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# Gli Stati Uniti sono l'Area X da cui emerge il futuro
- URL: https://flaviopintarelli.it/2026/09/13/gli-stati-uniti-sono-larea-x-da-cui-emerge-il-futuro/
- Published: 2026-09-13T18:41:04.000Z
- Updated: 2026-09-13T18:41:03.000Z
- Description: Da dove emergono le forze incontrollabili che trasformano il presente? Il filo sottile che lega la fantascienza di VanderMeer, la crisi del potere americano e l’ascesa dell’IA.
- Author: Flavio Pintarelli

> L'Area X era inevitabile. Non c'era nessun interruttore da spegnere, nessun altro tempo in cui sarebbe svanita o rimasta inattiva. Ma se fosse riuscita a colonizzare il passato allora sarebbe andato tutto peggio, molto peggio. 

*La fantascienza degli iperoggetti*. Così Valerio Mattioli aveva chiamato la “trilogia dell’Area X” in un vecchio saggio pubblicato su Prismo e, purtroppo, non più disponibile in rete.

Gli *iperoggetti* citati nel titolo rimandano al concetto filosofico elaborato da Timothy Morton - [un’entità “le cui enormi dimensioni spaziali e temporali, congiunte alla pluralità di forme con cui si manifesta, lo rendono non direttamente esperibile come unicità concreta”](https://www.treccani.it/vocabolario/neo-iperoggetto%5F%28Neologismi%29/?ref=flaviopintarelli.it). Il riscaldamento globale ne è l’esempio più noto; i romanzi di Jeff VanderMeer, secondo Mattioli, ne sarebbero una rappresentazione letteraria.

Lo sarebbero perché *Annientamento*, *Autorità* e *Accettazione* \- i libri che compongono il nucleo originario della serie - raccontano i tentativi di una misteriosa agenzia governativa, la *Southern Reach*, di esplorare un territorio altrettanto misterioso, chiamato appunto *Area X*.

Più che come uno spazio, però, l’*Area X* è descritta come un’entità dotata di qualcosa che assomiglia a una volontà propria.

È capace di creare cloni delle persone che vi si avventurano; al suo interno il tempo scorre più rapidamente che all’esterno e i suoi confini si espandono costantemente, al punto che, **SPOILER**, nel finale della serie i protagonisti si domandano se esista ancora un mondo al di fuori di essa.

A questo universo narrativo sono tornato all’inizio dell’estate, leggendo [*Assoluzione*](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/assoluzione-jeff-vandermeer-9788806268916/?ref=flaviopintarelli.it), una sorta di quarto episodio della serie, ambientato sia prima sia dopo gli eventi raccontati nella trilogia originale.

Negli stessi giorni - strana coincidenza, forse una forma d’attrazione - sull’aereo che mi riportava a Bolzano dall’isola greca di Cefalonia, dove ho trascorso una breve vacanza, ho letto anche [questo pezzo di Adam Tooze](https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-456-alien-v-predator-or?publication%5Fid=192845&post%5Fid=197460446&isFreemail=true&r=d9p&triedRedirect=true).

È il genere di testo di Tooze che preferisco e capisco meglio: quello speculativo e immaginifico.

Parte dalla constatazione che quello in cui viviamo è un “mondo di traumi discordanti e incongruenti, eppure sovrapposti [1](#fn1-359); un agglomerato di forze storiche eterogenee che, in questi anni, lo stesso Tooze ha provato a catturare attraverso il [concetto di “policrisi”](https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-165-polycrisis-thinking?publication%5Fid=192845&post%5Fid=70753690&isFreemail=true). Ma in questo momento, scrive [lo storico di origine britannica](https://www.theguardian.com/business/2026/jan/15/the-crisis-whisperer-how-adam-tooze-makes-sense-of-our-bewildering-age?ref=flaviopintarelli.it), abbiamo bisogno di un’immagine più forte e vivida per comprendere la realtà che ci circonda. Tooze propone così l’idea di *crossover*.

