Forse non sono in molti a ricordarlo, ma dieci anni fa Hells Angels e Bandidos si sono fatti la guerra sulle strade dell'Alto Adige. Questo è un racconto che va oltre l'oleografia, per raccontare cos'è davvero la regione più deisderata d'Italia

Bikers

Edit
Alcune inesattezze contenute in questo articolo, riguardanti sia la storia dei Bandidos che la vicenda processuale raccontata, sono state segnalate da Sando Venganza (Bandido Sandro 1%er El Secretario Europe PR Team) e corrette in data 03/06/2015.

/Edit

Se è vero che la nuda brutalità dei numeri non racconta tutte le sfumature di una storia, è altrettano vero che spesso le statistiche ci aiutano a tracciarne i confini. Stando ai dati ISTAT l'Alto Adige, e con Alto Adige intendiamo il territorio che corrisponde alla Provincia di Bolzano (non la regione Trentino Alto Adige, ché di due entità distinte, e di parecchio, si tratta), è il territorio italiano con il minor numero di laureati. E, per essere precisi, è il territorio con il minor numero di laureati in un paese che da anni occupa le ultime posizioni delle classifiche OCSE. Nel 2013, per numero totale di laureati, ci classificavamo 34esimi su 36.

Ciò che l'oloegrafia di benessere e asburgica organizzazione con cui questo territorio viene solitamente raffigurato non tratteggia mai è la diffusa e sincera ignoranza dei suoi abitanti. Non fraintendetemi, non sono una di quelle persone per cui l'intelligenza è direttamente proporzionale al possesso di un documento cartaceo che attesti l'avvenuta conclusione di un percorso universitario: l'intelligenza si dimostra in molti modi, e diversi fra loro. Ma un numero così esiguo di laureati di certo indica come l'esercizio del pensiero non sia una prerogativa degli abitanti di questo desiderabilissimo lembo delle Alpi.

Ulteriore precisazione. Quando parlo di ignoranza intendo un'ignoranza schietta, sincera; di quella medesima sincerità che potresti attribuire a un gotto di vino fatto in casa, di quelli che lasciano un segno nero nel bicchiere e un cerchio alla testa con effetto quasi immediato.

Un'ignoranza per cui la saggezza popolare ha coniato una precisa formula matematica: quanto più alto è il maso, tanto più bassa è la Golf.

Si narra infatti che ci sia un rapporto di proporzionalità inversa tra l'altitudine della tipica fattoria di montagna altoatesina e il ribassamento dell'assetto di una Volkswagen modello Golf. Un'autovettura che si presta eccezionalmente bene a essere elaborata a uso di tamarri in grado di macinare su perigliose strade di montagna tempi netti da far invidia ai più navigati piloti di rally, senza poter però godere del privilegio di usufruire di un blocco totale del traffico. È per questo motivo che da queste parti non è raro imbattersi in lapidi e mazzi di fiori che celebrano le gesta di questi impavidi redneck tutti Treber e Lederhosen.

Ora se a voi capitasse di sentire in una conversazione le parole "guerra tra biker", "Hells Angels" o "Bandidos" probabilmente la prime cose a cui pensereste per associazione sarebbero Trevor Philipps, o il piano sequenza di un'acclamatissima serie televisiva americana o, almeno i più acculturati tra voi, il massacro di Altamont. Motociclisti ubriachi di potere che massacrano hippie a colpi di stecche da biliardo. Meredith Hunter strafatto che spara tra la folla, fermato a coltellate da Alan Passaro. I Rolling Stones che se la danno a gambe in elicottero dopo aver suonato 15 pezzi all'inferno.

Proseguendo per associazione di pensieri potrebbe venirvi in mente di tutto, difficilmente vi verrebbe in mente l'Alto Adige. Eppure non poteva esserci altro posto nel mondo in cui potesse scoppiare una guerra tra bande rivali di biker, oltre al Texas e al Nord Europa ovviamente. Terre anch'esse patria di redneck di un certo livello (di sincera ignoranza).

