pubblicità in modo così volgare?" disse la voce interiore della coscienza di El\_Pinta con la voce di [*the godfather*](http://www.youtube.com/watch?v=ecLpOnpHaZw&ref=flaviopintarelli.it) in [*Generation Kill*](http://en.wikipedia.org/wiki/Generation%5FKill%5F%28TV%5Fseries%29?ref=flaviopintarelli.it). Bene diciamo che lo skate è un fenomeno della cultura pop che ha un forte rapporto con le tecnologie della visione. Fotografia, grafica, video sono elementi imprescindibili per capire lo skate e l'impatto che ha avuto sull'immaginario contemporaneo. Quindi non posso che partire da un video: Sono due minuti tratti da [*Dogtown and Z-Boys*](http://www.youtube.com/watch?v=Lpaw%5F%5FfOOtA&ref=flaviopintarelli.it) un bel documentario di qualche anno fa che racconta la nascita del primo team di skateboarders moderni e l'influenza che hanno avuto nella storia di questo sport. La clip si concentra sullo stile e su come vi sia un legame stretto tra lo skate e il surf. Il montaggio alternato mostra la somiglianza tra i gesti in entrambi gli sport. Skate e surf sono due forme di performance in cui lo stile ha un ruolo centrale. La fluidità e la pulizia dei movimenti sono al centro di una tensione costante alla perfezione da parte dei raider. Ma allo stesso tempo ne rappresentano la cifra personale. Ci sono stili simili, ma ogni stile è diverso dall'altro. Ogni stile ha le sue peculiarità e lo skater scegli il tipo di terreno e di manovre che lo esaltano maggiormente: ci sono stili leggeri, pesanti, aggraziati, radicali, suicidi e anche stili scemi. Corpo, tavola e terreno si concatenano a creare una macchina del tutto particolare. Quella macchina è lo skater e lo skate è un modo di vivere e attraversare lo spazio urbano, problematizzandolo. Resta, in conclusione, un'ultimo pensiero. Una suggestione che nasce da queste immagini e che qualcuno potrebbe trovare sciocca. Eppure più l'allontano e più ritorna. C'è qualcosa in comune tra lo skate e la storia dell'evoluzione della vita sulla terra. Come questa anche lo skate si è mosso dall'acqua alla terra. Come i primi rettili hanno colonizzato la terra così surfer hanno colonizzato le strade. In questo passaggio si sono trasformati, sono evoluti e hanno sviluppato le proprie caratteristiche. Questa è la storia che vorrei essere capace di raccontare... ### Recensione a Lavoro, dunque scrivo! URL: https://flaviopintarelli.it/2013/02/08/recensione-a-lavoro-dunque-scrivo/ Last updated: 2018-11-26T14:11:37.000Z C'è una certa dose timore nello scrivere una recensione a [*Lavoro, dunque scrivo!*](http://www.mestierediscrivere.com/lavoro%5Fdunque%5Fscrivo?ref=flaviopintarelli.it), il volume che la copywriter Luisa Carrada ha realizzato per la collana ["comunicare"](http://www.zanichelli.it/catalogo/collane/C253/comunicare/?ref=flaviopintarelli.it) di Zanichelli. Timore perché questo è un manuale di copywriting, quindi se sbaglio qualcosa in questo post mi gioco l'intera reputazione! Magari non tutta la reputazione, però di sicuro non ci faccio una bella figura. Chi scrive si occupa di editoria digitale da circa tre anni e da un anno e mezzo se ne occupa per lavoro. Se c'è una cosa che ho imparato in questo periodo è senza dubbio l'umiltà. La consapevolezza che esiste sempre qualcuno più bravo e preparato di te da cui è possibile imparare qualcosa. Per fare dell'aneddotica posso dirvi che quando ho cominciato a scrivere testi per siti internet come lavoro pensavo di essere abbastanza bravo. È bastato poco per accorgermi che c'erano ampi margini di miglioramento. Frasi logore, aggettivazione sovrabbondante, periodi incastrati uno dentro l'altro stile *Inception*. Questi erano alcuni dei difetti più evidenti della mia scrittura. Libri come quello di Luisa Carrada sono essenziali per chi vuole imparare a migliorare la propria scrittura. Lo sono perché ti mettono di fronte a uno specchio nella cui immagine riflessa puoi riconoscere te stesso, i tuoi errori e i tuoi punti di forza. *Lavoro, dunque scrivo!* è diviso in 14 capitoli che affrontano ognuno un aspetto della scrittura professionale: sintassi, lessico, formattazione sono solo alcuni, i più importanti a mio avviso. Aspetti troppo spesso sottovalutati o verso cui si dispiega un atteggiamento che ne minimizza l'importanza. L'autrice affronta ognuno di questi argomenti con spiegazioni chiare accompagnate da esempi di come è possibile intervenire su un testo per migliorarlo. Oltre ai contenuti e alla scrittura, quello che mi ha colpito maggiormente è il grande lavoro tipografico fatto per questo libro. Le parole si posizionano nello spazio della pagina in maniera mai scontata e aiutano il lettore a orientarsi nel testo. È una cosa che mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere su quante dimensioni diverse chiamiamo in causa quando scriviamo e come queste partecipano a creare il senso di quanto scriviamo. Completa il volume una ricchissima e utile bibliografica tematica. Concludendo non posso che consigliare questo libro a tutti coloro che per mestiere e per passione scrivono, in rete e su carta. *Lavoro, dunque scrivo!* Zanichelli 2012 pp. 480 ISBN 9788808199171 ### "Verso una rete etologica: Google Author Rank" su Doppiozero URL: https://flaviopintarelli.it/2013/02/04/verso-una-rete-etologica/ Last updated: 2018-11-26T14:20:00.000Z Google Author Rank è una stringa di codice che lega il profilo di una persona a un contenuto pubblicato in rete. Cosa può significare per lo sviluppo del modo in cui ci rapportiamo a internet? Me lo sono chiesto in un articolo pubblicato su *Doppiozero*, nel quale ho analizzato le caratteristiche di questa novità e ipotizzato quale potrebbe essere il suo possibile impatto. > Di contro si profila uno scenario in cui la concezione dell’identità di rete risulterebbe fortemente modificato. L’utilizzo dell’AuthorRank è infatti contestuale alla tensione verso più stringenti real name policy (ovvero quelle norme e regole che spingono gli utenti a utilizzare il loro nome reale al momento della registrazione su un servizio), che alcuni grandi soggetti dell’IT (Google e Facebook su tutti) stanno esercitando negli ultimi anni. [Continua a leggere "Verso una rete etologica: Google Author Rank" su Doppiozero](https://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/verso-una-rete-etologica-google-authorrank?ref=flaviopintarelli.it) ### Non sparate sul violinista: recensione di Just Play URL: https://flaviopintarelli.it/2012/12/18/recensione-just-play/ Last updated: 2019-12-20T10:00:26.000Z C'è qualcosa di me in [Just Play](http://justplay-doc.tumblr.com/?ref=flaviopintarelli.it), documentario presentato circa un mese fa al [Festival del cinema mediterraneo](http://justplay-doc.tumblr.com/post/35557628947/just-play-al-12-festival-del-cinema-mediterraneo-di?ref=flaviopintarelli.it) di Bruxelles. Non ché io abbia avuto direttamente a che fare con la produzione del film, ma perché con le persone che hanno realizzato questo film ho condiviso una parte del mio percorso di studio presso l'Università degli Studi di Siena. Posso chiamarli amici e colleghi perché abbiamo calacato gli stessi corridoi, seduto nelle stesse aule, letto e discusso gli stessi libri, parlato, immaginato, litigato a volte. Quindi vi parlerò del film e quando vi dirò che è bello e mi è piaciuto sappiate che si tratta di quella bellezza e quel piacere che nascono dallo scambio e dalla frequentazione tra le persone, e non abbiatene a male. Il film deve molto al lavoro teorico, pratico e all'esempio di Marco Dinoi. Professore per alcuni di noi, coetaneo per altri, che ha insegnato a Siena fino al giorno della sua morte prematura. Dinoi realizzò nel 2008 un film *Appunti per un lessico palestinese* in cui andava alla ricerca di nuove immagini della Palestina. Immagini in grado di rompere quei circuiti di senso che dominano la scena, quando si parla di Medio Oriente. Spero e non credo di fare torto a *Just Play* se ne paragono il progetto al lavoro di Dinoi, perché mi pare che siano dominati entrambi la stessa tensione alla ricerca di immagini nuove, di nuove connessioni, quadri e cornici. *Just Play* racconta la storia di un'orchestra, un'orchestra fatta di musicisti palestinesi, nata sotto l'occupazione israeliana grazie all'impegno del violinista Ramzi Aburedwan, fondatore dell'associazione [Al Kamandjâti](http://www.alkamandjati.com/it/benvenuto/?ref=flaviopintarelli.it "Home page"), che opera per supportare la scolarizzazione e l'educazione dei giovani palestinesi. *Just Play* significa "suonare, e basta", perché anche quella che sarebbe la cosa più normale per un *ensamble* di musicisti diventa, nel contesto della Palestina, una sfida contro le circostanze e un atto di resistenza al dispositivo dell'occupazione. Il film mette in scena un cortocircuito estremamente produttivo tra la ricerca di immagini nuove e la tensione verso una normalità negata e desiderata allo stesso tempo dai protagonisti. Credo sia questo il pertugio che il regista costruisce per far sì che lo spettatore possa trovare un posto nel meccanismo del film, perché vi ci si installi dialogando con le immagini, facendosene carico. In un mondo dove le immagini della nostra vita si fanno via via sempre più invadenti e sclerotizzate ripensare il nostro rapporto con esse è uno dei tanti, possibili atti di resistenza che possiamo sperimentare. Questo film ce lo consente... **Credits** (scarica la [cartella stampa](http://espanz.noblogs.org/files/2012/11/JUSTPLAY%5Fpresskit.pdf?ref=flaviopintarelli.it)) **Regia**: Dimitri Chimenti **Ricerca e consulenza scientifica**: Nicola Perugini **Fotografia**: Vincenzo Cascone e Dimitri Chimenti **Montaggio**: Maresa Lippolis **Sound recording**: Francesco Zucconi **Produzione**: Al Kamandjâti Association **Produzione esecutiva**: Extempora ### All togheter now, all togheter now: serata letterati URL: https://flaviopintarelli.it/2012/12/10/all-togheter-now-all-togheter-now-serata-letterati/ Last updated: 2018-11-26T14:24:39.000Z **Location: *Lanificio 159*, Via di Pietralata, Roma** Anni di esperienza mi hanno convinto che c'è una costante quantica che accomuna tutte le feste organizzate in occasione di convention, fiere ed esposizioni. Certo, a seconda del topic dell'evento potranno variare abbigliamenti e droghe, ma una cosa non cambierà mai ed è lo straordinario mix di moderazione e sballo che si respira in queste particolari occasioni. È una sorta di pudore che ci trattiene dal lasciarci andare completamente e in maniera sguaiata perché "non starebbe bene", ma allo stesso tempo ci obbliga a divertirci scatenatamente perché "hey è una festa, possiamo mica star seri tutto il tempo!". Ora, nello specifico, in questo post si tratta di una festa di letterati che non specifico perché tanto ci potete arrivare tranquillamente da soli, basta che vi sforziate. Ecco io non dico che non sia stato divertente, lo è stato per la compagnia e l'allegra scemità profusa in pista, per il gossip e il pettegolezzo elargito copiosamente a ogni angolo. Per l'interessante [osservazione partecipante](http://blog.flaviopintarelli.it/2015/04/23/serata-disco-pub/?ref=flaviopintarelli.it) che ho potuto effettuare. Però. Però mi chiedo, cari letterati, ma c'è davvero bisogno di mettere sempre e soltanto la stessa solfa retrohipster a ogni festa? **Sempre e soltanto.** Capisco che la nostalgia sia una brutta bestia, ma ora va Skrillex per dio! [Skrillex](http://www.youtube.com/watch?v=fq-geJ9UwG4&ref=flaviopintarelli.it). I CCCP sono stati un gruppo storico, ma i tempi dello sballo sovietico sono finiti e ora purtroppo [Giovanni Lindo Ferretti vota Silvio](http://www.youtube.com/watch?v=ImF1l7BtmHM&ref=flaviopintarelli.it), farcelo ascoltare la sera delle dimissioni di Monti è pura crudeltà. Così come è ai limiti dell'abuso fisico mettere [I will survive](http://www.youtube.com/watch?v=10C68Gzd5GM&ref=flaviopintarelli.it) di Cake tra [Enola Gay](href=%22http://www.youtube.com/watch?v=01SBf0tsLyI) e i [Chemical Brothers](href=%22http://www.youtube.com/watch?v=tpKCqp9CALQ) È solo un suggerimento. Così, piano piano, sottovoce... ### Bookblogging: perché non provare un nuovo modello? URL: https://flaviopintarelli.it/2012/11/20/bookblogging/ Last updated: 2018-11-29T09:51:23.000Z Può esistere un modello sostenibile per l'attività dei bookblogger? Ho provato a rifletterci. Era da un po' di tempo che riflettevo sulla forma del booksblog e sul rapporto tra blogger e aziende (case editrici, in questo caso). Nei giorni scorsi le [slide dell'intervento](ttp://www.slideshare.net/noemicuffia/librinnovando-noemi-cuffiaok) di Noemi Cuffia a Librinnovando mi hanno offerto lo spunto giusto per scrivere questo post, che vale come un tentativo di sistematizzare alcuni pensieri su cui ho riflettuto negli ultimi mesi. Il titolo dell'intervento è significativo: *Social media e bookblogging: tra passione, professione ed etica*. All'interno si affrontano alcune questioni relative al rapporto tra blogger e aziende in particolare per quanto riguarda la dimensione etica e deontologica dell'attività di blogging. Nella quarta slide viene fornita una definizione di blog letterario, ovvero un blog in cui si trovano prevalentemente "riflessioni sulla letteratura", "recensioni librarie" e "testi narrativi". Senza dubbio è una definizione corretta e utile a individuare elementi comuni in un panorama mutevole e sfuggente come, appunto, quello della blogosfera. Quello che vorrei provare a fare qui, tuttavia, è specificare ulteriormente questa definizione distinguendo tra blog culturali (in cui l'ambito letterario ha un posto di rilievo) e booksblog, indicando con la prima formula quei blog che si interessano di libri inserendosi nell'ambito del dibattito sulla letteratura con una prospettiva [prevalentemente critica](http://www.nazioneindiana.com/2009/12/18/il-discorso-letterario-alla-prova-del-reale/?ref=flaviopintarelli.it)prevalentemente critica. Dove per critica s'intende la frequentazione dei testi nell'ottica di una produzione discorsiva in grado di ampliarne la portata come strumenti di lettura del "reale". (L'articolo di Nicola Lagioia [*Blog, riviste e siti letterari: il dibattito culturale in rete*](http://www.minimaetmoralia.it/wp/blog-riviste-siti-letterari-dibattito-culturale-in-rete/?ref=flaviopintarelli.it)offre una buona panoramica delle realtà appartenenti a questo campo, attive in Italia). Al contrario, con la seconda formula intendo indicare un prodotto editoriale in grado di parlare di libri seguendo una dialettica meno concentrata sulle questioni di carattere critico (nell'accezione presentata sopra) e più concentrata sul libro, sulla lettura e sul rapporto tra il lettore e l'oggetto libro, sperimentando allo stesso tempo estetiche e linguaggi nuovi. [*Finzioni*](http://www.finzionimagazine.it/?ref=flaviopintarelli.it)è senza dubbio il progetto che più si avvicina, nel panorama italiano, a questa visione. Ovviamente non si tratta di due insiemi che si escludono a vicenda. Pertanto qualcuno potrebbe far notare che questa distinzione non abbia senso di esistere. Non credo sia così e proverò a spiegare perché. In uno scambio di mail avuto con [Giulio Passerini](http://twitter.com/giuliopasserini?ref=flaviopintarelli.it) (Ufficio stampa delle Edizioni E/O) emergeva come, attualmente, le case editrici guardino alla blogosfera più dal punto di vista degli uffici stampa che non da quello degli uffici marketing (con significative eccezioni, vedi ad esempio la campagna di lancio italiana del Kobo, che ha visto un ottimo coinvolgimento di blogger e influencer). Un'impostazione decisamente in controtendenza rispetto al altri settori (fashion, food, babycare) che si può spiegare con diverse motivazioni. Una è sicuramente relativa alla scarsità delle risorse che una casa editrice può dedicare al marketing. Tuttavia ritengo anche che una certa prevalenza dei blog culturali che trattano di argomenti letterari (risorse fondamentali per il dibattito culturale) possa operare come un freno allo sviluppo del web writing e del blogging come strumento promozionale nel settore editoriale. Questo perché le finalità e le logiche degli uni e degli altri sono differenti. I blog culturalii nascono come spazi che, attraverso l'analisi dei testi, forniscono spunti per il dibattito culturale, mentre i booksblog nascono (o dovrebbero nascere) come spazi in cui parlare di libri e di lettura in modo più libero e svincolato dalle correnti e dalle mode teoriche dell'accademia. Un esempio a cui guardare potrebbe essere quello rappresentato dal [fashion blogging](http://www.bloggeragency.it/i-blogger/?ref=flaviopintarelli.it), un settore dell'editoria online in cui le pratiche (e anche le estetiche e i linguaggi) si sono già da tempo consolidati in forme riconoscibili che, grazie a uno *storytelling* incentrato sulla persona e sulle sue relazioni con il prodotto, hanno dato vita a una forma promozionale in cui le aziende hanno potuto investire ottenendo risultati interessanti. ### Recensione a Un polpo alla gola di zerocalcare URL: https://flaviopintarelli.it/2012/11/16/recensione-a-un-polpo-alla-gola-di-zerocalcare/ Last updated: 2019-12-20T10:01:27.000Z Se avete tra i 25 e i 40 anni e siete utenti attivi di facebook (ovvero accedete al vostro profilo almeno una volta al mese) ci sono ottime probabilità, almeno nell'ordine del 90%, che abbiate letto una delle tavole di [zerocalcare](http://www.zerocalcare.it/?ref=flaviopintarelli.it). Se non vi è mai capitato ci sono solamente due possibili spiegazioni: 1. o non siete utenti attivi di facebook; 2. oppure dovreste seriamente chiedervi, sulla base del detto biblico "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" opportunamente upgradato alla versione 2.0 "dimmi con chi sei amico su facebook e ti dirò chi sei", che persone orribili siete dato che nessuno dei vostri amici vi ha mai condiviso una tavola di zerocalcare; questo perché il fumettista romano è un narratore tanto straordinario quanto voi che non lo avete letto siete persone orribili. Sulla scia del successo del suo primo libro, [*La profezia dell'armadillo*](http://makkox.it/zerocalcare-la-profezia-dellarmadillo-quinta-ristampa/?ref=flaviopintarelli.it), poco meno di un mese fa è stato pubblicato il volume [*Un polpo alla gola*](http://www.baopublishing.it/view.php?section=comicbooks&id=91&ref=flaviopintarelli.it), la seconda fatica di zerocalcare. Chi si aspettava una versione *reloaded* del primo libro probabilmente è rimasto deluso, chi ha letto soltanto le tavole pubblicate sul blog senza prima passare da *La profezia dell'armadillo* probabile non ci abbia capito un cazzo, con gli altri si può discutere partendo però dalla premessa che *Un polpo alla gola* si presenta come uno sviluppo (quasi) naturale della poetica di zerocalcare. Qui siamo di fronte a una narrazione che, rispetto al primo lavoro, non procede più per scatti, *tableaux* e singoli episodi montati a formare un mosaico in cui si fondono l'immaginario condiviso di una (più di una?) generazione, il vissuto esistenziale e la memoria collettiva. In *Un polpo alla gola* il respiro narrativo si fa più disteso e fluido e all'umorismo delle tavole si sostituisce, in maniera molto più marcata rispetto a quanto avveniva nel primo libro, il peso di una storia ricca di sfumature. Molto del fascino della poetica di zerocalcare sta proprio nella sua capacità di padroneggiare i registri narrativi passando con grande naturalezza dal comico al tragico, aspetto che