Nella cultura pop, il *crossover* è un genere nel quale i protagonisti di due o più universi di finzione vengono trasportati in uno spazio narrativo comune.

King Kong contro Godzilla.

Alien contro Predator.

Sono entrambi esempi che Tooze usa per rendere l’idea.

Seguendone l’intuizione, il *crossover* aiuta a raccontare la realtà contemporanea “non come un unico incubo, un solo dramma, un cast di “buoni” in lotta contro i “cattivi”, bensì come un enorme *mélange* di distopie distinte che si accavallano le une alle altre”[2](#fn2-359).

Protagonisti del *crossover* contemporaneo sono la Cina, che con il suo titanico modello di crescita ha ribaltato la divisione globale del lavoro; Israele, Russia ed Emirati Arabi, potenze aggressive che seminano il caos nel tentativo di volgere a proprio favore gli equilibri delle rispettive regioni; e, infine, gli Stati Uniti d’America che, pur continuando a dominare l’orizzonte globale attraverso le proprie infrastrutture militari e finanziarie, sono alle prese con dinamiche interne legate al movimento MAGA e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il crossover, dunque, descrive un mondo nel quale attori diversi, mossi da logiche non sempre compatibili, finiscono per condividere lo stesso spazio narrativo. Tra tutti i suoi protagonisti, però, è sugli Stati Uniti che Tooze concentra l’immagine più perturbante.

A differenza della Cina che Tooze descrive come una versione sotto steroidi degli Stati-nazione del Novecento - gli USA e l’Unione Sovietica - gli Stati Uniti, nell’anno del loro duecentocinquantesimo anniversario, non sembrano avere alcun programma di questo genere.

L’opacità è tale da spingere Tooze a domandarsi se abbiano almeno un programma di qualche tipo o, addirittura, se al di là dell’Atlantico sia rimasta una qualche forma coerente di potere.

La risposta che si dà è netta:

> At this point, surely, it would be embarrassing to claim so. Better surely to concede that elite coherence has collapsed and that the US as it enters its second quarter millennium, is best thought of not as a single coherent agent, but as an incubator, a petri dish, a “zone” from which things emerge that defy summation in a single graphic image [3](#fn3-359).

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È qui che l’immagine di Tooze incontra l’immaginario dei romanzi di VanderMeer. Più che un attore dotato di una volontà riconoscibile, gli Stati Uniti appaiono come una “zona”: un ambiente dal quale emergono forze che nessuno sembra in grado di ricondurre a un disegno unitario.

Come l’Area X, questa zona incuba forze che, una volta liberate, possono propagarsi oltre i suoi confini e trasformare il mondo in modi imprevisti. La somiglianza non dipende quindi soltanto dalle dimensioni o dall’opacità degli Stati Uniti, ma dalla loro capacità di generare processi nei quali non è possibile riconoscere una volontà o una regia unitaria.

Le forze di cui sto parlando - e di cui parla anche Tooze - sono quelle legate all’intelligenza artificiale e agli attori che ne guidano lo sviluppo.

L’iperoggetto, allora, non coincide semplicemente con gli Stati Uniti in quanto nazione. Coincide, semmai, con la rete di infrastrutture, capitali, ambizioni e tecnologie che dalla zona americana si propaga nel resto del mondo, assumendo forme differenti e rendendo impossibile prevederne tutte le conseguenze.

È ragionando su questo punto che Tooze introduce il paragone con la bomba atomica, un’altra tecnologia capace di trasformare irreversibilmente il mondo prima che sia possibile calcolarne tutte le conseguenze:

> What is so shocking about AI, surely, is that at least potentially, it is a technology that may utterly transform the world - the world of work, culture, leisure, but also warfare. It may. It may not. We don’t know. We certainly cannot calculate the ramifications. Yet, nevertheless, “we” are pushing the technology anyway [4](#fn4-359).