Hells Angels

Casus Belli

È una soleggiata domenica d'aprile del 2003 e un'ignara famiglia della Val di Non ha deciso di approfittare del bel tempo per regalarsi una gita nel Burgraviato.

Il Burgraviato è il comprensorio che si estende nei dintorni di Merano, che ne è il capoluogo. Fin dall'800 il clima mite e salubre ne ha fatto una delle mete turistiche più amate nel mondo germanico. Così amato che negli anni '30 fece da buen retiro per alcuni importanti gerarchi nazisti, tra cui "L'angelo della morte" Josef Mengele, che qui aveva la sua villa e che dall'Alto Adige riuscì a riparare in Sudamerica dopo la guerra, grazie all'accondiscendenza dei funzionari del comune di Termeno, che per lui fecero letteralmente carte false. Nel senso che falsificarono proprio i documenti donandogli una nuova identità che gli permise d'imbarcarsi da Genova, destinazione Paraguay.

Il Burgraviato e Merano fanno anche da sfondo ad alcune delle vicende raccontate da Giorgio Falco in La Gemella H, un romanzo straordinario che attraversa il '900, dall'avvento del nazismo alle propaggini degli anni '80, raccontando la storia delle gemelle Hinner e di come i semi dell'ideologia nazionalsocialista furono trasportati oltre le chiuse della Storia.

Del Burgraviato fanno parte, tra gli altri, i comuni di Avelengo, Marlengo, Postal, Naturno, Tirolo e, soprattutto, Lana, una località che ritornerà spesso in questa storia. Anzi è proprio in questo piccolo comune di 11.206 abitanti, noti per la loro fama di "mangiaitaliani", che ha inizio tutta la vicenda che mi sto prendendo la briga di raccontare.

Bandidos

È qui infatti che l'ignara famiglia nonesa che avevamo lasciato poc'anzi, prima di sorvolare il retaggio nazista di queste zone, ha deciso di sostare per rifornire la propria automobile di carburante. È facile immaginarsi il capo famiglia scendere dall'auto, stiracchiarsi e, mentre il vento fresco della valle dell'Adige gli asciuga il sudore sulla schiena, cercare con la mano il portafogli nella tasca dei pantaloni.

Forse è in quel momento che lo sente, il rombo. Dapprima sommesso, in lontananza, poi sempre più vicino e insistente. L'arrochito borbottio delle marmitte lo circonda. Saranno in trenta, i centauri. Cavalcano le loro motociclette e sulle spalle indossano i giubbotti con il marchio che li rende fratelli.

La cronaca riporterà poi che una trentina di Bandidos hanno terrorizzato un'ignara famiglia la cui automobile è stata sfasciata a colpi di mazza da baseball, mentre era ferma presso un distributore di benzina. E anche se ancora nessuno lo sa, l'aggressione ai danni di quella famiglia è il casus belli che dà inizio a una guerra e, come tutte le guerre, anche questa esigerà il suo tributo di sangue.

Angeli e Banditi

Ma chi sono questi Bandidos? E da dove vengono? Bandidos MC è il nome di un Moto club internazionale fondato nel 1966 nella città di San Leon, in Texas, da un ex marine veterano del Vietnam; un redneck del sud di nome Donald Eugene Chambers. Il simbolo dei Bandidos è un panciuto messicano con tanto di poncho e sombrero, armato di pistola e machete. Mentre gli Hells Angels sono rappresentati da un teschio umano alato, il simbolo dello squadrone di bombardieri i cui membri fondarono il club, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Insieme agli Outlaws e ai Pagans, Bandidos e Hells Angels fanno parte dei cosiddetti Big Four, ovvero i quattro Moto club più diffusi a livello mondiale. In Europa i Bandidos possono contare su ben 148 chapter, come vengono chiamate le sottosezioni locali del club. Tradizionalmente vicini ai Pagans MC, i Bandidos sono da sempre in lotta con gli Hell's Angel. Un conflitto spesso aspro, che in Europa ha avuto nella "Grande Guerra dei Biker del Nord" la sua stagione più sanguinosa.

