Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito di più dello skate è il rapporto tra questa disciplina e lo spazio urbano. Lo skate è un modo di vivere, attraversare e dare significato allo spazio in maniera del tutto peculiare. È stata la frase di un amico, Max Calviati, a farmi riflettere per la prima volta su questo nesso. Max, archeologo di formazione, mi disse un giorno che quando uno skater guarda la città lo fa in modo diverso da qualsiasi altra persona. Lo skater guarda la città dall'alto della tavola.

Cosa significa questa frase? Significa che lo skater ha una specie di filtro, di lente davanti agli occhi e quando guarda un muretto, una strada, una panchina o un passamano non li guarda come semplici elementi dell'arredo urbano, bensì come potenziali terreni per la sua pratica. Questo lo porta a decodificare l'ambiente in modo particolare: la superficie è slaidabile? La rincorsa dritta o curva? L'asfalto liscio o ruvido? E l'atterraggio è libero o occupato?

Secondo Gianfranco Marrone la semiotica urbana è costituita di una serie di segnaletiche che favoriscono una certa lettura (e dunque un certo uso) dello spazio che ci circonda. Le discipline di strada non sono altro che tentativi espressivi di creare segnaletiche ulteriori che mettano in discussione quelle ufficiali, che di solito vengono definite dal Potere e ne rappresentano l'istanza disciplinante. Per questo le discipline di strada sono sempre pratiche anti-autoritarie o che mettono in discussione l'autorità.

Tuttavia la questione del rapporto tra lo skater e la città non esaurisce la sua portata nel rapporto conflittuale tra le segnaletiche prodotte.

Esiste infatti un rapporto diretto tra lo stile di skateata e la fisionomia dell'ambiente urbano. La disposizione degli ostacoli e dell'arredo, le caratteristiche della pavimentazione, le linee tracciabili all'interno dello spazio sono tutti suggerimenti di lettura che lo skater deve cogliere per potersi esprimere in quell'ambiente. A volte si tratta di percorsi obbligati, altre volte si tratta  di letture destinate a mettere in crisi quello spazio e a forzarne i limiti.

Se possiamo individuare una dimensione locale dello skate credo che questa risieda proprio nel rapporto tra lo stile e la fisionomia dello spazio in cui questo stile viene espresso.

I video che accompagnano questo post sono dello skater giapponese Gou Miyagi e sono notevoli proprio per il modo in cui lo skater si adatta allo spazio urbano e agli ostacoli che affronta. Miyagi crea un circuito particolare tra la tavola, lo spazio e il suo corpo. Contrariamente a quanto siamo abituati a vedere non è la tavola il vettore principale attraverso cui lo skater legge lo spazio. Nel caso di Miyagi il vettore scelto è il corpo che fa da connettore tra gli ostacoli e la tavola.

La tavola viene spesso abbandonata e poi ripresa, lasciata muovere liberamente e poi controllata in un secondo momento. Lo skater si muove a proprio agio tra la tavola e gli ostacoli presenti nello spazio e li connette in modo originale e inaspettato. È una lettura spiazzante che avviene ai confine tra lo skateboarding e il parcour, perturbante anche rispetto alla grammatica dello skate a cui siamo abituati.

Ecco dunque che emerge, ancora una volta, quanto lo skateboarding sia una disciplina aperta a un ampio campo di variazioni, tensioni e potenzialità. Questa caratteristica lo rende un oggetto di studi affascinante soprattutto per la sfida metodologica che pone a chi voglia cimentarsi nell'impresa. Quali saperi mettere in campo? Come armonizzarli? Come muoversi attraverso essi?

La necessità di elaborare un proprio stile metatestuale sembra, a questo punto, un'esigenza imprescindibile.

Skate e riflessione su di esso hanno un nuovo punto in comune.