Visual Social Media

Il paesaggio dei social media ci ha ormai abituato a modifiche repentine dei punti di riferimento che utilizziamo per orientarci al suo interno. Non sono molti gli ambienti umani in cui si possono registrare nelle pratiche tassi di cambiamento così rapidi come quelli che si osservano nell'ambito dei social network.

Ciò accade perché lo sviluppo dei media digitali avviene sempre all'interno di coordinate ben definite che ci permettono di riconoscere facilmente gli elementi analoghi e di utilizzarli indipendentemente dal servizio che stiamo usando. Un esempio chiarissimo di questa dinamica lo possiamo trarre dal mondo dei videogiochi.

Dopo DoomWolfenstein 3d sappiamo automaticamente come muoverci e come comportarci nell'ambiente virtuale di uno sparatutto. Ci basta riconoscere un certo numero di elementi presenti nel testo (e nei suoi paratesti). Qualcosa di analogo accade per i social network: dopo aver familiarizzato con una nuova funzionalità sappiamo riconoscerla e utilizzarla senza bisogno di spiegazioni anche quando la incontriamo in altri contesti (alcune ottime riflessioni sul rapporto tra visione e apprendimento in ambienti digitali si trovano nel volume Dezmond. Una lettura di Assassins Creed 2 di Dario Compagno).

<Questo aspetto garantisce una grande flessibilità che permette di muoversi negli ambienti virtuali con un'estrema facilità di apprendimento e allo stesso tempo impone una forte limitazione alle nostre possibilità espressive in quanto queste possono avere luogo soltanto entro confini predeterminati (per quanto possano essere ampi).

L'avvento dei Visual Social Media, salutato da comunicatori e marketers come la grande tendenza del 2012, può e deve essere letto all'interno del contesto appena tratteggiato. Ovvero come l'implementazione di un certo numero di funzionalità all'interno delle quali si sviluppano un certo numero di pratiche comunicative e sociali. L'ironia che spesso si incontra sui social network nei confronti di una rilevabile standardizzazione delle fotografie postate tramite Instagram dà proprio conto di come la macchina costituita dalla triade device-funzionalità-pratica sociale presenti caratteristiche che si ripetono e si diffondono tramite meccanismi virali (più si usa Instagram solo in un certo modo, più l'uso diventa standardizzato).

A questo punto è necessario porsi una domanda: come si inserisce l'affiorare prepotente della dimensione visiva dei social media nella loro curva evolutiva?

Già qualche anno fa, in una serie di articoli e in un libro di grande importanza, la filosofa Maddalena Mapelli poneva l'attenzione sulla natura visiva dei social network. Questi non sarebbero altro che specchi in cui da una parte l'utente si riflette, osservandosi dall'esterno, e dall'altra parte l'utente costruisce la propria immagine a partire dalla somma delle sue inter-azioni sociali (lettura, ascolto, visione).

In questo senso si può pensare, e io lo penso, che l'avvento della dimensione visiva dei social network rappresenti il punto di emersione della loro natura di costrutti complessi di immagini speculari. Dal punto di vista comunicativo e commerciale, invece, stiamo già assistendo a un cambiamento significativo delle strategie di produzione dei contenuti. Mentre dal punto di vista teorico e critico questa presa di coscienza apre nuove prospettive di analisi legate a discipline come la semiotica visiva e la teoria dell'immagine.

Prospettive queste a cui spetterebbe il compito di capire come e su quali parametri i media sociali stanno contribuendo a ridefinire il modo con cui entriamo in contatto con la realtà che ci circonda, contribuendo a costruire lo spazio del reale che abitiamo, ogni giorno, culturalmente e socialmente.