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# La guerra ai link è una guerra all’idea di rete
- URL: https://flaviopintarelli.it/2026/10/18/la-guerra-ai-link-e-una-guerra-allidea-di-rete/
- Published: 2026-10-18T18:43:11.000Z
- Updated: 2026-10-18T18:43:10.000Z
- Description: Dal caso cheFare alla creator economy: come i social sono diventati macchine dei contenuti e come gli autori hanno imparato a servirle.
- Author: Flavio Pintarelli
- Tags: Riflessioni

> Oggi Facebook impone condizioni che non possiamo accettare, a partire dalle nuove dinamiche di abbonamento e da una gestione dei contenuti che penalizza la cultura indipendente e l'uso stesso dei link. Per noi non ci sono più le condizioni per continuare a lavorare su questa piattaforma in modo libero, coerente e sostenibile.

Sono le parole con cui, in [un post pubblicato il 23 settembre](https://www.facebook.com/QuindicheFare/posts/pfbid026z3LXZow6nzWVt22jQjyxyZkrwqgRyKDaE1hJ2Ryv9sg1mMNh9Q2PXqvPzn3nb8El), cheFare annuncia la decisione di dismettere la sua pagina Facebook.

cheFare è un’agenzia per la trasformazione culturale nata a Milano una quindicina di anni fa. Da allora è un solido punto di riferimento per chi, in Italia, si occupa di innovazione sociale, rigenerazione urbana, ripopolamento delle aree interne e delle trasformazioni culturali, sociali ed economiche del presente.

Le condizioni inaccettabili di cui parla il comunicato riguardano anche le restrizioni alla pubblicazione di post organici con link esterni alla piattaforma: per le pagine interessate dal limite, il tetto è di due al mese.

Se sei pratico del linguaggio tecnico di Facebook, salta pure questo paragrafo. Se non lo sei, invece, continua a leggere perché ti sarà utile sapere che le pagine sono la funzione che Facebook offre a prodotti, marchi e organizzazioni per comunicare al suo interno. Sono diverse, per logiche e funzionalità, da un profilo personale. Un post organico è un contenuto distribuito senza pagare per promuoverlo.

Oggi, dunque, se alla tua pagina Facebook viene applicato questo limite, puoi pubblicare solo due post organici al mese contenenti link esterni. La possibilità di pubblicarne di più diventa una funzionalità a pagamento, all’interno dell’offerta di abbonamenti [Meta One](https://www.meta.com/it-it/meta-one-plans/?ref=flaviopintarelli.it).

Per una realtà come cheFare è una modifica di enorme impatto. Il motivo lo spiega in modo lampante questo passaggio del post con cui viene comunicata la decisione:

> Negli anni abbiamo costruito una parte importante della nostra storia e della nostra comunità su questo social, condividendo articoli, ricerche, approfondimenti e progetti. Abbiamo costruito organicamente una comunità grande e attiva. Lo abbiamo fatto basandoci sulla circolazione libera delle idee e, soprattutto, sui link: uno strumento fondamentale che permette di approfondire, uscire dalla bolla e connettere spazi diversi della rete.

La scelta di cheFare è sintomatica di una dinamica di cui parlo da un po’ di tempo: il modo in cui le piattaforme di social networking stanno cambiando, trasformandosi in spazi regolati da logiche diverse da quelle su cui erano basate quando hanno fatto la loro prima comparsa.

Una delle forze che guidano questa trasformazione è la *creator economy*, il modello economico che permette di ricavare reddito dalla produzione e distribuzione di contenuti digitali e dalla relazione con il pubblico, senza dover passare necessariamente attraverso la mediazione di un editore o una casa di produzione.

Tale modello è arrivato a maturazione nel corso degli ultimi dieci anni, ma per tracciarne l’origine bisogna tornare indietro fino ai primi anni Duemila, alla nascita del cosiddetto Web 2.0.

Con questa espressione - resa popolare dall’editore Tim O’Reilly - si indica quella fase dello sviluppo del *World Wide Web* in cui i blog, YouTube e i social network - soprattutto Facebook e X, al tempo Twitter - rendono centrale la partecipazione di chi naviga in rete, favorendo la diffusione della figura del *prosumer*: produttore e consumatore d’informazione nello stesso momento.

Dal punto di vista cronologico - il dettaglio conta, per cui è opportuno segnalarlo - i blog precedono Facebook e YouTube, che nascono rispettivamente nel 2004 e nel 2005\. Il passaggio decisivo, però, è la successiva diffusione dei social come canali di distribuzione dei contenuti.

Per chi scrive su un blog o pubblica video su YouTube, i social rappresentano infatti un fondamentale canale di distribuzione, grazie alla capacità che dimostrano nell’aggregare e connettere tra loro un’enorme quantità di persone.

Sul blog si scrive e si pubblica il proprio pensiero, sui social si condividono i link con cui le persone possono accedervi per leggerlo.

