![Camminatore](/content/images/2014/May/Cloud.jpg)

La solitudine è una delle condizioni, forse la più caratterizzante, del camminatore. Chi sceglie come mezzo di attraversamento dello spazio i propri piedi e le proprie gambe sa come l'atto del camminare sia qualcosa che si condivide difficilmente. Ognuno di noi, quando cammina, possiede un proprio irriducibile ritmo che è il ritmo su cui si sintonizzano anche i pensieri.

E come il ritmo della camminata anche quello del flusso di coscienza non si può condividere. Questo si muove infatti con la stessa fisica che governa le volute di fumo di una sigaretta; a volte si spande per entrare in comunione con quanto ci circonda, altre volte si addensa intorno al grumo di un concetto per poi sparpagliarsi frettolosamente non appena un refolo di dubbio irrompe nella stanza a sparigliare quanto si dava ormai per acquisito.

Questa fisica, con i suoi andirivieni, con i suoi loop e le sue improvvise accelerazioni fa da contraltare al ritmo ordinato della camminata, a quell'incessante e volontaria rottura dell'equilibrio statico del nostro corpo che ci spinge avanti, passo dopo passo.

Conscio di questo inscindibile legame tra il pensare e il camminare il viandante ricerca nelle sue uscite le vie che più si allontanano dalle strade battute. Che si tratti di una deriva urbana, di una scorribanda ai margini della città o di un'escursione in montagna nulla dà più soddisfazione al camminatore di un percorso scevro da folle. Se proprio la solitudine dev'esser violata allora che a violarla sia un altro spirito che ha preso la solitudine come sua compagna. La violazione, in quel caso, sarà minima e l'incrocio produrrà al massimo un cenno di saluto accennato appena con la voce, con un gesto del capo o della mano.

Mano a mano che il territorio che lo circonda si fa più familiare, il camminatore seleziona i suoi percorsi d'elezione, quelli che meno lo espongono alla rottura della solitudine e allo stesso tempo sono così facilmente accessibili per vicinanza e tempi da non costituire una drastica rottura agli obblighi a cui la frettolosa società di oggi lo costringe, pur rappresentandone uno iato, un inciso.

La camminata diventa così parentesi, promessa d'infrazione, respiro e sospensione dalla quotidianità. Momento in cui i piatti della bilancia divisi tra opus e otium si riallineano a favore del secondo.

Al momento la mia camminata d'elezione, quella che posso ripetere all'infinito senza mai stancarmi di essa perché racchiude tutte le caratteristiche appena elencate, è il sentiero che da Bolzano sale verso i ruderi di Castel Flavon, taglia virando a sinistra la montagna appena al di sotto delle pareti che collegano il Colle a La Costa, raggiunge la collina del Virgolo per poi ridiscendere verso la città.

![Conca di Bolzano](/content/images/2014/May/Bozen_Panorama2.jpg)

Con la sua forma di catino sfondato, aperta a sud e a ovest sulla valle dell'Adige, la conca di Bolzano offre diverse passeggiate che dalla città s'arrampicano sulle pendici dei monti che la circondano a est, a nord e a nord ovest. Percorsi caratterizzati da pendenze ripide che salgono rapidamente al di sopra dei 200 metri sul livello del mare in cui è inabissata la città, e che da essa partono e a essa ritornano.

La passeggiata in questione comincia attraversando il quartiere di Aslago che sorge al di là del fiume Isarco, addossato alle pendici della montagna. Il camminatore che volesse imboccare questo percorso si trova quindi fin da subito faccia alla montagna, con la città che gradualmente gli scivola alle spalle mano a mano che s'inerpica sulla salita di via Castel Flavon.

Superate le case minute, i piccoli giardini monofamiliari e gli intrecci di scalette e vialetti si raggiunge la strada che sale verso il castello. Ora la montagna è alla sinistra del camminatore quando sulla destra le schiene dei palazzi escludono la vista.

La rampa non è lunga più di un paio di chilometri, al termine dei quali, nei pressi di un tornante, ci si trova a rivolgere ancora lo sguardo dritto in fronte alla montagna e per la prima volta le suole delle scarpe abbandonano il bitume della strada per assaggiare il ghianino del sentiero, dominato sulla destra dalla mole del Castel Flavon che si raggiunge in appena una decina di minuti.

Ha inizio qui l'ultimo tratto di ascesa, terminato il quale ci si troverà alla quota massima del percorso che si abbandonerà soltanto al termine dell'anello, eccezion fatta per un paio di saliscendi di poco conto.