Anche il Progetto Manhattan produsse una tecnologia capace di trasformare il mondo prima che fosse possibile comprenderne ogni ramificazione. Quella corsa tecnologica, però, si svolgeva all’interno di una struttura statale e militare riconoscibile. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale procede invece attraverso un intreccio molto più opaco di apparati pubblici, aziende tecnologiche, capitali privati e ambizioni personali.

Questo non vuol dire che una politica dell’intelligenza artificiale non esista, né che essa non risponda ad alcuna strategia.

A differenza di quanto accade in Cina - dove la politica guida lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, come dimostra il [discorso tenuto dal presidente Xi Jinping in occasione dell’apertura della Conferenza mondiale sull’IA](https://english.scio.gov.cn/topnews/2026-07/18/content%5F118605932.html?ref=flaviopintarelli.it) \-

la politica tecnologica degli Stati Uniti non assume la forma di un programma pubblico coerente. Emerge dall’interazione tra apparati statali, imprese tecnologiche, capitale finanziario e ambizioni individuali: una strategia senza un unico stratega. In assenza di una direzione politica riconoscibile, i principali motori dell’innovazione restano nelle mani dei broligarchi e delle fonti di capitale privato che ne finanziano la visione.

La trama e le immagini del *crossover* contemporaneo assumono così tratti ben poco rassicuranti.

L’iperoggetto che già minacciava la nostra sopravvivenza era - e continua a essere - il riscaldamento globale: un processo prodotto dall’azione umana, e distribuito su una scala spaziale e temporale che ci impedisce di percepirlo nella sua totalità.

A esso si sovrappone ora un’altra trasformazione dagli effetti potenzialmente planetari. Non nasce dalla volontà di un unico soggetto, ma viene accelerata da un gruppo relativamente ristretto di individui, aziende e fonti di capitale, spesso mossi da una concezione messianica della tecnologia e scarsamente disposti ad accettare limiti imposti dall’esterno.

È forse questo l’aspetto più inquietante della zona descritta da Tooze: non che al suo interno si nasconda una volontà onnipotente, ma che trasformazioni di scala planetaria possano emergere dall’interazione tra ambizioni private, rivalità geopolitiche e automatismi finanziari, senza che nessuno sia davvero in grado di governarne l’insieme.

Come nell’Area X, non sappiamo quale forma assumerà ciò che sta crescendo. E non è più chiaro se lo stiamo ancora osservando dall’esterno.

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Scrivo saggi, articoli e testi per riviste, editori e organizzazioni culturali, intrecciando tecnologie, immaginari, memoria e territori. Se pensi che il mio sguardo possa essere utile al progetto che stai costruendo, raccontami che cosa hai in mente.

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1. *A world of divergent, incongruent but overlapping shocks* [↩︎](#fnr1-359)
2. *From the point of view of anyone trying to narrate our current reality, such crossovers may serve as a fertile image: Not one nightmare, not one drama, not one cast of “bad guys” v. “good guys”, but distinct, overlapping dystopias, in a giant melange*. [↩︎](#fnr2-359)
3. A questo punto sarebbe sicuramente imbarazzante affermarlo. Sarebbe meglio ammettere che la coerenza delle élite è collassata e che, mentre entrano nel loro secondo quarto di millennio, è preferibile pensare agli Stati Uniti non come a un singolo attore coerente, ma come a un incubatore, una piastra di Petri, una “zona” dalla quale emergono elementi che non possono essere ricondotti a un’unica immagine. [↩︎](#fnr3-359)
4. Ciò che rende così scioccante l’IA è che, almeno in potenza, si tratta di una tecnologia capace di trasformare completamente il mondo: il lavoro, la cultura, il tempo libero, ma anche la guerra. Potrebbe farlo, oppure no. Non lo sappiamo. Di certo non possiamo calcolarne tutte le ramificazioni. Eppure “noi” continuiamo comunque a svilupparla. [↩︎](#fnr4-359)

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