È una semplificazione brutale, ma il processo attraverso cui cheFare è stata in grado di costruire organicamente la “grande e attiva” comunità di cui parla nel suo comunicato ha funzionato a grandi linee in questa maniera.

Col tempo, però, l’uso dei link - elemento fondante della rete e simbolo della sua etica - ha cominciato a generare attrito con il modello economico basato sulla pubblicità, su cui le principali piattaforme di social networking hanno costruito la propria attività.

Le tecnologie digitali permettono infatti di generare e raccogliere grandi quantità di dati, registrando le azioni e le informazioni fornite da chi le usa. Attraverso questi dati, le piattaforme possono individuare segmenti di pubblico e vendere agli inserzionisti la possibilità di raggiungerli con annunci mirati.

Per massimizzare il rendimento di questo meccanismo, gli utenti devono passare quanto più tempo possibile all’interno della piattaforma su cui vengono pubblicati questi annunci pubblicitari. Il link, con la sua capacità di rompere la “bolla e connettere spazi diversi della rete”, rappresenta una minaccia evidente a questo obiettivo.

Per una piattaforma di social network, ogni link esterno pubblicato al suo interno rappresenta una potenziale via di fuga con cui l’utente può sfuggire alla cattura degli inserzionisti che la pagano allo scopo di accedere alla sua attenzione.

La restrizione a cui reagisce cheFare segna un’escalation nella “guerra al link” intrapresa dalle piattaforme sotto questa spinta di natura economica. Una guerra a cui la maturazione della *creator economy* ha dato un contributo poco visibile, spianando il terreno e abituando gli utenti a un’esperienza in cui il link è diventato sempre più marginale.

Per capire questo contributo dobbiamo tornare agli albori del Web 2.0, quando i *prosumer* più capaci e attivi si trovano davanti a un problema piuttosto concreto: come monetizzare il lavoro che fanno attraverso i nuovi strumenti digitali a loro disposizione?

Inizialmente, blog e canali YouTube funzionano tanto come palestra quanto come vetrina. Quanto più un *prosumer* è bravo a far circolare i propri contenuti e a costruire un pubblico per sé, tanto più alte sono le sue probabilità di essere notato da media ed editori tradizionali e di avviare una carriera entro binari tutto sommato usuali: a me, e a un certo numero di colleghe e colleghi, è andata più o meno così.

Alla fine dei conti, seppure seguendo le logiche introdotte dalle nuove tecnologie, non si tratta che di una forma di *scouting* che, in forma limitata e per un po’ di tempo, ha funzionato abbastanza bene, pur non avendo nulla di realmente rivoluzionario se non l’aver abbassato di molto la soglia d’accesso.

A scompaginare in modo più profondo i meccanismi dell’industria culturale contribuiscono i programmi di monetizzazione, come quello che YouTube ha introdotto nel maggio del 2007 per alcuni dei suoi autori più popolari, aprendo nel dicembre dello stesso anno le candidature agli utenti di Stati Uniti e Canada, selezionati sulla base di determinati criteri. Nel giro di poco tempo, il programma diventerà progressivamente disponibile in tutto il mondo.

L’intuizione è semplice ma dirompente: se ricompenso gli utenti che creano e distribuiscono contenuti per la loro capacità di attirare e trattenere pubblico sulla mia piattaforma, sto creando le condizioni affinché questi *prosumer* siano stimolati a produrre altri contenuti capaci di fare altrettanto, in quantità sempre maggiore.

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I programmi di monetizzazione sono una delle scintille da cui prende forma la *creator economy*, insieme all’ecosistema di abbonamenti, *product placement* e vendita diretta di prodotti e servizi che si è sviluppato intorno ai *creator*.

Lo sono perché grazie a essi si compie una parte della promessa di disintermediazione che aveva accompagnato l’avvento del Web 2.0\. Invece di sperare di essere notato dai *player* tradizionali dell’industria culturale, un *prosumer* può costruire una propria fonte di reddito, mettendo a valore la relazione che riesce a costruire con il suo pubblico che, da gruppo di pari, diventa *community* verticale e fidelizzata.

L’autonomia dagli editori, però, si accompagna alla dipendenza dalle piattaforme: sono loro a stabilire le condizioni della visibilità e della remunerazione.

Il *prosumer* evolve in *content creator*, fondendo insieme le logiche produttive del Web 2.0 con quelle di costruzione della fama tipiche dell’*influencing*.

Questa figura diventa rapidamente uno degli *asset* più importanti per le piattaforme: i *creator* professionisti hanno la preziosa capacità di aggregare grandi quantità di pubblico per molto tempo grazie ai contenuti che creano. La loro centralità contribuisce così a ristrutturare profondamente le logiche che ne governano l’esperienza per tutti gli altri utenti.