Tra il 1994 e il 1997 infatti i membri delle due bande si sono sfidati senza esclusione di colpi tra Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia. Risse, sparatorie, attentati alle sedi dei club, ferimenti e uccisioni in quel periodo furono all'ordine del giorno. Finché tra i due club non venne raggiunto un accordo di pace, suggellato da una stretta di mano tra i rappresentanti europei delle due fazioni, trasmessa in diretta televisiva dall'emittente di stato danese.

Storicamente, in Alto Adige l'ago della bilancia negli equilibri tra i due club pendeva sempre dalla parte degli Hells Angels. Ma la scorribanda con cui ha inizio questa storia, nell'aprile del 2003, indica che qualcosa, nell'equilibrio tra le due fazioni, sta cambiando. Guidati dal loro presidente Andreas Ladurner, i Bandidos hanno aperto una nuova sede a Merano. L'aggressione alla famiglia della Val di Non (per la quale i Bandidos faranno poi ammenda, promuovendo una colletta per pagare danni) avviene proprio per festeggiarne l'apertura.

Hells Angels fucile

La notizia non tarda ad arrivare alle orecchie dei rivali. Che i Bandidos scorazzino liberamente sul loro territorio è un affronto che gli Hells Angels non possono accettare. Pochi giorni dopo, siamo al 30 aprile del 2003, 25 motociclisti vengono intercettati dalle forze dell'ordine nelle campagne intorno a Marlengo.

Gli Heels Angels sono usciti a caccia. Con mazze, catene, coltelli e machete stanno tenendo sotto assedio la pensione dove si sono ritrovati i Bandidos. L'unica cosa che riesce a farli desistere dai loro propositi di vendetta sono le canne spinate delle mitragliette degli agenti. L'immagine dei 25 biker sdraiati a terra sotto la minaccia delle armi campeggia a lungo sulle pagine dei giornali e turba il sonno dei bravi cittadini dell'Alto Adige. Non sarà la prima volta.

Per undici mesi il bollettino di guerra non registra altri episodi clamorosi. Ma la quiete è solo apparente e la tensione monta sottotraccia. Nel marzo del 2004 un altro episodio scuote la tranquillità della Provincia.

Una cinquantina di Bandidos provenienti da Germania e norditalia si raduna presso la club house del gruppo, a Merano. L'evento è regolarmente autorizzato e anche se non si consuma alcun atto contrario alla legge le forze dell'ordine intervengono preventivamente per scongiurare eventuali disordini. Le strade del quartiere vengono bloccate dai check point di Polizia e Carabinieri e le vie d'accesso alla club house transennate. Si teme che gli Hells Angels possano approfittarne per prendersi la rivincita. Il quartiere vive una notte di apprensione che scatena le proteste dei residenti.

In molti pensano che l'allarme sia ingiustificato, ma si sbagliano. La tensione tra Angeli e Banditi cresce giorno dopo giorno e il punto di rottura si avvicina. I nodi stanno per venire al pettine.

Delitto e castigo

È la primavera del 2006; i miei amici e io passiamo spesso le nostre serate nel bar di proprietà del padre di uno di noi. Passata l'ora di chiusura possiamo restare a cazzeggiare; c'è una tivvù, lo stereo, qualcuno a volte rimedia una Playstation per fare una partita. Alcolici, gelati e patatine non mancano, in fin dei conti siamo in un bar.

American Bikers

Una sera, mentre facciamo pigramente zapping, ci imbattiamo nel lancio della trasmissione Un giorno in pretura. Parlano di Alto Adige. Non cambiamo.

C'è qualcosa di magnetico nel sentir parlare dei posti dove abiti alla radio o alla televisione, specialmente se vivi nel buco del culo del mondo. Sei sempre curioso di sapere cosa diranno di te, come ti racconteranno. La sensazione è quella di guardare un ritratto che qualcuno ha fatto a tua insaputa; trovi sempre un difetto, un'imprecisione, un dettaglio ridicolo che ti rassicura sul fatto che non c'è nessuno che conosca te stesso meglio di te stesso.