Lasciandosi il castello alle spalle si sale lungo un sentiero che s'imbocca alla sinistra del parcheggio. Si è nel bosco ora, un bosco particolare quello che ricopre la montagna fino alle partei rossastre e frastagliate che troneggiano poco più in alto. Il sottobosco è scarso in parte per la ripidità delle pendenze, in parte perché il terreno è di origine franosa e sotto ai piedi si hanno perciò rocce di varie dimensioni che comunicano una sensazione d'instabilità.

Gli alberi, per lo più sottili, si piegano assecondando la pendenza, come a formare una griglia vegetale, le cui radici sono l'unico sbarramento, la forza che impedisce alle rocce di franare sulla città. Se lo si affronta durante il pomeriggio, quando il sole splende nel mezzo della valle e riscalda il terreno pietroso, l'aria si fa calda e una goccia di sudore può far capolino sulla fronte del camminatore anche quando l'aria è ancora fredda.

![Castel Flavon](/content/images/2014/May/Castel-Flavon.jpg)

Ma la fatica non dura a lungo e ben presto si ha ragione della salita. In cima al sentiero ci si ricongiunge con la più ampia strada forestale. Ampia ma poco battuta, in prossimita del crocicchio, sulla sinistra, si trova una panchina.

Appoggiato a una roccia che si sporge sulla valle, questo piccolo riposo offre a chi se lo sa concedere un'ampia vista sulla conca di Bolzano e sulla Valle dell'Adige, proprio all'altezza del punto in cui questo incontra e accoglie nel suo alveo le acque dell'Isarco.

Ora, la città che con non troppa fatica ci siamo lasciati alle spalle riappare alla vista. Ai nstri piedi si stende la zona industriale di Bolzano tagliata dalla lama stondata dell'autostrada. Distinti eppure ovattati i rumori di questa parte di città raggiungono l'orecchio anche qualche metro più in alto. Anzi, per il camminatore si tratta di un notevole esercizio di pulizia dell'orecchio. Sospesi tra la quiete del bosco e i rumori della città ci si rende conto di quanto sia invasivo il paesaggio sonoro che viviamo quotidianamente. Indistiguibili gli uni dall'altro quando ci siamo immersi, a questa atezza i rumori si ritagliano dal basso continuo e ci si presentano nella loro singolarità: il ruggito della motocicletta, il lamento della macchina industriale, il boato dei ribaltabili, il ronzio delle automobili sull'autostrada.

Per il nostro orecchio tutto questo ha l'effetto di un'epifania. Ma lo sbigottimento, il timore che ci prende in questo momento è mitigato dalla sicurezza della distanza. Seppure presente, sappiamo che quel suono, almeno per ora, ci può raggiungere ma non ci tocca.

Rassicurato da questo pensiero, col sudore asciguato dal sole che batte direttamente sulla fronte, il camminatore può ora abbandonare la sua pausa e rimettersi in cammino. Il sentiero ora è docile e pianeggiante, taglia la montagna attraversando il bosco e passando a fianco di antiche frane che lì riposano.

Più avanti s'incontra una piccola sorgente a cui rinfrescarsi. Nei mesi di fine inverno qui l'aria si fa più fredda perché la montagna si piega come a libretto intorno a uno stretto e ripido canalone. L'angolo è così acuto che il sole non accarezza questa zona per settimane e il cambio di temperatura è brusco, quasi violento.

Qui il sentiero si stringe e si fa più accidentato. Per guadare la piega della montagna si scende e poi si risale costeggiando un'altra frana. Si procede per pochi chilometri ancora stretti tra il bosco e le pareti fino a scendere verso la collina del Virgolo che accoglie il viandante con i suoi prati coltivati a vite. Ormai si è sulla via del ritorno, non resta che superare la fattoria Kohlern e lanciarsi giù, lungo la passeggiata che riporta verso Aslago.

Si raggiunge il quartiere alle spalle dei grandi palazzi che ne chiudono la vista. Se si alza lo sguardo verso la montagna non si può non pensare che quegli enormi cubi di cemento siano stati messi lì a protezione della città, prima e possente barriera contro le frane che riposano poco più in alto.

È con questo pensiero nella mente che il camminatore rientra in città. Ad accoglierlo l'eco dei suoi passi nei canyon artificiali formati dai palazzi e il sibilo del vento che corre attraverso si loro.