rende sempre spiazzante muoversi, nella lettura, da un formato all'altro, dalla tavola pubblicata on-line ai libri su supporto cartaceo. Quella che *Un polpo alla gola* racconta è una storia di formazione incentrata sul segreto e sul mistero che il mondo rappresenta agli occhi di un bambino che cresce. Un mondo che ha sempre un doppio fondo in parte banale e in parte straordinario nella sua tragicità. La rappresentazione dell'infanzia e dell'adolescenza di un gruppo di ragazzi romani non fa sconti al cinismo e alla cattiveria di cui ogni persona può essere capace. Anche in questo caso l'autore allestisce uno specchio generazionale in cui non è difficile riconoscersi (e se non ci si riconosce è probabile che si sia in malafede o ci si stia vergognando di qualcosa) e rivivere sensazioni di quel passato che resta sempre con noi e, senza lasciarci mai, fa di noi quello che siamo. Se nel primo libro zerocalcare raccontava, sullo sfondo tragico di una vicenda intima, tic, ansie e manie di quella generazione che qualcuno ha definito "perduta", in questo ultimo lavoro il fumettista si confronta con la densità del tempo e della memoria. Se qualcuno vi dirà che "il primo libro era meglio" o che questo secondo lavoro "non fa mica tanto ridere" il mio consiglio è di non dargli retta e di leggerlo, scoprirete che ciò che fa grande un narratore è la sua capacità di crescere senza perdere ciò che lo rende speciale. Per me zerocalcare ha questa capacità. ### "Frankenstorm: l'uragano Sandy e le sue foto fasulle" su Doppiozero URL: https://flaviopintarelli.it/2012/11/05/uragano-sandy-foto-false/ Last updated: 2018-11-29T09:59:05.000Z Cosa ci raccontano le foto fake dell'uragano Sandy? La produzione di immagini è una caratteristica della nosrtra cultura che all'elemento visivo attribuisce un ruolo di primo piano nella costruzione della nostra percezione del reale. Le numeroso foto fasulle create e distribuite online in occasione dell'uragano Sandy ci aiutano a capire come si struttura il nostro rapporto con questi elementi, in una dialettica tra bisogni attesi e bisogni a cui la produzione di immagine dà soddisfazione. > Si è così aperta una zona di eccezione dove il tempo è uscito dai suoi cardini e in cui eventi bizzarri e inaspettati possono verificarsi. Un classico della cultura popolare americana, Il mago di Oz, racconta proprio di un evento catastrofico (un tornado) che apre una zona di eccezione in cui tutto può accadere. L'immagine dunque si inserisce all'interno dell'immaginario dello spettatore confermando questa configurazione culturale: l'evento catastrofico come evento che apre all'eccezionalità. Rispondendo a questa aspettativa l'immagine acquisisce potenza e diventa virale. [Continua a leggere "Frankenstorm: l'uragano Sandy e le sue foto fasulle" su Doppiozero](https://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/frankenstorm-luragano-sandy-e-le-sue-foto-fasulle%20target=?ref=flaviopintarelli.it) ### Edgerank: come funziona e quali conseguenze produce URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/29/edgerank-come-funziona-e-quali-conseguenze-produce/ Last updated: 2018-11-29T10:01:45.000Z Un'analisi del funzionamento di *Edgerank* l'algoritmo che regola la visibilità dei post sul newsfeed di Facebook. ## Lo scenario Intorno alla metà di settembre Facebook ha effettuato un **importante cambiamento** a [Edgerank](http://it.wikipedia.org/wiki/Edgerank?ref=flaviopintarelli.it) ovvero all'algoritmo utilizzato per generare il *newsfeed* di ogni utente, determinando la visibilità dei post prodotti dagli utenti e dalle pagine a cui siamo collegati. Ufficialmente la modifica è stata introdotta per migliorare l'esperienza di ogni utente selezionando e riducendo il numero di contenuti mostrati nel *newsfeed*. Tuttavia si può ipotizzare che, viste le difficoltà riscontrate dall'azienda di Palo Alto al momento della sua quotazione in borsa, Facebook abbia deciso di operare questa modifica per **incentivare l'utilizzo degli strumenti di promozione a pagamento** da parte dei brand e delle imprese imprese che stanno facendo marketing sulla piattaforma. In maggio General Motors [aveva annunciato](http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304192704577406394017764460.html?ref=flaviopintarelli.it) che, a fronte degli scarsi risultati ottenuti con gli strumenti promozionali forniti da Facebook, avrebbe tagliato considerevolmente il budget dedicato all'advertising sulla piattaforma per riallocarli nella **produzione di contenuti originali**. Alla luce di questa notizia la modifica a EdgeRank può essere letta nel senso che abbiamo indicato poc'anzi. Questo perché in seguito alla modifica si è drasticamente ridotta la portata dei post pubblicati attraverso le pagine Facebook che ora si stima possa raggiungere all'incirca il **15% dei fan collegati**. Per correggere questo dato è necessario lavorare con gli strumenti pubblicitari a pagamento messi a disposizione da Facebook. Come si deve comportare chi non possiede risorse sufficienti (materiali e immateriali) per promuovere i propri contenuti? In particolare come devono muoversi blog e riviste on-line e quali sono i rischi che si corrono? ## Come funziona EdgeRank Innanzitutto è necessario domandarsi in base a quali parametri funziona Edgerank (per farlo farò riferimento a un articolo pubblicato su Social Media Sun, intitolato [Facebook EdgeRank Explained: How it Works, and How to Beat It](http://socialmediasun.com/facebook-edgerank-explained/?ref=flaviopintarelli.it). Questi sono stati resi pubblici nel 2010 durante la F8 conference e sono tre in particolare: - **Affinità**: questo parametro misura quanto un utente è collegato ad un altro utente. Quanto più io intraprenderò un set ampio di interazioni sociali con un utente o con una pagina, tanto più i contenuti di quella pagina e di quell'utente verranno visualizzati sul mio *newsfeed*, in quanto si stabilisce che l'affinità di interessi viene misurata attraverso il **conteggio delle azioni e delle interazione sociali** che noi esercitiamo. - **Importanza dell'Edge**: con questo parametro vengono "pesate" le diverse azioni e interazioni sociali che la piattaforma ci consente di operare. Recentemente, infatti, anche questo set di comportamenti è stato reso visibile (spesso visualizziamo post che dicono "l'amico xy ha commentato questo" o "ha cliccato mi piace su questo elemento") all'interno dei *newsfeed*. Ovviamente **azioni diverse hanno un peso differente** nel determinare l'importanza dell'Edge: un commento è più importante di un semplice "like", una condivisione più di una visualizzazione e così via. - **Tempo di decadimento**: con questo parametro di misura il **fattore temporale**. Più un post è distante nel tempo minori sono le possibilità che questo venga visualizzato all'interno del nostro *newsfeed*. Ecco quindi che dall'analisi di questi tre parametri possiamo cominciare a capire in che modo lavorare per aumentare il valore della nostra pagina e migliorarne la portata. Innanzitutto è necessario ragionare sulla capacità dei singoli post di produrre interazione (*engagement*) con gli utenti collegati alla pagina; in secondo luogo è necessario lavorare con sempre maggiore attenzione sulle *call to action* e sui fattori che possono favorire le interazioni e le azioni sociali; infine vanno individuati i momenti migliori della giornata in cui produrre i post, lavorando molto sul *timing* e sulla programmazione. Di fatto non è nulla di particolarmente nuovo, ma il cambiamento delle condizioni ambientali rende molto più difficile ottenere risultati soddisfacenti ed efficaci. ## Blog e riviste: conseguenze e accorgimenti Come si deve comportare un blog o una rivista on-line interessata a promuovere i propri contenuti su Facebook senza disporre di risorse per attivare gli strumenti promozionali a pagamento? Le considerazioni che seguono sono il risultato del lavoro svolto per alcuni progetti che seguo, in particolare per le pagine Facebook di [Digicult](https://www.facebook.com/pages/Digicult/395885952192?fref=ts) e [Fútbologia](https://www.facebook.com/pages/F%C3%BAtbologia/148507365282977). Sappiamo che il 2012 ha visto un forte aumento dell'[importanza dei contenuti visivi](http://elpinta.wordpress.com/2012/08/29/visual-social-media/?ref=flaviopintarelli.it) che si sono dimostrati i contenuti verso cui gli utenti dei social network hanno avuto i maggiori stimoli a interagire. Ecco che una prima soluzione è stata quella di concentrarsi su immagini e fotografie per cercare di ottenere una maggiore interazione e, conseguentemente, di attivare quei **meccanismi virali** essenziali per aumentare portata e visibilità dei contenuti. Questo mi ha portato anche a modificare il modo in cui venivano postati i contenuti, specialmente i link esterni che portavano agli articoli pubblicati sulle due piattaforme. Invece che caricare soltanto l'anteprima ho provato a caricare una fotografia significativa rispetto al contenuto del post inserendo il link nella casella di testo, prima della *headline* di presentazione. In questo modo si ottengono azioni sociali significative (like, commenti, condivisioni, ecc.) ma il rischio è quello che il contenuto davvero importante (il link ipertestuale) passi in secondo piano. Attualmente **non ho riscontrato diminuzioni significative nei volumi di traffico** provenienti da Facebook, ma il rischio è reale e va tenuto in conto. Oltre a questo semplice accorgimento quello che emerge con sempre maggiore insistenza è il ruolo che i **collaboratori della testata** svolgono nel definire una strategia di presenza su Facebook. Se questa infatti perde terreno per quanto riguarda la visibilità ottenuta grazie alla propria fan page, i collaboratori diventano essenziali per poter diffondere i contenuti. Ogni collaboratore deve pertanto diventare un nodo importante nella rete di relazioni sviluppata dalla testata e farsi portavoce dei propri contenuti e di quelli dei suoi colleghi. Questo significa che l'alfabetizzazione all'uso delle reti sociali e agli ambienti digitali deve essere considerata una priorità a cui dare ampio spazio. In questo contesto tutte le strategie di **comprensione, individuazione e valorizzazione della *influence*** diventano centrali per permettere di veicolare con efficacia i propri contenuti. ## Conclusione: esperienza utente Dal punto di vista dell'esperienza utente le modifiche all'EdgeRank possono da una parte aiutare a far fronte al costante [sovraccarico Informativo](http://www.arturorobertazzi.it/2012/10/15/laffanno-dello-scrittore-tra-consapevolezza-digitale-e-sovraccarico-informativo/?ref=flaviopintarelli.it), ma dall'altra parte possono impoverire l'esperienza di navigazione in quanto impediscono la visualizzazione di certi contenuti verso cui potrei avere interesse ma con cui non necessariamente sarei portato a interagire. In mancanza di strumenti semplici per tassonomizzare il proprio flusso di informazione Facebook potrebbe pagare dazio nei confronti di servizi con sistemi di filtraggio delle informazioni più avanzati, come il sistema delle cerchie di Google+, che permette di customizzare la frequenza degli aggiornamenti di ogni singolo stream. Voi quali strategie avete adottato per rispondere a questa situazione? ### Privato o pubblico: fisionomia delle relazioni sui social network URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/22/fisionomia-delle-relazioni-sui-social-network/ Last updated: 2018-11-29T10:04:58.000Z Con la diffusione dei social network si è assistito a un progressivo spostamento delle nostre **relazioni sociali** dalla dimensione reale a quella virtuale della nostra esperienza, che sono andate legandosi in maniera sempre più stretta. Le tassonomie introdotte per organizzare queste nostre relazioni hanno contribuito a disegnare complessi grafi sociali e determinato cambiamenti nel modo di concepire la nostra identità in rapporto agli altri... Si è molto dibattuto sul carattere **pubblico o privato** della nostra presenza nelle piattaforme social e non è facile arrivare a una definizione netta perché ogni servizio a cui accettiamo di aderire presenta differenti modalità di [organizzazione delle nostre relazioni](http://jumpinshark.blogspot.it/2012/10/2567-amici-su-facebook-le-relazioni-nei.html?ref=flaviopintarelli.it). Queste possono essere basate su un rapporto di reciprocità oppure di asimmetria presentando diverse gradazioni di vicinanza e lontananza. Una caratteristica distintiva di questo genere di relazioni è che i servizi social ci permettono di controllare con una certa precisione la visibilità di ogni nostra azione sociale. È soprattutto per questo motivo che non è facile stabilire con precisione assoluta se il nostro profilo su Facebook o su Google Plus sia del tutto pubblico o privato, in quanto siamo noi utenti a **controllare e decidere** quanto può divenire pubblico e quanto può restare privato (quanto questa operazione sia poi facilitata o ostacolata dall'infrastruttura è un discorso a parte). In quest'universo dove i confini fra pubblico e privato si fanno labili e mobili gli equivoci (anche spiacevoli) sono all'ordine del giorno. Per questo motivo le organizzazioni attente a controllare la propria presenza virtuale si impegnano nel redarre delle **norme di utilizzo** (*policy*) ad uso e consumo dei propri membri. La vicenda dell'alterco che ha visto opporsi, su Twitter, il giornalista freelance del *New York Times* Andrew Goldman e la scrittrice Jennifer Weiner mi pare assai interessante per accompagnare questo discorso. Quello che mi interessa è, in particolare, il modo in cui la redazione del giornale ha gestito [vicenda](http://publiceditor.blogs.nytimes.com/2012/10/10/a-twitter-outburst-and-another-chance-for-andrew-goldman/?ref=flaviopintarelli.it) dal punto di vista della *policy* sull'uso dei social network. Infatti, in un [memo interno](http://publiceditor.blogs.nytimes.com/2012/10/17/after-an-outburst-on-twitter-the-times-reinforces-its-social-media-guidelines/?smid=fb-share&fb%5Fsource=message&ref=flaviopintarelli.it) alla redazione, l'*associate* *managing editor for standars* Philip B. Corbett ha ricordato come i giornalisti del *Times*, anche quelli freelance, siano tenuti a mantenere un **contegno esemplare** sui social network in quanto si tratta di piattaforme pubbliche in cui i lettori sono portati ad associare l'attività del giornalista a quella della testata. Il passaggio in questione è questo: > First, we should always treat Twitter, Facebook and other social media platforms as public activities. Regardless of your privacy controls or the size of your follower list, anything you post online can easily be shared with a wider audience. And second, you are a Times journalist, and your online behavior should be appropriate for a Times journalist. Readers will inevitably associate anything you post on social media with The Times. Si può discutere molto a lungo se questo tipo di impostazione sia più o meno corretta, ma quello che certamente non si può non riconoscerle è l'evidente contributo in direzione della creazione di uno **spazio deontologicamente corretto** all'interno degli ecosistemi social, oltre che un elevato livello di comprensione delle dinamiche sociali in atto. Mi piacerebbe confrontare ora questa vicenda con alcune delle reazioni che sono seguite alla [*querelle*](http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-28/carofiglio-contro-ostuni-ovvero-192911.shtml?uuid=AblDAGlG&ref=flaviopintarelli.it) tra l'editor Vincenzo Ostuni e lo scrittore Gianrico Carofiglio, che ha infiammato il panorama letterario italiano per diversi giorni tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre. In un [post](http://www.doppiozero.com/rubriche/13/201209/chi-giudica-il-giudice?ref=flaviopintarelli.it) vergato in difesa di Ostuni su Doppiozero, il noto critico letterario Andrea Cortellessa inquadra la vicenda con queste parole: > Ha cominciato proprio Ostuni, che su un suo status di facebook (ordigno che ben potrebbe essere opera di Alcina) se n’è uscito con una frase scomposta nonché, forse, deontologicamente inopportuna. Di certo non il massimo dell’eleganza. Di quelle che sbottano gli amici, un po’ alticci, dopo una serata da tregenda. Di fatto scritta in modalità “privata”, riservata appunto agli “amici” facebookari. Fra i quali qualche marpionissimo *lurker* ha pensato bene di segnalarla alle pagine d’un giornalone. Cortellessa si riferisce a Facebook come a uno strumento privato, riservato agli "amici", ovvero alle relazioni create all'interno di quella piattaforma. Come può verificare chiunque cercando il [profilo](https://www.facebook.com/vincenzo.ostuni70) di Vincenzo Ostuni sul motore di ricerca interno di Facebook, questi ha circa 1.300 amici e mantiene attiva l'opzione che consente di abbonarsi al feed dei suoi aggiornamenti, inoltre molti dei suoi aggiornamenti sono pubblicati in modalità "pubblica" (come si può evincere dall'icona che raffigura una sfera accanto alla data). Un uso, questo, che difficilmente può essere definito "privato". Ora io non so se davvero lo status incriminato di Ostuni fosse stato pubblicato in forma pubblica, perciò visibile a tutti e non solo agli "amici facebookari", oppure in una forma ristretta; quello che mi interessa è rilevare come vi sia una differenza tra il modo con cui il New York Times ha gestito una vicenda molto simile (ma con risvolti meno pesanti) a quella occorsa tra Ostuni e Carofiglio e il modo con cui questa è stata accolta da alcuni commentatori in Italia, Cortellessa in primis. Laddove il giornale americano riconosce che i social network, in tutte le loro forme e modalità d'utilizzo, contribuiscono a **creare l'immagine pubblica di un soggetto** (sia esso o meno una persona fisica), Cortellessa e alcuni dei partecipanti al commentario del post sono costretti a destreggiarsi su un terreno scivoloso, dimostrare il carattere privato di Facebook, per sostenere la propria argomentazione. Insomma credo sia necessario riflettere con più attenzione sul tipo di relazioni sociali che costruiamo sui social network per capire come questi strumenti influenzino il modo in cui i soggetti che li utilizzano costruiscono la propria immagine. Questo non soltanto perché i social network stanno diventando sempre di più l'ecosistema in cui noi presentiamo noi stessi e il nostro [saper fare](http://blog.tagliaerbe.com/2012/10/google-authorship-author-rank.html?ref=flaviopintarelli.it) agli altri ma soprattutto perché siamo noi, con le nostre azioni, a costruire, plasmare e determinare l'aspetto di questo ecosistema. Gli spazi resi disponibili sulla rete sono perciò assimilabili a beni comuni della conoscenza di cui dobbiamo farci carico contribuendo, per quanto ci è possibile, a utilizzarli in maniera costruttiva opponendoci alle strettoie a cui le infrastrutture ci costringono come, ad esempio, la riduzione del tempo di elaborazione del pensiero determinata dai meccanismi di stimolo senso-motorio che costituiscono uno degli aspetti fondamentali del funzionamento dei social network. Essere coscienti del modo in cui questi meccanismi mettono in forma la nostra esperienza del mondo determinando, di riflesso, l'immagine che ci costruiamo significa anche prendere coscienza di come gli ambienti digitali siano diventati sempre di più [spazi di conflitto](http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/5760?ref=flaviopintarelli.it) in cui possiamo dare