Quella sera di primavera va in onda il capitolo finale della storia che sto raccontando: il processo per l'omicidio di Paul Weiss.

Sono passati due anni da quando Polizia e Carabinieri hanno blindato un quartiere di Merano per evitare contatti tra due bande di motociclisti. Cos'è successo nel frattempo? Chi è Paul Weiss? Chi l'ha ucciso? E, soprattutto, cos'ha a che fare questo episodio con la nostra storia?

Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Autunno 2004, esterno notte: un uomo passeggia, tra le sue gambe trotterella un cane di grossa taglia. La gola di Lana è avvolta nel silenzio, rotto solo dalla voce dell'acqua.

La gola di Lana è una ferita di roccia scavata con tenacia dalle acque del Rio Valsura. Si apre proprio dove l'imbocco della Val d'Ultimo e le ultime case del paese sembrano toccarsi, all'ombra della docile mole delle mura di Castel Braunsberg.

Hubert Wieser è il capo degli Hells Angels altoatesini. È un vichingo.

Quando lo vedo per la prima volta, in televisione, siede sul banco degli imputati. Di udienza in udienza indossa felpe e magliette coi simboli del suo club e camicie nere. Mentre parla tiene lo sguardo fisso di fronte a sé, puntato sul vuoto. Le sue movenze sono bovine e la grossa testa rasata, da cui spicca l'elaborato pizzetto triangolare, conferisce a quell'uomo un aspetto minaccioso. Si esprime in un italiano stentato, con un forte accento tedesco. È strano che abbia scelto di esprimersi in una lingua che non è la sua, ma quando gliene hanno dato la possibilità ha deciso di rispondere alle domande del pubblico ministero in italiano.

Un uomo instabile dal punto di vista emotivo, sofferente di disturbi della personalità di carattere paranoico. È con queste parole che lo descrive Renate Gufler, la psicologa forense che stila per conto della difesa la perizia psichiatrica di Hubert Wieser. Sui giornali viene soprannominata la "signora della verità", perché i test a cui sottopone Wieser servono alla difesa per dimostrare che la ricostruzione delle circostanze del delitto che l'uomo fornisce corrisponde al vero.

Perché in questa vicenda di chiaro c'è solo che s'è risolta con un morto, ma su come si siano svolti i fatti ci sono almeno due versioni contrastanti: una è quella dell'accusa, l'altra quella della difesa.

In ogni caso, che le sofferenze psichiche di Wieser siano vero o che si tratti di una strategia difensiva, quello che è sicuro è che Wieser percorre quasi tutte le sere con il suo Rottweiler la promenade che conduce verso la gola di Lana. Ma quella sera c'è qualcosa che non va e che lo mette in allarme. Mentre si reca alla gola, racconta Wieser, nota una macchina che lo segue. È una Fiat Punto gialla, la stessa macchina che guida la compagna di Paul Weiss, un pezzo grosso dei Bandidos. Wieser sa che i rivali lo tengono d'occhio ormai da tempo - d'altronde anche gli Hells Angels fanno lo stesso - perciò chiama al cellulare un amico, Gerhard Prenzel, per avvisarlo. Il tempo necessario perché Prenzel capisca la situazione e si attivi di conseguenza. A questa chiamata ne seguirà poi un'altra, misteriosa, di soli 12 secondi, verso il telefono di Norbert Larcher, un altro Hells Angels. I tabulati telefonici collocano questa chiamata in un lasso di tempo successivo al delitto.

Hells Angels Club House

Nonostante sia solo, Wieser non è tipo da farsi intimorire facilmente e decide di proseguire la sua passeggiata. È un duro, Wieser, e accanto a sé ha un cane altrettanto tosto. Quando arriva alla gola dice di trovare tre uomini ad attenderlo. Sono Paul Weiss, Manfred Werdofer e Armin Frei. Tutti e tre vestono le insegne dei Bandidos. Dicono di essersi trovati alla gola per organizzare un viaggio, ma nella loro auto verranno ritrovate mazze, coltelli, spray urticante e un passamontagna nero.