La guerra ai link ha infatti un rovescio: limitare le occasioni di uscire dalla piattaforma non basta, bisogna anche offrire un valido motivo per restare. I *creator* alimentano questa offerta; i sistemi di raccomandazione la distribuiscono. È anche in questa convergenza che possiamo leggere la trasformazione dei *feed* \- i flussi di contenuti che scorriamo quando apriamo una piattaforma - in spazi sempre più regolati dalla selezione algoritmica dei contenuti, oltre che dalle connessioni tra le persone.

Quando vi accediamo dobbiamo trovare rapidamente un contenuto che ci inviti a restare sulla piattaforma il più a lungo possibile.

Dal punto di vista della piattaforma, conviene sempre meno delegare questa funzione alla casualità di una rete di persone intente a raccontare un pezzettino delle loro esistenze.

Molto meglio affidare alla macchina il compito di analizzare tutte le tracce digitali a cui ha accesso, usarle per capire cosa potrebbe piacerci abbastanza da dedicarci il maggior tempo possibile e costruire così un’esperienza su misura per le nostre ossessioni del momento.

L’algoritmo di YouTube - l’ho raccontato di recente [in questo post](https://flaviopintarelli.it/p/afc3bd29-fcec-49f7-83af-25361b3c906e/) \- è straordinariamente bravo a farlo. Ma con risultati più o meno soddisfacenti lo fanno anche altre piattaforme, comprese quelle che un tempo chiamavamo *social network* e che [oggi sarebbe più corretto chiamare *macchine dei contenuti*](https://flaviopintarelli.it/2026/07/12/smettete-di-chiamarli-social/).

Trovo sia un nome appropriato perché, a differenza di un tempo, il peso delle connessioni nel determinare ciò che vediamo si è ridotto.

Nei primi social network, iscriversi e accedere per la prima volta era spesso un’esperienza straniante: si aveva a che fare con un *feed* vuoto o semivuoto, popolato coi contenuti di pochi utenti che si ripetevano di continuo.

Per arrivare ad avere un’esperienza ricca e stimolante che ti spingesse a tornare con sempre maggiore frequenza servivano tempo e un certo investimento di energie per costruire e calibrare il tuo network, capendo chi valeva la pena di seguire e chi no.

Oggi, invece, l’esperienza è diversa.

Una piattaforma può chiederti di segnalare le tue preferenze fin dall’iscrizione e usare le tue prime interazioni per proporti un *feed* di contenuti anche prima che tu abbia costruito una rete di contatti.

Non solo: se produci contenuti, questo vuol dire anche che hai la possibilità di diventare virale fin dal primo momento in cui inizi a farlo e senza doverti costruire necessariamente un seguito, un requisito molto più importante al tempo in cui tutta questa storia ha avuto inizio.

Si potrebbe perciò affermare che quella in cui viviamo è la fase *post follower* del Web 2.0.

Una fase in cui la figura dell’autore rischia di svanire all’ombra dell’evoluzione in *creator* del *prosumer*, mentre il suo lavoro creativo si sposta verso la diffusione della propria immagine attraverso contenuti che possono avere un valore informativo anche pari a zero.

La promessa di visibilità e guadagno assume così i contorni di una richiesta di devozione totale. Chi risponde pubblicando quotidianamente contenuti finisce per modellare il proprio pensiero sulle condizioni della sua distribuzione.

Di fatto celebra un rito in onore dell’algoritmo: hook, sviluppo, call to action, come fosse una nenia o una cantilena. Che dentro ci sia qualcosa oppure no, non importa; importa se l'hook cattura, se lo sviluppo convince e la call to action converte.

In questo scenario ciò che conta non è più costruire una rete di pari con cui scambiare sapere, ma verticalizzare la relazione con il pubblico per fidelizzarlo al proprio marchio e, di conseguenza, trattenerlo sulle piattaforme che il *creator* utilizza per diffonderlo.

Tutte le volte che leggi qualcuno lamentarsi della qualità del suo *feed*, del fatto che dal flusso sono svaniti i contenuti degli amici e, al loro posto, appaiono contenuti di persone, pagine o gruppi con cui non ha alcun legame, beh, quella persona sta descrivendo uno degli effetti di questo cambiamento.

Un cambiamento di cui non è facile tracciare la traiettoria perché una parte decisiva avviene in una dimensione che possiamo osservare solo in modo parziale: il *backend* della piattaforma, il sottosopra dell’interfaccia, là dove abita l’oscuro, potente e misterioso orrore cosmico a cui abbiamo dato il nome di *algoritmo*.

Ne vediamo gli effetti e ne percepiamo la direzione, senza riuscire a ricostruire fino in fondo i meccanismi o a sapere dove ci porteranno.

E ogni volta che vedi una scrittrice o uno scrittore impugnare il proprio *smartphone* per registrare e pubblicare un *reel* perché ormai anche la circolazione di ciò che scrive passa dalla capacità di esibirsi, il processo iniziato più di vent’anni fa sotto il segno della disintermediazione compie un piccolo passo in avanti: le logiche della *creator economy* si estendono all’industria culturale nel suo insieme, come l’Area X che avvolge il mondo fino a diventare tutt’uno con esso.

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