un nostro contributo concreto. Per poterlo fare servono controllo e consapevolezza. ### Dal volontariato all'impresa culturale: gestire e organizzare la transizione URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/17/volontariato-impresa-culturale/ Last updated: 2018-11-29T10:08:10.000Z Una riflessione su come gestire la transizione dal volontariato alla logica di impresa nell'economia della cultura. In un [post](http://elpinta.wordpress.com/2012/09/24/chefare-ovvero-la-mia-vita-da-influencer/?ref=flaviopintarelli.it) di qualche tempo fa avevo parlato del mio coinvolgimento come *influencer* nella comunicazione di [cheFare](http://www.che-fare.com/?ref=flaviopintarelli.it), un premio per la cultura che mette in palio 100.000 per il miglior progetto di cultura e innovazione sociale. Al di là del premio messo in palio, ciò che colpisce di questa iniziativa sono i principi su cui è stata costruita, che dimostrano come il progetto abbia saputo interpretare i **cambiamenti** determinati nella società dall'avvento della cultura digitale. Il riferimento all'open source e alla filosofia *peer to peer*, l'attenzione posta sulla capacità dei singoli progetti di fare rete e di raccontarsi con strumenti innovativi, l'accento posto sulla dimensione comunitaria e partecipativa dell'agire culturale e l'attenzione alla scalabilità sono tutti aspetti di grande innovazione che fanno di cheFare anche l'occasione per provare a mappare un universo, quello delle imprese culturali a vocazione sociale, che ancora rimane piuttosto sconosciuto. Confrontarmi con questo progetto mi ha dato occasione per riflettere sulle **dinamiche culturali** che stanno attraversando la mia città, Bolzano, in questi ultimi mesi. Un primo spunto ho provato ad articolarlo su [Franz](http://franzmagazine.com/2012/10/02/chefare-nuove-strade-per-finanziare-la-cultura-e-linnovazione-sociale/?ref=flaviopintarelli.it) e oggi vorrei riprendere il filo di quelle riflessioni. Durante l'estate nel capoluogo altoatesino si è assistito a un lungo e intenso dibattito sul sistema di finanziamento della cultura. Il modello invalso per l'attività culturale a partire dagli anni '80 sul territorio bolzanino è stato quello dell'**associazionismo diffuso**, ovvero un modello basato essenzialmente sul volontariato finanziato ampiamente dalla pubblica amministrazione con un modello di contributi "a pioggia". Si tratta di un modello estremamente democratico che premiava la partecipazione ma che aveva come effetto collaterale quello di creare tante piccole realtà fin troppo legate alla pubblica amministrazione, poco dialoganti tra loro e spesso in lotta per accaparrarsi il canonico "posto al sole". Inoltre il concetto di associazionismo diffuso e di cultura come risultato di un lavoro essenzialmente volontario hanno reso difficoltosa la creazione di un sistema sostenibile di professioni culturali e creative. Questo fino a qualche anno fa. Oggi come oggi lo scenario è cambiato complice la crisi economica e l'avvento di nuovi modelli per la gestione dell'attività culturale. Quello dell'**impresa culturale e creativa** organizzata in forme che vanno dalla classica società al coworking, passando per le diverse forme di cooperazione, è un modello che mira a coniugare l'iniziativa privata con le esigenze del pubblico. A fronte della graduale esternalizzazione dei servizi effettuata in risposta ai consistenti tagli nel bilancio, le pubbliche amministrazioni si sono trovate sempre di più di fronte alla necessità di confrontarsi con soggetti privati in grado di fornire prestazioni professionali, in un'ottica rivolta al mercato. Prestazioni che il modello dell'associazionismo diffuso non poteva soddisfare al 100%. Preso atto di questo, va detto che l'amministrazione bolzanina non ha gestito questa **transizione** con la dovuta cautela e la necessaria trasparenza. Da qui l'aspro dibattito che ha infiammato le cronache cittadine e assunto spesso i toni aspri dello scontro (a volte anche dello scontro politico). La domanda che ci si deve porre è se modelli di gestione dell'attività culturale come quello proposto da cheFare possano essere utili a gestire transizioni come quelle che sono emerse nel caso bolzanino. A mio avviso la strada indicata è senza dubbio molto interessante e potrebbe costituire un momento di riflessione assai utile per le pubbliche amministrazioni. Piattaforme digitali di questo tipo, quando sono sviluppate a partire da una profonda comprensione delle dinamiche culturali in atto, garantiscono prima di tutto una grande trasparenza dei processi. In secondo luogo premiano, come detto in precedenza, la **capacità di fare rete**. Questo non significa, come spesso, mi viene fatto notare, che vince solo e sempre "chi ha più amici". Questa condizione premia soprattutto quei soggetti in grado di gestire con accuratezza la propria narrazione e le proprie relazioni sociali. Fare cultura, sia in forma imprenditoriale che volontaria, significa lavorare sull'aspetto relazionale, creare connessioni tra soggetti diversi, coinvolgere il territorio, raccontarsi con efficacia. *I profondi cambiamenti che stiamo vivendo in questi anni impongono sfide ambiziose per provare a ripensare i modelli consolidati, secondo voi quali potrebbero essere altri principi utili a gestire questa transizione?* ### Sono maturi i tempi per una rinascita del librogame? URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/10/rinascita-librogame/ Last updated: 2018-11-29T10:09:50.000Z Chi come me è stato bambino o adolescente tra la metà degli anni '80 e la metà degli anni '90 probabilmente si ricorderà con una certa nostalgia del fenomeno del [**librogame**](http://it.wikipedia.org/wiki/Librogame?ref=flaviopintarelli.it) ovvero una forma di narrativa interattiva i cui primi sviluppi risalgono agli anni '50 e che raggiunge la piena maturità artistica e commerciale a partire dagli anni '80, per poi declinare verso la metà degli anni '90 parallelamente allo sviluppo dell'intrattenimento videoludico di nuova generazione. Tecnicamente si possono distinguere tre tipi principali di libro-gioco: - **racconti a bivi**: ovvero racconti in cui sono predisposte differenti linee narrative che il lettore può esplorare liberamente muovendosi di pagina in pagina. Si trattava di prodotti pensati inizialmente per un pubblico di bambini o con scopi di carattere educativo, ma in seguito ne vennero realizzati anche alcuni con tematiche adulte. - **moduli di avventura in solitario per giochi di ruolo**: ovvero moduli di avventura sviluppati a partire dalle meccaniche di gioco dei alcuni famosi giochi di ruolo come *Dungeons & Dragons* e *Tunnels & Trolls* che potevano essere giocati da un singolo giocatore. - **librogame di avventura**: si tratta essenzialmente di romanzi a bivi corredati da un *set* di regole predisposto per sviluppare delle meccaniche di gioco. Pioniere del genere in Italia fu la casa editrice [E. Elle](http://www.edizioniel.com/?ref=flaviopintarelli.it) che, a partire dal 1985 pubblicò la collana *librogame* diretta allora dal professor [**Giulio Lughi**](http://www.personalweb.unito.it/giulio.lughi/?ref=flaviopintarelli.it), oggi docente di editoria multimediale e cultura dei nuovi media all'Università degli Studi di Torino. La collana contava ben 185 volumi divisi in 34 serie diverse tra cui la famosa serie delle avventure di *Lupo Solitario* e altre che spaziavano dal fantasy all'horror, passando per il giallo, il thriller e il genere storico. In [un'intervista](http://www.librogame.altervista.org/articoli/lughi.htm?ref=flaviopintarelli.it) di qualche anno fa, Lughi legge il successo del libro-gioco alla luce del legame tra la dimensione narrativa e quella interattiva che questo progetto era in grado di esprimere. Rispetto all'interattività dei videogiochi dell'epoca, basata sui riflessi e la capacità di reagire agli stimoli ottico-sonori, i libri-gioco proponevano un'esperienza diversa, dove l'aspetto narrativo e quello ludico-interattivo si bilanciavano a vicenda, rendendo il gioco più legato al racconto e viceversa. Una formula che si dimostrò senza dubbio vincente, proponendo un intrattenimento d'avventura appagante dal punto di vista dell'**esperienza di gioco** e confezionato in una forma "colta" (il libro) che lo rese ben visto agli adulti, solitamente poco inclini a investire il gioco (e il videogioco in particolare) di un valore positivo. Sfortunatamente, lo sviluppo degli aspetti narrativi del videogioco (Lughi vede nell'uscita di *Prince of Persia* il punto di non ritorno) hanno reso la vita del *librogame* via via più difficile, fino ad azzerarne completamente il mercato decretandone la morte commerciale. È possibile oggi, in un periodo di forte sviluppo dell'editoria digitale ipotizzare e sperimentare una rinascita del libro-gioco? Proviamo a riflettere su questa domanda a partire dalla considerazione che la forma ludico-narrativa di cui stiamo parlando ha forti legami con il concetto di **ipertesto**, ovvero di un testo dotato di "aperture" che scardinano la classica lettura sequenziale per favorire una lettura "a salti", discontinua e frammentata, dove ogni parola (o pagina) può essere progettata come un portale che apre al lettore una strada da seguire, lasciando a questi il compito di crearsi la propria narrazione. Il libro-gioco tradizionale, coi suoi bivi, era già un ipertesto a cui si sovrapponeva una meccanica di gioco che poteva interrompere in qualsiasi momento l'avventura-lettura, obbligando il giocatore-lettore a ricominciare il gioco-racconto. Lo sviluppo dell'**editoria digitale** e dell'ebook come nuovo supporto del testo aprono al designer di libri-gioco nuovi orizzonti, grazie alla possibilità di implementare nel testo elettronico, che è per antonomasia non sequenziale, una rete di *hyperlink* che lo rendono completamente navigabile. In un [articolo](http://www.erix.it/ebook/ebook-puzzles/ebook-puzzles-it.html?ref=flaviopintarelli.it) molto approfondito sull'argomento, [Enrico Colombini](http://www.erix.it/?ref=flaviopintarelli.it), autore dell'ebook game [*Locusta temporis*](http://www.quintadicopertina.com/index.php?option=com%5Fcontent&view=article&catid=38%3Alocusta-temporis&id=61%3Alocusta-temporis&Itemid=63&ref=flaviopintarelli.it), mostra come l'ebook consenta di realizzare puzzle e diramazioni narrative molto più complesse di quelle che erano possibili nei tradizionali libri-gioco cartecei e in grado di avvicinarsi molto alla libertà narrativa offerta dai giochi di ruolo. Inoltre, lo sviluppo e la diffusione dei dispositivi tablet sta facendo emergere un nuovo genere di ebook, l'enhanced book, un tipo di ebook in cui possono convergere elementi multimediali come file audio o video. Per i designer di ebook game questa è senza dubbio una grande possibilità di rinnovare il genere potendo includere elementi fino ad oggi appannaggio esclusivo dell'intrattenimento videoludico e dando vita a forme di narrazion sincretiche in grado di sfruttare un numero davvero molto ampio di sostanze espressive. Infine un altro trend molto recente in cui si potrebbe inserire una rinascita del libro-gioco è quello della \[letteratura seriale digitale\]([http://jumpinshark.blogspot.it/2012/09/feuilleton-tra-letteratura-digitale-e.html](http://jumpinshark.blogspot.it/2012/09/feuilleton-tra-letteratura-digitale-e.html?ref=flaviopintarelli.it)" target="\_blank). Fin dalla sua comparsa il *librogame* è stato pensato come un prodotto seriale, destinato a ripetersi nel tempo secondo meccanismi che privilegiavano, di volta in volta, la ripetizione di un personaggio (*Lupo Solitario*), di un'ambientazione (*Misteri d'Oriente*) o di un sistema di gioco (*Faccia a Faccia*). Sarebbero così possibili anche forme innovative di pagamento, dagli abbonamenti ai micropagamenti che permettono di sbloccare la storia o determinati contenuti narrativi (contenuti premium), e formule di *gamification* per premiare gli utenti, arricchendo così l'esperienza di gioco-lettura. L'ultima considerazione andrebbe fatta a proposito del mercato potenziale di prodotti realizzati sulla base di riflessioni simili a queste. Oggi come oggi, infatti, gli ebook game non si rivolgerebbero soltanto a un pubblico di bambini e adolescenti in cerca di storie avventurose, ma anche a un pubblico di trenta-quarantenni tecnologicamente alfabetizzati su cui si potrebbe fare leva grazie all'elemento nostalgia, riproponendo personaggi e serie apprezzate e conosciute durante il periodo d'oro del *librogame*. Resta da vedere se ci saranno editori sufficientemente coraggiosi da provare a investire in questo campo. ### Prospettive per il mercato editoriale dopo l'accordo tra Google e l'AAP URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/08/prospettive-per-il-mercato-editoriale-dopo-laccordo-tra-google-e-laap/ Last updated: 2018-11-29T10:14:13.000Z Sette anni, tanto è durato il [**contenzioso**](http://www.nytimes.com/2012/10/05/technology/google-and-publishers-settle-over-digital-books.html?ref=flaviopintarelli.it) che ha opposto Google all'*Association of American Publishers*, che raccoglieva sotto la sua egida McGraw Hill Companies, Pearson Education, gruppo Penguin, John Willey & Sons, Simon & Schuster. L'accordo riguarda la possibilità per Google di digitalizzare e rendere disponibili on line, nell'ambito del progetto [contenzioso](http://books.google.it/?ref=flaviopintarelli.it) Google Books, i libri pubblicati dai summenzionati editori e ormai finiti fuori catalogo. L'accordo prevede che soltanto il 20% di questi libri verrà reso disponibile gratuitamente sulla piattaforma, che le copie digitalizzate saranno acquistabili tramite Google Play e che una percentuale dei proventi verrà distribuita agli editori. Inoltre le copie digitalizzate da Google verranno messe a disposizione degli editori che potranno venderle direttamente sui loro siti. Nelle sue linee guida l'accordo [**non è molto diverso**](http://gigaom.com/2012/10/05/a-google-book-deal-is-good-for-everyone-except-maybe-amazon/?ref=flaviopintarelli.it) da quello presentato inizialmente sette anni fa dal colosso americano della ricerca (l'unico dato non verificabile è relativo agli aspetti finanziari dell'accordo, che le parti hanno deciso di non rivelare). Viene allora da chiedersi che cosa sia cambiato in questo lasso di tempo? Dal punto di vista di Google ben poco, se non che l'azienda di Mountain View ha potuto approfondire i propri modelli di pagamento dei contenuti editoriali che sempre di più vanno verso [**l'introduzione di micropagamenti**](http://www.stilografico.com/2012/10/03/google-svela-i-suoi-micropagamenti-rivoluzioneranno-il-giornalismo-online/?ref=flaviopintarelli.it) per singoli contenuti che è possibile valutare/visualizzare prima di acquistare. Un percorso coerente con lo sviluppo delle attività di Google e con i cambiamenti che hanno attraversato la rete negli ultimi anni. Dal punto di vista degli editori è invece cambiato moltissimo. L'editoria elettronica e il digitale hanno acquistato un peso sempre maggiore, creandosi un proprio mercato ben delineato. Inoltre si sono approfonditi i modelli di business nati per e con la rete, in particolare quello della [**long tail**](http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html?ref=flaviopintarelli.it) e quello degli ecosistemi. Il primo ha dimostrato come le piattaforme digitali di vendita possano scardinare i tradizionali cicli di prodotto a partire dall'analisi dei grafi sociali degli utenti, mentre i secondi hanno mostrato come la vera battaglia da vincere è quella di creare intorno ai *device* un contesto fatto di prodotti e di servizi. Quest'ultimo aspetto è ovviamente quello intorno a cui sorgono i problemi maggiori, in particolare quelli relativi all'interoperabilità (traduzione) tra un ecosistema e l'altro. In questo momento, coi grandi *player* del settore in lotta per determinare la fisionomia del mercato a venire, la questione della recinzione delle informazioni e della conoscenza è quanto mai scottante. Fondamentale sarà l'opera di alfabetizzazione della nuova utenza rispetto ai temi del libero accesso (con particolare attenzione al ruolo delle biblioteche) e dell'interoperabilità. Quel che è certo è che l'accordo firmato pochi giorni fa rappresenta un momento importante nell'ambito dell'editoria digitale come punto di emersione delle tendenze che stanno disegnando il mercato attuale e che ne determineranno la forma negli anni a venire. ### E il nafragar m'è dolce in questo Twitter URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/06/post-post/ Last updated: 2018-11-29T10:16:57.000Z Ieri sera sono tornato a casa tardi, avevo bevuto qualche birra di troppo e come spesso capita in queste situazioni mi sono trovato di fronte al portone di casa a cercare le chiavi per poter entrare. Cerca che ti ricerca nelle tasche non c'erano e non c'erano neanche nel marsupio. Per cui alla fine mi sono risolto a cercarle nel mio twitter. E le ho trovate! Che strumento straordinario questo twitter! Ci metto dentro di tutto e sembra che lo spazio non finisca mai, certo che poi ritrovare la roba è un po' un casino ma vuoi mettere la comodità di avere sempre tutto a disposizione in una nuvola? E mica ci stanno solo le chiavi eh! Ci sta di tutto perché, diamine, ci hanno spiegato che il digitale è [magico](http://www.youtube.com/watch?v=iaHea7pD-ro&list=FL0gbA%5FqRG-PJ%5FRAeb0qSSRA&index=2&feature=plpp%5Fvideo&ref=flaviopintarelli.it): per ogni euro che ci metti te ne ritornano due e il PIL s'impenna che è una bellezza. Ci stanno anche paure e speranze, ce l'ha spiegato \[ieri su Repubblica\](" target="\_blank) Corrado Zunino. Paure e speranze che viaggiano veloci nei twitter da un corteo all'altro. Perché paure e speranze, se sei uno dei nuovi arrabbiati (che poi dovrebbero spiegarmi come funzionano questi cicli di rinnovo della rabbia, perché a me pare che ogni anno ci siano degli arrabbiati nuovi e mi viene il dubbio che possano essere gli stessi), mica te le porti in piazza, sai mai che si rovinino e poi a casa babbo chi lo sente? In piazza ci si va con le magliette contro le guardie e con quelle dello stadio, perché "se c'è da fare casino gli ultras non mancano mai" e poi, siamo onesti, con questo sole ottobrino chi è che ha voglia di stare in classe? Tanto i contenuti, le motivazioni e le analisi le abbiamo messe sui nostri twitter. ### I limiti del linguaggio e i limiti del mondo URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/05/i-limiti-del-linguaggio-e-i-limiti-del-mondo/ Last updated: 2018-11-29T10:18:49.000Z Una celebre frase del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein dice che "i *limiti del mio linguaggio* significano i limiti del mio mondo". Ciò significa più o meno che quanto possiamo conoscere del mondo è racchiuso nel nostro linguaggio, ovvero nella nostra capacità di padroneggiare più o meno approfonditamente quei sistemi di segni che ci permettono di comunicare. Spostando in avanti il discorso possiamo anche affermare che è il linguaggio che fa esistere il nostro mondo. Quindi nominare una cosa equivale a crearla e conferire ad essa una specifica esistenza e infatti, come dice Bart Simpson, una rosa non avrà un buon profumo, se la chiamiamo "puzzocaccola". Verrebbe da pensare che chi si occupa di informazione abbia una certa familiarità con questo tipo di riflessioni, proprio perché il mestiere del cronista consiste nell'usare le parole per dare forma e sostanza a quanto