Facebook Stories

Facebook Stories è uno dei progetti più recenti messo in cantiere dagli ingegneri di Menlo Park. Si tratta di un'applicazione che permette agli utenti del social network più popoloso nel mondo di raccontare "grandi storie di vita", per usare le parole di Tucker Bounds, portavoce di Facebook. Nello specifico l'applicazione è assai simile aCowbird, la popolare community di cantastorie. Anche nel caso di Facebook Stories è infatti possibile creare delle pagine web in cui raccontare storie utilizzando testi scritti, immagini, video e musica.

Che le narrazioni facciano sempre più parte del nostro orizzonte cognitivo e costituiscano una porzione non indifferente del nostro modo di venire in contatto con la realtà è ormai un dato di fatto (e forse, a pensarci bene, non è mai esistita epoca storica in cui questo non sia avvenuto). Tuttavia è davvero interessante notare come l'evoluzione dei social network e di Facebook in particolare si sia sempre più concentrata verso funzionalità che consentono all'utente di costruire la propria autonarrazione.

Pochi mesi fa l'introduzione della Timeline ha trasformato il nostro profilo in una superficie capace di registrare potenzialmente ogni traccia della nostra vita on e off line, scandendola lungo una linea del tempo. Di pari passo si è deciso di conferire un'importanza sempre maggiore ai contenuti visivi, alle immagini, ovvero fonti d'informazione rapide ed efficaci.

La domanda da porsi è perciò la seguente: dove si vuole arrivare seguendo la linea di sviluppo aperta da questi nuovi aggiornamenti? A quale nostra necessità e desiderio (naturale o imposto) sta cercando di rispondere Facebook per non perdere le proprie quote nell'universo dei social network?

Si può provare a rispondere analizzando [il video](http://www.facebookstories.com/stories/30/video-people-you-may-know" target="_blank) che apre il sito di Facebook Stories. Si tratta di un cortometraggio di quasi 3 minuti intitolato People You May Know (Persone che potresti conoscere) che è un chiaro riferimento all'algoritmo di Facebook che segnala appunto all'utente le persone che potrebbe potenzialmente conoscere in base alla sua rete di contatti.

Il video si apre localizzando la storia a New Dehli, in India. Seguono le immagini di un uomo che cammina, montate a ritroso. Il volto dell'uomo è a fuoco, non i bordi dell'inquadratura. Il contesto sembra sfuggire alla nostra presa percettiva sulla scena. L'uomo si chiama Mayank Sharma e, a causa della meningite, ha gradualmente perso la memoria. Questa situazione determina in lui un senso di estraneità rispetto al mondo circostante (nella scena del pranzo familiare questo senso di estraneità viene fatto sentire modificando l'angolo di ripresa con cui vengono mostrati i volti: frontale per i familiari, di profilo per Mayank).

Il senso della vista sembra avere una grande importanza: gli occhi di Mayank vengono inquadrati spesso così come vengono sottolineati il gesto di guardarsi allo specchio e quello di inforcare gli occhiali. C'è un collegamento diretto infatti tra l'atto del vedere e quello del ricordare. I ricordi sono resi visibili sotto forma di fotografia ed è attraverso gli avatar delle "people you may know" che viene costruita la sequenze in cui, grazie alla funzione di Facebook, il protagonista della storie riesce a ricostruire la sua memoria.

Immagine e ricordo, visione e memoria. Pare proprio che siano questi due elementi dell'esperienza umana che Facebook sta cercando di integrare nella sua esperienza utente. Quali saranno le conseguenze della creazione di una memoria visiva reificata in una nube di dati?