Secondo Wieser i tre uomini lo stavano aspettando, determinati a fargli la pelle. Uno di loro ha un'ascia in mano. Poco dopo il suo cane giace a terra, il cranio spaccato in due. È a quel punto che spunta una pistola. Wieser racconta che è Weiss a brandirla ma che nella colluttazione riesce a impadronirsene e a sparare.

A terra resta, esanime, il corpo di uno dei tre Bandidos. Si tratta di Paul Weiss.

La perizia balistica però racconta una storia diversa. Paul Weiss è morto crivellato da sette colpi di pistola, alla schiena. Come si aggredisce un uomo dandogli la schiena, si chiede l'accusa?

Per il PM Marchesini la verità è un'altra. Quella notte Wieser era armato e la sua non è una normale passeggiata. A poche centinaia di metri dalla gola di Lana c'è infatti l'abitazione di Paul Weiss. Per l'accusa le continue passeggiate di Wieser sono una vera e propria provocazione, volta a cercare deliberatamente lo scontro.

Uno scontro che si verifica ma non si risolve nel modo in cui viene raccontato dalla difesa. L'accusa sostiene infatti che sia Wieser a lanciarsi sui rivali, ferendo Werdofer, per poi allontanarsi vista l'inferiorità numerica. Ma non si tratta di una ritirata, Wieser è armato e torna sui suoi passi. A quel punto Weiss è rimasto solo ed è allora che il rivale gli esplode contro i sette colpi che ne determinano la morte. Il traffico di telefonate tra Wieser e i suoi amici serve per metterli al corrente della situazione.

![Lettera di Natale Hubert Wieser](/content/images/2015/04/Lettera-di-Natale-Hubert-Wieser.jpg)

Anche se l'arma del delitto non verrà mai ritrovata, la verità di Hubert Wieser non convince il giudice. Nonostante le armi ritrovate nella macchina dei tre Bandidos, sette colpi di pistola alla schiena sono troppi per sostenere la tesi della legittima difesa e non depongono a favore dell'imputato la sua freddezza, lo sprezzo con cui tratta la corte e l'assenza di ogni tracci di pentimento. L'impianto difensivo perciò non riesce a fare breccia. L'accusa chiede una condanna a 27 anni per omicidio volontario. Alla fine del processo, nel 2005, Hubert Wieser dovrà scontarne 22.

Oggi Hubert Wieser sta trascorrendo la sua pena nella casa circondariale di Padova, in via Due Palazzi 35. O almeno così ci informa la sezione dedicata a Wieser su Big Red Machine, uno dei siti degli Hells Angels italiani.

È su questa pagina web dal sapore retrò che vengono pubblicati i disegni, le lettere e i pensieri dal carcere di Wieser. Ci sono demoni, teschi, strane creature alate e un cavaliere. Ricoperto d'acciaio, la celata abbassata, nelle mani uno spadone: un guerriero pronto alla battaglia e la scritta "Fight for your rights" stampigliata in alto, sul foglio.

Forse è così che si vede Hubert Wieser? Un cavaliere in lotta contro il mondo. Al suo fianco solo i fratelli, gli angeli che non ti abbandonano mai.

Un anno nuovo ha iniziato, ma la cella è sempre quella. Il materassino è ormai sfondato, le mura sempre più umide e se sbarre sempre più arrugginite. Gli anni sono passati e siamo ormai al decimo. [...] Non ostante il mal funzionamento della giustizia italiana, le carceri affollate e in stato di degrado e di abbandono, mi sento forte come se fosse il mio primo giorno.

Sono le ultime parole di Wieser riportate sul sito. La lettera data 28 gennaio 2013. Il carcere non sembra averlo intaccato. O forse è solo quello che vuole farci credere. Probabilmente non lo sapremo mai.

Disegno Wieser