accade nel mondo. Eppure a volte, leggendo i quotidiani e i principali siti di informazione, viene piuttosto da pensare il contrario. La scelta delle parole giuste non è solo un fatto che attiene alla sintassi o alla grammatica ma è anche un fatto che (dovrebbe) avere a che fare con l'etica e la correttezza professionale di chi per mestiere ha deciso di farsi carico della responsabilità di raccontare il mondo. Non si pretende che tutti possano conoscere ogni parola e le rispettive sfumature di significato, ma per fortuna la cultura enciclopedica che ha caratterizzato lo sviluppo della società occidentale in un certo periodo della sua storia ci ha messo a disposizione strumenti chiamati dizionari, in grado di sopperire alle nostre mancanze. Ecco è proprio da un dizionario, il Sabatini-Coletti - messo a disposizione dal sito del Corriere della Sera - che ricavo questa [definizione](http://dizionari.corriere.it/dizionario%5Fitaliano/S/scontro.shtml?ref=flaviopintarelli.it) del vocabolo *scontro*: contrapposizione armata di eserciti, di gruppi o di persone. Armata significa che entrambe le parti sono dotate di armi, vocabolo per il quale il suddetto dizionario mi restituisce la seguente definizione: qualsiasi oggetto predisposto per ferire o per uccidere. Ecco perciò che mi domando come sia possibile che un giornalista professionista (do per scontato che chi scrive per un quotidiano nazionale sia un professionista, che sia pagato o meno) possa definire **scontri** i fatti ritratti in immagini come quelle che si vedono [qui](http://www.huffingtonpost.it/2012/10/05/studenti-in-corteo-controausterity%5Fn%5F1941721.html?utm%5Fhp%5Fref=italy&ref=flaviopintarelli.it#slide=1605572) e [qui](http://video.repubblica.it/edizione/torino/torino-studenti-in-piazza-le-cariche-della-polizia/106921?video=&ref=HRER3-1 "Repubblica"). Per chi non avesse voglia di aprire i link specifico che mi sto riferendo alle foto delle cariche portate dalle forze dell'ordine ai danni di diversi cortei studenteschi svoltisi in mattinata. Certo ci sarà chi filosofeggierà sui caschi e sugli scudi, simboli evidenti di una volontà "eversiva", ma per quanto attiene al dizionario quelli **non sono** scontri. Così come se uno da dietro vi tira un pugno non è una rissa, ma è un'aggressione. Quest'abitudine di definire scontro qualsiasi contrapposizione tra le forze dell'ordine e un gruppo di manifestanti, anche quando questi non sono armati, è un'abitudine radicata sia negli organi d'informazione sia in quelli di contro-informazione. Sarebbe forse necessaria una moratoria, uno sforzo collettivo per mettere da parte certi automatismi e ridare alle parole il loro significato corretto. Sono certo che la nostra percezione del mondo ne gioverebbe. ### Usare Pinterest in editoria: Einaudi Editore e Lavoro Culturale URL: https://flaviopintarelli.it/2012/10/02/usare-pinterest-editoria/ Last updated: 2018-11-29T10:20:16.000Z L'anno che si avvia a conclusione è stato segnato, nell'ambito dei social network, dall'avvento e dalla crescente importanza di quelli che possiamo definire [*visual social media*](https://elpinta.wordpress.com/2012/08/29/visual-social-media/?ref=flaviopintarelli.it) Con questa espressione non si indicano soltanto quei servizi fortemente incentrati sulla possibilità di produrre, editare, raccogliere e condividere immagini, ma anche il peso sempre maggiore che i contenuti visivi (foto e immagini su tutti) hanno cominciato ad avere su tutti i social network, specialmente per quanto riguarda l'interazione degli utenti. In questo panorama, [Pinterest](http://pinterest.com/elpinta/?ref=flaviopintarelli.it), insieme ad Instagram, è stato senza dubbio uno dei *player* capace di attirare con maggiore convinzione l'attenzione del pubblico. Anche se al momento il servizio attraversa una fase interlocutoria, il numero di [utenti registrati](http://vincos.it/2012/04/13/pinterest-in-italia-i-dati-e-unintervista-su-rai-radio-uno/?ref=flaviopintarelli.it) resta comunque altissimo e degno di nota. Pinterest permette di archiviare, organizzare e condividere immagini trovate in rete o caricate personalmente in una serie di bacheche tematiche. In un [post](http://oscilloscopioazzurro.blogspot.it/2012/02/pinterest-e-aby-warburg-cosi-lontani.html?ref=flaviopintarelli.it) pubblicato qualche mese fa, [@platipuszen](http://www.twitter.com/platipuszen?ref=flaviopintarelli.it) paragonava Pinterest all'[atlante di Mnemosyne](http://www.engramma.it/engramma%5Fv4/warburg/fittizia1/saggi/introatlante.html?ref=flaviopintarelli.it) la ciclopica opera di mappatura della cultura visiva occidentale iniziata nel 1928 dal tedesco Aby Warburg storico dell'arte e della cultura. Questa suggestioneè stata raccolta efficacemente dai redattori del blog [il lavoro culturale](http://www.lavoroculturale.org/?ref=flaviopintarelli.it), di cui anche io faccio parte, e i risultati si possono osservare nell'omonima [pagina Pinterest](http://pinterest.com/lavoroculturale/?ref=flaviopintarelli.it). L'idea messa qui in campo è quella di creare delle board con cui da una parte rendere disponibili anche su questa piattaforma i contenuti del blog (infatti ad ogni pin di Pinterest può essere associato un url che di fatto rende ogni immagine un "portale" verso altri contenuti) e dall'altra creare accostamenti tra le immagini capaci di generare delle differenze di potenziale in grado di stimolare collegamenti e nuovi sensi (operazione questa che vista l'impossibilità di organizzare le singole pin all'interno di una board, resta difficile, ma non impossibile). Le board sul film [*Diaz*](http://pinterest.com/lavoroculturale/il-cinema-riavvolge-la-storia-diaz-e-romanzo-di-un/?ref=flaviopintarelli.it), sull'[iconologia della Lega Nord](http://pinterest.com/lavoroculturale/lega-nord-tra-iconologia-e-performance-per-un-antr/?ref=flaviopintarelli.it) e quella sul volume [*Sguardi Incrociati*](http://pinterest.com/lavoroculturale/sguardi-incrociati/?ref=flaviopintarelli.it) sono gli esempi più compiuti di questo sforzo. In questo caso, oltre a permettere un lavoro sulle immagini e sui rapporti che intercorrono tra esse, Pinterst si presta a essere un modo per rimediare i contenuti di un blog rendendoli fruibili in un medium nuovo e creando in esso una significazione di secondo livello. Spostandoci da un prodotto editoriale a un editore ci imbattiamo in un esempio interessante dell'uso che si può fare di Pinterest per arricchire l'esperienza dell'utente e stimolarne il coinvolgimento in un'ottica di fidelizzazione della clientela. Il caso in questione riguarda la [pagina di Einaudi Editore](http://pinterest.com/einaudieditore/?ref=flaviopintarelli.it), brand attentissimo ai social media e pioniere di Twitter. Oltre alle utili board sulle nuove uscite, organizzate settimanalmente, Einaudi dedica una serie di board a dei singoli libri. S tratta di un'operazione davvero interessante perché anch in questo caso la piattaforma viene utilizzata in un'ottica di rimediazione che contribuisce ad ampliare l'universo narrativo del libro. Le immagini vengono qui infatti ad affiancare la scrittura aprendola alla dimensione visiva. L'esperienza del lettore diviene così più completa e ricca. Anche in questo caso la possibilità offerta da Pinterest di sfruttare una significazione di secondo livello rappresenta uno degli aspetti più importanti, dando la possibilità di trasformare ogni immagine in una "porta". Concludendo, Pinterest, per le sue caratteristiche si presta bene sia per dare vita a esperimenti di significazione basati sull'esperienza visiva sia per diventare un veicolo di traffico verso il proprio sito o verso altri siti in grado di ampliare l'esperienza dell'utente. ### Visual Social Media URL: https://flaviopintarelli.it/2012/08/29/visual-social-media/ Last updated: 2018-11-29T10:23:53.000Z Il paesaggio dei social media ci ha ormai abituato a modifiche repentine dei punti di riferimento che utilizziamo per orientarci al suo interno. Non sono molti gli ambienti umani in cui si possono registrare nelle pratiche tassi di cambiamento così rapidi come quelli che si osservano nell'ambito dei social network. Ciò accade perché lo sviluppo dei media digitali avviene sempre all'interno di coordinate ben definite che ci permettono di riconoscere facilmente gli elementi analoghi e di utilizzarli indipendentemente dal servizio che stiamo usando. Un esempio chiarissimo di questa dinamica lo possiamo trarre dal mondo dei videogiochi. Dopo *Doom* e *Wolfenstein 3d* sappiamo automaticamente come muoverci e come comportarci nell'ambiente virtuale di uno sparatutto. Ci basta riconoscere un certo numero di elementi presenti nel testo (e nei suoi paratesti). Qualcosa di analogo accade per i social network: dopo aver familiarizzato con una nuova funzionalità sappiamo riconoscerla e utilizzarla senza bisogno di spiegazioni anche quando la incontriamo in altri contesti (alcune ottime riflessioni sul rapporto tra visione e apprendimento in ambienti digitali si trovano nel volume [*Dezmond. Una lettura di Assassins Creed 2*](http://dezmond.jimdo.com/?ref=flaviopintarelli.it) di Dario Compagno). Ma ciò che colpisce del Diavolo sono le vistose macchie nere che gli circondano gli occhi. Tale dettaglio è stato identificato in alcuni studi di storia dell’arte, anche alla luce della foggia della veste con cui è vestita la figura luciferina, come un paio di occhiali. > Come spiegare questo elemento così lontano dalla nostra idea del Diavolo? È presto detto, le lenti, gli occhiali sono uno strumento che permette di migliorare la vista, ingrandendo le cose e rendendo più facile cogliere le minuzie, per questo motivo rappresentano anche un attributo proprio degli intellettuali e degli scienziati, figure deputate allo studio e all’analisi della realtà che spesso nel corso della Storia sono entrate in collisione con la chiesa e la teologia. [#iconografie 1: the devil is in the detailBentrovati miei cari lettori, in un post precedente vi avevo annunciato l’avvento di una messe di contenuti strutturati e siccome ogni promessa è debito inau![](https://franzmagazine.com/favicon.png)franzmagazineName \*![](https://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/02/1305650860725_diavolo1-288x224.jpg)](https://franzmagazine.com/2012/02/02/iconografie-1-the-devil-is-in-the-detail/?ref=flaviopintarelli.it) "#iconografie 1: the devil is in the detail" su Franz Magazine ### "Treme: un esempio di televisione civile" su Franz Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2012/01/29/treme-un-esempio-di-televisione-civile-su-franz-magazine/ Last updated: 2020-06-04T19:49:11.000Z Una riflessione libera e sconclusionata su *Treme*, una delle serie tv più belle mai scritte. Non ci credi? Sì dico proprio a te. Non ci credi? Allora leggiti il pezzo! > **Treme* si avventura dunque in una zona ai limiti della figurabilità, dove non è ancora possibile dare forma alle forze che governano la vita e l’agire delle persone, una zona di pura performatività in cui ogni gesto appare tragicamente fine a sé stesso: una dimensione che si schiude fin dalla sigla di apertura dello **show* con i suoi espliciti riferimenti alla pittura astratta statunitense degli anni ’50 (**action painting*) in forma di inquadrature ravvicinate di muri rovinati dall’acqua e dall’umidità. [Treme: un esempio di televisione civileBen ritrovati a tutti, fedeli lettori di Franz Magazine, rieccomi a voi dopo il mio mirabolante esordio sui vostri monitor. Probabilmente vi starete ancora do![](https://franzmagazine.com/favicon.png)franzmagazineName \*![](https://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/01/027-288x224.jpg)](https://franzmagazine.com/2012/01/30/treme-un-esempio-di-televisione-civile/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Treme: un esempio di televisione civile" su Franz Magazine ### "Prospettive semiserie di analisi metatestuale sulla scrittura in Rete" su Franz Magazine URL: https://flaviopintarelli.it/2012/01/19/prospettive-semiserie-di-analisi-metatestuale-sulla-scrittura-in-rete-su-franz-magazine/ Last updated: 2020-06-04T19:43:44.000Z Il mio esordio sulle pagine di Franz Magazine è un post bizzarro. Parla di scrittura, in rete e dentro ci sono l'Uomo Ragno, Angry Birds e dei terroristi iracheni. Che cosa ci azzecchino queste tre cose con la scrittura in rete (spoiler: nulla) sta a voi scoprirlo. > Un bel post metalinguistico, quindi, di quelli che, ne sono sicuro, quando il direttore Fabio Gobbato ne legge il titolo come minimo salta sulla sedia e comincia a maledire tutti i santi del calendario come farebbe [James Jonah Jameson](http://en.wikipedia.org/wiki/J.%5FJonah%5FJameson?ref=flaviopintarelli.it) se Peter Parker gli portasse un servizio fotografico in cui l’Uomo Ragno salva una cucciolata di teneri animaletti assortiti – gattini, cagnolini e uccellini **a la* Angry Birds – regalata da una carampana capitalista (che nella mia mente ha le fattezze di [Cece Van der Woodsen](http://images.wikia.com/gossipgirl/images/a/a7/Cece.jpg?ref=flaviopintarelli.it), la nonna intrallazzona e stronzissma in Gossip Girl) all’orfanotrofio del Bronx che sta per venire fatto saltare in aria da uno spietato gruppo di sabotatori/terroristi (nazisti, musi gialli, comunisti, cubani, pakistani, iracheni a seconda che preferiate l’**Uomo* Ragno vintage o una più attuale versione postmoderna). Il tutto naturalmente cantando [**Star Spangled Banner*](http://www.youtube.com/watch?v=wyGGG1I-rf8&ref=flaviopintarelli.it). [Prospettive semiserie di analisi metatestuale sulla scrittura in ReteChi mi conosce sa che sono estremamente riflessivo e solo in rare occasioni agisco d’impulso assecondando l’istinto. Questa non è una di quelle occasioni. Ho i![](https://franzmagazine.com/favicon.png)franzmagazineName \*![](https://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/01/schermata-2012-01-20-a-115637-288x224.png)](https://franzmagazine.com/2012/01/20/prospettive-semiserie-di-analisi-metatestuale-sulle-pratiche-di-scrittura-in-rete/?ref=flaviopintarelli.it) Continua a leggere "Prospettive semiserie di analisi metatestuale sulla scrittura in Rete" su Franz Magazine ### Social media e sollevazioni popolari: uno sguardo d’insieme URL: https://flaviopintarelli.it/2011/03/12/social-media-e-sollevazioni-popolari-uno-sguardo-dinsieme/ Last updated: 2019-12-18T10:06:39.000Z Nel raccontare le sollevazioni che hanno infiammato e tutt'ora infiammano la sponda meridionale del Mediterraneo, i *media* hanno evidenziato l'importanza che il web 2.0 ed i *social networks* hanno avuto nel favorire la diffusione delle informazioni ed il ruolo cruciale della rete nel coordinare ed organizzare le azioni di protesta. Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di *Twitter Revolution* o di *Facebook Revolution*. Non è la prima volta che i *social media* si guadagnano l'attenzione dei *media* tradizionali in occasione di proteste o sollevazioni popolari. Era già accaduto nel 2009 per le proteste contro il Partito Comunista in Moldova e contro i presunti brogli in Iran. In tutti questi casi si era già parlato di *social media Revolutions*. Si tratta di un'occasione propizia per riflettere sul ruolo che i *social media* hanno attualmente nelle pratiche di attivismo. In un articolo pubblicato sul *New Yorker*, esplicitamente intitolato [*Small Change. Why the revolution will not be tweeted*](http://www.newyorker.com/reporting/2010/10/04/101004fa%5Ffact%5Fgladwell?ref=flaviopintarelli.it), Malcolm Gladwell esprime una serie di riserve sulla capacità dei *social media* di favorire forme incisive di attivismo politico e sociale. Pur condividendone l'idea di base, e cioè che i *social media* **da soli** non bastino a fare una rivoluzione – cioè a modificare la realtà e l'esistente – l'argomentazione di Gladwell appare inconsistente sotto molti punti di vista. In particolare perché sembra ignorare le specificità proprie non solo dei *social media*, ma dei *media* in generale. Secondo Gladwell, infatti, Twitter, Facebook e gli altri strumenti sociali non creerebbero quei legami forti che sono alla base di qualsiasi forma di attivismo in grado di incidere efficacemente sul reale. Il giornalista sembra non tenere in considerazione il fatto che quasi ogni *media* crea legami deboli del tutto simili a quelli che egli imputa ai vari *social networks*. Così fanno la scrittura, la stampa a caratteri mobili e la radio. Tuttavia minimizzare il ruolo che la diffusione della stampa a caratteri mobili ha avuto durante le Guerre Contadine del XVI secolo o quello della radio nel creare il sentimento di appartenenza alla massa durante il Nazismo sarebbe del tutto fuori luogo. Nel bene e nel male anche queste erano forme di attivismo. Marshall McLuhan ha [mostrato](http://books.google.it/books?id=R2bqSaC5TlkC&printsec=frontcover&dq=editions:EoZpPkMLhSUC&as%5Fbrr=0&rview=1&ref=flaviopintarelli.it) che l'introduzione di un nuovo *medium* ridefinisce: - la fisionomia della cultura in cui viene introdotto; - i rapporti con gli altri *media[1](#sdfootnote1sym)*. In questo senso pensare che i *social media* non abbiano avuto un ruolo di rilievo nelle recenti sollevazioni nordafricane non è semplicemente ingenuo, ma è del tutto miope. Un altro [punto di vista](http://www.militant-blog.org/?p=4149&ref=flaviopintarelli.it) assai diffuso che tende a sottostimare il ruolo che i *new media* hanno giocato nelle mobilitazioni di questi mesi consiste nel mettere in dubbio la reale capacità di accedere alla rete nei paesi del Maghreb. È un dubbio legittimo, ma che imposta il ragionamento legandolo alla concezione occidentale e stabile della connettività e non tiene in conto la straordinaria [diffusione](http://it.wikipedia.org/wiki/Telefonia%5Fmobile%5Fin%5FAfrica?ref=flaviopintarelli.it) nel continente africano della telefonia e delle tecnologie di connettività mobile. Di questo e di tutta una serie di altri [fattori](https://infofreeflow.noblogs.org/post/2011/03/03/the-battleground/?ref=flaviopintarelli.it) bisogna tenere conto quando si tenta di dare una lettura del ruolo che la tecnologia ha svolto negli eventi che hanno infiammato il Nordafrica negli ultimi mesi, senza dimenticare di sottolineare le differenze che caratterizzano l'esperienza rivoluzionaria di ogni paese. Dunque è necessario cominciare a chiedersi qual'è stato il ruolo e che peso hanno avuto i *social media* rispetto alla situazione che si è venuta a creare nel Maghreb in questi mesi. Ma soprattutto è necessario domandarsi quali pratiche e quali soggetti politici si sono affacciati sulla scena attraverso di essi. Innanzitutto i *new media* hanno favorito una circolazione ampia e rapida della informazioni che ha contribuito a bypassare i *media* tradizionali (giornali e televisioni) saldamente nelle mani de Potere, permettendo di tenere costantemente aggiornati sugli eventi tanto la popolazione coinvolta nei movimenti insurrezionali, quanto il resto del mondo. Si è trattato di un fattore fondamentale: sia perché il flusso continuo di informazioni che si moltiplicava viralmente nella rete ha contribuito a rompere l'isolamento a cui gli insorti sarebbero stati condannati se non avessero potuto comunicare liberamente, sia perché in questo modo si è potuta costruire una [narrazione](http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003820.html?ref=flaviopintarelli.it#003820) comune fatta di immagini e suoni che fatto piazza pulita tanto delle contronarrazioni del Potere (gli insorti dipinti come terroristi, drogati, masse sobillate da fantomatici burattinai stranieri) quanto della narrazione occidentale che aveva, fin da prima dell'11 settembre, dipinto la società civile araba con le tinte care all'ideologia dello Scontro di Civiltà. In secondo luogo, a partire da questa narrazione è stato possibile individuare l'emergere sulla scena di un [nuovo soggetto politico](http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html?ref=flaviopintarelli.it#003812) (una nuova classe?). Quel “precario moltitudine” che è, oggi, il soggetto di tutte le lotte sociali che, in diverse parti del mondo (dall'Egitto al Wisconsin, come ricordava Valerio Evangelisti), si oppongono al neoliberismo. Infine, nell'ambito di un capitalismo che sempre più – soprattutto in Occidente – si sta mutando in semio-capitalismo o info-capitalismo capace di mettere in produzione anche la socialità della vita umana, il fatto che i *social networks*diventino un [terreno](http://precariementi.wordpress.com/2011/02/07/mouse-in-rivolta/?ref=flaviopintarelli.it) di scontro sociale e politico non fa che confermare come siano sempre i luoghi della produzione quelli in cui si sviluppa la conflittualità e la coscienza di classe. [1](#sdfootnote1anc)Marshall McLuhan, *Understanding media*, pag. 63 “Ciò che voglio dire è che i *media*, in quanto estensioni dei nostri sensi, quando agiscono l'uno sull'altro, istituiscono nuovi rapporti, non soltanto tra i nostri sensi ma tra di loro” ### Intensità luminose e cristalli di tempo: Black Swan di Darren Aronofsky URL: https://flaviopintarelli.it/2011/02/28/black-swan-recensione/ Last updated: 2018-11-29T10:35:14.000Z Recensione al film *Black Swan* del regista Darron Aronofsky in cui vengono messi in evidenza i giochi cromatici creati durante il film. Tra il cinema ed il tema del doppio vi è un rapporto privilegiato, che si potrebbe definire elettivo. Il cinema è, infatti, il mezzo con cui si può duplicare il mondo ed i suoi oggetti, per farli accedere alla dimensione della veggenza, che ci permette di vederli in maniera diversa e di scoprirne dimensioni altrimenti invisibili ad occhio nudo. Affrontare il tema del doppio è, per un cineasta che voglia dirsi tale, un passaggio inevitabile nel proprio percorso professionale, perché il cinema è, lo si è visto, tecnica e tecnologia della produzione del doppio. Scrivere una recensione all'ultima fatica di Darren Aronofsky, [*Black Swan*](http://www.imdb.com/title/tt0947798/?ref=flaviopintarelli.it) (*Il Cigno Nero*), non può prescindere da questa premessa, anche soltanto per mettere fin da subito in fuori gioco le critiche alla mancanza di originalità del tema del film. Come molti altri prima di lui (Hitchcok, Lynch, Fincher, solo per citare alcuni registi idealmente vicini a questo lavoro) Aronofsky si confronta con il doppio, motore ed essenza del cinema. Il film, un thriller psicologico con chiari riferimenti al cinema degli anni '40, si incentra sulla vicenda di Nina (Natalie Portman), fragile ed immatura ballerina, a cui viene affidato il ruolo principale ne *Il lago dei cigni*, spettacolo d'apertura della stagione della prestigiosa compagnia di cui Nina fa parte. Aronofsky mette in scena una lettura metatestuale del tema del balletto (il rapporto tragico tra amore e morte) a cui si aggiungono echi della favola del brutto anatroccolo. Il risultato è un'intesa riflessione sul tema del doppio e sul tema della metamorfosi, condotta attraverso l'orchestrazione di una serie di elementi compositivi che concorrono a generare il senso di tutto il film. In primo luogo a fare senso è il colore, in particolare il rapporto che si istituisce sistematicamente tra il bianco ed il nero e che va al di là del semplice valore simbolico che oppone, entro questa dicotomia cromatica, la purezza alla contaminazione. Tra queste due intensità della luce si stabiliscono, infatti, una serie di rapporti intermedi che giocano sulla saturazione e sull'opacità delle superfici colorate, accompagnando l'evoluzione del carattere e della psicologia della protagonista, durante il suo percorso di metamorfosi. Ne deriva così un ambiente cromatico costantemente ridefinito, in cui le intensità luminose del bianco e del nero si compenetrano incessantemente. Il secondo elemento di cui bisogna tenere conto nell'individuare le strategie di costruzione del senso messe in campo dal regista è il trattamento degli spazi. Pur essendo ambientato per la quasi totalità della sua durata in spazi chiusi (l'appartamento in cui Nina vive con la madre, il teatro, il locale notturno, ecc.), in *Black Swan* le soglie rappresentano un elemento fondamentale. La protagonista entra ed esce dagli stati allucinatori che ne accompagnano la metamorfosi per mezzo di aperture, porte e soglie. Il tema del doppio viene così materializzato anche dall'alternarsi tra spazi che, più che esterni o interni, possono essere identificati come propri o estranei. Un terzo elemento essenziale nella costruzione del film è l'uso degli specchi e delle superfici riflettenti. Aronofsky crea quello che Gilles Deleuze chiamerebbe un “cristallo di tempo”, uno spazio della rappresentazione in cui, grazie alle frammentazioni dello spazio della visione rese possibili dai numerosi riflessi, si realizza la coalescenza e l'indiscernibilità tra due dimensioni apparentemente opposte: il reale ed il virtuale. Due dimensioni a cui, in *Black Swan*, corrispondono la dimensione allucinatoria e quella reale della protagonista. Infine, nel film, viene attribuito un peso specifico considerevole al ruolo ed alla figura del corpo. Il corpo di Nina è, infatti, inquadrato costantemente ed insistentemente da piani stretti e ravvicinati (piani larghi o d'insieme sono estremamente rari) che ne mettono in luce la fisicità e lo sforzo a cui viene sottoposto (unghie rotte, ferite, giunture schricchiolanti). Il corpo diventa, pertanto, la superficie su cui si gioca il costante passaggio tra uno stato e l'altro, la coalescenza tra la dimensione reale e quella virtuale dell'allucinazione: il corpo è germe della metamorfosi che diventa, a tutti gli effetti, un movimento di passaggio attraverso una soglia, passaggio attraverso, tra-passo. ### Decontaminare l'immaginario: appunti su una narrazione intossicante URL: https://flaviopintarelli.it/2011/02/12/narrazione-tossica-fiat/ Last updated: 2018-11-29T10:38:23.000Z Cos'è e come funziona una narrazione intossicante? Analisi di uno spot pubblicitario della FIAT a partire dalle riflessioni di Wu Ming 2 sulla tossicità dei racconti. Vorrei riprendere in questo post alcune idee che avevo elaborato in calce ad una [discussione](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2553&ref=flaviopintarelli.it) su Giap, il blog di Wu Ming. Nel post, pubblicato pochi giorni prima del referendum di Mirafiori, veniva indicato come esempio di [narrazione intossicante](http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1480&ref=flaviopintarelli.it) uno spot pubblicitario della FIAT. Cosa si deve intendere con l'espressione narrazione intossicante? Secondo Wu Ming 2, che ne ha parlato in un articolo a proposito della diretta televisiva costruita intorno alla vicenda dei minatori cileni intrappolati nel pozzo di San José, sono due gli elementi che *avvelenano* una narrazione: l'incapacità di creare “mondi alternativi” capaci di “farci comprendere la realtà” da un punto di vista obliquo e la pretesa di mascherare, dietro un'apparenza di neutralità, imparzialità e trasparenza, il proprio punto di vista *situato*. Ciò che si tenterà di fare qui è mostrare i meccanismi semiotici con cui viene costruita questa specifica narrazione intossicante ed esplicitare quale rapporto essa auspichi di costruire con lo spettatore. Perché, ed è questa l'ipotesi che verrà qui sostenuta, tale rapporto è caratteristico di ogni narrazione intossicante. In primo luogo è necessario individuare l'oggetto dello spot pubblicitario: chiedersi, in poche parole, che cosa si sta vendendo? Di certo non si sta vendendo una merce e neppure un bene concreto. Se si eccettua il profilo della nuova 500, che compare alla fine del filmato, non vi sono altri riferimenti ad oggetti concreti, anzi l'immagine dell'auto sembra essere inserita più per dovere che per una reale necessità, al punto che non viene neppure citato il nome del modello. Ciò che viene venduto, lo si vedrà meglio in seguito, è un complesso di valori, una configurazione assiologica. Ci si trova qui nel territorio di quelle che [Christian Raimo](http://www.minimaetmoralia.it/?p=3603&ref=flaviopintarelli.it) chiama “le nuove forme di retorica del capitale”, le quali, “costruendosi come leggi simboliche, si autoaffermano come buone pratiche. Anzi fanno qualcosa in più: ci vendono il Bene. Il gadget che ci regalano insieme al Bene è il prodotto, che a quel punto può essere l’ultimo modello Fiat, un panino di McDonalds o un caffè da Starbucks”. In che modo viene fatto passare questo complesso di valori? Si comincerà col far notare come l'intero filmato si strutturi a partire dalla citazione di *Nuovo cinema paradiso*, un film che si può definire di *formazione* e *scoperta del mondo*, attraverso, come dice il titolo stesso, il mezzo cinematografico. È pertanto entro questo *frame* concettuale che si deve intendere l'intera operazione. Ma in che modo il cinema può funzionare come uno strumento di *scoperta del mondo*? In un libro pubblicato recentemente, intitolato [*Racconti di corpi: cinema, film, spettatori*](http://tv.unimo.it/index.php/societa/292-parole-e-immagini.html?ref=flaviopintarelli.it), Luca Malavasi ripercorre il dibattito teorico relativo agli statuti affettivi, emozionali e passionali del cinema, mostrando come discipline diverse (critica cinematografica “impressionista”, semiotica, scienze cognitive e filosofia) abbiano interagito tra loro, evidenziando che vi è uno stretto rapporto tra i film, il cinema e lo spettatore. Un rapporto mediato attraverso il corpo[1](#sdfootnote1sym), in cui la dimensione emozionale e quella razionale del pensiero umano non si escludono a vicenda ma sono, al contrario, imbricate l'una nell'altra. La sala cinematografica diventa così un luogo in cui, venendo a contatto con una “percezione di percezione”, lo spettatore può costruire il proprio rapporto con il mondo. La situazione messa in scena nello spot ha a che fare proprio con questo processo di costruzione. La prima dimensione chiamata in causa dal filmato promozionale della FIAT è quella affettiva. Al regime dell'affettività fa riferimento infatti l'idea del “corpo connesso”, secondo la quale tra le immagini cinematografiche e lo spettatore si stabilirebbe una sorta di “contatto”, capace di stimolare nello spettatore reazioni inconsce tramite gli elementi linguistici propri del mezzo (ad esempio la musica o gli effetti ritmici del montaggio). Fenomeni come l'*affective mimicry* (che porta lo spettatore a “replicare le espressioni facciali” dei personaggi finzionali) o l'*automatic reactions* (la condivisione, in termini spazio-temporali, da parte dello spettatore di fenomeni emozionali vissuti dai personaggi finzionali) sono esempi di “due forme di *sincronizzazione* del *corpo* dello spettatore e di investimento affettivo, due forme di comunicazione non mediata, per impronta e ripetizione” (Malavasi, 2009, pag. 148). I primi secondi del filmato mettono in scena proprio questa sincronizzazione che permette l'investimento affettivo dello spettatore verso le immagini cinematografiche: prima sentiamo il rumore meccanico della manovella a cui si sovrappone la musica per piano di Giovanni Allevi, che contribuisce a dare un ritmo al rumore ripetuto. Subito dopo la scena si sposta dalla cabina di proiezione alla sala, che viene inondata dalla luce del proiettore. La macchina da presa riprende il bambino dal basso, in piano americano. Nel momento in cui la sala s'illumina, il bambino sgrana gli occhi e sembra spalancare la bocca, pronto ed essere “impresso” dalle immagini (così come farà anche nei due primi piani successivi). È chiaro che il bambino-spettatore deve essere qui identificato con il corpo-sociale a cui si rivolge la retorica del capitale, un corpo-sociale con cui quest'ultimo cerca di sincronizzarsi affettivamente tramite l'autoaffermazione come complesso di valori positivi. La seconda dimensione chiamata in causa è quella emozionale. Da questo punto di vista bisogna concepire il film “in quanto processo percettivo in divenire del tutto assimilabile alla percezione umana nella sostanza (visiva, uditiva e cinetica) e nella forma (continua reversibilità intrasoggettiva di percezione ed espressione e manifestazione intersoggettiva della percezione dell'espressione e dell'espressione della percezione)” (pag. 149). In questo senso si dà “la possibilità di riconsiderare l'esperienza spettatoriale come l'esperienza di un corpo che incontra un altro corpo” (pag. 150). Il cinema sarebbe pertanto in grado di configurare, tramite “l'esperienza di un corpo dell'enunciazione”, un percorso “*di appropriazione del sensibile e di aspettualizzazione del sentito*” (pag. 150). L'organizzazione sintattica del film starebbe pertanto a comunicare una modalità di appropriazione percettiva del mondo[2](#sdfootnote2sym), offerta alla percezione dello spettatore, al quale verrebbe in tal modo “offerta l'esperienza di un'esperienza percettiva” (pag.151). Nello spot della FIAT questa “esperienza di un'esperienza percettiva” è costruita nel montaggio di immagini in bianco e nero che si suggerisce scorra sullo schermo della sala cinematografica e che noi spettatori televisivi stiamo condividendo con il nostro simulacro percettivo (il bambino-spettatore). Ciò che caratterizza questo montaggio è il rapporto tra le immagini e la voce: le prime funzionano, infatti, come ancoraggi per i concetti espressi dalla seconda, doppiandoli ed appiattendoli in una costruzione che, per quanto simuli una libertà di scelta, è del tutto arbitraria e precostituita. La voce, infatti, sembra garantire la possibilità di effettuare una scelta critica tra “il bene e il male”, “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato” e tra “cosa essere e cosa non essere”, ma la possibilità di scegliere non è affidata allo spettatore, essa è già effettuata a partire dalla scelta delle immagini. Quest'ultime non aprono, a contatto con la voce, una dimensione ulteriore dell'immagine e nell'immagine, ma ne chiudono l'interpretazione in uno schema imposto. Così la fotografia dei manifestanti armati di pistola liquida la conflittualità sociale degli anni '70 come una mera esplosione di violenza e suggerisce allo spettatore cosa egli non desidera, ma soprattutto cosa egli non deve essere. Concludendo, nella dissimulazione del carattere coercitivo e disciplinante del rapporto con lo spettatore è a mio parere possibile individuare un'ulteriore caratteristica delle narrazioni intossicanti e di quella “paternità ingannevole” che, come suggerisce Christian Raimo, caratterizza il rapporto tra il “discorso del capitalista” ed il corpo-sociale. [1](#sdfootnote1anc)Luca Malavasi, *Racconti di corpi: cinema, film, spettatori*, Kaplan 2009, pag. 144 “La visione, a dispetto del suo riferimento a un unico e specifico organo di senso, è soprattutto un'*esperienza percettiva complessa*, in parte immaginativa, in parte reale, in cui il corpo figura come canale, supporto e testo, luogo e traccia di un'esperienza simbolica ma non per questo meno reale del nostro essere nel e in rapporto al mondo, da cui poter derivare infine *figure del sentire* costitutive di una *cultura emozionale*”. [2](#sdfootnote2anc)*Ibidem*, pag. 150 “Nell'aspettualizzazione che organizza e gerarchizza il mondo dell'inquadratura e la sintassi del film, si può allora cogliere il gesto di un corpo che crea e perennemente ricrea una struttura di relazione fra sé e il mondo visto e vissuto o, meglio, che *mette in scena un'appropriazione del reale e una sua configurazione*”. ### Slittamenti semantici e strategia comunicativa in uno spot di Greenpeace URL: https://flaviopintarelli.it/2011/01/24/analisi-spot-greenpeace-nucleare/ Last updated: 2018-11-29T10:41:01.000Z Analisi di uno spot pubblicitario di Greenpeace contro l'energia nucleare. Nel post vengono sottolineate le strategie di rovesciamento dei discorsi messe in atto nel video. Soltanto poche settimane fa si è accesa in rete un'interessante discussione relativa ad un *commercial* dell'associazione [Forum Nucleare Italiano](http://www.forumnucleare.it/?ref=flaviopintarelli.it) dal titolo [Tu che posizione hai?](http://www.youtube.com/watch?v=R29l7GkBl64&feature=player%5Fembedded&ref=flaviopintarelli.it). Alcuni soggetti avevano ravvisato in questo spot pubblicitario un carattere ingannevole e fuorviante, veicolato attraverso gli elementi plastici e figurativi tramite cui veniva articolato l'insieme dei valori mobilitati per caratterizzare i punti di vista favorevoli o contrari all'ipotesi nucleare. In pratica l'opinione favorevole al nucleare veniva caratterizzata da una valorizzazione euforica veicolata dagli elementi cromatici (il bianco degli scacchi), sonori (la voce calda e rassicurante) e testuali (il richiamo alla mossa vincente). L'opinione contraria al nucleare veniva invece caratterizzata attraverso una valorizzazione disforica veicolata tramiti i medesimi elementi. Proprio ieri, martedì 18 gennaio, [Greenpeace Italia](http://www.greenpeace.it/?ref=flaviopintarelli.it) ha lanciato una campagna pubblicitaria in risposta a quella del Forum Nucleare Italiano, campagna dal titolo [Nucleare – Il problema senza la soluzione](http://www.youtube.com/watch?v=XJs0lP9Y3wI&feature=player%5Fembedded&ref=flaviopintarelli.it) Rispetto alla campagna pro-nucleare, nel video di Greenpeace non vi è la simulazione di un dibattito il cui risultato è, giocoforza, scontato, ma piuttosto una netta affermazione di contrarietà. È però interessante analizzare come questa contrarietà venga espressa nel gioco audiovisivo, che si dimostra essere alquanto sottile. La voce fuori campo, calda e rassicurante, gioca con la retorica pro-nucleare introducendo argomenti apparentemente favorevoli per poi creare slittamenti semantici tramite il testo o le immagini. Ad esempio nella prima sequenza il testo recita: “sole, mare, vento, terra. Oggi il mondo intero cerca nuove risposte al bisogno di energia, ma l'Italia pensa di avere già una soluzione. È il nucleare, un energia che ha già dimostrato tutto il suo potenziale”. Mentre si fa accenno al “potenziale” proprio dell'energia nucleare scorrono le immagini del disastro di Chernobyl. L'affermazione viene dunque risemantizzata ed il potenziale dell'energia nucleare viene caratterizzato come un potenziale distruttivo e letale. La strategia comunicativa dello spot si dimostra estremamente efficace perché non stabilisce una cornice (*frame*) discorsivo negativo – strategia del tutto inefficace, come la linguistica cognitiva ha dimostrato ampiamente – ma tramite affermazioni positive e grazie ad un montaggio asincrono (in cui testo ed immagine divergono senza duplicarsi l'una con l'altra) riesce a mostrare “l'altra faccia della medaglia”. ### Sull'indifferenza delle immagini: note sul servizio adulterato del TG1 URL: https://flaviopintarelli.it/2010/11/25/indifferenza-delle-immagini/ Last updated: 2018-11-29T10:42:29.000Z Come fanno a diventarci indifferenti le immagini che ci circondano nel circuito dei media? Questa analisi cerca di spiegare perché è necessario recuperare la nozione di intermedialità per costruire un ecosistema visivo non ingannevole. Nella giornata in cui in tutta Italia gli studenti che manifestano per bloccare l'approvazione del DDL Gelmini vengono caricati dalle forze dell'ordine con la consueta violenza, la rete rilancia un [servizio del TG1](http://tv.repubblica.it/cronaca/proteste-studentesche-ecco-come-il-tg1-carica-il-servizio/57162?video&ref=flaviopintarelli.it) in cui, per raccontare gli avvenimenti legati a questa protesta, vengono usate immagini di repertorio appartenenti ad altri episodi analoghi. In particolare, per raccontare il tentativo di irruzione di alcune centinaia dii studenti romani dentro il parlamento, vengono usate [immagini](http://www.youtube.com/watch?v=es3wFsLDxoo&fmt=18&ref=flaviopintarelli.it) che si riferiscono alle manifestazioni di protesta dei terremotati abruzzesi di qualche mese fa. I vertici della RAI si sono giustificati imputando l'accaduto ad un errore tecnico, tuttavia, vista la scarsa credibilità di cui gode il telegiornale di Minzolini, in molti hanno letto questa palese contraffazione come un tentativo di raccontare i fatti in maniera pretenziosa, adulterata. In pratica al TG1 è stato rimproverato di usare le immagine ricercando effetti di senso (in questo caso accentuando il carattere violento delle proteste). Tuttavia la pratica di utilizzare immagini di repertorio per ottenere particolari effetti di senso nei servizi dei telegiornali è una pratica diffusa e consolidata, basti pensare a una delle immagini simbolo di Desert Storm, quel cormorano ricoperto di petrolio, che ci ha raccontato il disastroso impatto ambientale di quella guerra, la cui immagine era stata però ottenuta a migliaia di chilometri dall'Iraq, in occasione di un'altro disastro ecologico. In questo caso è evidentemente la scarsa credibilità dell'organo di stampa ad avere fatto problema, suscitando accese rimostranze. La rete gioca in questo meccanismo un ruolo essenziale, la contraffazione è stata smascherata sia perché ci si è accorti che le immagini pubblicate on-line fin dal pomeriggio di ieri non coincidevano con quello montate nel servizio del TG1, sia perché grazie all'immenso archivio digitale messo a disposizione dalla rete è stato possibile ritrovare le immagini originali e ricondurle all'evento a cui facevano riferimento. Per chi si interessa di immagini, e del ruolo che queste occupano nella cultura contemporanea, tali dinamiche sono straordinariamente interessanti, perché permettono di riflettere sullo statuto operativo che le immagini hanno assunto all'interno della cultura digitale. Intervenendo al Festival FuturoPresente di Rovereto, il filosofo Pietro Montani ha inquadrato, in maniera a mio avviso straordinariamente efficace, la questione dello statuto delle immagini entro l'orizzonte della cultura digitale contemporanea. Assumendo come territorio privilegiato della produzione di immagini il concetto di multimedialità, si possono individuare due tendenze: - Una tendenza è quella che Montani definisce, sulla scorta delle riflessioni di Bolter e Grusin sul concetto di *Rimediation*, "unificazione ipermediale" e cioè un atteggiamento che risponde ad un disegno mercantile il cui effetto sarebbe quello di determinare l'assorbimento dello spettatore in un *Gesamtkunstwerk* fasullo (il *franchise* come immagine). - La seconda tendenza andrebbe rubricata con il nome di "differenziazione intermediale". Si tratterebbe di un'atteggiamento rispondente ad una logica interna ai media elettronici, basata su "numerose convergenze, plurimamente differenziate". Al secondo atteggiamento corrisponde una politica post produttiva dell'immagine, un accostarsi alla produzione pandemica di elementi visuali con gli strumenti propri del montaggio, intendendo questa nozione sulla scorta delle riflessioni che ad essa dedicano i suoi cultori più importanti, da Warburg a Godard, passando per Ejzenstejn, Vertov, Benjamin. ###### Giocare l'intermedialità dell'immagine significa prendere posizione rispetto ai media per collocarsi nella loro differenza e lavorarla con sguardo critico L'intermedialità presuppone, dunque, una presa di posizione, un posizionarsi nella differenza tra i media che consente di lavorarla criticamente. Al contrario, al primo atteggiamento corrisponde un impoverimento dell'esperienza sensibile da cui derivano effetti di derealizzazione. Con ciò non si vuole affermare che il digitale alteri l'idea, strettamente legata alla fotografia, della veridicità dell'immagine. Come nota acutamente David Rodowick ne *Il cinema nell'era del virtuale*, il realismo fotografico resta l'obiettivo dichiarato delle immagini digitali (tutta la storia del *videogame* non è altro che un rincorrere quel realismo esasperato dell'immagine che può garantire il massimo grado di coinvolgimento del giocatore all'interno dell'esperienza di gioco. Preoccupazione che, pur non essendo essenziale, è stata al centro dell'evoluzione d questa forma di intrattenimento). Ciò che si intende quando si attribuisce all'unificazione digitale la responsabilità della creazione di effetti di dereralizzazione è che, pur mantenendo la sua capacità referenziale, l'immagine risulta indifferente rispetto alla sua capacità attestativa. La pubblicità ci offre esempi molto chiari di questa dinamica, basti pensare alla grande quantità di corpi modificati digitalmente tramite programmi di videoediting che possiamo vedere sfogliando una rivista, facendo zapping in televisione o camminando per le strade delle nostre città. Pur essendo consci di avere di fronte il risultato di una manipolazione digitale, questa consapevolezza ci è indifferente, in quanto la capacità dell'immagine di riferirsi ad un referente supposto reale basta a rendere verosimile quell'esperienza, con un impoverimento conseguente della nostra esperienza sensibile. Insomma, nel caso delle immagini del TG1 ci siamo trovati di fronte ad un tentativo di far giocare l'unificazione ipermediale dell'esperienza visiva su di un piano politico. L'indifferenza nei confronti delle immagini montate nel servizio avrebbe avallato l'idea che le dimostrazioni che hanno avuto luogo ieri di fronte al Parlamento avevano avuto una connotazione violenta, cose che, alla prova dei fatti, è stata smentita. In questo caso, la capacità della rete di giocare la differenziazione intermediale, ha permesso di smascherare il gioco, riconducendo quelle immagini alla loro capacità attestativa e testimoniale e creando concatenamneti tra le lotte in corso nel nostro Paese. **Bibliografia** Pietro Montani, [*L'immaginazione intermediale*](http://www.laterza.it/index.php?option=com%5Flaterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842094456&ref=flaviopintarelli.it) David N. Rodowick, [*Il cinema nell'era del virtuale*](http://www.edizioniolivares.com/tendina.php?id%5Fpubblicazione=95&colore=arancio&scelta%5Flingua=&ref=flaviopintarelli.it) ### Four Lions: pop holy war URL: https://flaviopintarelli.it/2010/11/05/four-lions-recensione/ Last updated: 2019-12-18T10:25:36.000Z Omar è pakistano, vive in Inghilterra ed è musulmano. Omar lavora come guardiano notturno in un grande magazzino, è sposato ed ha un figlio, vive in una casa accogliente e non si fa mancare nulla. Omar è perfettamente integrato ed è laico. Ciononostante Omar è un jahadista, è il capo di una cellula terroristica, ed è risoluto a compiere un attentato. Bastono poche righe per raccontare [*Four Lions*](http://en.wikipedia.org/wiki/Four%5FLions?ref=flaviopintarelli.it), nerissma e grottesca commedia inglese del regista Chris Morris. L'idea è dirompente, perché si basa sul rovesciamento dei luoghi comuni che la rappresentazione orientalista è solita associare al terrorismo islamico ed ai suoi adepti. I protagonisti non sono, infatti, studenti di qualche oscura scuola coranica, non applicano alla lettera i dettami della Shariia, e a stento li si potrebbe definire fondamentalisti religiosi, e, per inciso, non sono neppure dei professionisti del terrore (o perlomeno non sono come ci immagineremmo dei professionisti del terrore). Omar, che è il protagonista, lo abbiamo già descritto, ma attorno a lui ruotano altri personaggi, che compongono la sua cellula terroristica: Waj, un ragazzo coatto, un poco tardo, ma di buon cuore, Faisal, stupido e goffo, che interpreta a suo modo l'Islam ed i suoi precetti, Hassan, giovane studente di buona famiglia, aspirante rapper desideroso di vivere un'avventura speciale, e Barry, un inglese di mezza età, convertito alla religione del Profeta, rozzo, provocatore ed antisemita. Cosa spinge un musulmano perfettamente integrato, a cui la vita sembra avere dato tutto, verso la Guerra Santa? È questa la domanda a cui il film cerca di dare risposta. Non si tratta certamente di una questione strettamente religiosa, infatti, rispetto al fratello, ligio osservante dell'ortodossia islamica, Omar è di ampie vedute ed anzi sembra vivere con fastidio le imposizioni che la stretta osservanza della religione prescrive. Agli occhi di Omar queste sembrano fisime, anacronismi, minuzie, specialmente di fronte alle ingiustizie del mondo. Cosa spinge un musulamno perfettamente integrato a diventare un guerriero nella Guerra Santa? Dietro il richiamo all'Islam combattente si nasconde qualcosa di più profondo: un sentimento rettile, un disagio quasi fisico verso una cultura, quella occidentale, che è stata ormai pienamente interiorizzata. I riferimenti religiosi, il tentativo di scimmiottare un'estetica di rottura (quella del terrorismo islamico che Christian Uva descrive efficacemente ne [*Il terrore corre sul video*](http://www.anobii.com/books/Il%5Fterrore%5Fcorre%5Fsul%5Fvideo%5FEstetica%5Fdella%5Fviolenza%5Fdalle%5FBR%5Fad%5FAl%5FQaeda/9788849821772/01a74953f366ebdbff/?ref=flaviopintarelli.it)) e la scelta della Jahad sono tentativi di porsi al di fuori di una cultura che è parte integrante del vissuto dei personaggi, ma viene sentita come inautentica e perciò rifiutata. I protagonisti, invece che ascoltare brani del corano, vanno al martirio sulle note di *Dancing in the moonlight*, e quando Omar spiega al figlio la Guerra Santa, per farlo usa i personaggio de *Il re leone*. Simba diventa così un coraggioso mujahaeddin, Scar è nello stesso tempo l'Occidente corrotto e vorace ed il sionismo assassino, l'avvoltoio un drone americano. La forza del film e della sua idea sta tutta nella presa di coscienza di questo scarto tra la visione del terrorismo a cui i media occidentali ci hanno oramai assuefatto e la schizofrenica rivolta di Omar e dei suoi compagni. Non abbastanza “orientalizzati” per essere veri terroristi (Omar e Waj vengono cacciati anzitempo del campo di addestramento pakistano in cui si recano all'inizio del film)ma non abbastanza “occidentalizzati” da non sentire la contraddizione, Omar e compagni si ribellano contro ciò che sono, perché sono incapaci di riconoscere quello che sono o stanno diventando: il dramma planetario di un mondo che cambia a velocità vertiginosa. ### La cultura e l'evento URL: https://flaviopintarelli.it/2010/11/01/precarieta-cultura-pubblica-amministrazione/ Last updated: 2018-11-29T10:45:56.000Z Una riflessione sul rapporto tra politiche culturali e politiche del lavoro nell'Italia dei grandi eventi. Tra le opportunità lavorative che vengono prospettate dalle *brochure* illustrative dei corsi di laurea in Beni Culturali, Storico Artistici, o dello Spettacolo, vi sono, molto spesso nelle prime righe della sezione corrispondente, quelle relative al settore pubblico della cultura: musei, archivi, cineteche, audioteche ed altri luoghi similmente affascinanti per un giovane studente che vuole dedicare i suoi anni di formazione universitaria a questa particolare area degli studi umanistici. L’aggettivo “pubblico” possiede nel nostro paese un’aura del tutto particolare, tanto in negativo – laddove evoca sprechi, disservizi, corruzione – tanto in positivo – laddove evoca, invece, stabilità, garanzie, protezione. Ciò che il marketing universitario non racconta, o meglio, tace sono i profondi cambiamenti che hanno interessato il settore pubblico della cultura nel corso degli ultimi 25 anni. Cambiamenti che si inseriscono, non potrebbe essere altrimenti, nelle correnti che hanno trasformato la fisionomia sociale ed economica delle nostre società nel medesimo lasso di tempo. Il progressivo ritiro dello Stato dal settore dei servizi attraverso la privatizzazione di questi ultimi è stata una delle dinamiche al centro dell’affermazione del neocapitalismo. In questo panorama, dominato dall’ansia di produttività e di riduzione dei costi, si è delineata un’idea di Cultura del tutto peculiare: quella che la identifica con l’Evento. Declinata in questi termini l’esperienza culturale si appiattisce sul presente, sull’*hic et nunc* della partecipazione agli “appuntamenti imperdibili”. L'*appeal* nei confronti del pubblico, la capacità di attrarre *audience*, la vendibilità del prodotto culturale sono diventate le caratteristiche, del tutto fini a se stesse, su cui sempre più spesso si concepiscono l'offerta e le attività culturali. Il tutto accade a scapito della ricerca, dell'approfondimento e del contatto con le realtà e le identità locali. Dicendo questo non si ha in mente un'idea di Cultura autoreferenziale, per soli addetti ai lavori, ma piuttosto si vuole concepire l'attività culturale come un preciso momento della costruzione di quel sentimento comunitario che sta alla base di una società sana. L'affermarsi di tali paradigmi ha conseguentemente determinato numerosi cambiamenti anche nella fisionomia e nelle tipologie dei lavori propri del settore culturale dell'amministrazione pubblica, cambiamenti che ne hanno interessato l'intera struttura. Una trasformazione profonda e determinante è avvenuta in relazione ai ruoli dirigenziali, dove a figure di specialisti della materia (storici dell'arte, del cinema, della musica, del teatro, ecc.) si sono sostituite figure manageriali di vario ordine e grado. Si è insomma assistito alla progressiva burocratizzazione del lavoro culturale, funzione che ha sostituito la ricerca, lo studio e l'elaborazione di concetti. Tale trasformazione non ha fatto che replicarsi ai livelli più bassi della catena di comando ed unita al progressivo taglio dei finanziamenti al settore culturale ha determinato un paesaggio potenzialmente desolante. Di fatto il blocco delle assunzioni ha determinato condizioni di precarietà per un'ampia fascia di lavoratori: non soltanto per quelli più giovani che dalla precarietà potrebbero trarre, eventualmente, anche qualche piccolo vantaggio (possibilità di entrare gradualmente nel mondo del lavoro conciliando con questo lo studio), ma anche per quei lavoratori ormai già avviati verso una carriera stabile nell'ambito specifico. La tipologia contrattuale più diffusa nel settore è, infatti, quella dell'incarico esecutivo, assimilabile per caratteristiche ad una prestazione cognitiva a cottimo. Ne consegue che il lavoro intellettuale viene dunque concepito come prestazione di manovalanza, cancellando il carattere potenzialmente formativo che dovrebbe essere proprio di un'attività lavorativa di questo genere. Inoltre la precarizzazione selvaggia delle tipologie di lavoro nel settore pubblico della cultura favorisce l'insorgere di logiche di carattere “baronale” o “feudale” (con conseguente sclerotizzazione del dibattito e delle dinamiche di scambio intellettuale interno), in quanto l'assegnazione degli incarichi compete esclusivamente al dirigente e non vi è possibilità alcuna di controllo da parte di terzi. Insomma, come si è già evidenziato in precedenza, a venire sacrificate in questa dinamica sono, da una parte, la ricerca (che dovrebbe essere il fulcro dell'attività culturale intesa come esperienza formativa ed arricchimento dell'identità comunitaria) e, dall'altra, la meritocrazia (concetto *bipartisan* con cui risulta molto più facile riempirsi la bocca, piuttosto che coglierne a pieno le implicazioni). ### Geologia di una tavola a fumetti URL: https://flaviopintarelli.it/2010/10/27/alan-moore-watchmen/ Last updated: 2018-11-29T10:49:57.000Z In questa analisi di una tavola del sesto capitolo della graphic novel *Watchmen* di Alan Moore mostro come si possono creare diversi lovelli di senso partendo dall'orientamento delle vignette. ## Alan Moore, la scrittura, il tempo, il doppio Considerato una pietra di paragone per il genere *graphic novel*, *Watchmen*, il capolavoro scritto da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons, è un testo assai denso di spunti interessanti per analizzare le strategie di costruzione del senso in un genere letterario difficile da collocare (non si può infatti considerare il genere *graphic novel* come un semplice genere del fumetto, data l'importanza che in esso assume la scrittura, ma non si può neppure riportarlo nell'alveo della letteratura tradizionale, dato che l'elemento figurativo funziona in maniera assai diversa da una tradizionale illustrazione). Quello che rende *Watchmen* un testo così particolare ed interessante per l'analisi è il suo progetto narrativo, ampio ed ambizioso. Moore ha, infatti, rivisitato e recuperato alcuni famosi supereroi della scuderia Charlton[1](#sdfootnote1sym) (famosa casa editrice di fumetti, attiva negli anni 40) e ha deciso di tratteggiare attorno a questi personaggi un mondo del tutto simile a quello reale, ma nello stesso tempo del tutto diverso, in quanto ogni suo aspetto è stato mutato dall'attività di questi stessi personaggi[2](#sdfootnote2sym). Per ragioni di spazio non ci sarà possibile esaurire in questa sede le molte sfumature del testo, ma ci limiteremo all'analisi di una tavola, la seconda tavola del sesto capitolo, così da aprire un sentiero per chiunque volesse intraprendere l'ambizioso tentativo di esaurire le problematiche di quest'opera. Il sesto capitolo è dedicato interamente alla figura di *Rorschach*. Personaggio chiave della vicenda (è infatti la sua indagine sulla morte di un collega a dare inizio alla narrazione), *Rorschach* è modellato da Moore sul personaggio della scuderia Charlton denominato *The Question[3](#sdfootnote3sym)*. Il sesto capitolo di Watchmen è interamente dedicato a Rorschach, l'inquetante personaggio la cui mashera muta incessantemente Nel sesto capitolo, intitolato *The abyss gazes also* (*Anche l'abisso guarda*) *Rorschach* si trova in carcere dove viene sottoposto ad un trattamento psichiatrico, durante il quale, ironia della sorte, gli viene proposto il test che porta il suo stesso nome. La tavola che apre il capitolo, è costituita da un'unica grande vignetta che raffigura una macchia di *rorschach[4](#sdfootnote4sym)*, la stessa macchia che verrà presentata al personaggio *Rorschach* dallo psichiatra nella tavola successiva. Questa[5](#sdfootnote5sym), a differenza della prima, è composta da ben nove vignette che compongono tre file, composte a loro volta da tre vignette. Risulta così una tavola dall'aspetto ordinato e simmetrico, le cui vignette possiedono tutte le stesse dimensioni[6](#sdfootnote6sym). Le note di scrittura presenti in appendice (che si riferiscono al primo capitolo) ci danno conto del metodo di scrittura di Moore, il quale fornisce al disegnatore precise indicazioni sia sulle dimensioni che sui contenuti di ciascuna vignetta[7](#sdfootnote7sym). Forti di questa considerazione possiamo conseguentemente e legittimamente pensare che la struttura della tavola che abbiamo deciso di analizzare non sia casuale, bensì frutto di una scelta calcolata. Seguendo la direzione di lettura abituale di una tavola a fumetti, cioè da sinistra a destra e dall'alto in basso, il contenuto delle vignette si presenta pressapoco in questa maniera: nella prima vignetta è rappresentata, con un piano ravvicinato, la macchia di *rorschach* (la stessa che occupa interamente la prima tavola[8](#sdfootnote8sym)) presentata dallo psichiatra al paziente, nella seconda e nella terza vignetta la macchia resta sempre al centro della vignetta, ma il punto di vista, allontanandosi, si fa più ampio, realizzando un effetto analogo al *plongee* cinematografico, mostrandoci prima le mani (seconda vignetta) e poi entrambi i personaggi che danno vita alla scena (terza vignetta). Nella vignetta successiva, la quarta, troviamo nuovamente un piano ravvicinato della scheda su cui è stampata la macchia, ma in questo caso, a differenza della prima vignetta, possiamo assegnare questa visione al personaggio di *Rorschach* (sono infatti visibili, a differenza di quello che accadeva nella prima vignetta, le mani di entrambi i personaggi). L'organizzazione delle vignette sulla tavola permette due differenti ordini di lettura Le vignette seguenti, quinta e sesta, mettono invece in scena un campo (soggettiva di *Rorschach* sullo psichiatra) e un controcampo (soggettiva dello psichiatra su *Rorschach*; bisogna notare come in questo campo-controcampo le figure del paziente e dello psichiatra siano tagliate dalla presenza della scheda sulla quale è raffigurata la macchia di *rorschach*, limite che, nel medesimo momento, mette in comunicazione e separa i due. La prima delle ultime tre vignette raffigura il cranio spezzato di un pastore tedesco, creando un evidente richiamo eidetico (basato cioè su di una analogia tra le forme) alla macchia di *rorschach.* Le successive raffigurano, rispettivamente, una soggettiva sul paziente dal punto di vista del medico ed un piano americano sul medico, che però non possiamo assegnare al paziente, in quanto lo scorcio delle sue mani (che si trovano sul lato destro della vignetta) ce lo impedisce; dunque le vignette otto e nove della tavola si configurano come un campo-controcampo, in cui il controcampo è letteralmente impossibile, sbagliato. Come abbiamo sottolineato nel momento in cui abbiamo proposto questa lettura della tavola, ci siamo attenuti, nell'effettuarla, ad una consuetudine che è tipica del testo letterario (prima si legge da sinistra a destra, poi si scende dall'alto verso il basso e si ricomincia), mentre nel caso del fumetto questo schema può essere ridiscusso e negato. È nostra intenzione presentare qui una seconda lettura possibile della [tavola](http://elpinta.files.wordpress.com/2010/10/watchmen%5Fchapter%5F6.jpg?ref=flaviopintarelli.it), non sostituiva, bensì integrativa della lettura tradizionale presentata poc'anzi. Si tratta di una lettura che chiameremo verticale , leggeremo infatti le vignette seguendo prima la direttrice che va dall'alto verso il basso e poi spostandoci da sinistra a destra. La divisione della tavola in nove vignette di uguali dimensioni ci facilita in questo compito: la prima coppia di vignette che compongono la prima colonna raffigura la macchia di sottoposta al paziente, mentre nell'ultima vignetta campeggia, macabro ed inquietante, il cranio spezzato a metà di un pastore tedesco. Come abbiamo già sottolineato, il richiamo eidetico fra la macchia ed il cranio del cane è manifesto. Nella seconda colonna la successione delle vignette ci presenta: un campo medio in *plongee* del tavolo a cui sono seduti medico e paziente (al centro del tavolo campeggia la scheda con la macchia di *rorschach*, e poi un campo-controcampo dei due personaggi. La terza colonna è assai simile, nella sua struttura, alla colonna precedente: si apre infatti con un campo lungo in *plongee* dei due personaggi seduti al tavolo (con la macchia sempre ben presente e visibile al centro) e continua con un campo – controcampo sbagliato dei due personaggi. La tavola che raffigura il colloquio psichiatrico di Rorschach è ricca di richiami edietici tra le vignette Ad un osservatore attento non saranno sfuggite le numerose somiglianze di struttura, in particolare per quello che riguarda la successione dei piani e del contenuto di essi, fra le due letture che abbiamo proposto. Elenchiamo di seguito tali somiglianze. Sia la prima colonna orizzontale che quella verticale hanno come fulcro di tutte le vignette la figura rappresentata sulla scheda del test di *rorschach* (con la differenza che nell'ultima vignetta della colonna orizzontale la macchia è al centro di un piano lungo, mentre nella colonna verticale l'ultima vignetta è rappresentata dal cranio spezzato del cane, ripreso in primo piano). La seconda colonna, sia in orizzontale che in verticale, presenta una analoga successione di piani: prima un piano ravvicinato della scheda, poi un campo – controcampo dei due personaggi (anche qui riscontriamo una differenza: la terza vignetta della colonna orizzontale raffigura il controcampo su *Rorschach*, la cui espressione truce è tagliata dalla presenza della scheda; la terza vignetta della colonna verticale invece ci mostra un dallo sguardo assente e dal volto completamente visibile). La terza colonna non fa eccezione, anche qui troviamo un'analogia compositiva: la prima vignetta raffigura l'elemento eidetico comune della macchia di *rorschach*, ma da distanze diverse (come nella prima colonna ma a parti invertite, ora è la colonna orizzontale che comincia con il primo piano e quella verticale con il piano lungo), mentre la seconda e la terza vignetta di ogni colonna mettono in scena il campo-controcampo impossibile già notato prima. Sarebbe legittimo pensare a questo punto che, data una somiglianza così forte fra le strutture che soggiacciono alle differenti letture che abbiamo descritto, tale divisione sia superflua, vedremo che non è così. Vi è un elemento che permette di differenziare i due regimi, orizzontale e verticale, dando così alla nostra ipotesi una solida conferma: si tratta delle didascalie. Vi sono sette didascalie che riportano alcuni estratti degli appunti redatti dal dott. Malcolm Long, lo psichiatra incaricato di svolgere la perizia. Nella prima vignetta della tavola, occupata dal primissimo piano della macchia di *rorschach*, i cui bordi (inferiore, sinistro e destro) si confondono con i bordi della vignetta stessa, la didascalia si trova in alto, attaccata al bordo superiore della vignetta. I due regimi di lettura creati dalla disposizione delle vignette raccontano altrettante storie Louis Marin ha mostrato come la cornice trasforma il gioco variato della diversità sensibile \[...\] in un'opposizione in cui la rappresentazione viene identificata come tale attraverso l'esclusione dal campo dello sguardo di qualunque altro oggetto[9](#sdfootnote9sym); sembra così, a prima vista, che la didascalia segnali al lettore l'ingresso in un sistema di rappresentazione, quello dello psichiatra[10](#sdfootnote10sym), sotto il cui segno andrebbe letta l'intera tavola. Non è tuttavia così, infatti nella vignetta seguente (ed in tutte le successive) la didascalia contenente gli appunti del medico appare staccata dal bordo della vignetta e diventa, a tutti gli effetti, un elemento fluttuante all'interno dell'immagine. Dato che, segnala ancora Marin, le figure che guarniscono il bordo “insistono” sull'indicazione, l'amplificano: la *deixis* diventa *epideixis*, la mostrazione diventa di-mostrazione...[11](#sdfootnote11sym), ricorrendo a quello che Noel Burch definirebbe un raccordo a percezione ritardata[12](#sdfootnote12sym), Moore ci invita a ricercare come al di sotto della scrittura (e quindi della lettura) dello psichiatra (i suoi appunti) si sviluppi una scrittura-lettura ulteriore, ma di segno opposto, quella del paziente. La struttura messa in piedi da Moore con la complicità di Gibbons si basa dunque sull'opposizione topologica fra la dimensione orizzontale e quella verticale della lettura, opposizione alla quale gli autori delegano una funzione essenziale, quella di declinare, ad uso del lettore, la frattura che sembra sdoppiare il personaggio protagonista del capitolo[13](#sdfootnote13sym) La presenza simultanea di questi due regimi di lettura ha inoltre un ulteriore effetto spaziale, in quanto apre la tavola, di norma bidimensionale, alla dimensione della profondità, mostrando quindi le stratificazioni da cui è composta. La tavola di Moore è una raffinata macchina di metascrittura creata per raccontare la doppia natura del personaggio Possiamo a questo punto spingerci oltre nell'analisi della tavola, ma prima sarà necessario ricapitolare i punti essenziali del nostro ragionamento: la rigidità simmetrica con cui questa tavola è stata organizzata ci ha guidato nel ritrovamento di due differenti configurazioni spaziali su cui organizzare la lettura, una orizzontale e l'altra verticale; abbiamo poi notato come uno scarto nella collocazione delle didascalie permettesse di assegnare la lettura orizzontale al sistema rappresentativo dello psichiatra e quella verticale al sistema rappresentativo del paziente. Infine abbiamo osservato lo sfondamento del piano della tavola, che ci ha reso visibili le stratificazioni di cui era composta. In uno dei saggi che compongono *L'ecriture et la différence*, *Freud e la scena della scrittura*, Jacques Derrida, studiando l'evoluzione dell'uso delle metafore di scrittura in alcuni testi di Freud[14](#sdfootnote14sym), osserva in che modo la macchina di scrittura sia essenziale, in virtù del suo funzionamento[15](#sdfootnote15sym), alla possibilità di rappresentarci, come in una messa in scena, il funzionamento della memoria ed il rapporto che questa necessariamente allaccia con il tempo e la temporalità: > La temporalità come spaziatura non sarà solamente la discontinuità orizzontale nella catena dei segni, ma la scrittura come interruzione e ricostituzione del contatto tra i diversi strati psichici più o meno profondi, il tessuto temporale così eterogeneo del lavoro psichico stesso. In essa non si ritrova né la continuità della linea, né l'omogeneità del volume, ma la persistenza e la profondità differenziate di una scena, la sua spaziatura [16](#sdfootnote16sym). Il meccanismo di scrittura messo in scena da Moore funziona in maniera analoga. Non solo la sovrapposizione delle differenti letture ridefinisce lo spazio della tavola in termini non convenzionali (apertura della profondità), ma i montaggi delle vignette ci mostrano la presenza di due temporalità distinte che lavorano alla definizione del senso (nella lettura verticale, il macabro ricordo del paziente si attualizza nello spazio di poche vignette, tre, mentre nella lettura orizzontale ciò avviene nello spazio di sette vignette)[17](#sdfootnote17sym). Moore allestisce dunque in questa tavola una raffinata macchina di metascrittura[18](#sdfootnote18sym), che, grazie all'opposizione topologica orizzontale/verticale ed al particolare trattamento delle didascalie, mette in mostra il suo meccanismo ed il rapporto che esso intrattiene con il tema (centrale nel progetto narrativo dell'opera) del doppio. [1](#sdfootnote1anc) Più che di supereroi sarebbe opportuno parlare di avventurieri, dato che uno solo, Dr. Manhattan-Capitan Atom, fra i protagonisti della vicenda, possiede dei superpoteri, mentre gli altri non sono che comuni esseri umani dediti alla lotta contro il crimine in virtù di loro capacità particolari o motivazioni profonde. [2](#sdfootnote2anc) Alan Moore; *[Appendice a Watchmen, Il mondo](http://www.anobii.com/books/Watchmen/9781401207137/00511d7382bd62b501/?ref=flaviopintarelli.it)*; “Innanzitutto, mi piacerebbe che il mondo abitato dai personaggi della Charlton fosse più realistico nella sua concezione di qualsiasi altro mondo di supereroi mai creato, e allo stesso tempo diverso dal nostro quanto lo sono i mondi presentati in Terra Uno, Terra Due o Terra Marvel. Per capire dove voglio parare, dovete immaginare quali sarebbero gli effetti della presenza dei supereroi sul mondo reale, sia a livello politico, sia a livello psicologico”. [3](#sdfootnote3anc) Alan Moore; *[Appendice a Watchmen, Rorschach](http://www.anobii.com/books/Watchmen/9781401207137/00511d7382bd62b501/?ref=flaviopintarelli.it)*: “The Question*\-Rorschach*, da un lato, è un personaggio ossessivo. Fa qualsiasi cosa per attenersi al suo rigido codice morale salvo contraddire i suoi stessi credo. \[...\]è un vero cavallo pazzo, eccentrico e imprevedibile fino all'estremo. ; inoltre \[...\] tutto il suo corpo è inguainato in una membrana semiporosa incredibilmente sottile. Questa membrana contiene due liquidi viscosi uno nero e l'altro bianco. I liquidi fluiscono e cambiano seguendo le variazioni di pressione e di temperatura corporea, facendo scorrere le macchie bianche e nere lungo il suo corpo e creando disegni sempre mutevoli. La sua faccia è una maschera bianca segnata solo da una macchia di Rorschach che cambia di continuo”. (Corsivo mio) [4](#sdfootnote4anc) Vedi [figura 1](http://elpinta.files.wordpress.com/2010/10/issue06-small.jpg?ref=flaviopintarelli.it "watchmen chapter 6"). [5](#sdfootnote5anc) Vedi [figura 2](http://elpinta.files.wordpress.com/2010/10/watchmen%5Fchapter%5F6.jpg?ref=flaviopintarelli.it "watchmen chapter 6 table") [6](#sdfootnote6anc) Per una analisi approfondita del ruolo della divisione in vignette della tavola a fumetti come elemento tassonomico rimandiamo a: Daniele Barbieri; *[I linguaggi del fumetto](http://www.anobii.com/books/I%5Flinguaggi%5Fdel%5Ffumetto/9788845217432/01cc545ffd8f5f17b8/?ref=flaviopintarelli.it)*; cap. 10.3 *Le inquadrature e la sequenza*; Bompiani, Milano 1991. [7](#sdfootnote7anc) Alan Moore; *[Appendice a Watchmen](http://www.anobii.com/books/Watchmen/9781401207137/00511d7382bd62b501/?ref=flaviopintarelli.it)*[, ](http://www.anobii.com/books/Watchmen/9781401207137/00511d7382bd62b501/?ref=flaviopintarelli.it)*[Timbrare il cartellino ](http://www.anobii.com/books/Watchmen/9781401207137/00511d7382bd62b501/?ref=flaviopintarelli.it)* [8](#sdfootnote8anc) Vedi [figura 1](http://elpinta.files.wordpress.com/2010/10/issue06-small.jpg?ref=flaviopintarelli.it "watchmen chapter 6"). [9](#sdfootnote9anc) Louis Marin; *La cornice della rappresentazione;* In *[Della rappresentazione](http://www.anobii.com/books/Della%5Frappresentazione/9788883530456/0138b2dc2518b78607/?ref=flaviopintarelli.it)*; pag. 201; Meltemi, Roma [10](#sdfootnote10anc) *Ibidem*; pag. 202 "La presentazione rappresentativa è presa nella struttura dialogica di un destinatore e di un destinatario, ai quali la cornice fornisce uno dei luoghi privilegiati del “far saper”', del “far credere”, del “far sentire”, delle istruzioni e delle ingiunzione che il potere di rappresentazione e in rappresentazione rivolge allo spettatore-lettore”. [11](#sdfootnote11anc) *Ibidem*; pag. 202. [12](#sdfootnote12anc) cfr. Noel Burch; [*Prassi del cinema*](http://www.anobii.com/books/Prassi%5Fdel%5Fcinema/9788873800828/01279e96f36f987837/?ref=flaviopintarelli.it); Il Castoro. [13](#sdfootnote13anc) Uno dei temi che scorrono lungo tutto il corso della vicenda è proprio quello della doppia natura degli avventurieri/supereroi che animano l'universo di *Watchmen*. Fra questi sono infatti ben pochi a non condurre una doppia vita o a non possedere un *alias.* [14](#sdfootnote14anc) Si tratta principalmente de *La nota sul notes magico*, *L'interpretazione dei sogni* e *Progetto di una psicologia*. [15](#sdfootnote15anc) Jacques Derrida; [\*L'ecriture et la différence](http://www.anobii.com/books/La%5Fscrittura%5Fe%5Fla%5Fdifferenza/9788806162207/01b9430a4302c695ed/?ref=flaviopintarelli.it); ed. it. Einaudi, Torino 1972; pag. 288 “Duplice sistema incluso in un unico apparato differenziato, innocenza sempre offerta e riserva infinita delle tracce...” [16](#sdfootnote16anc) *Ibidem*; pag. 290-291. [17](#sdfootnote17anc) Daniele Barbieri; [*I linguaggi del fumetto*](http://www.anobii.com/books/I%5Flinguaggi%5Fdel%5Ffumetto/9788845217432/01cc545ffd8f5f17b8/?ref=flaviopintarelli.it), Bompiani; pag. 265-266-267: “Il fumetto non può infatti *rappresentare* durate troppo lunghe all'interno di una singola vignetta”; “E' proprio questa ridondanza di immagini, che rallenta la lettura, che permette la costituzione di quell'effetto: se invece delle due vignette settima e ottava avessimo avuto solo l'ottava con i segni di movimento della traiettoria della cartuccia, l'avremmo letta come qualcosa che sta succedendo alla velocità normale, e non come un *rallenty*. Insomma l'effetto temporale è creato non dalle singole vignette, ma dalla loro giustapposizione, dalla loro messa in sequenza”; “al di là di una certa durata, quello che nel cinema si ottiene semplicemente prolungando l'inquadratura, nel fumetto richiede la sua ripetizione”. [18](#sdfootnote18anc) L'allestimento di procedimenti metascritturali e metatestuali è uno dei tratti tipici del lavoro di Alan Moore, si vedano a questo proposito anche [*From Hell*](http://it.wikipedia.org/wiki/From%5FHell?ref=flaviopintarelli.it) e [*The league of extraordinary Gentleman*](http://it.wikipedia.org/wiki/La%5FLega%5Fdegli%5FStraordinari%5FGentlemen?ref=flaviopintarelli.it) ### Stop & search on the yellow bricks road URL: https://flaviopintarelli.it/2010/09/26/stop-search-on-the-yellow-bricks-road/ Last updated: 2018-11-29T10:52:21.000Z Come si sviluppa il discorso cromatico nel disegno *Stop&Search* dello street artist britannico Banksy. Se è vero, come io credo, che sia legittimo individuare nella cultura visuale una delle più sviluppate aree della semiosfera contemporanea, è altrettanto vero che un lavoro analitico su questa cultura non può prescindere da una logica multidisciplinare, capace di risemantizzare concetti elaborati in determinati ambiti di ricerca per applicarli ad oggetti di natura differente. In questo post tenterò di applicare un concetto sviluppato nell'ambito della teoria del cinema ad un oggetto non cinematografico (un disegno), mostrando come, e non potrebbe essere altrimenti, anche nella cultura visuale contemporanea si diano interessanti fenomeni di convergenza. Ho scelto come oggetto di analisi un disegno di [Banksy](http://www.banksy.co.uk/?ref=flaviopintarelli.it), celebre e provocatorio *street artist* di origine inglese. Il disegno si intitola *Stop and* *search* (*Fermata e perquisita*) e raffigura una bambina il cui cestino da pic-nic viene perquisito da un truce poliziotto, con tanto di casco e manganello. Assiste alla scena un cagnolino, posizionato nell'angolo in basso a destra del quadro. Riconoscere le modalità di costruzione degli sguardi è fondamentale per capire il meccanismo espressivo che Bansky sta mettendo a punto. Il centro d'attrazione dell'intera scena, il punto che catalizza l'attenzione dello spettatore, si ricava incrociando le linee di forza che prolungano gli sguardi dei tre protagonisti. Il cagnolino in basso a destra, agendo come una figura di cornice, orienta ulteriormente lo sguardo dello spettatore: in sintesi, ci sta dicendo dove e come guardare. Che cosa troviamo all'incrocio delle linee di forza che prolungano gli sguardi dei protagonisti di questa scena? La risposta è scontata, eppure problematica: all'incrocio degli sguardi si trova il cestino da pic-nic che il poliziotto sta perquisendo con solerzia. A questo punto però, si verifica uno scarto decisivo, perché accanto al cestino si nota un colore. L'intero disegno, infatti, è in bianco, nero e grigio, caratterizzato quindi dall'assenza del colore, fatta eccezione per il paio di guanti color verde acqua, indossati dal poliziotto. La tinta di questi guanti è assai particolare, non abbastanza squillante per rompere l'equilibrio cromatico del quadro (così come succederebbe se si trattasse di un rosso o di un giallo acceso), eppure abbastanza particolare, al punto da costituire un elemento capace di catalizzare l'attenzione dello spettatore. È dunque questo colore a porsi come il vero centro nevralgico della composizione. Fin dalle riflessioni di S.M. Ejzenštejn, il colore deve essere considerato, nel cinema, qualcosa in più di un semplice orpello realistico: esse deve essere considerato come un elemento espressivo autonomo, che deve essere coordinato dal montaggio verticale per realizzare quel costrutto stratificato di senso che è l'immagine. Sulla scorta delle riflessioni di Ejzenštejn, Luca Venzi, nel suo *Il colore e la composizione filmica*, tenta una tassonomia dei possibili usi espressivi del colore nel cinema. Condizione fondamentale per individuare quando un colore viene utilizzato in termini espressivi all'interno di un film è la sua marcata riconoscibilità, che Venzi individua con il termine *esposizione cromatica[1](#sdfootnote1sym)*. L'incrociarsi degli sguardi che determinano il centro d'attenzione nel disegno di Bansy funziona proprio nei termini di un'*esposizione cromatica*, che ci presenta il colore come un elemento espressivo, la cui funzione ho appena cominciato a descrivere. Secondo Venzi, l'*esposizione cromatica*, si specifica in due figure differenti: l'insorgenza di colore e la ricorrenza di colore. > «L'insorgenza di colore è quell'occorrenza filmica puntuale in cui uno o più colori si espongono allo sguardo dello spettatore in virtù di un potere visivo-attrazionale che per un tempo più o meno prolungato tende a derealizzare i dati dell'immagine»[2](#sdfootnote2sym). Anche nell'oggetto che stiamo analizzando possiamo dire di trovarci di fronte ad un fenomeno di insorgenza di colore, tuttavia si tratta di un fenomeno dalle caratteristiche particolari. Piuttosto che davanti ad un'esplosione di colore, nel caso specifico, assistiamo ad un'implosione dello stesso, ad un contrarsi dell'immagine sul colore – contrarsi che ha anch'esso un potere derealizzante – piuttosto che ad una propagazione del colore lungo tutta la superficie dell'immagine. Anche in questo caso, quindi, «sospinto dalla propria prorompenza puramente ottica, spaziale, figurativa, plastica, il colore reclama lo sguardo, ferisce la visione, e, almeno per il tempo in cui il proprio fenomenizzarsi è percepito come tale, la precipita nel luogo o nei luoghi in cui esso viene a manifestazione»[3](#sdfootnote3sym). Tuttavia, se l'azione dell'insorgenza di colore terminasse qui, essa avrebbe il potere di distruggere completamente lo sviluppo narrativo del film; l'esplosione di colore, il suo potere attrazionale, la sua semplice presenza impedirebbero al film di espletare la sua azione configurante e quindi ne minerebbero le stesse capacità narrative. È per questo che l'immagine filmica ha la capacità di riassorbire i momenti di insorgenza di colore all'interno del proprio processo formante e di farne elementi capaci di aggiungere a questo ulteriori dati espressivi[4](#sdfootnote4sym). Data la natura statica dell'oggetto in questione, tale processualità deve essere considerata una processualità di carattere esclusivamente cognitivo: tuttavia essa è descrivibile come movimento dello sguardo ed implosione dell'immagine su di un colore. Resta da descrivere come, a partire da questa implosione, il colore lavori l'immagine dal punto di vista espressivo. In precedenza avevo fatto notare come la tinta verde acqua dei guanti non desse origine ad uno stacco cromatico particolarmente violento, rispetto al bianco e nero che domina l'intera scena. Ma questa tinta rimanda anche alla qualità materiale dell'oggetto. Quei guanti sono, infatti, guanti di lattice, e non, per esempio, guanti di pelle come quelli che potrebbe indossare un poliziotto in tenuta antisommossa. I guanti di lattice servono per impedire di venire a contatto con sostanze nocive per l'organismo, e costituiscono un'elementare misura di profilassi. Ad indossare guanti di questo tipo sono soprattutto gli agenti di pubblica sicurezza incaricati di perquisire i migranti quando questi arrivano in un determinato paese. L'immagine di Banksy sarebbe leggibile, in base al lavoro da questi fatto sul colore, come una provocatoria critica alle politiche di controllo e prevenzione dell'immigrazione che sono comuni a gran parte dei paesi occidentali. Vi è un ulteriore elemento che confermerebbe questa lettura: Banksy, nei suoi disegni, è solito decontestualizzare immagini e simboli della *popular culture* per realizzare [visioni spiazzanti a partire da elementi consueti](http://www.banksy.co.uk/indoors/napalm.html?ref=flaviopintarelli.it). Sapendo questo non è poi difficile identificare la bambina ed il cane: la bambina è infatti Dorothy, la protagonista de *Il mago di Oz*, e l'animale altri non sarebbe che il suo fido cairn terrier, Toto. Non è una scelta casuale, Dorothy, infatti, ad Oz è un immigrata clandestina, giunta nel magico reame trasportata da un tornado (guarda caso da un elemento fluido come l'acqua, che nella rappresentazione delle migrazioni ha un [ruolo fondamentale](http://elpinta.wordpress.com/2010/08/30/assedio-e-allegoria/?ref=flaviopintarelli.it). Insomma quella che, a prima vista, poteva sembrare soltanto un'immagine bizzarra, letta alla luce del lavoro fatto da Bansky sugli elementi espressivi del disegno (il colore ed la ricontestualizzazione di altre immagini) diventa una visione fortemente critica rispetto ad una delle questioni politiche più centrali degli ultimi anni. Ma è, anche, un esempio di come all'interno della cultura visuale vi sia una sostanziale fluidità che permette di adattare oggetti e concetti ad un'ampia rete di situazioni. [1](#sdfootnote1anc)Luca Venzi, [*Il colore e la composizione filmica*](http://www.anobii.com/books/Il%5Fcolore%5Fe%5Fla%5Fcomposizione%5Ffilmica/9788846716446/0143d6f8134f55b45d/?ref=flaviopintarelli.it), pag. 21 > “Chiameremo *esposizione cromatica* questa preliminare operazione che il film è chiamato ad effettuare attorno al colore o ai colori che più o meno consapevolmente e più o meno compiutamente ha stabilito di lavorare in funzione espressiva, rilevando come tale operazione costituisca la condizione essenziale affinché l'elemento cromatico possa a sua volta candidarsi ad effettuare nelle immagini e tra le immagini di un testo filmico, un qualsivoglia lavoro testuale. \[…\] Un *colore esposto* dal film sarà dunque un colore che il film stesso ha dotato di un variabile ma indiscusso *valore di apparizione*, valore di cui il drastico ed improvviso rovesciarsi in immagine dell'elemento cromatico e/o la sua insistente ed evidente reiterazione da un'immagine all'altra costituiscano le espressioni più abituali e significative.” Dato che stiamo applicando concetti elaborati nell'ambito della teoria cinematografica ad un oggetto pittorico è necessario che il lettore tenga sempre a mente la differenze che caratterizzano l'immagine in movimento rispetto a quella statica. [2](#sdfootnote2anc)Luca Venzi, *ivi.*, pag. 29. *[3](#sdfootnote3anc)Ivi*., pag. 29. *[4](#sdfootnote4anc)Ivi.*, pag. 33 > “L'immagine filmica patisce dunque l'incorrere di questi momenti di insorgenza, di pura visibilità sovraoggettuale che spinge all'informe, ma subito si fa costitutivamente carico di ricomporre queste zone di eccedenza che in essa vengono ad aprirsi, di richiudere lo iato che in essa si consuma. Reintegrando entro i confini della propria dimensione enunciativa lo scarto attrattivo-derealizzante promosso dal colore, ricollocandolo, in primo luogo, nelle maglie del proprio livello informativo-narrativo, ricomponendo cioè innanzitutto l'integrità dei dati di contenuto che il passaggio del colore ha oscurato. \[…\] Non cesseremo mai, dunque, di vedere una stanza, un volto, una piscina nei film di Donen e Kieslowski sebbene di fronte alla loro rappresentazione ci si misuri, con ogni evidenza, con l'incorrere di una forza puramente visiva, veicolata dal colore, che per un momento, più o meno prolungato, rapisce letteralmente la nostra attenzione. ### Requiem for a Cinema URL: https://flaviopintarelli.it/2010/09/16/requiem-for-a-cinema/ Last updated: 2019-12-20T10:04:44.000Z Con *L'occhio del novecento* Francesco Casetti, uno dei massimi esponenti della filmologia italiana, segna l'inizio di una nuova fase del suo percorso di studio. Una fase che, come per altri recenti contributi, sembra distaccarsi dai paradigmi teorici della semiotica, che per molti anni hanno fortemente caratterizzato l'orizzonte degli studi sul cinema in Italia. Sarebbe il caso di argomentare in maniera più approfondita su questo distacco, ma si tratta di un argomento meritevole di un'approfondimento che il breve spazio di una recensione non può concedere. Il sottotitolo del volume di Casetti, *Cinema, esperienza, modernità*, traccia molto chiaramente i confini dell'analisi operata dalla studioso ed i campi di interesse entro cui questa si colloca. La tesi di fondo del libro è la seguente: il cinema costituirebbe un dispositivo tecnico-sociale che è stato capace di cogliere, mettere in forma e problematizzare i tratti salienti dell'esperienza della modernità. E sarebbe stato in grado di compiere questo sforzo mettendo a punto strumenti tecnico- interpretativi propri e caratterizzanti. Insomma, in quanto discorso sociale il cinema acquisirebbe la fisionomia di un fenomeno dotato di *capacità autoriflessiva* e in grado di suscitare *effetti performativi* Casetti propone un'analisi del cinema inteso come esperienza, sociale ed estetica allo stesso tempo, in cui molta attenzione è dedicata all'analisi delle glosse teoriche che ne hanno accompagnato la nascita (Benjamin, Balàzs, Epstein, Ejzenštejn, Kracauer ecc.) ed hanno contribuito a definirne le potenzialità, i limiti, le caratteristiche proprie. Senza però dimenticare che ogni riflessione teorica deve essere accompagnata da un oggetto teorico che ne viene influenzato e la influenza simultaneamente. Molte sono, infatti, le analisi di film ritenuti esemplari per evidenziare passaggi teorici di particolare interesse. L'approccio al materiale filmico è prettamente sincornico, volto a creare legami, a volte inaspettati, tra testi molto diversi tra loro, ma accomunati da tensioni teoriche assimilabili. La ricognizione operata da Casetti fa emergere un paesaggio in cui il cinema si pone come una pratica, una riflessione ed un'esperienza fortemente dialettica, i cui tratti caratterizzanti sono la capacità negoziale, la capacità di fare proprie le istanze problematiche della modernità (reinterpretandole e dunque cercando ad esse soluzioni), ed infine la capacità del cinema di imporsi come strumento comunicativo, come *medium*. È in particolare sulla capacità negoziale del cinema che si sofferma Casetti, proponendo l'analisi di alcuni ambiti in cui questa si è dispiegata al massimo grado; ambiti che ripropongo qui di seguito: 1. La dialettica tra *frammento* e *totalità*, che ha nel funzionamento dell'inquadratura, finestra sul mondo dai limiti sempre passibili di essere messi in discussione, la sua figura chiave. 2. La dialettica tra *soggettività* ed *oggettività*, in cui l'oggetto della visione appare sempre in rapporto ad un focolaio di percezione, che ne determina la visibilità. 3. La dialettica tra *macchina* e *uomo* perfettamente incarnata dal funzionamento della cinepresa, ad un tempo occhio meccanico (impassibile, automatico, distaccato) ed occhio antropomorfo (strumento capace di replicare la visione mentale ed il meccanismo di funzionamento del pensiero). 4. La dialettica tra *eccitazione* ed *ordine*, per la quele il cinema, pur essendo un dispositivo capace di generare forti *shock* sensoriali nello spettatore, agisce, in special modo tramite il montaggio, organizzando tali *shock* in un insieme dotato di senso. 5. La dialettica tra *immersività* e *distacco* che caratterizza l'esperienza della sala cinematografica, spazio in cui ci si immerge nella realtà dello schermo distaccandosi dalla realtà di fatto. L'analisi di Casetti si conclude con un capitolo che mi sembra di cruciale importanza per la questione che pone a coloro che si occupano di cultura visuale. Dopo aver analizzato i tratti peculiari dell'esperienza cinematografica, così come essa si è sviluppata nel'900, Casetti riflette sulle modificazioni che l'epoca contemporanea ha apportato a questa esperienza. Secondo l'analista il Cinema, così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più, sostituito da un'esperienza visiva, ancora priva di nome, ma che si potrebbe, perlomeno in via non definitiva, etichettare col nome di *Cinema 2*. Tale entità si culla tra tre sfide fondamentali: A) la comparsa di nuove tecnologie di produzione delle immagini filmiche: il digitale. B) le nuove modalità di fruizione che atomizzano l'esperienza dello spettatore. C) il panorama mediale caratterizzato dalle dinamiche di convergenza e dal ruolo sempre più importante dell'interattività. Pur non condividendo alcuni assunti a proposito di queste caratteristiche, riconosco che in queste tensioni si delinea il campo di forze che in cui la cultura visuale contemporanea sta evolvendo e delineando la propria fisionomia. ### Sbirri, cops, bullen, flicks. Riflessioni a caldo sul film di Roberto Burchielli URL: https://flaviopintarelli.it/2010/09/02/sbirri-roberto-burchielli/ Last updated: 2018-11-29T10:54:39.000Z *Sbirri* di Roberto Burchielli mette in scena il rapporto tra la realtà e la finzione giocando con il carattere attestativo e riproduttivo del mezzo cinematografico. Martedì la prima serata di Canale 5 proponeva il film *Sbirri* (2009) di Roberto Burchielli, con Raoul Bova nella doppia veste di produttore e protagonista. Alla visione del palinsesto su di un quotidiano mi si è illuminata una piccola zona della memoria. Circa un anno fa vidi uno speciale dedicato a questo film, uno di quei backstage pubblicitari che spesso passano alla televisione. Ricordavo un Bova goffamente mascherato (con baffi, barba e capelli lunghi come solo nei film si vedono) andare in giro per Milano insieme ad alcuni poliziotti, gli Sbirri del titolo, di un'unità antidroga metropolitana. Lo speciale faceva pensare ad una specie di documentario o, al limite, un *mockumentary*. Ho deciso perciò di seguire il film in parte incuriosito e mosso da un piacere voyeuristico, in parte interessato a capire quali strategie di rappresentazione di un settore della forza pubblica (quello volto alla repressione della microcriminalità legata al consumo ed allo spaccio di droga)che spesso è stato al centro di aspre polemiche negli ultimi anni (la morte di Stefano Cucchi è stato solo il caso più mediatizzato). Dopo pochi minuti di visione ho capito che le mie curiosità sarebbero rimaste inevase: il film è si un *mockumentary*, ma è completamente incentrato sulle vicende di un reporter dal vastissimo curriculum, Matteo Gatti (Raoul Bova), famoso per "metterci la faccia", per assicurare, con la sua (bella) presenza la veridicità dei fatti documentati (di lui si dice, in un profilo che vediamo apparire nelle immagini di un telegiornale, che ha passato anche del tempo in un CPT, oltre ad aver collaborato alla cattura di alcuni terroristi). Gatti, in seguito alla morte del figlio a causa di una pasticca, decide di recarsi da Roma a Milano, dove, col pretesto di documentare la realtà della droga nella città meneghina, vuole cercare informazioni sullo spacciatore che ha ucciso suo figlio. Non voglio tralasciare come in questo melodrammone fin "troppo italiano" i sentimenti sono sempre di un'intensità lacerante che sfiora a volte l'osceno (quando sono espressi dall'attrice Simonetta Solder, che interpreta Sveva, la moglie di Gatti) a volte il ridicolo (quando ad esprimerli è Matteo) Al di là di queste annotazioni, ciò che del film mi ha colpito, ed è l'oggetto di questa riflessione, è la dialettica tra le immagini attestative (reali, documentarie) e quelle configurate (finzionali, filmiche). A dominare tanto le prime, quanto le seconde è un'estetica sporca: immagini sgranate, mosse, inquadrature prese da dietro gli angoli, scorci audaci e volutamente lontane dalle regole di ripresa professionale. Insomma, fin dalla scelta dello stile di ripresa il film grida il suo realismo, si dichiara essere realistico, a tratti (laddove vengono presentate immagini ottenute tramite le telecamere di sorveglianza della Polizia, o nel corso delle azioni a cui il buffamente camuffato Raoul Bova partecipa) reale. Naturalmente il realismo qui è tutta una questione di stile, che nulla ha a che fare con la realtà che il film vorrebbe raccontare. L'effetto che si ottiene nelle ricerca del realismo è però quello di rendere quasi indistinguibili i due regimi di significazione entro cui il film è costruito, quello attestativo e quello configurativo, si passa, infatti, dall'uno all'altro senza scarti evidenti. In un certo senso, seppure l'intera operazione si presenta sotto il marchio della *fiction*, della finzione, l'intento del regista è quello di ridurre la percezione di essa al minimo consentito dalla flessibilità del mezzo cinematografico. Tale meccanismo giunge al parossimo nella scena in cui, prima di un'irruzione all'interno dell'appartamento di uno spacciatore, Bova-Gatti è inquadrato con una videocamera in mano. Si tratta di un segno che serve ad attestare la reale presenza di Bova all'interno della scena, ma è, allo stesso tempo, un elemento del tutto incongruo nelle mani del personaggio che sta interpretando, che bisogno avrebbe Gatti, dal momento che è sempre seguito, anche nei momenti più intimi o difficili, dall'operatore Gino (che non vediamo mai, ma la cui presenza si fa "sentire" in ogni occasione), di raddoppiare la sua visione con una videocamera? Nessuno, quella videocamera serve a ricordare allo spettatore che quella scena è accaduta davvero, che Raoul Bova e non Matteo Gatti è stato lì. È evidente il cortocircuito che si viene a creare, in quanto il regime attestativo risulta del tutto omogeneo a quello configurativo. Non vi è differenza, non vi è alcuno scarto tra le immagini che permetta allo spettatore di collocarsi all'interno di esse per lavorare coi suoi strumenti cognitivi la realtà che si cerca di raccontare. Allo stesso modo è trattata la droga: non fenomeno complesso di cui si ricercano le cause, le connessioni, le connivenze, bensì semplice presenza immanente alla vita di una città, Milano, che rappresenta, per metonimia, il paese intero. Presenza e non costruzione sociale, dato di fatto e non fenomeno passibile di comprensione nei suoi concatenamenti sociali, la droga ha, nel film, un'esistenza propria, autonoma, sembra prodursi per generazione spontanea e non essere il riflesso di un'articolazione economica e di potere, come, in realtà, essa è. "Io so che è solo una goccia nel mare", sentenzia Angelo, l'ispettore-angelo custode di Bova-Gatti "ma stasera io ho tolto dalla strada 50 pezzi, e questo mi basta"...suona ragionevole, ma è una dichiarazione di resa, si può vincere una battaglia, non la guerra.